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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Ce' ed altri n. 1-00412, Cima ed altri n. 1-00411, Biondi ed altri 1-00430, Landi di Chiavenna ed altri n. 1-00435 sull'embargo europeo alla vendita degli armamenti verso la Cina (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
Avverto che la mozione Ce' ed altri n. 1-00412 è stata oggi sottoscritta anche dall'onorevole Rodeghiero.
Avverto, infine, che lo schema recante la ripartizione dei tempi riservati alla discussione delle mozioni è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritto a parlare l'onorevole Rodeghiero, che illustrerà anche la mozione Cè n. 1-00412, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.
FLAVIO RODEGHIERO. Signor Presidente, la Lega da sempre ha condotto una battaglia politica chiara e coerente a difesa dei diritti fondamentali, e in particolare della libertà di pensiero e dei diritti fondamentali all'autodeterminazione dei popoli: diritti civili e politici soffocati in molte parti del mondo.
La Cina è un paese che registra tassi di crescita economica tali da determinare un crescente corteggiamento da parte dei Governi di altri paesi e laceranti contraddizioni nella società, sempre più divisa tra pochi ricchi e masse sterminate di diseredati.
È un paese che sta vivendo una modernizzazione rapidissima in campo tecnologico
e finanziario, ma che si muove poco e lentamente dal punto di vista dei diritti civili e politici, e che continua ad essere governato secondo gli stessi criteri repressivi del passato.
Un quinto della popolazione mondiale vive in Cina ancora privo di accesso alle elementari forme di libertà che noi diamo per scontate e non può permettersi alcuna forma di dissenso.
È proprio per ricordare quanto accadde nel 1989 che è nato il Movimento delle madri di Tien An Men, fondato da Ding Zilin, una docente universitaria in pensione madre di un ragazzo di 17 anni ucciso nella notte tra il 3 ed il 4 giugno 1989.
È un gruppo composto da circa centotrenta attivisti, per la maggior parte donne, che hanno visto morire, uccisi dalle forze di sicurezza, i loro figli o parenti e che da più di quindici anni attendono che siano riconosciute le violazioni perpetrate in quella occasione.
Le madri di Tien An Men hanno compilato una lista di 182 persone uccise e più di 70 nomi di persone ferite dall'esercito cinese; hanno inoltre dato aiuto materiale alle famiglie delle vittime ed hanno contribuito all'istituzione di un fondo di sostentamento dedicato all'educazione dei figli dei feriti e agli orfani di coloro che vennero uccisi in piazza Tien An Men.
Questo gruppo di attiviste ha costantemente inviato petizioni e lettere aperte al Governo cinese, chiedendo che il Congresso nazionale del popolo istituisca una commissione speciale d'inchiesta, che renda pubblica la verità sui fatti del 4 giugno e che garantisca giustizia alle vittime, così com'è previsto dalla legge. Le autorità però non hanno mai riconosciuto pubblicamente tali richieste, nemmeno ammettendo di ricevere lettere e petizioni e hanno sempre sostenuto che l'unità nazionale e la stabilità sono più importanti.
Ad oggi dunque le autorità hanno fallito nel condurre un'indagine approfondita, indipendente e imparziale riguardo agli eventi di Tien An Men, negando quindi qualsiasi risarcimento alle famiglie e non riconoscendo alcun responsabile delle uccisioni e delle violazioni.
La richiesta principale delle madri di Tien An Men è quella di poter ricordare pacificamente in pubblico i loro parenti, morti durante la manifestazione. In risposta, le autorità hanno spesso arrestato Ding Zilin e altre persone durante i loro tentativi vani di accudire le tombe dei figli e dei parenti assassinati a Tien An Men.
È proprio dopo la sanguinosa repressione di piazza Tien An Men, nel 1989, che i paesi dell'Unione europea hanno deciso di interrompere ogni forma di cooperazione militare e di commercio di armi con la Cina, sulla base di evidenti violazioni dei diritti umani fondamentali da parte del Governo cinese, inaccettabili per un'Europa che riconosce come propri valori fondanti il rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dello Stato di diritto ed il rispetto dei diritti umani.
In Cina qualsiasi forma di dissenso viene duramente repressa e punita con severe pene detentive; l'eliminazione dal codice penale, avvenuta nel 1998, dei reati controrivoluzionari non ha di fatto cambiato la politica e la prassi riguardanti la repressione del dissenso. Il codice mantiene, infatti, altre tipologie di reato come i crimini contro l'umanità e la madre patria o contro la sicurezza nazionale e la diffusione di segreti di Stato, che, per la loro formulazione vaga, rappresentano una vera miniera di imputazioni per i prigionieri politici.
Nell'ottobre 1998 la Repubblica popolare cinese ha firmato il Patto internazionale per i diritti civili e politici, che dovrebbe garantire libertà di parola e di associazione, ma questo fatto non ha minimamente cambiato la situazione.
Mentre parte dei detenuti politici è incarcerata e condannata alla rieducazione attraverso il lavoro, senza che venga formalizzata alcuna accusa, in base a provvedimenti amministrativi, altri sono condannati a pene detentive in seguito a processi iniqui, non in linea con gli standard internazionali. Gravi limitazioni sono
poste al diritto di difesa e la confessione estorta con la tortura è spesso usata come prova.
Gli imputati non hanno diritto a chiamare in causa dei testimoni e non hanno tempo sufficiente, né dispongono di garanzie per prepararsi una difesa. In molti casi politici, la possibilità che gli imputati possano contare su un'udienza equa è addirittura più remota di quanto non sia quella relativa ai casi criminali ordinari, dato che l'epilogo altro non è che la ratifica di una decisione già presa.
