Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 123 del 26/3/2002
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Seguito della discussione del disegno di legge: S. 1125 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 7 febbraio 2002, n. 7, recante misure urgenti per garantire la sicurezza del sistema elettrico nazionale (approvato dal Senato) (2523) (ore 15,06).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge


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7 febbraio 2002, n. 7, recante misure urgenti per garantire la sicurezza del sistema elettrico nazionale.
Ricordo che nella seduta del 25 marzo si è conclusa la discussione sulle linee generali.

(Esame dell'articolo unico - A.C. 2523)

PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico del disegno di legge di conversione (vedi l'allegato A - A.C. 2523 sezione 1), nel testo della Commissione, identico a quello modificato dal Senato (vedi l'allegato A - A.C. 2523 sezione 2).
Avverto che le proposte emendative presentate sono riferite agli articoli del decreto legge, nel testo della Commissione identico a quello modificato dal Senato (vedi l'allegato A - A.C. 2523 sezione 3)
Ricordo, altresì, che è stato presentato l'emendamento Gambini Tit. 1 al titolo del provvedimento (vedi l'allegato A - A.C. 2523 sezione 4)
Avverto che la I Commissione (Affari costituzionali) ha espresso il prescritto parere che è distribuito in fotocopia (vedi l'allegato A - A.C. 2523 sezione 6).
Avverto altresì che la V Commissione (Bilancio) ha espresso il prescritto parere che è distribuito in fotocopia (vedi l'allegato A - A.C. 2523 sezione 7)
Informo l'Assemblea che, in relazione al numero di emendamenti presentati, la Presidenza applicherà l'articolo 85-bis del regolamento, procedendo in particolare a votazioni per principi o riassuntive, ai sensi dell'articolo 85, comma 8, ultimo periodo.
A tal fine il gruppo di Rifondazione comunista e la componente politica del gruppo Misto dei Verdi hanno segnalato gli emendamenti da porre comunque in votazione.
Avverto che la Presidenza, confermando i rilievi del presidente della X Commissione nella seduta del 21 marzo, non ritiene ammissibili, ai sensi dell'articolo 96-bis, comma 7, del regolamento, i seguenti articoli aggiuntivi che incidono su settori specifici non contemplati dal provvedimento (vedi l'allegato A - A.C. 2523 sezione 5):
Lusetti 1.01, relativo all'organizzazione dell'attività di distribuzione in ambito locale dell'energia elettrica;
1-ter.02 del Governo, volto a introdurre quattro articoli aggiuntivi finalizzati, rispettivamente, a prevedere l'unificazione della proprietà e della gestione della rete di trasmissione nazionale di energia elettrica, ad intervenire sui criteri di definizione delle tariffe elettriche per il periodo di regolazione 2003-2006, a introdurre misure in materia di carbon tax, a prevedere il godimento della tariffa agevolata CIP 6 anche da parte degli impianti di produzione di energia elettrica a fonte rinnovabile per i quali si sia registrato l'inadempimento del solo obbligo di trasmissione all'Autorità per l'energia elettrica e il gas delle autorizzazioni necessarie alla costruzione degli impianti medesimi. Decadono conseguentemente i relativi subemendamenti;
Quartiani 1-ter.01, recante interventi in materia di carbon tax.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Vigni. Ne ha facoltà.

FABRIZIO VIGNI. Signor Presidente, sul quotidiano Il Sole 24 Ore di stamani si può leggere in prima pagina il seguente titolo: Sì del Ministero dell'ambiente a quattro nuove centrali, mentre altre dieci sono in arrivo. In tutto, si tratterebbe di nuovi impianti per una capacità produttiva di circa 7.500 megawatt. Commenta sempre Il Sole 24 Ore di stamani: se il Ministero dell'ambiente completasse una seconda tornata simile, si svuoterebbe buona parte del decreto-legge «sblocca centrali».
A mio parere, questa notizia ripropone e conferma i dubbi da noi già espressi su questo provvedimento; innanzitutto abbiamo sollevato obiezioni per lo strumento normativo adottato - il decreto-legge - che dovrebbe essere utilizzato soltanto per veri motivi di urgenza e di emergenza che, a nostro parere, non ci sono in questa occasione per la quale si è invocato, addirittura, il pericolo di un blackout. Tuttora


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permangono i dubbi e le critiche espressi sulla sostanza e sui contenuti del provvedimento, benché esso sia stato, in parte, corretto e migliorato con il nostro contributo.
Vorrei sottolineare in particolare tre aspetti che caratterizzano gli emendamenti da noi presentati. Il primo aspetto è relativo al rapporto tra Stato, regioni ed enti locali e ai criteri della programmazione. Inutile negare che il decreto-legge compie una forzatura rispetto alla normativa vigente in materia di programmazione territoriale e di procedure autorizzative.
Da questo punto di vista, il provvedimento appare in contrasto con l'articolo 117 del titolo V della Costituzione. Per la verità, questo atteggiamento del Governo nei confronti delle regioni e anche della recente riforma federalista della Costituzione non è una novità, perché già in precedenti provvedimenti (soltanto per fare un esempio, richiamo la legge obiettivo e i provvedimenti sulle infrastrutture) c'è un filo rosso nel comportamento dell'esecutivo che ci porta a una facile conclusione: anziché andare nel senso di un maggiore decentramento di funzioni o della cosiddetta devolution, si va nel senso opposto ossia quello di un forte e, talvolta, brutale centralismo. Questo atteggiamento ci sembra sbagliato su un piano di principio e, al tempo stesso, se volete, su un piano di fatto, perché noi continuiamo a pensare che sia illusorio ritenere che forzando le competenze delle regioni e degli enti locali, addirittura scavalcandole o svuotandole, si possa far prima nella realizzazione di impianti e di opere di pubblica utilità: in altre parole, che si possa fare meglio e prima imponendo le decisioni dall'alto, svuotando le regole e le procedure della democrazia e il necessario consenso delle istituzioni e delle comunità locali. Noi pensiamo che così, non solo si compia un errore di principio, ma si finisca per rendere più difficile e più lente proprio quelle decisioni che si vorrebbero realizzare rapidamente. Non solo: non si capisce poi dal provvedimento quali siano i criteri della programmazione e in quale modo si decida quali impianti realizzare e dove realizzarli. Pertanto, i nostri emendamenti si propongono di ristabilire anzitutto precisi e corretti criteri di programmazione che non possono, a nostro parere, eludere la necessaria intesa e concertazione con le regioni.
C'è un secondo aspetto. Il Parlamento ha, finalmente, avviato l'esame delle proposte di legge per la ratifica del Protocollo di Kyoto. Oggi le Commissioni ambiente e affari esteri della Camera avrebbero dovuto già votare sugli emendamenti; siamo comunque già nel vivo di questa discussione. L'attuazione del Protocollo di Kyoto sarà uno dei più grandi impegni nei prossimi anni per il nostro paese, come per tutti gli altri paesi. Ridurre le emissioni di gas serra significa cambiare, gradualmente ma profondamente, molte cose, ivi compreso anche il sistema energetico.
Il Governo italiano, dopo le iniziali incertezze e ambiguità, è stato, per così dire, costretto, sia dalla volontà dell'Unione europea, sia dalle iniziative delle opposizioni parlamentari che lo hanno incalzato, a procedere comunque sulla strada della ratifica del Protocollo di Kyoto. Resta il fatto che tutto ciò non può rimanere solo un buon intento sulla carta, perché l'attuazione del Protocollo di Kyoto richiede scelte, azioni e politiche coerenti, anche nel campo dell'energia, anche per quanto riguarda l'efficienza energetica, il risparmio energetico, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, esattamente come era stato indicato dalla Conferenza nazionale sull'energia, organizzata dal precedente Governo.
Noi ci chiediamo dove sia oggi questa coerenza. Ad esempio, non la vediamo nel campo delle politiche dei trasporti; non ci sembra di vederla o di vederla a sufficienza nel campo delle politiche energetiche. In queste settimane di esame di questo provvedimento, si è chiamato in causa, ad esempio, il progetto di 600 nuove centrali, per un totale di 115 mila nuovi megawatt: sono cifre al di fuori del mondo perché supererebbero di tre volte il fabbisogno totale energetico del paese e di cui già disponiamo, mentre si stima che non più di 10, 15 mila megawatt aggiuntivi


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sarebbero più che sufficienti per garantire sicurezza e al tempo stesso concorrenza nel mercato. Insomma, a nostro parere, ciò che non c'è in questo provvedimento e, più in generale, nella politica del Governo è una visione strategica, una seria e corretta programmazione della politica energetica, coerente con gli obiettivi di sostenibilità ambientale.
Infine, vi è un terzo aspetto sul quale si concentrano i nostri emendamenti che riguardano, in particolare, il tema relativo alla valutazione di impatto ambientale. Questo tema ci sembra sia diventato per il Governo una vera e propria ossessione maniacale. Anche in questo caso si tratta di un film già visto in occasione di precedenti provvedimenti come, ad esempio, la legge obiettivo per le infrastrutture, laddove la valutazione di impatto ambientale sembra essere vista da parte del Governo essenzialmente come una fastidiosa perdita di tempo, un impaccio da togliere possibilmente di mezzo. Invece, tale strumento, rappresentando una garanzia per la tutela dell'ambiente e per la salute dei cittadini, deve - attraverso tempi certi e rapidi - andare di pari passo con le autorizzazioni e le procedure per la realizzazione di nuovi impianti.
Tra l'altro, proprio il titolo dell'articolo pubblicato oggi da Il Sole 24 Ore, concernente l'autorizzazione alla valutazione di impatto ambientale per quattro nuove centrali - e quella preannunciata per altre dieci -, smentiscono quel pregiudizio secondo cui le procedure di valutazione di impatto ambientale rappresentano l'ostacolo, il tappo di bottiglia da rimuovere. In altri termini, non è vero che una seria ed attenta valutazione di impatto ambientale sia in contrasto con la necessità di realizzare le opere di pubblica utilità necessarie al paese.
È vero che, rispetto al testo iniziale proposto dal Governo, sono state introdotte dal Parlamento significative e migliorative modifiche per quanto concerne le procedure di VIA. A ciò abbiamo contribuito, apprezziamo queste modifiche, tuttavia rimangono - a nostro parere - almeno due questioni critiche. La prima è relativa al modo un po' schizofrenico, a pezzi, senza organicità con il quale il Governo continua ad affrontare la questione. Così, attraverso la legge Lunardi sulle infrastrutture, si sono previste norme in deroga alle procedure di VIA per quanto riguarda le cosiddette grandi opere (sono più di trecento). Nel nostro caso si prevedono altre procedure per quanto riguarda la valutazione di impatto ambientale delle centrali di produzione di energia elettrica. Poi, proprio in questa fase, è aperta la discussione sulla legge delega in materia ambientale che affida al Governo la riscrittura delle norme riguardanti la valutazione di impatto ambientale. Non ci sembra che questo sia il modo giusto e serio di procedere inventando, di volta in volta, le regole per la valutazione di impatto ambientale. Si poteva, anzi si doveva procedere ad una riforma organica della legislazione in materia di valutazione di impatto ambientale valida per tutte le opere, per tutti gli impianti, per tutte le procedure autorizzative.
L'altro punto critico che noi riproponiamo è il seguente: quando si parla di valutazione di impatto ambientale non si può, oramai, non fare riferimento anche alla valutazione ambientale strategica, cioè alla valutazione di impatto necessaria non solo per il singolo impianto, ma per l'insieme, a maggior ragione quando più impianti insistono su uno stesso territorio e su un territorio ampiamente e densamente antropizzato come quello italiano, questo è un caso frequente.
Il riferimento alla valutazione ambientale strategica è, peraltro, diventato ormai obbligatorio anche in virtù delle direttive comunitarie.
Per questa ragione noi insisteremo nella riproposizione, anche attraverso emendamenti, di procedure che facciano riferimento anche alla valutazione ambientale strategica.
In sintesi, noi pensiamo che questo provvedimento sia già stato in parte corretto e migliorato e che, tuttavia, ulteriori modifiche siano necessarie, in modo da garantire al paese efficienza e sicurezza energetica, adeguata concorrenza e liberalizzazione


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del mercato dell'energia elettrica e, al tempo stesso, adeguata e rigorosa tutela dell'ambiente e rispetto delle competenze, delle funzioni delle regioni e delle istituzioni locali (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Lulli. Ne ha facoltà.

