Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 703 del 10/11/2005
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Svolgimento di interpellanze urgenti.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di interpellanze urgenti.

(Iniziative per migliorare le condizioni di permanenza e di soggiorno all'interno dei centri di permanenza temporanea italiani - n. 2-01687)

PRESIDENTE. L'onorevole Lucidi ha facoltà di illustrare l'interpellanza Violante n. 2-01687 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 1), di cui è cofirmataria.

MARCELLA LUCIDI. Signor Presidente, intervengo per illustrare l'interpellanza urgente Violante n. 2-01687 dell'onorevole Violante. In sede di replica interverrà il presidente Violante.
Signor ministro, onorevoli colleghi, abbiamo il dovere di indagare sino in fondo quali effetti ha prodotto l'istituzione dei centri di permanenza temporanea e di assistenza, che condizione hanno sperimentato gli immigrati che vi hanno fatto ingresso, quale funzione hanno (Commenti)...
Signor Presidente, posso chiedere un po' di silenzio all'Assemblea?

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi prego di prestare attenzione! Onorevole Antonio Leone, la sua proposta l'ha già formulata... Prego, onorevole Lucidi, può proseguire.

MARCELLA LUCIDI. Come dicevo, signor Presidente, abbiamo il dovere di capire quale funzione hanno queste strutture nell'ambito della più complessa politica sull'immigrazione. Ed è un dovere stringente ed ineludibile. Il repertorio di rapporti, di testimonianze e di indagini sulle regole e sulla prassi di gestione di tali centri ci pone, con forza, al cospetto di una realtà che la nostra coscienza civile giudica intollerabile, inaccettabile.
Signor ministro, riteniamo che anche lei, come noi, si sia soffermato a riflettere sui limiti di una legislazione e di un'azione di contrasto all'immigrazione clandestina che ha prodotto nel nostro paese ulteriori luoghi di detenzione dove il diritto resta sospeso.
I centri di permanenza temporanea e di assistenza, nell'idea originaria, quella della legge Turco-Napolitano, dovevano servire ad ospitare i clandestini in attesa di espulsione e dovevano assicurare loro l'assistenza sanitaria e giuridica, attraverso un difensore d'ufficio, la presenza di ministri di culto, di interpreti, di mediatori culturali, la libertà di incontro e di corrispondenza. Insomma, il pieno rispetto dei diritti fondamentali, fermo restando il divieto di allontanamento dai centri stessi.
Signor ministro, questi non sono i centri che ci ha descritto Fabrizio Gatti nel suo reportage su L'Espresso, e la testimonianza


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del giornalista su un luogo dalle cui mura resta fuori il rispetto dei diritti umani non è una voce isolata. Basti citare Amnesty International, Medici senza frontiere ed associazioni come la Caritas, le ACLI, Migrantes. Proprio queste associazioni, signor ministro, un anno fa, in un incontro, le parlarono di disumanizzazione dei centri e chiesero il rispetto delle vicende e della dignità delle persone ospitate.
Non si possono risparmiare alla legge Bossi-Fini specifiche responsabilità sulla degenerazione dei centri. Noi respingiamo tutto l'impianto di quella legge, che è rimasto l'unico strumento adottato dal Governo in materia di immigrazione, uno strumento calibrato esclusivamente su un'impostazione repressiva, su una logica di difesa sociale dall'immigrato, su un sospetto diffuso verso lo straniero.
La proroga dei provvedimenti di trattenimento fino a 60 giorni (precedentemente se ne prevedevano 30) è diventata la regola. La permanenza nei centri è uno strumento generalizzato, che non assolve soltanto alla procedura di espulsione dei clandestini.
Intanto, signor ministro, ci dice molto lo scarto esistente tra il numero degli immigrati rinchiusi ogni anno nei centri e quello più modesto degli immigrati che sono effettivamente accompagnati alla frontiera.
Il 10 marzo 2004, rispondendo ad una nostra interrogazione a risposta immediata in Commissione affari costituzionali, il sottosegretario D'Alì ci diceva che, nel corso del 2003, il numero di stranieri trattenuti presso i centri di permanenza temporanea e di assistenza è stato di 13.863 unità. Gli stranieri effettivamente rimpatriati sono stati 7.012 (quasi la metà); quelli dimessi dai centri perché non identificati allo scadere dei termini sono stati 3.688; quelli dimessi per altri motivi (di salute, gravidanza, regolarizzazione ed altro) sono stati 1.638, mentre 225 si sono allontanati arbitrariamente. Cinquecentodiciassette stranieri hanno richiesto asilo, 171 sono stati arrestati, 8 sono stati espulsi a titolo di sanzione sostitutiva della detenzione; e ci sono stati 622 provvedimenti di trattenimento non convalidati.
Faccio presente, signor ministro, che abbiamo chiesto questi dati, perché non ci è dato conoscere, dal 2002, quali sono i numeri relativi alle situazioni dei centri di permanenza temporanea e di assistenza.
Ciò che è grave, signor ministro - e questi dati lo dicono - è che ormai i centri sono utilizzati per rinchiudere anche gli immigrati che hanno necessità diverse, necessità di soccorso. Nei centri sono rinchiusi i richiedenti asilo e, insieme a loro, transitano nei centri gli immigrati che escono dal carcere, perché hanno espiato la pena o perché non ci sono più esigenze cautelari. Ci sono donne ospitate in centri dove non c'è l'assistenza di personale femminile.
Signor ministro, nella nostra interpellanza le abbiamo rivolto delle richieste molto precise. La prima: crediamo che il Parlamento debba avere la possibilità di indagine sulle condizioni dei centri. Abbiamo il dovere di verificare gli effetti delle leggi che adottiamo, di verificare come quelle leggi siano applicate, soprattutto, come sono gestite sul piano amministrativo. I parlamentari devono conoscere le condizioni reali dei centri, e non quelle apparenti, quelle che si vogliono far loro vedere.
Le chiediamo su questo collaborazione, signor ministro. Le chiediamo di rendere pubblici i dati sul numero delle permanenze nei centri, sul loro rapporto con le espulsioni e per quale motivo gli immigrati transitano nei centri.
Possiamo ancora conoscere, per suo tramite, i risultati dell'inchiesta avviata dopo il reportage di Gatti? Sono stati riferiti in quel reportage fatti e circostanze molto gravi e comportamenti gravi messi in atto anche dagli operatori. Tutto ciò ha scosso l'opinione pubblica. Noi non abbiamo motivo, signor ministro, di mettere la polvere sotto al tappeto.
Le chiediamo, inoltre, di dirci cosa intende fare affinché i centri di permanenza temporanea e di assistenza - abituiamoci a chiamarli «di assistenza» -


