Onorevoli Colleghi! - La crescita esponenziale delle statistiche relative all'immigrazione in Italia, attestata ormai intorno ai 4,5 milioni di unità, ha disegnato i contorni di un fenomeno relativamente nuovo per il nostro Paese, almeno nel confronto con altri con una più antica tradizione di accoglienza, o addirittura formati dal melting pot di immigrati dalle origini più disparate, come gli Stati Uniti d'America, il Canada o l'Australia.
La dimensione, nuova per la sua imponenza, del fenomeno ha trovato spesso impreparate la politica e le istituzioni, la cui insufficienza ha consentito la creazione e il consolidamento di zone grigie di illegalità nella gestione dell'imperiosa spinta migratoria, alimentando il triste aumento dell'immigrazione clandestina (stimata intorno alle 700.000-800.000 unità), fonte di ricchezze illecite per gli intermediari di manodopera, gli sfruttatori della prostituzione, i gestori del mercato più abominevole che sfrutta l'infanzia e i trafficanti di droga e di armi. Non raramente, dunque, la condizione dell'immigrato viene esposta a un doppio sfruttamento selvaggio: quello del Paese di arrivo e quello delle organizzazioni malavitose.
A parte, tuttavia, i problemi della legalità e dell'ordine pubblico, resta l'inadeguatezza di un approccio culturale, sociale e normativo rispetto al fenomeno.
Sul piano culturale non è stata compiuta alcuna scelta tra l'ipotesi di una politica multiculturale (quale quella praticata dall'Australia e dal Canada), volta a incoraggiare la tutela della cultura e dell'identità di provenienza, e quella dell'assimilazione nel sistema italiano secondo il modello del melting pot di tipo statunitense. Né è stata impostata un'adeguata politica scolastica volta a sostenere una forma di integrazione delle giovani e giovanissime generazioni di immigrati.
Dal punto di vista dell'approccio sociale bisogna tenere conto che gli ultimi dieci anni hanno visto raddoppiare il numero degli immigrati e che, se i tassi di incremento della popolazione di origine straniera in Italia resteranno quelli attuali, nel prossimo ventennio si raddoppieranno ancora, raggiungendo il numero di 8 milioni di unità. Il profilo demografico, dunque, dischiude il vastissimo ventaglio delle implicazioni che vanno dalla domanda di casa a quella di salute; dall'istruzione alla domanda di previdenza. C'è inoltre l'approccio politico-istituzionale, che implica il profilo della cittadinanza e del diritto di voto, di partecipazione politica e di rappresentanza.
Non v'è dubbio che il processo di integrazione trovi il suo punto di verifica più importante nella concessione del diritto di cittadinanza e del diritto di voto.
Alla stregua di un sistema di regole che intenda andare oltre la mera affermazione dello ius soli, la cittadinanza e la piena integrazione che da essa deriva devono voler significare creazione di norme volte a semplificare la congerie legislativa che oggi sembrerebbe incoraggiare gli immigrati e i loro datori di lavoro alla pratica dell'irregolarità e del lavoro nero.
Occorre, peraltro, giungere alla definizione di parametri «intelligenti», per valutare in modo appropriato la qualità dell'integrazione, poiché non è sufficiente la misurazione dei semplici tassi di incidenza degli immigrati su segmenti di popolazione, per trarre indicatori utili a valutare l'avanzamento dei processi di integrazione. Né è da trascurare il profilo legato alla sfera dei diritti fondamentali dell'uomo che talune recenti prassi, normate per legge, inevitabilmente chiamano in causa: si pensi alle procedure di detenzione temporanea dei migranti, che, secondo Amnesty International si configurerebbero come «detenzione de facto, priva di basi legali certe e di controllo giudiziario»; si pensi alla prassi dei «respingimenti» e alla conduzione indiscriminata fuori dalle acque territoriali e verso i Paesi di origine di persone, senza che possa essere effettuata una valutazione sul loro possibile bisogno di una protezione internazionale.
V'è da dire che una qualche forma istituzionale di monitoraggio sulle politiche di integrazione era stata proposta dal testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, che, all'articolo 46, istituiva la commissione per le politiche di integrazione, composta da rappresentanti ed esperti dei Ministeri investiti dalla responsabilità della materia. Ma la commissione cessò ogni attività il 6 luglio 2001.
Con la presente proposta di inchiesta parlamentare si intende istituire una Commissione parlamentare di inchiesta che abbia come fine istituzionale quello di esaminare e di valutare, anche in prospettiva comparativa con esperienze straniere, l'organizzazione e l'attuazione delle politiche di integrazione degli immigrati in Italia, con particolare riguardo alle politiche interculturali e alle iniziative volte a rimuovere gli ostacoli che limitano l'affermazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità sanciti dalla Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.
La Commissione, formata da trenta deputati, avrà anche il compito di riferire, almeno annualmente e alla fine dei propri lavori, sui risultati delle proprie attività, nonché di indicare misure e iniziative idonee a favorire l'integrazione degli immigrati in Italia, a migliorare l'attuazione delle politiche a tal fine adottate e a promuovere i rapporti fra le culture.
Per la raccolta delle informazioni necessarie, essa, oltre agli ordinari poteri di inchiesta nelle forme e nei limiti previsti dall'articolo 82 della Costituzione, potrà interagire con istituzioni pubbliche e private, anche straniere, e con organismi internazionali, nonché avvalersi di idonee professionalità.
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