Camera dei deputati - XVII Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento bilancio
Titolo: Disposizioni urgenti in materia di enti territoriali
Riferimenti:
AC N. 3262/XVII   DL N. 78 DEL 19-GIU-15
Serie: Progetti di legge    Numero: 331
Data: 29/07/2015
Descrittori:
DECRETO LEGGE 2015 0078   ENTI LOCALI
Organi della Camera: V-Bilancio, Tesoro e programmazione

 

Camera dei deputati

XVII LEGISLATURA

 

 

 

Documentazione per l’esame di
Progetti di legge

Disposizioni urgenti
in materia di enti territoriali

D.L. 78/2015 - A.C. 3262

Schede di lettura

 

Parte I

 

 

 

 

n. 331

 

 

 

29 luglio 2015

 


Servizio responsabile:

Servizio Studi – Dipartimento Bilancio

( 066760-2233 – * st_bilancio@camera.it Twitter_logo_blue.pngCD_Bilancio

Hanno partecipato alla redazione del dossier i seguenti Servizi:

Servizio Bilancio dello Stato

Verifica delle quantificazioni n. 251

( 066760-2174 / 066760-9455 – * bs_segreteria@camera.it

Servizio Commissioni – Segreteria V Commissione

( 066760-3545 / 066760-3685 – * com_bilancio@camera.it

Il presente dossier è articolato in due volumi:

§  Schede di lettura (dossier n. 331, Parte I), redatto dal Servizio Studi

§  Profili finanziari (dossier n. 331, Parte II) redatto dal Servizio Bilancio dello Stato, nonché dalla Segreteria della V Commissione per quanto concerne le coperture.

 

 

 

 

 

 

 

La documentazione dei servizi e degli uffici della Camera è destinata alle esigenze di documentazione interna per l'attività degli organi parlamentari e dei parlamentari. La Camera dei deputati declina ogni responsabilità per la loro eventuale utilizzazione o riproduzione per fini non consentiti dalla legge. I contenuti originali possono essere riprodotti, nel rispetto della legge, a condizione che sia citata la fonte.

File: D15078.docx

 


INDICE
(Parte I)

Schede di lettura

§  Articolo 1 del ddl di conversione, commi da 1 a 3 (Abrogazione del D.L. n. 85/2015 e degli artt. 1 e 2 del D.L. n. 92/2015) 3

§  Articolo 1, commi 1-9 (Rideterminazione degli obiettivi del patto di stabilità interno dei comuni per gli anni 2015-2018 e ulteriori disposizioni concernenti il patto di stabilità interno) 4

§  Articolo 1, comma 10 (Riparto delle riduzioni di spesa corrente per le province e le città metropolitane) 18

§  Articolo 1, comma 10-bis (Riduzione obiettivi patto di stabilità per alcuni comuni veneti  colpiti da eventi atmosferici) 19

§  Articolo 1-bis (Saldo di competenza delle regioni per l’anno 2015 – esclusione degli impegni per investimenti diretti e per contributi in conto capitale) 21

§  Articolo 1-ter (Predisposizione del bilancio di previsione annuale 2015 delle province e delle città metropolitane) 24

§  Articolo 1-quater (Modalità di finanziamento delle spese di investimento delle regioni) 27

§  Articolo 1-quinquies (Defiscalizzazione del cambio proprietario del Parco di Monza) 30

§  Articolo 2, commi 1-5 e comma 6 (Disposizioni finalizzate alla sostenibilità dell’avvio a regime dell’armonizzazione contabile e termini per la procedura di riequilibrio finanziario) 31

§  Articolo 2, comma 5-bis (Termini per la procedura di riequilibrio finanziario per gli enti locali) 37

§  Articolo 3 (Anticipazioni di risorse ai comuni e ulteriori disposizioni concernenti il riparto del Fondo di solidarietà comunale 2015) 38

§  Articolo 4, comma 1 (Disapplicazione delle sanzioni concernenti il divieto di assunzioni per riallocazione personale delle province) 45

§  Articolo 4, comma 2 (Personale delle province) 47

§  Articolo 4, comma 2-bis (Procedure concorsuali reclutamento a tempo indeterminato di personale nei servizi educativi e scolastici) 50

§  Articolo 4, comma 3 (Assunzioni negli EE.LL.) 52

§  Articolo 4, comma 4 (Esclusione dei pagamenti dei debiti commerciali pregressi dall’indicatore dei tempi medi di pagamento delle P.A.) 54

§  Articolo 4, comma 4-bis (Segretari comunali e provinciali) 57

§  Articolo 4, comma 4-ter (Esercizio in forma associata di funzioni da parte degli enti di area vasta) 59

§  Articolo 4-bis (Disposizioni per la funzionalità operativa delle Agenzie fiscali) 60

§  Articolo 5 (Misure in materia di polizia provinciale) 63

§  Articolo 5-bis (Proroga dell’impiego del personale militare appartenente alle Forze armate) 67

§  Articolo 6, commi 1-6 (Misure per emergenza liquidità di enti locali impegnati in ripristino legalità) 69

§  Articolo 6, comma 7 (Assunzioni a tempo determinato presso gli enti locali commissariati) 73

§  Articolo 7, commi 1 e 2 (Rinegoziazione mutui enti locali) 74

§  Articolo 7, comma 2-bis (Riequilibrio di bilancio per gli enti dissestati) 76

§  Articolo 7, comma 3 (Riduzione di risorse ai comuni ai sensi dell’art. 16 del D.L. n. 95/2012, c.d. spending review) 77

§  Articolo 7, comma 4 (Affidamento riscossione TARES) 80

§  Articolo 7, comma 5 (Destinazione del 10 per cento delle risorse derivanti dall'alienazione del patrimonio immobiliare disponibile degli enti territoriali) 81

§  Articolo 7, comma 6 (Modifica del piano di riequilibrio finanziario pluriennale) 82

§  Articolo 7, comma 7 (Proroga riscossione EE.LL.) 83

§  Articolo 7, comma 8 (Scioglimento di consorzi controllati da enti locali) 86

§  Articolo 7, comma 8-bis (Cessazioni delle partecipazioni da parte delle amministrazioni pubbliche) 87

§  Articolo 7, comma 9 (Norme in materia di TARI) 90

§  Articolo 7, comma 9-bis (Modalità di notifica in materia di catasto nelle provincie di Trento e Bolzano) 91

§  Articolo 7, comma 9-ter (Attribuzione ai rifiuti della caratteristica di “ecotossico”) 92

§  Articolo 7, comma 9-quater (Utilizzo dei contributi per le opere dell’Expo 2015) 94

§  Articolo 7, comma 9-quinquies (Trasferimento funzioni provinciali) 95

§  Articolo 7, comma 9-sexies (Disponibilità del Fondo di rotazione destinate al Piano di Azione Coesione per copertura sgravi contributivi) 97

§  Articolo 7, commi 9-septies – 9-quinquiesdecies (Fondo integrativo Azienda del gas) 99

§  Articolo 7, comma 9-sexiesdecies (Contributo in favore di Campione d’Italia) 102

§  Articolo 7, commi 9-septiesdecies–9-duodevicies (Concessioni demaniali marittime) 103

§  Articolo 7-bis (Assicurazione amministratori locali e rimborso spese legali) 105

§  Articolo 8, commi 1-9 (Incremento del fondo per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti delle regioni e contributi in favore degli enti territoriali) 109

§  Articolo 8, commi 4-bis-4-quater (Accesso anticipazioni di liquidità per il CREA) 115

§  Articolo 8, commi 10-12 (Contributo ai comuni) 120

§  Articolo 8, comma 13 (Anticipo termini per verifica gettito IMU agricola 2014 ai fini delle variazioni compensative conseguenti) 124

§  Articolo 8, comma 13-bis (Proroga versamento prima rata IMU agricola) 126

§  Articolo, 8, commi da 13-ter a 13-quinquies  (Esigenze finanziarie delle città metropolitane e delle province) 128

§  Articolo 8, comma 13-sexies (Cause di ineleggibilità dei sindaci) 131

§  Articolo 8, comma 13-septies (Finanziamento oneri di servizio pubblico marittimo) 133

§  Articolo 8, commi da 13-octies a 13 duodecies (Regione Sicilia) 134

§  Articolo 8-bis (Valle d’Aosta – patto di stabilità interno e servizi ferroviari) 138

§  Articolo 9, commi 1-5 (Disposizioni concernenti le regioni) 141

§  Articolo 9, comma 6 (Ristrutturazione del debito delle regioni) 151

§  Articolo 9, comma 7 (Piano nazionale per la riqualificazione sociale e culturale delle aree urbane degradate) 154

§  Articolo 9, comma 8 (Modifica procedura di rivalsa per reintegro fondo di rotazione attuazione politiche comunitarie per tempestiva esecuzione delle sentenze di condanna rese dalla Corte di giustizia) 155

§  Articolo 9, comma 9 (Addizionali e compartecipazioni regionali ai tributi statali e posticipo riduzione contributi alle Regioni a Statuto ordinario) 159

§  Articolo 9, commi 9-bis–9-quater (Tassa automobilistica in caso di leasing) 163

§  Articolo 9, commi 10 e 11 (Finanziamento policlinici universitari) 164

§  Articolo 9, commi da 11-bis a 11-quater (Consorzio interuniversitario CINECA e affidamento di servizi informativi strumentali nel sistema dell’istruzione, dell’università e della ricerca) 167

§  Articolo 9-bis (Razionalizzazione ed efficientamento della spesa del Servizio sanitario nazionale, in attuazione delle intese sancite dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano) 171

§  Articolo 9-ter (Razionalizzazione della spesa per beni e servizi, dispositivi medici e farmaci) 173

§  Articolo 9-quater (Riduzione delle prestazioni inappropriate) 189

§  Articolo 9-quinquies (Rideterminazione dei fondi per la contrattazione integrativa del personale dipendente del Servizio sanitario nazionale) 194

§  Articolo 9-sexies (Potenziamento monitoraggio beni e servizi) 196

§  Articolo 9-septies (Rideterminazione del livello di finanziamento del Servizio sanitario nazionale) 197

§  Articolo 9-octies (Clausole di salvaguardia per le Regioni a statuto speciale e le Province autonome) 202

§  Articolo 9-nonies (Potenziamento delle misure di sorveglianza dei livelli dei controlli di profilassi internazionale del Ministero della salute) 203

§  Articolo 9-decies (Programma straordinario per il Giubileo 2015-2016) 205

§  Articolo 9-undecies (Disposizioni in ambito sanitario dirette a favorire la tempestività dei pagamenti) 208

§  Articolo 9-duodecies  (Organizzazione e funzionamento dell’Agenzia italiana del farmaco) 210

§  Articolo 10 (Norme in materia di anagrafe e carta di identità elettronica) 214

§  Articolo 11, commi 1-7-ter e 12-16 (Misure per la ricostruzione dei territori abruzzesi interessati dal sisma del 6 aprile 2009) 221

§  Articolo 11, comma 1-bis (Esenzione dalla riduzione del Fondo di solidarietà comunale per i comuni terremotati) 237

§  Articolo 11, comma 8 (Tracciabilità dei flussi finanziari) 239

§  Articolo 11, commi 9, 11 e 11-bis (Misure per la ricostruzione degli immobili pubblici e delle chiese nei territori abruzzesi) 240

§  Articolo 11, commi 11-ter e 11-quater (Riparto dei consumi per le strutture dei progetti CASE e MAP nei territori abruzzesi interessati dal sisma del 2009) 244

§  Articolo 11, comma 16-bis (Modifiche alla disciplina definitoria in materia di gestione dei rifiuti) 245

§  Articolo 11, comma 16-ter (Modifiche alla disciplina transitoria in materia di autorizzazione integrata ambientale) 250

§  Articolo 11, comma 16-quater (Bonifica ambientale e riqualificazione urbana del comprensorio Bagnoli - Coroglio) 252

§  Articolo 11-bis (Disposizioni in materia di economia legale) 256

§  Articolo 12, commi 1-4, 7 e 8 (Disciplina ZFU Emilia) 258

§  Articolo 12, commi 5 e 6 (Agevolazioni ed esenzioni fiscali nelle Zone Franche Urbane dell’Emilia) 262

§  Articolo 13, comma 01 (Proroga dello stato di emergenza conseguente agli eventi sismici del 20 e del 29 maggio 2012) 264

§  Articolo 13, commi 1-6 (Rimodulazione interventi a favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici del 20 e 29 maggio 2012) 265

§  Articolo 13-bis (Disciplina ZFU Sardegna) 270

§  Articolo 13-ter (Misure per la città di Venezia) 272

§  Articolo 13-quater (Proroga dei termini per la cantierabilità degli interventi) 275

§  Articolo 14 (Clausola di salvaguardia) 277

§  Articolo 15 (Servizi per l’impiego) 280

§  Articolo 16, comma 1 (Affidamento in concessione dei servizi negli istituti e nei luoghi della cultura) 284

§  Articolo 16, comma 1-bis (Grande Progetto Pompei e Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia) 286

§  Articolo 16, comma 1-ter (Commercio nelle aree di alto valore culturale) 291

§  Articolo 16, commi 1-quater-1-sexies (Interventi per i luoghi della cultura delle province e tutela del patrimonio archivistico e bibliografico) 293

§  Articolo 16-bis (Misure per favorire la rappresentanza territoriale negli organi di amministrazione di associazioni e fondazioni con finalità di gestione di beni del patrimonio mondiale dell’umanità) 296

§  Articolo 16-ter  (Assunzioni nelle Forze di polizia e nei Vigili del fuoco) 297

§  Articolo 16-quater  (Stabilizzazione lavoratori comuni della Regione Calabria) 301

§  Articolo 17 (Disposizioni finali) 303

§  Articolo 18 (Entrata in vigore) 304

 


Schede di lettura


 

Articolo 1 del ddl di conversione, commi da 1 a 3
(Abrogazione del D.L. n. 85/2015 e degli artt. 1 e 2 del D.L. n. 92/2015)

 

 

I commi 1-bis e 1-ter, dell’articolo 1 del disegno di legge di conversione del decreto-legge in esame, introdotti nel corso dell’esame del Senato, recano, l’abrogazione dei decreti-legge 1° luglio 2015, n. 85 e 4 luglio 2015, n. 92 (quest’ultimo limitatamente agli articoli 1 e 2), i cui relativi disegni di legge di conversione sono in corso di esame da parte delle Camere.

Inoltre, i due commi aggiuntivi recano la consueta formula di salvaguardia degli effetti prodotti e dei rapporti giuridici sorti nella vigenza dei due decreti-legge abrogati.

Il decreto-legge n. 85/2015 reca disposizioni urgenti per garantire la continuità dei dispositivi di sicurezza e di controllo del territorio (c.d. “operazione strade sicure”); il relativo disegno di legge di conversione è stato trasmesso al Senato ma non ne è cominciato l’esame in sede referente (A.S. 1992).

Disposizioni identiche a quelle recate nell’unico articolo del decreto-legge n. 85 sono state inserite dal Senato nel decreto-legge in commento (articolo 5-bis).

 

È in corso di esame alla Camera il disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 92/2015 che reca misure urgenti in materia di rifiuti e di autorizzazione integrata ambientale, nonché per l'esercizio dell'attività d'impresa di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale (A.C. 3210).

Disposizioni identiche a quelle contenute negli articoli 1 e 2 del decreto-legge 92 sono riprodotte all’articolo 11, commi 16-bis e 16-ter del decreto-legge in esame, introdotti dal Senato. L’articolo 3 del decreto-legge 92 è invece confluito nel D.L. 83/2015 recante interventi su fallimento, procedure esecutive e funzionamento dell'amministrazione giudiziaria, in corso di conversione (A.S. 2021).


 

 

Articolo 1, commi 1-9
(Rideterminazione degli obiettivi del patto di stabilità interno
dei comuni per gli anni 2015-2018 e ulteriori disposizioni
concernenti il patto di stabilità interno)

 

 

L’articolo 1 è finalizzato alla rideterminazione degli obiettivi del patto di stabilità interno per i comuni per gli anni dal 2015 al 2018, disponendo altresì alcune misure finalizzate a rendere più sostenibili gli obiettivi degli enti soggetti ai vincoli del patto di stabilità, allentando, nel contempo, la pressione sulle spese di investimento.

In particolare, il comma 1 ridetermina gli obiettivi del patto di stabilità per i comuni, come approvati con l’Intesa sancita nella Conferenza Stato-Città ed autonomie locali del 19 febbraio 2015, riducendoli di un importo pari all’accantonamento al Fondo crediti di dubbia esigibilità, come stanziato nel bilancio di previsione di ciascun anno di riferimento.

I commi successivi recano norme che allentano i vincoli del patto, consentendo ai comuni maggiori margini finanziari per effettuare spese finalizzate a investimenti volti alla cura del territorio e all’erogazione dei servizi (commi 2-6).

Il comma 8 estende anche ai comuni sede di città metropolitane l’utilizzo dei 700 milioni di euro destinati, dalla legge di stabilità per il 2015 (comma 145) alle regioni, per l’esclusione dagli equilibri di bilancio delle spese relative al cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali comunitari. Per i comuni, le risorse sono destinate all’esclusione dai vincoli del patto di stabilità delle spese per opere prioritarie del programma delle infrastrutture strategiche e delle spese per le opere e gli interventi cofinanziati dai Fondi strutturali europei ricompresi nella Programmazione "2007-2013" e nella Programmazione "2014-2020", a valere sulla quota di cofinanziamento a carico dei predetti enti locali.

I commi 7 e 9 prevedono l’attenuazione delle sanzioni per il mancato rispetto del patto di stabilità interno relativo all’anno 2014 da parte degli enti locali, in particolare, definendo un limite massimo all’applicazione della sanzione consistente nella riduzione delle risorse del Fondo di solidarietà comunale ovvero del Fondo di riequilibrio provinciale e consentendo alle province e città metropolitane di stipulare contratti di lavoro a tempo determinato con termine finale fissato entro la data del 31 dicembre 2015 (ultimo periodo del comma 7, introdotto nel corso dell’esame al Senato). Il comma 9, infine, esclude l’applicazione delle sanzioni per gli enti locali per i quali sia intervenuta la dichiarazione di dissesto finanziario nel 2012.

Si ricorda che il patto di stabilità interno per gli enti locali è disciplinato in via generale dall’articolo 31 della legge di stabilità 2012 (legge n. 183/2011), come più volte modificato ed aggiornato, da ultimo dall’articolo 1, commi 489-500, della legge n. 190/2014 (stabilità 2015). Per quanto concerne l’ambito soggettivo di applicazione del patto di stabilità interno, si rammenta che a decorrere dal 2013 il patto si applica alle province e ai comuni con popolazione superiore a 1.000 abitanti, come disposto dal comma 1 dell’articolo 31 della legge n. 183 del 2011[1].

La disciplina del patto per gli enti locali è finalizzata all’obiettivo del miglioramento del saldo finanziario degli enti, calcolato quale differenza tra entrate e spese finali, espresso in termini di competenza mista. Il meccanismo di calcolo del saldo-obiettivo è ancorato alla capacità di spesa di ciascun ente locale, corrispondente al livello di spesa corrente mediamente sostenuto in un triennio.

Per la determinazione dell’obiettivo programmatico di saldo finanziario per gli anni dal 2015 al 2018, la legge di stabilità per il 2015 ha disposto che esso sia rapportato alla media della spesa corrente registrata nel triennio 2010-2012, sulla base di determinate percentuali stabilite per ciascuna tipologia di ente dalla norma medesima, diminuito di un importo pari alla riduzione dei trasferimenti[2] apportata ai sensi dell’articolo 14, comma 2, del D.L. n. 78/2010 (articolo 31, comma 4, legge n. 183 del 2011).