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non siano esperienze negative per le quali resti solo da invocare la chiusura, affinché ci sia un effettivo controllo nella gestione e affinché, soprattutto, siano garantiti i servizi di assistenza agli immigrati accolti (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Il ministro dell'interno, onorevole Pisanu, ha facoltà di rispondere.

BEPPE PISANU, Ministro dell'interno. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi accingo a dare una risposta non breve, ma la delicatezza dell'argomento e la serietà delle considerazioni svolte dagli onorevoli interpellanti mi impongono di essere chiaro e il più possibile esauriente.
L'Isola di Lampedusa costituisce oggi il principale approdo degli immigrati clandestini che arrivano in Italia via mare. Azzerati i flussi tra Albania e Turchia verso Puglia e Calabria, gli sbarchi avvengono, ormai da tempo, solo su quell'isola e sulle coste siciliane.
Per avere un l'idea dell'andamento del fenomeno, nel 2002 gli arrivi illegali sono stati quasi 24 mila, nel 2003 erano scesi di oltre il 40 per cento e nel 2004 si erano ridotti ulteriormente.
Proprio l'anno scorso, tuttavia - molti colleghi lo ricorderanno -, ritenni doveroso avvertire il Parlamento e l'opinione pubblica che i flussi migratori verso il nostro paese sarebbero inesorabilmente aumentati. Si profilava, infatti, una concomitanza di fattori (carestie, altre calamità naturali, instabilità politiche), che, sommandosi agli alti tassi di natalità, avrebbero ulteriormente aggravato le già penose condizioni di vita di intere popolazioni africane, specialmente quelle del Sub-Sahara e del Corno d'Africa.
Parlai così di moltitudini pronte a tentare la traversata del deserto e del Mediterraneo, ma raccolsi poca attenzione e qualche ironia.
Non molti mesi dopo, dal Sub-Sahara e dal Corno d'Africa ha cominciato ad alzarsi un'ondata migratoria così ampia e tumultuosa da travolgere le limitate capacità di contenimento di alcuni paesi nordafricani e, per quanto direttamente ci riguarda, da mettere a durissima prova quelle della Libia.
Da qui sono derivati la recrudescenza degli sbarchi a Lampedusa e sulle coste siciliane e anche i disperati assalti alle doppie muraglie di filo spinato che difendono Ceuta e Melilla, le due enclaves spagnole in Marocco.
Negli ultimi mesi, tuttavia, non abbiamo assistito soltanto ad una ripresa quantitativa del fenomeno.
È emersa anche una più spregiudicata capacità di manovra delle organizzazioni criminali nella gestione del traffico di esseri umani cosicché, cambiando i luoghi di sbarco, le modalità di approdo e la grandezza delle imbarcazioni, sono anche cresciuti i prezzi di trasporto e, purtroppo, i rischi di vita dei migranti.
Questo scenario è reso ancor più inquietante da altre due circostanze: la prima è che gli immigrati clandestini vengono accuratamente istruiti dalle bande criminali presenti anche in Libia e, spesso, indotti a comportamenti aggressivi o, comunque, illegali. La seconda circostanza è che cresce continuamente il numero dei minori non accompagnati: quest'anno siamo già oltre 500, quasi tutti egiziani, e ciò fa temere un fenomeno di tratta su vasta scala. Lo sfruttamento dei clandestini, insomma, si fa sempre più spietato e disumano.
Il centro di Lampedusa rappresenta l'estremità meridionale del nostro sistema di controllo dell'immigrazione. Costituito nel luglio del 1998 come centro di permanenza temporanea e assistenza, nel 1999 esso ricevette in tutto 356 persone. Nei primi dieci mesi di quest'anno ne ha già accolte oltre 11 mila, ma sarebbe il caso di dire che è stato «invaso» da oltre 11 mila persone. La gestione della struttura è affidata alla Confraternita delle Misericordie d'Italia con cui la prefettura di Agrigento stipula apposite convenzioni biennali, sulla base di linee guida definite dal Ministero dell'interno, linee guida che sono state via via nel tempo migliorate in direzione della più adeguata accoglienza dei migranti. Nel centro opera anche l'organizzazione


