![]() |
![]() |
![]() |
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Violante ed altri n. 1-00401 e Elio Vito ed altri n. 1-00402 in merito alla situazione in Iraq e alle relative iniziative internazionali (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi riservati alla discussione delle mozioni è in distribuzione e sarà pubblicato in calce al resoconto della seduta odierna.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritto a parlare l'onorevole Landi di Chiavenna. Ne ha facoltà.
GIAN PAOLO LANDI di CHIAVENNA. Signor Presidente, è nell'interesse di tutta la comunità internazionale procedere alla progressiva stabilizzazione e ricostruzione di un Iraq libero e liberato dall'oppressione e dalla pressione della dittatura. Ed è nell'interesse della comunità internazionale pervenire ad una stabilizzazione di questo paese tanto martoriato, però nell'ambito di un'area geopolitica altrettanto libera e stabilizzata.
Ritengo, quindi, che sarebbe un grave errore prescindere o isolare il dibattito sull'Iraq dal più ampio contesto di una valutazione complessiva di tutto il quadro politico mediorientale, che crea, ha creato e temo potrà continuare a creare grandi e forti fibrillazioni. Sappiamo perfettamente, infatti, quanto incida sugli equilibri per il raggiungimento della pace nel mondo anche la complessa situazione israelo-palestinese. Abbiamo apprezzato anche il coraggio e la responsabilità politica del Parlamento israeliano, in particolare di Sharon, il quale ieri ha responsabilmente ottenuto dalla maggioranza, nonostante i dissidi interni, il mandato a ritirare parte degli insediamenti di Gaza. Si tratta di un passaggio importante, perché riteniamo che, anche attraverso il concorso della comunità internazionale, si possa rilanciare il progetto di pace tra Israele e Palestina. In proposito, richiamo anche l'importante ruolo che ha svolto l'Italia e che sta svolgendo questo Governo per la stabilizzazione di questo martoriato contingente.
Non possiamo neppure dimenticare quale sia il ruolo e quale attenzione si debba rivolgere anche ai paesi limitrofi rispetto all'Iraq. Nelle due mozioni in discussione vi sono riferimenti al ruolo strategico che i paesi arabi possono svolgere per pervenire ad un rapporto di maggiore equilibrio all'interno dell'Iraq. Ci dobbiamo domandare seriamente, quindi, come promuovere un ruolo propositivo e strategicamente importante di molti paesi arabi limitrofi. Evidentemente, Tunisia, Turchia, Giordania ed Egitto hanno già maturato un tasso di democrazia ed una partecipazione sicuramente importante anche nello svolgimento di questa azione di pacificazione. Qualche perplessità in più vi potrebbe essere per la Siria e per l'Iran, anche dopo le recenti notizie sull'utilizzo di uranio e di materiale nucleare da parte dell'Iran. Tuttavia, confidiamo nel senso di responsabilità di questi paesi, poiché è assolutamente necessario giungere ad una forma di stabilizzazione.
Vi sono aspetti importanti e scadenze strategiche fondamentali. Abbiamo vissuto un periodo lungo, complesso ed estremamente angosciante per gli atti di violenza che si sono susseguiti sul teatro iracheno e l'Italia ha pagato un tributo altissimo, anche in termini di vite umane. Altri paesi, che hanno condiviso con l'Italia questa responsabilità politica per esportare la democrazia e la pace in questo paese e, più in generale, nel continente, hanno pagato e pagano tributi di sangue anche pesanti. Tuttavia, ciò non deve far deflettere il nostro paese e la comunità internazionale dalla propria convinzione di
poter arrivare, plausibilmente nei tempi prefissati, al raggiungimento di questi equilibri di pacificazione.
La scadenza del gennaio 2005, quanto alle elezioni politiche, è un passaggio focale e fondamentale. In questo senso, quindi, la comunità internazionale si è mossa e si sono mosse le Nazioni Unite, che hanno dato un segnale di forte attenzione anche a questo processo di pace.
Noi abbiamo sostenuto, come Italia, e continuiamo a sostenere il ruolo delle Nazioni Unite e auspichiamo che da parte di tale organismo vi sia effettivamente e realmente una capacità di intervento che possa dare soluzione al problema iracheno. Pensare e ritenere, tuttavia, che sia sufficiente l'intervento delle Nazioni Unite per poter raggiungere i risultati che tutti auspicano, forse, è riduttivo.
