Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 649 del 4/7/2005
Back Index Forward

Pag. 12


...
Discussione della mozione Lucidi ed altri n. 1-00359 sulle misure per garantire la sicurezza dei cittadini (ore 16,25).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione Lucidi ed altri n. 1-00359 (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi riservati alla discussione della mozione è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).
Avverto altresì che è stata presentata, in data odierna, la mozione Antonio Leone ed altri n. 1-00465 (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1), che, vertendo su materia analoga a quella trattata dalla mozione Lucidi ed altri n. 1-00359, verrà discussa congiuntamente.

(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritta a parlare l'onorevole Lucidi, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00359. Ne ha facoltà.

MARCELLA LUCIDI. Onorevoli Presidente, rappresentante del Governo, colleghi, la nostra mozione è stata presentata nei giorni successivi al 19 aprile 2004, dopo la strage di Madrid, un turpe attentato che colpì il cuore dell'Europa.
Sentivamo, allora, più vicino il rischio del terrorismo e sentiamo, altresì, che era compito della politica rispondere alla paura ed all'inquietudine dei cittadini determinate da tutti fenomeni criminali, assumendo la questione della sicurezza come una priorità.
Se dopo un anno l'analisi descritta nella mozione richiede un aggiornamento, perché altri fatti sono accaduti, riteniamo che siano ancora attuali le valutazioni e le considerazioni espresse dalla mozione e che essa rappresenti un valido spunto per una discussione ed un confronto sulla politica svolta dal Governo. Riteniamo dunque che la mozione contenga indicazioni che - nella responsabilità comune di rassicurare gli italiani sulla comprensione e sull'assunzione della loro domanda di sicurezza - possono ancora essere raccolte.
Non è tollerabile che gli episodi di violenza, le notizie dei reati che attraversano la penisola provochino, oltre al turbamento, il disorientamento delle persone, un senso di sfiducia verso le istituzioni, un vissuto di vittimizzazione che resta inevaso. Non è nemmeno ammissibile che dal Governo giungano, a fronte di fatti criminali, risposte improvvisate e, alcune, estranee ai principi di uno Stato di diritto secondo i quali proprio a chi ha la maggiore responsabilità politica viene affidato il compito di progettare la sicurezza del paese.
Oggi, aggiungiamo anche che non può appartenere ad uno Stato democratico, in grado di governare e motivare i suoi apparati, il fatto che si compia sul suo territorio, e a sua insaputa, un blitz ad opera di rappresentanti di un altro Stato; purché di questo, e non di collaborazione nella violazione di diritti umani, si debba ragionare. Se aggiungiamo poi le recenti notizie sugli arresti e le indagini inerenti ad una sedicente polizia parallela, non vi è un cerchio che si chiude; resta, invece, una forte preoccupazione per un contesto torbido ed inquietante che trova un suo possibile spazio vitale nel nostro paese.
Se dopo quattro anni di Governo del centrodestra, per così dire, tiriamo la somma su quanto si è compiuto per la sicurezza dei cittadini a fronte delle promesse fatte, ricaviamo tutti segni negativi, a cominciare dall'andamento crescente dei fenomeni criminali.
Non è un risultato che ci rallegra né saremmo portati a misurare così in dettaglio il numero dei reati se a ciò non fossimo stati sollecitati proprio dal Presidente del Consiglio. Negli anni di Governo


