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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 23 febbraio 2004, n. 41, recante disposizioni in materia di determinazione del prezzo di vendita di immobili pubblici oggetto di cartolarizzazione.
Ricordo che nella seduta del 22 marzo si è conclusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico del disegno di legge di conversione (vedi l'allegato A - A.C. 4738 sezione 4), nel testo della Commissione (vedi l'allegato A - A.C. 4738 sezione 5).
Avverto che le proposte emendative presentate sono riferite all'articolo 1 del decreto-legge, nel testo della Commissione (vedi l'allegato A - A.C. 4738 sezione 6).
Avverto, altresì, che non sono state presentate proposte emendative riferite all'articolo unico del disegno di legge di conversione.
Avverto che la I Commissione (Affari costituzionali) ha espresso il prescritto parere (vedi l'allegato A - A.C. 4738 sezione 2).
Avverto altresì che la V Commissione (Bilancio) ha espresso il prescritto parere (vedi l'allegato A - A.C. 4738 sezione 3).
Informo la Assemblea che, in relazione al numero di proposte emendative presentate, la Presidenza applicherà l'articolo 85 -bis del regolamento, procedendo in particolare a votazioni per principi o riassuntive, ai sensi dell'articolo 85, comma 8, ultimo periodo, ferma restando l'applicazione dell'ordinario regime delle preclusioni e delle votazioni a scalare.
A tal fine, il gruppo di Rifondazione Comunista e la componente politica del gruppo Misto-Comunisti italiani sono stati invitati a segnalaproposte emendative da porre comunque in votazione.
Avverto che la Presidenza, in conformità con le valutazioni della presidenza della VI Commissione, non ritiene ammissibili (vedi l'allegato A - A.C. 4738 sezione 1), ai sensi dell'articolo 96-bis del regolamento, in quanto non strettamente attinenti alla materia oggetto del provvedimento, le seguenti proposte emendative: gli identici emendamenti Battaglia 1.26 e Lettieri 1.114, volti ad estendere le condizioni di vendita previste dall'articolo 3 del decreto-legge n. 351 del 2001 anche agli immobili di proprietà degli enti privatizzati e dei fondi immobiliari che godano di
agevolazioni di carattere fiscale; gli identici emendamenti Cento 1.74, Pistone 1.75 e Lettieri 1.127, anch'essi volti ad estendere l'applicazione delle disposizioni del decreto legge n. 351 del 2001, nonché dei commi 1, 2 e 4 dell'articolo 1 del decreto-legge anche agli immobili degli enti gestori di forme di previdenza ed assistenza privatizzati; l'articolo aggiuntivo Cento 1.08, recante diverse disposizioni volte ad estendere al patrimonio degli enti previdenziali pubblici e privatizzati la disciplina di cui al decreto legge n. 351 del 2001, nonché quella della legge n. 431 del 1998 ai relativi contratti di locazione; l'articolo aggiuntivo Tocci 1.09, volto a subordinare la fruizione, da parte degli enti e delle casse di previdenza privatizzate, dei benefici fiscali previsti dall'articolo 3 della legge n. 431 del 1998 all'applicazione di canoni concordati in favore degli inquilini degli immobili; gli articoli aggiuntivi Tocci 1.012 e 1.013, volti ad estendere al patrimonio degli enti previdenziali pubblici e privatizzati la disciplina di cui al decreto legge n. 351 del 2001.
La Presidenza si riserva di comunicare in seguito all'Assemblea ulteriori emendamenti che fossero ritenuti inammissibili.
WALTER TOCCI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
WALTER TOCCI. Signor Presidente, intervengo in ordine al giudizio di inammissibilità riferito agli emendamenti che estendono la normativa agli enti privatizzati. Rispetto, ovviamente, la decisione della Presidenza, però vorrei richiamare l'attenzione su un passaggio. Noi avevamo già - come si dice - messo le mani avanti durante il dibattito, illustrando un parere del Consiglio di Stato secondo il quale gli enti cosiddetti privatizzati hanno comunque maturato un obbligo a rispettare nella vendita il diritto di prelazione degli inquilini, discendendo questo obbligo da tutta la legislazione del 1996 e da quella degli anni successivi. Ora, onorevole Presidente, io avevo raccomandato di esaminare attentamente questo parere del Consiglio di Stato prima di esprimere il giudizio di ammissibilità. Quindi, anche al fine di giungere ad un chiarimento su una disciplina legislativa che, per stessa dichiarazione del Consiglio di Stato, è molto contorta, sarebbe utile per tutti noi comprendere i motivi che hanno portato la Presidenza, pur in presenza di questo parere del Consiglio di Stato, a confermare il giudizio di inammissibilità, che peraltro già il presidente della VI Commissione aveva espresso. Ci terrei a sapere quale ragionamento giuridico ha spinto la Presidenza a non tener conto del parere del Consiglio di Stato.
Presidente, ribadisco che ritengo di dover rivolgere questa richiesta nel rispetto delle decisioni della Presidenza.
TEODORO BUONTEMPO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà
TEODORO BUONTEMPO. Signor Presidente, se gli enti di previdenza - lo accennava adesso il collega Tocci - fossero stati privatizzati prima del 1996 e ci fossero emendamenti che si riferiscono a tali enti, l'interpretazione sarebbe, a mio avviso, corretta. Infatti, si affronta un provvedimento sugli enti pubblici ma la vicenda risale al 1996, quando fu predisposta la legge sulla vendita del patrimonio immobiliare pubblico. È proprio su tale vicenda che intervengono gli emendamenti in oggetto.
Vorrei ricordare che l'ENPAF, nel 1996, quando è stata approvata la legge che obbligava gli enti di previdenza a vendere i propri immobili, era ancora un ente pubblico. E lo è rimasto nel 1996, nel 1997, nel 1998, nel 1999. Se la memoria non mi inganna, solo nel mese di giugno del 2000 l'ENPAF è stato privatizzato. Allora, questo ente si trova in una condizione di violazione della legge: gli enti pubblici infatti avevano l'obbligo di vendere!
In Assemblea è giunto un provvedimento riguardante gli enti pubblici; il riferimento ad una norma...
Signor Presidente, la pregherei, visto che è un avvocato, di seguire questo passaggio!
PRESIDENTE. La ascolto sempre con attenzione e qualche volta anche con ammirazione, onorevole Buontempo.
TEODORO BUONTEMPO. È una soddisfazione parlare mentre lei guarda dalla mia parte; ma è mio il problema, non suo.
Signor Presidente, il decreto del Governo interessa coloro che hanno presentato domanda di acquisto prima del 2001 e quindi modifica la loro condizione. Esso è riferito a domande di acquisto di immobili pubblici presentate prima del 2001. Devo allora ricordare nuovamente che l'ENPAF era un ente pubblico fino al giugno del 2000. Come si fa, se l'ENPAF era un ente pubblico fino al 2000, a sostenere l'inammissibilità di tali emendamenti?
Chi ha presentato domanda prima del mese di giugno 2000 riteniamo abbia diritto allo stesso trattamento degli inquilini di altri enti pubblici. Gli emendamenti presentati mirano ad estendere tali misure anche agli altri inquilini e non ritengo debbano essere giudicati inammissibili. Tale giudizio dovrebbe valere, invece, solo per le casse di professionisti già privatizzate al momento dell'approvazione della legge sulla vendita degli immobili pubblici.