ANDREA LULLI. Signor Presidente, noi non riconosciamo a questo decreto il carattere d'urgenza. Si è parlato di un decreto «sblocca centrali».
Poco fa, il collega Vigni, citando Il Sole 24 Ore di oggi, ha portato una testimonianza che ha sollevato il dubbio (come ha fatto anche l'articolista del giornale confindustriale) che il decreto-legge in esame possa essere utile.
Non riconosciamo il carattere di urgenza del provvedimento per due ordini di valutazioni.
In primo luogo, non è affatto scontato e unanime il giudizio sul rischio di imminente blackout nel nostro paese. Lo abbiamo sentito anche da fonti autorevoli nel corso dell'indagine conoscitiva che la Commissione parlamentare attività produttive sta concludendo (mi riferisco all'amministratore delegato dell'ENEL Tatò). Inoltre, il Parlamento, attraverso la Commissione attività produttive, ha manifestato la volontà di procedere ad una ricognizione, al fine di approntare un quadro di riferimento che ci consenta di proporre una politica energetica, nel nostro paese, che miri certamente alla liberalizzazione nel quadro europeo, che punti alla sicurezza degli impianti e a fare i conti con le indicazioni e le priorità del protocollo di Kyoto, a dare una risposta ai tanti utenti, alle tante famiglie (che pagano un costo rilevante nel nostro paese nella bolletta elettrica), nonché a quel sistema di piccole imprese che, da sempre, è penalizzato nel pagamento delle bollette elettriche (a differenza della grande impresa che - come noto - paga, paradossalmente, molto meno della piccola impresa e del mondo dell'artigianato).
Naturalmente, non siamo contrari ad un potenziamento della capacità produttiva energetica nel nostro paese; anzi, certamente si tratta di un punto importante che dobbiamo affrontare.
Riteniamo che la Commissione attività produttive, attraverso l'indagine conoscitiva e le conclusioni a cui approderà, ed il Parlamento potranno fornire indicazioni importanti al Governo, ponendosi come punto di riferimento per approntare un disegno di legge che, finalmente, riordini la materia della politica energetica nel nostro paese in modo innovativo e sappia parlare alla nostra industria, tenendo presente la sensibilità sulla tematica ambientale della popolazione; quest'ultima, infatti, giustamente molto attenta, esige una politica che sia improntata al coraggio di innovare e di ancorarsi alle moderne scoperte scientifiche, al coraggio cioè di un paese che utilizzi tutte le moderne tecniche a disposizione, una politica che offra un contributo di modernizzazione all'Italia e favorisca lo sviluppo dei nostri sistemi imprenditoriali. Si intende attribuire così alle famiglie la possibilità di scegliere, all'interno di un mercato elettrico liberalizzato, il produttore che più facilmente è in grado di offrire un servizio a costi meno elevati o, comunque, più qualificato rispetto a quello che già oggi abbiamo.
Mentre contestiamo l'idea dell'urgenza del blackout, riteniamo che occorra certamente affrontare questo tema. L'Italia è un paese troppo dipendente dalle sue fonti energetiche, che non dà risposte convincenti alle famiglie e al sistema delle piccole imprese, ma non è con la tecnica della decretazione d'urgenza, o nel pensare che con una sorta di ricatto (del tipo: state attenti, c'è il blackout, dobbiamo imporre la realizzazione di alcune centrali) si possa raggiungere tale obiettivo!
Ciò anche perché credo che, oltre alle cose dette dal collega Vigni in ordine alla valutazione di impatto ambientale e che sottoscrivo evidentemente con piena convinzione, vi è un altro punto che rimanda ad un aspetto critico che è nostra intenzione evidenziare. Esso è in parte legato alla riforma del titolo V della Costituzione,


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ed in particolare dell'articolo 117, relativamente al ruolo delle regioni, ma in parte è legato al problema della necessità di realizzare questi impianti all'interno del paese. Non può infatti sfuggire a nessuno che un'imposizione e l'idea che questi interventi possano essere decisi in qualche modo, per così dire, preparando uno shock, rischino infine di produrre l'effetto contrario nel paese, sia a livello di istituzioni locali, sia nelle regioni, che potrebbero in qualche modo aprire un contenzioso con il Governo centrale, e, soprattutto, nei confronti dei cittadini. Sappiamo quanta sensibilità esiste al riguardo.
L'aspetto essenziale è dunque il seguente: con quale cultura di Governo si affrontano questi temi? Devo rilevare che la vostra cultura di Governo non si pone il problema della costruzione della coesione sociale. Non si pone cioè il problema dell'avanzamento del principio di responsabilità, del rapporto fra la coesione sociale, il principio di responsabilità e l'alleanza con la cultura tecnico-scientifica più avanzata. Ciò che rileva è l'idea che, in un paese come il nostro, fortemente antropizzato nel proprio territorio, si possono e si devono realizzare le grandi opere, si possono e si devono realizzare anche le nuove centrali elettriche, ma che lo si possa fare soltanto a condizione di coinvolgere le popolazioni e i soggetti. Lo si potrà fare nella misura in cui riusciremo a fare avanzare l'idea del coinvolgimento sociale. In caso contrario, il rischio è rappresentato dalla vertenzialità e dalla conflittualità, che significano perdita di tempo, aumento dei costi e, infine, perdita di una scommessa per la modernizzazione nel nostro paese.
Per queste ragioni, noi non riteniamo soddisfacente il decreto-legge al quale pure sono stati apportati miglioramenti nel corso dell'iter in Commissione; miglioramenti che certamente apprezziamo, ma che ancora non ci paiono tali da soddisfarci pienamente.
Vorrei rivolgere al sottosegretario Valducci - che, nel corso del suo intervento nella giornata di ieri ha in qualche modo ricordato come, a suo avviso, anche la Conferenza Stato-regioni avesse espresso un parere non negativo, anzi, a suo dire, positivo -, una domanda, dal momento che il parere che la Conferenza Stato-regioni ha reso su questo provvedimento non mi sembra, ma potrei sbagliarmi, orientato in quella direzione.
Le regioni infatti, mantenendo ferma la loro contrarietà all'impianto degli interventi emergenziali, hanno dato in pratica un via libera, perché hanno ritenuto impossibile incidere e modificare il decreto-legge oggi al nostro esame, quindi sulla base di una premessa che francamente non si è verificata, sia perché alcune modifiche sono già state introdotti sia perché il Governo, in una certa fase, ha addirittura proposto, di sua iniziativa, nuovi emendamenti che non hanno tenuto in alcun conto l'indicazione e la rivendicazione da parte delle regioni.
Queste ultime hanno chiesto, nella giornata di giovedì e nel parere formulato, il formale impegno del Governo a riconoscere la centralità del ruolo delle regioni ed hanno fornito un'indicazione - ferma restando l'informazione non esatta che le regioni avevano nella giornata di giovedì circa l'impossibilità di modificare il decreto-legge - richiedendo al Governo di intervenire con un altro strumento normativo in discussione presso le Camere rappresentato dal disegno di legge collegato in materia di concorrenza o dal disegno di legge annuale di semplificazione, all'esame del Senato, per risolvere il problema della centralità del rapporto con la Conferenza Stato-regioni.
Se le cose stanno così, se nel parere della Conferenza Stato-regioni in qualche modo si accede all'idea della decretazione, ma si chiedono modifiche, che si ritiene possano essere introdotte in altri collegati, mi domando se non sia il caso di risolvere la questione in questo momento, in queste ore in cui stiamo discutendo del decreto-legge. Quindi, pur non essendo favorevoli allo strumento della decretazione d'urgenza e contestando certamente l'idea dell'imminente pericolo di blackout, riteniamo che, se vi saranno nuove modifiche, ciò costituirà un passo in avanti, anche se


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crediamo che il potenziamento, la ristrutturazione e la riforma della politica energetica di questo paese siano questioni più facilmente affrontabili in un disegno di legge, una volta conosciuti anche gli esiti dell'indagine conoscitiva svolta dalla Commissione attività produttive (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole De Brasi. Ne ha facoltà.

RAFFAELLO DE BRASI. Signor Presidente, colleghi, il decreto-legge che stiamo discutendo ha in gran parte cambiato natura grazie alla presentazione di emendamenti - che poi dovremo discutere e approvare - che chiedono di sopprimere gli articoli 1-bis e 1-ter, riferiti alla contendibilità dell'offerta nel mercato dell'energia elettrica e agli oneri generali del sistema elettrico.
In questa proposta emendativa di soppressione, ha prevalso il buon senso: si è rinunciato allo strumento legislativo del decreto-legge, che non era adeguato ad affrontare una problematica così impegnativa, rinviando ad uno strumento legislativo più congruo provvedimenti che attengono ad un più generale riordino e riforma del settore elettrico.
Sicuramente è chiaro a noi tutti, soprattutto dopo il vertice di Barcellona, che il nostro paese ha bisogno di dare il suo contributo alla creazione di un mercato unico europeo dell'energia accelerando i processi di liberalizzazione, ma si è capito che lo strumento del decreto-legge non era assolutamente quello giusto. Si è perciò trovato un accordo su un ordine del giorno - che dovremo discutere ed approvare - che impegna il Governo a presentare entro il 15 maggio 2002 un disegno di legge complessivo di riordino e di riforma del settore dell'energia, che abbia come riferimento - come hanno detto altri colleghi - la conclusione imminente dell'indagine conoscitiva sul settore energetico che la Commissione attività produttive da lungo tempo sta svolgendo. Sicuramente era un difetto di impostazione quello di pensare di poter definire una strategia di medio e lungo periodo, di mettere in campo una progettualità efficace senza un'adeguata analisi della situazione, come l'indagine conoscitiva ha fatto.
Rimane ora l'articolo 1, che ha l'ambizione di accelerare le procedure autorizzative per i nuovi impianti di generazione elettrica.
Sicuramente, fare presto e bene è un indicatore di qualità del buon governo e della buona amministrazione. Ma i nostri emendamenti evidenziano delle forti perplessità sul fatto che l'ipotesi di una centralizzazione governativa, statale, ministeriale, possa effettivamente raggiungere questo risultato.
Innanzi tutto, c'è un principio di coerenza costituzionale che va salvaguardato. Le modifiche al titolo V della parte II della Costituzione hanno riscritto l'articolo 117, precisando che la produzione, il trasporto, la distribuzione nazionale dell'energia rientrano nella materia oggetto di legislazione concorrente e che spetta alle regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato. Per di più, le regioni - come tutti sanno (non so se tutte, ma molte di esse) - elaborano i piani energetici regionali, che definiscono, in una visione strategica, i fabbisogni energetici ed anche le possibili localizzazioni degli impianti che ovviamente richiedono un processo di pianificazione territoriale e di programmazione energetica su scala almeno regionale. È un percorso di pianificazione territoriale, di programmazione, che veda partecipi le province ed i comuni che hanno importanti competenze urbanistiche e territoriali. Vorrei ricordare non solo i piani regolatori, ovviamente, ma anche i piani territoriali di coordinamento provinciale che hanno una rilevanza, per quanto riguarda le localizzazioni dei grandi impianti, oltre al fatto di essere, soprattutto i comuni, un riferimento istituzionale importantissimo dei cittadini e delle comunità locali che debbono sopportare l'impatto ambientale della localizzazione di nuovi impianti di generazione elettrica.


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Potete utilizzare la motivazione - come state facendo - dell'emergenza e del rischio di blackout; potete utilizzare - come avete fatto - la forma giuridica dell'opera di pubblica utilità per accelerare le procedure e per localizzare effettivamente i nuovi impianti. Capiamo persino che esiste sicuramente una motivazione per il fatto che è molto difficile localizzare questi impianti ad alto impatto ambientale nel nostro paese. Ma il rischio è che si ottenga l'effetto contrario, perché le regioni e gli enti locali non accetteranno un nuovo schiaffo al federalismo e alle loro competenze di pianificazione, di programmazione, urbanistiche ed amministrative. Come hanno già affermato i colleghi, è possibile un ricorso alla Corte costituzionale da parte delle regioni. Ma poi c'è anche una questione riferita alla programmazione energetica che si intreccia con quel processo necessario di una maggiore liberalizzazione del mercato energetico nel nostro paese.
Oggi giacciono oltre 600 domande di costruzione di nuove centrali, di potenziamento e di ristrutturazione, per un totale di 115 mila MW, ma nei prossimi cinque anni - su questo c'è accordo - l'Italia ha bisogno di impianti che producano 10-15 mila MW. Appare, dunque, chiaro che occorrerà fare una severa selezione per localizzare gli impianti. E chi farà questa selezione? Quali saranno i criteri della griglia decisionale? Tutto il nostro ragionamento sull'articolo 1 si conclude su questo punto: le regioni debbono compartecipare, con la stessa dignità dello Stato - soprattutto in una materia che l'articolo 117 delega loro in maniera molto evidente - alla definizione e alla gestione di questi criteri, oltre che valutare gli effetti delle localizzazioni.
Vi chiediamo, dunque, di essere coerenti con la vostra cultura di federalismo e della devolution. Infatti, come rispondete a questa domanda che vi pongo in questo momento? La cultura della sussidiarietà e del federalismo è compatibile con l'efficienza istituzionale, con la ricerca del consenso su scelte impegnative per la vita della nostra comunità, come sono appunto le localizzazioni di nuovi impianti energetici?
Se rispondete «sì», allora dovete votare a favore dei nostri emendamenti; se rispondete «no», è tutta l'architettura del federalismo che non regge, perché la cultura dell'emergenza è sempre in agguato e sarà sempre pronta a trovare nuovi alibi per nuovi centralismi statali (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Rugghia. Ne ha facoltà.

ANTONIO RUGGHIA. Signor Presidente, gli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto, del mio gruppo e dell'opposizione, hanno evidenziato le ragioni del nostro dissenso sul provvedimento all'esame dell'Assemblea.
Le risposte fornite, ieri, dal Governo, rappresentato dal sottosegretario, onorevole Valducci, non hanno fugato le nostre perplessità e le nostre preoccupazioni né hanno intaccato i motivi del nostro disaccordo.
Noi siamo convinti che, in materia di approvvigionamento energetico, sia necessario, per il nostro paese, cogliere, in tempi brevi, alcuni obiettivi. Riteniamo si debba aumentare la capacità di produzione dell'energia per ridurre la nostra dipendenza; giudichiamo necessario procedere, anche sulla base di decisioni assunte dall'autorità comunitaria, ad una maggiore liberalizzazione del mercato dell'energia; crediamo anche necessario superare lo svantaggio che il sistema delle nostre imprese sconta nella competizione internazionale a causa della nostra pressoché totale dipendenza dal petrolio (uno svantaggio pagato, a caro prezzo, non solo dalle grandi imprese, ma anche da quelle piccole e medie e dagli artigiani, i quali sono costretti a produrre e a competere in un mercato agguerrito sopportando costi per approvvigionamento energetico sempre più alti rispetto a quelli degli altri paesi).
Sommati all'esigenza di dover procedere alla costruzione di nuovi impianti,


