criminale di maggiore rilievo per il 2002, il 58,49 per cento del totale generale dei delitti segnalati. Contro una tendenza alla diminuzione iniziata nel 1999 (1.480.775 nel 1999, 1.367.216 nel 2000, 1.303.356 nel 2001), nel 2002 sono stati registrati 1.305.245 episodi, con un aumento dello 0,14 rispetto al precedente anno. Un dato più allarmante interessa le rapine perpetrate nell'anno 2002 (40.006), aumentate del 5,12 per cento rispetto al 2001 (38.056) e del 6,04 per cento rispetto al 2000;
illecito italiano e la diversificazione dei prodotti offerti ha realizzato il consumo in tutti gli strati sociali e le fasce di età comprese tra i 15 e i 50 anni. Nella gran parte delle regioni italiane i Sert hanno registrato un incremento dell'utenza: nel 2001 sono stati oltre 150.000 i soggetti presi in carico, con un aumento del 2,2 per cento rispetto all'anno precedente. È certo che l'Italia ha una popolazione di iniettori di eroina e altre droghe pesanti più alta rispetto alla media europea;
dei processi e che stanno avendo effetti dilatori proprio nei processi per mafia;
ad assicurare la partecipazione e il contributo dell'Italia all'azione europea di contrasto alla criminalità e alla lotta al terrorismo, attraverso la rapida assunzione degli strumenti di cooperazione giudiziaria tra i Paesi membri;
nazionale antimafia specializzata per il coordinamento per la lotta al terrorismo nazionale e internazionale, con l'assegnazione di un potere di proposta agli organi territorialmente competenti (questore o procuratore della Repubblica), e a salvaguardare l'efficienza di tutti gli uffici della direzione, con un sostanziale potenziamento del personale, anche attraverso la sperimentazione di nuove professionalità e il superamento del vincolo degli otto anni come tempo massimo di permanenza dei magistrati;
dicembre 2003 dall'ufficio del commissario per i beni confiscati, organismo immotivatamente soppresso dal Governo senza una nuova attribuzione di responsabilità;
tali da garantire, in misura maggiore rispetto al passato, la sicurezza dei cittadini e la tutela della legalità;
a proseguire con forza nell'efficace azione intrapresa per difendere la sicurezza dei cittadini dalle minacce interne ed internazionali, per garantire il rispetto della legalità in tutto il territorio nazionale, comprese quelle parti che sono storicamente caratterizzate da un'aggressiva presenza della criminalità organizzata;
premesso che:
la strage di Madrid ha scosso l'opinione pubblica, provocando dolore, rabbia e paura. Gli attentati ai treni hanno portato l'attacco terroristico nel cuore dell'Europa: sono stati ideati per uccidere in modo indiscriminato, per mostrare un'eccezionale capacità di colpire e di nuocere, per portare la sfida fin dentro l'ordinaria vita civile di una comunità. Tutti abbiamo partecipato al dramma del popolo spagnolo, tutti sentiamo che quella minaccia ci insidia. E rende più insicuri;
sconfiggere il terrorismo rappresenta una priorità. Il terrorismo va arginato, colpito e sconfitto operando sul terreno in cui si muove. Serve un'azione comune di intelligence e di coordinamento per penetrare nelle sue organizzazioni, conoscere le reti di collegamento, recidere le fonti di finanziamento e di sostegno logistico, scoprire complicità e coperture. Serve insistere sulla prevenzione;
alla paura del terrorismo si lega la paura dei cittadini per la criminalità. Negli ultimi anni questo fenomeno sociale ha alimentato in Italia un senso di insicurezza diffuso, in grado di modificare le abitudini di vita delle persone e le loro relazioni. La paura di subire imprevedibili episodi di violenza matura dal numero dei reati o dalla constatazione di illegalità che si compiono nei contesti sociali abituali. Interessa maggiormente le persone socialmente deboli, che sentono di non essere in grado di opporre una resistenza adeguata in caso di aggressione, le persone meno abbienti, che non hanno i mezzi per assicurarsi o proteggere il proprio spazio di vita e per le quali i danni arrecabili rappresentano un'irrimediabile perdita, le persone che vivono in contesti urbani degradati o a forte disagio sociale, come sono, per esempio, le periferie delle grandi città;
il bisogno di sicurezza dei cittadini è divenuto, giustamente, una priorità dell'agenda politica di tutti i partiti. Invero, negli anni di Governo dell'Ulivo, il centrodestra lo ha assunto come cavallo di battaglia della propria opposizione, aiutato da una puntuale attenzione mediatica ai fatti di criminalità, e lo ha portato al centro dello scontro politico, fino a tutta la campagna elettorale del 2001. La paura era enfatizzata a prescindere dai dati reali dei reati, che, pur mostrando un andamento decrescente - soprattutto con riferimento ai reati di criminalità diffusa - non erano accettati come motivo di rassicurazione, ma volutamente ignorati, con l'intento di alimentare l'allarme sociale e il vissuto di vittimizzazione;