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Medici senza frontiere che, a questo fine, ha stipulato un protocollo d'intesa con la stessa prefettura. Si figuri, dunque, onorevole collega, se vogliamo escludere il controllo di organizzazioni internazionali anche private, come in questo caso, che si occupano di tali problemi, ma sull'argomento tornerò anche più avanti.
Il vertiginoso aumento degli arrivi ha fatto sì che oggi il centro svolga principalmente funzioni di soccorso e prima accoglienza, oltre ad essere utilizzato per le procedure di identificazione e per lo smistamento degli immigrati clandestini verso altre destinazioni. La sua capacità ricettiva è di sole 186 persone e, poiché sull'isola non vi sono altri edifici disponibili, se gli sbarchi crescono rapidamente ed a dismisura l'intero apparato entra, ovviamente, in crisi, pregiudicando il rispetto delle condizioni ordinarie in fatto di igiene, sicurezza e gestione amministrativa. In questi casi, quando cioè nel giro delle 24-48 ore l'afflusso supera la capienza massima anche di cinque-sei volte, il centro può funzionare soltanto come un ricovero di fortuna, con gravi inconvenienti per i migranti, per gli operatori sociali e per le forze dell'ordine.
Voglio, tuttavia, sottolineare ancora una volta che, nonostante le ripetute situazioni di emergenza verificatesi negli ultimi anni a Lampedusa come altrove, ma soprattutto a Lampedusa, l'azione amministrativa nei confronti degli immigrati è stata sempre condotta con umanità e considerazione attenta per ogni situazione giuridica soggettiva.
Fino ad oggi, neppure nei momenti di peggiore sovraffollamento, nessuno, né tra gli immigrati né tra gli operatori del centro, ha mai segnalato - ripeto, ha mai segnalato -, in maniera circostanziata, atti di violenza o abusi di qualsiasi genere: situazione di disagio «si», atti di violenza «no»!
Dopo il noto servizio del settimanale L'Espresso, ho disposto severi accertamenti. Non è emerso nulla che possa configurarsi come atto di violenza. Ora, vi è solo da attendere serenamente il giudizio della magistratura che, a quanto mi risulta, anche in queste ore sta procedendo nei suoi lavori. Attendo anch'io, con estremo interesse, le conclusioni del magistrato. Ma sono anche convinto che esse non saranno lontane dalle conclusioni a cui, con indagini diverse, sono arrivati il prefetto di Agrigento ed un alto ufficiale dell'Arma dei carabinieri.
Restano, comunque - lo ripeto - i disagi gravissimi ed umanamente inaccettabili, dovuti al sovraffollamento, ma - come dirò successivamente - a quelli, già da due anni, abbiamo cercato di porre riparo.
Egualmente inaccettabili mi appaiono i giudizi sommari ed infamanti sul conto degli operatori delle Forze dell'ordine e del volontariato (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia), i quali, spesso, in condizioni difficilissime, prestano servizio presso i centri di permanenza temporanea.
Ancor meno accettabili sono le accuse di insensibilità rivolte ad un paese come il nostro che, ogni anno, salva migliaia di vite umane, spingendo i suoi mezzi navali ad oltre 70 miglia dalle proprie coste, mentre altri non vedono e non sentono!
Con serena coscienza, posso affermare, rispondendo ad un'altra delle questioni che, con tanto garbo, mi sono state sollevate, che a tutti i migranti vengono assicurati assistenza medica, vitto, vestiario, altri beni di prima necessità (compresa una tessera telefonica) ed informazioni in più lingue sui diritti previsti dalle nostre leggi e dalla Convenzione di Ginevra.
I gruppi familiari vengono ricongiunti; a tutti è data la possibilità di esporre la propria situazione personale e di chiedere asilo politico, facendo conoscere le persecuzioni eventualmente sofferte nel paese di origine.
Ricordo - «a braccio» - all'onorevole collega che, di tutti i richiedenti asilo, il 60 per cento si dilegua subito dopo la presentazione della richiesta. Del rimanente 40 per cento, solo l'8 o 9 per cento - è una media non italiana, ma europea - risulta avere titolo per ottenere l'asilo, mentre gli altri ottengono altre forme di protezione umanitaria. Voglio, pertanto, sottolineare