Si rammenta che la legge di stabilità per il 2015 (art. 1, comma 489) ha ridefinito le percentuali da applicare alla media della spesa corrente in modo da determinare una riduzione del concorso degli enti locali alla manovra di finanza pubblica per il 2015, pari a 2.889 milioni di euro, di cui 2.650 milioni per i comuni e 239 milioni per le province.

Tale impatto positivo è stato peraltro, in parte, compensato dall’aggravio – in termini di compressione della spesa - determinato dall’inserimento nel computo del saldo rilevante ai fini del Patto di stabilità degli stanziamenti di competenza del Fondo crediti di dubbia esigibilità, per effetto delle nuove disposizioni di armonizzazione contabile (stimato in circa 1.750 milioni complessivi).

Di conseguenza, la norma citata ha previsto che sulla base delle informazioni relative al valore degli accantonamenti effettuati sul fondo per l’anno 2015, acquisite con specifico monitoraggio, le percentuali riferite all’anno 2015 per il calcolo del saldo obiettivo avrebbero potuto essere modificate.

Inoltre, il comma 489 medesimo, integrando l’art. 31, comma 2, della legge n. 183/2011, ha previsto la possibilità di una ulteriore ridefinizione degli obiettivi di ciascun ente, da effettuarsi con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, previa intesa in sede di Conferenza Stato-città ed autonomie locali, su proposta dell’ANCI e dell’UPI, entro il 31 gennaio 2015, al fine di tenere in debito conto una serie di condizioni particolari che possano riguardare i singoli enti, quali: le maggiori funzioni assegnate alle città metropolitane, gli eventi calamitosi, gli interventi di messa in sicurezza degli edifici scolastici e del territorio, gli oneri connessi all’esercizio della funzione di ente capofila nonché gli oneri relativi a sentenze passate in giudicato a seguito di procedure di esproprio o di contenziosi connessi a cedimenti strutturali. Tale diversa distribuzione tra i singoli enti del comparto del contributo richiesto dal patto di stabilità interno è tuttavia effettuata fermo restando l'obiettivo complessivo del comparto, nel rispetto dell’equilibrio dei saldi di finanza pubblica.

 

Per i comuni, l’Intesa per la ridefinizione degli obiettivi del Patto di stabilità interno è stata raggiunta in sede di sede di Conferenza Stato-Città ed autonomie locali il 19 febbraio 2015, sulla base della Nota metodologica proposta dall’ANCI ad essa allegata. Con l’Intesa del 19 febbraio 2015 si è pervenuti ad una revisione dei criteri per la definizione degli obiettivi finanziari di ciascun comune, che tenendo conto delle esigenze di un adeguamento alle mutate condizioni della finanza comunale, consente una maggiore sostenibilità e razionalità della manovra a carico del comparto comunale.

Rideterminazione degli obiettivi del patto per i comuni (commi 1-6)

Il comma 1 provvede ad una rideterminazione degli obiettivi del patto di stabilità interno per i comuni per ciascuno degli anni dal 2015 al 2018, secondo quanto definito nell’Intesa del 19 febbraio 2015 sancita nella Conferenza Stato-Città ed autonomie locali.

 

Più in particolare, la norma individua gli obiettivi del patto di stabilità per i comuni in quelli che sono stati approvati con la suddetta l’Intesa del 19 febbraio 2015, sancita in sede di Conferenza Stato-Città ai sensi dell’articolo 1, comma 489, della legge n. 190/2014, nella quale sono stati concordati i criteri per la rideterminazione dell’obiettivo del patto di stabilità interno fra i comuni, in relazione al complesso della manovra richiesta a tali enti per gli anni 2015-2018 con la legge di stabilità per il 2015, fermo restando l’obiettivo complessivo di comparto.

Tali obiettivi sono riportati, con riferimento a ciascun comune, nella tabella 1 allegata al decreto-legge in esame.

Ciascuno dei predetti obiettivi viene, inoltre, ridotto di un importo pari all’ammontare dell’accantonamento al Fondo crediti di dubbia esigibilità, stanziato nel bilancio di previsione di ciascun anno di riferimento dal singole ente.

Ciò per compensare l’impatto finanziario negativo determinato dalla costituzione, nel bilancio di previsione per gli anni del periodo considerato, dell’accantonamento al Fondo crediti di dubbia esigibilità i cui stanziamenti di competenza – si rammenta - rientrano nel computo dei saldi-obiettivo.

 

Si ricorda che il Fondo crediti di dubbia esigibilità è disciplinato per gli enti locali dall’articolo 167 del TUEL (di cui al D.Lgs. n. 267/2000 e successive modificazioni).

Il Fondo - precisano i principi contabili vigenti per gli enti locali[3] - ha la funzione di compensare eventuali minori entrate derivanti da crediti divenuti parzialmente o totalmente inesigibili: si tratta di crediti per i quali è certo il titolo giuridico ma è diventata dubbia e diffide la riscossione per condizioni oggettive. Per tali crediti è effettuato un accantonamento al fondo crediti di dubbia esigibilità, vincolando una quota dell’avanzo di amministrazione.

A tal fine è previsto che sia stanziata nel bilancio di previsione degli enti locali una apposita posta contabile, denominata “Accantonamento al fondo crediti di dubbia esigibilità” il cui ammontare è determinato in considerazione della dimensione degli stanziamenti relativi ai crediti che si prevede si formeranno nell'esercizio, della loro natura e dell'andamento del fenomeno negli ultimi cinque esercizi precedenti (la media del rapporto tra incassi e accertamenti per ciascuna tipologia di entrata). La quantificazione degli stanziamenti del Fondo in bilancio va adeguatamente motivata nella relazione previsionale e programmatica ed il prospetto concernente la composizione del fondo crediti di dubbia esigibilità è allegato al bilancio di previsione e al rendiconto di gestione.

L'accantonamento al fondo crediti di dubbia esigibilità non è oggetto di impegno e genera un'economia di bilancio che confluisce nel risultato di amministrazione come quota accantonata.

In sede di rendiconto, fin dal primo esercizio di applicazione del presente principio, l'ente accantona nell'avanzo di amministrazione l'intero importo del fondo crediti di dubbia esigibilità quantificato nel prospetto riguardante il fondo allegato al rendiconto di esercizio.

In sede di assestamento di bilancio e alla fine dell’esercizio per la redazione del rendiconto, è verificata la congruità del fondo crediti di dubbia esigibilità complessivamente accantonato nel bilancio e nell’avanzo, in considerazione dell’ammontare dei residui attivi degli esercizi precedenti e di quello dell’esercizio in corso. L’importo complessivo del fondo accantonato nell’avanzo è calcolato applicando all’ammontare dei residui attivi la media dell’incidenza degli accertamenti non riscossi sui ruoli o sugli altri strumenti coattivi negli ultimi cinque esercizi.

Quando un credito è dichiarato definitivamente ed assolutamente inesigibile, lo si elimina dalle scritture finanziarie e, per lo stesso importo del credito che si elimina, si riduce la quota accantonata nel risultato di amministrazione a titolo di fondo crediti di dubbia esigibilità.

A seguito di ogni provvedimento di riaccertamento dei residui attivi è rideterminata la quota dell'avanzo di amministrazione accantonata al fondo crediti di dubbia esigibilità[4]

L'eventuale quota del risultato di amministrazione “svincolata”, sulla base della determinazione dell'ammontare definitivo del fondo crediti di dubbia esigibilità rispetto alla consistenza dei residui attivi di fine anno, può essere destinata alla copertura dello stanziamento riguardante il fondo crediti di dubbia esigibilità del bilancio di previsione dell'esercizio successivo a quello cui il rendiconto si riferisce.

 

In base al “Principio applicato della contabilità finanziaria” - paragrafo 3.3 dell'allegato 4/2, annesso al decreto legislativo n. 118/2011, come modificato dall’art. 1, comma 509, della legge di stabilità per il 2015 – è prevista una iscrizione graduale nel bilancio di previsione dell’accantonamento al Fondo crediti di dubbia esigibilità: nel primo esercizio di applicazione (2015) è previsto lo stanziamento in bilancio di una quota pari almeno al 36% dell'importo dell'accantonamento, come quantificato nell’apposito prospetto allegato al bilancio di previsione. Tale quota è invece pari almeno al 55% per gli enti locali che hanno partecipato alla fase di sperimentazione dell’armonizzazione dei sistemi contabili. Nel secondo esercizio lo stanziamento di bilancio riguardante il Fondo crediti di dubbia esigibilità dovrà essere pari, per tutti gli enti locali, almeno al 55% dell’accantonamento, nel 2017 pari almeno al 70%; nel 2018 pari almeno all'85%. A decorrere dal 2019, l'accantonamento al Fondo è effettuato per l'intero importo.

Il comma 490 dell'articolo 1 della legge n. 190 del 2014, novellando il comma 3 dell’articolo 31 della legge n. 183/2001, ha disposto che nel saldo finanziario, valido ai fini del patto di stabilità interno, rilevano gli stanziamenti di competenza del Fondo crediti di dubbia esigibilità[5].

Per il 2015 - anno di prima applicazione dell’obbligo di iscrizione in bilancio dell'accantonamento al Fondo crediti di dubbia esigibilità, che la normativa vigente, come sopra descritta, prevede pari almeno al 36% dell'importo dell'accantonamento – la legge di stabilità 2015 (comma 490) prevede che le percentuali da applicare per il computo dei saldi obiettivo degli enti locali possano essere modificate sulla base delle informazioni relative al valore degli accantonamenti effettuati sul fondo crediti di dubbia esigibilità per l'anno 2015, acquisite con specifico monitoraggio. A decorrere dal 2016, le percentuali sono rideterminate tenendo conto del valore degli accantonamenti effettuati sul Fondo crediti di dubbia esigibilità nell'anno precedente.

 

La possibilità, introdotta dalla disposizione in esame, per ciascun comune di poter ridurre il proprio obiettivo in termini di patto di stabilità interno per un importo pari all'accantonamento al Fondo crediti di dubbia esigibilità consente ai medesimi – come messo in rilievo nell’Intesa - di poter modulare in autonomia tra le due componenti interessate (obiettivo programmatico ed accantonamento al fondo crediti) il valore-obiettivo utile al rispetto degli obblighi di finanza pubblica posti a suo carico.

 

Nell’Intesa del 19 febbraio 2015 è apparso necessario - considerate le specificità dovute all’avvio della nuova contabilità - mantenere un collegamento tra il riparto del nuovo obiettivo di Patto come definito dalla legge di stabilità 2015 e la stretta finanziaria dovuta all’introduzione del Fondo crediti di dubbia esigibilità.

La ripartizione dell’obiettivo finanziario complessivo fra i comuni attuato con l’Intesa è stato elaborato sulla base di uno schema – si sottolinea nell’Intesa - volto, da un lato, a facilitare l’attuazione della nuova contabilità, favorendo l’emersione della dubbia esigibilità, e dall’altro a diminuire i rischi di overshooting (avanzi di Patto in eccesso); esso risulta inoltre utile sotto il profilo del controllo centrale sul rispetto dei saldi di finanza pubblica in quanto fissa a priori l’ammontare complessivo del vincolo assegnato a ciascun ente. “Il riparto dell’obiettivo finanziario tra l’ammontare del Fondo crediti dubbia esigibilità e il residuo da considerare come obiettivo di Patto viene ‘deciso’ autonomamente dal singolo ente, che risulta così incentivato alla completa emersione del proprio FCDE, in quanto questo determina un minor valore dell’obiettivo di Patto”.

 

Come precisato nella Relazione tecnica (ed esplicitato nell’Intesa del 19 febbraio), il riparto degli obiettivi del patto fra i comuni, effettuato secondo i criteri adottati nell’Intesa, eccede la dimensione effettiva dell’obiettivo finanziario complessivo assegnato al comparto comunale di circa 100 milioni di euro. Tale contributo viene pertanto riattribuito ai comuni secondo la fattispecie di cui al successivo comma 2.

 

Il comma 2 reca un allentamento dei vincoli del patto di stabilità in favore dei comuni, consentendo ad essi maggiori spazi finanziari per l’effettuazione di determinate tipologie di spese nel limite complessivo di 100 milioni di euro annui per il periodo 2015-2018, così suddivisi:

a)   10 milioni per eventi calamitosi e messa in sicurezza del territorio;

b)   40 milioni per la messa in sicurezza degli edifici scolastici nonché del territorio, connessi alla bonifica dei siti contaminati dall’amianto;

c)   30 milioni per l’esercizio della funzione di ente capofila nel caso di gestione associata di alcune funzioni;

d)   20 milioni per le spese relative a sentenze passate in giudicato a seguito di contenziosi connessi a cedimenti strutturali e di procedure di esproprio.

 

Si tratta di particolari tipologie di spesa già considerate dalla legge di stabilità per il 2015 (articolo 1, comma 489, lettera e), legge n. 190/2014) come suscettibili di consentire una deroga dai vincoli del patto, in favore degli enti che le sostengono.

In particolare, la citata disposizione stabiliva che i saldi obiettivo dei singoli enti potessero essere rideterminati, entro il 31 gennaio 2015, fermo restando l'obiettivo complessivo del comparto, con decreto del Ministero dell'economia e finanze, d’intesa con la Conferenza Stato-città, su proposta dell’ANCI ed UPI, al fine di tener conto di una serie di condizioni particolari che possano riguardare i singoli enti, quali: le maggiori funzioni assegnate alle città metropolitane, gli eventi calamitosi, gli interventi di messa in sicurezza degli edifici scolastici e del territorio, gli oneri connessi all’esercizio della funzione di ente capofila nonché gli oneri relativi a sentenze passate in giudicato a seguito di procedure di esproprio o di contenziosi connessi a cedimenti strutturali.

 

Per quanto concerne specificamente gli eventi calamitosi, si ricorda che l’art. 5 della legge n. 225 del 1992 (Istituzione del Servizio nazionale della protezione civile) stabilisce, ai sensi dell’art. 2, comma 1 lettera c), che al verificarsi di tali eventi - che in ragione della loro intensità ed estensione debbono, con immediatezza d'intervento, essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari da impiegare durante limitati e predefiniti periodi di tempo - il Consiglio dei Ministri delibera lo stato di emergenza, su proposta del Presidente del Consiglio. La durata dello stato di emergenza non può superare i 180 giorni e può essere prorogata di altri 180 giorni, con ulteriore deliberazione del Consiglio dei Ministri. In merito agli eventi calamitosi per i quali sia stato deliberato e risulti vigente alla data di pubblicazione del presente decreto lo stato di emergenza si rinvia alla pagina dedicata nel sito della Protezione Civile.

Per quanto riguarda gli interventi per la messa in sicurezza del territorio, si rinvia al tema web sul dissesto idrogeologico.

 

I commi successivi, da 3 a 5, recano le disposizioni volte a disciplinare le procedure per la richiesta da parte dei comuni interessati degli spazi finanziari[6] necessari.

La procedura prevede la comunicazione al Ministero dell’economia degli spazi finanziari di cui l’ente necessita, da effettuarsi entro termini perentori – fissati in 10 giorni dall’entrata in vigore del decreto-legge in esame per gli spazi finanziari relativi al 2015 e al 10 maggio per gli anni 2016-2018 - tramite il sistema web della Ragioneria generale dello Stato (comma 3).

Nel caso in cui le richieste complessive siano superiori agli spazi finanziari messi a disposizione per ciascuna delle fattispecie di cui al comma 2, gli spazi saranno assegnati in misura proporzionale alle singole richieste.

Nel caso in cui le richieste complessive siano invece inferiori agli spazi finanziari messi a disposizione in ciascuna fattispecie, gli spazi residui saranno attribuiti ai comuni con la procedura disciplinata per il sistema di premialità.

Il meccanismo della premialità, previsto dal comma 122 dell’articolo unico della legge n. 220/2010, consente la riduzione gli obiettivi annuali del patto di stabilità per gli enti locali virtuosi nell’anno precedente, per un importo complessivo commisurato agli effetti finanziari determinati dall'applicazione della sanzione operata a valere sul fondo di solidarietà comunale, comminata nei confronti degli enti locali che non hanno rispettato l'obiettivo del patto[7].

Sulla disciplina è intervenuto, di recente, l’articolo 4, comma 3, del D.L. n. 66/2014, il quale ha riservato l’applicazione del sistema di premialità esclusivamente agli enti locali che risultino altresì rispettosi dei tempi di pagamento previsti dal decreto legislativo 9 ottobre 2002, n. 231[8], come rilevato nella certificazione del patto di stabilità interno.

Con riferimento specifico al riparto degli spazi finanziari per l’anno 2015, il comma 3 stabilisce una riserva in favore dei comuni che richiedono spazi finanziari per spese finanziate con entrate conseguenti ad accordi transattivi connessi alle bonifiche dei siti contaminati dall’amianto, stipulati entro il 31 dicembre 2012, per un importo pari a 2,5 milioni di euro, a valere sui 40 milioni di euro di spazi finanziari complessivamente messi a disposizione per la messa in sicurezza degli edifici scolastici e per interventi di bonifica dei siti contaminati dall’amianto, di cui alla lettera b) del comma 2. Inoltre, le richieste di spazi finanziari per spese connesse alle bonifiche dei siti contaminati dall’amianto sono prioritariamente soddisfatte fino a concorrenza della quota di cui alla lettera b), al netto della riserva. Tuttavia, nel caso in cui le richieste suddette superino l’importo complessivo di 20 milioni di euro, al fine di assicurare, comunque, anche agli interventi di messa in sicurezza degli edifici scolastici un importo di 20 milioni di euro, la norma stabilisce la riduzione proporzionale delle quote finanziarie riguardanti le altri fattispecie di cui al comma 2.

 

L'articolo 252-bis del D.Lgs. n. 152/2006, come modificato dall’art. 4, comma 1 del D.L. 145/2013, disciplina la stipula di accordi di programma che coinvolgono lo Stato, le regioni interessate, con uno o più proprietari di aree contaminate o altri soggetti interessati, in cui avviare progetti integrati di messa in sicurezza o bonifica, e di riconversione industriale e sviluppo economico, di siti di interesse nazionale individuati entro il 30 aprile 2007.

Ai sensi dell’art. 2 del D.L. 208/2008, nell'ambito degli strumenti di attuazione di interventi di bonifica e messa in sicurezza di uno o più siti di interesse nazionale, è prevista la stipula di una o più transazioni globali, con una o più imprese interessate, pubbliche o private, in ordine alla spettanza e alla quantificazione degli oneri di bonifica, degli oneri di ripristino, nonché dei danni ambientali verificati.

Si ricorda inoltre che la legge di stabilità 2015 (L. 190/2014) , ai commi 50 e 51, al fine di proseguire le bonifiche dei siti di interesse nazionale (SIN) contaminati dall'amianto, ha stanziato 45 milioni di euro per ciascuno degli anni 2015, 2016 e 2017, di cui 25 milioni di euro annui in favore dei comuni di Casale Monferrato e Napoli-Bagnoli, e ha demandato a un decreto del Ministero dell'ambiente da adottare entro il 15 febbraio 2015 l'individuazione delle risorse da trasferire a ciascun ente beneficiario.

 

Con riferimento specifico alle spese per interventi di messa in sicurezza degli edifici scolastici, la richiesta di spazi finanziari per l’anno 2015 va comunicata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, all’apposita Struttura di Missione per l’edilizia scolastica, entro 10 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento in esame. Entro il termine di 30 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento, la Struttura di Missione comunica alla Ragioneria generale lo spazio finanziario da attribuire a ciascun comune (comma 4).