la scadenza elettorale per le elezioni politiche del 2001 è stata la più forte cassa di risonanza delle paure evocate e delle idee lanciate dal centrodestra, tradotte in slogan dentro una campagna carica di promesse. A partire da quelle fatte da Silvio Berlusconi nel suo «contratto con gli italiani», dove la strategia per «proteggere davvero i cittadini» contemplava l'obiettivo di «una forte riduzione dei reati commessi». Nel programma di Forza Italia questa strategia consisteva in: «controllo del territorio, forze dell'ordine meglio equipaggiate e meglio pagate, rapidità dei processi, certezza della pena, controllo dell'immigrazione clandestina»;
conclusa la campagna elettorale, l'avvio dell'attuale esperienza di Governo ha coinciso con un drastico abbassamento dei toni e sono scomparse dal lessico politico del centrodestra alcune istanze di cambiamento, come, ad esempio, la necessità di intervenire sulle norme processuali penali per garantire la certezza della pena. Le polemiche roventi sulla relazione esistente tra immigrazione e criminalità hanno ceduto il passo ad una nuova normativa, la cosiddetta «legge Bossi-Fini» del 2002, che, lungi dall'arrestare i fenomeni migratori, come più volte la Lega Nord aveva chiesto, ha inasprito alcune norme della cosiddetta «legge Turco-Napolitano» e ha favorito la richiesta di regolarizzazione per oltre 700.000 immigrati, un numero complessivamente pari alla somma delle quattro legalizzazioni precedenti;
in corrispondenza, i media hanno ridotto, nei numeri e nei tempi, la considerazione data agli episodi di criminalità. Nel 2002 l'osservatorio di Pavia ha riscontrato una diminuzione degli spazi dati da Rai e Mediaset alle notizie sull'immigrazione e sulla criminalità, scese le prime dai 963 minuti del primo trimestre 2001 ai 350 minuti del secondo trimestre 2001 e le seconde dai 2.625 ai 2.134 minuti;
i dati più recenti sull'andamento della criminalità in Italia dimostrano che, finora, non solo non si è verificata nel Paese la controtendenza promessa dal Presidente del Consiglio dei ministri in campagna elettorale, ma che, addirittura, alcune fattispecie criminose sono di nuovo in aumento, legittimando una diffusa preoccupazione dei cittadini per la loro sicurezza;
così, nella relazione presentata al Parlamento dal Ministro dell'interno il 3 ottobre 2003 è scritto: «Il quadro nazionale della sicurezza pubblica è stato caratterizzato nel 2002 da un aumento del numero dei delitti denunciati alle forze di polizia (+3,13 per cento) rispetto al 2001». Ed infatti, mentre il 2001, coerentemente con i quattro anni precedenti, segnava una diminuzione del totale generale dei delitti, pari a 2.163.830, nel 2002 ne erano censiti complessivamente 2.231.550;
la stessa tendenza è stata confermata dal dottor Francesco Favara nella relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2004. Egli, richiamando i dati Istat, denuncia un'evidente crescita percentuale dei delitti registrati dagli uffici di procura nel periodo 1o luglio 2002-30 giugno 2003, ad esclusione di una riduzione dei reati di violenza sessuale: rapine +9,5 per cento, estorsioni +8 per cento, sequestro di persona a scopo di estorsione +6 per cento, maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli +5 per cento, bancarotta +4 per cento, stupefacenti +8 per cento, truffe +21 per cento, furti +4 per cento;
privo di novità rimane, per lo stesso periodo, il numero dei delitti dei quali restano sconosciuti gli autori: 2.236.650 (80 per cento) rispetto ai 2.289.363 (81 per cento) del periodo precedente;
sono proprio i dati sulla criminalità diffusa, cioè quei reati che per la loro diffusione e per la casualità o l'imprevedibilità con cui si verificano generano maggiore allarme, a contraddire il «patto con gli elettori»;
i furti - ricorda la citata relazione presentata al Parlamento dal Ministro dell'interno - sono stati la fenomenologia
nella citata relazione, il dottor Favara ha sottolineato che talora i reati contro il patrimonio si realizzano con atti di violenza estrema ed anche mortale, specialmente in danno di anziani e deboli, e che al Nord permane alto il numero di rapine in case di abitazione realizzate con cinica violenza e brutalità fisica da rapinatori che non occultano la propria identità;
il rapporto su «Lo stato della sicurezza in Italia», presentato dal Ministro dell'interno il 15 agosto 2003, ha offerto una lettura parziale e incoerente dell'andamento della criminalità in Italia, perché è omesso in più parti il raffronto dei dati del 2002 con quelli del 2001 e non sono riconosciuti gli incrementi di alcuni delitti, tra i quali i furti e le rapine. Per quanto riguarda gli scippi, si respingono le denunce se la vittima non dichiara di avere visto personalmente l'autore del reato. Queste ed altre elusioni alterano la rappresentazione della realtà, che, invece, emerge dalle analisi convergenti dei centri di ricerca e di raccolta delle cifre sulla criminalità: è fallito il tanto declamato obiettivo del Governo di raggiungere una diminuzione dei reati. Soprattutto, il tentativo di piegare la chiarezza dei dati alle operazioni di immagine, mentre altera il rapporto di lealtà tra eletti ed elettori, impedisce una corretta conoscenza dei fenomeni sui quali orientare le scelte politiche;