È per tale ragione che questo Governo, ancora con grande coerenza e con grande senso di responsabilità, ha continuato e continua a sostenere la propria missione di peace keeping e la propria missione umanitaria in Iraq, perché crediamo che la presenza italiana sia apprezzata e imprescindibile. Si tratta di una presenza umanitaria che contrassegna e contraddistingue il ruolo e l'azione del nostro paese, che non vuole evidentemente manifestare alcuna azione bellicosa, ma vuole semplicemente concorrere a ristabilire gli equilibri, la pace e la democrazia in quel paese.
È evidente che, come è stato detto più volte, l'Italia vuole esportare la pace e vuole introdurre i fondamentali della democrazia, ma spesso e volentieri per poter esportare la pace e introdurre i fondamentali della democrazia è necessario anche assumere sulle proprie spalle, in modo faticoso e sofferto, delle scelte, che l'Italia ha adottato coerentemente quando ha deciso di partecipare, come hanno fatto gli Stati Uniti, l'Inghilterra ed altre importanti nazioni, a questo intervento che, in alcuni casi, è stato militare, ma che ha costituito un'azione preventiva per garantire gli equilibri della pace nel mondo contro il terrorismo ed il fondamentalismo, che stanno insanguinando molti paesi. Voglio ricordare non solo quello che è avvenuto l'11 settembre del 2001 negli Stati Uniti d'America, ma anche le vicende dell'11 marzo del 2004 in Spagna.
Quindi, per poter contrastare e debellare fortemente ogni forma di aggressione politica, religiosa e ideologica da parte di queste culture del terrorismo e anche, in un certo senso, dei radicalismi di carattere ideologico e religioso, è necessario profondere un impegno forte e preciso e assumersi, come l'Italia ha fatto, contrariamente ad altri paesi europei, le proprie responsabilità.
Siamo convinti che se l'Europa avesse parlato con una voce unitaria e non si fosse in qualche modo divisa in alcune posizioni, come quella francese, tedesca e ultimamente spagnola, avremmo potuto ottenere sicuramente dei risultati migliori e più tempestivi rispetto alla necessità di contrastare il fenomeno del terrorismo.
L'Italia, con coerenza ha assunto questa iniziativa, nel rispetto anche dei nostri principi costituzionali. Ci dispiace dover constatare, ancora una volta, che l'opposizione, per rispondere a logiche di politiche interne e ad esigenze di carattere elettorale, assuma posizioni demagogiche, chiedendo l'immediato ritiro delle nostre forze e delle nostre truppe presenti in Iraq che, come dicevo prima, si trovano lì per svolgere un ruolo e un'azione meramente pacificatori ed umanitari.
Auspichiamo, evidentemente, che le nostre truppe possano, quando ne sussisteranno i presupposti, rientrare in Italia, perché questo sarebbe il segnale di un passaggio importante storicamente, perché vorrebbe dire che non sussisterebbero più quei motivi di tensione e di conflitto tali da giustificare la presenza delle nostre Forze armate. È assolutamente necessario, tuttavia, garantire, attraverso il concorso di tutti quegli Stati che hanno assunto sulle loro spalle questo grande senso di responsabilità, una pacificazione dell'area irachena e del Medio Oriente in genere.
Quindi, come Alleanza nazionale, confermiamo l'impegno che il Governo deve assumere per garantire questo processo di pacificazione, perché il rischio del terrorismo
e l'esportazione di questa violenza terroristica e fondamentalista è un motivo di grande preoccupazione e di grande apprensione.
Ci sono altri ragionamenti che potremmo svolgere perché il terrorismo sta influenzando anche gli equilibri mondiali di carattere economico. Quando assistiamo alla crescita impetuosa del costo del petrolio ci preoccupiamo anche della capacità di reazione alle crisi congiunturali del sistema economico mondiale. Credo che anche la speculazione che sta avvenendo sul petrolio sia legata all'instabilità politica dell'area.