Esiste inoltre la possibilità per le forze dell'ordine di trattenere per indagini chiunque sia sospettato di un crimine fino ad novanta giorni; tale prassi sembra essere sempre più utilizzata in tutta la Cina e spesso gli imputati sono trattenuti per periodi anche più lunghi.
A tale proposito, in quanto socio da molti anni di Amnesty international, vorrei citare il grande lavoro di monitoraggio esercitato da questa nobile associazione. Amnesty ha denunciato spesso il ricorso in Cina alle torture classiche, sia di ordine fisico (percosse, sospensioni per le braccia, applicazione di manette taglienti ai polsi e alle caviglie, bruciature, privazione di cibo e liquidi, esposizione al freddo) e psicologico (minacce, detenzione in isolamento o in celle minuscole senza luce). Particolarmente diffuse sono poi le torture mediante bastoni elettrici che provocano violente scosse sul corpo delle vittime; di frequente si ricorre alla tortura sia nella fase istruttoria, per estorcere confessioni, sia per punire o intimidire i detenuti già condannati.
Il codice di procedura penale cinese e il regolamento dei centri di detenzione vietano severamente le percosse, l'abuso verbale, le punizione corporali e i maltrattamenti, ma nonostante le numerose e circostanziate denunce fatte da associazioni internazionali non risulta siano state mai aperte inchieste in merito.
Le stesse condizioni di detenzione potrebbero essere considerate una forma di tortura: ai detenuti viene dato poco cibo e di cattiva qualità e viene fornita una sola divisa l'anno. I turni di lavoro sono massacranti, le celle sovraffollate e malsane, spesso con un'unica latrina senza alcuna protezione; letti e materassi sono insufficienti e alcuni detenuti sono obbligati a dormire sul pavimento.
L'assistenza medica è inadeguata o addirittura inesistente per malattie come la tubercolosi o affezioni epatiche e renali, particolarmente diffuse in un ambiente così malsano. Sono rari i casi in cui i prigionieri politici vengono rilasciati per motivi di salute; in genere, questo avviene quando il detenuto è ormai in fin di vita. Anche le condizioni di lavoro all'interno degli istituti di pena sono particolarmente pesanti e spesso non tengono conto dello stato di salute dei prigionieri.
Amnesty international è molto preoccupata del fatto che nel corso di questi ultimi anni siano stati accertati almeno una settantina di decessi in detenzione o immediatamente dopo il rilascio, e che i rapporti del Governo cinese sulle cause e sulle circostanze di queste morti siano inadeguati e non accennino ai maltrattamenti inflitti.
Il rapporto di Amnesty international, intitolato «Mandati a morte nel rispetto della legge: la pena di morte in Cina» denuncia come le autorità cinesi violino sistematicamente le norme interne ed internazionali nell'esecuzione di migliaia di condanne a morte ogni anno. Il rapporto è giunto a pochi giorni di distanza dalle affermazioni di un importante parlamentare cinese, secondo il quale ogni anno nel paese vengono eseguite diecimila condanne a morte (più di una ogni ora). In realtà, è impossibile avere dati ufficiali sulle esecuzioni in Cina, in quanto persino il loro numero è definito segreto di Stato, senza contare il probabilissimo traffico di organi umani che consegue al fatto che ai parenti non viene restituito il corpo.
La Conferenza consultiva politica del popolo cinese ha inserito, nel marzo del 2004, la libertà di fede nella sua Carta costitutiva; fonti religiose hanno già evidenziato che questo cambiamento non è un segnale di maggiore tolleranza verso la libertà religiosa. Secondo il centro di informazione per i diritti umani e la democrazia
di Hong Kong, dal luglio 2002 in poi, sono state distrutte dalla polizia almeno dieci chiese domestiche; si parla in tutto di 392 fra chiese e templi di altre religioni distrutti o riutilizzati come centri di intrattenimento. I numerosi gruppi religiosi e spirituali non riconosciuti dalle autorità, tra cui i gruppi che praticano qui gong e i gruppi cristiani, continuano ad essere detenuti arbitrariamente e ad essere vittime di torture o di maltrattamenti. Membri del movimento Falung gong, tra cui un alto numero di donne, si trovano tuttora in carcere. In modo particolare, la repressione si scatena sui gruppi religiosi in cui le autorità cinesi vedono una commistione con attività politiche o legati a rivendicazioni separatiste, come nel caso degli Iuguri o dei buddhisti tibetani.
Amnesty international ha espresso più volte la sua preoccupazione di fronte al numero crescente di persone arrestate e condannate in Cina per avere espresso pacificamente la propria opinione su Internet o scaricato informazioni. Negli ultimi mesi, almeno sessanta persone sono state arrestate per avere consultato o fatto circolare informazioni non gradite al Governo cinese, che viene ritenuto il più repressivo nei confronti di Internet. Il Governo ha bloccato l'accesso a molti siti che trattano il tema del rispetto dei diritti umani, tra cui quello di Amnesty international. Al fine di rendere più rigido il controllo dei contenuti pubblicati sul web, sono state anche emesse norme più severe per le società che gestiscono gli indirizzi Internet. Sul sito del Ministero dell'industria e dell'informazione si legge che le compagnie debbono avere meccanismi di filtro rigidi ed efficaci, per eliminare nomi di dominio offensivi, cosa che dovrebbe essere fatta una volta al giorno. Circa 30 mila persone sono impiegate giornalmente per svolgere il lavoro di monitoraggio su Internet; un valido aiuto ai censori viene dato da alcune aziende straniere che, pur di commerciare con il colosso cinese, lo aiutano nell'attività di spionaggio sulle attività del web.