anche per quanto riguarda la criminalità violenta la situazione rivela aspetti di criticità. Indubbiamente, nell'ultimo decennio, l'Italia ha visto una costante flessione del numero degli omicidi consumati, confermata dal dato che il numero delle vittime è sceso da 746 del 2000 a 703 del 2001 e a 639 nel 2002. Tuttavia, proprio in questi ultimi tre anni, la dinamica è stata diversa per il numero dei tentati omicidi, passati da 1399 del 2000 a 1454 del 2001, sino a 1555 del 2002: l'effetto è stato un incremento complessivo dei delitti contro la vita delle persone;
il dato che più suscita preoccupazione è che, nel contesto, mentre diminuiscono gli omicidi legati alla criminalità organizzata (sono stati il 16,79 per cento nel 2001 e il 15,49 per cento nel 2002), crescono quelli legati alla criminalità comune (83,21 per cento nel 2001 e 85,64 per cento nel 2002) e a questa crescita contribuiscono gli omicidi di prossimità o intrafamiliari, nei quali esiste, cioè, un rapporto di conoscenza o di fiducia tra la vittima e l'autore del reato. Ha ricordato lo stesso Ministro Pisanu che nel 2000 essi hanno rappresentato il 75 per cento circa degli episodi registrati e nel 2002 oltre l'80 per cento;
la cruda realtà dei dati e l'attenzione mediatica prestata ad alcune drammatiche vicende, anche nei loro risvolti processuali, portano, quindi, gli omicidi in ambiente domestico in cima ai fenomeni di maggiore allarme sociale, proponendo un tema della criminologia moderna da approfondire, sia quanto alle condizioni e alle cause, sia quanto al trattamento successivo dei fatti sul versante di indagine, processuale e di informazione;
permane elevato il numero di reati relativi alla produzione, al traffico e al commercio di stupefacenti, in crescita negli anni 2001 (36.045) e 2002 (38.126) rispetto al 2000 (34.800). È un dato che porta in evidenza una domanda di consumo tale da sostenere una quotidiana attività di spaccio, praticata attraverso un ricambio continuo dei soggetti coinvolti nell'attività criminale. Il mercato di droga è probabilmente il più grande mercato
la diminuzione degli omicidi di mafia si scrive in un processo di cambiamento dell'attività delle organizzazioni criminali, diretto al loro inserimento nel tessuto economico e produttivo. L'esercizio del potere criminale in questo contesto realizza reati funzionali ad un modello mafia-impresa, che, come ha ricordato il dottor Favara, tende a porsi come alternativa allo Stato ed alle forze sane del Paese, anche nella capacità di creare occupazione. È cresciuto, così, il numero delle estorsioni denunciate in Calabria (da 239 nel 1998 a 255 nel 2002, + 6,7 per cento) e in Campania (da 475 nel 1998 a 517 nel 2002, + 8,8 per cento), rispetto ad una realtà che cela sempre una quota di numero oscuro data dalla paura di ritorsioni. Sono aumentati nello stesso periodo gli attentati incendiari e dinamitardi in Calabria (+ 18,3), in Puglia (16,4) e in Campania (1,0 per cento) messi in atto per garantire il controllo delle attività produttive. La Puglia ha registrato dal 1998 al 2002 un incremento di denunce per associazione di stampo mafioso pari all'80 per cento;
da una indagine svolta dal Censis emerge che il 75,2 per cento degli imprenditori che operano nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa rileva la presenza di fenomeni di usura, il 76,8 per cento denuncia l'esistenza del racket. La stessa indagine consegna una forte percezione del controllo della criminalità sul sistema delle imprese, operato attraverso reati comuni, ma anche alterando i sistemi di concorrenza, condizionando il mercato, imponendo manodopera e forniture, intervenendo sulle procedure degli appalti pubblici;
il progressivo aumento dei flussi di immigrazione verso il nostro Paese ha comportato un interesse sempre maggiore della criminalità organizzata internazionale e transnazionale nella gestione e nell'organizzazione della tratta degli esseri umani, favorendo, così, l'immigrazione clandestina. L'utilizzo delle conoscenze, delle strutture, delle rotte e delle relazioni criminali impiegate nello svolgimento di altre attività illecite, come il traffico di droga, delle armi e dei tabacchi, ha permesso anche ad organizzazioni criminali transnazionali di creare reti di fornitura di servizi illeciti (trasporto, falsificazione di documenti, alloggi) e di inserirsi all'interno dei flussi migratori, simulando l'assunzione di cittadini extracomunitari o coprendone la clandestinità. Ciò al fine di realizzare guadagni tramite il controllo degli immigrati e un sistema di sfruttamento con l'avvio alla prostituzione - fenomeno che, sceso nel 2001 con 3.004 delitti denunciati rispetto ai 3.511 del 2000, è cresciuto nuovamente nel 2002 a 3173 - ai mercati illeciti del lavoro, al coinvolgimento in attività criminose;
