![]() |
![]() |
![]() |
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge collegato alla manovra finanziaria: Disposizioni in materia di infrastrutture e trasporti.
Ricordo che nella seduta di ieri sono stati approvati gli articoli da 1 a 5.
Comunico che la Presidenza, sulla base del parere espresso dalla Commissione bilancio nella riunione di oggi, non ritiene ammissibili, a norma dell'articolo 123-bis del regolamento, in quanto recano nuovi o maggiori oneri finanziari privi di idonea quantificazione e copertura, i seguenti emendamenti: 24.5 e 28.10 del Governo e Abbondanzieri 30.1 (vedi l'allegato A - A.C. 2032 sezione 1).
Avverto che la I Commissione (Affari costituzionali) ha espresso l'ulteriore parere, che è distribuito in fotocopia (vedi l'allegato A - A.C. 2032 sezione 2).
Avverto altresì che la V Commissione (Bilancio) ha espresso l'ulteriore parere, che è distribuito in fotocopia (vedi l'allegato A - A.C. 2032 sezione 3).
PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 6 e delle proposte emendative ad esso presentate (vedi l'allegato A - A.C. 2032 sezione 4).
Ha chiesto di parlare l'onorevole Abbondanzieri. Ne ha facoltà.
MARISA ABBONDANZIERI. Signor Presidente, intervengo sull'articolo 6 del disegno di legge collegato alla legge manovra finanziaria e sul complesso degli emendamenti ad esso riferiti: basterebbe verificare l'impostazione tipografica per capire che l'articolo 6 rappresenta il cuore del provvedimento. Sono costretta ad iniziare dall'articolo 6, comma 1, che recita: «Nelle more della revisione della legge quadro sui lavori pubblici, allo scopo di adeguare la stessa alle modifiche al titolo
V della parte seconda della Costituzione, alla legge 11 febbraio 1994, n. 109, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni». Inizio da qui perché, già di per sé, il comma 1 esprime una cautela che non era obbligatoria ma che serve alla maggioranza per dire: comunque sia, noi non abbiamo intenzione di attendere la fase nella quale metteremo in moto il meccanismo di revisione della legge Merloni e, quindi, attiviamo l'intero progetto e l'intero percorso al quale vogliamo lavorare. Fornisco alcuni numeri, soltanto per chiarire: l'articolo 6 è costituito da 17 pagine, di cui 14 riferite al comma 1.
Riportava ieri un giornale economico che l'articolo 6 ha recepito oltre cento emendamenti della maggioranza al testo della maggioranza. Già soltanto questo basterebbe per capire come avete lavorato. Se ad ognuno di voi, onorevoli della maggioranza, e al Governo si chiedesse quale sia la filosofia che ispira l'articolo 6, in realtà non lo sapreste spiegare perché avete lavorato senza alcuna filosofia. Se filosofia c'è stata, è una filosofia che porta a dire: nessuno deve conoscere il disegno; il disegno esiste ma lo conoscono in pochi. In questo modo si è lavorato.
Sono rimasta molto colpita dal fatto che, per esempio, in sede di discussione sulle linee generali il Governo non abbia replicato. È strano: si considera questo provvedimento tra i più importanti da approvare, eppure il Governo, in sede di discussione sulle linee generali, non ha avuto nulla da dire, nulla da replicare. E mi domando: si trattava di imbarazzo, di una dose - magari piccola - di protervia, di sufficienza rispetto al Parlamento?
Non lo so; certo è che si è proceduto in questo modo. Non voglio semplificare rispetto alla questione della legge Merloni. Per quanto ci riguarda e per quanto mi riguarda, la legge Merloni non è immodificabile. Tutt'altro, deve essere modificata, perché essa ha operato per sette anni in alcune condizioni, sta dando buoni risultati e il lungo elenco dei bandi pubblicati ed il numero delle gare che sono state espletate lo dimostra: la legge deve essere sicuramente rivista, ma non era e non è questo il modo in cui tutto ciò doveva essere fatto. In una democrazia vera, normale, si confrontano i progetti, non si lavora, magari, con una dose di inganni. Si confrontano i progetti e i progetti si difendono, li si rende chiari e trasparenti: così non ha fatto il Governo.