Ci auguriamo che l'Italia possa continuare a mantenere, come ha fatto fino ad oggi con profondo senso di responsabilità, il proprio impegno politico nei confronti della comunità internazionale. Ci auguriamo, soprattutto, che sappia portare avanti questo impegno forte per difendere i principi della democrazia e della libertà, perché Dio solo sa quanto in Iraq vi sia bisogno di ristabilire democrazia e libertà (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cento, al quale ricordo che ha cinque minuti di tempo a disposizione. Ne ha facoltà.
PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, in questo dibattito parlamentare, frutto dell'iniziativa del forum dei deputati pacifisti, condivisa dai capigruppo dell'opposizione, abbiamo la necessità di porre alcuni punti chiave di riflessione e di proposta sulla situazione irachena. Ribadiamo un giudizio che, purtroppo, si conferma sempre più ogni giorno che passa: si è trattato di una guerra illegittima e sbagliata. Nelle settimane scorse anche Kofi Annan l'ha definita, in maniera chiara ed inequivocabile - togliendo ogni dubbio rispetto alla relazione che può esservi tra l'ultima risoluzione dell'ONU ed il mantenimento della guerra in Iraq - uno stato di illegittimità.
Credo vi sia la necessità di inserire nel nostro giudizio, che permane e che ci ha accompagnato nel corso di questi drammatici mesi, alcuni elementi ulteriori di riflessione. In primo luogo, come si evince molto bene dalla mozione che abbiamo presentato, è necessario almeno un ragionamento umanitario su quanto sta accadendo a Falluja e nelle altre città irachene, da settimane bombardate ed assediate, dove la popolazione civile è ormai ridotta allo stremo. Al di là del giudizio diverso che ognuno di noi può avere sulla guerra e su quanto accade in Iraq, almeno sulla sospensione per ragioni umanitarie dei bombardamenti e dell'assedio nelle città sacre dovrebbe esservi una convergenza del Parlamento.
Il Governo italiano, ancora una volta, dimostra timidezza e subalternità nei confronti del Governo e dell'amministrazione Bush, che ci auguriamo tutti il 2-3 novembre possa lasciare il passo ad un'amministrazione democratica come quella rappresentata da Kerry. Ci domandiamo quale sia il ruolo che il Governo italiano può e deve portare avanti, forte di un rapporto con il Parlamento, per far svolgere quella conferenza internazionale di pace proposta dalla Francia e dalla Spagna, due Governi, peraltro, di colore politico diverso. La conferenza di pace ha senso se si svolge sotto la direzione dell'ONU e se intorno al tavolo, oltre al governo provvisorio iracheno, agli Stati Uniti, all'Europa ed ai paesi arabi, si siedano anche coloro che in Iraq, a mio avviso con grande legittimità, si stanno opponendo all'occupazione militare. Quale negoziato si può fare sul futuro dell'Iraq e sulla transizione democratica di quel paese se chi è insorto contro una guerra ingiusta non è chiamato a discutere ed a confrontarsi? Si tratta di come garantire il passaggio dagli occupanti illegittimi all'ONU e di come garantire la sostituzione delle forze militari occupanti con un contingente di pace che risponda direttamente all'ONU e assicuri una soluzione transitoria che porti l'Iraq a libere e democratiche elezioni.
È ovvio che, affinché la conferenza di pace abbia un senso ed una possibilità di riuscita, vi è il bisogno di atti di discontinuità
e di rottura, innanzitutto da parte di quei Governi e di quei paesi che hanno fatto la scelta sbagliata di partecipare ad una guerra illegittima. Questo è il motivo per cui noi Verdi riteniamo che il ritiro dei soldati italiani dall'Iraq resti, ancora oggi, la precondizione per lo svolgimento di una conferenza internazionale di pace, che abbia effettivamente la prospettiva e la possibilità di determinare una transizione seria, democratica e stabile per quel paese.
Questa è anche la ragione per cui in Italia continua una grande mobilitazione democratica. Il 30 ottobre prossimo ci sarà nuovamente a Roma - e noi Verdi saremo con loro - il movimento pacifista, per ribadire questa richiesta e proprio oggi, alla Camera, sono state consegnate 200 mila firme da parte del comitato per il ritiro dei soldati italiani dall'Iraq: anche questo è il segno di una mobilitazione crescente, che coinvolge dal mondo cattolico fino alle espressioni più radicali del movimento pacifista.