Non possiamo concedere dei privilegi a chi, quasi fosse uno scrigno protetto, ha violato le norme e, anziché vendere gli immobili come previsto per legge, si è «chiuso in se stesso» con arroganza, con violenza, e ha fatto ciò che voleva! Adesso si vorrebbe impedire al Parlamento di ridiscutere queste posizioni inaccettabili e inammissibili! Tutto ciò che è avvenuto negli anni 1996-2000 deve essere considerato riferibile al patrimonio immobiliare pubblico.
ROBERTO GIACHETTI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, ritengo utile intervenire in questa fase in cui si sta discutendo una questione di metodo.
Ripongo assoluta fiducia nella capacità di analisi degli uffici che coadiuvano la Presidenza nell'esame di aspetti così delicati. Mi permetto però di associarmi alle valutazioni dei colleghi Tocci e Buontempo e le chiederei di seguire una prassi cui si fa costante ricorso. Sono alla mia prima legislatura ma, come lei sa, mi interesso particolarmente di questioni procedurali. La prassi cui faccio riferimento è riconducibile ai passaggi in cui non vengono sollevate argomentazioni speciose bensì si fanno riferimenti a dati oggettivi, a sentenze, a ragionamenti pratici che evidenziano un'interpretazione quanto meno dubbia.
Se fosse possibile, nel perseguire una prassi che credo sia stata seguita costantemente dalla Presidenza - atteso che la materia è veramente delicata e che, anche rispetto alla fase emendativa, presenta una sua forza ed efficacia -, mi permetto di chiederle di sospendere in qualche modo la decisione riguardante l'inammissibilità di queste proposte emendative.
Chiedo, pertanto, alla Presidenza di riconsiderare il giudizio espresso (magari, poi, confermandolo) su questo aspetto, che mi sembra delicato ed obiettivamente controverso.
PIERO RUZZANTE. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PIERO RUZZANTE. Signor Presidente, il mio intervento sarà brevissimo. Mi associo alle richieste dei colleghi, in particolar modo a quella dell'onorevole Tocci, ai fini di una rivalutazione, da parte della Presidenza, del giudizio di inammissibilità espresso sulle proposte emendative cui ha fatto riferimento l'onorevole Tocci, che si limitano a riprendere le valutazioni espresse dal Consiglio di Stato.
Riteniamo che vi possa essere una rivalutazione anche alla luce del fatto che appare evidente che oggi non si procederà
alla votazione degli emendamenti. Abbiamo tempo quindi fino a martedì, per cui invito la Presidenza ad assumere una decisione al riguardo, ovviamente nella sua autonomia, che nessuno mette in discussione.
Crediamo che le argomentazioni prospettate dal collega Tocci siano assolutamente valide ed invitiamo, quindi, la Presidenza a riconsiderare la dichiarazione di inammissibilità delle proposte emendative richiamate.
GIORGIO LA MALFA, Presidente della VI Commissione. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIORGIO LA MALFA, Presidente della VI Commissione. Signor Presidente, in Commissione abbiamo già discusso su questo aspetto, come sempre in un clima molto costruttivo, cercando soluzioni che contemperassero le diverse esigenze. La scelta della presidenza della Commissione finanze di dichiarare inammissibili questi emendamenti deriva dalla materia affrontata dal decreto-legge in esame.
Tale provvedimento riguarda la cartolarizzazione di immobili di enti pubblici. Al momento attuale, gli enti ai quali fanno riferimento gli onorevoli Tocci, Giachetti e Buontempo risultano essere enti privati. Dunque, gli emendamenti attinenti alla cartolarizzazione degli immobili di proprietà di questi enti apparivano ed appaiono estranei alla materia alla quale siamo richiamati dalle norme del regolamento e dalla famosa circolare del Presidente Violante del 1997, che dettava determinati criteri.
Naturalmente, l'argomento utilizzato dal Consiglio di Stato (ossia, se quegli enti debbano considerarsi pubblici retroattivamente) è molto complicato nel merito e noi stessi avevamo affermato che, nel riproporlo all'Assemblea, si sarebbe potuta sollecitare una ulteriore riflessione della Presidenza della Camera in ordine a queste materie. Possiamo approfittare del fatto che le votazioni degli emendamenti cominceranno la prossima settimana per svolgere un'ulteriore riflessione, senza alcun impegno modificare le decisioni assunte (che rivestono un carattere molto delicato, anche perché costituiscono un precedente). Se la Presidenza della Camera vuole affidare al Comitato dei nove alcune valutazioni o riservarsi un tempo ulteriore per decidere al riguardo, ovviamente la Commissione finanze è disponibile.
Capisco benissimo la complessità della materia. Noi cerchiamo di contemperare il rispetto più stretto dei regolamenti e delle regole che ci siamo dati con la sostanza dei problemi, che comprendiamo essere molto rilevante.
GABRIELLA PISTONE. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GABRIELLA PISTONE. Signor Presidente, la ringrazio e ringrazio anche il presidente La Malfa.
È vero: abbiamo sempre parlato di tali aspetti in maniera pacata, cercando di essere molto costruttivi. Anch'io ho presentato un emendamento che è stato giudicato inammissibile per estraneità di materia e ritengo che tale giudizio non sia così «corretto», tra virgolette, e scontato. Infatti, questi enti oggi sono privatizzati, ma al momento dell'inizio della cartolarizzazione, ossia del processo di vendita degli immobili pubblici, non lo erano. Pertanto, la questione è se per detti enti debbano valere ancora oggi le condizioni di carattere pubblico o meno, seppure esclusivamente dal punto di vista della vendita degli immobili.
Di questo si tratta: considerato che il parere e la sentenza della magistratura mi paiono molto forti, anche sotto il profilo delle argomentazioni, ritengo che il problema non possa essere liquidato limitandosi a dire che tali proposte emendative sono inammissibili; mi sembra invece corretto sottoporlo ad un esame più attento. Poiché tale materia è all'esame della magistratura, credo che non vi sia la necessità di aprire scenari di tipo giurisprudenziale.
Sarebbe invece più utile e fattivo cercare di risolvere i problemi sotto il profilo normativo all'interno di questo Parlamento, con l'ausilio della Presidenza della Camera, del Governo e dei parlamentari. In caso contrario, si darebbe luogo ad un contenzioso infinito, che probabilmente non ci porterebbe lontano ma creerebbe una situazione di stallo, di per sé negativa.
Chiedo pertanto alla Presidenza di rinviare l'esame del provvedimento al fine di una valutazione più attenta del problema sollevato.
ALDO PERROTTA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ALDO PERROTTA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo per associarmi a quanto sostenuto dal collega Buontempo e dagli altri colleghi intervenuti. Condivido, altresì, la soluzione prospettata dal presidente la Malfa di un riesame della materia in sede di Comitato dei nove.
Resta sconcertante il fatto che quando gli enti in questione, in particolare quello di cui si parla nel provvedimento in esame, non hanno ottemperato alle prescrizioni di legge, nessuno se ne sia accorto. Gli inquilini, malgrado le insistenze poste in essere, sono stati completamente trascurati. Solo oggi, grazie all'iniziativa di qualcuno, il problema ritorna all'esame dell'Assemblea.
PRESIDENTE. Sulla base delle osservazioni formulate dal presidente La Malfa e delle considerazioni svolte dai colleghi intervenuti, nel riaffermare che la valutazione dell'ammissibilità delle proposte emendative rientra nella competenza esclusiva della Presidenza, ricordo che gli strumenti attraverso i quali tale valutazione viene assunta possono essere sottoposti ad un vaglio ulteriore.