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con la dovuta cautela per la tutela dell'ambiente e nel rispetto della salute dei cittadini, attraverso la ricerca delle nuove tecnologie, questi obiettivi sono ampiamente condivisi nel paese e, credo, anche in quest'aula.
Ma questo decreto-legge, onorevoli colleghi, è in grado di farci cogliere questi risultati o, per lo meno, di avvicinarli? Noi riteniamo di no: tutto finisce per ridursi a determinare le condizioni per accelerare le autorizzazioni per la costruzione di nuove centrali elettriche. Sono state avanzate 600 richieste di nuovi impianti per oltre 180 mila megawatt di produzione energetica: il triplo della potenza attualmente generata nel nostro paese! Ma, nonostante le assicurazioni fornite in merito dal sottosegretario, si comprende come il provvedimento, emanato sotto forma di decreto-legge ed avente lo scopo esclusivo di agevolare le autorizzazioni, desti preoccupazioni.
Noi riteniamo che questo decreto-legge non solo non rappresenti uno strumento idoneo ad affrontare la grande e strategica questione nazionale dell'energia, ma che esso non ci permetterà neanche di uscire dall'emergenza dichiarata dal Governo quando ha paventato il rischio di blackout, in tempi brevi, del nostro sistema.
Com'è stato ricordato ieri da altri colleghi, se lo scopo del decreto fosse effettivamente quello di fronteggiare l'emergenza, le misure da prevedere dovrebbero essere ben diverse rispetto a quelle «sblocca centrali» che questo testo propone. Di fronte ad una così imminente emergenza, vi sarebbe bisogno di acquisire, importandola, nuova energia, di lanciare un grande piano di risparmio energetico nazionale, di privilegiare l'attivazione di nuove reti o di agire sul potenziamento dell'attuale rete di trasmissione con l'estero, anche perché, mentre il decreto sulla costruzione di nuove centrali potrà produrre frutti soltanto tra alcuni anni, secondo il Governo l'eventualità del blackout appare essere imminente.
La verità è che, nel nostro paese, è all'ordine del giorno l'esigenza di dotarci di un piano energetico nazionale, laddove il rischio di blackout non è affatto incombente. Come risulta anche dalle audizioni in corso presso la X Commissione, il nostro paese ha bisogno di un mercato elettrico in grado di garantire la libertà di scelta tra utenti e consumatori mediante l'ulteriore generazione di energia per 10.000-15.000 megawatt.
È utile ribadire che l'Enel, attraverso il dottor Tatò, non paventa questo rischio di blackout. Abbiamo molto più che il sospetto che il rischio di crisi del sistema venga evocato per forzare la normativa vigente sulla programmazione territoriale per le procedure di autorizzazione, aggirando il dettato dell'articolo 117 del riformato titolo V della Costituzione, con la dichiarazione di opere di pubblica utilità per i nuovi impianti di energia elettrica e per la ristrutturazione degli esistenti. Questo provvedimento mira a centralizzare la materia energetica, a togliere competenza a regioni e comuni, a cui viene impedito di programmare lo sviluppo del territorio e di concorrere per garantire la tutela dell'ambiente. Anche in questo caso, la riforma del titolo V della Costituzione viene considerata dal Governo un impaccio, un intralcio, un freno. Dopo avere fatto la campagna elettorale sulla devolution e sul federalismo, dopo aver dichiarato come insufficiente la riforma del centrosinistra, confermata dal voto del popolo italiano con un referendum, ancora una volta l'esecutivo mostra la volontà di ministerializzare e centralizzare i poteri, di gestire anziché programmare e legiferare.
Com'è stato per il cosiddetto programma delle grandi opere e per i provvedimenti collegati alla finanziaria, anziché devolvere, vengono sottratti poteri a regioni, province e comuni. Roma, che era infida e ladrona quando si stava all'opposizione, comincia ad essere più attraente ora che tanti federalisti si trovano al Governo mostrando grande invidia per il lavoro degli assessori regionali, provinciali e comunali. Il decreto-legge si propone di superare, in materia concorrente, le competenze delle regioni, che potrebbero dotarsi di un proprio piano energetico regionale che potrebbe contrastare con le


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scelte dell'esecutivo, e vengono aggirate anche le competenze regionali e comunali sull'impatto ambientale. È bene ricordare che la Conferenza dei presidenti delle regioni ha ritenuto incongruo, nei presupposti di fatto e di legittimità, il decreto-legge all'esame dell'Assemblea e le osservazioni ed i rilievi formulati non sono state risolti dall'ultima Conferenza Stato-regioni. Ma il decreto-legge non tiene conto neanche delle indicazioni della direttiva 96/61/CE dell'Unione europea che prevede il coinvolgimento della popolazione e degli enti che operano sul territorio, così come la convocazione di consultazioni transfrontaliere, pena l'infrazione di procedure comunitarie.
Signor Presidente, colleghi, anche in una materia delicata, come quella dell'energia, il Governo ha scelto lo strumento del decreto, quindi l'accentramento delle scelte e delle funzioni. Noi riteniamo che sarebbe stato meglio procedere alla costruzione e all'attuazione di un piano energetico nazionale nel rispetto del ruolo e delle competenze delle diverse istituzioni, delle imprese e delle categorie. Ancora una volta si cede alla tentazione della spallata. È facile prevedere che questa sarà una scelta perdente. Non basta poter contare su una maggioranza parlamentare per affrontare una questione così complessa e c'è il rischio che si aprirà presso la Corte costituzionale un ampio contenzioso sui ricorsi presentati da regioni ed enti locali e che una forte opposizione verrà manifestata sull'individuazione dei siti e delle centrali che verranno autorizzate.
Il vostro non è solo un modo sbagliato di rapportarsi con la questione energetica, voi rischiate di ficcarvi non su una strada superveloce bensì in un vicolo cieco, in fondo al quale ci accorgeremo di non avere aumentato la dotazione e la generazione di energia per il paese ma solo di aver perso ulteriore tempo prezioso per la costruzione di un paese più libero, più sicuro e più moderno (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Amici. Ne ha facoltà.

SESA AMICI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, con questo decreto-legge si ripresenta all'attenzione di questa Assemblea un punto di vista del Governo sicuramente legittimo, ma sul quale, ancora una volta, vi invitiamo a riflettere. Si tratta della filosofia e dello spirito politico che sostanzia una serie di provvedimenti che voi portate in Assemblea, la stessa filosofia che poc'anzi è stata espressa nel corso della discussione sul provvedimento concernente la questione della BSE (la settimana scorsa, inoltre, abbiamo concluso il provvedimento sulla pubblica amministrazione). Si tratta di provvedimenti che nascono con un intento preciso e che via via invece assumono altri elementi.
Molti colleghi hanno usato, nel corso della discussione sulle linee generali del provvedimento, un'immagine simbolica molto efficace: un treno che parte con un vagone e, man mano che si avvia lungo il cammino, i vagoni diventano sempre di più, diversi, non omogenei tra loro e con il rischio di deragliare. Ma su cosa potrebbe deragliare questo decreto-legge? I colleghi che mi hanno preceduto hanno posto l'accento su due elementi: il primo è sicuramente aver rilevato in tutta la sua infondatezza l'elemento dell'urgenza. Non c'è un'emergenza di blackout e non c'è urgenza. Questo provvedimento recava un titolo molto esplicito che però ormai non c'è più: «Misure urgenti per garantire la sicurezza del sistema elettrico nazionale»; oggi, questo decreto-legge ha invece un altro obiettivo: accelerare le procedure autorizzative ed entrare in una sorta di vero e proprio conflitto con una legge dello Stato (la riforma del titolo V della Costituzione) che non solo è stata approvata dalle Camere ma è anche confermata dal referendum popolare.
Credo sia necessario riflettere su questa materia perché sono già troppe le leggi che abbiamo approvato e alcune sono già oggetto di contenzioso tra le regioni e lo Stato. È un elemento di grande preoccupazione che dovrebbe riguardarci tutti


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perché quando, nella concezione della statualità, si immettono elementi di conflitto fra organi dello Stato non si produce una migliore efficienza od efficacia delle iniziative che vogliamo ma si crea la paralisi istituzionale ed una sorta di palude. È del tutto evidente e sarebbe davvero interessante leggere il carteggio intervenuto fra la Conferenza Stato-regioni ed una serie di regioni che hanno chiesto ai rappresentanti della Conferenza di farsi portatori di un elemento che riguarda l'autonomia dettata da una legge costituzionale e non solo. Siamo, infatti, già oltre l'autonomia poiché c'è la Costituzione che demanda alle regioni compiti precisi. Questa materia è oggetto di legislazione concorrente regionale: che cosa abbiamo prodotto invece, già nel passaggio al Senato? Voglio leggerlo testualmente perché ci impone una riflessione seria sul merito, sulla natura giuridica e sugli elementi giuridici che devono aiutarci a compiere le scelte politiche.
L'articolo 1 del decreto-legge al nostro esame, al comma 1, dice che la disciplina in questione è dettata «sino alla determinazione dei principi fondamentali della materia in attuazione dell'articolo 117, terza comma, della Costituzione». Viene cioè riconosciuta la fondatezza del fatto che si stia trattando di una materia concorrente regionale, eppure lo Stato interviene appropriandosi di una competenza che non gli spetta ed invocando in questo una mancanza nella determinazione dei principi fondamentali. È una strana logica, anche dal punto di visto giuridico, quella che sostanzia la vostra scelta. Questo Governo sa che il referendum si è svolto, c'è un ministro competente per l'attuazione della riforma del titolo V della Costituzione e dei rapporti con le regioni: mi riferisco al ministro La Loggia, che è venuto anche in Commissione Affari costituzionali a dirci dell'esitenza di un problema serio di attuazione del titolo V della Costituzione; poi, nel frattempo, è intervenuta la famosa devoluzione del ministro Bossi, il quale si limita ad enunciare una serie di principi ed ancora siamo in attesa di capire in cosa veramente consista.
Alla fine di tutta questa discussione però, una cosa è sicuramente chiara: proprio perché non c'è determinazione dei principi fondamentali è del tutto evidente che, qualora si intervenisse a livello di Costituzione a determinare quei principi, varrebbero semplicemente le altre norme costituzionali o, altrimenti, le leggi ante riforma.
Nel caso specifico, in materia di energia si interviene su questioni che attengono alla programmazione del territorio, alla localizzazione e (hanno ragione i colleghi che mi hanno preceduto) all'individuazione di opere di pubblica utilità; chi ha amministrato sa bene che quando si individua un'area come area di pubblica utilità e si attuano gli strumenti che vanno dall'esproprio a quant'altro, si tratta semplicemente di una variante di tipo urbanistico e la variante ai piani urbanistici è materia tipicamente regionale.
La questione energetica è un tema così delicato che ormai attiene alla sensibilità di tanta cultura politica ed è diventata quasi senso comune dei cittadini; infatti, quando si parla di energia, di localizzazione di nuove centrali, di incremento del numero delle centrali, interviene immediatamente, tra Stato e regioni, un altro grande soggetto protagonista: mi riferisco ai cittadini, con le loro paure ed il loro bisogno di sicurezza, e di risposte, rispetto a tali questioni. Proprio perché questo terzo soggetto interviene, ancora di più siamo chiamati ad un atto di responsabilità politica, atto che non può essere sottratto alle regioni. Ad esse, stranamente, voi volete sottrarre, in questo concetto di devoluzione, il potere vero di determinare tali scelte, mentre lasciate loro, all'interno di una logica tipicamente centralista, la gestione del conflitto con le proprie popolazioni. Questo è un elemento grave, ed è ciò che sostanzia la vostra visione centralista. Tale rinnovato centralismo potrà produrre solo un ulteriore elemento di contenzioso, il quale non aiuterà a migliorare la qualità della strategia energetica.
Il presente decreto-legge sottende semplicemente un disegno, che è molto simile


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a quello presente nei tanti provvedimenti che abbiamo approvato, o meglio che voi avete approvato, in Assemblea: quello di intervenire attraverso singoli elementi in maniera disordinata, imprecisa, paradossalmente e semplicemente confusa, ma in fondo molto chiara, perché attraverso tali elementi non strategici e non unitari vi apprestate ad una demolizione continua di un concetto di statualità positiva nel rapporto tra cittadini e Stato.
Per tali motivi, sia attraverso la presentazione delle singole proposte emendative sia tramite la discussione che ci vedrà impegnati sugli emendamenti stessi, tenteremo ancora una volta di sostenere le ragioni della concretezza e del buonsenso, al fine di farvi riflettere prima di approvare provvedimenti così contraddittori (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Cazzaro. Ne ha facoltà.

BRUNO CAZZARO. Signor Presidente, intervengo per rimarcare alcuni aspetti che già altri colleghi prima di me hanno trattato. Chi ha avuto la pazienza di ascoltare avrà potuto comprendere come nel nostro argomentare non vi sia alcun intento ostruzionistico, ma vi sia semplicemente il tentativo di migliorare il testo al nostro esame. Le proposte emendative che abbiamo presentato sono di assoluto buon senso e ragionevoli ed è quindi difficile capire come il Governo e la maggioranza non possano accoglierle.
L'impostazione del provvedimento, come si è detto, rischia di portare ad un risultato opposto a quello che si dichiara di voler perseguire. In primo luogo, il provvedimento viene motivato da un'urgenza che in effetti non esiste, almeno nei termini in cui viene presentata: il pericolo di blackout, infatti, non è così imminente, come ha dimostrato il lavoro della Commissione attività produttive. Si tratta, certo, di evitare in Italia una crisi nella fornitura di energia, ma abbiamo i tempi, i margini e, quindi, la possibilità per lavorare con maggiore serietà e con maggiore ragionevolezza. In realtà pensiamo che la drammatizzazione, effettivamente avvenuta, dei dati e della situazione sia motivata dal dover giustificare la logica della decretazione d'urgenza.
Sappiamo bene che il problema esiste e siamo noi stessi a sottoporlo con insistenza; tuttavia, non si pone sicuramente nei termini che si è cercato di dimostrare. Tra l'altro, nel provvedimento in esame si è cercato di aggiungere altri aspetti (oltre a quelli contenuti nell'articolo originario) che, invece, meritano di essere affrontati in altra sede e non certo attraverso un decreto-legge, data la complessità della materia. Ora ci si orienta a ritirarli e questo è un fatto positivo che costituisce anche il risultato della nostra azione e del nostro argomentare.
Denunciamo con forza questo pericolo: anziché approvare un provvedimento che semplifichi e acceleri la realizzazione degli impianti di cui il paese ha bisogno, si rischia di creare una situazione opposta, ossia di creare ostacoli, difficoltà e problemi aggiuntivi. Inoltre, vi è il pericolo di creare una situazione in cui si riducono i margini di tutela ambientale, si scavalcano i diritti e le prerogative delle regioni e degli enti locali, fino a forzare la normativa costituzionale.
Non contestiamo la necessità di aumentare la produzione di energia nel nostro paese, ma il problema va affrontato senza improvvisazioni, con rigore e con serietà. Il decreto-legge in esame appare, quindi, sbagliato nel metodo e nel merito, sproporzionato rispetto ai bisogni e alle necessità, scavalca le regole e non stabilisce poi cosa fare.
Come è già stato detto, siamo in presenza della richiesta di circa 600 nuovi impianti. Si tratta di una richiesta spropositata rispetto alle reali necessità del paese e, pertanto, occorre decidere quali impianti autorizzare e in quali territori, definire le priorità e stabilire quali criteri utilizzare per individuare le priorità stesse. Ecco perché la proposta contenuta in un nostro emendamento, volta a individuare un accordo quadro che veda il Governo, le regioni e gli enti locali lavorare


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insieme, in modo concertato, per definire questo quadro di priorità, è assolutamente ragionevole poiché punta a semplificare e non a creare problemi.
Non si capisce, allora, perché si voglia rifiutare questo modo serio e responsabile di affrontare i problemi; insistiamo, quindi, nel proporre questo modo di procedere e di lavorare. Ci aspettiamo risposte positive; diversamente, emergerebbe lo spirito vero che sta dietro a questo modo di procedere da parte del Governo; mi riferisco ad una logica centralistica, dirigistica e, alla fine, poco produttiva, con una filosofia di fondo: ritenere che le regole e il confronto siano solo un impaccio e pensare di procedere con l'arroganza dei numeri, secondo questa stessa logica centralistica.
Siamo disponibili ad un confronto serio, vogliamo concorrere alla formazione di provvedimenti in grado di affrontare adeguatamente la questione per la complessità che la caratterizza. Siamo disponibili a fare ciò in un quadro di rispetto delle regole e delle normative nazionali ed europee e degli indirizzi internazionali che ormai si vanno profilando e che dovremmo accogliere anche nel nostro paese.
Riteniamo inaccettabile l'impostazione secondo cui il ministro delle attività produttive diviene l'unico decisore, che scavalca punti di riferimento fondamentali, appropriandosi di competenze che appartengono, invece, alle regioni e agli enti locali. Ciò è già stato sottolineato anche in altri interventi.
Siamo, dunque, disponibili a confrontarci seriamente e ad operare attivamente per affrontare su un nuovo terreno legislativo, quello di un disegno di legge, la materia energetica nella sua complessità, mettendo a frutto positivamente il lavoro compiuto dalla Commissione attività produttive in termini di ricerca e di analisi.
Vogliamo, quindi, proseguire con serietà e rigore nella politica di regolazione e di liberalizzazione del mercato energetico nel nostro paese per rendere il sistema più competitivo e vogliamo procedere nel lavoro positivo e nel processo di liberalizzazione coraggiosamente impostato dai governi di centrosinistra (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Lion. Ne ha facoltà.