lo stato della criminalità in Italia richiede una serietà nell'approccio politico che non consente di strumentalizzare l'insicurezza dei cittadini ai fini elettorali, come è accaduto nel passato, ottenendo il risultato di rispondere alle paure alimentandole, né di celare l'entità dei fenomeni con operazioni di immagine o slogan, senza verificare le responsabilità ed anche le difficoltà dell'azione di governo. L'idea di contrastare la criminalità soltanto mediante il rafforzamento dell'azione repressiva e penale si è rivelata, alla prova dei fatti, un mero messaggio propagandistico. È stata completamente abbandonata la promessa di intervenire per rendere certi i tempi dei processi e le pene. Anzi, all'interno di un sistema normativo che produce processi che si trascinano per anni, sono state introdotte innovazioni che ritardano irragionevolmente la definizione
l'attuazione di un modello di «sicurezza partecipata», attraverso politiche che integrino l'azione di tutte le risorse disponibili (forze di polizia, regioni e enti locali, magistratura, associazioni, cittadini), è stato il principio che ha ispirato l'azione dei Governi dell'Ulivo. Diversi sono gli strumenti che furono messi in campo e che hanno continuato a produrre un'effettiva condivisione delle responsabilità: la partecipazione dei sindaci al comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, i protocolli per la sicurezza urbana, la creazione di specifici assessorati presso le regioni e gli enti locali, l'approvazione di leggi regionali per l'ordinata e civile convivenza nelle città;
l'affermazione più alta di questo principio si è avuta con la modifica del titolo V della Costituzione, specificamente degli articoli 117 e 118. È stata mantenuta allo Stato la competenza legislativa esclusiva sull'ordine pubblico e la sicurezza, prevedendo l'individuazione dl forme di coordinamento con le regioni nella stessa materia; è stata attribuita alle regioni la competenza esclusiva in materia di polizia amministrativa locale;
la nuova definizione costituzionale delle competenze dello Stato e delle regioni in materia di sicurezza è stata ampiamente condivisa in Parlamento. Il successivo referendum popolare ha confermato la validità del testo adottato;
con grave responsabilità, l'attuale Governo sta arrestando l'applicazione delle nuove norme costituzionali, a causa di un disegno di modifica che ha presentato al Parlamento e che è stato approvato in prima lettura. Questo disegno è inaccettabile perché lede la convinzione radicata nella storia democratica del Paese, ossia che serve allo Stato e ai cittadini - a presidio della civile convivenza, dei diritti e delle libertà fondamentali - un governo unitario della politica per la sicurezza e l'ordine pubblico: si vorrebbe, infatti, che le regioni assumessero una competenza a disporre di polizie locali non più limitata alle materie amministrative, ma concorrente con i compiti delle forze di polizia nazionali. È una scriteriata idea devolutiva delle competenze che avrebbe un effetto destabilizzante per le istituzioni. Ciò nonostante, il Ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione continua ad invocare un patto di maggioranza che piega la volontà dei suoi alleati e del Ministro dell'interno, pure se questi, in più occasioni, ha dichiarato di non essere d'accordo;
la garanzia più evidente dell'impegno dello Stato contro la criminalità è rappresentata dal lavoro quotidiano delle forze di polizia. La crescita del loro profilo democratico ha affiancato ai compiti tradizionali di tutela dell'ordine e della sicurezza altre funzioni. Ne sono prova le numerose competenze in materia di immigrazione e le iniziative di prossimità ai cittadini. Queste diverse strategie di azione e la complessità dei fenomeni criminali attuali comportano un carico di responsabilità che deve essere sostenuto con risorse umane e strumentali adeguate, nel numero e nella qualità, per mantenere forte la motivazione degli operatori e per assicurare il conseguimento di risultati positivi. Si deve, invece, constatare che le politiche per le forze di polizia non sono state conseguenti al sistema promesso in campagna elettorale dalla Casa delle libertà, «il sistema della responsabilità e del premio, il sistema del riconoscimento del merito». Fortunatamente, non hanno trovato seguito alcune formule bizzarre allora proposte, quali l'idea di una divisione territoriale della polizia e dei carabinieri per grandi aree geografiche di competenza o quella di legare gli avanzamenti reddituali all'abbattimento del numero dei reati. È grave constatare oggi che alla formula «forze dell'ordine meglio equipaggiate e meglio pagate» si sta contrapponendo la realtà della delusione degli operatori, che costatano un peggioramento delle proprie condizioni lavorative e stipendiali;