Pertanto, riferirò al Presidente della Camera ed invito il presidente la Malfa, di cui conosco lo spirito collaborativo, a prendere contatti con il Presidente, in modo che possa esservi una valutazione maggiormente collegiale e coordinata.
Passiamo agli interventi sulle proposte emendative riferite all'articolo 1 del decreto-legge.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Giachetti. Ne ha facoltà.
ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la ragionevolezza spesso aiuta a trovare soluzioni ed in questa materia, oltre alla ragionevolezza, sarebbe utile arrivare a conclusioni concrete. Infatti, come lei sa e come sanno i colleghi che seguono questo dibattito, nonché le famiglie che lo seguono sui mezzi di informazione, la materia di cui si discute è importante.
Ha ragione l'onorevole Buontempo: affrontare questo dibattito alla presenza di pochi deputati mentre ieri ed in altre occasioni erano presenti alcune centinaia di deputati, non è adeguato all'importanza del tema in discussione. Tuttavia, questo dobbiamo fare!
PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Giachetti, ma se i colleghi se ne vanno non ha colpa nessuno. Avrebbero potuto tranquillamente rimanere!
ROBERTO GIACHETTI. Ha ragione, Presidente.
PRESIDENTE. Lo dico perché molte volte ci lamentiamo dei nostri comportamenti.
ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, era semplicemente una valutazione di carattere generale: riguarda tutti, non solo una parte. Volevo soltanto dire che dovremmo cercare di essere più attenti alle tematiche che riguardano le persone con le quali tutti i giorni ci confrontiamo, e ritengo che questa sia una di quelle tematiche.
PRESIDENTE. Sono d'accordo.
ROBERTO GIACHETTI. La ringrazio, signor Presidente.
Entrando nel merito del provvedimento, le modalità con cui si è gestita la vendita degli alloggi degli enti previdenziali, al di là delle «toppe» che il Parlamento sta tentando di ricucire per correggere gli errori e le gravi ingiustizie determinatesi con il procedimento di dismissione, potrebbero essere prese a modello di un costante modo di agire del ministero competente nell'ambito degli interventi sin qui apportati. Tali interventi, infatti, hanno un comune denominatore: l'incertezza, la confusione normativa, l'assenza di garanzie legate alla dovuta copertura economica e la distanza (lo avevamo già ricordato in occasione dell'esame della legge finanziaria) che separa il Governo ed il suo ministro da un'ampia fetta del Parlamento che comprende, come è noto, anche una consistente parte della stessa maggioranza.
Senza voler indugiare troppo sulle critiche, ormai note, che il centrosinistra ha mosso nei confronti dell'operato del ministro Tremonti in tema di cosiddetta finanza creativa, ritengo necessario stigmatizzare quanto ha permesso, anche perché ci è utile per comprendere come siamo arrivati a questo punto. Stiamo discutendo di un provvedimento quanto mai urgente, senza dubbio, ma in realtà figlio delle molte contraddizioni a cui il Governo ci ha abituato nella gestione di tale delicata ed importantissima materia.
Ripercorriamo in sintesi le tappe delle cartolarizzazioni: ogni tanto è utile ricordare cosa ha fatto nel passato il Governo di centrosinistra e come agisce l'attuale Governo, in questo ed in altri settori dell'economia e della finanza. Soprattutto, è importante capire quali siano le finalità ed i metodi adottati dal ministro dell'economia a spese dei cittadini, in particolare di quelli meno abbienti.
La prima tranche di dismissione di circa 25 mila unità immobiliari è stata abbastanza agevole e non contestata con SCIP 1. I valori immobiliari di riferimento - si tratta del biennio 1999-2001 - sono stati stabili o decrescenti; gli inquilini sono stati consultati (è stata inviata una lettera con la quale si chiedeva se vi fosse la volontà di acquisire l'abitazione); si sono introdotte agevolazioni effettive per gli acquirenti interessati. In poche parole, signor Presidente, signor sottosegretario, si è tenuto conto delle esigenze sociali e del diritto alla casa di quanti occupano gli alloggi di proprietà degli enti.
Il punto importante è proprio questo: le case degli enti previdenziali - 90 mila immobili in tutto, di cui oltre 54 mila nella cosiddetta SCIP 2 - spesso si trovano in quartieri popolari e sono occupate da anziani, invalidi e famiglie a basso reddito. Si tratta di persone che pagano affitti tra i 30 e i 250 euro al mese e che non hanno mai comprato la casa perché non potevano permettersela. Con la seconda ondata di cartolarizzazioni, la SCIP 2, il modo di procedere cambia e cambiano anche gli interlocutori, che non sono più gli inquilini, ma diventano i grandi gruppi finanziari che suppliscono all'impossibilità di acquisire l'abitazione da parte di molti occupanti di quegli stabili comprando loro i comparti abitativi. Tra l'altro, sarebbe utile conoscere anche i nomi delle società veicolo a cui viene affidata la gestione delle vendite, come ha ricordato in sede di discussione sulle linee generali il collega Lettieri. Sono, infatti, tali società che continuano a lucrare sulle difficoltà degli inquilini, dando adito a disparità ed ingiustizie palesi e più volte denunciate.
Il Governo ci fa capire a più riprese che l'esigenza primaria di fare cassa va al di là delle esigenze minime dei singoli acquirenti, dagli anziani ai lavoratori. Fagocita tutto senza distinzioni ed appare lontanissimo dal voler garantire il rispetto degli aspetti sociali, del diritto fondamentale all'equità ed all'abitazione per tutti, indistintamente. La successiva caduta libera di quasi tutti i titoli azionari e la redditività quasi nulla delle obbligazioni e dei titoli di Stato hanno indirizzato al comparto immobiliare la liquidità, con una pressione abnorme sui prezzi di vendita e sugli stessi canoni di locazione.
Il livello dei prezzi assunto con SCIP 2 come valore di stima comportava un differenziale iniquo per gli inquilini di stabili analoghi e con condizioni soggettive analoghe.
Nell'ambito della politica economica di questo Governo, la seconda ondata di cartolarizzazione degli alloggi degli enti veniva disciplinata ritenendo di aderire alla fissazione temporale dei prezzi relativa al 2001, assumendola però soltanto in funzione dell'applicazione della procedura per la valutazione degli immobili e non come stima vincolante ai fini dell'acquisizione degli stessi. Appare evidente, signor Presidente, signor sottosegretario, che questa iniquità di trattamento tra l'inquilino che ha comprato l'immobile ai prezzi della SCIP 1 e l'inquilino che è costretto a comprarlo ad un prezzo maggiorato tra il 40 e il 60 per cento, rispetto al prezzo fissato nel 2001, soprattutto quando magari si tratta di uno stesso identico appartamento, non poteva che provocare una mobilitazione forte da parte dei cittadini coinvolti ed un impegno, in alcuni casi anche trasversale - devo darne atto in quest'aula -, da parte delle forze parlamentari.
La città più colpita, signor Presidente, da queste maggiorazioni sul prezzo originario - mi dispiace per i colleghi della Lega, che in Commissione, da quanto mi risulta, hanno strumentalizzato persino un tema così delicato, per ribadire il loro disprezzo per la capitale - è proprio Roma, dove si concentra più del 60 per cento degli immobili di proprietà degli enti previdenziali. Tanto per citare alcune cifre, basti pensare che gli aumenti medi sono lievitati a Cinecittà del 22 per cento, nel quartiere Tiburtino-Casal Bruciato del 27 per cento, alla Batteria Nomentana del 57 per cento (sono quartieri popolari di Roma, zone notoriamente periferiche); ma vorrei citare anche Vicenza, Milano, Napoli, Palermo.