Gli spazi finanziari sono concessi, secondo le richieste dei comuni, per le spese:

§  da sostenere e sostenute nell'anno 2015 attraverso stanziamenti di bilancio o risorse acquisite mediante contrazione di mutuo,

§  per interventi di edilizia scolastica finanziati con delibera CIPE n. 22 del 30 giugno 2014, ai sensi dell'articolo 48 del D.L. n. 66/2014 (riqualificazione e messa in sicurezza degli edifici pubblici, sedi di istituzioni scolastiche statali).

Il citato articolo 48 prevede, per la riqualificazione e messa in sicurezza delle istituzioni scolastiche statali, che il CIPE, su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, d'intesa con il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, assegni, nell'ambito della programmazione nazionale del Fondo per lo sviluppo e la coesione relativa al periodo 2014-2020, fino all'importo massimo di 300 milioni di euro, previa verifica dell'utilizzo delle risorse assegnate nell'ambito della programmazione 2007-2013 del Fondo medesimo e di quelle assegnate a valere sugli stanziamenti relativi al programma delle infrastrutture strategiche per l'attuazione di piani stralcio del programma di messa in sicurezza degli edifici scolastici. Con la deliberazione del 30 giugno 2014, n. 22, il CIPE ha assegnato, a valere sulle risorse del FSC 2007-2013 che si rendono disponibili a seguito della ricognizione e della riprogrammazione oggetto di precedente delibera, 400 milioni di euro per l'anno 2015 a favore del Ministero dell'istruzione, università e ricerca per il finanziamento delle misure di riqualificazione e messa in sicurezza delle istituzioni scolastiche statali.

 

Gli spazi finanziari disponibili sono attribuiti in misura proporzionale alle singole richieste, nel caso in cui la richiesta complessiva risulti superiore alla disponibilità.

 

Con riferimento specifico alle spese per l’esercizio della funzione di ente capofila, la richiesta di spazi finanziari per l’anno 2015 - finalizzata a sterilizzare gli effetti negativi delle maggiori spese correnti sostenute dagli enti capofila[9] nel periodo assunto a riferimento per la determinazione degli obiettivi programmatici del patto di stabilità interno - può essere effettuata entro il termine perentorio di 60 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto-legge in esame, esclusivamente dagli enti che non hanno beneficiato già della riduzione dell’obiettivo in attuazione della normativa vigente in materia (comma 5).

Si ricorda, infatti, che il comma 6-bis all’articolo 31 della legge n. 183/2011 (introdotto dal comma 534 della legge n. 147/2013) prevede la riduzione degli obiettivi del patto di stabilità interno per i comuni che gestiscono, in quanto capofila, funzioni e servizi in forma associata, ed il contestuale aumento degli obiettivi del patto per i comuni associati non capofila, per garantire la neutralità sui saldi di finanza pubblica. La redistribuzione degli obiettivi del patto di stabilità fra enti capofila ed enti associati avviene solo a fronte di un accordo fra i predetti enti. La procedura prevede che l’ANCI comunica al Ministero dell’economia e finanze, entro il 30 aprile di ciascun anno, mediante il sistema web, gli importi in riduzione e in aumento degli obiettivi del patto per ciascun comune, come determinati sulla base dell’accordo raggiunto tra gli stessi, a seguito delle istanze prodotte dai comuni medesimi entro il 15 marzo di ciascun anno.

 

Il comma 6 integra la normativa vigente in favore degli enti capofila – aggiungendo il comma 6-ter nell’articolo 31 della legge n. 183/2011 - stabilendo che per l’anno 2015 la comunicazione dell’ANCI deve avvenire entro il 15 luglio 2015 (in luogo del 30 aprile ordinariamente fissato), sulla base delle istanze presentate dagli enti relative alle sole rimodulazioni degli obiettivi in ragione di contributi o trasferimenti concessi a soggetti terzi e gestiti direttamente dal comune capofila.

Per garantire l’invarianza finanziaria della redistribuzione degli obiettivi del patto tra gli enti interessati, la norma precisa che l’accordo relativo dovrà assumere a riferimento gli obiettivi definiti ai sensi della predetta Intesa raggiunta in Conferenza Stato – Città e autonomie locali del 19 febbraio 2015 (con riferimento specifico al punto 2.1.3 della Nota metodologica condivisa nell’Intesa medesima).

L'Intesa del 19 febbraio 2015, al punto 2.1.3, reca una clausola di salvaguardia finalizzata a contenere le variazioni degli obiettivi di patto determinate per ciascun ente dall’Intesa medesima entro limiti di sostenibilità finanziaria.

Attenuazione delle sanzioni per il mancato rispetto del patto di stabilità nell’anno 2014 (commi 7 e 9)

Il comma 7 reca disposizioni volte ad attenuare l’applicazione delle sanzioni nelle ipotesi di mancato rispetto del patto di stabilità interno per il 2014 da parte degli enti locali.

In particolare, il comma pone un limite, nel 2015, all’applicazione della sanzione consistente nella riduzione delle risorse del Fondo di solidarietà comunale per i comuni ovvero del Fondo di riequilibrio provinciale per le province e le città metropolitane delle regioni a statuto ordinario[10], di cui alla lettera a) del comma 26 dell’articolo 31 della legge n. 183/2011, disponendo che essa si applichi nella misura del 20% dello scostamento tra saldo obiettivo e saldo finanziario effettivamente conseguito nel 2014 (anziché essere commisurata all’effettivo scostamento tra il risultato e l’obiettivo programmatico predeterminato, come previsto dalla normativa vigente).

Inoltre, per le province e le città metropolitane, la predetta sanzione non può comunque applicarsi in misura superiore al 2 per cento delle entrate correnti registrate nell’ultimo consuntivo (limite così ridefinito nel corso dell’esame al Senato, in luogo del 3 per cento previsto nel testo iniziale).

 

Si rammenta che disposizioni analoghe, volte a contenere la riduzione delle risorse spettanti agli enti come sanzione in caso di mancato rispetto del patto, sono state già previste negli anni precedenti. Da ultimo, per l’anno 2014, si ricorda:

§  per i comuni, l’articolo 43, comma 3-bis, del D.L. n. 133/2014, che ha limitato la riduzione delle risorse del Fondo di solidarietà comunale per gli enti che non hanno rispettato il patto nel 2013 ad un importo massimo corrispondente al 3 per cento delle entrate correnti registrate nell'ultimo consuntivo,

§  per le province, l’articolo 15, comma 1-bis, del D.L. n. 16/2014, il quale, in vista della futura trasformazione di tali enti, prevede che qualora il comparto delle province abbia conseguito, nel suo complesso, l’obiettivo di patto di stabilità per il 2013, per le singole province che non avessero raggiunto gli obiettivi la sanzione della riduzione del fondo sperimentale di riequilibrio si applica entro il limite del 3 per cento delle entrate correnti dell’ultimo consuntivo.

 

La norma mantiene comunque ferma l’applicazione delle altre sanzioni previste dalla normativa vigente per il mancato rispetto del patto di stabilità interno per il 2014.

Le misure sanzionatorie per il mancato raggiungimento degli obiettivi del patto di stabilità, si rammenta, sono recate dal comma 26 dell’articolo 31 della legge n. 183/2011 e consistono:

a)   nella riduzione delle risorse del fondo sperimentale di riequilibrio[11] o del fondo perequativo, in misura pari alla differenza tra il risultato registrato e l'obiettivo programmatico predeterminato;

b)   nel divieto di impegnare spese di parte corrente in misura superiore all’importo annuale medio degli impegni effettuati nell’ultimo triennio;

c)   nel divieto di ricorrere all’indebitamento per finanziare gli investimenti;

d)   nel divieto di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo;

e)   nella riduzione del 30% delle indennità di funzione e dei gettoni di presenza degli amministratori.

 

Una attenuazione della sanzione consistente nel divieto di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo è prevista nell’ultimo periodo del comma 7, introdotto nel corso dell’esame al Senato, il quale consente alle province e città metropolitane, in deroga a quanto previsto dall’articolo 4, comma 9, terzo periodo, del D.L. n. 101/2013 (secondo cui le province possono prorogare, esclusivamente per necessità connesse alle esigenze di continuità dei servizi, i contratti di lavoro a tempo determinato fino al 31 dicembre 2015 nel rispetto dei vincoli finanziari previsti dalla normativa vigente[12], del patto di stabilità interno e delle norme in materia di contenimento della spesa complessiva di personale), di stipulare contratti di lavoro a tempo determinato (con termine finale fissato entro la data del 31 dicembre 2015) anche nel caso di mancato rispetto del patto di stabilità interno per l'anno 2014, alle medesime finalità e condizioni previsti, a condizione che venga garantito l'equilibrio di parte corrente nel periodo interessato dai contratti stessi.

Si segnala che un’ulteriore disposizione concernente la possibilità, per le province e citta metropolitane, di procedere alla stipula di contratti a tempo determinato è contenuta anche all’articolo 15 del provvedimento in esame, alla cui scheda si rimanda.

 

Il comma 9, infine, esclude l’applicazione delle sanzioni relative al mancato rispetto del patto di stabilità interno per l’anno 2012 o per gli esercizi precedenti nei confronti di enti locali per i quali sia intervenuta la dichiarazione di dissesto finanziario[13] nel medesimo anno 2012 e per i quali la violazione degli obblighi del patto sia stata accertata successivamente al 31 dicembre 2013.

La norma dispone altresì il venir meno degli effetti delle sanzioni qualora esse siano già applicate.

A tal fine è aggiunto il comma 3-ter all'articolo 43 del D.L. n. 133 del 2014.

Come evidenziato nella relazione tecnica, l’esclusione è volta ad evitare che sanzioni relative ad annualità pregresse possano produrre effetti indesiderati su amministrazioni coinvolte in procedure di risanamento finanziario.

Esclusione dal Patto di stabilità delle spese sostenute con risorse di cofinanziamento (comma 8)

Il comma 8 modifica la disposizione introdotta dalla legge di stabilità 2015 (art. 1, comma 145, L. 190/2014) che prevede che, per l’anno 2015, le spese relative al cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali comunitari non rilevino, ai fini del patto di stabilità delle regioni, per un importo pari ai proventi derivanti dall’attuazione delle procedure di assegnazione di diritti d’uso di frequenze radioelettriche di una determinata banda (1452-1492 MHz, cd. “banda L”), disciplinate dal precedente comma 144 della legge di stabilità medesima, entro il limite massimo di 700 milioni di euro.

La modifica è volta a precisare l’utilizzo della somma sopra indicata - da attribuire in termini di spazi finanziari concessi in deroga ai vincoli del patto di stabilità – non solo in favore delle regioni, come già previsto dalla normativa vigente, ma anche dei comuni sede di città metropolitane.

Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, previa intesa in Conferenza unificata, sono individuati gli importi da destinare:

§  all’esclusione dai saldi – utili per il pareggio di bilancio[14] - delle spese sostenute dalle regioni relative al cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali comunitari;

§  all’esclusione dal patto di stabilità interno dei comuni sede di città metropolitane delle spese sostenute per opere prioritarie del programma delle infrastrutture strategiche, allegato al DEF 2015, a valere sulla quota di cofinanziamento a carico dei predetti enti;

L’allegato al DEF 2015, recante l’aggiornamento del Programma delle infrastrutture strategiche (di cui alla legge n. 443/2001, cd. “legge obiettivo”), ha individuato venticinque opere prioritarie del costo di 70.936 milioni di euro, di cui 47.999 disponibili.

§  esclusione dal patto di stabilità interno dei comuni sede di città metropolitane delle spese sostenute per le opere e gli interventi cofinanziati dai Fondi strutturali europei ricompresi nella Programmazione 2007-2013 e nella nuova Programmazione 2014-2020, a valere sulla quota di cofinanziamento a carico dei predetti enti.

A tal fine, gli enti sono tenuti a comunicare il valore degli spazi finanziari di cui necessitano per sostenere le spese di cui al periodo precedente al Dipartimento della Coesione della presidenza del Consiglio dei Ministri.

Nel corso dell’esame al Senato è stato anticipato – dal 30 al 10 settembre – il termine perentorio entro il quale gli enti interessati devono fare la comunicazione al suddetto Dipartimento.

 


 

 

Articolo 1, comma 10
(Riparto delle riduzioni di spesa corrente
per le province e le città metropolitane)

 

 

Il comma 10 reca la determinazione dell’ammontare della riduzione della spesa corrente che ciascuna provincia e città metropolitana deve conseguire per l’anno 2015, ai sensi dell’articoli 1, comma 418, della legge di stabilità 2015. Gli importi sono indicati nella Tabella 2, allegata al provvedimento in esame.

 

Si ricorda che i commi 418-420 della legge n. 190/2014 definiscono l’importo e le modalità del concorso delle province e delle città metropolitane al contenimento della spesa pubblica.

In particolare, il comma 418 stabilisce una riduzione della spesa corrente di tali enti di 1.000 milioni di euro per l’anno 2015, di 2.000 milioni di euro per l’anno 2016 e di 3.000 milioni di euro a decorrere dall’anno 2017. A tal fine è richiesto che ciascuna provincia e città metropolitana versi un ammontare di risorse pari ai predetti risparmi di spesa ad apposito capitolo di entrata del bilancio dello Stato.

Sono escluse da tale normativa soltanto le province che risultano in stato di dissesto finanziario[15] alla data del 15 ottobre 2014.

La norma prevedeva che l'ammontare della riduzione della spesa corrente che ciascun ente deve conseguire sia definito con decreto di natura non regolamentare del Ministero dell'interno da emanare entro il 15 febbraio 2015, di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze, sentita la Conferenza Stato-città ed autonomie locali, con il supporto tecnico della SOSE S.p.A.[16], tenendo conto anche della differenza tra spesa storica e fabbisogni standard.

Si ricorda altresì la procedura per il recupero delle somme predette nei confronti delle province e delle città metropolitane interessate in caso di mancato versamento all’entrata del bilancio dello Stato, che impegna l’Agenzia delle entrate, la quale vi provvede, entro il 30 aprile di ciascun anno, a valere sui versamenti dell'imposta sulle assicurazioni contro la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore (di cui all'articolo 60 del decreto legislativo n. 446 del 1997), riscossa tramite modello F24, all'atto del riversamento del relativo gettito alle province e alle città metropolitane medesime ovvero, in caso di incapienza, a valere sui versamenti dell’imposta provinciale di trascrizione, in tal caso secondo le modalità definite con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministero dell’interno (comma 419).

 


 

 

Articolo 1, comma 10-bis
(Riduzione obiettivi patto di stabilità per alcuni comuni veneti
colpiti da eventi atmosferici)

 

 

Il comma 10-bis, introdotto nel corso dell’esame al Senato, è volto ad stabilire una riduzione degli obiettivi del patto di stabilità per l’anno 2015 in favore dei comuni di Dolo, Pianiga e Mira, colpiti dalla tromba d'aria dell'8 luglio 2015.

 

In particolare, la norma dispone una riduzione dell'obiettivo del patto per un importo massimo complessivo di 7,5 milioni di euro, da ripartirsi tra ciascuno dei predetti comuni nei seguenti importi massimi:

§  5,2 milioni di euro per il comune di Dolo,

§  1,1 milioni di euro per il comune di Pianiga,

§  1,2 milioni di euro per il comune di Mira.

 

La riduzione degli obiettivi è posta a valere sugli spazi finanziari messi a disposizioni per l’attuazione della c.d. “premialità” - misura prevista in favore degli enti locali rispettosi del patto di stabilità interno e dei tempi di pagamento nelle transazioni commerciali, disciplinata dal comma 122 dell’articolo 1 della legge n. 220/2010 (stabilità 2011) - nei limiti degli stessi.

Tali spazi finanziari sono quelli determinati dall'applicazione della sanzione di cui alla lettera a) del comma 26 dell'articolo 31 della legge 12 novembre 2011, n. 183, operata, in caso di mancato raggiungimento dell'obiettivo del patto di stabilità interno e che prevede la riduzione in una data misura del fondo di solidarietà comunale o del fondo sperimentale di riequilibrio provinciale.

Qualora gli effetti finanziari derivanti dall’applicazione della suddetta sanzione risultino inferiori a 7,5 milioni di euro, la riduzione dell'obiettivo da applicare ai ciascuno dei tre enti sopraindicati è proporzionalmente rideterminata.

Vengono, inoltre, corrispondentemente diminuiti nel 2015 gli spazi finanziari utili all’applicazione del meccanismo di premialità di cui al comma 122 dell'articolo 1 della legge n. 220/2010. Tale riduzione di spazi finanziari opera prioritariamente con riferimento alla premialità da assegnare ai comuni.

 

Il meccanismo della premialità, previsto dal citato comma 122, consente la riduzione gli obiettivi annuali del patto di stabilità per gli enti locali che siano stati virtuosi nell’anno precedente.

L'importo complessivo della riduzione degli obiettivi è commisurato agli effetti finanziari determinati dall'applicazione della sanzione - operata a valere sul fondo sperimentale di riequilibrio provinciale e sul Fondo si solidarietà comunale, ovvero, sui trasferimenti erariali nel caso dei comuni della Regione Siciliana e della Sardegna, ai sensi dell’articolo 31, comma 26, lettera a) della legge n. 183/2011[17] - comminata nei confronti degli enti locali che non hanno rispettato l'obiettivo del patto.

Sulla disciplina è intervenuto, da ultimo, l’articolo 4, comma 3, del D.L. n. 66/2014, il quale ha riservato l’applicazione del sistema di premialità, sulla base dei criteri individuati ai sensi del comma 122, esclusivamente agli enti locali che risultino altresì rispettosi dei tempi di pagamento previsti dal D.Lgs. n. 231/2002[18], come rilevato nella certificazione del patto di stabilità interno.

Per completezza, si ricorda che il sistema di premialità è stato attuato nel 2011, con il D.M. Economia 24 febbraio 2012, il quale ha determinato una riduzione degli obiettivi programmatici per l’anno 2011 dei comuni e delle province rispettosi del patto 2010 di circa 11,4 milioni, di cui, rispettivamente, a circa 1,4 milioni di euro per le province e a 10 milioni per i comuni. Per l’anno 2012, la riduzione degli obiettivi annuali degli enti locali in base alla premialità è stata attuata con il D.M. economia 22 gennaio 2013, per un importo complessivo pari a 71,8 milioni per i comuni e a 1,171 milioni per le province (in particolare, per le province la riduzione degli obiettivi di saldo finanziario è stata applicata alle sole province di Bologna, Modena, Ferrara, Mantova, Reggio Emilia e Rovigo, le cui popolazioni sono state colpite dagli eventi sismici del 20 e 29 maggio 2012). Per l’anno 2013, si è proceduto alla riduzione degli obiettivi programmatici del patto di stabilità interno delle province e dei comuni con popolazione superiore a 1.000 abitanti con il decreto 30 ottobre 2013, per importi complessivi a circa 11 milioni, di cui 2,152 milioni per i comuni e a 8,776 milioni per le province.


 

 

Articolo 1-bis
(Saldo di competenza delle regioni per l’anno 2015 – esclusione degli impegni per investimenti diretti e per contributi in conto capitale)

 

 

L’articolo è volto ad escludere, per l’anno 2015, dal computo del saldo di equilibrio espresso in termini di competenza, utile ai fini del concorso delle regioni al risanamento della finanza pubblica - ai sensi del comma 463 dell'articolo 1 della legge di stabilità per il 2015 (legge n. 190/2014) - gli impegni per investimenti diretti e per contributi in conto capitale.