Il Governo cinese ha pubblicato una lista di terroristi di etnia iugura ricercati all'estero, chiedendo ai paesi in cui si trovano di arrestarli e di estradarli: stiamo parlando della repressione nello Xinjiang. Questa mossa sembra essere il nuovo tentativo di mettere in silenzio le voci degli attivisti Iuguri all'estero, etichettando le loro attività politiche come terrorismo. Le autorità continuano a non distinguere tra l'opposizione violenta e l'esercizio pacifico del diritto alla libertà di espressione, associazione e culto.
La situazione relativa ai diritti umani nella regione si è ulteriormente deteriorata dopo l'11 settembre 2001, dal momento che la Cina utilizza la guerra contro il terrore come pretesto per giustificare le sue politiche repressive nella regione. Nel corso degli ultimi tre anni, decine di migliaia di persone sono state arrestate e detenute per reati definiti di separatismo o di terrorismo nella regione e centinaia, o forse migliaia, di questi sono stati condannati con sentenza definitiva. Le tensioni etniche nella regione dello Xinjiang sono alimentate dalla incapacità delle autorità cinesi di rispettare e tutelare i diritti civili, politici, economici e sociali della popolazione iugura.
Ad esempio, il continuo afflusso di popolazione cinese di etnia Han nella regione ha determinato un continuo aumento del tasso di disoccupazione fra la popolazione iugura. Ci sono di continuo rapporti su espropri di terra o proprietà compiuti a favore della popolazione Han a danno di quella iugura. Decine di migliaia di libri in lingua iugura sono stati distrutti e la stessa lingua iugura è stata bandita come lingua di insegnamento per la maggior parte delle materia nelle università dello Xinjiang.
Veniamo al Tibet. A più di mezzo secolo dall'inizio dell'occupazione cinese in Tibet, continua il clima di pesante repressione imposto dalle autorità. Le violazioni dei diritti umani che si rilevano nella regione tibetana sono le stesse che si verificano in tutto il territorio della Repubblica popolare cinese, esacerbate, però, dalla presenza di un movimento indipendentista attivo e visibile anche all'estero.
Il sospetto della partecipazione ad attività volte a minare l'unità della madrepatria, così come la minima espressione a favore dell'indipendenza, il possesso di materiale sovversivo, uno slogan od una canzone bastano per far scattare lunghe pene detentive. Maltrattamenti e torture sono prassi quotidiana nelle carceri, dove le condizioni di detenzione e l'assistenza sanitaria sono di gran lunga inferiori a qualsiasi standard internazionale. Si ritiene che i detenuti politici in Tibet siano più di 800, la maggior parte dei quali incarcerati per motivi di opinione. Decine di migliaia di profughi sono fuggiti all'estero, mentre più di un milione e 200 mila, secondo dati diffusi dal Governo tibetano in esilio, avrebbero perso la vita a causa della repressione nei campi di lavoro ed in tentativi di fuga dal paese.
I tibetani hanno subito espropri forzati della terra e della proprietà da parte delle autorità cinesi, senza alcun tipo di tutela, consulto o compensazione, la distruzione di numerosi luoghi di culto e notevoli restrizioni alle attività religiose. C'è un alto livello di disoccupazione all'interno della loro comunità, legato anche alla migrazione in larga scala della comunità cinese Han.
Grande preoccupazione suscitano anche le questioni ambientali, quali la deforestazione e l'inquinamento, nonché il basso livello di tutela sanitaria.
Le restrizioni e le interferenze nella vita religiosa dei tibetani continuano nonostante il clima sicuramente meno pesante rispetto a quello degli anni più bui della rivoluzione culturale. Per contrastare le attività a favore dell'indipendenza, che le autorità ritengono abbiano sede soprattutto nei monasteri, squadre di funzionari civili cinesi vengono periodicamente inviate nei monasteri buddisti per verificare il patriottismo dei monaci e per svolgere attività di educazione all'amore per la madrepatria. Il risultato di questa campagna è stata, in questi anni, l'espulsione di centinaia di monaci dalle proprie sedi, la chiusura di alcuni monasteri o il passaggio della loro amministrazione direttamente alle cellule locali del partito comunista.
Molti altri arresti sono avvenuti in seguito al rifiuto di monaci e monache di rinnegare il Dalai Lama. Come ulteriore risultato, oggi, nella maggior parte dei monasteri, quasi totalmente controllati da strutture statali, mancano soggetti in grado di fornire insegnamenti agli altri monaci, molti dei quali preferiscono fuggire all'estero per poter completare i loro studi.
Proprio ieri, 16 marzo, Amnesty international ha segnalato all'Alto rappresentante dell'Unione europea per la politica estera e di sicurezza comune, Xavier Solana, l'ultima sua ricerca sull'aumento delle intimidazioni e degli arresti ai danni di attivisti che tentano di difendere i diritti civili, politici ed economici in Cina.
Solana ha incontrato oggi, a Bruxelles, il ministro degli esteri cinese, Li Zhaoxing, in un contesto nel quale appare chiara la volontà dell'Unione europea di rimuovere l'embargo sulle armi, un embargo che - ricorda Amnesty international - venne imposto, appunto, sedici anni fa per inviare un forte segnale a Pechino all'indomani della brutale repressione di Tien An Men.