la legge finanziaria per il 2004 ha confermato questa tendenza negativa. Sono state ridotte le risorse destinate ai trattamenti accessori e dimezzate, rispetto al biennio precedente, quelle destinate ai prossimi rinnovi contrattuali, considerando, quindi, adeguato per un agente un incremento di pochi euro al mese. Sono state disattese le aspettative di un riordino delle carriere, condivise da tutti gli operatori del comparto sicurezza, prevedendo su questo versante risorse assolutamente insufficienti per un serio intervento di riforma. Non è stato previsto alcun intervento per sostenere la mobilità e favorire la disponibilità di alloggi; non si è avviata la previdenza integrativa per le forze di polizia, non è stata introdotta l'auspicata contrattualizzazione dei dirigenti. I soldi destinati alle parametrazioni stipendiali saranno spesi nel 2005, per supplire con gli effetti di questa revisione ai mancati incrementi reddituali. Cresce il disagio degli operatori e il clima di sfiducia, che è cartina di tornasole del fallimento delle politiche governative verso il personale delle forze di polizia;
dimenticando di avere difeso, in passato, un'idea parziale, essenzialmente repressiva, del lavoro delle forze di polizia, il centrodestra ha compreso l'impraticabilità democratica di quel disegno e l'utilità di favorire una presenza tra i cittadini delle forze di polizia ispirata ad un'azione di prevenzione. Così il Governo ha proseguito l'opera di creazione di un modello di polizia di prossimità, avviata dai Governi dell'Ulivo. Questo modello ha ispirato la sperimentazione delle figure del poliziotto e carabiniere di quartiere: 1.200 operatori hanno prestato un servizio visibile su 300 aree dei capoluoghi di provincia;
non mancano le perplessità sul modo con cui è stata condotta questa sperimentazione e sulle prospettive di introduzione stabile di queste figure. Si è trattato di un'operazione di immagine realizzata su alcune strade più frequentate delle città. L'offerta del servizio non ha interessato - come il nome sembra far pensare - i quartieri, per i quali, come è dato a ciascuno comprendere, il modello di prossimità invoca risposte più articolate e altrettanto visibili;
l'azione di prevenzione, inoltre, non può trascurare di garantire una presenza delle forze di polizia, anche nei quartieri a più forte disagio sociale o periferici; l'avvio della sperimentazione con organici invariati ha sottratto a questi quartieri il personale utile al controllo del territorio. Resta inevasa la necessità di assicurare una presenza visibile delle forze di polizia nelle ore notturne, nonostante - come evidenziato dal dottor Favara - sia la notte a produrre maggiore paura ed insicurezza;
il Governo aveva previsto, per garantire la riuscita dell'iniziativa, l'assunzione in deroga di 1.100 poliziotti e di 800 civili. Considerato che ciò non è avvenuto - non nelle cifre indicate - e che l'estensione del progetto dovrebbe impegnare un più alto numero di operatori già impegnati in altri servizi, si può bene sostenere che l'istituzione a regime del poliziotto di quartiere non può rimanere estranea da una pianificazione complessiva delle strategie di polizia, da realizzare, secondo i bisogni, in tutti i territori urbani, anche con una conseguente riorganizzazione delle risorse;
la risposta al senso di insicurezza dei cittadini si compone con politiche integrate, continuamente verificate, che richiedono conoscenza o competenza specifica. Per questo, non è più rinviabile la decisione di istituire, in ambito parlamentare, una Commissione interni, che, specificamente, si occupi di queste politiche;
ad adottare iniziative normative volte all'istituzione di una sezione della Direzione
a salvaguardare il principio di unitarietà di ispirazione e di governo della politica per l'ordine pubblico e la sicurezza, dal momento che la riforma degli articoli 117 e 118 della Costituzione ha ribadito in modo inequivocabile questo principio;
a promuovere una concezione moderna di sicurezza partecipata, che coinvolga, in modo paritario, le competenze dello Stato e quelle degli enti territoriali autonomi, un'idea di sicurezza che superi le definizioni classiche e si affermi come l'esistenza delle migliori condizioni di vivibilità di un territorio, e, quindi, come un progetto affidato a tutti i soggetti istituzionali che su quel territorio esercitano responsabilità di governo ed a creare, a tale scopo, una sede di consultazione permanente alla quale prenda parte il Ministro dell'interno, l'Anci, l'Upi e la conferenza dei presidenti delle regioni;