Questa è anche la ragione per cui noi Verdi diamo un giudizio estremamente positivo e politicamente rilevante al fatto che tutta l'opposizione della grande alleanza democratica - quindi, tutta l'opposizione di centrosinistra - oggi torni in aula nuovamente unita, così come facemmo a maggio, su una mozione che, pur salvaguardando le diverse sensibilità espresse in questi mesi all'interno del centrosinistra, indica e conferma un percorso politico chiaro, circa il ritiro dei soldati italiani, i contenuti della conferenza internazionale di pace e la cessazione, almeno per ragioni umanitarie, dei bombardamenti nei confronti delle città sacre.
Queste sono le ragioni che dovrebbero indurre il Parlamento non ad una discussione tra posizioni contrapposte, ma ad un atto di responsabilità, che rompa con la scelta politica fatta in questi mesi e che ricollochi l'Italia all'interno di un'alleanza prioritaria con la Francia e con la Germania, per dare senso e ruolo a quell'Europa - per la quale nei prossimi giorni sarà firmata la Costituzione europea - come unica alternativa credibile alla guerra e alla dottrina della guerra preventiva, che tanti guai e tante tragedie umanitarie sta determinando in Iraq (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Verdi-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo, di Rifondazione comunista e Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, è in visita presso la nostra istituzione la delegazione della Camera dei deputati messicana, guidata dall'onorevole Pablo Gomez Alvarez. Saluto, a nome di tutta l'Assemblea, i colleghi messicani, che hanno lavorato proficuamente con noi, nel nome dell'amicizia storica tra Italia e Messico (Applausi).
È iscritto a parlare l'onorevole Naro. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE NARO. L'Iraq sta attraversando un momento veramente drammatico. Gli eventi precipitano e conseguentemente, per evitare che in quel paese si insedi un nuovo Stato fondamentalista e filoterrorista, è necessario ripristinare la sovranità irachena, puntando sull'attuale operazione di peace keeping, coinvolgendo l'ONU, l'Unione europea e la Lega araba. L'ONU, in quanto massima espressione istituzionale internazionale, la quale però non ha avuto la forza di imporre l'efficacia della sua risoluzione n. 1546, nella quale erano state poste le direttive che avrebbero dovuto dare l'avvio concreto al processo di ricostruzione e di democratizzazione del paese; l'Unione europea, in quanto potenza mondiale che, per tradizione, storia e cultura politico-amministrativa, potrebbe essere determinante nel dirimere i contrasti tra le varie realtà socio politiche e nelle gravi crisi che si vengono a determinare nello scacchiere mondiale; la Lega araba, in quanto è impensabile che la risoluzione di una crisi nel cuore stesso della realtà arabo-musulmana possa prescindere dall'unica formazione esistente politicamente organizzata. Essa è, comunque, titolata a rappresentare la complessa realtà del variegato mondo musulmano imponente per estensione territoriale e per numero di soggetti.
ONU, Unione europea e Lega araba hanno finalmente l'occasione di incontrarsi il prossimo 22 novembre, una volta terminato il Ramadan a Sharm el Sheikh in Egitto ove saranno presenti i paesi del G8, la Cina e gli Stati confinanti con l'Iraq, perché acquisiscano la consapevolezza che è necessaria la loro presenza ai fini dell'assunzione di responsabilità sul problema della stabilizzazione dell'area.
Sulla strada della normalizzazione irachena, la scadenza elettorale del prossimo gennaio è sempre più vicina e per poterla rispettare è necessario creare la condizione basilare di non belligeranza, condizione, invece, che in atto non esiste e la situazione irachena rimane drammatica. Con la mediazione del moderato Al Sistani è già nella fase attuativa, anche se con qualche difficoltà, il piano di disarmo dello sciita estremista Al Sadr ed il premier iracheno Allawi sta trattando un'amnistia allargata anche ai ribelli del triangolo sunnita e all'intero paese per convincere gli insorti a consegnare le armi.
