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PRESIDENTE. L'onorevole Lussana ha facoltà di
CAROLINA LUSSANA. Ci richiamiamo, purtroppo, al noto episodio di cronaca, avvenuto in pieno giorno nel centro storico di Lecco, dove alcune nomadi hanno tentato di rapire una bambina di sette mesi, dopo aver circondato la madre. Le nomadi, tempestivamente catturate dalle forze dell'ordine, grazie anche alla collaborazione dei cittadini, sono state processate per direttissima, hanno patteggiato e, visto che non gli è stato contestato il sequestro di persona e che gli sono state riconosciute le attenuanti generiche, sono state condannate ad otto mesi di reclusione e rimesse immediatamente in libertà per effetto della sospensione condizionale della pena.
PRESIDENTE. Il ministro per i rapporti con il Parlamento, onorevole Giovanardi, ha facoltà di
CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, mi atterrò al caso specifico che è oggetto dell'interrogazione, perché gli altri casi citati ci porterebbero lontano, anche dal punto di vista della valutazione della modifica della legislazione.
PRESIDENTE. L'onorevole Lussana ha facoltà di
CAROLINA LUSSANA. Signor Presidente, ringrazio il ministro per la risposta puntuale fornita.
PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento delle interrogazioni a risposta immediata.
Desta sconcerto una decisione che, dopo poche ore, rimette in libertà persone che stavano per compiere un reato gravissimo.
Questa sentenza rappresenta solo l'ultimo esempio di una serie di decisioni profondamente ingiuste, come la sentenza che ha condannato il killer di Rozzano a soli 20 anni di carcere per 4 omicidi (anche quello di un bambino) e la sentenza che ha condannato a 16 anni di carcere Ruggero Jucker, che ha massacrato la sua fidanzata, per finire con la sentenza di Milano che ha scagionato i terroristi, definendoli guerriglieri.
Chiediamo al Governo quali iniziative di riforma intenda presentare per evitare che possano essere adottate sentenze come queste.
Nel caso prospettato dall'interrogante, si è trattato di un tentativo di rapimento di una bambina di sette mesi nel centro di Lecco, che è stato qualificato come tentata sottrazione di persona incapace, fattispecie diversa da quella prevista dagli articoli 56 e 605 del codice penale, vale a dire il tentato sequestro di persona.
Il pubblico ministero e la difesa avrebbero, quindi, concordato l'applicazione di una pena di otto mesi di reclusione e la sospensione condizionale della medesima.
La decisione delle parti di proporre la derubricazione in una fattispecie di reato assai meno grave e quella del giudice di accettarla hanno, infine, prodotto una pena che è stata avvertita dall'opinione pubblica come troppo lieve e sproporzionata in rapporto al fatto acclarato in sé, ovvero il tentativo di rapimento di un bimbo da parte di soggetti ostili ed estranei alla famiglia.
Da questa decisione è conseguita anche la possibilità per il giudice di applicare la sospensione condizionale della pena, istituto che consente, in base alla prognosi che il condannato si asterrà in futuro dal commettere ulteriori reati, di sospendere la pena inflitta se essa non superi i due anni di reclusione. Va ribadito che i magistrati avevano tutti gli strumenti legislativi per punire il fatto in maniera adeguata alla pericolosità ed al danno avvertiti dalla società.
Ricordo anche che, ai sensi dell'articolo 448 del codice di procedura penale, il giudice aveva la possibilità di rifiutare il patteggiamento proposto dalle parti e procedere con il rito ordinario, accertando, in quella sede, la verità dei fatti. Ricordo, altresì, che era nella disponibilità del pubblico ministero elevare l'imputazione al tentato sequestro di persona, reato che, in astratto, prevede anche l'applicabilità della custodia cautelare.
Quindi, a mio avviso, ma anche ad avviso del ministro della giustizia, non si tratta di inadeguatezza delle leggi vigenti, in quanto i nostri codici prevedono già diversi strumenti per dare una risposta adeguata al fatto in questione, percepito dalla società come assai odioso e pericoloso, stante la natura delle vittime, le circostanze del fatto che ha riguardato una madre sola, con un bambino di pochi mesi.
A proposito del patteggiamento, va rilevato che esso è uno strumento giuridico previsto da moltissimi ordinamenti giuridici e ritenuto di grande efficacia per accorciare i tempi del processo penale, tempi che vengono percepiti come intollerabili dall'opinione pubblica.
Ricordo che, proprio a tal fine, il Parlamento, con legge n. 134 del 2003, ha innalzato, in maniera decisiva, il limite di pena entro il quale è possibile ricorrere alla pena concordata fra le parti. La norma lascia, tuttavia, in capo alla sensibilità del giudice il potere di accettare o respingere il patteggiamento in relazione alla gravità dei fatti.
Il ministro rispondente ritiene, pertanto, che la questione non stia nella carenza di legislazione, ma nella sua corretta applicazione, che non dovrebbe così dar luogo, come è oggettivamente accaduto, ad una così grande divaricazione fra la giustizia formale ed il senso di giustizia del comune sentire.
Il ministro non ritiene, altresì, utile legiferare sull'onda delle emozioni sollevate da fatti contingenti clamorosi, che portano quasi sempre ad una proliferazione legislativa disorganica e contraddittoria.
Si evidenzia, comunque, che chi tenta di strappare un bambino di soli sette mesi dalle braccia della madre, magari per utilizzarlo per l'accattonaggio in una strada o, peggio ancora, per venderlo a bande di trafficanti di bambini o di organi come merita di essere punito per la giustizia italiana? Merita nessuna pena. Merita addirittura di essere rimesso in libertà! E perché è potuto accadere tutto questo, come ha spiegato il ministro? Perché un pubblico ministero, cavillando con le leggi, ha definito quanto accaduto non un rapimento, come pensano tutti i milioni di cittadini che ci ascoltano, tutti gli italiani, ma come una semplice sottrazione di minore, reato che il nostro codice punisce in modo meno grave.
Adesso basta! Siamo davvero indignati, in quanto con una decisione come questa è stato veramente superato il limite. Si tratta dell'ennesimo caso di una giustizia garantista nei confronti di chi i reati li commette e non nei confronti dei cittadini onesti che li subiscono. Le leggi ci sono, ma i magistrati le applicano non secondo il comune senso di giustizia, troppe volte dalla parte di Caino e non da quella di Abele.
Nelle aule giudiziarie c'è scritto che la giustizia è amministrata in nome del popolo italiano. Ebbene, siamo sicuri che, se gli italiani potessero entrare in quelle aule, non starebbero sicuramente a fianco di quei magistrati che incriminano i cittadini onesti solo perché hanno reagito contro dei malviventi, né di quei magistrati che hanno concesso - perché rientrava nella loro valutazione - gli arresti domiciliari al pluriomicida Giovanni Brusca, né di quei magistrati che rimettono in libertà terroristi definendoli semplicemente guerriglieri o ladri di bambini.
A questo punto, signor ministro, riteniamo sia sempre più attuale la proposta della Lega Nord relativa all'elezione dei pubblici ministeri da parte del popolo, al quale poi dovranno rispondere. In tal modo, avremmo una giustizia vicina alla gente e dalla parte della gente (Applausi dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana)!
Saluto e ringrazio coloro che ci hanno seguito.
Sospendo la seduta fino alle 16.