«Se l'Unione europea vuole avere credibilità a livello internazionale non può lasciar passare questo incontro senza affermare a chiare lettere, sia informalmente sia pubblicamente, che la Cina non può continuare a mettere dietro le sbarre chi difende i diritti umani», ha dichiarato Dick Oosting, direttore dell'ufficio di Amnesty international presso l'Unione europea. Se Solana non fa capire al proprio interlocutore quanto sia inaccettabile la repressione ai danni di attivisti pacifici, l'Unione europea perderà un'occasione d'oro per esercitare pressione sulla dirigenza cinese e pregiudicherà fortemente la propria politica sui diritti umani in Asia e nel resto del mondo.
Proprio la scorsa settimana, Amnesty international ha pubblicato un aggiornamento al suo rapporto del dicembre 2004 sui rischi cui vanno incontro gli attivisti per i diritti umani in Cina. Nel testo si legge che, dall'ultimo summit tra Unione europea e Cina della fine dello scorso anno ...
PRESIDENTE. Onorevole Rodeghiero, la interrompo soltanto per ricordarle che i 27 minuti previsti non sono soltanto per il suo intervento, ma per il gruppo.
FLAVIO RODEGHIERO. Certo, signor Presidente, sto parlando anche utilizzando quei minuti.
PRESIDENTE. E se dovesse esserci una dichiarazione di voto finale?
FLAVIO RODEGHIERO. Signor Presidente, utilizzeremo il tempo che rimarrà dopo che avrò concluso il mio intervento.
La persecuzione dei difensori dei diritti umani è aumentata. Tra gli attivisti minacciati o imprigionati figurano uomini e donne che difendono il diritto alla casa, al lavoro, alla terra ed all'espressione della fede religiosa.
Amnesty International ha denunciato che, negli ultimi dieci giorni, in concomitanza con il Congresso nazionale del popolo, è stata effettuata una nuova retata di attivisti. Alla fine di gennaio, una delle leader del movimento delle madri di Tien An Men è stata posta agli arresti domiciliari.
È di qualche minuto fa un comunicato stampa che afferma che la Cina torna a chiedere, a gran voce, che l'Unione europea liberi il paese dall'embargo sulla vendita di armi, provvedimento che il ministro degli esteri ha definito irrazionale. In una riunione dei vertici a Bruxelles, Li Zhaoxing si dice certo che i leader dell'Unione avranno la saggezza di mettere fine all'embargo, che dura da 15 anni, e di non lasciarsi influenzare dalla legge antisecessione.
L'embargo è stato deciso in seguito alle gravi violazioni dei diritti umani, ma se venisse eliminato, verrebbe cancellato un grave atto, senza che vi siano concreti e reali miglioramenti nel paese. La cancellazione dell'embargo, inoltre, avverrebbe in violazione dei criteri 2 e 4 del codice di condotta europea sul commercio di armi.
A ciò dobbiamo aggiungere le perplessità rappresentate da Amnesty International di fronte all'esportazione di armi italiane alla Cina, nonostante l'embargo. La delegazione governativa italiana, in visita a Pechino dal 5 al 9 dicembre 2004, a questo proposito, ha garantito l'appoggio a Pechino in sede europea a favore della revoca dell'embargo, esprimendo una posizione che non era stata discussa né tantomeno avallata dal Parlamento italiano.
La mutata posizione dei rappresentanti del Governo italiano a Pechino non trova ragionevoli spiegazioni, in mancanza di garanzie concrete da parte cinese sul tema del rispetto dei diritti umani che abbiamo già evidenziato, non limitate alla sola sottoscrizione di convenzioni internazionali.
Chiediamo al Governo italiano, di fronte alla volontà espressa di cancellare l'embargo: sulla base di quali valutazioni ritenete appropriata questa scelta? Che messaggio si intende inviare al Governo cinese, che non ha mai avviato indagini indipendenti sui fatti di Tien An Men e continua a violare i diritti umani? Dopo aver approvato le linee guida dell'Unione europea per i difensori dei diritti umani, che messaggio si intende inviare ai difensori dei diritti umani cinesi che continuano a subire minacce, abusi ed arresti illegali? Quando e come l'Italia sta manifestando alla Cina le proprie preoccupazioni e raccomandazioni sulla situazione dei diritti umani?
In sintesi, chiediamo che non siano assunte iniziative a favore della revoca dell'embargo europeo alla vendita di armamenti verso la Cina in assenza di adeguate e tangibili garanzie di una svolta radicale da parte del Governo cinese su tutto ciò che riguarda il rispetto e la tutela dei diritti umani, e che si investa comunque il Parlamento di ogni nuova iniziativa in materia.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Zanella, che illustrerà anche la mozione Cima ed altri n. 1-00411, di cui è cofirmataria. Ne ha facoltà.
LUANA ZANELLA. Signor Presidente, l'Italia, nonostante le risoluzioni del Parlamento europeo (l'ultima è stata approvata
il 17 novembre 2004) e gli appelli reiterati di numerosi esponenti politici e sindacali e delle maggiori organizzazioni ed associazioni operanti nel campo dei diritti umani, ha voluto anteporre al rispetto della democrazia e dei diritti umani la logica degli interessi economici e commerciali.
È, quindi, con incredulità e profondo rammarico che abbiamo appreso la notizia delle recenti aperture dell'Italia alla possibile revoca dell'embargo alla vendita di armi alla Repubblica popolare cinese, espresse dal Capo dello Stato Ciampi e dal ministro degli esteri, Gianfranco Fini, nel corso della loro visita di dicembre in Cina.
Pur consapevoli della necessità di tutelare gli interessi economici, la revoca dell'embargo sulla vendita di armi alla Cina da parte dei paesi europei, decretato all'indomani della strage di piazza Tien An Men, deve essere preceduta dall'adozione di concrete e sostanziali misure da parte di Pechino, sulla strada della tutela dei diritti umani fondamentali, diritti inalienabili, sia per la popolazione Han sia per quanti risiedono nei paesi occupati dalla Repubblica popolare cinese.