Si registra anche la determinazione di Allawi che chiede alla coalizione l'offensiva militare per costringere alla resa gli insorti di Falluja, guidati da Zarqawi, luogotenente di Al Qaeda in Iraq, che ha rivendicato financo l'esecuzione di massa ai danni delle 44 reclute irachene e dei loro cinque autisti solo qualche giorno fa, al fine di diffondere il terrore, perché muoia sul nascere ogni voglia di democrazia e di emancipazione.
Si ha la consapevolezza che, con la neutralizzazione di Zarqawi, diminuiranno stragi, sequestri e decapitazioni, come pure i delinquenti comuni ed inquieti gruppi tribali finiranno di essere protetti o supportati da chi ha paura; quella stessa paura, per la quale, a volte, i soldati dell'esercito iracheno in zone di operazione sono fuggiti, invece di combattere, come è avvenuto durante l'assedio di Falluja. Tuttavia, la maggioranza di essi è rimasta a combattere con grinta. Ciò dimostra che gli iracheni vogliono cambiare.
I giovani si presentano sempre più numerosi per essere arruolati nell'esercito iracheno, nonostante le esecuzioni di massa e le ricorrenti carneficine ad opera di kamikaze.
Ora la gente protesta, mentre non poteva farlo ai tempi del regime saddamita. Il mondo femminile si mobilita per richiamare i violenti al senso di responsabilità e per muovere alla conquista dei propri diritti fondamentali che una secolare soggiogazione ha loro sempre negato. È il nuovo clima che le ha già rese titolari di diritti elettorali, attivi e passivi, come è già finalmente avvenuto in Afghanistan.
Le manifestazioni di solidarietà, che partono dall'interno del modo iracheno, crescono in quantità e qualità. Non si contano i moderati che, nel contrasto della società civile e delle istituzioni, si sono prodigati quali intermediari in occasione dei sequestri. Solo ieri, malgrado le bombe a Baghdad, centinaia di iracheni disabili sono scesi in piazza per chiedere il rilascio di Margaret Hassan.
La gente comune comincia a segnalare alla polizia i terroristi e, così, elementi pericolosi vengono neutralizzati. Ecco perché, da una parte, il terrorismo è destinato a trovare minori spazi e, dall'altra, avanza la voglia di riscatto della gente. Ma perché questa tendenza possa consolidarsi e raggiungere l'obiettivo sperato è necessario che le forze irachene, con la collaborazione delle forze della coalizione e delle forze di una missione umanitaria, quale la nostra, siano presenti sul territorio, per contrastare ogni manifestazione di violenza che ostacoli il processo di ricostruzione e di democratizzazione.
Tale processo avrà inizio formalmente con le elezione del prossimo gennaio e in questo ultimo e pesante tratto di cammino verso la democrazia lo Stato iracheno va ancora sorretto.
Le forze presenti non possono e non devono abbandonare il territorio, ma restare vicino al popolo sofferente. Vincere la battaglia in Iraq significa ridimensionare completamente il terrorismo, quel terrorismo fondamentalista e sanguinario che ha dichiarato guerra all'umanità intera, senza limitazione di spazio e di tempo.
Per quanto riguarda la discussione in corso, riteniamo insufficiente un dibattito calzato sull'unica opzione, il ritiro o il non ritiro, mentre bisognerebbe pensare di risolvere in maniera globale il problema Iraq.
Del resto, analoga osservazione ha avanzato il ministro Frattini in una recente intervista, nella quale traccia le tappe fondamentali che passano attraverso il vaglio della conferenza di Sharm el Sheikh e il dialogo con l'opposizione per il massimo comune impegno per la lotta contro il terrorismo. Esse sono: elezioni a gennaio in Iraq; sostituzione a scacchiera delle truppe della coalizione con altre forze ONU e di paesi arabi; rafforzamento delle istituzioni e anche della società civile e dell'economia irachena.
Dunque, è prematuro parlare di ritiro delle truppe, almeno per il periodo in cui il Governo di Baghdad non sarà nelle condizioni di agire da solo. Comunque, sulla strada dell'emancipazione del Governo iracheno, si profila anche l'ipotesi di una graduale riduzione del contingente, fino a quando il Governo legittimo non ci chiederà il rientro totale.