MARCO LION. Signor Presidente, onorevoli colleghi, nell'illustrare gli emendamenti dei Verdi giova ricordare che in riferimento a questo decreto-legge già al Senato avevamo presentato una questione pregiudiziale motivata dalla palese incostituzionalità di questo provvedimento. Anche se la questione pregiudiziale è stata respinta, l'incostituzionalità di questo decreto-legge permane in tutta la sua evidenza. In primo luogo, infatti, non si ravvisano i requisiti di necessità ed urgenza in quanto le motivazioni addotte dal Governo circa l'indispensabilità di garantire la sicurezza del sistema energetico nazionale sono assolutamente da dimostrare e si traducono, di fatto, in un accentramento dell'intervento legislativo nelle mani del Governo, comprimendo l'indispensabile approfondimento da parte del Parlamento su questioni di tale portata.
In secondo luogo, si ravvisa una palese violazione dell'articolo 117 della Costituzione recentemente novellato, secondo cui le politiche energetiche sono affidate alla legislazione concorrente. Infatti, il decreto-legge non contiene solo norme di indirizzo, ma interviene dettagliatamente su tutto il procedimento comprimendo pesantemente i poteri degli enti locali.
Aggiungo che i profili di incostituzionalità del provvedimento in esame non solo esistono in riferimento al nuovo, ma esisterebbero anche in relazione al vecchio articolo 117 della Costituzione, trattandosi di questioni che non riguardano semplicemente in senso stretto l'energia, ma che concernono anche il territorio e la sua gestione.
Nella definizione di questo decreto-legge si è voluto - o, forse, si è dovuto - persino abusare del termine sicurezza: un decreto-legge, addirittura, per la sicurezza del sistema elettrico. Altro non si tratta che di norme raffazzonate in fretta e furia


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per aumentare la produzione di energia elettrica con la costruzione indiscriminata - è questo il termine giusto, non la sicurezza - di nuove centrali e per centralizzare le decisioni. Il tutto avviene attraverso una devastante deregulation territoriale. Si arriva, infatti, a prevedere che un atto del Governo costituirebbe variante urbanistica al piano regolatore di qualunque comune e questo - lo ribadisco - è certamente incostituzionale in riferimento sia al nuovo sia al vecchio articolo 117 della Costituzione.
Nei fatti, con questo provvedimento sono totalmente espropriati i poteri autorizzatori delle regioni ed i poteri dei comuni riguardo alla gestione ed alla destinazione del territorio. Ciò non solo alla luce della normativa finora vigente, in particolare il decreto legislativo n. 112 del 1998, ma soprattutto a fronte del titolo V della Costituzione che, nel ribadire le competenze costituzionali delle regioni in materia urbanistica, affida alla legislazione concorrente le politiche energetiche.
Non ci si limita, infatti, a dettare norme generali di indirizzo, ma si affida l'intero procedimento all'autorità centrale fino a giungere all'approvazione dei singoli progetti, alla loro realizzazione ed all'autorizzazione a costruire, addirittura alla variante al piano regolatore, incidendo, così, pesantemente sulle prerogative delle autonomie locali.
D'altronde, che questo Governo esprimesse, alla faccia della Lega nord Padania, una filosofia neocentralista era evidente a tutti già con i diversi provvedimenti fin qui approvati in Parlamento. Nel caso oggi in esame questa pratica neocentralista è stata apertamente enunciata anche nell'audizione dello scorso 27 febbraio dal ministro delle attività produttive Marzano, così com'è stata annunciata dallo stesso ministro Marzano la volontà di riportare all'autorità centrale le materie relative alla produzione, al trasporto e alla distribuzione nazionale dell'energia, oggi oggetto di legislazione concorrente.
Ritorniamo alle premesse che sottendono al decreto-legge al nostro esame, cioè l'urgenza e la necessità di garantire la sicurezza del sistema elettrico nazionale. Ci sono molte cose, dati e conti che non tornano, non solo perché in Italia si continua, giustamente, ad essere prevenuti sulla lettura effettiva del fabbisogno energetico e sulle sue proiezioni: non sarà certamente un caso se la definizione «padroni del vapore» è entrata nell'uso comune.
D'altronde, l'esperienza accumulata con i tanti piani energetici nazionali - il più delle volte sovradimensionati, in realtà impostati per favorire questa o quella lobby - ci porta a diffidare delle reali intenzioni che sottendono a provvedimenti di questo tipo. L'esperienza del nucleare in Italia e la sua presunta ineluttabilità - anche quella volta per garantire la sicurezza del sistema elettrico nazionale - erano supportati da previsioni mirabolanti di consumi elettrici che i fatti hanno dimostrato inesistenti: anche questa volta ci pare proprio che si faccia un uso distorto dei dati per favorire i soliti noti.
Esaminiamo allora questi dati, riprendendo le stesse fonti utilizzate dal relatore del provvedimento in esame. Si fa riferimento, in particolare, ai dati forniti dal gestore della rete di trasmissione nazionale che, in Commissione, ha dichiarato che, oggi, in Italia abbiamo 76.400 megawatt disponibili ed una potenza offerta alla punta di 48.700 megawatt.
Inoltre, come richiamava anche il relatore, includendo l'importazione dall'estero, la capacità di coprire la punta della domanda è pari a 54.700 megawatt. Tuttavia, il Governo, motivando questo decreto-legge, ammonisce che il punto massimo di fabbisogno di potenza è stato raggiunto lo scorso 11 dicembre, con una domanda pari a circa 52.000 megawatt: da ciò deriverebbe l'evidenza della crisi energetica nel nostro paese.
In verità, le cose non stanno proprio così. Per quali motivi il Governo non spiega come mai la capacità produttiva del nostro paese, calcolata come rapporto tra margine di riserva e domanda di punta, sia pari al 53 per cento, contro il 38 per cento della Germania e il 50 per cento della Spagna? A quanto ci risulta, solo la Francia, con il 55 per cento, ha un margine


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comparabile al nostro e l'Inghilterra e i Paesi scandinavi, che per primi hanno liberalizzato i rispettivi mercati, mostrano margini di sicurezza decisamente più ridotti del nostro.
L'elevato margine di sicurezza del nostro sistema elettrico, inoltre, è favorito dall'ampia capacità di interconnessione con i paesi vicini e, come sottolineato di recente anche dalla Commissione europea, le interconnessioni contribuiscono al bilanciamento del sistema elettrico continentale e alla sicurezza degli approvvigionamenti. L'Italia è un paese altamente interconnesso con l'estero e il contributo dell'import è destinato, peraltro, a crescere, grazie alle nuove interconnessioni previste, fra cui il cavo Italia-Grecia.
Inoltre, la differenza tra capacità installata effettiva e produzione di energia elettrica, causata dai limiti fisici della rete di trasmissione in determinati punti del sistema di trasporto elettrico, rende semmai necessario un intervento migliorativo del sistema di trasporto stesso e non un intervento mirato al potenziamento della produzione.
Che dire, poi, dei dati forniti dall'ENEL nel corso delle audizioni parlamentari? Ad ulteriore smentita del Governo, questi dimostrano con chiarezza che solo nell'anno 2000 si è riscontrato un valore di riserva prossimo al 25 per cento, dato largamente superiore a quello di gran parte degli altri paesi aperti alla competizione. Di conseguenza, non è un caso che l'amministratore delegato dell'ENEL, Franco Tatò, nella seduta dello scorso 23 gennaio, abbia dichiarato ai membri della X Commissione di ritenere che il livello di capacità installata sia sufficiente a garantire la sicurezza del sistema e la continuità del servizio e che - pur considerando l'aumento della richiesta degli ultimi mesi e quella prevista nei prossimi anni - un modesto incremento della capacità sia sufficiente a sostenere la domanda elettrica del paese per i prossimi anni.
Appare perciò evidente che la premessa di questo provvedimento d'urgenza non è basata su dati oggettivi ma, in realtà, attraverso forzature e proclami allarmistici della situazione, si vuole giustificare il provvedimento stesso e suoi contenuti altamente negativi.
Non è affatto un caso che il Governo, cercando di fornire una motivazione al decreto-legge in esame, utilizzi la punta oraria di maggior fabbisogno registrata l'11 dicembre 2001, cioè utilizzi i dati e soprattutto una situazione altamente anomala ed esasperata, frutto di un'eccezionale siccità, rea di aver fatto svuotare i bacini idrici, e di uno degli inverni più rigidi del secolo. Semmai, sarebbe utile che Governo si interrogasse sul perché si stiano verificando questi mutamenti climatici e queste condizioni meteorologiche estreme, prima di dare il via ad un inconsulto aumento di anidride carbonica, come accadrebbe se questo decreto-legge venisse convertito.
Tuttavia, anche a fronte di questa combinazione di fattori negativi, anche l'11 dicembre 2001, il nostro sistema ha dimostrato affidabilità e sicurezza, continuando a fornire a tutti energia elettrica, senza entrare in blocco come è avvenuto nella liberista California.
Appare, quindi, chiaro che, in Italia, la capacità installata è sufficiente a garantire sicurezza nel breve e nel medio periodo, pur considerando l'aumento della richiesta negli ultimi mesi e quella prevista per i prossimi anni.
I dati parlano chiaro: per garantire al paese una fornitura continua non serve affatto questo decreto-legge, ma è chiaramente sufficiente solo un modesto incremento della capacità elettrica. Dunque, a cosa serve questo decreto-legge? Presto la Camera voterà la ratifica del protocollo di Kyoto e con questo decreto si dà il via libera alla costruzione di nuove centrali senza alcuna forma di programmazione in materia di energia, senza ragionare minimamente di risparmio, di efficienza e di emissioni, fuori da una strategia di piano, con processi arbitrari di deregolamentazione e semplificazione assolutamente inaccettabili, sia per i poteri che attualmente la Costituzione attribuisce a regioni ed enti locali sia per la mancata e puntuale valutazione ambientale.


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Con il protocollo di Kyoto dovremo lavorare per ottenere una riduzione del 6,5 per cento delle emissioni, ma in questo decreto non vi è alcun riferimento ad obiettivi ambientali, non viene richiamato il protocollo di Kyoto, non si parla di riduzione complessiva delle emissioni in atmosfera per migliorare la qualità dell'aria del nostro paese.
Non è delineato alcun piano strategico che punti sulle energie rinnovabili, sulla diversificazione delle fonti, sulle fonti pulite, sulla ricerca e sull'innovazione. Anziché sviluppare un progetto di potenziamento delle fonti rinnovabili si prospetta l'insediamento di grandi nuclei di produttori di energia, senza alcun criterio per una equilibrata distribuzione nel territorio del paese, ma solo autorizzando la costruzione, nel caso di richiesta da parte dei privati, dove è per loro più conveniente dal punto di vista economico.
Non viene previsto alcun concreto strumento per favorire lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili né per contenere i consumi industriali, commerciali e familiari, introducendo tecnologie basate sul risparmio energetico, finanziando l'installazione di impianti solari, sostenendo economicamente le costruzioni abitative e commerciali che presentano soluzioni innovative di risparmio energetico.
A fronte di circa 600 domande di costruzione di nuove centrali o di ristrutturazione di quelle già esistenti, per un totale di 115 mila MW, in questo decreto-legge non sono affatto esplicitati né i criteri né le modalità con cui si effettua la selezione di queste opere. D'altra parte - come ha ricordato il gestore della rete di trasmissione nazionale - 115 mila MW equivalgono a ben tre volte il fabbisogno totale di energia richiesto oggi dal paese e di cui il paese già dispone.
Come si fa a favorire in maniera così indiscriminata la costruzione di nuove centrali senza collegare tale proposta ad una corretta identificazione delle questioni ambientali connesse non soltanto in termini di valutazione di impatto ambientale, ma anche in relazione alle posizioni assunte dal stesso Governo italiano relativamente alle iniziative da adottare una volta firmato il protocollo di Kyoto? Con i nostri emendamenti chiediamo di prevedere che per tutte le proposte di nuove centrali, formulate sulla base del decreto-legge in esame, non solo venga effettuata, caso per caso, la valutazione di impatto ambientale, ma venga anche realizzata una valutazione ambientale strategica, volta ad identificare la cornice entro cui devono essere effettuate le verifiche e rilasciate le autorizzazioni.
La valutazione ambientale strategica potrebbe consentire, a monte, di semplificare e ridurre il numero dei progetti sui quali indagare, favorendo in tal modo sia il proponente, che deve investire in progettazioni e in processi autorizzativi, sia la parte pubblica, che deve poi valutare tali progetti.
Se fossero stati precedentemente definiti la cornice ambientale, le tipologie, gli ambiti territoriali, i sistemi di produzione e di consumo connessi ai singoli bacini rispetto a chi produce, si sarebbe ridotta di molto la proliferazione dei progetti che, anche se purtroppo verranno autorizzati, in buona parte non verranno poi realizzati.
Proponiamo emendamenti che, sicuramente, permettono di scegliere meglio, più in fretta e, certamente, con una ricaduta ambientale sostenibile.
Se non verranno accolte le nostre proposte, con un provvedimento così congegnato corriamo il rischio che ogni singolo impianto possa superare la valutazione di impatto ambientale perché, di per sé, rispetta i parametri delle emissioni in atmosfera, senza che vi sia uno strumento che consenta di valutare la sommatoria dei diversi impianti che ci vengono proposti su un bacino territoriale in cui vivono nostri concittadini. In definitiva non sarebbe possibile selezionare il grado di sostenibilità di queste centrali. Basta esaminare gli ordini del giorno, sottoscritti anche da esponenti della maggioranza, per capire quanto questo problema sia sentito.
Altri emendamenti riguardano la necessità di ristabilire, contrariamente a quanto previsto in questo decreto-legge, le