Il rapporto annuale 2004 di Amnesty International, precedentemente citato dal collega intervenuto, è chiaro. In esso si legge: «Nonostante si siano registrati alcuni passi positivi, non è stato fatto alcuno sforzo per introdurre le fondamentali riforme legislative e istituzionali necessarie per porre fine alle gravi violazioni ai diritti umani nel paese. Decine di migliaia di persone hanno continuato ad essere detenute arbitrariamente o incarcerate per aver esercitato il loro diritto alla libertà di espressione e associazione, esposte a grave rischio di tortura o maltrattamenti. Migliaia di persone sono state condannate a morte, e molte delle sentenze sono state eseguite. Nello Xinjiang sono aumentate le restrizioni ai diritti culturali e religiosi degli iuguri, la principale comunità musulmana, a seguito delle quali migliaia di persone sono state detenute arbitrariamente o imprigionate, con l'accusa di aver svolto attività definite 'separatiste' o 'terroristiche'. In Tibet e in altre zone abitate da etnie tibetane, le libertà di espressione e religione hanno continuato ad essere strettamente limitate. La Cina ha continuato a utilizzare il pretesto della 'guerra contro il terrorismo' internazionale per reprimere l'esercizio pacifico del dissenso».
Signor Presidente, come ricordavo poc'anzi, siamo consapevoli della necessità di un riorientamento della nostra politica estera, la quale non può prescindere dalla consapevolezza di come la Cina, un gigante economico in crescita ad un ritmo del 9 per cento all'anno ed un mercato di un miliardo e 300 milioni di persone, rappresenti, per l'appunto, un'occasione ineludibile e imprescindibile anche per l'Italia. Tuttavia, il nostro paese non può prescindere assolutamente dalla pretesa che la Cina dispieghi, in tutte le direzioni, con tutte le iniziative possibili, una nuova politica in ordine ai diritti umani ed ai diritti fondamentali civili, politici e sindacali.
Noi, signor Presidente, proprio a Roma, nel corso di un'audizione deliberata dalla Commissione straordinaria per i diritti umani del Senato, abbiamo avuto modo di incontrare, recentemente, il 1o marzo, con il collega Boato e con altri colleghi e colleghe di Camera e Senato, la monaca tibetana Ngawang Sangdrol. La monaca è stata arrestata per la prima volta in Tibet nel 1990, alla tenera età di 13 anni, per avere gridato slogan indipendentisti; condannata ad un numero incredibile di anni di carcere, solo recentemente, dopo avere subito maltrattamenti e torture all'interno delle carceri, ha potuto conoscere la libertà, grazie anche alla pressione internazionale. Attualmente, con i rappresentanti del popolo tibetano e di varie associazioni amiche del Tibet, gira il mondo per testimoniare la dura realtà di quel popolo, ancora oppresso dalla repressione delle libertà religiose, di espressione culturale e di ordine politico.
Proprio oggi abbiamo, però, potuto cogliere segni molto importanti, il cui significato va assolutamente analizzato.
Il quotidiano la Repubblica riporta le parole del Dalai Lama, massima autorità spirituale del popolo tibetano, il cui Governo, in esilio dal 1959, ricordo che si trova nella città indiana di Dharamsala, dove si sono recate più volte, anche recentemente, delegazioni di parlamentari e di sostenitori della causa tibetana.
Vorrei leggere le parole delle Dalai Lama riportate oggi sulla stampa: «Questo è il messaggio che mando alla Cina. Non sono a favore della separazione. Il Tibet fa parte della Repubblica popolare cinese, di cui è una regione autonoma. La cultura tibetana ed il buddismo sono parte integrante della cultura cinese». È evidente che tale messaggio debba essere interpretato come una proposta non violenta; esso indica anche, in modo fine e saggio, un'apertura di credito nei confronti della Cina, da parte del popolo tibetano, che va assolutamente mantenuta e rafforzata.
Credo, tuttavia, che noi, che abbiamo anche altre «armi» a disposizione, compresa la diplomazia, la politica economica e la politica commerciale, possiamo sostenere la prospettiva aperta dalla massima autorità spirituale del popolo tibetano affinché consegua un esito positivo. Pertanto, dobbiamo porre in essere, così come propone la nostra mozione, azioni politiche ed iniziative in grado di condizionare davvero i nostri rapporti commerciali con la Cina al rispetto dei diritti umani da parte di quel paese.
Questo grande Stato, nonostante viva una stagione di sviluppo economico, è attraversato da profonde contraddizioni, nonché da conflitti di cui conosciamo, superficialmente, soltanto alcuni aspetti. Ebbene, tale nazione dovrebbe iniziare a sospendere l'applicazione della pena di morte. Auspichiamo, pertanto, che il Governo, in tutte le sedi internazionali, possa condizionare i rapporti commerciali (e, più in generale, i rapporti di collaborazione e scambio) con la Cina al rispetto degli impegni contenuti nel dispositivo della mozione Cima ed altri n. 1-00411.
Concludo il mio intervento affrontando il problema delle armi. Credo innanzitutto che occorra una politica di disarmo. In una situazione in cui vi sono varie triangolazioni che alimentano il mercato delle armi in Cina, che comunque si svolge nonostante l'embargo (non ho il tempo per dimostrare quanto sto affermando, ma esistono dati in tal senso), non possiamo dimenticare che il Parlamento cinese ha recentemente approvato un forte aumento delle spese militari (il 12,6 per cento in più) e che, ormai, la spesa militare della Cina ammonta a 20 miliardi di dollari. Anche se essa rimane inferiore a quella sostenuta da numerose potenze occidentali, tuttavia vorrei ricordare che gli esperti ritengono che la Cina dichiari solo una parte delle spese effettive in tale settore.