Pag. 13

dell'Ulivo, fino al 2001, l'Italia stava registrando una tendenza generale alla loro diminuzione. Eppure, in quel periodo il centrodestra ignorava questo dato e alimentava la percezione di insicurezza lanciando messaggi e slogan nell'ambito della sfida per il Governo del paese.
La strategia promessa dall'onorevole Berlusconi contemplava una forte riduzione dei reati commessi. Se con la mozione abbiamo dimostrato che così non è stato fino al 2002, aggiungiamo oggi che anche il 2003 ha confermato l'aumento dei reati. Non lo dice la sinistra, lo hanno detto fonti ufficiali di ricerca e la magistratura. Nel 2003 è aumentato del 10,1 per cento il numero complessivo dei reati denunciati nel nostro paese; le grandi città si sono assicurate il primato dei delitti: a Roma, Torino, Milano e Napoli si è concentrato il 30 per cento dei delitti denunciati in tutta Italia.
Tra alcuni giorni, il Ministero dell'interno presenterà la propria relazione annuale sulla sicurezza in Italia; vedendo in aula il rappresentante del Governo, gli chiedo di sollecitare il signor ministro ad offrirci una disamina completa e dettagliata dell'evoluzione criminale di questi anni, che serva non ad imbellettare la propaganda del Governo, ma, come dovrebbe, alla conoscenza vera dei fenomeni e delle emergenze, nonché all'individuazione delle priorità verso le quali indirizzare l'azione dello Stato.
Sono aumentati i reati ed è aumentata la loro impunità: resta ignoto, infatti, l'81 per cento dei colpevoli. Ma non basta: in un paese che registra un numero crescente di prescrizioni, la maggioranza (oggi, probabilmente, non tutta) insiste nel difendere un progetto di legge che ridurrebbe ulteriormente i termini di prescrizione di reati che colpiscono i beni personali, come il furto aggravato, l'usura, l'incendio doloso, le lesioni gravi, la ricettazione, l'estorsione e la rapina. Dov'è finita la tanto declamata certezza della pena che promise il Presidente Consiglio e che è stata rispolverata alcuni giorni fa, a Napoli, dal ministro Pisanu?
In questi anni è diventato incerto anche lo svolgimento del processo: abbiamo più volte denunciato come vergognose leggi, sulle quali la maggioranza si è «blindata», che hanno piuttosto favorito l'idea che tanti comportamenti illegali, che nuocciono all'economia del paese e che sfigurano l'onestà delle persone, possano rimanere impuniti o non essere condannati.
Vedete, onorevoli colleghi, il fallimento dell'azione del Governo in materia di sicurezza indica chiaramente che è sbagliato concepire tale questione in un'ottica di propaganda, o affrontarla inseguendo le emergenze, senza una strategia coerente e di lungo respiro: questo è quanto ha realizzato il centrodestra.
Una moderna politica per la sicurezza dei cittadini, invece, deve essere ideata fissando lo sguardo sulle dinamiche sociali. Si tratta di un tema che riguarda le condizioni di vita delle persone nell'ambito dei cambiamenti che si impongono, tenendo sempre a mente che sicurezza e libertà non sono separabili, così come la sicurezza non è concepibile senza una maggiore coesione sociale.
Le minacce e gli episodi criminali, in una comunità che teme l'indebolimento delle reti sociali di tutela dei diritti, rendono più fragili i legami di solidarietà, alimentano le paure ed il bisogno di protezione e, alla fine, dominano sulla spinta delle persone alla partecipazione democratica ed alla comprensione dei fenomeni.
Un approccio ideologico o propagandistico con la paura non solo non fa tornare i conti, ma non fa i conti con le lacerazioni sociali che provoca, con la solitudine che produce e con la desistenza di una reazione civile di denuncia contro i fenomeni criminali.
Ne è prova l'inedito aumento, in questi anni, delle spese dei cittadini per la propria sicurezza o l'incremento delle richieste di porto d'armi. Si sta rafforzando, infatti, l'idea di una difesa privata o della difesa di un ambito privato, a scapito di una indistinta ed intangibile tutela della sicurezza pubblica. Si tratta, allora, anche della prova di un indebolimento delle politiche pubbliche per la sicurezza dei


Pag. 14

cittadini, mentre questi continuano a chiedere allo Stato di tutelare diritti e libertà e di governare l'insicurezza.
Governare l'insicurezza significa indicare un possibile modello di convivenza, che non si accontenti di gestire il disordine, ma prefiguri un nuovo ordine, senza dover pagare costi sociali, economici e giudiziari crescenti, e senza ridurre la lotta alla criminalità ad una politica di controllo sociale, praticata esclusivamente attraverso l'ordine pubblico o la repressione.
È altro pensare che anche l'ordine pubblico e la repressione possano stare all'interno di un progetto che metta a fattor comune tutte le risorse delle quali lo Stato dispone per combattere il crimine, costruendo più società, più reti, più coesione e più prevenzione.
Adesso, vogliamo capire se, preso atto del fallimento di questi anni, c'è disponibilità a ragionare su tale progetto, che impone cambiamenti di rotta significativi, a partire dalla rinuncia alla concezione che ha originato la riforma costituzionale sulla cosiddetta devolution.
Si tratta, infatti, di un disegno inaccettabile, che lede la convinzione, radicata nella storia democratica del paese, che allo Stato ed ai cittadini serva - a presidio della civile convivenza, dei diritti e delle libertà fondamentali - un governo unitario della sicurezza e dell'ordine pubblico. Tale convinzione ha favorito l'evoluzione democratica degli apparati dello Stato, ha segnato un percorso lungo il quale possiamo ancora concepire una capacità di reazione ai fenomeni criminali vecchi e nuovi, entrambi sempre più complessi.
Non si può sottovalutare il disagio che oggi è espresso dalle forze di polizia nazionali rispetto all'attività quotidiana cui assolvono. Gli impegni straordinari, infatti, si sono sommati ad un incremento del lavoro ordinario di controllo del territorio e di gestione amministrativa: si pensi, ad esempio, al consistente lavoro che sta imponendo la cosiddetta legge Bossi-Fini. L'adeguamento degli organici costituisce, allora, un'esigenza che si impone, insieme a quella di razionalizzare le competenze e la presenza delle stesse Forze di polizia.
Vorrei ricordare che, a partire dal provvedimento di riordino, ed attraverso il cosiddetto pacchetto sicurezza, si cominciò ad introdurre, nella scorsa legislatura, una filosofia della «prossimità» nella complessiva pianificazione della loro azione: mi riferisco, cioè, all'idea di aggiungere, alle pur fondamentali attività di polizia (preventive, informative ed investigative), quella cosiddetta di quartiere.
Siamo convinti che tale specifico servizio di prossimità debba essere offerto ispirando tutta la prassi quotidiana delle Forze di polizia ad una cultura democratica e liberale e con moduli operativi tali da assicurare ad ogni territorio e ad ogni contesto la propria accessibilità.
Negli ultimi anni abbiamo assistito alla sperimentazione del poliziotto o del carabiniere di quartiere, avendo, tuttavia, a riferimento solo le vie più «in vista» delle nostre città, dapprima con un depauperamento del personale dei commissariati o delle stazioni periferici, in seguito con arruolamenti che non assolvono alle esigenze di sicurezza provenienti da alcune aree o quartieri urbani più degradati o periferici. Rimane il tema delle risorse da impegnare per garantire l'operatività delle nostre Forze di polizia, la constatazione che mancano o si deteriorano le dotazioni di servizio, le strumentazioni, le autovetture o il carburante e che ciò incide sull'efficienza del lavoro, impoverisce l'immagine degli operatori e condiziona anche le loro motivazioni, così come incide l'evidente riduzione degli stanziamenti per i rinnovi contrattuali o la mancata convergenza sul provvedimento inerente il riordino delle carriere, che non riceve da parte del Governo l'impulso utile a divenire legge.
Altre risorse devono, poi, essere valorizzate, nell'ambito di un progetto di sicurezza partecipata, che integri politiche diverse. Vi sono le condizioni per una maggiore collaborazione con le regioni e gli enti locali, in grado di svolgere un'azione complementare a quella dello Stato, secondo le competenze loro proprie.