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che le richieste strumentali di asilo sono molto frequenti e servono, in realtà, da pretesto agli immigrati per poi scappare.
Quindi, chi si ostina a denunciare fantomatiche espulsioni collettive o a lamentare inesistenti compressioni del diritto di asilo o di protezione umanitaria deve sapere che, così facendo, non solamente causa un danno morale al nostro paese, ma alimenta un clima di ostilità nei confronti degli operatori sociali e delle Forze dell'ordine.
Un clima del quale approfittano anche con allarmante frequenza i clandestini più aggressivi, come dimostra - per citare l'ultimo esempio - il tentativo di fuga sull'autostrada Palermo-Catania che ha comportato il ferimento di numerosi poliziotti e il danneggiamento grave di alcuni mezzi della stessa polizia.
In ogni caso, intendo ribadire che l'Italia, a differenza di altri paesi europei, non è mai stata condannata dalla Corte di Strasburgo per violazione della Convenzione sui diritti dell'uomo e, in particolare, delle norme che proteggono gli stranieri soggetti ad espulsione.
La Corte ha invece sospeso - ho ben presente questa denuncia -, con una pronuncia di carattere interlocutorio, i provvedimenti di allontanamento da noi adottati nei confronti di 11 immigrati irregolari sbarcati a Lampedusa. Ma quella sospensione è tutt'altro che una condanna perché, com'è noto, per instaurare un giudizio vero e proprio davanti alla Corte, i ricorrenti devono prima esperire tutte le vie previste dall'ordinamento nazionale, in questo caso dall'ordinamento italiano. A quanto risulta, nessuno di questi 11 immigrati ha finora fatto nulla in questa direzione. Eppure, anche su tale episodio vengono montate accuse false ed infamanti.
Chiedo scusa per la lunga premessa, ma mi sembrava doveroso svolgere queste considerazioni per inquadrare correttamente la tematica affrontata dall'onorevole Violante.
Vengo dunque ai quesiti specifici che nell'interpellanza in oggetto mi vengono rivolti.
A seguito delle polemiche sollevate dall'articolo de L'Espresso e dopo aver appreso della presentazione dell'interpellanza, lo scorso 17 ottobre mi sono personalmente recato a Lampedusa per ispezionare il centro ed incontrare il sindaco dell'isola, il prefetto di Agrigento e le autorità locali di pubblica sicurezza.
Due giorni dopo abbiamo avviato il lavoro al Viminale, con una conferenza di servizi alla quale hanno preso parte, oltre agli esperti del Ministero dell'interno e della Protezione civile, il presidente della regione Sicilia, onorevole Cuffaro, l'assessore regionale al territorio e all'ambiente, Francesco Cascio e il sindaco di Lampedusa, Bruno Siragusa, che hanno fornito un contributo importante alla soluzione dei problemi che avevamo davanti.
Innanzitutto, abbiamo concordato alcuni interventi immediati rivolti a potenziare e migliorare la ricettività dell'attuale centro di Lampedusa. A tal fine, è stata disposta l'acquisizione di un terreno adiacente alla struttura per costruirvi nuovi servizi igienici ed è stata anche individuata un'altra area dove installare, nei casi di emergenza, una tendopoli destinata ai migranti clandestini in attesa di ulteriore sistemazione.
Si è deciso inoltre di ridimensionare il ruolo del centro, trasformandolo in un centro di soccorso e di prima accoglienza, non più di assistenza e, pertanto, di rinnovare la convenzione con le Misericordie. Si tratta di adeguare la configurazione giuridica del centro alla funzione che, come ho prima affermato, esso è venuto via via assumendo sotto la spinta della crescente ondata migratoria.
In questa ottica sarà potenziato il sistema di trasferimento degli immigrati clandestini, in modo da rispettare sempre una capienza massima di 300 persone. Sarà, inoltre, possibile migliorare l'accoglienza e superare anche talune criticità dell'attuale gestione amministrativa. Onorevoli interpellanti, sottolineo che tali criticità sono state messe in luce dall'accurato rapporto del prefetto di Agrigento.
Insieme a questi interventi di urgenza verrà avviata la costruzione di un nuovo