Il Parlamento è intervenuto, già nel 2001, per correggere questa discrepanza tra le differenti condizioni di vendita, approvando un emendamento al decreto-legge n. 351 del 25 settembre 2001, che è stato convertito in legge nel novembre 2001. Il noto comma 20 dell'articolo 3 disponeva che le unità immobiliari, escluse quelle considerate di pregio ai sensi del comma 13, per le quali i conduttori, in assenza della citata offerta in opzione, abbiano manifestato volontà di acquisto entro il 31 ottobre 2001 a mezzo di lettera raccomandata con avviso di ricevimento, sono vendute al prezzo e alle condizioni determinati in base alla normativa vigente alla data della predetta manifestazione di volontà di acquisto. Per due anni, tale norma è stata di fatto disattesa, per poi venire recuperata a luglio, con l'approvazione di un ordine del giorno proposto da un parlamentare di questa maggioranza, l'onorevole Buontempo, che impegnava tra l'altro il Governo a procedere nel processo di alienazione degli immobili degli enti nel rispetto dell'articolo 3, comma 20, del decreto-legge n. 351 del 2001, convertito con modificazioni dalla legge n. 410 del 2001.
In seguito, abbiamo assistito al «capolavoro» del Governo, perché nel maxi decreto-legge propedeutico alla manovra finanziaria il comma 20 dell'articolo 3 del decreto-legge n. 351 del 2001 scompare. Il sottosegretario Armosino, qui presente, motivava tale voltafaccia con l'esigenza di dare un taglio alla conflittualità sociale e alle contrastanti interpretazioni giuridiche per la valutazione dei prezzi di vendita, sconfessando un provvedimento votato dal Parlamento e regolarmente in vigore perché, in buona sostanza, non poteva essere realizzato quello che la disposizione richiedeva e dunque le aspettative degli inquilini sarebbero state di fatto disattese. C'è voluto, com'è noto, un braccio di ferro parlamentare e politico - ricordo che 92 deputati del gruppo di Alleanza nazionale hanno votato a favore - per reintrodurre, attraverso un emendamento alla legge finanziaria, la norma soppressa, che tuttavia, allo stato attuale, viene letteralmente scavalcata dall'azione degli istituti preposti alla vendita, che continuano a fissare prezzi esorbitanti per gli immobili, di fatto eludendo la normativa in vigore.
Questa è, in breve sintesi, la cronistoria di una materia tanto delicata, che mette in luce le inadeguatezze e le contraddizioni sul tema da parte del Governo e che, come dicevo all'inizio, evidenzia lo scollamento, la confusione e la mancanza di chiarezza
mostrata dal Ministero dell'economia e delle finanze, a fronte invece (è giusto sottolinearlo) dell'impegno profuso dalle Camere (dall'opposizione e dalla maggioranza) nella ricerca di una soluzione seria del problema. Se, infatti, siamo qui a votare questo provvedimento, che certamente non è risolutivo di tutte le questioni e non affronta in toto una materia tanto complessa - lo dimostrano i continui e contraddittori provvedimenti che nell'ultimo anno si sono susseguiti, a testimonianza della consueta incapacità nell'elaborazione di un progetto normativo unico e chiaro, in cui modalità, copertura finanziaria ed obiettivi siano tutti indicati nel dispositivo -, lo dobbiamo all'impegno del Parlamento e al lavoro costruttivo e propositivo emerso nelle Commissioni competenti.
Venendo al decreto in esame, vorrei prima di tutto sottolineare l'importanza di una correzione apportata dal relatore, a seguito delle osservazioni dell'opposizione, senza la quale si sarebbe rischiato di determinare ulteriori disparità ed ingiustizie, penalizzando soprattutto chi aveva prontamente dichiarato di voler acquistare l'immobile, poiché si limitava arbitrariamente ad un certo numero di beneficiari il pieno rispetto delle disposizioni (mi riferisco a quanti, tra il breve lasso di tempo del 26 settembre ed il 31 ottobre 2001, avevano manifestato la volontà di acquisto dell'immobile).
Con l'emendamento 1.100 del Governo si è soppresso il termine iniziale, mantenendo quello di scadenza del 31 ottobre 2001: entro tale termine, coloro che abbiano effettuato la prelazione tramite raccomandata con ricevuta di ritorno possono acquistare la casa, al prezzo di mercato vigente in quella data.
La Commissione bilancio - mi pare un altro aspetto significativo della vicenda - ha emesso un parere sul decreto-legge, poi recepito dal relatore, che corregge e migliora il testo elaborato dal Governo, per quel che riguarda la copertura finanziaria (nota dolente di questo e di altri provvedimenti in materia), ma non è esaustivo al riguardo.
Infatti, nel testo originario, il Governo prevedeva l'individuazione di immobili che, una volta venduti, avrebbero garantito le risorse indispensabili a rimborsare gli inquilini, ma questa individuazione veniva rimessa a successivi decreti ministeriali, provocando un forte grado di incertezza sui tempi e contravvenendo al richiamo della Costituzione, per cui ogni decreto deve avere in sé gli strumenti per coprire gli oneri che comporta.
Signor Presidente, se è vero che nella relazione tecnica si è quantificato in un miliardo di euro l'onere complessivo a carico dello Stato per effettuare i rimborsi, tuttavia appare singolare che il decreto-legge non faccia riferimento a nessuna cifra specifica al riguardo.
Pur fissando a 90 giorni il termine entro cui lo Stato dovrà individuare ulteriori immobili da dismettere, fornendo quindi un maggior grado di chiarezza sui tempi necessari e garantendo così agli enti previdenziali di poter effettuare il rimborso, avendo le spalle coperte dallo Stato, che a sua volta reintegrerà le somme corrisposte, tuttavia l'emendamento recepito dalla Commissione bilancio non garantisce esaurientemente la dovuta copertura finanziaria.
Non vorremmo, insomma, ritrovarci nuovamente a discutere di cose poi irrealizzabili, perché la condizione di questi inquilini è preoccupante. Siamo di fronte ad un'emergenza che va gestita con risolutezza, con rispetto e soprattutto con chiarezza nelle garanzie date.
Il Governo, questa volta, deve attivarsi per evitare che quanto disposto dalle norme venga concretamente eluso nel corso delle procedure di dismissione. Deve tutelare i cittadini e vigilare, affinché le società preposte alla vendita e tutti gli operatori del caso si comportino con assoluta correttezza.
Questa non è una mia preoccupazione o un mio scrupolo formale, ma è quanto emerge da centinaia di lettere di persone disperate che faticano a sottostare alle imposizioni degli enti che gestiscono il patrimonio immobiliare.
Ho ricevuto una petizione inviata al Presidente della Repubblica corredata da tre mila firme, che farò avere al sottosegretario Armosino, da un'associazione di inquilini romani degli enti previdenziali: tra i vari punti della medesima, si fa riferimento alla questione degli alloggi liberi degli enti, in ordine alla quale l'opposizione, come è noto, ha presentato anche alcuni emendamenti.
Ritengo, così come richiede l'ANCI, che sia davvero importante attribuire ai comuni la facoltà (è già prevista) di destinare questi appartamenti liberi ed «inoptati» alle migliaia di famiglie che si trovano in una situazione di precarietà abitativa, soprattutto perché sono i comuni ad essere a più diretto contatto con i disagi sociali e, pertanto, sono i soggetti che, più di chiunque, possono dare un servizio di assistenza completo e puntuale.