Ci siamo sentiti rimproverare che non è stato possibile accogliere nessuna delle proposte emendative della minoranza, perché abbiamo riversato nel provvedimento decine e decine di emendamenti. Questo, cari colleghi della maggioranza, non corrisponde alla verità, perché è esattamente il contrario. La maggioranza, in un rapporto di due terzi a un terzo, ha riversato sul provvedimento tutti i suoi emendamenti e, se analizzate bene il testo (ripeto, anche nella sua veste tipografica), ciò risulta abbastanza evidente. Quindi, da questo punto di vista, non accettiamo lezioni, quali quelle che ci sono state date. Noi avevamo tutta l'intenzione di lavorare a una modifica della legge Merloni, ma non ce ne è stata data nessuna opportunità. D'altra parte, non ci è sfuggito che, rispetto alla questione delle stazioni appaltanti minori - i comuni, per esempio -, si sia fatto un piccolo passo avanti. Lo sottolineo proprio a dimostrazione del fatto che il problema l'abbiamo sviscerato bene. Di fatto, con un disegno che comunque si mostra oscuro, come abbiamo verificato, vi è il rischio, non di azzerare, ma di non fare passi avanti verso una stagione di legalità, modernità e concorrenza dei mercati. I passi in avanti si fanno nella misura in cui tutti i soggetti concorrono alla definizione di un provvedimento di legge. Così non è stato e voi lo sapete bene. Non sono stati coinvolti i comuni, non è stata coinvolta l'associazione dei costruttori, non sono stati coinvolti i professionisti, o, se ciò è avvenuto, lo si è fatto in qualche segreta stanza e questo non ha nulla a che fare con la costruzione di un provvedimento di legge.
Inoltre, la legge n. 443 del 2001, la cosiddetta legge Lunardi, ha previsto deleghe fino alla lettera o) e, per quanto attiene alla legge Merloni la delega è
contenuta nella lettera h). In tale disposizione era prevista la delega ad intervenire in materia di disciplina dei lavori pubblici, se volete, anche dal solo vostro punto di vista, ma a questo punto si potrebbe dire dal punto di vista di tutti, perché ciò avrebbe aperto un confronto. Il Parlamento ha approvato una legge ai primi di dicembre e soltanto due mesi dopo non si sa come considerate la delega che vi siete dati: di fatto, la si può chiamare come credete, ma è questa la Merloni-quater. Quindi, caso mai, sarebbe il caso di aggiornare anche il linguaggio: nel caso in cui vi apprestaste a farne un'altra, quella sarebbe la Merloni-quinquies.
Quindi credo che solo questo basterebbe già a testimoniare il modo in cui abbiamo lavorato. In primo luogo, noi non abbiamo accettato il metodo che, come ho detto durante la discussione sulle linee generali, è stato sciatto e irrispettoso del Parlamento.
Credo che le correzioni che voi avete apportato nel giro di poco tempo dimostreranno i limiti amministrativi e mi auguro non ne dimostrino altri.
Il testo che viene presentato all'Assemblea opera sul regime dei subappalti - sul quale si deve tenere sempre alta la guardia -, sul regime dell'appalto integrato - che da deroga diventa norma - e sulla questione delle concessioni, quanto a durata e rimborsi.
Ieri, in alcune sedi, ad esempio nell'ambito del Comitato ristretto, ci avete detto che l'opposizione ha lavorato sulla base di pregiudizi. L'emendamento Lupi 6.8, che la Presidenza ha dichiarato inammissibile, rappresenta un ennesimo premio alle imprese, perché mira a sottrarre loro interamente il rischio di impresa. Infatti, con quell'emendamento proposto dalla maggioranza si ripristinava la revisione dei prezzi. Vi meravigliate che abbiamo pregiudizi? Vi meravigliate che siamo preoccupati del rischio che si aprano varchi di difficile controllo? È troppo semplice banalizzare; credo che, in fin dei conti, se si fa una riflessione attenta, ci si rende conto dello squilibrio che abbiamo denunciato.
Per esempio, che cos'è lo svincolo della cauzione definitiva? Un venir meno delle garanzie per la pubblica amministrazione e un premio immotivato alle imprese.
Non parliamo poi della questione relativa alle società di qualificazione, di attestazione. È strano come questa maggioranza non abbia ritenuto che anche quelle fossero imprese.