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centro, utilizzando l'area attualmente occupata da una caserma dell'esercito. Tale soluzione, superate finalmente le ultime difficoltà, risulta ora bene accetta alla comunità locale, mentre prima non lo era. L'obiettivo è quello di realizzarla prima della prossima estate.
Inoltre, mentre si accentua la tendenza dei nuovi flussi migratori a differenziare gli approdi sul terreno siciliano, come rivelano anche le cronache odierne, è stato deciso di sviluppare la capacità di accoglienza dell'isola madre con tre distinte iniziative collegate tra di loro: la realizzazione a Porto Empedocle di una tensostruttura per l'attività di soccorso e di prima accoglienza; la ristrutturazione e la riapertura del centro di Agrigento; l'ampliamento e la razionalizzazione del centro di Caltanissetta, che diventerà così una moderna struttura polifunzionale per il controllo dell'immigrazione clandestina.
Consapevole delle difficoltà esistenti e con l'intento di agevolare questo articolato programma, il Governo ha prorogato lo stato di emergenza a Lampedusa, accogliendo una mia specifica proposta. A seguito di ciò, mi accingo anche ora a proporre la nomina di un commissario ad hoc nella persona del prefetto Dionisio Spoliti, uno dei maggiori esperti della materia, che dovrà occuparsi personalmente dell'intera operazione, con poteri direttamente conferitigli dal ministro dell'interno.
Ma se l'immigrazione clandestina via mare continuerà a riproporsi nei termini che sappiamo, non potremo scaricarne tutto il peso sulla sola regione Sicilia, che pure se ne è fatta carico con intelligenza e generosità politica. Purtroppo, il fenomeno procede - e con ben altra intensità - anche per via terra, investendo prevalentemente il centro nord del paese. Perciò tutte le regioni e le comunità locali interessate hanno il dovere di contribuire a fronteggiarlo, prestando attenzione alla dignità umana dei migranti e, non meno, alla sicurezza degli italiani.
Qualche settimana fa, rispondendo ad un'interrogazione che auspicava la chiusura dei centri di permanenza temporanea dissi - e lo ripeto - che vi sono molte ragioni per fare l'esatto contrario, cioè per aumentarne il numero, per potenziarli e per migliorarne la gestione. Senza questi centri, infatti, non potremmo applicare gli Accordi di Schengen, non potremmo distinguere i clandestini dai richiedenti asilo, non potremmo effettuare le espulsioni. Ciò significherebbe far aumentare a dismisura i clandestini ed alimentare così il lavoro nero, la prostituzione e la manovalanza criminale. Significherebbe arrendersi ai negrieri del terzo millennio, che gestiscono e sfruttano l'immigrazione clandestina su scala internazionale. Al contrario, dobbiamo impegnarci, onorevoli colleghi, onorevoli interpellanti, al limite delle nostre possibilità per far funzionare al meglio il sistema dei centri di permanenza temporanea. Non sarò certo io a negarne i limiti e i difetti, poc'anzi li ho denunciati, corrispondendo, almeno in parte, a valutazioni degli interpellanti.
Se non dovessimo riuscire in questa impresa, vale a dire se non dovessimo riuscire a far funzionare bene il sistema dei centri, la situazione precipiterebbe a tal punto da mettere il Governo, qualsiasi Governo, nella condizione di dover scegliere tra anarchia e repressione. Nell'una e nell'altra ipotesi il passo verso le reazioni violente sarebbe purtroppo breve. I rischi crescerebbero se nel frattempo non fossimo riusciti ad evitare l'emarginazione sociale e l'isolamento culturale degli immigrati regolari.
Dunque, il controllo dei clandestini, da un lato, e l'integrazione appropriata dei regolari, dall'altro, sono le due facce di una stessa medaglia, due versanti di una medesima politica. Oggi le periferie italiane non sono certo paragonabili alle banlieue francesi, ma in futuro anche le nostre città avranno di che piangere se non risolveremo questo duplice problema.
Si tenga presente, peraltro, che già oggi in altri paesi europei l'alternativa ai centri di permanenza è esattamente il carcere o il posto di polizia. La scelta dei centri non è, del resto, soltanto italiana, ma anche di Stati come la Francia, la Spagna, il Belgio, il Regno Unito, l'Ungheria, per citare uno