Ritengo superfluo ricordare che il Parlamento della Repubblica popolare cinese ha recentemente approvato anche la famosa «legge antisecessione»...
PRESIDENTE. Onorevole Zanella, si avvii a concludere!
LUANA ZANELLA. Concludo, signor Presidente. Come dicevo, è stata approvata questa legge, la quale autorizza le Forze armate cinesi a muovere guerra a Taiwan. Ebbene, si tratta dell'ultimo degli eventi che ci inducono a suggerire, con molta saggezza, l'ipotesi di revocare l'embargo europeo alla vendita degli armamenti verso la Cina.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Landi di Chiavenna, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00435. Ne ha facoltà.
GIAN PAOLO LANDI di CHIAVENNA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, prendo spunto da alcuni interventi dei colleghi che mi hanno preceduto. L'onorevole Zanella affermava che la Cina è anche una grande opportunità sul piano economico-commerciale, o meglio, potrebbe diventarla. È auspicabile che, nell'ambito della grande competitività e del sistema della globalizzazione, la Cina possa diventare un mercato attraente per le economie europee. Oggi mi pare di
poter affermare - ma ne discuteremo in altra sede - che ciò diventi più un momento di riflessione sulla capacità di «aggressione» economica della Cina verso i mercati europei - e verso il mercato italiano - che un'opportunità per i mercati italiani. Non è di questo, tuttavia, che oggi siamo chiamati a discutere, bensì di temi altrettanto importanti e drammatici e sui quali credo che il Governo debba porre un'attenzione particolare. Credo che il Governo debba porvi una particolare attenzione perché è chiamato dal Parlamento, soprattutto dai gruppi della maggioranza che lo sostiene, a riflettere seriamente sulla sua politica estera nei confronti della Cina popolare.
Assistiamo ad un sistema di apertura di grandi relazioni politiche internazionali. Non possiamo nasconderci che la Cina è un soggetto politico-strategico importante, che svolge anche un ruolo fondamentale in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Rimane il fatto, tuttavia, che, come ricordato dai colleghi che mi hanno preceduto, la Cina è ancora oggi un paese che esprime un'azione politica fortemente dittatoriale e che priva dei diritti civili e delle libertà democratiche la stragrande maggioranza del suo popolo. Sono state ricordate le 182 persone uccise e, se non erro, le 80 ferite e scomparse sulla piazza di Tien An Men. Voglio ribadire che Tien An Men fu una strage, signor sottosegretario, perpetrata per privare delle libertà di pensiero e politiche molti giovani studenti universitari e liberi pensatori, che, avendone pieno titolo, pretendevano di poter esprimere le proprie posizioni, così come avviene in tutte le democrazie occidentali, almeno laddove esiste un nucleo di libertà fondamentali. Fu una strage perpetrata e che si è continuamente riproposta quale tema drammatico all'opinione pubblica allorquando si è dovuto coscientemente prendere atto che la Cina ha continuato - e continua - a togliere ed a privare le persone del proprio paese delle libertà di pensiero, politiche, e di religione. Sono state ricordate le torture inflitte a molti esponenti politici e quelle inflitte a molti esponenti religiosi. Voglio ricordare anche molti vescovi e molti religiosi cattolici privati della propria libertà, incarcerati e torturati perché pretendevano di professare la propria fede cattolica anziché quella buddhista. Recentemente, poi, è emerso il problema delle azioni di repressione e delle torture esercitate contro il movimento Falung Gong, che esprime opinioni politiche riformiste e che credo, quindi, debba ricevere il plauso, il consenso, l'appoggio e la solidarietà di tutti i partiti che si richiamano ai valori e ai principi della libertà (come fa questo Governo, ed il partito che io rappresento ne è felice testimone).
Credo che, così delineato il quadro, e volendo abbracciare una valutazione politico-culturale, sia da sostenere l'azione politica che questo Governo sta adottando per esportare la democrazia in molti paesi privati della libertà, a causa della presenza di odiosi regimi, quali le dittature (e l'Iraq ne è un esempio fulgido). Allo stesso modo in cui questo Governo, assieme a molti paesi europei, ha ritenuto di voler intervenire per estirpare il cancro delle dittature e delle violenze, credo che anche verso la Cina si debba avere un momento di riflessione politica, per guidare meglio l'azione di politica estera del nostro Governo.
È stato ricordato che l'Unione europea ha stabilito l'embargo sulla vendita di armi alla Repubblica popolare cinese, all'indomani della sanguinosa repressione di piazza Tien An Men. Tale embargo, finora, è rimasto in vigore, perché non si è interrotta la repressione del Governo di Pechino nel campo dei diritti umani verso le minoranze etniche e religiose e ogni forma di dissenso politico è stata in qualche modo repressa, addirittura con azioni che hanno privato della vita molte persone, politici e anche, evidentemente, criminali comuni. Diecimila sono le esecuzioni capitali di massa eseguite senza un processo e, quindi, senza concedere un diritto di difesa a chi è accusato di crimini anche infamanti.
La prospettata revoca dell'embargo, quindi, continua a suscitare una vivissima contrarietà in molti paesi, non solo asiatici,
ma anche del continente occidentale. Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato al riguardo apposite risoluzioni, l'ultima delle quali (approvata il 1o febbraio 2005) ha ribadito la necessità di mantenere in essere l'embargo alla vendita delle armi contro la Cina.