Il centrosinistra, senza l'UDEUR, ha presentato una mozione unitaria, ma essa è tale solo all'apparenza. Infatti, il documento per esprimere uno spirito unitario avrebbe dovuto tenere insieme la piena attuazione della risoluzione n. 1546 del Consiglio di sicurezza dell'ONU e della conferenza egiziana del prossimo novembre con il ritiro delle truppe. Invece, la mozione, in prima battuta, chiede al Governo di attivarsi affinché la conferenza garantisca le libere elezioni del prossimo gennaio e la nascita di un Iraq democratico mentre, nella fase conclusiva, chiede il perentorio rientro del contingente italiano.
Mi domando: è la posizione dell'onorevole Bertinotti o quella dell'onorevole Prodi? Oppure è il felice compromesso tra queste due posizioni? Ma con quali forze è possibile mettere in atto le garanzie richieste?
Dunque, risalta in tutta evidenza come non vi sia un nesso di conseguenzialità tra il ritiro del nostro contingente e le richieste di impegno per un esito positivo della conferenza di Sharm el Sheikh. Conseguenzialità, invece, che risalta nettamente nell'ultimo punto degli impegni sollecitati al Governo con la mozione di maggioranza (Applausi dei deputati dei gruppi dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e di Alleanza Nazionale).
PRESIDENTE. Saluto la delegazione di Venezia dell'Università della terza età del tempo libero (Applausi).
È iscritto a parlare l'onorevole Ranieri. Ne ha facoltà.
UMBERTO RANIERI. Signor Presidente, torniamo a discutere in quest'aula della crisi irachena.
Le assicuro, signor ministro, che non prediligo le analisi retrospettive che spesso impediscono di guardare avanti; tuttavia, nel valutare oggi il da farsi per individuare una strategia di uscita dalla crisi irachena, è indispensabile risalire alle origini dell'intervento militare americano. Infatti, solo la presa di coscienza della gravità dell'errore commesso consentirà di affrontare i problemi che si sono determinati.
Signor ministro, lei sa bene che la vera guerra è cominciata in Iraq quando il Presidente Bush ne ha proclamato la fine. Era un'illusione che alla rapidità della vittoria contro il regime di Saddam seguisse un processo di stabilizzazione egualmente veloce e foriero di democratizzazione. Le cose sono andate diversamente. Del resto è bastato poco più di un anno perché l'apoteosi militare si trasformasse in palude politica, così come non hanno retto a lungo i pretesti invocati per l'intervento e gli artifici retorici destinati a persuadere le opinioni pubbliche occidentali. E altrettanto rapidamente è emerso il dato di fondo: nella lotta al terrorismo l'Iraq non costituiva una priorità. Ecco il drammatico errore commesso dagli Stati Uniti d'America!
Oggi, onorevole ministro, nella comunità internazionale è diffusa la consapevolezza della necessità di un impegno maggiore per scongiurare il rischio di
trasformare l'Iraq in un nuovo grande Libano, con una lacerante spartizione del paese tra guerriglie armate e terrorismo.
Il punto vero è che, per contrastare tale prospettiva, occorre avviare un processo politico che modifichi il quadro della situazione in maniera tale da farlo percepire alla popolazione irachena come effettivamente cambiato.
Onorevole ministro, confidiamo sia nelle conclusioni cui dovrà giungere la conferenza internazionale sull'Iraq di fine novembre, sia sulla indizione di elezioni nel gennaio 2005: due tappe di un processo politico che può determinare una situazione nuova. Vogliamo essere in proposito chiari; riteniamo che la conferenza debba configurarsi come la prima fase di una strategia di fuoriuscita dalla crisi irachena. Pensiamo ad una conferenza di pacificazione dell'area, in cui essenziale sia il ruolo dei paesi limitrofi all'Iraq. Una conferenza, quindi, orientata all'attuazione delle risoluzioni dell'ONU, in particolare la n. 1546 che, fino ad oggi, è rimasta in gran parte sulla carta.