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competenze che riguardano i processi di localizzazione e di autorizzazione. Questi processi devono rimanere attribuiti alle regioni, come le prerogative nel campo delle varianti urbanistiche devono essere lasciate ai comuni. Senza le nostre modifiche, con questo provvedimento le regioni non sono più titolari delle concessioni e delle autorizzazioni ma intervengono d'intesa, mentre i comuni vengono sentiti nella Conferenza dei servizi che - vogliamo ricordarlo - può comunque decidere a maggioranza. Inoltre, fatto che riteniamo ancor più grave, si specifica che il processo autorizzativo del Ministero delle attività produttive sostituisce e supera la procedura di variante urbanistica, riassorbendo in questo modo anche i processi autorizzativi locali che sono sempre indispensabili e che rientrano nelle specifiche prerogative attribuite dalla Costituzione ai comuni e agli enti locali.
Inoltre, al Senato questo decreto-legge è stato ulteriormente stravolto dagli emendamenti della maggioranza e del Governo ed ora, con gli articoli aggiuntivi 1-bis e 1-ter, assume e modifica compiti di natura regolamentare. Per fortuna, è stato presentato un emendamento soppressivo di questi due articoli. In conclusione, come Verdi riteniamo che questo decreto-legge rifletta un metodo e un'idea del tutto inadeguati della programmazione territoriale e del problema dello sviluppo, per quanto riguarda non soltanto il mercato energetico, ma anche la qualità dell'approvvigionamento energetico e le sue relazioni con l'inquinamento e con l'ambiente.
Per queste ragioni, chiediamo all'Assemblea di apportare ulteriori modifiche a questo provvedimento, esprimendosi favorevolmente nei confronti dei nostri emendamenti.

PRESIDENTE. Prego i colleghi di rispettare i tempi, altrimenti poi mi accusano di violare il regolamento, cosa che non mi piace venga detta.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Grotto. Ne ha facoltà.

FRANCO GROTTO. Signor Presidente, a tre anni dall'avvio del processo di liberalizzazione del mercato elettrico italiano, è opportuno soffermarci su alcune inefficienze che rendono critica la situazione del settore energetico nel nostro paese, in primo luogo, per la crescente carenza di capacità produttiva. Infatti, a fronte di una capacità installata nel 2001 di circa 76 GW, ne risultano disponibili per l'esercizio soltanto 48 circa, a causa di riduzioni dovute a fermate per indisponibilità, ambientalizzazione di alcune centrali, manutenzione e via dicendo. Se consideriamo che l'attuale fabbisogno supera i 50 GW e che l'importazione dall'estero è al massimo di 6 GW, si capisce la necessità di avere nuova capacità produttiva. A quanto detto, va aggiunto un incremento della domanda di elettricità che, per il 2002, si prevede pari al 3 per cento.
Un'altra carenza riguarda i tempi di realizzazione di nuove linee sulla rete di trasmissione. Infatti, non basta costruire nuove centrali per soddisfare la richiesta di energia elettrica, ma occorrono anche linee di trasporto che siano in grado di «vettoriarla» nelle zone di maggiore fabbisogno. Sarebbe singolare prevedere un aumento indiscriminato di capacità produttiva installata in zone già sature da cui rimarrebbe impossibile trasportare la nuova energia prodotta. Un caso per tutti è rappresentato dalla Puglia che aspetta la costruzione della nuova linea Matera-Santa Sofia per poter trasportare l'energia prodotta dalla Puglia alla Campania. Dunque, non basta costruire queste centrali, se poi non si rivede anche la rete di distribuzione.
Tuttavia, oltre ad aumentare le linee di trasporto tra le varie zone del paese, è necessario incrementare la capacità di trasporto sull'interconnessione con i paesi frontalieri, rispondere alla richiesta di connessione di nuovi impianti di generazione nonché far fronte alla crescita di consumo di energia elettrica.
Per soddisfare queste esigenze, in tempi congrui con la partenza del mercato dell'energia elettrica, è necessario trovare un adeguato strumento legislativo che snellisca


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i tempi di realizzazione. Oggi ci troviamo ad esaminare il tanto atteso decreto-legge che, dopo aver subito al Senato una serie di emendamenti, proposti anche dal Governo, viene praticamente ripresentato in un solo articolo, che ha al suo interno l'unico punto importante riguardante la cosiddetta dichiarazione di opera di pubblica utilità per la costruzione e l'esercizio degli impianti di energia elettrica superiore a 300 megawatt, nonché per le opere connesse alle infrastrutture indispensabili. Questi impianti vengono assoggettati ad un'unica autorizzazione rilasciata dal Ministero delle attività produttive.
A questo proposito, credo sia opportuno fare alcune considerazioni. La prima considerazione che mi sento di fare è che, per quanto riguarda l'energia, la legge costituzionale prevede che la produzione, il trasporto e la distribuzione di energia elettrica siano materie di competenza delle regioni, fatta salva la determinazione dei principi fondamentali riservata allo Stato. Se non c'è un accordo quadro con gli enti locali, in particolar modo con le regioni, che definisca i criteri che presiedono all'istruttoria relativa al procedimento unico, c'è il pericolo di un contenzioso con le stesse regioni che rallenterebbe sicuramente l'iter burocratico della costruzione delle centrali fino a bloccarlo. La seconda considerazione che mi sento di fare è che il decreto-legge non prevede un esame congiunto di tutti i futuri progetti realizzativi di impianti di energia elettrica superiore a 300 megawatt, ossia di progetti che verranno presentati al Ministero delle attività produttive per l'autorizzazione.
Certamente, la grossa carenza che si nota è che in questa materia manca una seria programmazione. Questo esame, invece, dovrebbe portare a una valutazione delle proposte in un quadro generale che tenga conto sia delle diverse capacità produttive delle singole regioni sia dei vincoli strutturali ripartiti tra le zone della rete di trasmissione nazionale, in modo da consentire il giusto vettoriamento dell'energia prodotta. Infatti, sarebbe singolare prevedere un aumento indiscriminato di capacità produttiva installata in zone già sature, da cui rimarrebbe impossibile trasportare la nuova energia prodotta nelle zone limitrofe, a meno che non si pensi di risolvere il problema con la partenza del mercato dell'energia elettrica. In questo caso sarà il sistema delle offerte ad effettuare la selezione tra le varie centrali di produzione, in funzione del prezzo di offerta. Avremo così centrali più nuove, a migliore rendimento e a prezzo di combustibile più basso, che saranno favorite rispetto ad altre che avranno difficoltà ad entrare nel mercato. La conseguenza sarà che in alcune zone, dove la capacità produttiva installata è alta e non tutta trasportabile, alcune centrali dovranno rimanere spente, mentre in altre zone a carenza di produzione saranno abilitate tutte le centrali: questo sicuramente comporterà la sopravvivenza in alcune regioni di impianti obsoleti a peggior impatto ambientale. Anche se la liberalizzazione del mercato dell'energia elettrica e la conseguente competitività sul parco di generazione migliorerà l'efficienza del sistema, sarebbe auspicabile che questo avvenisse in un quadro di regole definite e non discriminatorie e in cui tutti i concorrenti partissero alla pari, indipendentemente dall'area geografica di appartenenza.
Un altro aspetto da non sottovalutare è che, al di là di chi gestisce le competenze autorizzative, bisogna sempre considerare l'impatto che queste opere e questi impianti hanno sulle popolazioni dei territori interessati. Quindi, deve essere portata avanti una politica di coinvolgimento e di rapporto continuo con gli enti locali competenti e deve essere resa una giusta informativa alle persone sul territorio.
Praticamente, lo sviluppo che noi vogliamo creare deve essere compatibile non solo con il territorio, ma anche con la qualità della vita. Inoltre, è importante l'integrazione delle politiche ambientali con quelle energetiche. Sicuramente, la politica energetica richiede la revisione delle politiche ambientali che potrebbero limitare, se non impedire, la realizzazione degli interventi strutturali di cui ha bisogno il mercato elettrico. In particolare, mi


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riferisco alla disciplina di VIA (valutazione di impatto ambientale), dell'inquinamento elettromagnetico, dell'emissione in atmosfera.
Le politiche energetiche dovrebbero essere maggiormente coordinate ed integrate e, parallelamente alla predisposizione di un testo unico per l'energia, dovrebbe essere predisposto un testo unico per l'ambiente. A questo proposito, è importante che gli impianti vengano costruiti nel rispetto delle vigenti normative in materia di emissioni inquinanti, anche in vista del recepimento del Protocollo di Kyoto da parte dell'Unione europea.
È altresì necessario che vengano definite in modo preciso le competenze in materia di controllo del rispetto dei parametri citati in precedenza. Dopo la conversione di questo decreto-legge chi controllerà, ad esempio, le emissioni di questi impianti? Si tratta di controlli che, finora, erano di esclusiva competenza delle province mentre, una volta convertito questo decreto-legge, non si capirà bene quale dovrà essere l'ente deputato a garantire il controllo continuo delle emissioni in atmosfera.
Un altro importante aspetto che sento di sottolineare riguarda le aree di rilevante interesse storico ed ambientale e le città d'arte, in cui insistono più iniziative industriali ed energetiche. Al riguardo deve essere promossa una procedura di valutazione ambientale strategica, non possiamo limitarci alla sola VIA. In particolare, l'area del nord Adriatico comprende, tra le altre, la città di Venezia, la sua laguna, la città di Chioggia, il delta del fiume Po e le lagune di Goro e di Scardovari, patrimoni e beni preziosi per la nostra nazione e non solo. Assieme costituiscono da sempre un unicum naturalistico, ambientale ed artistico, la cui tutela e salvaguardia va garantita. Il legislatore, se pur parzialmente, si è già espresso in questa direzione. La salvaguardia di Venezia e della sua laguna è stata considerata un problema di preminente interesse nazionale. Molte sono le iniziative indirizzate a salvaguardare il delta del Po e a valorizzare il suo immenso patrimonio naturalistico e storico. A questo proposito va ricordato che le regioni Emilia-Romagna e Veneto hanno istituito con apposite leggi il parco naturale del delta del Po.
È noto come in queste zone le attività turistiche, nate e consolidatesi attorno alla gestione delle spiagge del nord Adriatico, contribuiscono al buon andamento dell'economia di quell'area. Parimenti, è nota l'importanza delle attività legate al turismo, alla pesca e all'acquacultura. Nonostante ciò quest'area, è bene ricordarlo, è soggetta ad un forte degrado ambientale. Basta considerare che attraverso le attività industriali, l'agricoltura e gli insediamenti abitativi del nord d'Italia si continuano a versare nel bacino del fiume Po veleni letali per la flora e la fauna dell'Adriatico e del delta del Po.
Inoltre, l'area del nord Adriatico è fortemente interessata da gravi fenomeni di subsidenza; l'estrazione indiscriminata di gas metano ha determinato e può determinare un abbassamento dei suoli. Nonostante tutto ciò si insiste per l'estrazione del gas in alto Adriatico - prevista, tra l'altro, dalla legge obiettivo approvata dal CIPE - e per la costruzione di un terminale gasifero a ridosso del delta del Po. Si tratta di un terminale che, sicuramente, potrà servire al fabbisogno energetico nazionale ma, collocato in quell'area, creerà grossissimi problemi all'area stessa. Fra l'altro, in quell'area, insiste una delle più grandi centrali termoelettriche d'Italia - 2.600 megawatt di potenza - che, in questo periodo, dovrà essere ambientalizzata urgentemente, poiché sta creando notevoli problemi ambientali per quanto riguarda le emissioni.
Per questo motivo, non siamo soddisfatti del provvedimento in esame ed auspichiamo che il Governo, tenendo conto degli orientamenti propositivi che verranno espressi nel documento conclusivo dell'indagine conoscitiva della X Commissione, sappia presentare (con il contributo delle varie parti) un disegno di legge di complessivo riordino del settore dell'energia (Applausi dei deputati del gruppo misto-Socialisti democratici italiani).


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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Lusetti. Ne ha facoltà.