Per quanto riguarda la conferenza dei servizi, stabilire che il concessionario ha diritto di voto come la pubblica amministrazione, mi sembra un vulnus inaccettabile.
Concludo invitando la maggioranza a riflettere su questa questione e a far sì, per esempio, che, gli emendamenti che la minoranza ha presentato, vengano valutati attentamente e non per partito preso. Comunque, il prosieguo della discussione sarà occasione per approfondire l'articolo 6, il cuore dell'intero provvedimento (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, la Presidenza, modificando la pronuncia precedente e sulla base del parere espresso in data odierna dalla Commissione bilancio, ritiene ammissibili gli emendamenti de Laurentiis 8.6 e Duca 8.7.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Lupi. Ne ha facoltà.
MAURIZIO ENZO LUPI. Signor Presidente, mi sembra importante intervenire sul complesso degli emendamenti in ordine all'articolo 6, a seguito della discussione di ieri e dell'intervento dell'onorevole Abbondanzieri di cui, tra l'altro, rispetto ai toni e ai contenuti usati ieri dai colleghi, apprezzo il tono moderato, nel senso che sono evidenti le contraddizioni, le contrapposizioni, ma ci si sta confrontando su due diversi modelli.
L'articolo 6 rappresenta sicuramente uno degli articoli più importanti di questo collegato e, tra l'altro, una delle attuazioni strategiche fondamentali del programma
con cui questo Governo si è presentato agli elettori.
Prima di entrare nel merito del complesso degli emendamenti sull'articolo 6 mi preme svolgere alcune considerazioni di carattere più generale, emerse dal dibattito di questi giorni.
Vorrei, prima di tutto, svolgere una considerazione strana e particolare. Ci troviamo di fronte al terzo o al quarto collegato del quale stiamo discutendo. Nei confronti dei precedenti, l'opposizione aveva fatto un'osservazione, affermando che i collegati medesimi erano di basso profilo perché non presentavano alcuno spunto e slancio (ricordo a proposito le osservazioni dei colleghi Vigni e Realacci sul collegato ambientale) e che ci si poteva aspettare di più da parte della maggioranza poiché lo strumento del collegato è stato ridotto a mera e pura applicazione della legge finanziaria o quant'altro.
Oggi, invece, le osservazioni dell'opposizione sono di tutt'altro tono, ma sempre allo stesso modo critiche, di fronte ad un collegato che affronta la materia in maniera incisiva e utilizza fino in fondo tale strumento per intervenire, sviluppando ovviamente i principi fondamentali previsti nella legge finanziaria e nel documento di programmazione economico-finanziaria finalmente declinando questa visione generale di cambiamento del paese nel settore delle infrastrutture e dei lavori pubblici. Quando la maggioranza segue questo percorso, invece, l'accusa dell'opposizione è esagerata. Si dice che è stato utilizzato uno strumento non opportuno, si chiedono i motivi per cui non abbiamo atteso e quant'altro. Questa è la prima osservazione che è emersa in termini generali dall'opposizione. Ne sono poi emerse altre nel corso del dibattito, altrettanto interessanti. Elenco le osservazioni, che ho sintetizzato e che ho appuntato dopo aver ascoltato con attenzione il dibattito, a cui successivamente cercherò di fornire alcune risposte.
Qualcuno ha affermato che si tratta di un provvedimento grave, scollegato da qualsiasi conoscenza. Qualche altro collega ha rilevato che si tratta di un'abdicazione della pubblica amministrazione; qualcun altro ha affermato (anche la collega Abbondanzieri) che è stata favorita la lobby delle imprese e sono stati previsti inopinati premi alle stesse. Apro una parentesi: noi, grazie a Dio, consideriamo le imprese come una risorsa per il nostro paese e non come un elemento negativo. L'impresa è, insieme ad altri, un soggetto fondamentale del nostro paese, costituendo uno degli elementi che può permettere ad esso di competere a livello internazionale e di produrre ricchezza e qualità della vita.
Ciò per noi rappresenta un elemento fondamentale; pertanto, stabilire un premio per le imprese o porre in essere una lobby delle stesse, seguendo questa logica, non è assolutamente un'accusa, ma può essere, anzi, una di quelle condizioni in cui la pubblica amministrazione, nel ruolo dello Stato, esplica la sua attività per valorizzare e creare le condizioni perché tutti i cittadini, tutti i soggetti, all'interno dello Stato, possano esprimersi nelle migliori condizioni, siano essi soggetti singoli, associazioni o imprese, in pari dignità. Lo Stato crea le condizioni, coordina e impartisce indirizzi sulla base dei quali tali soggetti possono agire.