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dei paesi di recente adesione. In assenza di alternative concrete, che peraltro nessuno ha mai indicato, non ci resta dunque altro da fare che migliorare i vecchi centri e costruirne di nuovi, sempre più funzionali e accoglienti, cosa che già da tempo abbiamo iniziato a fare.
L'intenzione del Governo è di mantenere ferma questa linea, che è meditata e ragionevole, nonostante la furibonda campagna politico-ideologica condotta da associazioni e gruppi diversi che, purtroppo, hanno già aperto la strada agli attacchi eversivi e alle minacce terroristiche. Ricordo, infatti, che negli ultimi due anni si sono registrate sedici iniziative violente contro diversi centri a Torino, Milano, Gradisca d'Isonzo, Modena, Bologna, Foggia, Bari, Lecce e Ragusa. Nello stesso periodo di tempo, oltre alle minacce gravissime contro le Misericordie, si sono avute venticinque manifestazioni ostili verso altri enti e associazioni a vario titolo collegati con la gestione dei centri.
Dispiace, dispiace sinceramente che in questa situazione molti amministratori locali continuino a rifiutare i CPT, i centri di permanenza temporanea, e perfino le proposte di dialogo avanzate dall'amministrazione dell'interno in ordine alle scelte delle sedi e al loro funzionamento. Ed è paradossale che ciò accada mentre le stesse organizzazioni nazionali dei comuni e delle province rivendicano giustamente un ruolo più importante nel governo complessivo dei fenomeni migratori. Sento perciò il dovere di rilanciare qui, di fronte al Parlamento, l'invito al dialogo e alla leale collaborazione su questo delicatissimo problema.
Come vede, onorevole Violante, non sono pochi gli ostacoli che incontriamo nel tentativo di realizzare un numero di centri di permanenza temporanea adeguato alle necessità e ai diritti umani dei migranti. Sono, comunque, sempre più convinto che sia indispensabile una rete nazionale di strutture per l'immigrazione dedicate all'accoglienza temporanea e all'espletamento delle pratiche amministrative connesse all'asilo, alla protezione umanitaria o all'espulsione dei clandestini.
Penso, inoltre, che alla gestione di queste strutture potrebbero utilmente concorrere, oltre che le autonomie locali, anche gli organismi dotati di specifica competenza, come, ad esempio, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni o il Consiglio italiano per i rifugiati. Del resto, già oggi l'ANCI, cioè l'Associazione nazionale dei comuni italiani, e l'ACNUR, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, partecipano alle nostre commissioni territoriali per l'asilo. Vi partecipano per iniziativa di questo Governo, caso questo, se non unico, certamente raro in Europa. Lo stesso Alto commissario, Antonio Guterres, ha voluto testimoniarmi personalmente la sua soddisfazione per questa presenza e ha valutato con favore la mia proposta di installare un focal point dell'ACNUR a Lampedusa. La proposta è stata rivolta anche all'Organizzazione internazionale per le migrazioni e alla Croce rossa italiana, che l'hanno ugualmente accettata. Nel recente colloquio con l'Alto commissario ho riscontrato una larga convergenza di vedute ed, in particolare, ci siamo trovati d'accordo nel valutare del tutto insufficiente la mobilitazione della comunità internazionale di fronte all'impennarsi dei flussi migratori dall'Africa.
Dopo il semestre di Presidenza italiana dell'Unione europea, il problema è ormai stabilmente inserito nell'agenda dei ministri dell'interno e della giustizia; tuttavia, i risultati finora ottenuti sono piuttosto deludenti e, se vogliamo essere realisti, dobbiamo prevedere che almeno nell'immediato potremo fare affidamento solo sulle nostre forze per vigilare confini non soltanto più nazionali, ma anche europei.
Molto attivi, invece, sono quei parlamentari europei che chiedono chiarimenti sul funzionamento dei CPT e, in particolare, di quello di Lampedusa. Anche su questo argomento voglio essere molto chiaro. Come ministro dell'interno, sono, e mi sento, innanzitutto responsabile nei confronti del Parlamento nazionale, il cui potere di indirizzo e controllo è per me non solo un vincolo, ma anche un riferimento insostituibile nello svolgimento della mia attività. Se e quando il Parlamento


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europeo vorrà ascoltarmi, risponderò con tutto il rispetto istituzionale e politico che a quell'Assemblea è dovuto, ma ad una condizione: che con questa convocazione non si voglia pregiudizialmente mettere in stato d'accusa il Governo che per primo in Europa ha denunciato la tragedia dell'immigrazione clandestina (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia), il Governo che soltanto quest'anno, lo ripeto, ha salvato in acque internazionali almeno 5 mila migranti e ne ha accolti più del doppio solo a Lampedusa, senza alcun danno per la loro incolumità, mentre altrove succedeva quel che sappiamo.
Non certo al collega Violante, ma ai professionisti del sospetto e dell'ironia in materia di centri, vorrei ribadire che a Lampedusa non abbiamo mai cercato di occultare nulla (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia), tanto è vero che dal 1o gennaio ad oggi il centro di permanenza temporanea è stato visitato dal commissario europeo per i diritti dell'uomo, da ventitré parlamentari europei, da sei parlamentari nazionali, da due ministri del Governo italiano, da un ambasciatore, da due funzionari dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e da due assessori regionali. Al seguito di queste autorità, sono entrati nel centro di permanenza temporanea e, in taluni casi, ripetutamente, più di venti accompagnatori, assistenti e interpreti.
Tutto ciò per confermarvi, onorevoli interpellanti, onorevoli colleghi, che in materia di immigrazione abbiamo molto da discutere, poco da rimproverarci e ancor meno da nascondere (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia - Congratulazioni).

PRESIDENTE. L'onorevole Violante ha facoltà di replicare.