RENZO LUSETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor ministro, capisco la fretta del Governo, per le ragioni che lo stesso ci ha illustrato ieri nel corso della discussione sulle linee generali e, qualche giorno fa, nel dibattito in Commissione (il presidente Tabacci lo ha potuto constatare). Tuttavia, come ha affermato il collega precedentemente, qualche perplessità la si può esprimere in ordine al decreto-legge in esame: non è, infatti, sufficiente costruire nuove centrali, occorre fare qualcosa di più e di diverso! Occorre anche pensare al trasporto dell'energia elettrica (aspetto molto importante che deve essere considerato nell'ambito di una dimensione più ampia e complessiva del problema).
Bisogna, inoltre, tenere conto del parere dei comuni. Purtroppo, siamo di fronte sempre al solito problema: questo Governo ha il vizio di dimenticare che esistono gli enti locali, i comuni, nonché la Conferenza Stato-città che, troppo spesso, viene trascurata e non viene coinvolta; peraltro, alcuni colleghi, come l'onorevole Osvaldo Napoli, che mi auguro mi stia ascoltando (è un alto dirigente dell'ANCI), capiscono l'importanza fondamentale della suddetta Conferenza, anche con riferimento a provvedimenti che coinvolgono il Governo in questa misura.
Ho fatto riferimento all'onorevole Osvaldo Napoli, ma sono tanti gli amministratori, anche appartenenti a questa maggioranza, che percepiscono l'importanza ed il significato del coinvolgimento della Conferenza Stato-città ed anche dei comuni, rispetto ad un tema così importante, come quello dell'energia elettrica.
Vorrei anche ricordare al Governo, al ministro e al sottosegretario Valducci (è più attento in questo momento) che, rispetto al testo iniziale, anche il titolo stesso del decreto-legge fa riferimento alla possibilità di favorire la contendibilità dell'offerta nel mercato dell'energia elettrica.
Anche con riferimento agli emendamenti che ci apprestiamo ad affrontare e a discutere, oltre a considerare i temi, già ricordati precedentemente, del trasporto dell'energia elettrica e della necessità di un coinvolgimento maggiore dei comuni, attraverso la Conferenza Stato-città, credo si debba prendere atto di un altro problema, al di là del fatto che la Presidenza possa giudicare ammissibili o meno alcuni emendamenti per estraneità di materia. Non intendo contestare ovviamente le decisioni della Presidenza, che sono insindacabili, ma parlo a futura memoria rispetto ad un tema così importante come quello che stiamo affrontando.
Come è noto, a livello nazionale, il servizio di distribuzione dell'energia elettrica è attualmente assicurato da un soggetto dominante (per circa l'85 per cento dell'energia distribuita) e da un numero elevato (più di centocinquanta) di piccoli distributori per la parte rimanente.
Tale situazione non è stata determinata da una strategia concorrenziale, ma dalla precedente organizzazione del sistema elettrico nazionale caratterizzata dal monopolio dell'ENEL a cui erano riservate la produzione, la distribuzione e la vendita dell'energia elettrica. Vi era poi un'altra serie di piccoli soggetti, per lo più aziende di enti locali, ma non solo (intendo in questa sede difendere, come ho fatto sempre dall'inizio della legislatura, il mondo delle autonomie), a cui è stata concessa l'opportunità di proseguire l'attività, senza possibilità di crescita.
Un piccolo passo in avanti è stato compiuto con l'articolo 35 della legge finanziaria che ha dato spessore maggiore alle cosiddette aziende ex municipalizzate; ciò, tuttavia, non è sufficiente perché, per molti versi, si è operato un rinvio alla normativa di settore. Poiché già esiste una normativa di settore nel settore elettrico, vorrei che vi fosse una maggiore consapevolezza anche da parte dell'Assemblea rispetto al provvedimento che ci accingiamo a discutere, nonché agli emendamenti ad esso presentati.
Con il decreto legislativo n. 79 del 1999 è stato avviato un processo di aggregazione delle reti nel settore della distribuzione, con il duplice scopo di razionalizzare il servizio e di far crescere una pluralità di


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soggetti imprenditoriali di dimensioni adeguate. Dall'inizio di questa legislatura mi batto, come tanti altri colleghi, per una sorta di liberalizzazione autentica nei vari settori, non soltanto quindi per quella delle telecomunicazioni e dell'energia. Tuttavia, questo Governo e questa maggioranza, che hanno adottato una politica incentrata sulla concorrenza e sulle liberalizzazioni, appaiono alquanto lenti in questo processo di dismissione delle centrali. Non si comprendono per esempio i criteri con cui si dismette.
Scorgo quindi una qualche fatica del Governo che arranca nel processo di liberalizzazione del mercato, relativo, per esempio, alle dismissioni nel settore dell'energia elettrica. Di fatto, credo che, rispetto agli intenti del decreto legislativo n. 79, la situazione sia bloccata per una serie di fattori. In primo luogo, la lentezza del Governo, già ricordata, ma anche la scarsa pluralità dei soggetti coinvolti o l'eccessiva pluralità dei soggetti di minuscole dimensioni coinvolti e, infine, la sistematica ostruzione posta in campo da qualcuno. Questo perchè vi è una qualche difficoltà, per tutti, ad uscire dal regime di monopolio e ciò valeva anche prima per le telecomunicazioni.
In conclusione, attraverso gli emendamenti, chiedo due cose e, successivamente, desidero formulare una richiesta finale al Governo: in primo luogo, chiedo di ampliare le possibilità - questo era il significato di alcuni emendamenti proposti - di espansione delle imprese diverse da quella dominante, prevedendo che alcune realtà - le più affidabili per dimensioni - possano espandersi al di fuori degli ambiti comunali nei quali stanno operando. Questo era il senso di un lavoro svolto «a puntino», - lo ricorderanno i colleghi della Commissione bilancio e, in particolare, il presidente Giorgetti - attraverso la predisposizione dell'articolo 35 della legge finanziaria. Tale scopo è perseguito qualora si preveda una norma che chiarisca e semplifichi le procedure attualmente previste, pur rispettando le normali regole di mercato.
In secondo luogo, vorrei rivolgermi al ministro Marzano affinché accolga questo invito per il futuro - considerato che già sappiamo quale sarà l'esito di questo decreto-legge - per chiedergli di assegnare al Ministero delle attività produttive un ruolo attivo volto ad accelerare i processi di aggregazione delle reti sia negli ambiti comunali in cui esiste una promiscuità di distributori sia negli ambiti contigui.
Credo allora, signor rappresentante del Governo, che, in attesa della conclusione degli iter procedurali già previsti, occorra che il Ministero delle attività produttive sia autorizzato a promuovere accordi che, anche nella fase transitoria, consentano una gestione unitaria del servizio di distribuzione, riconoscendo ai proprietari dei rami d'azienda una remunerazione definita secondo criteri oggettivi ed imparziali.
È evidente che mi sto riferendo al ruolo che possono svolgere i comuni, con tutti i limiti che l'articolo 35 della legge finanziaria ha in qualche modo introdotto, innovando la normativa preesistente. Tuttavia, pur ignorando quale sorte avranno questi emendamenti, se saranno dichiarati inammissibili o respinti (perché la maggioranza mi sembra compatta), ricordi il Governo che, qualora il decreto-legge fosse approvato nel testo attuale, sarà necessario predisporre un altro disegno di legge che affronti tali materie. In caso contrario, si rischia di non procedere nel processo di liberalizzazione dei mercati, configurandosi così questo decreto-legge esclusivamente come un provvedimento «sblocca centrali» che non tiene conto, da un lato, dei comuni e, dall'altro, dello sviluppo reale che noi reputiamo debba avere l'intero sistema dell'energia nel nostro paese.
Credo che, se il Governo terrà conto di queste considerazioni, farà il bene del paese. Se non ne vorrà tenere conto, mi pare che intenda far rimanere le cose come stanno, in palese contraddizione con quanto questa maggioranza ha dichiarato durante la campagna elettorale (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).


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PRESIDENTE. Nessun altro chiedendo di parlare sulle proposte emendative riferite agli articoli del decreto-legge, invito il relatore ad esprimere il parere della Commissione.

LUIGI GASTALDI, Relatore. La Commissione esprime parere favorevole sull'emendamento Gambini 1.68. Per quanto riguarda l'emendamento Gambini 1.77, il parere è favorevole se l'emendamento viene riformulato sostituendo «dopo le parole» con «prima delle parole» e togliendo la virgola prima di «una volta acquisita la VIA».
Sull'emendamento Patria 1.61 il parere è favorevole se alle parole «al periodo precedente» si sostituiscono le parole «al comma 2».
Sull'emendamento Patria 1.62 il parere è favorevole se si sostituisce la parola «coinvolte» con la parola «sentite». Sugli identici emendamenti Saglia 1.40, Vernetti 1.82 e Quartiani 1.83 il parere è favorevole.
La Commissione invita al ritiro dell'emendamento Saglia 1.41 e a trasfonderne il contenuto in un ordine del giorno, con preghiera di riformulare il testo per dare carattere interpretativo. Invito altresì al ritiro degli emendamenti Gambini 1.69, 1.71 e 1.70 e Polledri 1.80, a trasfonderne il contenuto in ordini del giorno. Il parere è favorevole sull'emendamento 1-bis.20 della Commissione.
La Commissione invita a ritirare tutti i restanti emendamenti, sui quali, altrimenti, il parere è contrario.

PRESIDENTE. Il Governo?

MARIO VALDUCCI, Sottosegretario di Stato per le attività produttive. Il parere del Governo è conforme a quello del relatore, tranne sull'emendamento Gambini 1.77, sul quale il parere è contrario anche qualora fosse riformulato.

PRESIDENTE. Passiamo all'emendamento Alfonso Gianni 1.42.
Chiedo al presentatore se acceda all'invito al ritiro rivoltogli dal relatore.

ALFONSO GIANNI. No, signor Presidente, insisto per la votazione e chiedo di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, il decreto-legge è volto a modificare la normativa autorizzatoria esistente per favorire le imprese private che vogliono costruire nuove centrali elettriche.
Con la liberalizzazione della produzione e della distribuzione, si è fatto mercato di un bene indispensabile per l'attività economica del paese e per la vita di ogni cittadino. In questo mercato, diverse imprese e società hanno individuato un grande affare. Hanno già depositato, presso il Ministero delle attività produttive, moltissime domande per la costruzione di nuovi impianti di produzione elettrica.
Con la liberalizzazione del mercato elettrico, nessuno più si preoccupa di capire quanto sarà, in futuro, il fabbisogno effettivo elettrico del paese, quali settori industriali e produttivi, più o meno «energivori», cresceranno, quali saranno i risparmi derivanti dalle innovazioni tecnologiche o dalle fonti rinnovabili.
Con la liberalizzazione, nessuno più si preoccupa di indicare quali aree del paese necessitino di nuovi insediamenti di produzione elettrica, quanto destinare allo sviluppo delle fonti rinnovabili, quanto ridurre la nostra dipendenza dall'estero e quanto ridurre le immissioni inquinanti l'atmosfera, secondo i livelli, seppur moderati, definiti a Kyoto.
Questo decreto-legge vuole istituire un sistema autorizzatorio semplificato per consentire, in tempi rapidi, di avere una licenza per la costruzione di nuove centrali che inevitabilmente peggioreranno la nostra condizione ambientale. Questo provvedimento d'urgenza lo consideriamo, quindi, sbagliato perché, nella sua premessa, sostiene che vi è un imminente pericolo di blackout nella fornitura di energia elettrica su tutto il territorio nazionale.
Noi affermiamo che questo pericolo, oggi, nel breve periodo, è del tutto inesistente,


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poiché - com'è noto - la capacità elettrica installata nel nostro paese è molto superiore rispetto alla domanda di punta. L'Italia, confrontata con i paesi europei, ha una capacità produttiva di 75,9 GW, mentre la domanda di punta più elevata, registrata l'11 dicembre 2001, alle ore 17, è stata di 53,13 GW. Questa capacità, calcolata come rapporto tra margine di riserva e domanda di punta in Italia, è pari al 53 per cento, contro il 38 per cento della Germania ed il 50 per cento della Spagna. Solo la Francia, con il 55 per cento, è a margine comparabile, mentre i paesi che per primi hanno liberalizzato i rispettivi mercati (l'Inghilterra ed i Paesi Scandinavi) mostrano margini di sicurezza decisamente più ridotti.
Siamo consapevoli che la capacità installata non rappresenta un indice del tutto certo dell'effettiva disponibilità di produzione elettrica, perché bisogna considerare i limiti fisici della rete di trasmissione in determinati momenti ed in determinati punti del sistema di trasporto elettrico. Tali limiti possono rendere un impianto, teoricamente, pronto a produrre, ma di fatto, indisponibile, per la mancanza o insufficiente capacità di connessione del sistema, confermando, quindi, che non esiste un problema di produzione elettrica, casomai di trasporto e di distribuzione.
Siamo anche consapevoli che in questa capacità produttiva di riserva è compresa la produzione idroelettrica, la quale - com'è noto - non può essere considerata sempre disponibile, in quanto legata alle condizioni di approvvigionamento idrico dei bacini. Tuttavia, i dati forniti da ENEL, nel corso delle audizioni parlamentari, dimostrano con chiarezza che, nell'anno 2001, il margine di sicurezza, tra capacità di produzione e punta massima di consumo, è rimasto ancora superiore al 20 per cento.
Osserviamo anche che stiamo parlando di dati al massimo della loro esasperazione, perché la fine dell'anno considerato ha visto bacini idrici vuoti per la scarsità di pioggia autunnale ed un inverno tra i più rigidi degli ultimi anni. Tuttavia, anche a fronte di questa combinazione di fattori negativi, il sistema ha dato dimostrazione di affidabilità e di sicurezza.
Come sottolineato di recente anche dalla Commissione europea, le interconnessioni contribuiscono al bilanciamento del sistema elettrico continentale ed alla sicurezza degli approvvigionamenti. Ciò fa sì che l'elevato margine di sicurezza del nostro sistema elettrico sia ulteriormente favorito dall'ampia capacità di interconnessione con i paesi vicini.
In questo senso, il sistema italiano è avvantaggiato dai collegamenti ad alta tensione con l'Austria, la Slovenia, la Svizzera, la Francia e, da ultimo, anche da quello, via cavo, con la Grecia, i quali offrono, di fatto, un'ulteriore capacità aggiuntiva per 6,3 gigawatt (pari alla capacità installata sul territorio nazionale). Inoltre, riteniamo corretto sottolineare che, nei prossimi mesi, saranno completate le conversioni da combustibili tradizionali turbogas di alcune centrali e che, di conseguenza, la percentuale di riserva tecnica produttiva è destinata a consolidarsi.
Per queste ragioni, riconfermiamo che la premessa a questo provvedimento d'urgenza non è basata su fatti oggettivi, ma è volta a produrre un'idea allarmistica della situazione, tendente a giustificare il provvedimento stesso ed i suoi contenuti negativi.
In estrema sintesi, il problema vero del nostro sistema elettrico non è costituito dalla scarsa capacità di riserva o dal parco produttivo obsoleto o inefficiente, ma da alcuni fattori di costo, dai combustibili, dai pesanti oneri di sistema (dovuti al fatto che il nostro paese non ha investito risorse adeguate nella ricerca di tecnologie) e dal carico fiscale derivante dall'applicazione, sull'imponibile della bolletta elettrica, di tasse che risultano essere pari al 13 per cento del totale lordo della fornitura (mentre negli altri paesi sono più basse).
Sono queste le ragioni che ci hanno indotto a proporre all'Assemblea la soppressione dell'articolo 1.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.


