Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 647 del 29/6/2005
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(Iniziative a tutela dei livelli occupazionali della fabbrica genovese Moltini - n. 3-04841)

PRESIDENTE. L'onorevole Alfonso Gianni ha facoltà di illustrare l'interrogazione Mascia n. 3-04841 (vedi l'allegato A - Interrogazioni a risposta immediata sezione 7) di cui è cofirmatario.

ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, come ho già fatto - purtroppo - la scorsa settimana per un'analoga interrogazione a risposta immediata, sollevo un altro capitolo doloroso del declino industriale del nostro paese. In questo caso parlo della ditta Moltini, di Genova. Si tratta di una ditta storica, che opera da 135 anni nella produzione di cavi elettrici e che, lo scorso 11 maggio, ha annunziato la messa in liquidazione, con conseguente minaccia di licenziamento per 61 lavoratori.
Pare che, in extremis, sia possibile evitare ciò tramite una trattativa aperta con Assindustria e Capitalimpresa, ma non siamo sicuri che ciò eviti la delocalizzazione dello stabilimento né che l'area rimanga destinata agli insediamenti per attività produttive e industriali. Il 24 maggio scorso, il comune di Genova ha approvato all'unanimità un ordine del giorno volto a scongiurare questi due pericoli. Chiediamo quali iniziative intenda adottare il Governo a tale riguardo.

PRESIDENTE. Il ministro per i rapporti con il Parlamento, onorevole Giovanardi, ha facoltà di rispondere.

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, come l'onorevole Alfonso Gianni afferma nell'interrogazione di cui è cofirmatario (non so se sia vero), in pochi anni la proprietà Moltini ha dilapidato un patrimonio di conoscenze e di esperienze nel settore dei cavi elettrici industriali, provocando la crisi dell'azienda.
Si tratta, quindi, della crisi di un'azienda - la fabbrica Moltini - fondata nel 1870, operante nel settore dei cavi elettrici isolati a bassa e media tensione e della lavorazione in piombo. Questa crisi ha portato alla decisione di liquidare la società e di mettere in mobilità i dipendenti (circa 65 persone) che prestano la propria attività a Genova e a Carasco.
Come ha affermato l'interrogante, la problematica è stata rappresentata anche agli enti locali, che si sono attivati per trovare, nei limiti del possibile, soluzioni alla vertenza, compreso un progetto di cambio di destinazione d'uso dell'area in cui è collocato lo stabilimento per favorire il rilancio dell'azienda. Si tratta, comunque, di competenze che appartengono sicuramente agli enti locali.
Tengo a ricordare che il cardinale Bertone, arcivescovo di Genova, è intervenuto sulla questione rivolgendo un appello anche


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alle imprese. Egli ha detto: basta con i mugugni, non serve a nulla ripiegare su se stessi; bisogna rimboccarsi le maniche per trovare nuove soluzioni.
Ricordo, però, che queste nuove soluzioni sono collegate anche ad una normativa europea e ad una normativa nazionale, secondo cui il Governo e il ministero non possono intervenire in scelte imprenditoriali di natura squisitamente privata. In altri termini, non vi è alcuno strumento né giuridico né politico di intervento.
Ciò che il Governo - così come gli enti locali - possono fare è mettere a disposizione l'apposito organismo istituito presso la Presidenza del Consiglio o presso il Ministero delle attività produttive, specificamente preposto a seguire vertenze di questo tipo, al fine di favorire soluzioni positive della vertenza. Ciò, naturalmente, nel caso in cui le organizzazioni sindacali o la proprietà chiedano l'intervento di tale organismo. Come accaduto in altre occasioni in cui vi è stata la possibilità di trovare una soluzione a crisi di questo tipo, pur nel rispetto dell'autonomia imprenditoriale privata e sindacale, il Governo, se interpellato, si attiverà anche in questo caso, in collaborazione con gli enti locali, per tentare di trovare una soluzione positiva alla crisi di questa azienda.

PRESIDENTE. L'onorevole Alfonso Gianni ha facoltà di replicare.

ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, signor ministro, non si offenda se dico che la sua risposta è deludente. Lei ha ribadito ciò che noi diciamo, senza però fornirci delle soluzioni.
Il fatto che l'azienda sia storica è un dato positivo. Il guaio è che è stata fondata nel 1870 e i macchinari risalgono a quella data. Sono, quindi, macchinari obsoleti e vi è una inadeguatezza della produzione da cui deriva anche una mancata competitività.
Tutto ciò, evidentemente, è colpa del management e della proprietà dell'intrapresa, che non è stata in grado di operare i necessari ammodernamenti per renderla competitiva, e non certo delle organizzazioni sindacali dei lavoratori, che hanno prestato la loro opera non solo per portare a casa lo stipendio, ma anche per mantenere un punto di insediamento industriale in una zona, quella ligure e genovese, che è oggetto da tempo di un processo di deindustrializzazione.
C'è la task force? Metta in moto la task force prevista presso la Presidenza del Consiglio, organo specifico che interviene nelle crisi industriali. Ma faccia in fretta, perché la possibilità di una trattativa va aiutata anche con strumenti finanziari di intervento pubblico. Sono contento che il cardinal Bertone sia intervenuto.
Non vorrei che lo Stato se ne lavasse le mani e che la Chiesa dovesse anche risolvere il problema della crisi industriale. Mi pare un po' eccessivo per la laicità dello Stato!
Quindi, ognuno faccia il suo dovere: lei cominci a fare il suo e stia tranquillo che i lavoratori lo stanno facendo. Essi hanno mobilitato se stessi e le loro famiglie, hanno svolto una manifestazione davanti alla sede e al convegno dei giovani industriali e hanno giocato anche delle partite di calcio e continueranno a farlo. Naturalmente, occorre che nelle sedi opportune vengano assunte le decisioni per continuare quell'insediamento produttivo ed occupazionale.

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