 

Si ricorda che i commi da 460 a 478 dell’art. 1 della legge di stabilità per il 2015 hanno vincolato le regioni a statuto ordinario al conseguimento del pareggio di bilancio, quale nuova modalità di concorso agli obiettivi di finanza pubblica, in luogo del patto di stabilità interno che vincolava ciascuna regione all'osservanza di un limite alle spese complessive. In particolare, sulla base dei principi di cui all’articolo 9 della legge n. 243/2012[19], il comma 463 dispone che ai fini del concorso al contenimento dei saldi di finanza pubblica le regioni a statuto ordinario devono conseguire, a decorrere dall'anno 2016 nella fase di previsione e a decorrere dal 2015 in sede di rendiconto:

§  un saldo non negativo, in termini di competenza e di cassa, tra entrate finali e spese finali;

§  un saldo non negativo, in termini di competenza e di cassa, tra entrate correnti e spese correnti, incluse le quote di capitale delle rate di ammortamento dei prestiti.

Dal computo dei saldi, in via transitoria per il solo anno 2015, sono espressamente indicate dal comma 466, alcune voci di spesa da escludere dal computo dei saldi, costituite:

§  dai pagamenti relativi a debiti in conto capitale delle regioni non estinti alla data del 31 dicembre 2013, nel limite di 60 milioni di euro. I suddetti pagamenti devono riferirsi a debiti certi, liquidi ed esigibili – nonché riconosciuti o aventi i requisiti a tal fine - alla suddetta data, per i quali sia stata emessa fattura o richiesta equivalente di pagamento; la norma contiene la disciplina specifica sia per l'individuazione dei debiti, che per la determinazione dello spazio finanziario concesso a ciascuna regione (individuato con Decreto del Ministero dell'economia e delle finanze entro il 15 marzo 2015);

§  dalle riscossioni e concessioni di crediti;

§  dalle risorse provenienti direttamente o indirettamente dall'Unione europea e le relative spese di parte corrente e in conto capitale, con esclusione delle spese connesse ai cofinanziamenti statali o regionali.

Per il solo 2015, sono altresì escluse dal computo dei saldi di equilibrio, ai sensi del comma 145 della legge di stabilità 2015, spese relative al cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali dell'Unione europea sostenute dalle regioni, per un importo complessivo da definirsi in sede di Conferenza Unificata.

 

Il beneficio si applica soltanto alle regioni che nell'anno 2014 hanno registrato indicatori annuali di tempestività dei pagamenti inferiori rispetto ai tempi di pagamenti previsti dalla normativa vigente di cui al D.Lgs. n. 231/2002[20].

Si ricorda, al riguardo, che i termini ordinari per il pagamento nelle transazioni commerciali in cui la parte debitrice è una pubblica amministrazione sono fissati dalla Direttiva 2011/7/UE in 30 giorni, termine prorogabile fino a 60 giorni solo in presenza di determinate condizioni.

Gli indicatori annuali di tempestività dei pagamenti che rilevano ai fini della presente norma sono quelli calcolati e pubblicati secondo le modalità stabilite dal D.P.C.M. 22 settembre 2014, tenendo altresì conto di quanto disposto dall’articolo 4, comma 4, del provvedimento in esame, che esclude dal calcolo dell’indicatore annuale i pagamenti effettuati con le disponibilità finanziarie concesse agli enti territoriali - in termini di anticipazioni di liquidità ovvero di disponibilità di spazi finanziari in deroga ai vincoli del patto di stabilità interno - dai decreti-legge n. 35/2013 e 66/2014 per il pagamento dei debiti commerciali pregressi.

 

Si ricorda che l’articolo 33 del D.Lgs. n. 33/2013[21] ha introdotto l'obbligo per le pubbliche amministrazioni di pubblicare, con cadenza annuale, sui propri siti internet istituzionali, un indicatore dei tempi medi di pagamento relativi agli acquisti di beni, servizi e forniture, denominato “indicatore di tempestività dei pagamenti”. A decorrere dall'anno 2015, è stato altresì previsto –dall’articolo 8 del D.L. n. 66/2014 - l’obbligo di pubblicare anche un “indicatore trimestrale di tempestività dei pagamenti”.

Le modalità per la pubblicazione su internet dei dati relativi alle entrate e alla spesa dei bilanci preventivi e consuntivi e dell'indicatore annuale di tempestività dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni sono state definite con il D.P.C.M. 22 settembre 2014.

 

Si rammenta, altresì, che l’articolo 41 del D.L. n. 66/2014 prevede, a decorrere dal 2014, l'obbligo per le pubbliche amministrazioni di allegare l’indicatore annuale di tempestività dei pagamenti alle relazioni ai bilanci consuntivi o di esercizio, unitamente ad un prospetto attestante l’importo dei pagamenti relativi a transazioni commerciali effettuati dopo la scadenza dei termini previsti dal D.Lgs. n. 231/2002.

In caso di superamento dei termini, nelle suddette relazioni al bilancio consuntivo o di esercizio devono essere indicate anche le misure adottate o previste per consentire la tempestiva effettuazione dei pagamenti. Qualora da tali attestazioni si evidenzi un ritardo nei pagamenti superiore a 90 giorni nel 2014 e a 60 giorni a decorrere dal 2015, rispetto ai termini indicati dal D.Lgs. n. 231/2002, si applicano misure sanzionatorie per le amministrazioni pubbliche – con esclusione degli enti del Servizio sanitario nazionale – consistenti nel divieto di procedere ad assunzioni di personale.

 


 

 

Articolo 1-ter
(Predisposizione del bilancio di previsione annuale 2015
delle province e delle città metropolitane
)

 

 

L’articolo 1-ter introduce una norma avente carattere di eccezionalità, che consente alle province e alle città metropolitane delle regioni a statuto ordinario di procedere alla predisposizione ed approvazione del bilancio di previsione per il solo anno 2015, in deroga alle vigenti norme di contabilità e ai nuovi principi dell’armonizzazione contabile che prevedono un bilancio triennale 2015-2017 con carattere autorizzatorio (comma 1).

La norma prevede, inoltre, che per il solo esercizio 2015, le province e le città metropolitane, al fine di garantire il mantenimento degli equilibri finanziari, possono applicare al bilancio di previsione, sin dalla previsione iniziale, l'avanzo destinato[22] (comma 2).

Secondo la normativa vigente (articolo 162 del TUEL[23]) gli enti locali deliberano annualmente il bilancio di previsione finanziario riferito ad almeno un triennio, comprendente le previsioni di competenza e di cassa del primo esercizio del periodo considerato e le previsioni di sola competenza degli esercizi successivi. Il bilancio è redatto in osservanza dei nuovi principi contabili armonizzati generali e applicati di cui al D.Lgs. n. 118/2011, e successive modificazioni.

Secondo quanto previsto dal comma 6 dell’articolo 162, il bilancio di previsione è deliberato in pareggio finanziario complessivo per la competenza, comprensivo dell'utilizzo dell'avanzo di amministrazione e del recupero del disavanzo di amministrazione e garantendo un fondo di cassa finale non negativo[24].

 

Secondo quanto espresso dall’UPI nel corso dell’audizione informale tenutasi presso la 5a Commissione bilancio del Senato, le province e le città metropolitane coinvolte nel processo di riordino istituzionale avviato con l’approvazione della legge n. 56/2014 non sarebbero in grado, in questa fase, di approvare un bilancio triennale in equilibrio reale, secondo le disposizioni del TUEL e dei nuovi principi dell’armonizzazione contabile, senza compromettere l’erogazione dei servizi essenziali e il pagamento anche delle sole spese a carattere obbligatorio, anche in ragione della misura del concorso al contenimento della spesa pubblica richiesto a tali enti dall’ultima legge di stabilità (riduzione della spesa corrente di 1.000 milioni di euro per l’anno 2015, di 2.000 milioni per l’anno 2016 e di 3.000 milioni di euro a decorrere dall’anno 2017, ai sensi dell’art. 1, comma 418, legge n. 190/2014).

 

L’articolo dispone altresì che le province e le città metropolitane deliberano i provvedimenti di riequilibrio di cui all'articolo 193 del D.Lgs. n. 267/2000, entro e non oltre il termine di approvazione del bilancio di previsione[25] (comma 3).

 

Ai sensi dell’articolo 193 del TUEL, gli enti locali sono tenuti a rispettare durante la gestione e nelle variazioni di bilancio il pareggio finanziario e tutti gli equilibri stabiliti in bilancio per la copertura delle spese correnti e per il finanziamento degli investimenti. Con periodicità stabilita dal regolamento di contabilità dell'ente locale, e comunque almeno una volta entro il 31 luglio di ciascun anno, l'organo consiliare provvede con delibera a dare atto del permanere degli equilibri generali di bilancio o, in caso di accertamento negativo, ad adottare, contestualmente: a)le misure necessarie a ripristinare il pareggio qualora i dati della gestione finanziaria facciano prevedere un disavanzo, di gestione o di amministrazione, per squilibrio della gestione di competenza, di cassa ovvero della gestione dei residui; b) i provvedimenti per il ripiano degli eventuali debiti fuori bilancio; c)le iniziative necessarie ad adeguare il fondo crediti di dubbia esigibilità accantonato nel risultato di amministrazione in caso di gravi squilibri riguardanti la gestione dei residui.

L’art. 193, comma 3, specifica che la totalità delle risorse può essere destinata al ripiano degli scostamenti, in un arco temporale di un triennio, ad eccezione di quelle derivanti dall’accensione di prestiti, di quelle a destinazione vincolata per legge e dei proventi da alienazione di beni patrimoniali disponibili, ciò al fine di evitare che si sostituisca il debito con altro indebitamento e che l’ente depauperi il proprio patrimonio.

La mancata adozione dei provvedimenti di riequilibrio è equiparata ad ogni effetto alla mancata approvazione del bilancio di previsione di cui all'art. 141 del TUEL, con applicazione della procedura per lo scioglimento dei consigli ivi prevista.

 

Nel caso di esercizio provvisorio o gestione provvisoria per l'anno 2016, le province e le città metropolitane applicano l'articolo 163 del TUEL, che ne reca la disciplina, con riferimento al bilancio di previsione definitivo approvato per l'anno 2015 (comma 3).

 

L’esercizio provvisorio è autorizzato con legge o con decreto del Ministro dell’interno che differisce il termine di approvazione del bilancio in presenza di motivate esigenze.

In base all’articolo 163 del TUEL, se il bilancio di previsione non è approvato dal Consiglio entro il 31 dicembre dell'anno precedente, la gestione finanziaria dell'ente si svolge nel rispetto dei principi applicati della contabilità finanziaria riguardanti l'esercizio provvisorio o la gestione provvisoria. Nel corso dell'esercizio provvisorio o della gestione provvisoria, gli enti gestiscono gli stanziamenti di competenza previsti nell'ultimo bilancio approvato per l'esercizio cui si riferisce la gestione o l'esercizio provvisorio, ed effettuano i pagamenti entro i limiti determinati dalla somma dei residui al 31 dicembre dell'anno precedente e degli stanziamenti di competenza al netto del fondo pluriennale vincolato[26].

Nel caso in cui non sia stato autorizzato l'esercizio provvisorio è consentita esclusivamente una gestione provvisoria nei limiti dei corrispondenti stanziamenti di spesa dell'ultimo bilancio approvato per l'esercizio cui si riferisce la gestione provvisoria.

 

 


 

Articolo 1-quater
(Modalità di finanziamento delle spese di investimento delle regioni)

 

 

L’articolo 1-quater reca disposizioni per il finanziamento delle spese di investimento delle regioni per il 2015, in relazione alle regole operanti in materia a seguito della nuova disciplina sull’armonizzazione contabile di cui al D.Lgs.118 del 2011.

 

A tal fine, atteso che l’esercizio in corso è l’ultimo nel quale le regioni possono finanziare le proprie spese di investimento con debito autorizzato ma non ancora contratto – senza che cioè i relativi importi possano risultare già formalmente acquisiti al bilancio dell’ente, come invece prescrivono i nuovi principi contabili dettati dal D.Lgs. 118 sopracitato[27]l’articolo 1-bis definisce come vadano registrati gli impegni per gli investimenti assunti nell’anno 2015, i cui importi, sulla base delle ordinarie regole contabili, sono destinati ad essere erogati negli anni successivi alla contrazione del debito.

Nel dettare questa specifica disciplina per il 2015, la norma in esame fa riferimento al nuovo principio contabile della competenza finanziaria di cui all’Allegato 4/2 del decreto legislativo 23 giugno 2011, n.118 che, al fine un avvicinamento nella contabilità finanziaria tra competenza e cassa (cioè tra momento dell’impegno a quello del pagamento e tra momento dell’accertamento e quello della riscossione), prescrive sia il criterio di registrazione delle operazioni di accertamento e di impegno, con le quali vengono imputate agli esercizi finanziari le entrate e le spese derivanti da obbligazioni giuridicamente perfezionate (attive e passive), sia il criterio di registrazione degli incassi e dei pagamenti, che devono essere imputati agli esercizi in cui il tesoriere ha effettuato l'operazione[28].

La funzione del nuovo principio contabile è, in sostanza, quella di: consentire di conoscere i debiti effettivi delle amministrazioni; evitare l’accertamento di entrate future e di impegni inesistenti; rafforzare la programmazione di bilancio; favorire la modulazione dei debiti secondo gli effettivi fabbisogni.

La disposizione richiama in proposito il principio contabile applicato della competenza finanziaria n. 9.1. Questo prescrive che la ricognizione annuale dei residui (riaccertamento ordinario) riguardi tutti i crediti e i debiti, sotto il profilo della dubbia/assoluta inesigibilità, insussistenza e prescrizione o sotto il profilo della corretta classificazione. Per quanto attiene al profilo della corretta imputazione temporale, fa invece riferimento ai soli crediti e debiti “imputati all’esercizio di riferimento”.

In relazione a ciò l’articolo 1-quater prescrive che:

§  la spesa per investimenti per i quali è stata autorizzata l’assunzione di debito, che non è tuttavia ancora stato formalmente contratto, viene imputata all’esercizio 2015;

§  in sede di riaccertamento dei residui (atteso che, ovviamente la spesa verrà erogata a partire dal 2015 e poi nel corso degli anni di durata dell’investimento di riferimento) gli impegni verranno reimputati agli esercizi di effettiva esigibilità degli stessi, mediante costituzione del fondo pluriennale vincolato (FPV)

§  il fondo in questione viene costituito per l’anno 2015 “vincolato in spesa” e per il 2016 in “vincolato di entrata”.

 

Si rammenta che il nuovo istituto del FPV introdotto dalla disciplina sull’armonizzazione dei bilanci deriva dalla circostanza che poiché sulla base del sopradetto principio contabile della contabilità finanziaria l’obbligazione giuridica passiva va imputata negli anni in cui questa viene a scadenza, per le spese finanziate da entrate a destinazione vincolata (come, in riferimento all’articolo in esame, quelle da contrazione di debito, quali mutui ed altro) non è più possibile considerare l’intera spesa impegnata qualora siano assenti obbligazioni giuridiche perfezionate[29]. Il FPV è a tal fine lo strumento che permette di imputare negli anni successivi impegni finanziati da entrate a destinazione vincolata accertate e imputate nel medesimo anno: esso consiste infatti in un saldo finanziario costituito da entrate già accertate destinate al finanziamento di obbligazioni passive dell’ente già impegnate ma esigibili in esercizi successivi. Essendo un fondo non è oggetto di impegno, e la relativa economia a fine anno garantisce la copertura, negli anni successivi, degli impegni imputati agli anni medesimi.

Se ne desume che il meccanismo del FPV trova ragion d’essere principalmente nelle spese in conto capitale, dove l’acquisizione dei mezzi di copertura finanziaria (entrate a destinazione vincolate) precede, talvolta anche di molto, la realizzazione dell’investimento e la conseguente effettuazione dei pagamenti.

 

Al riguardo, considerato che per quanto desumibile dalla disciplina dettata dal D.Lgs. n. 118/2011 il fondo pluriennale vincolato è costituito da entrate (vincolate), destinate ad obbligazioni passive esigibili in periodi successivi, sarebbe opportuno un chiarimento circa la distinzione di tale fondo – come prevista dall’articolo in esame - tra spesa ed entrata, rispettivamente per gli anni 2015 il primo ed il2016 il secondo.

 


 

 

Articolo 1-quinquies
(Defiscalizzazione del cambio proprietario del Parco di Monza)

 

 

L’articolo 1-quinquies, inserito nel corso dell’esame al Senato, prevede la defiscalizzazione delle operazioni che comportano il cambiamento dell’assetto proprietario del Parco di Monza.

La norma è volta ad agevolare l’ingresso della Regione Lombardia nella proprietà dell’area interessata all’Autodromo per consentire gli interventi di riqualificazione dell’impianto sportivo e per garantire all'Autodromo gli investimenti necessari per mantenere in vita la manifestazione automobilistica del Gran Premio d'Italia di F1. Si segnala, al riguardo, quanto riportato nel sito della Regione Lombardia.

Gli Enti pubblici coinvolti (comuni di Monza e di Milano e Regione Lombardia) hanno già avviato un percorso per giungere alla cessione di quote a titolo non oneroso.

La norma in esame prevede che la variazione, a titolo non oneroso, dell'assetto proprietario del Parco di Monza tra gli enti pubblici proprietari avvenga in un regime di esenzione fiscale: non si applicano, pertanto, le imposte di registro, ipotecarie e catastali, per i trasferimenti immobiliari.

La Relazione tecnica considera la norma come una rinuncia a maggior gettito e non gli ascrive effetti finanziari.

 

Si ricorda che con regio decreto legge n. 2044 dell'1 dicembre 1934, convertito in legge n. 554 del 4 aprile 1935, fu operata la concessione gratuita in proprietà indivisibile ai comuni di Milano e di Monza della Villa reale di Monza, dei relativi giardini e della parte del parco annessa al palazzo. Nel 2002 il comune di Milano ha ceduto alla regione Lombardia la sua quota di Villa e giardini, mantenendo una porzione di parco. Qui ulteriori approfondimenti.

Si ricorda, inoltre, che il 20 luglio 2009 è stato costituito un Consorzio per valorizzare il sito. Al Consorzio partecipano il Mibact, la regione Lombardia, i comuni di Monza e di Milano, la Camera di Commercio di Monza e della Brianza, la provincia di Monza e della Brianza, Confidustria Monza e Brianza.

 


 

 

Articolo 2, commi 1-5 e comma 6
(Disposizioni finalizzate alla sostenibilità dell’avvio a regime dell’armonizzazione contabile e termini per la procedura
di riequilibrio finanziario)

 

 

L'articolo 2 introduce alcune disposizioni al fine di agevolare nei confronti degli enti locali, l'avvio a regime dell'armonizzazione contabile introdotta dal decreto legislativo n. 118 del 2011, con riguardo in particolare, anche nei confronti degli enti che hanno partecipato alla fase triennale di sperimentazione della nuova disciplina, all’istituto del riaccertamento straordinario dei residui.