Pag. 15

Vi è un nodo da sciogliere: sicurezza partecipata non vuol dire appiattire ogni contributo su una politica repressiva o di ordine pubblico, ma individuare ciò che ognuno può fare per migliorare complessivamente le condizioni di sicurezza di un territorio. A ciò rispondeva l'idea dei contratti per la sicurezza urbana, promossi dal ministro Napolitano o la previsione della partecipazione del sindaco, a pieno titolo, ai comitati per l'ordine e la sicurezza pubblica.
In tal senso, riteniamo che si possa davvero recuperare un contributo originale delle polizie locali, concepire un ambito da affidare ai soggetti privati, tornare ad un rapporto di collaborazione tra Forze di polizia e magistratura e continuare a valorizzare il servizio che offrono l'associazionismo ed il volontariato, soprattutto in favore delle vittime dei reati. Negli ultimi anni, non vi è stato alcun incoraggiamento di tali esperienze, che sono rimaste marginali rispetto alle politiche di sicurezza. Si sono indebolite, quando avevano rappresentato nel passato un'importante rete di sostegno e di solidarietà, soprattutto in favore delle vittime della criminalità mafiosa o delle violenze alla persona.
Rimanendo nell'ambito di tale progetto di sicurezza, vi sono, quindi, tutte le condizioni per affrontare, nella sua complessità, l'insicurezza prodotta anche dalla consistente presenza di immigrati nel nostro paese. Sono ormai evidenti i limiti di una legislazione che ha affrontato tale fenomeno nella sola ottica della diffidenza e del sospetto e che non ha pertanto favorito le condizioni di integrazione verso gli immigrati regolari o di accoglienza umanitaria verso i richiedenti asilo. La difficoltà di combattere l'immigrazione clandestina, che è fenomeno gestito dalla criminalità, non può trovare un alibi nella violazione dei diritti, né nell'esclusione sociale dalla vita pubblica degli immigrati tutti.
Non è, insomma, alzando fili spinati che si produce più sicurezza e questo è un tema che servirebbe a farci affrontare anche le altre realtà di devianza esistenti nel paese, quali la devianza minorile ed i fenomeni sociali che generano paura - ad esempio, la prostituzione e la tossicodipendenza -, e che dovrebbe portarci anche a ragionare sul modo in cui concepire la funzione del carcere e della pena.
Pensando a tutto ciò, con la nostra mozione, abbiamo inteso incalzare il Governo e la maggioranza ad un confronto, prima di tutto sul terreno delle idee che abbiamo su una questione che interpella la politica e continuerà ad accompagnarci nei prossimi anni. Alle idee seguono le proposte, alcune delle quali più impegnative di altre, che intendono, in ogni caso, rimanere in un compito da svolgere coerentemente, ossia progettare la sicurezza e, insieme, governarla (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fistarol. Ne ha facoltà.

MAURIZIO FISTAROL. Signor Presidente, desidero anzitutto rilevare l'attenzione del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo sulle tematiche riguardanti la sicurezza dei cittadini e quelle politiche che consentano di costruire un paese più sicuro. Voglio anche ricordare l'impegno della Margherita, DL-L'Ulivo, che condividiamo con altre forze del centrosinistra, in modo particolare con quelle della Federazione dell'Ulivo, per porre in essere tutte le azioni che consentano ai cittadini italiani di sentirsi sicuri nei territori in cui vivono ed operano. Naturalmente, lo facciamo come forza attualmente all'opposizione, che intende denunciare (lo faremo anche oggi) le inadempienze e i ritardi del Governo su questo tema, che intende criticare iniziative della maggioranza che non condivide, ma anche formulare proposte (credo sia questo ciò che agli italiani interessa di più), chiamando tutti ad uno sforzo responsabile e consapevole nella distinzione dei ruoli, per garantire ai cittadini il bene primario della sicurezza.
Il tema della sicurezza si inscrive, innanzitutto, in un quadro mondiale che è profondamente mutato. La minaccia più