Concludo, svolgendo un'ultima considerazione sugli immobili di pregio: è un ulteriore problema che presenta altre incertezze ed altre disuguaglianze.
In base al provvedimento del 7 gennaio 2004, sono stati individuati ulteriori immobili di pregio che sono tali sulla base delle verifiche che l'agenzia del territorio compie in merito ai diversi requisiti richiesti, tra cui, come è noto, l'ubicazione degli immobili nei centri storici, la mancanza dello stato di degrado e la necessità di apportare interventi di ristrutturazione vari.
Il punto essenziale è che, se nel primo caso si tratta di criteri generali, negli altri due si tratta invece di effettuare verifiche singole ed oggettive, di carattere tecnico e, soprattutto, in loco. Nelle sedi competenti ci si è accorti che la qualificazione di pregio non può che attenere a caratteristiche oggettive dei singoli immobili e, pertanto, è del tutto evidente che ciò abbia comportato disparità palesi tra inquilini: alcuni, infatti, si ritrovavano ad abitare in immobili cosiddetti di pregio sulla base della precedente disciplina, che li considera tali perché ubicati nei centri storici, mentre magari gli stessi immobili necessitano di ristrutturazioni e di interventi di restauro e conservazione, come denunciano gli stessi proprietari.
Ciò che tuttavia appare molto più grave è che l'INPS, ad esempio, verso la fine degli anni ottanta, indicava alcuni edifici di sua proprietà, ubicati a Roma, come fatiscenti e bisognosi di ristrutturazione e poi gli stessi edifici li si ritrova nell'elenco degli immobili di pregio contenuto nel provvedimento di cui parlavo in precedenza.
È chiaro che si tratta di un problema serio, anche perché determina fortissime disparità tra inquilini nelle medesime condizioni, tanto più che l'ente in questione, l'INPS, si riproponeva di effettuare i necessari lavori strutturali su tali immobili. Tuttavia, dal dopoguerra in poi, tali interventi non risultano essere stati mai realizzati. Pertanto, esistono numerosi palazzi che, in mancanza di lavori di consolidamento volti a garantire la stabilità, sono sottoposti a vibrazioni, presentano crepe nei solai, in altre parole non possono certamente rientrare nella categoria degli immobili di pregio.
Mi auguro che da questo dibattito scaturisca un'ulteriore «forza» emendativa, al fine di correggere un provvedimento che, se ha introdotto qualche miglioramento anche grazie al lavoro dell'opposizione, ritengo non garantisca ancora le tante famiglie che attendono certezza e sicurezza (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Galeazzi. Ne ha facoltà.
RENATO GALEAZZI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, parliamo oggi di un provvedimento che, come avete sentito, ha avuto un percorso abbastanza travagliato; infatti, qualcuno lo ha definito un danno, altri lo hanno definito addirittura una via crucis. Non credo vi sia bisogno di scomodare la passione di Nostro Signore ma, in ogni caso, direi che questo decreto-legge presenta tormenti interni, confermati anche dalle premesse in ordine all'ammissibilità degli emendamenti.
Ritengo che il titolo giusto di questo decreto dovrebbe essere: Come complicarsi la vita. Si tratta di un provvedimento che riguarda un bene essenziale, la casa, un bene primario dell'individuo e questa era l'occasione per impostare un nuovo discorso sulla politica abitativa di questo paese.
È vero che questo Governo ha avuto una specie di raptus distruttivo, cercando di demolire tutto ciò che era stato costruito dal precedente esecutivo, ma dopo che il Governo di centrosinistra aveva impostato la SCIP 1, il Governo di centrodestra avrebbe potuto cogliere l'occasione della vendita degli immobili pubblici per fare di più. Invece, sappiamo che il decreto-legge n. 351 del 2001, mai attuato, fu abrogato dal decreto-legge n. 269 del 2003, anche se, due mesi dopo, la legge finanziaria faceva giustizia e ristabiliva questa opportunità.
Il sottosegretario Armosino ci ha più volte raccomandato l'onestà intellettuale e devo ammettere che in Commissione si è lavorato bene, infatti molti sono i miglioramenti apportati a questo decreto. Dunque, ben venga quest'invito all'onestà intellettuale, affinché tutti insieme si possa lavorare per il bene pubblico. Questo dovrebbe essere il fine della politica che, tuttavia, spesso si perde di vista. In realtà, il Governo in questa occasione dimostra un certo cinismo: sbarazziamoci di questi appartamenti - sembra dire - per fare cassa, vista l'esistenza di problemi di entrate!
Il problema della casa che, visto il mancato aumento della popolazione, si pensava fosse risolto, presenta altri aspetti importanti, come l'arrivo degli extracomunitari e il fatto che le famiglie diventano più piccole. Ricordo i dati del comune di Ancona, dai quali si evidenzia un aumento del 16 per cento delle famiglie costituite da un unico soggetto; quindi, gli italiani vogliono vivere «larghi» e se lo possono permettere.
In realtà, così non è in quanto, dopo la caduta dei fondi Gescal, non vi è più un finanziamento certo per la realizzazione di edilizia residenziale pubblica.
Sappiamo anche che il fondo di sostegno per l'affitto è in realtà diminuito, la cifra necessaria è stata divisa in cinque parti; esiste un impegno per rifinanziarla ma siamo comunque lontani dai 500 milioni di euro chiesti dal presidente della regione Piemonte (una regione quindi governata dal centrodestra), Ghigo.
Questo decreto ha una vita tortuosa, a zig zag, perché in realtà si preoccupa di sanare alcune ingiustizie, quali la limitazione dell'accesso a questo diritto solo per chi avesse presentato domanda nel periodo compreso tra il 26 settembre e il 31 ottobre: una finestra davvero iniqua, soppressa durante i lavori in Commissione per permettere alle persone che comunque avessero presentato la domanda e fossero eventualmente in possesso dei titoli di accedere a questo diritto.
Segnalo inoltre che in un emendamento da esaminare più avanti si dispone di estendere ulteriormente tale possibilità, proprio per cogliere l'occasione offerta da questo provvedimento e sanare tutta una serie di situazioni difficili. Tenete conto che, in realtà, il decreto tenta di ridimensionare un prezzo lievitato nei due anni tra il 40 e il 50 per cento. Si trattava, quindi, di un'altra iniquità che ricadeva sugli inquilini che avessero voluto acquistare l'appartamento, in quanto la sua valutazione corrispondeva a quasi il doppio rispetto a quella di altri appartamenti, magari compresi nello stesso stabile. Una lievitazione speculativa dei prezzi costringeva gli inquilini che volevano procedere all'acquisto, a pagare una cifra esorbitante.
Questo comporta, ovviamente, minori introiti per lo Stato; tale misura inoltre non riguarda solo gli appartamenti in vendita, ma anche quelli già venduti, perché vi è la necessità di rimborsare gli inquilini che hanno sborsato un prezzo decisamente più alto per l'acquisto dell'appartamento.
Si tratta di una situazione ingarbugliata, complessa, in cui il Governo addirittura non prevedeva oneri, poi quantificati invece in circa un milione di euro. Tenete conto che la SCIP2, in notevole
ritardo, come dice lo stesso relatore, ha permesso la vendita di appena il 30 per cento delle oltre 53.000 abitazioni a disposizione, mentre la disponibilità per la SCIP1 raggiunse addirittura l'84 per cento. Si ebbe, quindi, una forte risposta, tenuto conto che il restante 16 per cento ha riguardato probabilmente situazioni particolari.