LUCIANO VIOLANTE. Signor ministro, abbiamo ascoltato con grande attenzione la sua risposta, che è stata ispirata ad un senso civile fermo. Credo che quella odierna rappresenti una delle poche volte in cui una interpellanza parlamentare raggiunge in tempi così rapidi alcuni effetti positivi.
Il ministro Pisanu oggi ci ha informato, dopo la presentazione della nostra interpellanza che ha fatto seguito al reportage del giornalista Fabrizio Gatti - dobbiamo essere grati a L'Espresso per aver sollevato la questione e a quel giornalista, in quanto dopo tanto tempo si è tornati a fare giornalismo di inchiesta -, su episodi che erano accaduti nel centro di permanenza temporanea di Lampedusa. Il ministro ci ha fornito risposte in gran parte convincenti, e per questo lo ringraziamo; tuttavia, vi sono alcune questioni che vogliamo porre in evidenza.
Sappiamo bene che quella della immigrazione è una politica difficile da gestire. È difficile per noi, come è difficile per tutti gli altri paesi. Sappiamo anche che su questo tema ci sarebbero delle cose da fare a livello europeo, in particolare in termini di politiche europee; però, da quello che il ministro ha detto e da quello che tutti quanti sappiamo, sono cose assai difficili da fare per via dello scarso livello di collaborazione esistente a livello europeo. Conseguentemente, le regioni di frontiera come l'Italia, la Spagna e la Grecia sono sicuramente quelle più esposte all'ondata migratoria.
Il ministro Pisanu ha fatto riferimento anche ad un problema che noi consideriamo importante. Mi riferisco alla cooperazione su questa tematica da parte di tutte le regioni italiane. Questo oggi non avviene e costituisce, conseguentemente, un aspetto sul quale, credo, dovremmo riflettere tutti. Infatti, ritengo non sia possibile che il peso, certamente rilevante dal punto di vista economico e sociale, del governo dell'immigrazione sia scaricato soltanto su alcune regioni, che magari sono più disponibili o più attrezzate, mentre altre, pur avendo risorse economiche rilevanti, essendo le regioni più ricche del paese, si dichiarano non disponibili ad affrontare tale problematica.
Su questo tema possiamo ragionare più serenamente tra noi anche grazie all'assenza odierna, in quest'aula, di esponenti


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di una componente politica del Governo che su di esso è meno sensibile di altre.
Abbiamo preso atto delle questioni che il ministro Pisanu ha posto in rilievo. In particolare, la sua visita, la conferenza dei servizi, gli interventi fatti, i programmi destinati ad aumentare la capienza del centro di permanenza temporanea, lo sviluppo della capacità di accoglienza della Sicilia.
Mi pare non appartenga alla nostra educazione l'attacco alle Forze di polizia, e così non abbiamo fatto noi, naturalmente; peraltro, mi pare che in quel reportage fossero indicati alcuni eventi, alcuni fatti, alcune vicende certamente non commendevoli. In particolare, vi è una questione che è stata sollevata recentemente alla nostra attenzione e che segnalo al ministro. Si tratta dell'istituzione, all'interno dei centri di permanenza temporanea, di centri di identificazione, che servono per l'identificazione dei soggetti richiedenti asilo. Questo fa sì che nello stesso luogo si vengano a trovare i richiedenti asilo e gli immigrati. Questa situazione può generare molti problemi, anche perché costringe i richiedenti asilo a stare assieme ad altro tipo di persone. Forse, spostare i centri di identificazione al di fuori dei centri di permanenza temporanea potrebbe aiutare ad ottenere una riduzione delle tensioni che sono, per alcuni aspetti, inevitabili all'interno di tali centri.
Inoltre, mi pare che si ponga un'altra questione.
Il governo di questi problemi rientra anche nelle politiche più generali dell'immigrazione. Allora, io mi pongo una domanda. Ne abbiamo parlato altre volte e credo che ne parleremo ancora; poi, forse, fra un po', quando ci saranno tempo e modo, vedremo in che termini saremo riusciti ad attuare i suoi programmi complessivamente, come paese. Ma mi chiedo: un problema di politiche nei paesi di emigrazione non è una delle questioni da affrontare?
Credo che nessuno abbandoni volontariamente, spontaneamente o - come dire? - superficialmente il proprio paese. Alcuni di quei paesi non hanno più Stato. Penso alla Somalia ed a tutta la zona del Corno d'Africa. Quindi, in quei paesi certamente le cose sono particolarmente complesse. Ma in altri paesi, forse, si potrebbero studiare forme di rapporto, di investimento anche. Si tratterebbe di investimenti che costerebbero sicuramente molto meno di quanto costi l'azione qui. Peraltro, credo che un rapporto con paesi come l'Egitto, la Tunisia, il Marocco, e via dicendo, che possono essere, e credo siano, più disponibili ad avere questo tipo di relazioni, creerebbe anche opportunità positive per l'immagine, per il peso ed anche per le nostre condizioni economico-finanziarie. Non parlo del contenimento dell'emigrazione (cosa che lei ha già fatto, signor ministro, con alcuni di questi paesi), né della fornitura di mezzi militari o paramilitari diretti a frenarla, quanto, piuttosto, di investimenti in loco diretti ad accrescere in quei paesi le possibilità di lavoro. Credo che, da questo punto di vista, si determinerebbe una forte selezione per quanto riguarda l'immigrazione.
Vi è, infine, un'altra questione. Signor ministro, lei ha fatto riferimento, all'inizio della sua risposta, a questioni più generali ma, se mi permette, visto che abbiamo un po' di tempo e che siamo in pochi, c'è un punto di fondo che angoscia la modernità: qual è lo statuto civile e giuridico dei migranti?
Il problema più delicato è che si tratta di persone senza statuto giuridico. Non si sa di quali diritti possano godere perché, quando arrivano, non sappiamo quale sia il loro status: se siano o meno effettivamente titolari di un diritto all'asilo.
Tempo fa, non molti anni fa, un filosofo italiano, Giorgio Agamben, ha scritto un libro, Homo sacer. Egli partiva dall'analisi di un testo latino, si quis paricidas, sacer esto («chi ha ucciso un suo pari sia sacro»), e si chiedeva cosa volesse dire questo essere «sacro» (vedrà, signor ministro, che la citazione ha connessione col tema di cui parliamo). Studiando vari aspetti di quello statuto, dedusse che sacer è colui che è senza uno statuto giuridico, vale a dire colui che non può essere