Il decreto legislativo n. 118 del 2011 reca un intervento di riforma della contabilità degli enti territoriali, che, dopo un fase triennale di sperimentazione, trova applicazione dal 2015, salvo alcuni aspetti rinviati al 2016. Il decreto, che ha innovato consistentemente la disciplina di bilancio recata dal TUEL (D.Lgs. n. 267 del 2000), ha operato un intervento organico di riforma diretto a garantire la qualità, la confrontabilità ed il monitoraggio del bilancio, sia per migliorare la capacità del sistema di rappresentare i reali fatti economici sia per rendere più efficaci le azioni volte al consolidamento dei conti pubblici. Tra i nuovi principi contabili introdotti ci si può in questa sede limitarsi a rammentare, oltre al principio dell'equilibrio di bilancio, corollario del principio costituzionale del pareggio di bilancio, il nuovo principio della competenza finanziaria, che dovrà consentire una affidabile esposizione della reale situazione finanziaria dell’ente Tale principio trova applicazione già dal 2015, mentre ad alcune altre innovazioni, quali ad esempio all’obbligo di predisporre da parte di ciascuna autonomia locale il bilancio consolidato con i propri enti ed organismi strumentali, società, aziende ed altri organismi controllati, si darà corso dal 2016.

 

In particolare il comma 1 proroga il termine per il riaccertamento straordinario dei residui, che sulla base della disciplina vigente deve intervenire contestualmente all’approvazione del rendiconto, vale a dire entro il 30 aprile dell’anno, al 15 giugno del 2015. Pertanto gli enti locali che pur avendo approvato il rendiconto non abbiano effettuato il riaccertamento suddetto potranno provvedervi entro il nuovo termine.

In ordine ai contenuti dell’operazione del riaccertamento, introdotta dall’articolo 3, comma 7, del D.Lgs. n. 118/2011, si rammenta che la stessa presuppone la determinazione in via definitiva dell’importo dei residui esistenti al 31 dicembre 2014 in base al previgente ordinamento contabile. Essa consiste nel verificare se permangono alla data del 1° gennaio 2015 le ragioni del mantenimento in tutto od in parte dei residui, e nel procedere quindi alla cancellazione dei propri residui attivi e passivi cui non corrispondono obbligazioni perfezionate e scadute alla data del 1° gennaio 2015[30]. L’istituto del riaccertamento straordinario è finalizzato ad una migliore veridicità del bilancio dell’ente, circostanza che, comportando l’emersione del disavanzo effettivo di amministrazione, può per taluni enti determinare un impatto negativo, anche consistente, del risultato di bilancio[31].

Nel far venir meno (per il 2015) la contestualità tra delibera di riaccertamento dei residui e approvazione del rendiconto dell’ente, il comma in esame dispone nel contempo che, nelle more della approvazione della delibera, le quote disponibili del risultato di amministrazione[32] (ancora non inciso dagli eventuali effetti della delibera suddetta) non possono essere utilizzate ai fini del bilancio di previsione. Tale disposizione va messa in relazione alle regole contabili generali che – in assenza di tale divieto - consentirebbero l’utilizzo del risultato di amministrazione nel nuovo bilancio dopo l’accertamento del risultato stesso in sede di rendiconto.

In relazione al nuovo termine del 15 giugno 2015 viene infine disposta una deroga alla procedura di commissariamento dell’ente inadempiente prevista dal comma 3 dell’ articolo 8 del citato decreto legislativo. Questo, si rammenta, dispone che in caso di mancata deliberazione del riaccertamento straordinario dei residui al 1° gennaio 2015, contestualmente all'approvazione del rendiconto 2014, si provvede alla nomina di un commissario per la predisposizione d'ufficio della deliberazione stessa. Il comma 1 in commento precisa ora che la procedura si applichi solo qualora la delibera di riaccertamento non intervenga entro la nuova data del 15 giugno 2015.

 

I commi 2 e 3 dettano norme finalizzate a risolvere alcune difficoltà derivanti dal passaggio dalla fase sperimentale a quella a regime per gli enti che hanno effettuato la sperimentazione.

Si ricorda che questa, decorrente dal 2012, è cessata al 31 dicembre 2014, ed ha interessato (dal 1° gennaio 2012) 4 regioni, 12 province, 49 comuni, 20 enti strumentali sulla base della disciplina dettata dal D.P.C.M. 28 dicembre 2011 e successive modifiche. La sperimentazione della riforma è stata estesa nel corso del 2014 ad ulteriori 300 enti.

Il comma 2 apporta alcune modifiche all'articolo 3 del decreto legislativo n. 118 del 2011, mediante le quali:

§  al comma 7 non si prevede più l'esclusione degli enti in sperimentazione nel 2014 dalla procedura, di approvazione del rendiconto 2014 contestualmente al riaccertamento straordinario dei residui.

§  si introduce il comma 17-bis, volto ad assicurare una maggiore sostenibilità del passaggio al nuovo sistema contabile da parte degli enti che hanno partecipato alla sperimentazione, prevedendo che gli stessi – che in virtù di tale partecipazione hanno necessariamente già operato il riaccertamento straordinario dei residui al 1°gennaio 2015 – possano procedere ad un nuovo riaccertamento, limitatamente alla cancellazione dei residui attivi e passivi che non corrispondono ad obbligazioni perfezionate[33], pervenendo in tal modo ad una nuova determinazione del risultato di amministrazione. Con apposito D.M. (previa intesa in sede di Conferenza unificata) è disciplinata la modalità di ripiano dell'eventuale maggiore disavanzo in non più di 30 esercizi in quote costanti (come già previsto per gli enti che non hanno partecipato alla sperimentazione), compreso l'accantonamento al fondo crediti di dubbia esigibilità.

Il comma 3 dispone che nell'esercizio 2015 gli enti che hanno partecipato alla sperimentazione possono utilizzare i proventi derivanti dalle alienazioni patrimoniali per la copertura del fondo crediti di dubbia esigibilità di parte corrente, per un importo non superiore alla differenza tra l'accantonamento stanziato in bilancio per il fondo e quello che avrebbero stanziato se non avessero partecipato alla sperimentazione.

Il Fondo crediti di dubbia esigibilità degli enti locali è previsto dall’articolo 167 del TUEL (D.Lgs. n. 267/2000, nonché, con analoga formulazione, per le regioni dall’articolo 46 del decreto legislativo 118/2011) nel quale di dispone che nella missione “Fondi e Accantonamenti”, all'interno del programma “Fondo crediti di dubbia esigibilità” è stanziato l'accantonamento al fondo crediti di dubbia esigibilità, il cui ammontare è determinato in considerazione dell'importo degli stanziamenti di entrata di dubbia e difficile esazione, secondo le modalità indicate nel principio applicato della contabilità finanziaria di cui all'allegato n. 4/2 al D.Lgs.118 medesimo. La norma dispone altresì che una quota del risultato di amministrazione è accantonata per tale fondo e non può essere destinata ad altro utilizzo. Tale Fondo ha in sostanza la funzione di compensare eventuali minori entrate derivanti da crediti divenuti parzialmente o totalmente inesigibili: si tratta di crediti per i quali è certo il titolo giuridico ma è diventata dubbia e difficile la riscossione per condizioni oggettive.

Il comma 4 novella l'articolo 200 del decreto legislativo n. 267 del 2000 (TUEL), allo scopo di trovare forme di copertura degli investimenti ulteriori rispetto a quelle recate da tale norma[34], prevedendo a tal fine una nuova fattispecie di copertura finanziaria delle spese di investimento imputate agli esercizi successivi, costituta dalle “altre fonti di finanziamento” individuate nei principi contabili allegati al decreto legislativo 23 giugno 2011, n. 118.

Deve in proposito far riferimento all’allegato 4/2 del decreto, ed in particolare al paragrafo 5 nel quale, al punto 5/3 si dispone che possono costituire copertura finanziaria delle spese di investimento imputate agli esercizi successivi a quello in corso di gestione le entrate già accertate:

§  imputate all’esercizio in corso di gestione (entrate correnti destinate per legge agli investimenti, entrate derivanti da avanzi della situazione corrente di bilancio, entrate derivanti dall’alienazione di beni e diritti patrimoniali, riscossione di crediti, proventi da concessioni edilizie e relative sanzioni);

§  derivanti da trasferimenti da altre amministrazioni pubbliche anche se imputate negli esercizi successivi a quello di gestione,

§  derivanti dai mutui tradizionali, i cui contratti prevedono l’erogazione delle risorse in un’unica soluzione, prima della realizzazione dell’investimento, dando luogo ad accantonamenti al fondo pluriennale vincolato;

§  derivanti da forme di finanziamento flessibile i cui contratti consentono l’acquisizione di risorse in misura correlata alle necessità dell’investimento;

§  derivanti da altre entrate accertate tra le accensioni di prestiti, i cui contratti prevedono espressamente l’esigibilità del finanziamento secondo i tempi di realizzazione delle spese di investimento (ad esempio i prestiti obbligazionari a somministrazione periodica)[35].

.

Il comma 5 stabilisce le modalità con cui gli enti che hanno partecipato alla sperimentazione e che hanno presentato la richiesta di accesso alla procedura di riequilibrio finanziario prevista dall'articolo 243-bis del TUEL (D.Lgs. 267/2000) possono ripianare la quota di disavanzo derivante dalla revisione straordinaria dei residui.

Si ricorda che l'articolo 243-bis del TUEL consente ai comuni e alle province per i quali sussistano squilibri strutturali del bilancio in grado di provocare il dissesto finanziario di ricorrere, con deliberazione consiliare, alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale. Il consiglio dell'ente locale, entro il termine perentorio di novanta giorni dalla data di esecutività della citata deliberazione, delibera un piano di riequilibrio finanziario pluriennale della durata massima di dieci anni. Il piano di riequilibrio finanziario pluriennale deve necessariamente contenere: a) le eventuali misure correttive adottate dall'ente locale in considerazione dei comportamenti difformi dalla sana gestione finanziaria e del mancato rispetto degli obiettivi posti con il patto di stabilità interno; b) la puntuale ricognizione, con relativa quantificazione, dei fattori di squilibrio rilevati, dell'eventuale disavanzo di amministrazione risultante dall'ultimo rendiconto approvato e di eventuali debiti fuori bilancio; c) l'individuazione, con relative quantificazione e previsione dell'anno di effettivo realizzo, di tutte le misure necessarie per ripristinare l'equilibrio strutturale del bilancio e per l'integrale ripiano del disavanzo di amministrazione accertato e per il finanziamento dei debiti fuori bilancio entro il periodo massimo di dieci anni; d) l'indicazione, per ciascuno degli anni del piano, della percentuale di ripiano del disavanzo di amministrazione da assicurare e degli importi previsti o da prevedere nei bilanci annuali e pluriennali per il finanziamento dei debiti fuori bilancio.

Il medesimo articolo 243-bis stabilisce altresì, al comma 8, lettera e),che ai fini di assicurare il percorso di riequilibrio pluriennale l’ente interessato deve effettuare una revisione straordinaria dei residui, stralciando i residui attivi inesigibili o di dubbia esigibilità, da inserire nel conto del patrimonio fino al compimento dei termini di prescrizione.

Il comma in esame dispone che gli enti in sperimentazione che nel corso degli anni 2013 o 2014 hanno richiesto la procedura di riequilibrio finanziario consentita dall’articolo 243-bis sopra illustrato e che all’esito della revisione straordinaria dei residui effettuata ai sensi del comma 8, lettera e) del medesimo articolo hanno evidenziato un disavanzo di bilancio, possono ripianare tale disavanzo nell’arco di un periodo trentennale, come previsto dall’articolo 3, comma 17 del decreto legislativo n. 118 del 2011. L’ente potrà pertanto recuperare il disavanzo fino all'esercizio 2042 se è stato effettuato il riaccertamento straordinario dei residui nel 2012, e fino al 2043 se è stato effettuato il riaccertamento straordinario dei residui al 1° gennaio 2014.

A tal fine, inoltre i predetti enti hanno facoltà di rimodulare il piano di riequilibrio finanziario pluriennale di eventualmente già presentato e ritrasmetterlo alla competente sezione regionale di controllo della Corte dei conti.

Il comma 6 reca infine una disposizione di natura contabile, disponendo che gli enti destinatari delle anticipazioni di liquidità ai fini del ripiano dei debiti pregressi – vale a dire le anticipazioni a valere sul fondo per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili di cui all'articolo 1 del decreto legge n. 35 del 2013 - utilizzano la quota accantonata nel risultato di amministrazione a seguito dell'acquisizione delle erogazioni suddette ai fini dell'accantonamento, nel risultato di amministrazione, al fondo crediti di dubbia esigibilità.

Ai sensi dell'articolo 1, comma 10, del decreto-legge n. 35 del 2013 è stato istituito nello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze un fondo, denominato "Fondo per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili", distinto in tre sezioni a cui corrispondono tre articoli del relativo capitolo di bilancio, denominati rispettivamente "Sezione per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili degli enti locali", "Sezione per assicurare la liquidità alle regioni e alle province autonome per pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili diversi da quelli finanziari e sanitari" e "Sezione per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili degli enti del Servizio Sanitario Nazionale.

 


 

 

Articolo 2, comma 5-bis
(Termini per la procedura di riequilibrio
finanziario per gli enti locali)

 

 

L'articolo 2, comma 5-bis reca un intervento relativo agli enti che non hanno presentato nei termini in piano di riequilibrio finanziario prevedendo che gli stessi possano comunque procedere alla sua presentazione entro il termine di approvazione del bilancio di previsione 2015.

 

In particolare il comma in esame fa riferimento al piano da predisporsi da parte degli enti che hanno deliberato la procedura di riequilibrio finanziario di cui all’articolo 243-bis: piano che, ai sensi di tale articolo, il consiglio dell'ente locale deve approvare entro il termine perentorio di novanta giorni dalla data di esecutività della deliberazione dell’ente medesimo con cui si decide il ricorso alla procedura di riequilibrio in questione.

Il comma detta una norma per la rimessione in termini di alcuni enti, vale a dire quelli che non hanno presentato il piano in questione entro il suddetto termine di novanta giorni, prevedendo che gli stessi possano comunque procedere alla presentazione entro il termine di approvazione del bilancio di previsione 2015. Tale termine, si rammenta, previsto in via ordinaria dall’articolo 151 del TUEL al 31 dicembre dell’anno precedente a quello cui inerisce il bilancio previsionale, è stabilito per il 2015 al 30 luglio, sulla base del differimento disposto dal decreto del Ministero dell’interno del 13 maggio 2015[36].

 


 

 

Articolo 3
(Anticipazioni di risorse ai comuni e ulteriori disposizioni concernenti il riparto del Fondo di solidarietà comunale 2015)

 

 

L’articolo 3 reca disposizioni di disciplina del Fondo di solidarietà comunale.

 

In particolare, il comma 1 prevede, a decorrere dal 2016, che entro il 31 marzo di ciascun anno il Ministero dell’interno disponga il pagamento di un primo acconto delle risorse del Fondo di solidarietà comunale, in favore dei comuni delle regioni a statuto ordinario e delle regioni Sicilia e Sardegna[37] da attribuire a ciascun comune in misura pari all’otto per cento delle risorse di riferimento, come risultanti dai dati pubblicati sul sito internet del Ministero dell’interno alla data del 16 settembre 2014[38].

Come riportato nelle relazione illustrativa, la disposizione si rende necessaria al fine di sopperire alla carenza di liquidità dei comuni che si determina, ogni anno, a causa dei tempi necessari per l’adozione del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri di riparto del Fondo di solidarietà comunale ed in considerazione del fatto che i comuni incassano il gettito dell’IMU non prima di giugno di ogni anno.

L’anticipazione ai comuni di acconti sulle somme complessivamente spettanti a titolo di Fondo di solidarietà comunale, introdotta dal comma in esame, mette a regime una procedura già attuata negli scorsi anni, necessaria per consentire ai comuni di far fronte alle necessità di cassa nelle more dell’adozione di D.P.C.M. di riparto del Fondo medesimo, che, nonostante il disposto normativo (che ne prevede l’adozione entro il 31 dicembre dell’anno precedente a quello di riferimento), sia nel 2013 che nel 2014 sono stati emanati soltanto alla fine dell’anno di riferimento[39].

L’importo anticipato, da imputare al capitolo di spesa 1365/Interno del bilancio dello Stato su cui è iscritto il Fondo di solidarietà comunale, va contabilizzato nei bilanci comunali a titolo di riscossione di imposta municipale propria (IMU).

 

Si ricorda che il Fondo di solidarietà comunale è stato istituito dall’articolo 1, comma 380, della legge di stabilità per il 2013 (legge n. 228/2012) nello stato di previsione del Ministero dell'interno (cap. 1365), in ragione della nuova disciplina dell’imposta municipale propria (IMU), introdotta con la legge di stabilità medesima, che ha attribuito ai comuni l’intero gettito IMU, ad esclusione di quello derivante dagli immobili ad uso produttivo, che rimane destinato allo Stato.

Tale fondo - che ha sostituito il Fondo sperimentale di riequilibrio comunale previsto dal D.Lgs. n. 23/2013 di attuazione del federalismo municipale - è alimentato con una quota dell'imposta municipale propria (IMU), di spettanza dei comuni, ed è disciplinato dai commi 380-380-quater della legge di stabilità 2013, come introdotti dall’articolo 1, comma 730, della legge n. 147/2013 (legge di stabilità 2014).

L’articolo 1, comma 380-ter, della legge di stabilità quantifica la dotazione del Fondo per gli anni 2015 e successivi in 6.547,1 milioni di euro. Tale dotazione è assicurata, per un importo pari a 4.717,9 milioni di euro, attraverso una quota dell'imposta municipale propria, di spettanza dei comuni, ai sensi dell’articolo 13 del D.L. n. 201/2011, che viene a tal fine versata all’entrata del bilancio dello Stato nei singoli esercizi[40].

Nella legge di bilancio per gli anni 2015-2017 (legge n. 191/2014 e relativo D.M. 29 dicembre 2014 di ripartizione in capitoli dei programmi di spesa), il Fondo (cap. 1365/Interno) presenta una dotazione di 4.525,9 milioni di euro per il 2015, 4.526,1 milioni per il 2016 e 4.586,1 milioni per il 2017.

Si tratta di una dotazione inferiore rispetto a quanto previsto dalla legge n. 147/2013 (6.547 milioni), in quanto su tale fondo è contabilizzato il contributo alla finanza pubblica richiesto ai comuni dalla legislazione vigente successiva, in particolare, dall’articolo 47, comma 8, del D.L. n. 66/2014 (riduzione del fondo di solidarietà comunale di 375,6 milioni per il 2014 e di 563,4 milioni per ciascuno degli anni dal 2015 al 2018) e, più di recente, dalla legge di stabilità per il 2015 (art. 1, comma 435, legge n. 190/2014), che ha disposto la riduzione del Fondo di ulteriori 1.200 milioni a decorrere dall’anno 2015.

Per effetto della riduzione disposta dall’ultima legge di stabilità, la dotazione del Fondo di solidarietà comunale risulta ora interamente costituita dalla quota dell’IMU di spettanza comunale (4.717 milioni, pari al 38,22 per cento) che, ai sensi dell’art. 1, comma 380-ter, della legge n. 228/2012 e successive modificazioni, viene recuperata direttamente dall’Agenzia delle entrate sui versamenti dei contribuenti e versata all’entrata del bilancio dello Stato nei singoli esercizi per essere destinata al finanziamento del riequilibrio delle risorse all’interno del comparto.

 

Il comma 2 dispone che l’’ammontare anticipato a marzo viene recuperato nei confronti dei singoli comuni dall’Agenzia delle entrate, in misura pari all'importo comunicato dal Ministero dell'interno entro il 1° giugno di ciascun anno, mediante trattenuta sulle somme a titolo di imposta municipale propria riscossa tramite il sistema del versamento unitario. Gli importi recuperati dall'Agenzia delle entrate sono versati ad apposito capitolo dell'entrata del bilancio dello Stato entro il 15 luglio di ciascun anno, ai fini della riassegnazione per il reintegro del Fondo di solidarietà comunale nel medesimo anno.