Da questo punto di vista, in riferimento alle affermazioni circa la lobby delle imprese ed i premi alle medesime, ricordo che questo concetto, soprattutto nel corso degli anni sessanta e settanta, emergeva sempre; il capitalismo era considerato un male e l'impresa rappresentava il diavolo. Qualcuno addirittura (forse non avendo letto e approfondito il provvedimento) ha affermato che si tratta di un provvedimento criminogeno e che presuppone una cultura dell'illegalità (ciò si commenta da solo). In questo dibattito ne abbiamo sentite di tutti i colori.
Cosa abbiamo voluto fare e perché abbiamo usato il collegato per fare il primo passo (questo è solo l'inizio) verso la modifica, lo stravolgimento e l'innovazione rispetto alla normativa che riguarda i lavori pubblici? Innanzitutto, abbiamo voluto affrontare una fondamentale questione: la legge Merloni, e quindi l'articolo 6 che ci accingiamo a modificare, ha svolto
una sua funzione, ma è nata in una condizione del tutto particolare del nostro paese. Ci trovavamo all'inizio degli anni novanta, in pieno fenomeno di corruzione della pubblica amministrazione e l'intervento del legislatore interveniva esattamente in quella direzione.
Giustamente, questo doveva dare un segnale forte, ma, come sempre, quando una legge interviene non tanto per prescrivere in positivo, quanto per eliminare i fenomeni patologici, presenta tutti i limiti di una legge che non compie fino in fondo il dovere di legiferare. Essa non pone cioè una disciplina in positivo e non crea le condizioni per cui, in quel settore, possa rendersi più efficace ed efficiente l'azione della pubblica amministrazione. Questo deve essere infatti l'obiettivo di una legge in materia di lavori pubblici, ovvero come si possa rispondere in maniera efficiente al bisogno che emerge da quel determinato settore ed in che modo possano essere valorizzate le risorse presenti nel nostro paese. La legge Merloni va in questa direzione. Non è un caso che la legge Merloni, dagli inizi degli anni '90, sia stata modificata fino ad arrivare ad una terza versione, nel senso che progressivamente si cercava, partendo dalla versione originaria, di modificare ed aggiornare quel tipo di progetto iniziale.
Oggi, dopo dieci anni, credo si sia nel diritto-dovere di cambiare la logica complessiva dell'impostazione presente in quella legge sui lavori pubblici. Occorre passare da una legge che affronta i problemi patologici ad una legge la cui logica è completamente rovesciata, partendo da due principi fondamentale: da una parte, quello relativo al principio di responsabilità dei pubblici amministratori, della pubblica amministrazione, dei soggetti privati e di collaborazione tra pubblica amministrazione e soggetti privati. Questa è la prima grande direttrice. D'altra parte, il principio di semplificazione, di efficacia e di efficienza. Questo è l'impianto teorico sul quale occorre assolutamente presentare il nuovo disegno di legge in materia di lavori pubblici.
Tra l'altro, vorrei ricordare che lo stesso ex ministro dei lavori pubblici, citando una ricerca che aveva commissionato al Ministero dei lavori pubblici, aveva in tutta coscienza ed onestà ammesso la necessità assoluta, che emergeva nel rapporto tra pubblica l'amministrazione e Governo centrale, tra soggetti privati e Governo centrale, di procedere ad una urgente modifica della legge Merloni. Questo però rappresenta un altro livello. Chi ha svolto funzioni di amministratore pubblico sia nei piccoli comuni sia nei grandi centri, - perché le esigenze sono esattamente le stesse - aveva posto come prima richiesta, nei riguardi della classe politica che si stava presentando alle elezioni nello scorso maggio, la modifica urgente e radicale della legge Merloni. Si tratta di una richiesta che proveniva da tutte le parti.