La stragrande maggioranza degli italiani chiede di acquistare la casa perché essa rimane per loro uno dei beni primari; vi ricordo che noi siamo il paese europeo in cui circa l'80 per cento dei cittadini è proprietario di un immobile. Questo comporta l'esistenza di un mercato degli affitti molto contenuto, attorno ovviamente al 20 per cento; tale situazione peculiare del nostro paese ci differenzia dagli altri partner europei.
Se procediamo nell'esame degli emendamenti, occorre fare alcune riflessioni generali per comprendere la ratio di questa decisione. Dobbiamo ringraziare la Commissione bilancio perché ha sicuramente irrobustito questo decreto, che mancava di un finanziamento certo. Il limite dei novanta giorni dà al Governo il tempo necessario per procedere alla definizione del decreto ministeriale attuativo, necessario per il rimborso delle somme pagate in eccesso. Ciò ha rafforzato il dispositivo normativo, eliminando alcune debolezze che potevano far sorgere altre questioni, altri ricorsi e altre iniquità.
Negli emendamenti che andremo ad esaminare ci sono alcuni aspetti di notevole spessore sociale, proprio perché la casa non è solo un fatto economico, ma fa parte della nostra vita e condiziona la qualità della vita dei cittadini tutti i giorni.
È importante tenere conto degli appartamenti abitati da persone anziane; al riguardo può non essere sufficiente permettere un ulteriore contratto di nove anni. Segnalo, inoltre, la situazione delle famiglie nel cui nucleo figurino portatori di handicap.
Si tratta di un grave problema, di cui mi sono occupato in qualità di sindaco. Il portatore di handicap può rimanere solo, e se rimane anche senza casa si determina una situazione ancora più tragica. Su tali aspetti ritengo vi siano spazi per interventi da parte dell'Assemblea e per l'introduzione di misure più eque e di rilevanza sociale.
Sono state affrontate nel corso del dibattito numerose altre questioni, su cui non intendo tornare in modo pedissequo. Tuttavia, repetita iuvant: ritengo - mi rivolgo anche al Governo e al relatore - che si possa fare meglio. Mi riferisco in primo luogo agli immobili di pregio: la definizione di tale categoria non può essere vaga, non può comprendere appartamenti fatiscenti e non può dipendere esclusivamente dalla localizzazione. Su tale aspetto occorrono pertanto interventi correttivi.
Sottolineo inoltre l'importanza di un'ulteriore questione: i comuni sono gli enti più vicini ai cittadini, che chiedono casa e lavoro. La possibilità di vendere ai comuni, allo stesso prezzo, gli appartamenti per i quali non sia stata esercitata la prelazione da parte degli inquilini, ritengo possa consentire alle amministrazioni delle città in cui vi è una forte pressione abitativa di disporre di uno strumento ulteriore per contribuire a risolvere i problemi sociali che riguardano i cittadini più deboli, gli emarginati, gli extracomunitari, vale a dire le fasce di popolazione che non possono permettersi l'affitto di appartamenti a prezzi di mercato.
Quanto agli immobili a destinazione commerciale, l'operazione ha avuto successo soltanto nell'un per cento dei casi, poiché è consentita esclusivamente la vendita per blocchi e non quella per singoli locali. Ciò consente l'accesso agli acquisti soltanto alle grandi compagnie immobiliari, con la conseguente diminuzione delle vendite.
Non meno rilevante è il problema relativo agli enti privatizzati, che va definito. Ho apprezzato l'atteggiamento del Presidente, che insieme con il presidente La Malfa ha deciso di approfondire il tema, anche in considerazione della sentenza del Consiglio di Stato. Occorre garantire il
diritto di prelazione in favore dell'inquilino, che in taluni casi abita nell'appartamento da venti o trenta anni.
Il decreto-legge garantisce inoltre, come auspicato da parte nostra, il rimborso agli acquirenti da parte degli enti proprietari, senza costi aggiuntivi, del maggiore prezzo eventualmente pagato per le vendite già concluse, pur nei limiti delle risorse derivanti dalla dismissione di ulteriori immobili. Ritengo che la fretta di dismettere ulteriori immobili per far quadrare i conti possa essere pericolosa. Sono stati presentati al riguardo alcuni emendamenti, su cui il Governo ha manifestato segnali di apertura. Ritengo occorra tenere conto di tali aperture, che provengono anche dalla maggioranza, per dare un segnale della nostra capacità di trovare soluzioni che risolvano i problemi dei cittadini, anziché complicare la loro la vita: è questo il compito della politica.
Il decreto-legge in esame è suscettibile dunque di correzioni, ipotizzate peraltro anche dal Governo e dalla maggioranza, in quanto esso presenta attualmente alcuni elementi negativi. L'esame parlamentare costituisce l'occasione per dare un segnale sul tema della casa e della cartolarizzazione degli immobili pubblici e per risolvere i problemi di numerosi cittadini.
Lo dico perché, al di là del confronto dialettico della politica, su questo tema è possibile trovare un'intesa e credo che questa sia l'occasione giusta per dimostrare che tutto il Parlamento lavora per cercare una soluzione dignitosa che vada al di là delle parti.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Buontempo. Ne ha facoltà.
TEODORO BUONTEMPO. Signor Presidente, in primo luogo vorrei rilevare l'anomalia di questo dibattito, che riguarda una questione molto importante e, ciononostante, si svolge ad aula vuota; persino coloro che hanno insistito affinché si discutesse ora sul complesso degli emendamenti sono andati via, compresi i presidenti di gruppo. Avrei preferito che si svolgesse una discussione unica, in cui si fosse esaminato l'emendamento singolo e il complesso degli emendamenti: dividere questa fase secondo me reca danno alla comprensione di ciò che la Camera deve votare.
Discutiamo di un provvedimento del Governo, onorevole Presidente, che reintroduce quanto fu approvato nel 2001 (quindi abbiamo perso tre anni di tempo), proprio grazie ad un mio emendamento - che il Governo mi chiese di riformulare e che quindi riscrivemmo insieme - che venne approvato dalla maggioranza di centrodestra, anche con il voto dei colleghi del centrosinistra. Dopo di che, per le vie infinite della politica, lo stesso Governo mancò di intervenire sugli enti che avevano violato la legge.
Perché presentai quell'emendamento, secondo il quale chi aveva fatto domanda entro ottobre del 2001 aveva diritto agli stessi prezzi praticati al momento della domanda? Perché gli enti erano inadempienti: la legge imponeva loro di vendere gli immobili, i cittadini avevano presentato domanda e gli enti li avevano ignorati. Ecco perché fu presentato quell'emendamento!
Successivamente il Governo tentò nuovamente di annullare quella disposizione. Lo devo dire: io faccio parte della maggioranza, sostengo questo Governo, ma prima di tutto ho la coscienza della libertà della mia azione politica e del rispetto degli impegni che si assumono nei confronti dei cittadini. In questo modo, credo di fare il bene anche della coalizione di maggioranza di cui faccio parte, mentre creano molto danno alla nostra maggioranza quei personaggi che all'interno del Governo intrigano e agiscono come se il loro scopo fosse solo quello di piacere a qualcuno che ha il potere e non quello di vedere realizzati i sacrosanti diritti dei cittadini.
Successivamente, presentai un nuovo emendamento alla legge finanziaria, che fu approvato dalla Commissione. Il giorno dopo, il Governo pose la questione di fiducia e poi vi fu quel confronto che portò ad inserire quel provvedimento nella legge finanziaria. Ma questo non è bastato!