 

Si osserva che l’articolo in esame non dispone alcuna anticipazione sulle somme dovute a titolo di Fondo di solidarietà comunale per il 2015.

 

Il comma 3 interviene sulle modalità di ripartizione della quota parte del Fondo di solidarietà che viene accantonata e redistribuita tra i comuni delle regioni a statuto ordinario secondo logiche di tipo perequativo, sulla base delle capacità fiscali e dei fabbisogni standard.

 

Per la ripartizione del Fondo di solidarietà comunale, la normativa vigente (lettera b), comma 380-ter, legge n. 147/2013) prevede l’emanazione di decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'economia e finanze, di concerto con il Ministro dell'interno, previo accordo presso la Conferenza Stato-Città ed autonomie locali, da emanarsi entro il 31 dicembre dell’anno precedente a quello di riferimento[41].

Per i comuni delle regioni a statuto ordinario, il comma 380-quater prevede che quota parte dell’importo attribuito a titolo di Fondo di solidarietà sia accantonata per essere redistribuita, con il medesimo D.P.C.M. di riparto, tra i comuni medesimi sulla base delle capacità fiscali e dei fabbisogni standard, approvati dalla Commissione tecnica paritetica per l'attuazione del federalismo fiscale prevista dalla legge n. 42/2009, in linea con il disposto della legge delega in materia di federalismo fiscale, che prevede il superamento graduale del criterio della spesa storica a favore dei fabbisogni standard per il finanziamento delle funzioni fondamentali e della perequazione della capacità fiscale per le altre funzioni. La legge di stabilità per il 2015 (art. 1, comma 459, legge n. 190/2014) è intervenuta su tale disposizione, aumentando la quota del Fondo che viene redistribuita sulla base di capacità fiscali e fabbisogni standard, portandola dal 10 al 20 per cento.

 

In particolare, il comma 3 - novellando il comma 380-quater dell’articolo 1 della legge n. 228/2012 (legge di stabilità 2013) – modifica le modalità di applicazione dei fabbisogni standard e delle capacità fiscali ai fini del riparto del Fondo:

§  stabilendo che il criterio di riparto della quota del 20 per cento del Fondo è costituito dalla “differenza” tra le capacità fiscali e i fabbisogni standard;

§  determinando, limitatamente al 2015, l’ammontare complessivo di riferimento della capacità fiscale dei comuni delle regioni a statuto ordinario, fissandola in misura pari all'ammontare complessivo delle risorse nette spettanti ai predetti comuni a titolo di imposta municipale propria (IMU) e di tributo per i servizi indivisibili, ad aliquota standard (TASI all'1 per mille), nonché a titolo di Fondo di solidarietà comunale netto per l'anno 2015.
Tale importo corrisponde al 45,8 per cento dell'ammontare complessivo della capacità fiscale.

 

Le modifiche introdotte dal comma 3 sono volte ad attenuare gli effetti derivanti dall’applicazione dei criteri dei fabbisogni standard e della capacità fiscale ai fini del riparto della quota del Fondo di solidarietà comunale destinata a finalità perequative, “al fine di definire – come evidenziato nella Relazione illustrativa – una perequazione graduale soprattutto per quei comuni che presentano una capacità fiscale superiore ai propri fabbisogni standard e che sono tenuti a ulteriori versamenti ai sensi della lettera d) del comma 380-ter della legge n. 228 del 2012. La mitigazione del target perequativo si fonda anche sulla considerazione delle difficoltà finanziarie dei comuni a seguito dei tagli di consistenti risorse disposti per il 2015 dalla legge n. 190 del 2014”.

 

La necessità di una applicazione più graduale e prudente della capacità fiscale e dei fabbisogni standard, ai fini della distribuzione delle risorse del Fondo, è stata sottolineata nell’Accordo del 31 marzo 2015, raggiunto in sede di Conferenza Stato-Città e autonomie locali, sulle modalità di riparto del Fondo per l’anno 2015, per mitigare gli effetti della distribuzione tra i comuni della suddetta quota del 20 per cento del Fondo.

Secondo quanto definito nella Nota metodologica del Ministero dell’economia, facente parte integrante dell’Accordo, la dotazione complessiva del Fondo di solidarietà dei comuni delle regioni a statuto ordinario è ripartita, per una quota pari all’80 per cento, secondo il criterio di riparto basato sulle “risorse storiche[42]” e per una quota pari al 20 per cento secondo il criterio basato sulle “risorse standard”. Nell’Accordo, la quota del FSC da distribuire per il 2015 in funzione dei fabbisogni standard e delle capacità fiscali attribuite a ciascun ente, secondo le complesse modalità di calcolo esplicitate nella Nota, ammonta a 740,3 milioni di euro.

Per quanto concerne i fabbisogni standard, si sottolinea, infine, che questi sono stati approvati con riferimento a tutte le funzioni comunali con i D.P.C.M. 21 dicembre 2012 (funzioni di polizia locale), D.P.C.M. 23 luglio 2014 (funzioni generali di amministrazione, gestione e controllo) e D.P.C.M. 27 marzo 2015 (funzioni di istruzione pubblica, nel campo della viabilità e dei trasporti, di gestione del territorio e dell'ambiente e nel settore sociale). Per l’individuazione delle capacità fiscali, con il decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 11 marzo 2015 sono state adottate la nota metodologica relativa alla procedura di calcolo e la stima delle capacità fiscali per singolo comune delle regioni a statuto ordinario. Si tratta, in sintesi, del gettito potenziale da entrate proprie di un territorio, date la base imponibile e l'aliquota legale.

 

Il comma 4 interviene sulle modalità di ripartizione tra i comuni della riduzione di 1.200 milioni di euro della dotazione del Fondo di solidarietà comunale, disposta a decorrere dal 2015 dalla legge di stabilità per il 2015 (art. 1, comma 435, legge n. 190/2014).

 

Si ricorda che il citato comma 435 ha definito il concorso dei comuni al contenimento della spesa pubblica, stabilendo una riduzione del Fondo di solidarietà comunale di 1.200 milioni di euro a decorrere dall’anno 2015.

In merito alla distribuzione del peso del contributo tra i comuni, il successivo comma 436 prevede che, per l’anno 2015, fermo restando l’obiettivo complessivo di contenimento della spesa per l’intero comparto nella misura di 1.200 milioni, la riduzione dei trasferimenti a titolo di Fondo di solidarietà si applica nella misura del 50% per i comuni colpiti da recenti eventi sismici in Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, Abruzzo e Toscana.

 

In particolare, la norma – novellando il comma 435 della legge n. 190 del 2014 - specifica che la misura della riduzione nei confronti dei singoli comuni delle regioni a statuto ordinario e delle regioni Sicilia e Sardegna è determinata in misura proporzionale alle risorse complessive, individuate dalla somma algebrica dei seguenti elementi:

a)   gettito relativo all'anno 2014 dell'imposta municipale propria di competenza comunale ad aliquota base comunicato dal Ministero dell'economia e delle finanze, al netto della quota di alimentazione del Fondo di solidarietà comunale per l'anno 2014;

b)   gettito relativo all'anno 2014 del tributo per i servizi indivisibili ad aliquota base comunicato dal Ministero dell'economia e delle finanze;

c)   importo relativo al Fondo di solidarietà comunale per l'anno 2014, come risultante dagli elenchi B e C allegati al DPCM del 1° dicembre 2014, di riparto del Fondo medesimo, al netto della riduzione di risorse applicata per l'anno 2014 in base all'articolo 47, comma 8, del D.L. n. 66 del 2014 (corrispondente ad un contributo complessivo alla finanza pubblica richiesto ai comuni pari a 375,6 milioni per l'anno 2014, connesso alle misure di spending review su spese per beni e servizi, spese per autovetture nonché spese per incarichi di consulenza, studio e ricerca e per i contratti di collaborazione coordinata e continuativa).

 

Nel corso dell’esame al Senato è stato inserito il comma 4-bis volto ad assegnare ai comuni le disponibilità residue dell’importo accantonato nel 2014 sul Fondo di solidarietà comunale per le finalità di cui all’articolo 7 del D.P.C.M. 1° dicembre 2014 - recante la definizione e la ripartizione delle risorse del Fondo per l’anno 2014 – e non utilizzate per tale finalità.

Si rammenta che il citato art. 7 del D.P.C.M. 1° dicembre 2014 ha accantonato, a valere sulla dotazione complessiva del Fondo di solidarietà comunale per l'anno 2014 (6.339,9 milioni), un importo di 40 milioni di euro da destinare ad eventuali conguagli ai singoli comuni derivanti da rettifiche dei valori utilizzati in sede di riparto.

 

Tali risorse, indicate dalla norma in circa 29,3 milioni di euro, vengono riassegnate ai comuni non in misura proporzionale, come previsto dal citato D.P.C.M. 1° dicembre 2014, ma al fine di diminuire l'incidenza negativa del riparto della quota del 20% del Fondo 2015 effettuato sulla base dei criteri perequativi basati sui fabbisogni standard e delle capacità fiscali, ai sensi della normativa vigente di cui al comma 380-quater dell'articolo 1 della legge n. 228/2012 come novellata dal precedente comma 3 (cfr.).

Nella Relazione Tecnica allegata al maxi emendamento del Governo, si evidenzia che nella seduta della Conferenza Stato-città e autonomie locali del 18 giugno 2015 è stato approvato il riparto di una quota pari a 10,7 milioni di euro dell’accantonamento in questione, per provvedere ad esigenze di rettifiche puntuali in relazione alla stima dei gettiti IMU e TASI. La somma residua dell’accantonamento, non utilizzata per esigenze di rettifica, avrebbe dovuto essere riassegnata e ripartita a titolo di Fondo di solidarietà comunale secondo i criteri ordinari.

 

L’importo residuo, anziché essere ripartito a titolo di ulteriore quota del Fondo secondo i criteri indicati dal D.P.C.M. del 1° dicembre 2014, viene ora destinato alle finalità indicate dal comma in esame, con particolare riferimento ai comuni con popolazione non superiore a 60.000 abitanti e limitatamente ai casi in cui tale incidenza negativa comporti una riduzione percentuale delle risorse, così come definite al comma 4 (costituite dalla somma algebrica del gettito 2014 IMU e TASI + importo relativo al Fondo di solidarietà comunale per l'anno 2014), superiore all'1,3 per cento, in modo comunque coerente con l'andamento della riduzione determinata per effetto dell'applicazione del citato comma 380-quater.

Sul punto si ricorda quanto già detto sopra, con riferimento al comma 3, in merito alle difficoltà applicative della capacità fiscale e dei fabbisogni standard, in sede di riparto del FSC. Nell’Accordo del 31 marzo 2015, raggiunto in sede di Conferenza Stato-Città e autonomie locali, sulle modalità di riparto del Fondo per l’anno 2015, l’ANCI aveva evidenziato la necessità di una applicazione ancora più prudente della capacità fiscale e dei fabbisogni standard, anche con l’inserimento di una specifica clausola di salvaguardia al riguardo, e richiedendo espressamente al Ministro dell’economia di valutare la possibilità nel 2015 di utilizzare gli importi non assegnati dell’accantonamento di cui al citato articolo 7 (per le c.d. verifiche successive), per compensare gli effetti negativi derivanti dall’applicazione dei due criteri perequativi, senza prevedere, inoltre, sul Fondo 2015, un analogo accantonamento.

 

Il riparto di cui al periodo precedente è disposto con decreto di natura non regolamentare del Ministero dell'interno, di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze, da emanarsi entro il 10 settembre 2015, previa intesa presso la Conferenza Stato-città e autonomie locali.


 

 

Articolo 4, comma 1
(Disapplicazione delle sanzioni concernenti il divieto di assunzioni per riallocazione personale delle province)

 

 

Il comma 1 dispone, in favore degli enti locali, la disapplicazione delle sanzioni concernenti il divieto di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo, previste da disposizioni vigenti, al solo fine di consentire la ricollocazione del personale delle province, conseguente al loro riordino dettato dalla legge n. 56 del 2014, presso regioni ed enti locali, secondo le procedure di mobilità introdotte dalla legge di stabilità per il 2015 (art. 1, comma 424, legge n. 190/2014).

 

In particolare, la disapplicazione riguarda le misure sanzionatorie - consistenti nel divieto di assunzioni - previste nei seguenti casi:

a)   mancato rispetto da parte delle pubbliche amministrazioni, per l’anno 2014, dell'indicatore dei tempi medi nei pagamenti relativi agli acquisti di beni, servizi e forniture, che le P.A. sono tenute ad allegare alle relazioni ai bilanci consuntivi o di esercizio, ai sensi dell’articolo 41, comma 2, del D.L. n. 66/2014.

Si ricorda che, nell’ambito dei numerosi interventi legislativi volti a risolvere il problema del ritardo dei pagamenti nelle transazioni commerciali da parte delle pubbliche amministrazioni, l'articolo 41 del D.L. n. 66/2014 ha introdotto l'obbligo per le pubbliche amministrazioni a decorrere dal 2014 di allegare alle relazioni ai bilanci consuntivi o di esercizio un prospetto attestante l’importo dei pagamenti relativi a transazioni commerciali effettuati dopo la scadenza dei termini previsti dal decreto legislativo 9 ottobre 2002, n. 231[43] - che si rammenta sono fissati, dalla Direttiva 2011/7/UE, in 30 giorni nelle transazioni commerciali in cui la parte debitrice è una pubblica amministrazione, prorogabili fino a 60 giorni solo in presenza di determinate condizioni - nonché il c.d. indicatore annuale di tempestività dei pagamenti, che indica i tempi medi di pagamento relativi agli acquisti di beni, servizi e forniture.

Nel caso in cui, nelle suddette attestazioni, si evidenzi un ritardo nei pagamenti superiore a 90 giorni nel 2014 e a 60 giorni a decorrere dal 2015, rispetto ai termini indicati dal D.Lgs. n. 231/2002, sono previste misure sanzionatorie per le amministrazioni pubbliche – con esclusione degli enti del Servizio sanitario nazionale – consistenti nel divieto di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo (compresi i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e di somministrazione) nell'anno successivo a quello di riferimento.

Si segnala che il comma 2 dell’articolo 41 sopra descritto è modificato dal successivo comma 4 dell’articolo 4 in esame, al fine di escludere dal computo dei tempi medi di pagamento i pagamenti effettuati mediante l'utilizzo delle anticipazioni di liquidità o degli spazi finanziari concessi dai decreti-legge n. 35/2012 e 66/2014 (cfr. la relativa scheda di lettura).

b)   mancato rispetto da parte delle regioni e degli enti locali, per l’anno 2014, del patto di stabilità interno e dei termini per l’invio della relativa certificazione, ai sensi dell’articolo 1, comma 462, lett. d,) della legge n. 228/2012 per regioni e province autonome, nonché dell’articolo 31, comma 26, lett. d), della legge n. 183/2011 per comuni e province.

Si ricorda che la disciplina del patto di stabilità interno per l’anno 2014 prevede, per regioni ed enti locali, nel caso di mancato raggiungimento degli obiettivi finanziari imposti dal patto di stabilità interno, l’applicazione, nell’anno successivo all’inadempimento, di una serie di misure sanzionatorie, quali:

a)   la riduzione delle risorse del fondo sperimentale di riequilibrio[44] o del fondo perequativo, in misura pari alla differenza tra il risultato registrato e l'obiettivo programmatico predeterminato;

b)   il divieto di impegnare spese di parte corrente in misura superiore all’importo annuale medio degli impegni effettuati nell’ultimo triennio;

c)   il divieto di ricorrere all’indebitamento per finanziare gli investimenti;

d)   il divieto di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo;

e)   la riduzione del 30% delle indennità di funzione e dei gettoni di presenza degli amministratori.

Si rammenta, inoltre, che la disciplina del patto di stabilità comprende termini e modalità di monitoraggio dei risultati conseguiti dagli enti, ai fini della certificazione dei risultati. Tutti gli enti sono, pertanto, tenuti a trasmettere al Ministero dell'economia e delle finanze - con cadenza trimestrale per le regioni, semestrale per gli enti locali - le informazioni relative agli andamenti della gestione. Ai fini della verifica del rispetto degli obiettivi, gli enti hanno l'obbligo di inviare al Ministero dell'economia la certificazione del risultato finanziario raggiunto entro il termine perentorio del 31 marzo dell'anno successivo a quello di riferimento. La mancata trasmissione della certificazione costituisce inadempimento del patto ed è sanzionata al pari del mancato rispetto dell'obiettivo di risparmio (come disposto per gli enti locali dall’articolo 31, comma 20, della legge n. 183/2011 e per le regioni dall’articolo 1, comma 461, della legge n. 228/2012).

 


 

 

Articolo 4, comma 2
(Personale delle province)

 

 

Nell’ambito della ricollocazione del personale delle province, l’articolo 4, comma 2, dispone il trasferimento presso l’amministrazione in cui presta servizio del personale delle province che, alla data di entrata in vigore del provvedimento in esame (come specificato nel corso dell’esame al Senato, in luogo del termine originario del 31 dicembre 2014), si trova in posizione di comando, distacco o, come aggiunto nel corso dell’esame al Senato, altri istituti comunque denominati presso altra pubblica amministrazione[45].

Il suddetto trasferimento avviene:

§  previo consenso dell’interessato;

§  a condizione che ci sia capienza nella dotazione organica e nei limiti delle risorse finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, ove sia garantita la sostenibilità finanziaria a regime della relativa spesa.

 

Nozione di comando e distacco

Nel pubblico impiego l’istituto del comando è disciplinato dall’articolo 56 del DPR 10 gennaio 1957, n. 3 (“TU delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato”), il quale stabilisce che – per riconosciute esigenze di servizio, o quando sia richiesta una speciale competenza, purché per un periodo di tempo determinato ed in via eccezionale – l’impiegato di ruolo può essere comandato a prestare servizio presso altra amministrazione statale o presso altri enti pubblici. Il successivo articolo 57 del Testo Unico precisa che la spesa per il personale comandato presso altra amministrazione statale resta a carico dell’amministrazione di appartenenza, mentre alla spesa del personale comandato presso enti pubblici provvede direttamente ed a proprio carico l’ente presso cui detto personale presta servizio. Si ricorda che l’articolo 1, comma 414, della L. 228/2012 (Legge di Stabilità 2013) dispone che, a decorrere dal 1° gennaio 2013, per gli enti pubblici, il provvedimento di comando (di cui all'articolo 56, comma 3, del D.P.R. 3/1957) venga adottato d'intesa tra le amministrazioni interessate, previo assenso del lavoratore coinvolto.

 

L’ordinamento vigente non reca invece la definizione del distacco; in mancanza di una specifica disciplina, parte della dottrina considera il distacco come una semplice situazione di fatto, mentre altro orientamento ritiene che si configura un distacco quando l’impiegato statale è destinato a prestare servizio non presso altra amministrazione statale (come nel comando), bensì presso altro ente pubblico. Inoltre per il distacco si fa in genere riferimento alla disciplina che riguarda i dirigenti collocati in aspettativa retribuita, per cui si verifica più propriamente una sospensione del rapporto di lavoro[46].

La riforma del pubblico impiego, attuata con il D.Lgs. 29 del 1993 poi trasfuso nel D.Lgs. 165 del 2001 (T.U. del pubblico impiego) non ha disciplinato l’istituto del comando né quello del distacco, che vanno pertanto ricostruiti all’interno di un quadro più generale, ferma restando l’applicabilità del T.U. del pubblico impiego nell’ambito dei settori del lavoro pubblico non contrattualizzato in funzione suppletiva.