Un'altra obiezione che è stata avanzata e a cui va data risposta è quella secondo la quale non sarebbe stato dato sufficientemente tempo per confrontarsi sulla questione. Nella scorsa legislatura e nel corso della attuale, sono presenti diversi progetti di legge presentati da forze politiche di diversa estrazione che contengono, in maniera evidente, la direzione nella quale si vuole affrontare la modifica della legge Merloni e del tema dei lavori pubblici. Quanto al contenuto in nuce, solo rispetto ad alcuni articoli, in questo disegno di legge collegato, si va esattamente nella direzione dei progetti di legge presentati: mi riferisco in particolare al progetto di legge presentato da Alleanza nazionale, a quello di Forza Italia, e, in generale, al contenuto del programma elettorale con il quale ci siamo presentati agli elettori. Questi contenuti sono stati proposti al paese ed anche in forza di essi siamo risultati vincitori.
Vorrei formulare un'altra considerazione: qualche collega, in queste settimane di dibattito, citava commentatori di ogni estrazione culturale. Vi è un principio che non dobbiamo dimenticare e che è già stato ricordato da un acuto ed intelligente opinionista del Corriere della sera, Angelo Panebianco. Non bisogna assolutamente scandalizzarsi: il centrodestra ha vinto
queste elezioni con un programma, che ha un contenuto ben preciso ed è compito e dovere di questo Governo attuare quel programma, in cui era contenuto esattamente quanto noi oggi stiamo affermando.
Sempre in generale, permettetemi un'ultima osservazione, più complessiva e più grave. C'è un principio, un concetto, che io pensavo fosse ormai estinto nella cultura del nostro paese, che è emerso, in particolare, da alcune osservazioni espresse ieri - penso al collega Vendola, alla collega Abbondanzieri ed altri colleghi -: la cultura della legalità la si salvaguarda solo a fronte di una normativa totalmente rigida, severa, che non lascia possibilità di elasticità, di dialogo e di azione, ai diversi soggetti. A prescindere dal fatto che, ovviamente, questo tipo di concezione culturale - legittima e attuata, tra l'altro, in questi anni nel nostro paese - ha dentro di sé un principio politico culturale preciso, secondo il quale è lo Stato che deve pervadere tutti gli atti e tutti i processi nel nostro paese; il cittadino, il soggetto persona, è un elemento collaterale, nel senso che deve adeguarsi e subordinarsi. Noi abbiamo un'altra concezione e l'abbiamo sempre espressa: non è lo Stato il soggetto del diritto, ma il cittadino; lo Stato crea le condizioni perché il cittadino possa esprimersi.
Tuttavia, questi colleghi avrebbero dovuto notare come, in questi anni, la cultura dell'illegalità - che è, come ho sempre detto, una patologia - si sia sviluppata proprio in presenza di normative totalmente rigide. Anzi, se leggete i processi o andate a vedere i fenomeni di corruzione, vedrete addirittura che la corruzione si è verificata in momenti dove la coerenza tra la norma e l'atto normativo era perfetta. In altre parole, gli atti urbanistici, la normativa e quant'altro, erano tutti coerenti; eppure, la corruzione, la patologia, esisteva. Le gare si svolgevano tutte allo stesso modo; eppure, la corruzione esisteva. Il problema, forse, è inverso: primo, considerare - come è giusto - che la corruzione e tutti questi fenomeni sono patologie del sistema e vanno assolutamente combattuti e possono essere presenti in un sistema normativo rigido o in un sistema normativo flessibile; secondo, che è compito dello Stato e della pubblica amministrazione rendere lo Stato e la pubblica amministrazione efficienti, perché è a fronte di un'inefficienza che si possono ulteriormente sviluppare questi fenomeni. Questo è il punto essenziale. Se - come dicevamo e come abbiamo più volte affermato - per rilasciare una concessione edilizia in qualsiasi città occorrono 12 o 14 mesi, se per attuare un diritto occorrono anni (se non decenni), è evidente che questa inefficienza dello Stato crea - non giustifica - fenomeni di corruzione.
Da questo punto di vista, un altro contenuto fondamentale del programma è esattamente quello che più volte il nostro Presidente del Consiglio ha citato: noi crediamo che la vera moralità sia la moralità del fare, cioè del cambiare lo Stato, renderlo efficiente, rendere efficace la sua azione.