Pag. 16

grave per la sicurezza dei cittadini, quanto meno per la qualità della stessa, viene dalla situazione internazionale e, in modo particolare, dal terrorismo internazionale, per contrastare il quale serve davvero una grande unità di tutti gli italiani, oltre che delle forze politiche. Noi questa consapevolezza crediamo di averla dimostrata in alcuni frangenti particolarmente delicati e intendiamo continuare a farlo. Ma - come ho detto - occorre mobilitare anche le coscienze degli italiani, e non soltanto fare affidamento sul lavoro delle Forze di polizia per questa difficile opera di contrasto.
La mozione presentata dai deputati del gruppo dei democratici di sinistra si occupa soprattutto della sicurezza interna e della lotta alla criminalità. La riflessione al riguardo, innanzitutto, è la seguente. C'è un tema: quello della sicurezza oggettiva (i dati, il numero dei reati, il loro aumento o la loro diminuzione). È un dato sicuramente significativo, un indicatore certamente rilevante. Ma c'è anche un altro tema, altrettanto significativo, se non di più, ed è la percezione che i cittadini hanno di vivere in territori sicuri o insicuri. Insomma, è il tema relativo a quella che viene definita sicurezza soggettiva o sicurezza percepita. In questo senso, è evidente il ruolo dei media, che sono decisivi per costruire la percezione della sicurezza o dell'insicurezza.
Ricordo quanto avveniva qualche anno fa: ogni telegiornale conteneva notizie di reati e di delitti che, se contraddistinti dalla presenza di immigrati, avevano l'onore della prima pagina o della prima notizia. Ebbene, ricordo le esperienze compiute all'epoca (in quegli anni ero sindaco): si trattava di esperienze compiute in piccoli comuni vicini a quello in cui operavo, nei quali da anni non si assisteva ad un solo reato e i cittadini, soprattutto quelli più semplici o più anziani, avvertivano, comunque, un profondo senso di insicurezza. Ebbene, è del tutto evidente che, quando quotidianamente, con i potenti mezzi mediatici, arriva nelle case il messaggio che il paese è quasi in balia di bande di delinquenti e di orde di immigrati clandestini, ciò favorisce il formarsi di un senso diffuso di insicurezza. Il ruolo dei media è, dunque, assolutamente decisivo da questo punto di vista ed è del tutto evidente che, invece, in questi anni la questione sicurezza non ha goduto di attenzione e non ha visti accesi i riflettori, così come avveniva qualche tempo fa. Ciò soprattutto fino all'autunno dell'anno scorso, quando tale opera ha sostanzialmente funzionato.
Ricorderete che su questa percezione di insicurezza sono stati costruiti anche fortunati messaggi politici: «città più sicure», insieme a «meno tasse per tutti», fu uno dei grandi messaggi lanciati agli italiani dalla coalizione che oggi si trova al Governo. Si creava insicurezza con l'uso spregiudicato dei media e con la propaganda e, nel contempo, si prometteva una ricetta miracolistica per creare sicurezza. Sembra un gioco di parole: si creava insicurezza e si prometteva sicurezza.
Che ne è stato di quella promessa? Credo si possa dire che è diffusa la percezione che i cittadini non sono sicuri in vaste aree del paese - e non solo in quelle urbane - e che lo Stato non riesce (comunque non sempre) nel suo compito primario, quello di garantire sicurezza ai cittadini. Vedremo i dati. Ma perché questo non ha funzionato?
Credo vi sia una ragione fondamentale: per garantire e per dare sicurezza ai cittadini occorre una guida politica sicura, responsabile ed autorevole. Questo Governo è privo delle caratteristiche di credibilità e di autorevolezza indispensabili per dare sicurezza ai cittadini. Non è soltanto un problema di linee e di linguaggi divergenti all'interno del Governo. Non è soltanto un problema di un premier che non parla di questo tema, perché su di esso non sarebbe credibile, e lui lo sa.
Nel celebre «contratto con gli italiani» di Berlusconi, come impegno, si legge: attuazione del piano per la difesa dei cittadini e per la prevenzione di crimini, che prevede, fra l'altro, l'introduzione dell'istituto del poliziotto, carabiniere o vigile