ad assumere il bisogno di sicurezza dei cittadini come la premessa di politiche mirate a costruire un sistema integrato di interventi istituzionali e sociali, realizzando la fattiva collaborazione tra tutti i soggetti idonei a contrastare il crimine e le sue cause, nella consapevolezza che l'analisi dell'andamento temporale dei fenomeni criminali deve essere aliena da un uso strumentale o propagandistico o, comunque, occasionale e deve servire alla conoscenza vera delle emergenze e alla conseguente individuazione delle priorità verso le quali indirizzare la reazione dello Stato;
a sostenere l'organizzazione della rete di sicurezza nelle regioni meridionali, mediante l'implementazione del programma operativo nazionale volto a realizzare il progetto sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno, per liberarne, nel quadro dell'integrazione economica europea, le potenzialità di cambiamento, messe a rischio dalla distrazione degli investimenti verso aree del Paese più competitive e non mortificate dai costi dell'illegalità;
a rendere più efficace la lotta contro la criminalità organizzata attraverso iniziative normative volte all'elaborazione di un testo unico sulle misure di prevenzione personali e patrimoniali, in modo da offrire all'autorità giudiziaria uno strumento necessario a colpire con maggiore incisività le illecite accumulazioni di capitale, prodotto di reati e fonte di finanziamento delle attività, nonché di esercizio di potere criminale, e in modo da attribuire alla Direzione nazionale antimafia un potere di proposta agli organi territorialmente competenti (questore o procuratore della Repubblica), per l'applicazione delle misure, prima di tutto patrimoniali, qualora l'accumulazione di proventi illeciti avvenga in un contesto nazionale o internazionale, e alle direzioni distrettuali antimafia un potere di promuoverle direttamente;
a garantire, con l'adozione di misure urgenti, la piena efficacia della legge n. 310 del 1993 (cosiddetta «legge Mancino») per realizzare una mappa dei movimenti della proprietà e dell'economia, a cominciare da un adeguato trattamento informatico dei dati raccolti e da una razionale elaborazione delle informazioni che da essi derivano;
ad adottare iniziative normative in merito all'uso sociale dei beni confiscati, escludendo in maniera netta che possano essere venduti all'asta per contrapporre con rigore ogni tentativo della criminalità organizzata di influenzare il destino di questi beni, anche recuperandoli nella propria disponibilità e attribuendo ad un soggetto esterno all'agenzia del demanio i compiti di coordinamento svolti fino a
ad adottare iniziative normative volte a modificare parzialmente la legge in materia di conservazione, per fini di giustizia, dei dati concernenti il traffico telefonico, per assicurare al pubblico ministero di poter acquisire, in caso di assoluta urgenza, i tabulati telefonici senza l'autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, in analogia al procedimento ideato in materia di intercettazioni;
ad adottare iniziative normative concernenti il soccorso e il sostegno alle vittime di reati, in adempimento alla decisione-quadro del Consiglio dell'Unione europea del 15 marzo 2001;
ad assicurare il sostegno all'associazionismo antiracket, a favorire l'informazione, soprattutto nelle regioni meridionali, sull'esistenza dei fondi per le vittime di usura per scongiurarne l'isolamento ed a favorire, altresì, il recupero, con l'aiuto di operatori e di volontari, di una rete di solidarietà contro la logica dell'imposizione mafiosa;
ad adottare iniziative normative volte a prevedere e a garantire un sistema di agevolazioni in favore dei commercianti, con particolare riguardo alle categorie più esposte alla criminalità predatoria, al fine di consentire il ricorso a strumentazioni di protezione - cassaforti, porte blindate - o a personale o a sistemi di vigilanza - telecamere, teleallarme, collegamento a centrali - utili a prevenire aggressioni criminali, in particolare, attraverso l'estensione a nuovi destinatari delle disposizioni già introdotte con il collegato alla legge finanziaria del 1998 e con la legge n. 448 del 2001;
a garantire gli stanziamenti di bilancio per l'attività di osservazione, trattamento e reinserimento sociale dei detenuti, necessari per rendere effettiva la funzione costituzionale della pena e per dare opportunità di cambiamento idonee a garantire un diverso reingresso nella comunità, dal momento che i tagli operati in questi anni - fino al 30 per cento delle risorse - mortificano l'opera quotidiana degli operatori penitenziari, aumentano la distanza tra il carcere e la società e incidono, così, sul bisogno di sicurezza al quale l'esecuzione penale può dare risposte concrete;