Il Presidente Bush, durante il vertice con l'Unione europea e la NATO, il 22 febbraio 2005, ha reiterato la contrarietà del suo Governo alla revoca dell'embargo dell'Unione europea sulla vendita di armi alla Cina, in quanto tale revoca minerebbe gli equilibri strategici nell'Asia-Pacifico.
Nella stessa occasione, durante gli incontri con Bush, anche il Presidente del Consiglio italiano Berlusconi ha sottolineato il fatto che le preoccupazioni espresse dagli Stati Uniti sono condivise da molti paesi europei. E il Presidente francese Chirac ha convenuto che l'eventuale revoca dell'embargo debba essere concordata con gli Stati Uniti. Il Parlamento europeo, il Bundestag tedesco e diversi altri paesi del nord Europa hanno manifestato, con ripetute prese di posizione, contrarietà alla revoca dell'embargo.
Vi sono state aperture incoraggianti da questo punto di vista da parte della Repubblica popolare di Cina, anche nei confronti dell'annosa vicenda (di cui parlerò di qui a pochi secondi) riguardante i rapporti con Taiwan, ossia con la cosiddetta Cina libera. Vorrei ricordare che si sono avviati dei collegamenti aerei diretti, stabiliti in occasione del recente Capodanno cinese, tra Pechino, Shanghai e Canton con Taipei e Kaoshiung. Tuttavia, purtroppo, queste aperture e questi segnali, che creavano un senso di fiducia verso il miglioramento reale delle relazioni fra questi due paesi, si sono profondamente arrestati e addirittura incrinati, perché il 14 marzo 2005 l'Assemblea del popolo a Pechino ha approvato la cosiddetta legge «antiseparazione», che costituisce una base legale per l'intervento militare cinese nei confronti di Taiwan.
Evidentemente, questo arretramento, questa azione di forza politica da parte della Cina non può che suscitare particolare senso di preoccupazione e di apprensione nella comunità internazionale. Giappone e Stati Uniti d'America hanno già manifestato in modo molto duro e preciso la loro forte contrarietà a questa legge. Spero che l'Europa, nel corso della visita del ministro degli esteri cinese, oggi a Bruxelles e domani in Italia, possa esprimere altrettanta preoccupazione ed altrettanta sollecitazione, affinché la Cina possa aprirsi veramente ai canoni fondamentali della democrazia e della libertà, quella che tutti i paesi democratici vogliono affermare e per la quale sono impegnati in molte azioni di intervento anche all'estero.
Credo che il nostro Governo non possa che farsi parte attiva e diligente, per sostenere questi valori e principi che hanno informato l'azione politica e di politica estera dell'attuale Governo in questa legislatura e che sono alla base dei valori che legano e fondano, direi a livello trasversale, i partiti rappresentati in questo Parlamento.
Quindi, sollecito il Governo affinché possa assumere una posizione netta, chiara, precisa e puntuale ribadendo la contrarietà dell'Italia, nell'ambito di una concertazione a livello europeo, alla revoca dell'embargo di vendita delle armi, che la Cina ha utilizzato all'interno del suo paese per reprimere con la forza e nel sangue le libere manifestazioni di pensiero del suo popolo e che ha utilizzato vendendole a molti paesi africani, dove ha fomentato guerre tribali e fratricide, e che potrebbe utilizzare per cercare di ridurre all'impotenza l'indipendenza e la libertà di pensiero e di espressione di Taiwan e, quindi, di 23 milioni di cittadini che vivono sotto la minaccia di 600 missili.
Signor rappresentante del Governo, mi richiamo alla sua sensibilità affinché lei si faccia interprete presso il Governo di un accorato appello che è provenuto dall'esponente della Lega, da un esponente di Alleanza nazionale, da una mozione firmata dal Vicepresidente di questa Camera, l'onorevole Biondi, e anche da esponenti dell'opposizione.
Non cediamo di fronte agli interessi economici, ma facciamo valere i nostri valori e i nostri principi perché, così
facendo, potremo guardarci in faccia ed essere portatori in modo serio, preciso e puntuale dei valori che hanno contraddistinto e che continuano a contraddistingue le nostre battaglie di libertà.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Monaco. Ne ha facoltà.
FRANCESCO MONACO. La moderna politica estera non si sviluppa più attorno al solo asse degli interessi nazionali, che è retaggio di uno schema caro alle diplomazie dell'Ottocento. Piuttosto, essa si avvale di uno strumentario più ampio e complesso, ossia di quello che si definisce ormai abitualmente soft power. Esso attiene all'immagine complessiva del paese, all'intensificazione delle relazioni commerciali, economiche e politiche e alla dedizione alla causa dei diritti umani, della democrazia e della pace. È ciò che si intende esattamente quando si parla dell'Europa come potenza civile, con il suo impegno al coinvolgimento graduale entro l'area democratica operato per attrazione e non per conquista, che ha caratterizzato l'allargamento ad est dell'Europa e le stesse vicende in Georgia e Ucraina.
Siamo assolutamente convinti che la politica estera dell'Unione europea debba essere sempre più ispirata ad una vera attenzione alla tutela e alla promozione dei diritti umani delle persone e dei popoli, accanto alla tutela degli standard ambientali e dei diritti dei lavoratori. Naturalmente questo tipo di politica, che privilegia il dialogo, il negoziato e una diplomazia attiva e forte, che sappia coniugare fermezza e aperture, deve investire e scommettere sui propri interlocutori e sulla loro positiva evoluzione.