Concludo con alcune osservazioni più generali. Che cosa abbiamo cambiato? Che cosa abbiamo stravolto? Il cappello, l'introduzione che abbiamo posto all'articolo 6 non è formale, è sostanziale: «Nelle more della revisione della legge ...». La domanda è stata: perché non avete atteso? Non abbiamo atteso semplicemente perché questa legge Merloni è in vigore e viene attuata; tutto il paese, ovviamente, si adegua e deve rispettare la legge vigente. Nelle more, nell'attesa non della modifica, ma dell'attuazione del nuovo titolo V della Costituzione sulla collaborazione tra lo Stato e le regioni, avendo individuato elementi di inefficienza e sapendo che queste leggi, così come sono, non funzionano e producono solo inefficienza, sarebbe da irresponsabili, potendo intervenire, non farlo, non attraverso un quadro o un disegno generale, ma attraverso interventi più specifici e particolari.
È stata modificata, quindi, l'introduzione all'articolo 1, che va in questa direzione: siamo ben coscienti che nel dialogo tra lo Stato, le regioni e gli enti locali si debba attuare quanto previsto dal nuovo titolo V della Costituzione. Gli altri articoli
che abbiamo modificato sono: l'articolo 2, relativo all'ambito di applicazione (qualcuno ha citato le opere di urbanizzazione a scomputo e il concetto di subappalto) l'articolo 4, l'autorità per la vigilanza sui lavori pubblici solo in tema di comunicazioni: sarebbe stato un articolo da stravolgere completamente.
Che senso ha, oggi? Dovremmo, magari, decidere su come ha funzionato l'Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici. In questo paese si scrivono le norme, ma poi non funzionano e diventano un ennesimo moloch burocratico, posto sulle spalle di tutti e da cui ognuno cerca di svincolare, facendo finta che non esista! Questo è il paese in cui dobbiamo scrivere le norme e dobbiamo scrivere le leggi! Le stesse - lo sappiamo - non vengono rispettate, perché sono assurde, complicate; facciamo finta di niente e andiamo avanti ugualmente (Commenti del deputato Mantini).
Per quanto riguarda l'autorità per la vigilanza sui lavori pubblici, in un sistema di devolution o quant'altro, occorre capire se - e come - può rimanere in essere. Il tema relativo all'articolo 8 è quello della qualificazione. L'articolo 12 concerne i consorzi stabili. Abbiamo lavorato esattamente in questa direzione; non è la lobby delle imprese o il premio all'impresa! Sappiamo esattamente che, per la pubblica amministrazione, è meglio avere un consorzio stabile vero, efficace, efficiente, che permetta alle aziende di mettersi insieme; occorre premiare questo tipo di azione, piuttosto che avere soggetti che poi arrancano, che non hanno l'autorevolezza e la qualificazione per poter svolgere tali lavori.
Per quanto riguarda l'articolo 13, la riunione di concorrenti e la programmazione sui lavori pubblici, non siamo ancora intervenuti in modo definitivo su ciò, ma abbiamo già messo in luce ed evidenziato alcuni aspetti di semplificazione. Tra l'altro, con riferimento alla semplificazione per i piccoli comuni o per i lavori minori, va dato atto alla collega Abbondanzieri di aver riconosciuto che è stato compiuto un grande passo in avanti.
L'articolo 17 concerne l'attività di progettazione, la direzione lavori e il tema della semplificazione, anche nell'affidamento delle progettazioni. E ancora, occorre citare gli articoli 19 - il sistema di realizzazione dei lavori pubblici - 21, 23 e 24. L'appalto integrato, inoltre, mi sembra sia stato regolato esattamente nella giusta direzione: non mettersi davanti una foglia di fico, ma affrontare la questione, regolamentarla, dire che è necessaria per lavori importanti; la pubblica amministrazione ha bisogno di arrivare ad una qualità complessiva del progetto e di avere certezze di attuazione dello stesso. Stiamo parlando di tutti quei lavori pubblici che sono sopra la soglia. Vorrei citare ancora gli articoli 29 e 37.
Mi è sembrato doveroso fornire una prima risposta complessiva alle osservazioni sollevate, anche per far capire che non c'era da una parte il diavolo e dall'altra l'acquasanta. Stiamo confrontando due modelli e due concezioni diverse di pubblica amministrazione e di semplificazione e su ciò vogliamo andare avanti (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e della Lega nord Padania).
![]() |
![]() |
![]() |