ad attivarsi per investire risorse volte ad accrescere e a diffondere, in tutto il Paese, tra le nuove generazioni, la cultura della legalità e dell'educazione al rispetto dei beni e delle persone, nonché la consapevolezza che la cura degli spazi pubblici è responsabilità di ciascuno e che la loro rovina o il loro abbandono alimenta la solitudine, promuovendo, attraverso i ministeri di più marcato impatto sociale (istruzione, università e ricerca, lavoro e politiche sociali, giustizia), insieme al ministero dell'interno, campagne informative di educazione alle legalità e di educazione civica, anche valorizzando l'esperienza e le conoscenze del terzo settore;
a realizzare il coordinamento delle attività quotidiane delle forze di polizia per migliorare la loro azione comune di contrasto al crimine, nonché le condizioni e i tempi di risposta alle esigenze dei cittadini, attraverso la creazione di sale operative uniche o, nel medio periodo, l'attivazione di sale operative interconnesse o attraverso l'istituzione di un numero unico per le emergenze, nonché assicurando, per evitare duplicazioni e conflitti di competenza, la confluenza al centro elaborazione dati del dipartimento di pubblica sicurezza di tutte le informazioni raccolte;
a promuovere il modello di prossimità nella pianificazione complessiva delle azioni e dei servizi di polizia, svolti in rapporto con i cittadini, favorendo la sperimentazione di questa filosofia operativa anche nelle periferie e nei quartieri più degradati, al fine di assicurare che l'impiego di personale nell'attività del poliziotto o del carabiniere di quartiere non indebolisca la presenza diffusa e costante delle forze di polizia sul territorio;
ad adottare iniziative normative volte a sostenere con maggiori e più razionali impegni economici il lavoro degli operatori delle forze di polizia, incoraggiandone le responsabilità e definendo un sistema coerente anche nel rapporto tra qualifiche e funzioni e, più specificamente, per favorire:
a) l'incremento delle risorse finanziarie per la riparametrazione degli stipendi del personale non dirigente, promuovendo ogni utile iniziativa per garantire il riconoscimento dell'anzianità di servizio e risolvendo l'evidente sperequazione nei riconoscimenti economici operata in danno dei gradi più bassi;
b) il completamento del riordino delle carriere, con l'introduzione di un ruolo unico delle funzioni esecutive e di prospettive di carriera e arricchimento professionale per il personale del ruolo degli ispettori, in relazione ad un'effettiva valorizzazione della funzione dirigenziale del ruolo dei direttivi;
c) il sostegno ai dirigenti delle forze di polizia nei loro compiti e responsabilità, necessari per superare la sperequazione economica che ancora subiscono rispetto ad altre figure dirigenziali, disponendo anche gli strumenti per avviarne la contrattualizzazione;
d) l'impegno di ulteriori disponibilità finanziarie per la copertura del fabbisogno utile a sostanziare forme di assicurazione per responsabilità civile ed amministrativa per eventi dannosi non dolosi causati a terzi dagli operatori;
e) l'incremento degli organici (per un bisogno calcolato in 4.000 nuove unità per la polizia di Stato);
a proporre un codice di comportamento delle forze di polizia, ispirato al «codice etico per una polizia democratica» proposto dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, per riconoscerne sia funzioni sociali sia di servizio alla comunità e all'ordine democratico, nonché per fare emergere nel rapporto degli operatori con i cittadini i valori del rispetto della dignità umana, dei diritti e delle libertà personali;
ad adottare iniziative normative volte alla riforma delle polizie municipali e provinciali, conforme alla distinzione di competenze legislative tra Stato e regioni, tenendo in considerazione il progetto elaborato in merito da Anci, Upi e Conferenza dei presidenti delle regioni;
ad adottare iniziative normative volte a ripensare la disciplina dell'attività di vigilanza privata, per promuovere un moderno e corretto svolgimento dell'attività delle imprese e per dare riconoscimento giuridico e professionale al lavoro svolto dalle guardie particolari giurate.
(1-00359)«Lucidi, Minniti, Violante, Abbondanzieri, Adduce, Albonetti, Amici, Angioni, Battaglia, Bellini, Benvenuto, Bettini, Bielli, Bolognesi, Bonito, Bova, Burlando, Capitelli, Carboni, Cialente, Chiaromonte, Chiti, Alberta De Simone, Di Serio D'Antona, Diana, Filippeschi, Finocchiaro, Folena, Franci, Gambini, Gasperoni, Grandi, Grignaffini, Grillini, Guerzoni, Innocenti, Kessler, Labate, Leoni, Lucà, Lumia, Magnolfi, Manzini, Raffaella Mariani, Mariotti, Martella, Maurandi, Mazzarello, Montecchi, Motta, Nannicini, Nigra, Olivieri, Ottone, Piglionica, Pinotti, Pollastrini, Preda, Quartiani, Ranieri, Rava, Rossiello, Ruzzante, Sandi, Sereni, Spini, Tocci, Tolotti, Zunino, Chianale, Sasso».