Pag. 17

di quartiere nelle città, con il risultato di una forte riduzione del numero dei reati rispetto agli attuali tre milioni.
Innanzitutto, dobbiamo dire che i reati non erano tre milioni. Quel contratto era falso, perché nel 2000 i reati riguardanti la chiusura dell'anno precedente erano meno di due milioni e mezzo.
Quale evoluzione ha avuto il numero di reati in questi ultimi anni? Nel 2001, anno governato nella prima parte dal centrosinistra e poi dalla nuova coalizione del centrodestra, i reati sono scesi a 2 milioni 163 mila. Nel 2002, essi sono saliti a 2 milioni 231 mila, e nel 2003 sono tornati sostanzialmente al livello del 2000, ossia 2 milioni e mezzo, nonostante l'impegno e la professionalità degli uomini e delle donne delle Forze di polizia e delle forze dell'ordine, ai quali va la riconoscenza nostra e degli italiani e il plauso ed il ringraziamento per gli sforzi che quotidianamente vengono compiuti e che portano anche ad importanti risultati. Tra questi risultati, voglio ricordare quanto si è riuscito a fare in questi anni - anche il Governo - rispetto alla disarticolazione delle Brigate rosse, anche se il pericolo è tutt'altro che finito.
I dati più organici per analizzare questo trend si riferiscono al 2003 ed è utile tenerli a mente. Le rapine erano 38 mila nel 2001 e sono state 41 mila 700 nel 2003; i furti, che costituiscono più del 50 per cento dei delitti complessivamente intesi, nel 2003 sono aumentati dell'1,8 per cento rispetto all'anno precedente; perfino i furti negli appartamenti, che spesso vengono citati da esponenti del Governo come esempio della diminuzione dei delitti in questi anni, erano progressivamente diminuiti negli ultimi cinque anni, ma nel 2003 hanno ricominciato a salire, con un incremento dell'1,5 per cento; gli omicidi volontari consumati sono saliti dell'11,4 per cento e le lesioni dolose del 6,8 per cento; sono aumentati significativamente i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso; c'è stato un aumento di quasi il 7 per cento dei borseggi.
Non voglio drammatizzare la situazione, tuttavia, credo che questi dati ci indichino che quelle promesse non sono state mantenute.
Qualcuno potrebbe affermare che nel 2004 le cose sono cambiate. Ebbene, vorrei leggervi la risposta che il Governo ha fornito alla Camera dei deputati - fra poco avremo i dati definitivi del 2004 - ad una interrogazione presentata da esponenti della maggioranza, preoccupati per il trend cui facevo riferimento. In tale risposta si afferma testualmente: «Nel primo semestre dell'anno 2004 sono stati rilevati su base nazionale 1.183.801 reati, con un incremento rispetto allo stesso semestre dell'anno precedente del 3,5 per cento». I dati finali, probabilmente, saranno in linea con questo dato parziale.
Potremmo anche chiederci cosa ne è stato del poliziotto di quartiere dal 18 dicembre 2002, quando tale figura fu istituita con una operazione certamente di immagine e che avrebbe potuto essere anche di sostanza. Questi poliziotti, anche nelle città maggiori, spesso non sono stati neppure notati dai cittadini, pur essendo dislocati quasi esclusivamente nelle zone centrali dei capoluoghi e svolgendo quasi esclusivamente turni diurni, senza rispondere di fatto all'esigenza di avere città sicure. Anche su questo argomento, nella stessa risposta del Governo, ci sono alcune espressioni emblematiche, signor rappresentante del Governo.
«Il piano di progressivo rafforzamento» - dice il Governo - «di quest'ultimo importante servizio della polizia di prossimità è destinato ad andare a regime entro qualche anno, compatibilmente con le risorse finanziarie stanziate». Non c'è molto da aggiungere.
Vi è un'oggettiva emergenza oggi nel paese - non soltanto perché conquista spesso le pagine dei giornali -, ed è l'emergenza di alcune città e di alcune aree del Mezzogiorno. Ad esempio, è l'emergenza di Napoli, anche se questo termine non piace molto agli amministratori di quella città e di quella regione, dove


Pag. 18

esiste una situazione preoccupante ed avvertita come tale non soltanto dai cittadini napoletani.
Esistono, poi, i temi dell'immigrazione. Non voglio affrontare in questa sede il fenomeno nella sua complessità; voglio dire soltanto che tale questione non la si affronta con un approccio esclusivamente punitivo perché sappiamo che i flussi comunque aumenteranno nei prossimi anni, qualunque siano le politiche che si mettono in atto. Noi - voglio essere molto chiaro su questo punto - non siamo favorevoli ad aprire senza limiti le porte a tutti. Tuttavia, gli immigrati possono essere anche una grande risorsa per il futuro del nostro paese se sapremo affrontare il tema in base ad una logica che non sia esclusivamente punitiva. È indubbio che la cosiddetta legge Bossi-Fini ha prodotto molti arresti, lavoro macchinoso per le forze di polizia e, alla fine, spesso l'immigrato clandestino è stato rimesso in libertà. Ricordo solo alcuni dati relativi ai clandestini arrivati sulla costa della Sicilia occidentale in questi anni: nel 2000, erano 1.300; nel 2001, 2.200; nel 2002, sono diventati 10 mila; nel 2003, 11 mila, e sono ancora aumentati nel 2004. Anche al riguardo, dunque, non ci sono soluzioni miracolistiche da parte di nessuno.
Per quanto concerne le politiche della sicurezza, vorremmo proporre un tentativo di risposta complesso, una risposta multilaterale per la quale è di fondamentale importanza l'azione delle forze dell'ordine e delle Forze di polizia, la dotazione di tecnologie avanzate, ma anche la creazione di un clima sociale di sicurezze sociali ed un ruolo fondamentale delle autorità locali delle città. Il clima che si respira nelle città è fondamentale per arginare tali fenomeni. Pensiamo a Napoli: ci sarebbe poco da fare se nella popolazione si diffondesse un sentimento di sfiducia rispetto alla possibilità di fronteggiare tali fenomeni. Creare un clima di fiducia spetta alle forze politiche, al Governo, alle forze dell'ordine, ma è anche frutto di un clima complessivo che si respira nel territorio. Naturalmente, tutto ciò deve avvenire all'interno di un quadro di collaborazione sovranazionale: una sfida alla quale anche l'Italia è chiamata.
Una risposta multilaterale richiede, anzitutto, risorse, mezzi, personale, che va pagato e valorizzato perché la risorsa umana è la più importante per il contrasto alla delinquenza. Da questo punto di vista, anche noi non possiamo non denunciare quanto è avvenuto in questi anni, perché lo reputiamo gravissimo: sono finiti i fondi, i poliziotti sono costretti ad usare le proprie auto. Rischia di diventare una leggenda quella delle pattuglie senza la benzina, e non vogliamo coltivare leggende; ma al fondo di esse vi sono problemi reali, documentati dai dati anche dell'ultima legge finanziaria. Quella legge finanziaria afferma alcune cose molto precise per quanto riguarda l'applicazione del principio di crescita controllata della spesa (il tetto del 2 per cento), e la relativa riduzione degli stanziamenti. I dati nudi e crudi sono questi: tagli del 5, del 10, finanche del 20 per cento per capitoli significativi della sicurezza, per la pubblica sicurezza, la formazione e l'addestramento delle Forze di polizia, il potenziamento dei servizi, dei mezzi e delle infrastrutture dell'amministrazione della pubblica sicurezza, per i poligoni di tiro, per l'acquisto di impianti scientifici, per la manutenzione di impianti tecnologici per le esigenze dell' Arma dei carabinieri, per il noleggio e l'installazione, gestione e manutenzione degli impianti speciali televisivi e telegrafici, nonché un taglio significativo per i mezzi operativi e strumentali dei carabinieri.
Si dice che non ci sono soldi, e bisognerebbe chiedersi perché ciò è avvenuto: perché in quattro anni di finanza cosiddetta creativa siamo arrivati a questo punto di difficoltà estrema dei conti pubblici? Una risposta complessa ai temi della sicurezza deve valorizzare anche il ruolo dei comuni, perché, per garantire il clima al quale facevo riferimento, servono soldi per l'illuminazione nei quartieri più a rischio, per i servizi sociali, per la sorveglianza. Una strada bene illuminata, un parco dignitosamente sorvegliato rappresentano