La legge finanziaria mica la presenta un deputato, la presenta il Governo! Nonostante questa disposizione fosse stata inserita nella finanziaria, gli enti, con arroganza - evidentemente si sentivano tutelati e garantiti nella violazione della legge - non l'hanno applicata.
Si è verificata allora questa situazione spiacevole, per cui il Parlamento ha dovuto discutere - ed io sono dovuto intervenire - al fine di far applicare una norma prevista dalla legge finanziaria. È quantomeno sconcertante che in un paese democratico, civile, con la tradizione parlamentare che ha l'Italia, si debba discutere per far applicare una norma che è prevista dalla legge finanziaria!
Ho condotto la mia battaglia all'interno della maggioranza, ma devo ringraziare anche il Vicepresidente del Consiglio, onorevole Gianfranco Fini, che ha compreso l'importanza del problema e l'ha sostenuto all'interno della coalizione.
Infatti, se in un paese viene approvata una legge presentata addirittura dal Governo, ma essa non viene applicata e l'Esecutivo non interviene per imporne il rispetto, allora devo ringraziare due volte l'onorevole Gianfranco Fini, perché ha tutelato non una posizione di parte, bensì la dignità del Parlamento e del Governo, garantendo il rispetto delle regole alla base della convivenza civile in un paese democratico.
Ma questa storia non è finita, ed infatti il Governo, anziché diramare una semplice circolare agli enti per far applicare la legge, perché è uguale per tutti, ha varato un decreto-legge in materia. Vorrei osservare che non è un fatto di poco conto ricorrere alla decretazione d'urgenza per far applicare ciò che è già legge dello Stato.
È stata comunque scelta questa strada; tuttavia occorre mettere in evidenza - mi rivolgo ai colleghi della sinistra - che all'interno del decreto-legge in esame vi sono aspetti importanti da sottolineare. Abbiamo condotto una battaglia politica non di parte, ma a favore dei cittadini di qualsiasi colore politico, perché essi venivano vessati dai vertici degli enti. Desidero rimarcare che non abbiamo mai attribuito importanza al partito per il quale votassero i cittadini messi in ginocchio dai vertici arroganti degli enti previdenziali, che anziché essere tutti commissariati e richiamati al rispetto della legge, sono stati protetti.
Riguardo al contenuto del decreto-legge, dunque, invito i colleghi della sinistra a considerare favorevolmente il fatto che, per la prima volta, se un cittadino è stato tratto in inganno ed ha dovuto pagare più del dovuto, sotto il ricatto che se non avesse ceduto avrebbe perso il diritto di prelazione, un provvedimento prevede il rimborso delle somme pagate in eccesso.
Non si tratta di un elemento di poco conto, ma di una scelta democratica veramente eccezionale, che non ha molti precedenti in Italia. Vorrei evidenziare, infatti, che se i cittadini sono stati tratti in inganno, sono stati ricattati ed hanno pagato più del dovuto, questa maggioranza oggi dispone che quei cittadini devono essere rimborsati, e mi sembra che ciò abbia un valore estremamente significativo.
Tuttavia, se apprezzo questa parte del decreto-legge, che mi sembra veramente di notevole rilievo, devo riconoscere, onorevoli colleghi, che vi sono anche altre questioni da affrontare. Vorrei ricordare che ho precedentemente sollevato il problema degli enti privatizzati. Numerosi colleghi hanno citato delle sigle, ma forse non hanno capito bene la questione. In questo caso, infatti, stiamo parlando solo di due enti, mentre tutti i rimanenti (18, 19 o 20 che siano) non rientrano nella categoria che sto indicando. Tutte le casse previdenziali autonome che erano private, infatti, resteranno tali e non rientreranno nella norma di protezione che proponiamo, rivolta agli enti pubblici.
Gli enti in questione sono due: l'ENPAF e l'Enasarco. Vorrei precisare al Governo e alla Presidenza della Camera, anche riguardo alla valutazione che effettuerà circa l'ammissibilità di proposte emendative volte ad estendere anche agli enti privati le norme previste per gli enti
pubblici, che non si intendono toccare tutte le casse previdenziali, ma solamente i due enti privatizzati dopo il 1996.
Gli enti dovevano vendere gli immobili, perché lo ha stabilito la normativa varata dai Governi di sinistra: diciamo anche questo, perché non l'ha costruita Berlusconi «l'autostrada» per vendere il patrimonio immobiliare pubblico che è stato costruito! Questi due enti, onorevole sottosegretario, hanno costruito quelle case con il contributo di denaro pubblico. Come può ora diventare privato qualcosa che ha avuto sovvenzioni di carattere pubblico?
Per questi due enti privatizzati dopo il 1996 noi affermiamo che, fino alla data in cui abbiamo approvato la legge, essi hanno violato la norma e pertanto non si devono fare rientrare nella norma stessa. Dobbiamo assoggettare questi patrimoni alle stesse regole del patrimonio pubblico e quindi applicare il 30 per cento di sconto per l'acquisto da parte di chi vi abita, perché questa è un'altra vicenda che colpisce i ceti medi. Chi dice che si tratta di privilegiati dovrebbe studiare bene il problema. Questi patrimoni erano pubblici; chi ha avuto una di quelle case l'ha abitata per decenni; spesso l'unica manutenzione che queste case hanno visto è stata fatta con i soldi degli inquilini, che poi hanno regolato la loro vita sulla base del bilancio delle entrate e delle uscite considerando il possesso di un tetto stabile, rispettando la legge senza ottenere favori clientelari. Queste famiglie sono state prese dal panico, tra l'altro alcune di queste hanno mutui accesi da tre anni e non possono impiegare le risorse chieste in prestito, pur continuando a pagare interessi a vuoto; e magari non sono in grado di reperire altri dieci o ventimila euro. Molti hanno fatto ricorso ad usurai pur di salvare la casa per i loro figli.
Altro argomento. Perché si vogliono considerare di pregio tutte le case che rientrano nell'ambito di un centro storico? Questo non è corretto, perché molte di queste case erano periferia trenta o quaranta anni fa.
Roma si è allargata, quindi una casa a viale Marconi che trenta anni fa era in periferia oggi si ritrova ad essere considerata prossima al centro. Piazza dei Navigatori, quando le case sono state costruite, era periferia, ora è centro. L'ubicazione di una casa non può essere l'unico parametro utile per stabilire il suo pregio. Spero che il Governo voglia riconsiderare i criteri di valutazione dell'immobile di pregio, perché se l'immobile è di pregio in termini di localizzazione, di qualità, di anno di fabbricazione, di spese straordinarie di ammodernamento delle strutture, allora ci troviamo di fronte ad una valutazione corretta, altrimenti, se basta che una casa si trovi in prossimità di via XX Settembre (anche se non funziona l'ascensore, i muri sono scrostati e senza manutenzione), per collocarla tra gli immobili di pregio, si compie un'operazione sbagliata.
Credo dunque che vadano rivisti i criteri per definire di pregio un immobile. Vediamo quali debbono essere gli elementi che differenziano una casa di pregio da una casa che non lo è: non si può ridurre la valutazione ad una questione di perimetro!
Abbiamo un altro grave problema: vi sono persone che abitano in queste case, ma hanno più di settant'anni e non possono ottenere mutui, perché le banche non li concedono data l'età avanzata.