Si può interpretare il silenzio del legislatore come un rinvio in via immediata alle regole privatistiche ed alla contrattazione collettiva, che sono destinate ormai a disciplinare il rapporto dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche (art. 2, comma 2, D.Lgs. 165/2001).

Si tenga inoltre presente che a volte i termini di “comando” e “distacco” sono talvolta utilizzati come sinonimi.

 

Si ricorda che l’art. 4 del CCNL siglato il 16.5.2001, integrativo del CCNL del personale del comparto Ministeri sottoscritto in data 16.2.1999, ha statuito che il dipendente, a domanda, può essere assegnato temporaneamente ad altra amministrazione anche di diverso comparto che ne faccia richiesta per utilizzarne le prestazioni (posizione di "comando"). Il personale assegnato temporaneamente in posizione di comando presso altra amministrazione, continua a coprire un posto nelle dotazioni organiche dell'amministrazione di appartenenza, che non può essere coperto per concorso o per qualsiasi altra forma di mobilità. La posizione di comando cessa al termine previsto e non può superare la durata di 12 mesi rinnovabili una sola volta. Alla scadenza del termine massimo, il dipendente può chiedere, in relazione alla disponibilità di posti in organico, il passaggio diretto all'amministrazione di destinazione, secondo le procedure di cui all'art. 27 del CCNL sottoscritto in data 16.2.99 e nel rispetto di quanto previsto dall'art. 20, comma 1, lett.c), penultimo periodo della legge 488/99, che rende prioritarie le procedure di mobilità. In caso contrario il dipendente rientra all'amministrazione di appartenenza. Il comando può cessare, prima del termine previsto, qualora non prorogato ovvero per effetto del ritiro dell'assenso da parte dell'interessato o per il venir meno dell'interesse dell'amministrazione che lo ha richiesto.

La posizione di comando può essere disposta, senza limiti temporali, solo nei seguenti casi:

1)   qualora norme di legge e di regolamento prevedano appositi contingenti di personale in assegnazione temporanea, comunque denominata, presso altra amministrazione;

2)   per gli uffici di diretta collaborazione del Ministro e dei Sottosegretari;

3)   per gli enti di nuova istituzione sino all'istituzione delle relative dotazioni organiche ed ai provvedimenti di inquadramento.

L'assegnazione temporanea di cui al presente articolo non pregiudica la posizione del dipendente agli effetti della maturazione dell'anzianità lavorativa, dei trattamenti di fine lavoro e di pensione e dello sviluppo professionale.

La spesa per il personale in posizione di comando è a carico dell'amministrazione di destinazione.

La disciplina del comando sopra richiamata decorre per le assegnazioni temporanee disposte dal 1° gennaio 2001.

Nulla è innovato per la disciplina delle assegnazioni temporanee disposte in relazione a specifiche esigenze dell'amministrazione di appartenenza nei casi previsti da disposizioni di legge o di regolamento, qualora sia necessario assicurare particolari e non fungibili competenze attinenti agli interessi dell'amministrazione, che dispone la temporanea diversa assegnazione e che non rientrano nei compiti istituzionali della medesima (posizione di "fuori ruolo").

 


 

 

Articolo 4, comma 2-bis
(Procedure concorsuali reclutamento a tempo indeterminato di personale nei servizi educativi e scolastici)

 

 

Il comma 2-bis, introdotto nel corso dell’esame al Senato, consente agli enti locali di indire procedure concorsuali per assunzioni a tempo indeterminato di personale dei servizi educativi e scolastici, in deroga a quanto stabilito dall’articolo 1, comma 424, della L. 190/2014 (Stabilità 2015) che destina i budget assunzionali delle regioni e degli enti locali relativi agli anni 2015 e 2016 esclusivamente all’immissione nei ruoli dei vincitori di concorso di graduatorie già vigenti al 1° gennaio 2015 e delle unità soprannumerarie delle province destinatarie dei processi di mobilità.

Più nel dettaglio, le suddette procedure concorsuali possono essere indette (nel rispetto delle limitazioni assunzionali e finanziarie vigenti) per il reclutamento a tempo indeterminato di personale in possesso di titoli di studio specifici abilitanti o di abilitazioni professionali necessarie per lo svolgimento delle funzioni fondamentali relative all'organizzazione e gestione dei servizi educativi e scolastici[47], con esclusione del personale amministrativo, in caso di esaurimento delle graduatorie vigenti e di assenza di tali figure professionali tra le unità soprannumerarie destinatarie dei processi di mobilità[48].

Si ricorda che, come specificato nella Circolare del 29 gennaio 2015, n. 1 del Dipartimento della funzione pubblica (che ha definito le linee guida per l’attuazione delle disposizioni in materia di personale e di altri profili connessi al riordino delle funzioni delle province e delle città metropolitane), il richiamato art. 1, c. 424, della L. 190/2014, assolve alla finalità di ricollocare il personale soprannumerario, vincolando le risorse destinate alle assunzioni a tempo indeterminato delle amministrazioni pubbliche.

In particolare, il citato comma 424 disciplina il ricollocamento del personale in mobilità presso regioni ed enti locali. La norma dispone che le regioni e gli enti locali, per gli anni 2015 e 2016, destinano le risorse per le assunzioni a tempo indeterminato, nelle percentuali stabilite dalla normativa vigente, all’immissione nei ruoli dei vincitori di concorso pubblico collocati nelle proprie graduatorie vigenti e delle unità soprannumerarie destinatarie dei processi di mobilità; inoltre, la restante percentuale della spesa relativa al personale di ruolo cessato negli anni 2014 e 2015 è destinata esclusivamente alla ricollocazione del personale in mobilità. Le spese del personale così ricollocato non si calcolano ai fini del rispetto del tetti di spesa di personale (di cui all’articolo 1, comma 557-quater, della legge n. 296 del 2006, in base al quale dal 2014 regioni ed enti locali devono, nella programmazione triennale dei fabbisogni di personale, contenere le spese di personale ”con riferimento al valore medio del triennio precedente”). Infine, è prevista la comunicazione al Ministro per gli affari regionali e le autonomie, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione e al Ministro dell'economia e delle finanze del numero delle unità di personale ricollocato o ricollocabile nell’ambito delle procedure contenute nell’accordo dell’11 settembre 2014. Si stabilisce, infine, la nullità delle assunzioni effettuate in violazione delle richiamate disposizioni.


 

 

Articolo 4, comma 3
(Assunzioni negli EE.LL.)

 

 

Il comma 3, attraverso una novella dell’articolo 3, comma 5, del D.L. n. 90/2014, introduce una precisazione in relazione alle disposizioni che disciplinano il turn-over negli enti locali soggetti al patto di stabilità interno, specificando che la programmazione delle assunzioni viene fatta con riferimento al triennio precedente.

Più nel dettaglio, il comma in esame consente di utilizzare, nel cumulo delle risorse destinate alle assunzione, anche i residui ancora disponibili delle quote percentuali delle facoltà assunzionali riferite al triennio precedente, dirimendo un dubbio interpretativo sorto proprio sul citato articolo 3, comma 5, del D.L. 90/2014, nella parte in cui, dal 2014, consente il suddetto cumulo per un arco temporale non superiore a 3 anni, senza specificare se successivi o precedenti[49]

Si ricorda che l’articolo 3, comma 5, del D.L. 90/2014 (che ha abrogato quanto previsto in materia dall’articolo 76, comma 7, del D.L. 112/2008[50]), nella formulazione antecedente alla novella apportata dal decreto legge in esame, ha riscritto la disciplina in merito ai vincoli assunzionali per gli enti soggetti al patto di stabilità interno (turn over), attraverso la previsione di specifiche norme volte a rimodulare le limitazioni al turn over per gli enti territoriali (introducendo anche in questo caso il riferimento alle cessazioni di personale a tempo indeterminato di ruolo nell’anno precedente e aumentando altresì la percentuale di assunzioni effettuabili). In particolare:

§  si prevede un graduale aumento delle percentuali di turn over, con conseguente incremento delle facoltà di assunzioni per gli enti territoriali, per il quinquennio 2014-2018 (nel biennio 2014-2015 assunzioni nel limite di spesa del 60% di quella del personale di ruolo cessato nell’anno precedente, limite che sale all’80% nel biennio 2016-2017 e al 100% dal 2018);

§  si consente il cumulo – dal 2014 - delle risorse destinate alle assunzioni per un arco temporale non superiore a 3 anni, nel rispetto della programmazione del fabbisogno e di quella finanziaria e contabile;

§  si prevede che le regioni e gli enti locali coordinino le politiche di assunzioni delle aziende speciali, delle istituzioni e delle società a partecipazione pubblica locale totale o di controllo che siano titolari di affidamenti diretti di servizi senza gara, ovvero che svolgano funzioni volte a soddisfare esigenze di interesse generale aventi carattere non industriale né commerciale, ovvero che svolgano attività nei confronti della pubblica amministrazione a supporto di funzioni amministrative di natura pubblicistica inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall'ISTAT, al fine di garantire anche per i medesimi soggetti una graduale riduzione della percentuale tra spese di personale e spese correnti. A questo fine gli enti controllanti, con propri atti di indirizzo, definiscono per i suddetti enti le modalità di attuazione dei principi di contenimento dei costi del personale (art. 18, c. 2-bis, del D.L. 112/2008, come modificato dall’art. 3, c. 5-quinquies, del D.L. 90/2014).

 


 

 

Articolo 4, comma 4
(Esclusione dei pagamenti dei debiti commerciali pregressi dall’indicatore dei tempi medi di pagamento delle P.A.)

 

 

Il comma 4 modifica la disposizione – di cui l'articolo 41, comma 2 del D.L. n. 66 del 2014 - che vieta alle amministrazioni pubbliche (esclusi gli enti del Servizio sanitario nazionale) che registrano tempi medi nei pagamenti superiori a 90 giorni nel 2014 e a 60 giorni a decorrere dal 2015, rispetto a quanto disposto dal decreto legislativo n. 231 del 2002[51], di procedere nell'anno successivo ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo.

La novella è volta ad escludere dal computo dei tempi medi di pagamento di cui alla citata disposizione i pagamenti effettuati mediante l'utilizzo delle anticipazioni di liquidità o degli spazi finanziari messi a disposizione ai sensi dei decreti-legge n. 66 del 2014 (articolo 32, comma 2), e n. 35 del 2013 (articolo 1, commi 1 e 10).

 

Si ricorda che in base all’articolo 41 del D.L. n. 66/2014 i tempi medi nei pagamenti relativi a transazioni commerciali devono essere attestati dalle pubbliche amministrazioni in un prospetto allegato alle relazioni ai bilanci consuntivi o di esercizio, in cui sono riportati:

§  l'importo dei pagamenti relativi a transazioni commerciali effettuati dopo la scadenza dei termini previsti dal D.Lgs. n. 231/2002 - che si rammenta sono fissati, dalla Direttiva 2011/7/UE, in 30 giorni per le transazioni commerciali in cui la parte debitrice è una pubblica amministrazione, prorogabili fino a 60 giorni solo in presenza di determinate condizioni;

§  il c.d. indicatore annuale di tempestività dei pagamenti, che indica, appunto, i tempi medi di pagamento relativi agli acquisti di beni, servizi e forniture.

Tale obbligo decorre dal 2014 e riguarda tutte le pubbliche amministrazioni individuate ai sensi dell'articolo 1, comma 2, del D.Lgs. n. 165 del 2001.

Il comma 2 dell’articolo 41 citato dispone che, qualora da tali attestazioni si evidenzi un ritardo nei pagamenti superiore a 90 giorni nel 2014 e a 60 giorni a decorrere dal 2015, rispetto ai termini indicati dal D.Lgs. n. 231/2002, si applicano misure sanzionatorie per le amministrazioni pubbliche – con esclusione degli enti del Servizio sanitario nazionale – consistenti nel divieto di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo (compresi i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e di somministrazione) nell'anno successivo a quello di riferimento.

La norma in esame intende escludere dal calcolo dei tempi medi di pagamento, di cui alla normativa suesposta, i pagamenti effettuati con le disponibilità finanziarie concesse agli enti territoriali - in termini di anticipazioni di liquidità ovvero di disponibilità di spazi finanziari in deroga ai vincoli del patto di stabilità interno - dai decreti-legge n. 35/2013 e n. 66/2014 per il pagamento dei debiti commerciali pregressi delle amministrazioni pubbliche.

Si tratta dei principali interventi con i quali il legislatore ha inteso affrontare il problema dello sblocco dei pagamenti dei debiti delle amministrazioni pubbliche verso i fornitori, mettendo a disposizione risorse finanziarie per il pagamento dei debiti pregressi – in particolare, quelli certi, liquidi ed esigibili maturati dalla P.A. al 31 dicembre 2013 - (reperite nella gran parte attraverso maggiori emissioni di titoli del debito pubblico) e definendo procedure per la ricognizione dell’entità dei debiti della pubblica amministrazione nel suo complesso e per impedire in futuro nuovo accumulo di debiti arretrati.

 

In merito alle disposizioni citate dalla norma in commento, si ricorda che il D.L. n. 35/2013 – che per primo ha affrontato il problema dei pagamenti dei debiti delle amministrazioni pubbliche (sia centrali che locali) maturati alla data del 31 dicembre 2012, nei confronti di imprese, cooperative e professionisti - ha messo a disposizione risorse finanziarie per un importo complessivo di circa 40 miliardi di euro, da erogare negli anni 2013-2014, accordando priorità ai crediti che le imprese non hanno ceduto pro-soluto al sistema creditizio.

Per quanto riguarda le amministrazioni territoriali, le misure si sono concretizzate:

§  nella concessione, per l’anno 2013, di spazi di disponibilità finanziaria nell’ambito del Patto di stabilità interno ad enti locali che disponevano di liquidità non utilizzabile a causa delle regole del Patto stesso. In particolare, si è disposto un allentamento dei vincoli del patto per un importo complessivo di 5 miliardi di euro, per consentire agli enti l’utilizzo di risorse proprie disponibili (avanzi di amministrazione) per il pagamento dei debiti di conto capitale esigibili alla data del 31 dicembre 2012 (articolo 1, comma 1, D.L. n. 35/2013);

§  nella concessione, per l’anno 2013 e 2014, di risorse a titolo di anticipazioni di liquidità alle regioni e agli enti locale impossibilitati a saldare i propri debiti a causa di indisponibilità di risorse. In particolare, è stata prevista l’istituzione nel bilancio dello Stato di un apposito Fondo ("Fondo per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili") con obbligo di restituzione, in un arco temporale certo e sostenibile, finalizzato ad assicurare anticipazioni di liquidità agli enti che non possono far fronte, con disponibilità proprie, al pagamento dei debiti, sia di parte corrente che in conto capitale, maturati alla data del 31 dicembre 2012. Il Fondo - inizialmente dotato di 9,3 miliardi di euro nel 2013 e 14,5 miliardi nel 2014, e poi rideterminato, dall’articolo 13 del D.L. n. 102/2013, in complessivi 16,5 miliardi per il 2013 e in 14,5 miliardi per il 2014 - è stato distinto in tre sezioni: “Sezione per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti degli enti locali”, gestita da Cassa depositi e prestiti, “Sezione per assicurare la liquidità alle regioni e alle province autonome per pagamenti dei debiti diversi da quelli finanziari e sanitari”, “Sezione per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti degli enti del Servizio Sanitario Nazionale”. Tali ultime due sezioni sono gestite direttamente dal MEF (articolo 10, D.L. n. 35/2013).

Le risorse messe a disposizione dal D.L. n. 35/2013 sono state implementate dal D.L. n. 66/2014, il quale, all’articolo 32 ha disposto, per il 2014, un incremento della dotazione del "Fondo per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili", istituito dal comma 10 dell'art. 1 del D.L. n. 35, di 6 miliardi di euro, al fine di far fronte ai pagamenti da parte delle regioni e degli enti locali dei debiti maturati alla data del 31 dicembre 2013. Le risorse in questione sono state ripartite tra le tre Sezioni del Fondo con il D.M. 15 luglio 2014 (articolo 32, comma 2, D.L. n. 66/2014).

 


 

 

Articolo 4, comma 4-bis
(Segretari comunali e provinciali)

 

 

Il comma 4-bis consente di stipulare convenzioni per la gestione in forma associata del servizio di segreteria, non solo tra comuni, ma anche tra comuni e province e tra province.

 

La gestione associata delle funzioni e dei servizi degli enti locali è finalizzata alla razionalizzazione della spesa e al conseguimento di una maggiore efficienza dei servizi. L’ordinamento attualmente prevede la possibilità di esercitare in forma associata le funzioni locali attraverso la convenzione e l’unione di comuni.

Lo strumento più funzionale e flessibile di gestione associata è costituito dalla convenzione tra comuni per la gestione di una o più funzioni o servizi (art. 30 TUEL). Con la stipula della convenzione i comuni contraenti stabiliscono il fine e la durata della convenzione, oltre alle forme di consultazione tra gli enti aderenti, i loro rapporti finanziari e i reciproci obblighi e garanzie. Gli enti aderenti possono esercitare in comune le funzioni associate, oppure possono costituire uffici comuni per l’esercizio delle funzioni o delegare ad uno di essi (comune capofila) tale esercizio. Lo Stato e le regioni possono prevedere forme di convenzione obbligatoria per la gestione a tempo determinato di uno specifico servizio o per la realizzazione di un’opera, nell’ambito della delega di funzioni in materie di propria competenza.

 

Attualmente le funzioni di segreteria comunale possono essere gestite dai comuni in forma associata. Secondo quanto previsto dall’articolo 98, comma 3, del TUEL, infatti, i comuni posso stipulare convenzioni per l’ufficio di segretario comunale, con l’unica prescrizione di comunicarne la costituzione alla sezione regionale dell’Agenzia autonoma per la gestione dell’albo dei segretari comunali (AGES) e provinciali. A seguito della abolizione dell’AGES le relative funzioni sono state trasferite al Ministero dell’interno (D.L. n. 78/2010); le funzioni delle sezioni regionali dell’AGES sono ora svolte dalle prefetture.

 

Ciascun comune e ciascuna provincia hanno un segretario titolare iscritto all'apposito albo cui si accede per concorso (TUEL art. 97 e 98). Al segretario comunale e provinciale sono affidati compiti di collaborazione e assistenza giuridico-amministrativa nei confronti degli organi dell'ente locale in ordine alla conformità dell'azione amministrativa alle leggi, allo statuto ed ai regolamenti.

In particolare, il segretario coordina i dirigenti e sovrintende allo svolgimento delle loro funzioni; ha funzioni consultive nei confronti del consiglio e della giunta (di cui verbalizza le sedute); può rogare i contratti nei quali l'ente è parte. Oltre a queste, al segretario possono essere attribuite ulteriori funzioni per statuto e regolamento oppure su impulso del sindaco o del presidente della provincia.

Il segretario, inoltre, svolge importanti funzioni in materia di prevenzione della corruzione e di controllo interno dell'ente.

Il sindaco e il presidente della provincia nominano e revocano il segretario, il cui incarico ha la durata corrispondente dell'organo che lo ha nominato (TUEL art. 99). Il provvedimento di revoca deve essere motivato e deliberato dalla giunta. La revoca può avvenire solo per violazione dei doveri di ufficio (TUEL art. 100). Il provvedimento di revoca è comunicato dal prefetto all'Autorità nazionale anticorruzione che si esprime entro trenta giorni. Decorso tale termine, la revoca diventa efficace, salvo che l'Autorità rilevi che la stessa sia correlata alle attività svolte dal segretario in materia di prevenzione della corruzione (L. 190/2012, art. 1, co. 82).