Pag. 19

una risposta concreta al senso di insicurezza dei cittadini, ma su tali aspetti ogni sindaco potrebbe testimoniare le difficoltà delle amministrazioni locali.
Oltre a ciò, per l'efficacia della lotta al crimine servono anche provvedimenti legislativi, e noi non intendiamo sottrarci a questo compito. Al riguardo, voglio citare due casi. Noi della Margherita siamo stati i primi che, in Parlamento, hanno parlato della necessità di garantire la rilevazione delle impronte fotodattiloscopiche (le cosiddette impronte digitali) a tutti i cittadini, e non soltanto agli immigrati. Lo abbiamo fatto con un ordine del giorno presentato nel giugno 2002, fatto proprio dalla maggioranza di Governo ed approvato. Adesso ci si sta muovendo in quella direzione e noi siamo favorevoli. L'efficacia nella lotta al crimine si garantisce anche con misure di questo tipo, perché, in una società nella quale deve essere assicurata la più ampia mobilità delle persone, deve essere garantita altrettanto l'identificazione certa di tutte le persone.
Abbiamo anche operato - e vogliamo continuare a farlo - sul terreno della certezza della pena, sul quale dobbiamo, con lungimiranza e con coraggio, affrontare alcune modifiche legislative. Esiste un sentimento diffuso, in alcune aree del paese, che in parte corrisponde a verità: è quello per cui il delinquente che viene arrestato ritorna in libertà dopo pochi giorni, così vanificando e mortificando il lavoro delle Forze di polizia. Vi è del vero in questo sentimento diffuso.
Per questo, la Margherita ha presentato una proposta di legge che si propone di intervenire sui provvedimenti cautelari, in particolare per i delinquenti recidivi. Tale proposta normativa, che richiamo in sintesi, sollecita una modifica del codice di procedura penale, laddove si disciplinano i casi in cui il giudice può emettere, a carico dei cittadini indagati in un processo, un provvedimento cautelare: la custodia in carcere, gli arresti domiciliari, l'obbligo di presentarsi all'autorità. Sostanzialmente, proponiamo di intervenire, abbassando da quattro a tre anni il limite massimo di pena che consente l'adozione di provvedimenti cautelari e ritenendo presunta l'esigenza di provvedimento cautelare, salvo prova contraria (invertendo quanto oggi stabilito dal codice di procedura penale), per il caso degli indagati recidivi specifici reiterati, quelli cioè che nell'ultimo quinquennio siano stati più volte condannati per lo stesso reato - penso, ad esempio, allo spaccio, ai professionisti del crimine, ai ladri d'auto o d'appartamento - e che commettano un altro reato della stessa specie. Questo è solo un esempio di come occorre intervenire anche dal punto di vista delle misure legislative.
La lotta alla criminalità richiede rigore, ma è lo Stato che deve farla. Non ci sono scorciatoie. Non ci sono pistole facili. Non ci deve essere «sicurezza fai da te». La Margherita ha iniziato, fin dal 2002, una campagna contro le pistole facili, giacché non condividiamo le iniziative per allargare il margine della difesa personale da parte dei cittadini. Già oggi esiste una normativa lacunosa per il porto d'armi, per la difesa personale e, soprattutto, per la detenzione di armi da fuoco. Vi sono dei problemi circa i controlli dei requisiti per il rilascio delle licenze, che spesso sono di tipo cartaceo, formali, e vi sono, soprattutto, problemi per i controlli successivi. Non c'è alcuna garanzia - come dimostrano dati anche recentissimi e reiterati - che una persona che detiene legittimamente una pistola in casa non la possa usare contro altri cittadini (vicini di casa, familiari), perché, come avviene talvolta nel corso della vita, è cambiata la sua situazione psicofisica. Perfino i medici non hanno l'obbligo di segnalazione di questi casi. Non c'è neppure il passaggio delle cartelle da un medico di base ad un altro, se il cittadino in questione decide di cambiare il proprio medico, per sottrarsi alle sue visite. Non c'è una banca dati che segnali queste situazioni. Inoltre, va garantito un migliore coordinamento fra le forze dell'ordine, fra Polizia e carabinieri: è il tema della direzione unica.
Rispetto a questi temi, la cosiddetta devolution, con la creazione di forze regionali di polizia, che sono in realtà forze di polizia locale amministrativa, non credo