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Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Alfonso Gianni 1.42, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 444
Votanti 257
Astenuti 187
Maggioranza 129
Hanno votato
20
Hanno votato
no 237).

Passiamo alla votazione dell'emendamento Alfonso Gianni 1.43.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Alfonso Gianni (Commenti). Ne ha facoltà.

ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, chiedo ai colleghi di avere un po' di pazienza: non abbiamo parlato sul complesso degli emendamenti perché ci siamo riservati di farlo in occasione delle singole votazioni, come ci è consentito dal regolamento.
Il mio emendamento 1.43 si ispira, nell'interesse del paese, all'esigenza di agevolare la crescita e lo sviluppo della produzione elettrica - rispettando il dettato costituzionale in materia di competenze regionali - e, soprattutto, di autorizzare la costruzione di nuove centrali, sulla base, però, del reale fabbisogno, non già del soddisfacimento degli interessi delle imprese industriali, che nel mercato elettrico, sciaguratamente liberalizzato nella precedente legislatura, hanno intravisto possibilità di affari e di profitto.
Il voto favorevole a questo mio emendamento, interamente sostitutivo dell'articolo 1, rappresenterebbe un chiaro segnale di rispetto dell'ambiente, delle prerogative delle regioni e dei diritti dei cittadini. Sotto il profilo più strettamente giuridico, esso mira al conseguimento dei seguenti obiettivi: riportare la disciplina della procedura autorizzatoria nella sfera di competenza delle leggi regionali, nel rispetto del nuovo articolo 117 della Costituzione; in coerenza con l'ultimo periodo del comma 3 del testé citato articolo 117, riconoscere il potere statale di disciplinare i principi fondamentali nelle materie di legislazione concorrente regionale; consentire un approccio diverso al problema della programmazione dell'offerta energetica, cercando di coordinare un minimo di analisi pianificatoria del fabbisogno di energia, su scala nazionale, nei prossimi anni, con il rispetto delle esigenze del territorio; evitare che la realizzazione degli impianti in oggetto sia finalizzata alla sola logica della privatizzazione della produzione di energia elettrica; evitare che la semplificazione delle procedure per l'autorizzazione degli impianti in esame violi la normativa in materia di VIA e penalizzi la partecipazione degli enti locali, dei cittadini, dei comitati e delle associazioni; garantire, comunque, l'autorizzazione degli impianti coerenti con gli obiettivi di cui ai punti precedenti, nell'interesse della sicurezza del sistema energetico nazionale, attraverso la previsione del potere sostitutivo dello Stato in caso di inerzia regionale (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Alfonso Gianni 1.43, non accettato dalla Commissione né dal Governo, e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 443
Votanti 435
Astenuti 8
Maggioranza 218
Hanno votato
17
Hanno votato
no 418).

Passiamo all'emendamento Gambini 1.67.
Prendo atto che i presentatori non accedono all'invito al ritiro.


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Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Gambini 1.67, non accettato dalla Commissione né dal Governo, e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 442
Votanti 441
Astenuti 1
Maggioranza 221
Hanno votato
206
Hanno votato
no 235).

Passiamo all'emendamento Alfonso Gianni 1.44.
Chiedo all'onorevole Alfonso Gianni se acceda all'invito al ritiro del suo emendamento.

ALFONSO GIANNI. No, signor Presidente, e chiedo di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ALFONSO GIANNI. Secondo noi è necessario un piano di sviluppo energetico, prima di autorizzare nuove centrali di proprietà privata costruite non dove serve ma dove è più remunerativo, a prescindere dall'impatto ambientale e territoriale. Non è possibile - come prevede il decreto-legge in oggetto - che venga soddisfatto solo il bisogno di alcune imprese che vogliono fare affari e profitti nel campo della produzione dell'energia elettrica, perché tale scelta noi la consideriamo molto rischiosa e dannosa per il paese. Un sistema equilibrato non può, dunque, prescindere dalla progettazione della produzione, date le difficoltà che questa trova nell'essere trasportata attraverso linee ed elettrodotti che non sono al massimo dell'efficienza e della sicurezza, poiché, in questi ultimi anni, pochissimi sono stati gli investimenti di manutenzione ordinaria e straordinaria su questi impianti. Per cui, oltre alla situazione oggettivamente difficile, ad imbuto, del sistema c'è anche la questione della dispersione dell'energia prodotta nel trasporto e nel trasferimento, se non vengono programmati adeguatamente.
La nostra proposta di piano energetico nazionale non vuole dunque solo rimettere in discussione il mercato liberalizzato, ma si pone l'obiettivo di evitare il blackout sul modello californiano, programmando per tempo i bisogni, la loro collocazione, la qualità della domanda, ma soprattutto quale tipo di risposta predisporre dal punto di vista della produzione elettrica, specialmente per quanto riguarda le energie rinnovabili. Solo alla luce di questo piano condiviso, che deve privilegiare la riqualificazione dell'esistente, è possibile allora pensare alla costruzione di nuovi impianti termoelettrici i quali - come è noto -, anche se ad alto rendimento ed alimentati a gas, sono sempre fonte di inquinamento e trovano sempre opposizione nell'opinione pubblica, perché sempre più questa ha la consapevolezza e la prova dei rischi che corre dal punto di vista della salute e dal punto di vista dell'ambiente circostante. Per queste ragioni chiediamo ovviamente un voto a favore dell'emendamento da noi presentato.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Alfonso Gianni 1.44, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 439
Votanti 255
Astenuti 184
Maggioranza 128
Hanno votato
22
Hanno votato
no 233).


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Passiamo alla votazione dell'emendamento Gambini 1.68.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Quartiani. Ne ha facoltà.

ERMINIO ANGELO QUARTIANI. Signor Presidente, i colleghi mi ricordavano che si tratta di un emendamento accettato dalla Commissione e dal Governo, quindi farò soltanto una precisazione.
L'approvazione di questo emendamento è un fatto assai positivo che consentirà di correggere un elemento che avrebbe potuto portare ad un uso strumentale dell'aggettivo «imminente», riferito al pericolo di interruzione di fornitura di energia elettrica, in relazione al rapporto con altre istituzioni ed anche in relazione al fatto che il richiamo all'imminenza della possibilità di un blackout avrebbe potuto ingenerare un inutile allarmismo sociale. Dunque, si tratta di una correzione assai importante che va nella direzione da noi richiesta.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Gambini 1.68, accettato dalla Commissione e dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 429
Votanti 420
Astenuti 9
Maggioranza 211
Hanno votato
406
Hanno votato
no 14).

Prendo atto che il dispositivo di voto dell'onorevole Milioto non ha funzionato.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Lion 1.8. I presentatori accedono all'invito a ritirarlo?

LAURA CIMA. No, signor Presidente, e chiedo di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LAURA CIMA. Signor Presidente, ci sorprende che la Commissione ed il Governo abbiano dato parere contrario a questo emendamento come pure all'emendamento Lion 1.10 che hanno la stessa logica; il primo è riferito alla normativa vigente in Italia, il secondo è riferito ai limiti posti dalla direttiva 96/61/CE ed ai decreti di cui all'articolo 4, comma 2, della legge 22 febbraio 2001, n. 36. Ci sorprende perché il Governo ha appena recepito - e siamo contenti di questo recepimento - il protocollo di Kyoto e sappiamo benissimo che, da quando questo protocollo avrebbe dovuto essere recepito, le immissioni in Italia sono aumentate enormemente anziché ridursi e sono continuamente in aumento. Dunque ci sorprende enormemente che il Governo e la Commissione non ritengano importante il richiamo ad una normativa rigorosa, nazionale ed europea, tenuto conto che alle immissioni in atmosfera delle centrali si sommano tante altre immissioni, come, ad esempio, quelle delle auto, e che qui si tratta di 600 centrali che sicuramente avranno un'influenza grandissima sul conteggio delle emissioni relativamente al protocollo di Kyoto.
Forse c'è una volontà - è questa la domanda che lascio sospesa in Assemblea - di cambiare in senso peggiorativo la normativa ambientale vigente, come mi pare di aver già colto nel corso di tutto il dibattito? In questo caso la nostra preoccupazione sarebbe molto grande. Invito tutti i colleghi a valutare seriamente la questione e a votare a favore degli emendamenti Lion 1.8 e 1.10.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Lion 1.8, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.


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Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 437
Votanti 434
Astenuti 3
Maggioranza 218
Hanno votato
201
Hanno votato
no 233).

Passiamo alla votazione dell'emendamento Alfonso Gianni 1.45.
I presentatori accedono all'invito a ritirarlo?

ALFONSO GIANNI. No, signor Presidente, e chiedo di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, questo emendamento ha per noi il valore di una cartina al tornasole dell'atteggiamento del Governo e della maggioranza e del giudizio su questo decreto-legge. Infatti, la richiesta di sottoporre, come propone il presente decreto-legge, a regime autorizzatorio semplificato le domande di costruzione di nuove centrali dovrebbe riguardare le centrali di notevoli dimensioni capaci di produrre una potenza superiore agli 800 MW. Se prendiamo in considerazione, infatti, le motivazioni contenute nella premessa a questo provvedimento, recante misure urgenti per garantire che la sicurezza del sistema elettrico nazionale, si dovrebbe presupporre, secondo i dati del Governo, che peraltro ho contestato nel mio precedente intervento, che dovrebbe essere necessario ed urgente, nonché logico, fornire energia elettrica al sistema paese per evitare un blackout.
Se questo ragionamento ha un suo fondamento, per coerenza dovremmo dedurre che più è alta la potenza installata in ogni centrale, prima si raggiunge l'obiettivo alla base di questo decreto-legge, cioè quello - presunto - di garantire sicurezza di fornitura al sistema elettrico nazionale. Se invece il Governo insiste nel concedere il sistema autorizzatorio semplificato anche a centrali di più bassa potenza installata, come quelle di 300 MW, significa che non si intende rispondere al problema dell'urgenza della fornitura di energia elettrica, ma che si persegue solamente un altro obiettivo, quello di soddisfare in tempi rapidi le richieste delle società e degli imprenditori privati che hanno deciso di investire nel business dell'energia elettrica e che, quindi, vogliono certezza affinché i loro investimenti siano autorizzati rapidamente senza nessun ostacolo dal punto di vista ambientale e sociale.
Vi è poi un altro aspetto da prendere in considerazione, quello legato al fatto che si considera la costruzione di nuove centrali elettriche come opera di pubblica utilità; per questo, attraverso il collegato alla legge finanziaria, il Governo ha preteso l'approvazione di un articolo che inseriva tali opere nella legge obiettivo. Nella legge obiettivo, come è noto, per volontà dello stesso Governo, sono state collocate le grandi opere infrastrutturali di cui il paese ha necessità ed urgenza. Non si comprende perciò come possano essere considerate grandi opere le centrali di piccola e media dimensione, come quelle di 300 MW.
Il tutto per dire che, in sostanza, la finalità di questo decreto è del tutto differente da quella formalmente dichiarata dal Governo. Ciò motiva la presentazione dell'emendamento 1.45.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Alfonso Gianni 1.45, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 436
Votanti 427
Astenuti 9
Maggioranza 214
Hanno votato
24
Hanno votato
no 403).


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Prendo atto che il dispositivo di voto degli onorevoli Fanfani e Galvagno non ha funzionato, e che quest'ultimo avrebbe voluto esprimere un voto contrario.
Passiamo ora all'emendamento Saglia 1.41. Chiedo al presentatore se accetti l'invito a ritirarlo ed a trasfonderne il contenuto in un ordine del giorno.

STEFANO SAGLIA. Signor Presidente, accolgo l'invito al ritiro dell'emendamento, per trasfonderne il contenuto in un ordine del giorno.

PRESIDENTE. Sta bene.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Lion 1.10.
Chiedo ai presentatori se accedano all'invito al ritiro.

MARCO LION. Signor Presidente...

PRESIDENTE. Onorevole Lion, lei non può parlare in quanto ha già parlato sul complesso degli emendamenti. Può però prendere la parola, qualora lo voglia fare, un suo collega.
Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Lion 1.10, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 441
Votanti 432
Astenuti 9
Maggioranza 217
Hanno votato
192
Hanno votato
no 240).

Passiamo all'emendamento Gambini 1.69. Ricordo che anche per i successivi emendamenti Gambini 1.71 e 1.70 è stato formulato un invito al ritiro ed a trasfondere il contenuto degli emendamenti in ordini del giorno.
Chiedo pertanto ai presentatori se accedano a tale invito.

SERGIO GAMBINI. Signor Presidente, accolgo l'invito a ritirare il mio emendamento 1.69 ed a trasfonderne il contenuto in un ordine del giorno, tra l'altro già presentato. Tuttavia, credo che questo ordine del giorno non sarà sufficiente a risolvere il problema che veniva segnalato da quelle proposte emendative, cioè il fatto che questo non sarà un decreto-legge sblocca centrali, bensì un provvedimento blocca centrali. Dico questo perché il Governo ha pervicacemente rifiutato ogni possibilità di accordo con le regioni, e siccome stiamo parlando di materie che con la riforma dell'articolo 117 della Costituzione sono a legislazione concorrente, certamente si avranno ricorsi da parte delle regioni, nonché da parte dei molti comitati di cittadini che in questi giorni si stanno attivando laddove sono stati individuati i siti per la costruzione di nuove centrali senza alcun criterio di priorità e senza alcuna programmazione.

GIANNI VERNETTI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIANNI VERNETTI. Signor Presidente, ovviamente anche noi siamo favorevoli al ritiro dell'emendamento Gambini 1.69 per trasfonderne il contenuto in un ordine del giorno.
Tuttavia, voglio sottolineare come questo emendamento, insieme agli altri due successivi, tentava di raggiungere un obiettivo e nasceva con una logica propositiva e riformatrice e non ostruzionistica. Mi spiego. Stiamo per realizzare nuovi impianti e per farlo bene, con il consenso dei cittadini, nel pieno rispetto delle norme ambientali e, soprattutto, delle competenze regionali. Questo è il motivo per cui avevamo proposto questi emendamenti ed il senso degli altri emendamenti che illustreremo in seguito.