Nei comuni sopra i 15.000 abitanti e nelle province, il sindaco e il presidente della provincia possono nominare un direttore generale con contratto a tempo determinato per sovrintendere alla gestione dell'ente locale (TUEL art. 108).

Nel scorsa legislatura è stata operata una profonda riforma della disciplina dei segretari comunali e provinciali con l'abrogazione dell'Agenzia per la gestione dell'albo dei segretari comunali e provinciali ad opera del decreto-legge n. 78 del 2010 (art. 7, comma da 31-ter a 31-septies) e l'affidamento della gestione dell'albo al Ministero dell'interno. E' stata così ripristinata la disciplina in vigore prima del 1997, quando è stata istituita l'Agenzia che aveva sostituito il Ministero dell'interno quale datore di lavoro dei segretari (Legge 127 del 1997, c.d. "Bassanini 2").

A quanto previsto dal decreto-legge n. 78 è stata data attuazione con il decreto interministeriale del Ministero dell'interno e del Ministero dell'economia e delle finanze del 23 maggio 2012, con il quale è stata stabilita la data di effettivo esercizio delle funzioni trasferite e sono state individuate le risorse umane, strumentali e finanziarie riallocate presso il Ministero dell'interno.

Successivamente, il decreto-legge 10 ottobre 2012, n. 174 ha istituito il Consiglio direttivo per la gestione dell'Albo dei segretari comunali e provinciali presso il Ministero dell'interno, già in parte disciplinato dal citato decreto ministeriale del 23 maggio (art. 10, commi 7-8). Inoltre, al fine del contenimento della spesa pubblica, il medesimo provvedimento ha disposto la soppressione della Scuola Superiore per la formazione e la specializzazione dei dirigenti della pubblica amministrazione locale stabilendo, altresì, le regole per tutti gli adempimenti successivi e consequenziali a tale soppressione (art. 10, commi 2-6).

Negli ultimi anni, attraverso diversi provvedimenti normativi, ai segretari sono state attribuite nuove importanti funzioni in materia di anticorruzione e controllo interno. La legge 6 novembre 2012, n. 190 (c.d. legge anticorruzione) ha individuato nel segretario comunale e provinciale il responsabile della prevenzione della corruzione negli enti locali, salvo diversa e motivata determinazione (art. 1, co. 7).

 

Si ricorda, infine, che il disegno di legge del Governo di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche, attualmente all'esame del Senato (A.S. 1577-B, art. 9, comma 1, lett. b), n. 4), prevede l'abolizione della figura dei segretari comunali e provinciali - nell'ambito di una disposizione di delega di riforma generale della dirigenza pubblica - e la conseguente confluenza delle attuali figure nel ruolo unico dei dirigenti locali, con il trasferimento delle relative funzioni.


 

 

Articolo 4, comma 4-ter
(Esercizio in forma associata di funzioni da parte
degli enti di area vasta)

 

 

L’articolo 4, comma 4-ter, stabilisce che, ove le leggi regionali prevedano ambiti territoriali comprensivi di due o più enti di area vasta per l’esercizio ottimale in forma associata delle funzioni conferite alle province, gli enti interessati possono, tramite accordi e di intesa con le regioni, definire le modalità di detto esercizio anche tramite organi comuni.

 

Si ricorda in proposito che la cd. Legge Delrio (L. 56/2014) definisce enti di area vasta le città metropolitane e le province (rispettivamente art. 1, commi 2 e 3 L. 56/2014).

 

La disposizione del comma 4-ter è dettata “ai fini di quanto previsto dal comma 89 dell’articolo 1 della legge 7 aprile 2014, n. 56”, che disciplina il riordino della funzioni non fondamentali delle province. Queste ultime, in particolare, devono essere riattribuite, in base ai principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza di cui all’articolo 118 Cost,. dallo Stato e dalle regioni, secondo le rispettive competenze, ad altri enti (regioni e comuni) o anche alle province medesime.

 

Si osserva che il richiamo all’art. 1, comma 89, della ‘legge Delrio’, sembrerebbe limitare l’ambito di applicazione della norma alle sole funzioni non fondamentali.

 

La norma introduce pertanto la facoltà per gli enti di area vasta di istituire organi comuni per l’esercizio in forma associata delle funzioni negli ambiti territoriali ottimali individuati dalle leggi regionali. Essa non precisa la natura e le modalità di funzionamento degli organi comuni, che saranno dunque definiti dalle leggi regionali.

 

Si segnala infine che la disposizione, introdotta nel corso dell’esame al Senato, recepisce una condizione posta dalla Commissione per gli affari regionali nel parere espresso in data 8 luglio 2015.


 

 

Articolo 4-bis
(Disposizioni per la funzionalità operativa delle Agenzie fiscali)

 

 

L’articolo 4-bis, introdotto nel corso dell’esame al Senato, prevede che le agenzie fiscali possano annullare i concorsi per dirigente banditi, ma non ancora conclusi, e indire, per un corrispondente numero di posti, nuovi concorsi da concludere entro il 31 dicembre 2016. Fino all'assunzione dei vincitori dei concorsi per la dirigenza, e comunque non oltre il 31 dicembre 2016, i dirigenti delle stessa agenzie possono delegare a funzionari della terza area le funzioni relative agli uffici e i connessi poteri di adozione degli atti. A fronte delle responsabilità loro delegate, ai funzionari in questione viene temporaneamente attribuita una posizione organizzativa. Le risorse connesse al risparmio di spesa previsto sino all'espletamento dei concorsi banditi per la copertura dei posti dirigenziali vacanti sono utilizzate per finanziare le posizioni organizzative temporaneamente istituite, fermo restando che non meno del 15 per cento del risparmio stesso deve comunque essere destinato ad economia di bilancio.

Più nel dettaglio, il comma 1 autorizza le agenzie fiscali ad annullare le procedure concorsuali per la copertura di posti dirigenziali bandite e non ancora concluse, e a indire concorsi pubblici per soli esami (le cui modalità sono definite con successivo decreto interministeriale, nel rispetto delle disposizioni del D.Lgs. 165/2001) per un corrispondente numero di posti, da espletare entro il 31 dicembre 2016, da avviarsi prioritariamente rispetto alle procedure di mobilità (compresa quella volontaria) previste dalla legislazione vigente, tenendo conto della particolare professionalità alla cui verifica sono diretti i concorsi stessi.

Si dispone, inoltre, che una percentuale non superiore al 30 per cento dei posti banditi sia riservata al personale dipendente dalle agenzie fiscali, che possono assumere i vincitori nei limiti delle loro facoltà assunzionali.

 

Si segnala che l'articolo 2 dello schema di decreto legislativo sulla riorganizzazione delle agenzie fiscali (A.G. 181) contiene una previsione analoga, volta a coprire le vacanze nell'organico dei dirigenti delle agenzie fiscali, legate all'aumento dei compiti delle stesse nella lotta contro l'evasione, aggravate dalle conseguenze della sentenza della Corte costituzionale n. 37 del 2015 con la quale è stata dichiarato l'illegittimità costituzionale della norma (articolo 8, comma 24, del D.L. n. 16 del 2012) che ha consentito, in attesa dell'espletamento dei concorsi pubblici esterni, l'attribuzione temporanea degli incarichi dirigenziali vacanti a funzionari già in servizio nelle agenzie fiscali, selezionati sulla base di apposite procedure interne: per assicurare una celere copertura delle vacanze di organico, lo schema autorizza le agenzie fiscali ad annullare le procedure concorsuali bandite nel 2013 e nel 2014 e non ancora concluse e ad indire nuovi concorsi pubblici, per soli esami, che dovranno essere conclusi entro il 31 dicembre 2016.

A differenza di quanto previsto dall’articolo 2 dello schema di decreto legislativo attuativo della delega fiscale, la norma in esame fa riferimento alle procedure concorsuali bandite e non ancora concluse. La Relazione tecnica riferisce che l’Agenzia delle entrate ha due concorsi per dirigenti con procedure non ancora concluse, banditi rispettivamente nel 2010 e nel 2014, per complessive 578 posizioni; l’Agenzia delle dogane e dei monopoli ha due concorsi per dirigenti con procedure non ancora concluse, banditi rispettivamente nel 2011 e nel 2013, per complessive 117 posizioni.

La sentenza n. 37 del 2015 ha comportato la decadenza di oltre 1.000 funzionari “reggenti” (866 nell’Agenzia delle entrate), lasciando senza responsabile più di due terzi degli uffici.

Per esigenze di funzionalità operativa, il comma 2 dispone che i dirigenti delle Agenzie fiscali possono delegare - previa procedura selettiva e per una durata non eccedente l'espletamento dei concorsi di cui al comma 1 e, comunque, non oltre il 31 dicembre 2016 - le funzioni relative agli uffici di cui hanno assunto la direzione interinale e i connessi poteri di adozione di atti (escluse le attribuzioni riservate loro per legge) a funzionari di terza area con almeno 5 anni di esperienza nell’area stessa, in numero non superiore a quello dei posti messi a concorso ai sensi del comma 1 e di quelle già bandite e non annullate alla data di entrata in vigore della legge di conversione del provvedimento in esame, tenendo conto, tra l’altro, della specificità della preparazione, dell'esperienza professionale e delle capacità richieste a seconda dei diversi compiti.

Il sistema di classificazione del personale delle Agenzie fiscali è articolato in prima, seconda e terza area. Sulla base di quanto previsto dall’art. 26 del Capo V del CCNL relativo al personale del comparto delle agenzie fiscali per il quadriennio normativo 2002 – 2005 e biennio economico 2002 – 2003, Nell’ambito della terza area le Agenzie, sulla base dei loro ordinamenti ed in relazione alle proprie esigenze, possono conferire ai dipendenti ivi inseriti, effettivamente in servizio, incarichi di natura organizzativa o professionale che, pur rientrando nell’ambito delle funzioni di appartenenza, richiedano lo svolgimento di compiti di elevata responsabilità ed alta professionalità.

A fronte delle responsabilità gestionali connesse all'esercizio delle suddette deleghe, ai funzionari delegati sono attribuite (temporaneamente e solo per fronteggiare la situazione in essere), nuove posizioni organizzative di livello non dirigenziale (di cui all'articolo 23-quinquies, comma 1, lettera a), punto 2), del D.L. 95/2012).

 

L'articolo 23-quinquies del D.L. 95/2012, nel prevedere la riduzione del personale, sia dirigenziale che non dirigenziale, del Ministero dell'economia e delle finanze e delle Agenzie fiscali, dispone che, per assicurare la funzionalità dell'assetto operativo conseguente alla riduzione dell'organico dirigenziale delle Agenzie fiscali, possono essere previste posizioni organizzative di livello non dirigenziale, in ogni caso non oltre 380 unità complessive, nei limiti del risparmio di spesa conseguente alla riduzione delle posizioni dirigenziali (detratta una quota non inferiore al 20 per cento, e in ogni caso in misura non superiore a 13,8 milioni di euro), da affidare, sulla base di apposite procedure selettive, a personale della terza area che abbia maturato almeno 5 anni di esperienza professionale nell'area stessa.

 

La Relazione tecnica, sulla base di quanto disposto dall’articolo in esame, quantifica il numero dei delegati titolari di posizione organizzativa provvisoria: per l'Agenzia delle entrate si ipotizzano 578 posizioni, corrispondenti a quelle previste dai concorsi banditi rispettivamente nel 2010 e nel 2014, ma non ancora conclusi e che, in base al comma 1 dell’articolo in esame, potrebbero essere annullati o confermati; per l’Agenzia delle dogane e dei monopoli si ipotizzano 117 posizioni, corrispondenti a quelle previste dai concorsi banditi rispettivamente nel 2011 e nel 2013 ma non ancora conclusi e che, parimenti, potranno essere eventualmente annullati e riproposti.

 

Il comma 3 dispone che le risorse connesse al risparmio di spesa previsto sino all'espletamento dei concorsi banditi per la copertura dei posti dirigenziali vacanti sono utilizzate per finanziare le posizioni organizzative temporaneamente istituite, fermo restando che non meno del 15 per cento del risparmio stesso deve comunque essere destinato ad economia di bilancio.

 


 

Articolo 5
(Misure in materia di polizia provinciale)

 

 

L'articolo in esame dispone il transito del personale appartenente al Corpo ed ai "servizi" di Polizia provinciale, nei ruoli degli enti locali per funzioni di polizia municipale.

Più in particolare, viene specificato che agli enti di area vasta e alle città metropolitane è attribuita l’individuazione del personale di polizia provinciale necessario per l'esercizio delle loro funzioni fondamentali.

Spetta inoltre alle leggi regionali la riallocazione delle funzioni di polizia amministrativa locale e del relativo personale nell'ambito dei processi dì riordino delle funzioni provinciali.

Il personale non individuato o non riallocato, entro il 31 ottobre 2015, in base alle suddette leggi regionali e all’individuazione operata dagli enti di area vasta e dalle città metropolitane, è trasferito ai comuni, singoli o associati. Per il transito sono poste agli enti locali alcune condizioni o facoltà:

§  limiti della dotazione organica;

§  programmazione triennale dei fabbisogni di personale;

§  deroga alle vigenti disposizioni in materia di limitazioni alle spese ed alle assunzioni di personale;

§  rispetto del patto di stabilità interno nell'esercizio di riferimento, e sostenibilità di bilancio;

§  divieto per gli enti locali - a pena di nullità e fino a quando il personale appartenente al Corpo ed ai servizi di polizia provinciale non sia stato completamente assorbito - di qualsivoglia assunzione per lo svolgimento di funzioni di polizia locale. Fanno eccezione le assunzioni a tempo determinato effettuate dopo l’entrata in vigore del decreto-legge in commento per esigenze di carattere strettamente stagionale e per periodi non superiori a 5 mesi nell’anno solare (comma 6).

Modalità e procedure del transito del personale sono definite con decreto del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, previa consultazione con le confederazioni sindacali rappresentative e previa intesa in sede di Conferenza unificata (ai sensi dell'articolo 1, comma 423 della legge n. 190 del 2014, espressamente richiamato dal testo, che a sua volta rinvia all'articolo 30, comma 2 del decreto legislativo n. 165 del 2001).

Nelle more dell'emanazione del suddetto decreto, le modalità di avvalimento immediato del personale da trasferire sono concordate dagli enti di area vasta e dalle città metropolitane con i comuni del territorio, singoli o associati.

 

 

L’attività di polizia locale, diretta alla protezione degli interessi della comunità locale, è materia di competenza legislativa regionale, in base all’art. 117, quarto comma, della Costituzione. Alle regioni compete quindi dettare le norme di principio, mentre permane la competenza di comuni e provincie all’emanazione di regolamenti ed ordinanze nell’ambito della polizia locale.

Una ulteriore specificazione di tale potestà regolamentare e del relativo rapporto con la legislazione regionale è contenuta nel D.Lgs. n. 112/1998 (in attuazione della cd. Legge Bassanini), che ha conferito alle regioni e agli enti locali tutte le funzioni ed i compiti di polizia amministrativa nelle materie ad essi rispettivamente trasferite o attribuite, specificando inoltre che il servizio di polizia locale è disciplinato dalle leggi regionali e dai regolamenti degli enti locali, nel rispetto dei principi della legislazione statale nelle materie alla stessa riservate. Inoltre ai sensi dell’art. 48, comma 3, TUEL, l’organo competente ad approvare il regolamento del servizio di Polizia municipale (o provinciale) è individuabile nella Giunta comunale (o provinciale).

La materia è in gran parte ancora disciplinata nella L. 7 marzo 1986, n. 65, “Legge quadro sull’ordinamento della polizia municipale”. Gli ambiti di intervento e le tipologie di azioni della polizia municipale sono molto eterogenei. Accanto alle funzioni di polizia amministrativa, la polizia municipale svolge interventi di polizia giudiziaria, di polizia stradale, nonché attività di pubblica sicurezza e di sicurezza urbana.

Alla base dell’istituzione dei corpi di polizia provinciale è la legge quadro del 1986 sull’ordinamento della polizia municipale, che prevede che gli enti locali diversi dai comuni svolgono le funzioni di polizia locale di cui sono titolari, anche a mezzo di appositi servizi (L. n. 65/1986, art. 12).

 

Nel corso dell’esame al Senato è stato specificato che agli enti di area vasta e alle città metropolitane è attribuita l’individuazione del personale di polizia provinciale necessario per l'esercizio delle loro funzioni fondamentali, (comma 2).

In base alla legge 56/2014 (art. 1, comma 85) le province, quali enti con funzioni di area vasta, esercitano le seguenti funzioni fondamentali:

a)   pianificazione territoriale provinciale di coordinamento, nonché tutela e valorizzazione dell'ambiente, per gli aspetti di competenza;

b)   pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale, autorizzazione e controllo in materia di trasporto privato, in coerenza con la programmazione regionale, nonché costruzione e gestione delle strade provinciali e regolazione della circolazione stradale ad esse inerente;

c)   programmazione provinciale della rete scolastica, nel rispetto della programmazione regionale;

d)   raccolta ed elaborazione di dati, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali;

e)   gestione dell'edilizia scolastica;

f)     controllo dei fenomeni discriminatori in ambito occupazionale e promozione delle pari opportunità sul territorio provinciale.

 

Viene mantenuto fermo quanto disposto dall'articolo 1, comma 421, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, che individua la dotazione organica delle città metropolitane e delle province delle regioni a statuto ordinario a decorrere dall’anno 2015.

 

Inoltre, spetta alle leggi regionali la riallocazione delle funzioni di polizia amministrativa locale e del relativo personale nell'ambito dei processi dì riordino delle funzioni provinciali in attuazione di quanto previsto dall'articolo 1, comma 89, della legge 7 aprile 2014, n. 56 (comma 3).

La disposizione richiamata (comma 89 art. 1) disciplina il riordino della funzioni non fondamentali delle province; queste ultime, in particolare, devono essere riattribuite, in base ai principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza di cui all’articolo 118 Cost,. dallo Stato e dalle regioni, secondo le rispettive competenze, ad altri enti (regioni e comuni) o anche alle province medesime.

 

Il personale non individuato o non riallocato, entro il 31 ottobre 2015, in base alle suddette leggi regionali e all’individuazione operata dagli enti di area vasta e dalle città metropolitane, è trasferito ai comuni, singoli o associati. Per il transito sono poste agli enti locali alcune condizioni o facoltà: limiti della dotazione organica; programmazione triennale dei fabbisogni di personale; deroga alle vigenti disposizioni in materia di limitazioni alle spese ed alle assunzioni di personale; rispetto del patto di stabilità interno nell'esercizio di riferimento, e sostenibilità di bilancio; divieto per gli enti locali - a pena di nullità e fino a quando il personale appartenente al Corpo ed ai servizi di polizia provinciale non sia stato completamente assorbito - di qualsivoglia assunzione per lo svolgimento di funzioni di polizia locale. Fanno eccezione le assunzioni a tempo determinato effettuate dopo l’entrata in vigore del decreto-legge in commento per esigenze di carattere strettamente stagionale e per periodi non superiori a 5 mesi nell’anno solare.

Nelle more dell'emanazione del decreto, gli enti di area vasta e le città metropolitane concordano con i comuni del territorio, singoli o associati, le modalità di avvalimento immediato del personale da trasferire secondo quanto previsto dall'articolo 1, comma 427, della legge di stabilità 2015 (23 dicembre 2014, n. 190). Tale disposizione, prevede, in particolare, che, nelle more della conclusione delle procedure di mobilità previste dalla medesima legge di stabilit