Pag. 20

mini l'unità dello Stato, ma è evidentemente una strada che va in controtendenza rispetto alle esigenze che abbiamo, che sono quelle di un maggiore coordinamento, di una semplificazione, di una migliore operatività delle forze dell'ordine.
Avremo dei governatori regionali che coordineranno i vigili urbani o che creeranno (con quali soldi?) polizie regionali, amministrative e locali che si sovrapporranno alle polizie municipali? A che giova tutto questo con le sfide che abbiamo di fronte per garantire la sicurezza dei cittadini? Infine, auspichiamo che, presto, in Parlamento venga istituita la Commissione permanente per gli affari interni, che è un altro strumento importante anche per garantire al Ministero dell'interno un'interfaccia parlamentare che non si occupi di mille questioni, come oggi fa la Commissione affari costituzionali.
È, inoltre, molto rilevante la situazione del sud. Al sud dobbiamo dedicare, per i temi della sicurezza, un'attenzione e una devoluzione di risorse assolutamente prioritarie, perché per il sud del nostro paese la sicurezza non è soltanto sicurezza dei cittadini, ma è anche precondizione di sviluppo.
Non possiamo e non potremo pensare ad alcun sviluppo di questa parte fondamentale del nostro paese se non garantiremo alle imprese che vogliono investire al sud la possibilità di farlo in condizioni di sostanziale sicurezza.
Si gioca, quindi, una partita fondamentale per lo sviluppo dell'Italia sul tema della sicurezza al sud; pertanto, dobbiamo mostrare ai molti che, nel Mezzogiorno d'Italia, fanno il loro dovere su questo fronte, alle forze dell'ordine, a moltissimi cittadini ed ai magistrati, che vale la pena di battersi.
Questo, signor Presidente, signor rappresentante del Governo, vuole essere, dunque, il profilo della Margherita, che ho voluto esporre approfittando dell'occasione della discussione di questa mozione. Il profilo della Margherita è quello di una forza responsabile che si fa carico dei problemi anche dell'opposizione, insieme alle altre forza della Federazione dell'Ulivo e del centrosinistra.
Vogliamo lavorare per un'Italia di cittadini aperti e sicuri,; anzi, aperti, perché sicuri. Vogliamo sconfiggere la società della paura e delle chiusure, talvolta ottuse, ma perché questo sia possibile è necessario garantire la sicurezza. Si è aperti se e perché si è sicuri!
Nella nostra agenda di lavoro questa è oggi, e sarà anche in futuro, una priorità (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)!

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Perrotta. Ne ha facoltà.

ALDO PERROTTA. Signor Presidente, su tale argomento non ci si può dividere, ma ognuno di noi, per la gravità delle situazioni presenti in Italia ed in tutte le nazioni d'Europa, deve avere al riguardo un approccio positivo.
Vorrei svolgere alcune considerazioni. In primo luogo, i colleghi della sinistra (lo dico per chi ci vede e per chi ci ascolta) dimenticano che, sul piano generale dei delitti contro la persona, l'Italia è al di sotto della media europea (è dietro la Germania, la Francia, l'Inghilterra e via seguitando).
Sono stati portati, ad esempio, alcuni dati catastrofici relativi al periodo 2000-2002, ma sarebbe stato più giusto prendere a riferimento il periodo 2001-2004. In questo caso, avremmo registrato 50 mila delitti in meno contro gli sconosciuti, 160 mila furti in meno e, soprattutto, 200 omicidi in meno.
Sono enormemente aumentate le denunce contro gli estorsori, non perché vi sono più estorsioni, ma perché, probabilmente, grazie al buon lavoro delle associazioni antiracket e alla buona opera di prevenzione dello Stato, sono aumentate le denunce (se lo faccia dire da un cittadino napoletano che sa cosa sono le estorsioni per chi vive una tale piaga sociale).
Inoltre, vorrei svolgere una considerazione: è mai possibile che tutto sia una