Pag. 88

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PIER FERDINANDO CASINI (ore 17,15)

PRESIDENTE. Sta bene.
Prendo atto che anche i successivi emendamenti Gambini 1.71 e 1.70 sono stati ritirati.
Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Alfonso Gianni 1.46, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 442
Votanti 437
Astenuti 5
Maggioranza 219
Hanno votato
18
Hanno votato
no 419).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Polledri 1.66, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 442
Votanti 440
Astenuti 2
Maggioranza 221
Hanno votato
203
Hanno votato
no 237).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Lion 1.18, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).

(Presenti e Votanti 442
Maggioranza 222
Hanno votato
208
Hanno votato
no 234).

Passiamo alla votazione dell'emendamento Alfonso Gianni 1.47.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.

ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, proponiamo la soppressione del secondo comma dell'articolo 1 del decreto-legge, in quanto esso ci sembra assai contraddittorio e, dunque, non accettabile. Si prevede, infatti, che al procedimento finalizzato al rilascio dell'autorizzazione di cui al precedente comma 1 partecipano le amministrazioni interessate, regioni e comuni, mentre al periodo successivo si afferma che l'autorizzazione unica rilasciata dal Ministero delle attività produttive sostituisce le singole autorizzazioni ambientali delle singole amministrazioni interessate. Da una parte, quindi, le amministrazioni partecipano al procedimento e, dall'altra, in ogni caso, l'autorizzazione unica del Ministero viene considerata di rango superiore e supera le loro prerogative.
Questo è grave: il tentativo, neanche troppo nascosto, è quello di evitare qualsiasi forma di controllo da parte delle amministrazioni pubbliche e degli enti locali che, secondo il Governo, devono solo avallare scelte operate a livello centrale.
Sebbene manchi (colpevolmente) da troppo tempo il recepimento della normativa comunitaria in materia di VIA, ciò non significa che ci troviamo di fronte ad una giungla. Esiste, comunque, una disciplina transitoria che fino ad oggi ha permesso di operare ed ha fornito norme precise sul coinvolgimento delle amministrazioni pubbliche interessate e degli enti locali. Anzi, la legge n. 340 del 2000, con riferimento alla VIA per le opere pubbliche, prevede obbligatoriamente l'attivazione della conferenza di servizi a partire


Pag. 89

dal progetto preliminare. Parimenti, l'attuale normativa non attribuisce alle regioni solo il diritto a partecipare ma individua anche precise ed importante funzioni. Inoltre, le direttive comunitarie nel merito prevedono espressamente che le centrali termiche con potenza superiore a 300 megawatt debbano essere assoggettate a VIA e non a procedimento di rango inferiore. Queste sono le ragioni che sostengono il nostro emendamento.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Alfonso Gianni 1.47, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 434
Votanti 349
Astenuti 85
Maggioranza 175
Hanno votato
113
Hanno votato
no 236).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Realacci 1.73, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 440
Votanti 435
Astenuti 5
Maggioranza 218
Hanno votato
204
Hanno votato
no 231).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Alfonso Gianni 1.49, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 443
Votanti 441
Astenuti 2
Maggioranza 221
Hanno votato
204
Hanno votato
no 237).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Gambini 1.76, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 441
Votanti 438
Astenuti 3
Maggioranza 220
Hanno votato
205
Hanno votato
no 233).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Realacci 1.75, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 444
Votanti 443
Astenuti 1
Maggioranza 222
Hanno votato
204
Hanno votato
no 239).

Passiamo alla votazione dell'emendamento Gambini 1.77.
Chiedo all'onorevole Gambini se acceda alla proposta di riformulazione del suo emendamento 1.77 avanzata dal relatore.


Pag. 90

SERGIO GAMBINI. Accolgo la proposta di riformulazione. L'emendamento è particolarmente importante perché in questo modo abbiamo la certezza che l'acquisizione della procedura VIA avvenga prima della concessione dell'autorizzazione.

MARIO VALDUCCI, Sottosegretario di Stato per le attività produttive. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARIO VALDUCCI, Sottosegretario di Stato per le attività produttive. Signor Presidente, con la presentazione dell'ordine del giorno Lazzari n. 9/2523/8 si chiarisce l'interpretazione di questo emendamento così come è stato riformulato. Perciò, anche il Governo esprime parere favorevole sull'emendamento Gambini 1.77, nel testo riformulato.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Gambini 1.77, nel testo riformulato, accettato dalla Commissione e dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 454
Votanti 452
Astenuti 2
Maggioranza 227
Hanno votato
433
Hanno votato
no 19).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Realacci 1.74, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).

(Presenti e Votanti 450
Maggioranza 226
Hanno votato
213
Hanno votato
no 237).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Lion 1.26, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 453
Votanti 450
Astenuti 3
Maggioranza 226
Hanno votato
213
Hanno votato
no 237).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Vernetti 1.72, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 452
Votanti 451
Astenuti 1
Maggioranza 226
Hanno votato
210
Hanno votato
no 241).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Sandri 1.78, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).


Pag. 91

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).

(Presenti e Votanti 452
Maggioranza 227
Hanno votato
211
Hanno votato
no 241).

Avverto che l'emendamento Polledri 1.80 è stato ritirato.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Alfonso Gianni 1.54, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).

(Presenti e Votanti 452
Maggioranza 227
Hanno votato
213
Hanno votato
no 239).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Lion 1.30, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 450
Votanti 444
Astenuti 6
Maggioranza 223
Hanno votato
203
Hanno votato
no 241).

All'emendamento Patria 1.61 è stata proposta una riformulazione. All'ottava riga le parole: «periodo precedente» vanno sostituite dalle parole: «comma 2».
Chiedo all'onorevole Patria se accetti la proposta di riformulazione del suo emendamento 1.61.

RENZO PATRIA. Sì, signor Presidente.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Patria 1.61, nel testo riformulato, accettato dalla Commissione e dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 452
Votanti 450
Astenuti 2
Maggioranza 226
Hanno votato
446
Hanno votato
no 4).

Sono pertanto preclusi gli emendamenti Gambini 1.81 e Alfonso Gianni 1.55.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici emendamenti Patria 1.57 e Polledri 1.79, non accettati dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 457
Votanti 361
Astenuti 96
Maggioranza 181
Hanno votato
126
Hanno votato
no 235).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici emendamenti Saglia 1.40, Vernetti 1.82 e Quartiani 1.83, accettati dalla Commissione e dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.


Pag. 92

Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 459
Votanti 452
Astenuti 7
Maggioranza 227
Hanno votato
445
Hanno votato
no 7).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Alfonso Gianni 1.60, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 458
Votanti 455
Astenuti 3
Maggioranza 228
Hanno votato
37
Hanno votato
no 418).

Passiamo alla votazione dell'emendamento Alfonso Gianni 1.63.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.

ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, con il comma di cui chiediamo la soppressione il Governo intende intervenire in maniera pesante anche sulle valutazioni di impatto ambientale riguardanti i procedimenti in corso. Questo ci pare particolarmente grave in quanto l'amministrazione e gli enti locali vengono scippati di queste valutazioni, come d'altro canto in altra parte del provvedimento, in corso d'opera. Sembra quasi che si voglia intervenire non per accelerare i procedimenti in corso, quanto per evitare pronunciamenti che potrebbero ostacolare o toccare interessi che, evidentemente, sono meglio tutelati dal punto di vista dell'intenzione del Governo.
A tale riguardo, con l'entrata in vigore del decreto-legge, come si è visto, è sospesa l'efficacia dell'allegato 4 al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 27 dicembre 1988 che prevede l'inchiesta pubblica all'interno della procedura di VIA per le centrali termoelettriche con capacità superiore a 300 megawatt. Ciò costituisce un ennesimo attacco al potere decisionale delle comunità locali nonché a procedure di autorizzazione in cui i cittadini possano intervenire attivamente ed influire nelle decisioni finali. Ciò, di fronte ad una presa di coscienza di comunità locali e di cittadini delle conseguenze negative che una disinvolta costruzione di centrali elettriche o una privatizzazione del settore può provocare, rappresenta un grave arretramento di un processo democratico in corso.
La trasparenza e la facilità di accesso alle informazioni nonché la possibilità di collaborazione nel fornire dati e analisi da parte del pubblico, sono fattori essenziali per rendere credibile qualsiasi processo decisionale ad impatto ambientale e per favorire il confronto fra le parti. In tal senso, risulta proficuo che la partecipazione sia utilizzata sin dalla fase di redazione dello studio d'impatto - ciò è coerente, peraltro, con l'originaria definizione della tecnica di questa redazione -, per cui il termine fa riferimento alla prassi di coinvolgere i cittadini interessati al progetto.
Tutto ciò è coerente con le migliori pratiche, basti pensare alle definizione storica di valutazione, secondo la quale valutare non significa prendere decisioni ma, al contrario, fare da supporto ai decisori, mettendo in evidenza le differenze che esistono tra le diverse alternative e fornendo informazioni utili alla decisione conseguente.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Alfonso Gianni 1.63, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.


Pag. 93

Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 449
Votanti 278
Astenuti 171
Maggioranza 140
Hanno votato
33
Hanno votato
no 245).

Passiamo alla votazione dell'emendamento Lion 1.36.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cento. Ne ha facoltà.

PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, intervengo per illustrare l'emendamento Lion 1.36 che tenta di reintrodurre un po' di razionalità nelle procedure di individuazione delle nuove centrali, attraverso la reintroduzione di un rapporto corretto e coordinato con le autonomie locali, in relazione anche alla necessità della valutazione di impatto ambientale, così come prevista dalla direttiva comunitaria.
Richiamo l'attenzione dei colleghi sull'emendamento Lion 1.36, soprattutto perché, una volta convertito in legge il decreto-legge, rischiamo di trovarci in contraddizione, da una parte, con la riforma federalista dello Stato - e, quindi, del ruolo che le autonomie locali devono svolgere insieme allo Stato nell'individuazione dei siti delle nuove centrali - e, dall'altra, cosa ancora più grave perché contrasta anche con il dibattito sull'Europa, in netta antitesi con la direttiva europea che, invece, richiama i governi e i parlamenti nazionali ad una politica di coordinamento.
Voglio ricordare che sono circa 600 le nuove centrali elettriche che possono arrivare nel territorio nazionale. Senza l'approvazione dell'emendamento in esame, rischiamo di rendere ingovernabile la localizzazione dei siti e, dall'altra parte, di aprire un forte contenzioso nei territori prescelti. Quello al nostro esame, anziché caratterizzarsi come decreto-legge sblocca centrali, rischia invece, per i suoi effetti e per la sua gestione, di caratterizzarsi come un decreto-legge che aumenterà il contenzioso amministrativo a livello locale nei confronti delle scelte che saranno compiute a livello nazionale.
Questo è il motivo per cui credo che l'emendamento Lion 1.36 debba essere approvato dall'Assemblea.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Lion 1.36, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 438
Votanti 274
Astenuti 164
Maggioranza 138
Hanno votato
47
Hanno votato
no 227).

Ricordo che l'emendamento de Ghislanzoni Cardoli 1.5 è stato ritirato.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Rava 1.1, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 441
Votanti 428
Astenuti 13
Maggioranza 215
Hanno votato
192
Hanno votato
no 236).

Passiamo alla votazione dell'emendamento Rava 1.2.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rava. Ne ha facoltà.

LINO RAVA. Signor Presidente, i miei emendamenti 1.1 e 1.2 prendono lo spunto


Pag. 94

da una situazione particolare che si sta verificando in Lombardia nei confini con la regione Piemonte, in particolare in provincia di Pavia, ove in un raggio di 7 chilometri è prevista la realizzazione di tre centrali termoelettriche per un totale di 2400 megawatt. Gli emendamenti in esame sono tesi proprio ad evitare una tale concentrazione di centrali che avrebbero, naturalmente, un impatto ambientale devastante, in particolare sull'agricoltura che, in quella zona, sarebbe molto penalizzata.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Rava 1.2, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 441
Votanti 436
Astenuti 5
Maggioranza 219
Hanno votato
208
Hanno votato
no 228).

Ricordo che gli identici emendamenti de Ghislanzoni Cardoli 1.6 e Guido Giuseppe Rossi 1.84 sono stati ritirati, come pure l'emendamento de Ghislanzoni Cardoli 1.7.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Rava 1.3, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 443
Votanti 441
Astenuti 2
Maggioranza 221
Hanno votato
212
Hanno votato
no 229).

Prendo atto che l'onorevole Patria accetta la seguente riformulazione del suo all'emendamento 1.62, su cui vi è il parere favorevole della Commissione e del Governo: nella penultima riga la parola «coinvolte» è sostituita dalla parola «sentite» nell'ambito della procedura di VIA.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Patria 1.62 nel testo riformulato, accettato dalla Commissione e dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 450
Votanti 447
Astenuti 3
Maggioranza 224
Hanno votato
436
Hanno votato
no 11).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Rava 1.4, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 438
Votanti 434
Astenuti 4
Maggioranza 218
Hanno votato
204
Hanno votato
no 230).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Realacci 1.89, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.


Pag. 95

Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 445
Votanti 444
Astenuti 1
Maggioranza 223
Hanno votato
213
Hanno votato
no 231).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Realacci 1.90, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).

(Presenti e Votanti 450
Maggioranza 226
Hanno votato
211
Hanno votato
no 239).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Molinari 1.91, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 448
Votanti 435
Astenuti 13
Maggioranza 218
Hanno votato
48
Hanno votato
no 387).

Passiamo all'emendamento Molinari 1.92.

GIUSEPPE MOLINARI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE MOLINARI. Signor Presidente, ritiro il mio emendamento 1.92 per trasfonderne il contenuto in un ordine del giorno.

PRESIDENTE. Sta bene.
Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1-bis.20 della Commissione, accettato dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 450
Votanti 446
Astenuti 4
Maggioranza 224
Hanno votato
442
Hanno votato
no 4).

Conseguentemente sono precluse le restanti proposte emendative tranne l'emendamento Gambini Tit.1, che risulta assorbito.
Poiché il disegno di legge consiste in un articolo unico, si procederà direttamente alla votazione finale.

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