(19 aprile 2004)
premesso che:
l'azione del Governo nel contrasto al terrorismo nazionale e internazionale, alla criminalità organizzata e non e all'immigrazione clandestina ha conseguito in questi anni, tenendo conto delle difficili condizioni di partenza, successi innegabili,
notevoli risultati si sono registrati, in particolare, nella lotta al terrorismo internazionale di matrice islamica, che hanno consentito di garantire la sicurezza del Paese nei confronti di minacce, che altrove hanno dato luogo a gravissimi attentati e a tanti lutti. Numerosi sono stati gli arresti di persone accusate di appartenere a cellule terroristiche ed assume particolare rilievo l'arresto di tre cittadini marocchini accusati di coinvolgimento negli attentati di Casablanca del 16 maggio 2003;
successi innegabili sono stati ottenuti nel contrasto al terrorismo interno, con l'arresto di numerosi militanti delle Brigate rosse per la costruzione del partito comunista combattente, alcuni dei quali sono stati posti sotto processo per gli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi. Notevoli risultati sono stati conseguiti anche nel contrasto del fenomeno anarco-insurrezionalista e dei nuclei proletari per il comunismo;
l'azione di contrasto nei confronti della criminalità organizzata é stata portata avanti con grande determinazione ed ha condotto, fra l'altro, alla cattura di pericolosissimi latitanti, appartenenti sia a Cosa nostra, sia alla camorra, sia alla `ndrangheta, sia alla criminalità organizzata pugliese; sono stati sequestrati e confiscati beni cospicui appartenenti ad organizzazioni criminali ed é proseguita un'azione determinata per rafforzare il controllo del territorio e tutelare al massimo grado il principio di legalità, come premessa indispensabile per lo sviluppo di molte aree del Mezzogiorno e delle isole;
importanti sono stati i risultati anche nel campo della lotta alla criminalità diffusa, attraverso l'esercizio di una forte pressione verso ogni genere di atteggiamento delinquenziale. A tale riguardo assume particolare rilevanza il metodo della cosiddetta «polizia di prossimità» e, in particolare, l'istituzione del «poliziotto di quartiere». In tale contesto appaiono particolarmente significative le operazioni «alto impatto» e «vie libere»;
la legge per il contrasto dell'immigrazione clandestina denominata «legge Bossi-Fini» ha dato indubbi risultati positivi, anche attraverso la regolarizzazione di oltre 700.000 lavoratori immigrati, cui é stato consentito il rientro nella legalità. La nuova legge ha permesso di rafforzare il contrasto dei flussi di immigrati clandestini, che ha portato, anche grazie ad accordi con i Paesi di provenienza, all'azzeramento pressoché totale delle provenienze da Albania e Turchia verso Puglia e Calabria, mentre resta tuttora aperto il problema degli sbarchi a Lampedusa e sulle coste siciliane, con provenienze prevalenti dalla Libia e dalla Tunisia. In ogni caso il flusso complessivo degli immigrati clandestini é sensibilmente diminuito;
il Governo in questi anni, pur nelle difficili condizioni di bilancio, ha assicurato un incremento di risorse a favore delle forze dell'ordine, con aumenti retributivi, delle dotazioni di mezzi ed adeguata copertura degli organici;
a proseguire sulla strada, che si é dimostrata in molti casi fruttuosa, degli accordi con i Paesi rivieraschi del Mediterraneo per contrastare l'immigrazione clandestina e la tratta dei esseri umani, che, oltre a produrre problemi gravi per il nostro Paese, causa lutti e sofferenze intollerabili a tante persone indifese;
a sviluppare ulteriormente l'azione, peraltro già avviata, per coinvolgere concretamente l'Unione europea nel contrasto dell'immigrazione clandestina;
ad attivarsi per riservare, nell'ambito della manovra di bilancio per il 2006, risorse adeguate alle forze dell'ordine, in modo da metterle in grado di proseguire la loro missione meritoria di tutela della sicurezza dei cittadini e di garanzia dei principi di legalità.
(1-00465)
«Antonio Leone, Palma, Bertolini, Bondi, Bruno, Cicchitto, Cossiga, Fontana, Paoletti Tangheroni, Schmidt, Sterpa, Taormina, Zanettin, Perrotta».
(4 luglio 2005)
(Mozione non iscritta all'ordine del giorno ma vertente sullo stesso argomento)