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toccato, che non ha diritti e non ha doveri; né, peraltro, essendo persona, può essere oggetto di un'aggressione particolare.
Nel diritto tedesco, queste persone erano cacciate fuori dalle città (li chiamano Wolfe, lupi); nell'antico diritto romano erano considerate «sacre», nel senso che non potevano essere toccate. Il delitto commesso era talmente grave che non poteva essere punito e, quindi, erano cacciate, allontanate ed erano prive di statuto; a quel punto, chiunque, fuori dalla città, poteva aggredirle.
Ho l'impressione che, nella società moderna, contemporanea, si stiano creando degli interstizi dentro i quali ci sono figure prive di diritto: non di diritti, ma di diritto. E tutto lo sforzo che noi e tanti altri paesi stiamo facendo è diretto a costruire una condizione giuridica, che poi significa anche condizione sociale ed economica, di queste persone.
Le questioni che lei ha posto in questa sede, signor ministro - relative all'accoglienza, alla migliore organizzazione (io considero molto positiva la rete a livello nazionale di cui lei ha parlato; se riuscissimo a metterla in piedi, sarebbe una cosa molto positiva), alla costituzione di nuovi centri, al problema della cooperazione delle regioni su tali questioni -, sono tutte molto importanti. Abbiamo apprezzato anche il suo riferimento al rapporto con il Parlamento europeo. Crediamo anche noi che sia certamente importante adempiere un invito, ma è chiaro che nessuno di noi è disponibile a far sì che il nostro paese sia pregiudizialmente e preventivamente messo sotto accusa per colpe che non ha. Laddove ci sono colpe di singoli, queste vanno represse e punite, e credo non si mancherà di farlo. Laddove ci sono disfunzioni, vanno colpite.
Tuttavia, dal tipo di interventi che lei qui ci ha rappresentato, signor ministro, mi pare che, con riferimento a Lampedusa (per altre questioni, per cose che qui non sono da affrontare), dopo quella denuncia, sono state fatte cose positive.
Mi pongo, però, signor ministro, un'altra domanda. Mi pare possa aiutare il lavoro del Governo il fatto che il Parlamento ed i parlamentari possano accedere, senza filtri e senza limitazioni, alle visite ai centri di permanenza temporanea. A noi risulta che non è così.
Ci risulta che, in molti posti, non è consentito l'accesso a tutte le aree. Se così fosse...

BEPPE PISANU, Ministro dell'interno. No, onorevole Violante, la disposizione del ministro è sempre e comunque: accesso libero ai parlamentari, esclusi i casi in cui ci sia il rischio fisico per le persone. Se uno pretende di entrare, quando ci sono 1.200 persone... Lei capisce...

LUCIANO VIOLANTE. Sì, l'importante è che non si abusi di questa circostanza per impedire il controllo.
Peraltro la collega, poco fa, mi ha suggerito che esiste il problema dei consiglieri regionali. Come lei comprende, credo siano particolarmente interessati, visto che più a loro che ad altri si rivolge questo tipo di richieste.
Signor ministro, sulla base delle leggi esistenti, valuterei cosa si possa fare. Credo che tutto ciò che comporta possibilità di controllo e di raccordo per una migliore condizione umana e civile di queste persone aiuti il lavoro che sta svolgendo il Governo in questo momento. Dissentiamo su tante cose, rispetto al suo Governo, come lei sa. Abbiamo avuto anche uno scontro la scorsa settimana sulla sua interpretazione dei disordini davanti al Palazzo. Ma, laddove ci siano risposte positive e serie, non possiamo che prenderne atto positivamente. Ci saranno, credo, altre occasioni per verificare in che termini le questioni che lei ha qui annunciato siano state attuate in tutto il paese.

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