Pag. 21

questione di repressione, di polizia e di carabinieri? È mai possibile che il 30 per cento di questi delitti si registri in grandi città quali Napoli, Roma e Torino? Non vuol dir niente l'inadeguatezza di una classe dirigente locale, che non fornisce un'alternativa e non contribuisce ad eliminare il degrado socio-economico, che non dà un'alternativa culturale?
Vorrei far presente a coloro che ci incolpano di aver fatto poco per le forze di polizia che la mozione Lucidi è stata redatta senza aver ascoltato il parere della Commissione lavoro. Il Governo di centrosinistra aveva previsto un aumento per le forze di polizia di 18 euro lordi l'anno, mentre il nostro è stato di 186 euro mensili. C'è una bella differenza!
Vorrei ricordare, a proposito dell'incremento delle forze di polizia, che ultimamente è stato presentato un disegno di legge con il quale si prevede l'assunzione di ausiliari. Si tratta di personale in ferma volontaria che, finito l'anno di ferma, chiedono la rafferma sostenendo un esame. Ebbene, vi era un numero indefinito di soggetti idonei che tuttavia non rientravano nel numero prestabilito; dunque, il Governo ha deciso che tutti gli idonei ausiliari sarebbero stati assunti.
Inoltre, è stato presentato un disegno di legge importantissimo con il quale si è provveduto ad equiparare i benefici delle Forze armate a quelli della Polizia, prevedendo quindi maggiori permessi, maggiori vacanze, maggior costo della reperibilità, eccetera. Dunque, è quanto meno ingeneroso accusarci di non aver preso in considerazione dal punto di vista economico le esigenze di tali forze.
La verità è che occorre adeguarsi all'evoluzione della criminalità. Ritengo giustissimo il richiamo contenuto nella mozione alla cosiddetta legge Mancino del 1993, al fine di realizzare la mappa dei movimenti delle proprietà dei mafiosi. Certo, la legge Mancino n. 310 è del 1993: richiamarla oggi, dopo che avete governato per sette anni, mi sembra quanto meno un po' esagerato!
Comunque, alcune proposte inserite nella mozione Lucidi sono senz'altro condivisibili, come ad esempio il maggior sostegno alle associazioni antiracket, il reinserimento sociale dei detenuti, il numero unico di emergenza e così via.
Ho sentito parlare di negatività della legge Bossi-Fini. Vorrei precisare che con tale legge si è realizzata non una sanatoria, ma una regolarizzazione; infatti, si è provveduto a regolarizzare 700 mila persone che avevano un contratto di lavoro. Al contrario, i precedenti Governi avevano dato vita ad una sanatoria generalizzata.
Ricordo che a Napoli, improvvisamente, vi è stata una sanatoria di 500 mila persone perché disponevano del timbro della CGIL, avevano partecipato ad una manifestazione della CGIL!
Non ho mai visto, pur avendo l'ufficio di fronte, folle di persone che si recavano alle manifestazioni. Tuttavia, comprendo i motivi umanitari e probabilmente in quel momento non si è visto il pericolo che con la sanatoria si accettasse di tutto, ovvero persone in possesso di un lavoro o dell'arrivo di un permesso ma anche altre che ne erano prive. Quindi, sono state sanate alcune situazioni relative ad immigrati privi al 90 per cento della prospettiva di poter restare regolarmente. Inoltre, vorrei ricordare che con la legge Bossi-Fini sono stati rimpatriati, confrontando lo stesso periodo relativo al Governo precedente, 17 mila immigrati extracomunitari illegali in più. Non si tratta di una cifra da niente!
Certamente, occorre fare di più, seguendo lo spirito delle due mozioni, sia di centrosinistra che di centrodestra, senza destare allarmismi e senza dar vita a leggende metropolitane. Non si può ridurre tutto ad un episodio singolo; pertanto, il caso dei due commissariati rimasti senza soldi per l'acquisto della benzina non comporta il fatto che tutte le auto della polizia siano rimaste senza carburante. Queste affermazioni alimentano la leggenda metropolitana e, conseguentemente, la sfiducia verso le istituzioni.
Da napoletano, non mi sono risentito, ma ho soltanto fatto un accenno all'incapacità della classe dirigente. Tuttavia, non tutto va male e non tutto è sbagliato. Insieme dobbiamo sforzarci di aggiustare


Pag. 22

le cose, ma anche di ricordare i meriti di questo Governo. In proposito, vorrei citare la lotta contro le Brigate rosse, la scoperta degli assassini di Biagi e D'Antona e l'arresto dei tre cittadini marocchini coinvolti negli attentati di Casablanca. Inoltre, a proposito del poliziotto di quartiere - misura soltanto sperimentale, in attesa di verificare la congruità delle risorse e del personale - si tratta di un tentativo di cercare nuove strade.
Comunque, vorrei anche ricordare quanto sia stata significativa l'operazione «Alto impatto», soprattutto a Napoli, e come siano state positive le operazioni «Vie libere». Inoltre, è stato molto positivo il pressoché totale azzeramento del flusso migratorio da Albania e Turchia, grazie alla cooperazione con questi due Stati. Sicuramente si tratta della strada da percorrere perché ovviamente non possiamo sparare contro gli immigrati. Tuttavia, in accordo con le nazioni di provenienza, si può stabilire, come avvenuto con Albania e Turchia, le modalità per far cessare l'afflusso di immigrati, organizzato dalla malavita.
L'onorevole Lucidi con onestà culturale ha ammesso che il problema dell'immigrazione clandestina e dell'illegalità non è soltanto italiano. Infatti, tale questione riguarda il coordinamento internazionale e, quindi, l'Europa. Pertanto, insieme all'Europa dobbiamo tentare di sviluppare una metodologia che porti ad un lotta senza tregua contro la criminalità organizzata, italiana e straniera.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.
Chiedo al rappresentante del Governo se intenda intervenire.

MICHELE SAPONARA, Sottosegretario di Stato per l'interno. Signor Presidente, attesa l'importanza e l'attualità dell'argomento affrontato nelle due mozioni, sia in quella di centrosinistra che in quella di centrodestra, il ministro Pisanu si riserva di intervenire personalmente nel prosieguo del dibattito.

PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

Back Index Forward