Si guardi, per esempio, alla vicenda della Turchia, rispetto alla quale l'Unione europea ha posto chiare ed inequivoche condizioni affinché l'avvio dei negoziati per l'ingresso di Ankara possa avere un esito positivo. Tali condizioni attengono appunto al rispetto dei diritti umani, all'elevazione degli standard costituzionali e al rafforzamento dello stato di diritto. Questa posizione ha prodotto frutti concreti e verificabili che si misurano in cambiamenti reali nei codici, nelle leggi e nelle prassi della Repubblica turca e ci auguriamo che questo comportamento abbia ulteriori sviluppi.
Vorremmo che tale approccio fosse seguito anche relativamente alla questione dell'embargo delle armi nei confronti della Cina. Ritengo che la linea di un'attenzione positiva agli scambi commerciali con Pechino - che potrei riassumere in uno slogan: «disponibilità a fronte di disponibilità» - sia la linea di condotta più adeguata.
Non è possibile ignorare le denunce mosse contro Pechino da parte delle associazioni internazionali che si occupano della tutela dei diritti dell'uomo, in special modo per il ricorso massiccio alla pena di morte, alla tortura, ai maltrattamenti, nonché per l'assenza di libertà di espressione e di stampa, così come per il deficit negli standard di tutela delle condizioni di lavoro. Non è possibile neanche ignorare il recente voto del Parlamento cinese che minaccia il ricorso alla forza in caso di una dichiarazione di indipendenza da parte di Taiwan.
Nello stesso tempo, però, conosciamo il valore ormai pressoché simbolico dell'ultradecennale embargo alla Cina. La questione è sostanzialmente la seguente: se ed a quali condizioni adoperarsi, nel solco delle parole espresse dal Presidente Ciampi, per superare in futuro la restrizione nei rapporti commerciali. Ciò non può avvenire senza condizioni, e ne richiamo tre. La prima riguarda indubitabilmente il rispetto dei diritti umani, richiamati in diverse mozioni all'attenzione dell'Assemblea, che deve tradursi in segnali concreti, ad esempio sulla questione della pena di morte o, come ha sottolineato il Consiglio europeo di dicembre, nell'adesione di Pechino al patto internazionale sui diritti civili e politici. Analoghi e concreti passi in avanti dovrebbero essere compiuti e verificati sul piano dei diritti sindacali e delle libertà civili.
La seconda condizione è che si dia luogo ad una revisione parziale e selettiva dell'embargo. Importante, anche in questo caso, è la posizione del Consiglio europeo che ribadisce come qualunque decisione non debba comportare un aumento, né qualitativo né quantitativo, dell'esportazione degli armamenti da parte degli Stati europei. Allo stesso modo, indispensabile risulta l'approvazione di quel codice di condotta per l'esportazione delle armi che non riguarda solo il caso della Cina, ma che è auspicato a gran voce da una risoluzione del Parlamento europeo dello scorso novembre.
La terza condizione è quella di agire in un quadro eminentemente europeo e multilaterale. Occorre che l'Europa si muova unitariamente. Allo stato, non esiste ancora una posizione comune dell'Europa: le opinioni pubbliche e le sensibilità sul tema vedono talvolta contrapposti i grandi paesi europei.
La sollecitazione al Governo è che il nostro paese non sia, come lo è stato, ahimé, di recente, elemento di divisione e di forzature nel consesso europeo, non operi strappi, ma, al contrario, lavori per dare all'Unione una voce sola, autorevole e rispettata anche su tale materia. È necessario un punto di vista non provinciale ma eminentemente europeo. Sappiamo che la posizione europea è giustamente contrassegnata da una certa ambivalenza, perché l'ambivalenza è nelle cose.
Da parte della Cina il processo nella direzione che noi auspichiamo è ancora incompiuto. Non a caso, disponiamo di due deliberazioni del Parlamento europeo dello scorso anno che mettono l'accento sulla circostanza che ancora non ci sono le condizioni per la revoca dell'embargo. Invece, in una dichiarazione recente, a valle del vertice dell'Aia del dicembre scorso tra Unione europea e Cina, l'accento cade sull'esigenza di operare per la sospensione dell'embargo, quindi vi è una disponibilità, ancorché condizionata.
In sintesi, credo che dobbiamo formulare un auspicio - si tratta di una parola tornata di moda in queste ore - ma anche un concreto impegno affinché si possano produrre le condizioni per accedere ad una revoca. Dobbiamo farlo nella consapevolezza che il processo non è compiuto e, quindi, essendo severi nel vigilare sulla sussistenza di tali condizioni.
Mi pare di poter dire che le differenze nei dispositivi delle mozioni in esame non siano così profonde, ma vi siano differenze di accenti.
Se dovessi dire qual è l'accento, per quel che ci riguarda, direi che è quello della disposizione di spirito, dell'animus e della prospettiva. È quello di auspicare ed al tempo stesso adoperarsi, affinché queste condizioni maturino, nell'interesse della Repubblica cinese, dell'Europa e dell'intera comunità internazionale. L'Europa e il mondo hanno interesse al multipolarismo e certamente l'auspicio è che la Cina possa rappresentare un elemento di questo positivo multilatelarismo, che rappresenta una delle condizioni per aumentare la sicurezza e la pace in questo mondo. Forse nella mozione della Lega - lo dico con rispetto - non si riscontra questa disposizione di spirito, questo auspicio e l'impegno conseguente a far sì che tali condizioni maturino.
Avremo modo, nel prosieguo del dibattito, di precisare il senso del nostro voto, nell'espressione del quale terremo conto anche dello svolgimento del dibattito stesso.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.
Prendo atto che il rappresentante del Governo si riserva di intervenire nel prosieguo del dibattito.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
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