Abbiamo o no il dovere - senza far perdere soldi a nessuno - di tutelare queste persone? Io penso di sì, perché non si tratta di stracci vecchi che si buttano via, ma di cittadini che hanno rispettato la legge, che hanno lavorato una vita, che, in molti casi, sono stati dipendenti dello Stato o degli enti locali e li hanno serviti per anni. Si potrà ben trovare una formula per venire incontro a queste persone! Si venda la nuda proprietà e si dia a queste persone la possibilità di rimanere negli appartamenti pagando un affitto equo!
Peraltro, mi si dovrebbero dare alcune spiegazioni sulla finanziaria e su Tronchetti Provera. Sulla storia della SCIP, che ha sede in Olanda, non voglio dilungarmi, ma osservo che ad essa, pur essendo il suo capitale sociale pari a 20 milioni di vecchie lire,
sono stati conferiti beni del valore di molti miliardi. Inoltre, sono stati emessi bond per un valore - ecco il punto! - superiore a quello che andava fissato.
Perciò, per quanto concerne il rimborso previsto dal provvedimento in esame, dobbiamo pur dire che, violando la legge, agli immobili è stata data una valutazione superiore a quella reale. È evidente allora che, volendo oggi, per legge, rapportare la valutazione degli immobili al valore reale, bisogna rimborsare...
PRESIDENTE. Bisogna anche che concluda, onorevole Buontempo.
TEODORO BUONTEMPO. Va bene, signor Presidente, mi avvio alla conclusione.
PRESIDENTE. Deve proprio concludere, onorevole Buontempo, perché il tempo a sua disposizione è esaurito già da due minuti.
TEODORO BUONTEMPO. Certo, signor Presidente, mi perdoni, ma non me n'ero accorto. Le chiedo la cortesia di lasciarmi concludere.
PRESIDENTE. Concluda pure.
TEODORO BUONTEMPO. La ringrazio, signor Presidente.
Prima dell'esame degli emendamenti, spero che ci sia il tempo necessario - era questo il motivo per il quale avevo chiesto di rinviare tutto a martedì - per evitare che, sullo stesso pianerottolo, uno compri ad un prezzo ed un altro ad un prezzo diverso e, inoltre, per evitare che, nello stesso stabile, vi sia una persona che ha comprato al prezzo del 2001 ed un'altra che compra al prezzo del 2003.
Non diamo l'impressione che la cartolarizzazione sia una spugna che assorbe tutto, anche i diritti dei cittadini, soltanto per fare cassa e per realizzare affari! Se gli inquilini fossero stati rispettati di più, il Governo avrebbe già incassato il denaro e non rischierebbe di trovarsi nella stessa situazione degli enti privatizzati, i quali dovranno spiegare alla Corte dei conti perché hanno provocato migliaia di contenziosi - che comporteranno il pagamento di centinaia di milioni di vecchie lire per parcelle professionali - quando sanno, già a monte, che le cause le perderanno!
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Buontempo.
Porto a conoscenza dell'Assemblea che la Presidenza ha valutato attentamente gli elementi che sono stati sottoposti alla sua attenzione, compresa la richiamata giurisprudenza, relativamente alla dichiarazione di inammissibilità di talune proposte emendative.
Secondo la Presidenza, che conferma, quindi, le precedenti decisioni, i detti elementi non sono tali da indurre la Presidenza medesima a modificare l'orientamento maturato in Commissione. Ricordo infatti che, ai sensi del comma 7 dell'articolo 96-bis del regolamento, con riferimento al decreto-legge sono inammissibili le proposte emendative che non siano strettamente attinenti alla materia del decreto-legge stesso.
Questa è la determinazione cui è giunta la Presidenza, che io comunico doverosamente all'Assemblea.
PIERO RUZZANTE. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PIERO RUZZANTE. Signor Presidente, ovviamente, noi ci atteniamo alle decisioni della Presidenza.
Desidero soltanto rilevare che, sul punto, esiste un elemento di differenziazione, più volte segnalato, tra i deputati ed i senatori. Infatti, presso l'altro ramo del Parlamento è consentito fare cose che qui non sono consentite. In particolare, al Senato, l'attinenza degli emendamenti alla materia che costituisce l'oggetto prevalente del decreto-legge è valutata in maniera diversa.
È un elemento che pone un senatore e un deputato su posizioni diverse in ordine alla possibilità di incidere, in particolar modo,
sulle materie relative ai decreti-legge ma, più complessivamente, su tutti gli aspetti legislativi.
Ho colto quest'occasione per chiedere di sottoporre tale questione alle valutazioni della Giunta per il regolamento e della Presidenza, affinché i parlamentari eletti siano posti sullo stesso piano dal punto legislativo, con riferimento anche alla possibilità di influenzare, attraverso le proposte emendative, l'approvazione dei provvedimenti. Mi premeva rilevare quest'aspetto.
PRESIDENTE. La ringrazio per questa sua osservazione che naturalmente porterò all'attenzione della Presidenza. Eventualmente, anche il suo gruppo potrà farsi promotore, in sede di Giunta per il regolamento, di quest'iniziativa riguardante la disparità di valutazione tra i due rami del Parlamento su questioni analoghe. Credo sia giusto al riguardo apportare eventuali modifiche per stabilire eguaglianza e par condicio.
Nessun altro chiedendo di parlare, invito il relatore ad esprimere il parere della Commissione.
ANTONIO PEPE, Relatore. Signor Presidente, la Commissione raccomanda l'approvazione del suo emendamento 1.200 (si tratta, peraltro, di una proposta di coordinamento formale).
La Commissione esprime, altresì, parere favorevole sugli identici emendamenti Benvenuto 1.50 (Nuova formulazione) e Lettieri 1.129 (Nuova formulazione); è altresì favorevole agli emendamenti Mereu 1.105 e Minniti 1.103, a condizione che siano riformulati, così come sono stati riformulati gli identici emendamenti sopra citati.
La Commissione esprime, infine, parere favorevole sull'articolo aggiuntivo Mauro 1.011 (anche in questo caso, si tratta quasi di una proposta di coordinamento formale) con la seguente modifica: alla fine del primo comma, alle parole, «il disposto di cui all'articolo 1», si devono aggiungere le seguenti: «della presente legge». Invita, infine, a ritirare le restanti proposte emendative, sulle quali, altrimenti, il parere è contrario.
PRESIDENTE. Il Governo?
MARIA TERESA ARMOSINO, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Il parere del Governo è conforme a quello espresso dal relatore: invita al ritiro, altrimenti il parere è contrario, di tutte le proposte emendative (con particolare riguardo, mi rivolgo ai colleghi di maggioranza), con le seguenti eccezioni: il Governo accetta l'emendamento 1.200 della Commissione, poiché il medesimo recepisce condizioni poste dalla Commissione bilancio. Si rimette all'Assemblea, invece, in ordine gli identici emendamenti Benvenuto 1.50 (Nuova formulazione) e Lettieri 1.129 (Nuova formulazione), invitando, tuttavia, proprio perché questa norma possa avere concreta applicazione (rivolgo tale invito anche al relatore), ad aggiungere le parole: «All'attuazione della disposizione di cui al periodo precedente si provvede con i decreti di cui all'articolo 1, comma 4». Per chiarezza, ricordo che si tratta della norma che tende ad ampliare le possibilità di quelle famiglie nelle quali siano presenti soggetti portatori di handicap. Laddove gli identici emendamenti venissero approvati dall'Assemblea, la parte aggiuntiva che ho appena indicato ne consentirebbe la concreta applicazione.
Il Governo, inoltre, si rimette all'Assemblea sull'articolo aggiuntivo Mauro 1.011, su cui la Commissione ha espresso parere favorevole.
PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
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