Pertanto, chiediamo al Governo italiano di adoperarsi affinché la conferenza abbia questi caratteri. Onorevole ministro, sarebbe inoltre utile consentire la partecipazione alla conferenza di alcuni gruppi politici iracheni, subordinatamente alla loro rinuncia al ricorso alle armi perché, lungi dal delegittimare il Governo Allawi, ciò contribuirebbe a legittimare l'attuale fase di transizione ed isolare il terrorismo. Onorevole ministro, le chiediamo, inoltre, di sostenere l'opportunità che della conferenza si discuta nell'ambito delle Nazioni Unite.
Inoltre, su due punti la conferenza dovrebbe giungere a conclusioni effettive. Intanto, essa dovrebbe prevedere il sostegno per consentire agli iracheni di tenere le elezioni nel gennaio 2005. Infine, dovrebbe permettere la creazione delle condizioni politiche atte ad avviare un piano di sostituzione delle forze angloamericane con contingenti di paesi europei, extraeuropei, di Stati arabi o di paesi musulmani. Sappiamo bene che si tratta di un nodo da affrontare con senso della realtà e con inevitabile gradualità. Il problema, però, esiste e occorre discuterlo ed affrontarlo.
Non si tratta di abbandonare l'Iraq ai predoni e al terrorismo, ma se vogliamo che a prevalere non siano proprio predoni e terrorismo, occorre trovare una soluzione di continuità che comporti la presenza in Iraq di forze multinazionali, non limitate alle truppe angloamericane.
Noi ci auguriamo che la conferenza lavori in questa direzione e che le elezioni si svolgano. In tale quadro di rinnovato impegno multilaterale, riteniamo che debba essere collocato ed affrontato il problema del rientro dell'attuale contingente italiano.
Onorevole ministro, ci auguriamo che il Governo italiano voglia e sappia muoversi perché la conferenza abbia questi caratteri e questi obiettivi. Questo ci sembra essenziale per aprire una nuova prospettiva di salvezza per il popolo iracheno e per quella regione (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rizzi, al quale ricordo che ha a disposizione dieci minuti di tempo. Ne ha facoltà.
CESARE RIZZI. Signor Presidente, signor ministro, onorevoli colleghi, quanto sta avvenendo in Iraq prova in modo evidentissimo che i tempi del ritiro dalla coalizione multinazionale, in particolare delle truppe italiane, non sono ancora maturi. Occorre considerare la situazione per quella che è. Le truppe statunitensi hanno occupato insieme ad alcune unità irachene la città di Samarra e sono all'offensiva in tutto il cosiddetto triangolo sunnita. Ma l'organizzazione terroristica, guidata dallo spregiudicato Al-Zarkawi, ha rapito ed ucciso con spietata crudeltà quarantanove reclute disarmate del ricostituendo esercito iracheno, dimostrando di essere in grado di colpire ovunque.
Il primo ministro iracheno Allawi proprio ieri ha imputato all'insufficiente protezione fornita dalle unità alleate la responsabilità del recente massacro, invocando
l'afflusso di altri soldati dall'estero e l'arrivo in forze delle Nazioni Unite, che ora hanno poche giustificazioni per non intervenire, salva la volontà di evitare ai propri ricchi funzionari di correre gli stessi rischi ai quali sono esposti attualmente i soldati della coalizione, i volontari delle organizzazioni non governative, in primo luogo della Croce rossa, gli aspiranti militari e poliziotti del nuovo Iraq.
In questo scenario, il centrosinistra italiano ha scelto a sua volta di coalizzarsi, senza neppure attendere il risultato delle imminenti elezioni statunitensi, per chiedere nuovamente il ritiro della missione Antica Babilonia. Non riteniamo opportuno il momento né la scelta dei tempi. Le elezioni irachene previste per gennaio debbono essere rese possibili. Non si può lasciare solo l'Iraq proprio ora che è prevedibile l'inasprirsi del confronto sul terreno tra coloro che vogliono sostenere la stabilizzazione del paese e coloro che invece la avversano, in nome degli interessi più vari.
È evidente, tuttavia, che qualcosa dovrà comunque nel frattempo evolvere, e lo stesso Governo italiano lo riconosce. Si attendono, nei prossimi tre mesi, due eventi di notevole importanza potenziale. Il primo è costituito dalla conferenza internazionale sull'Iraq, che avrà luogo in Egitto alla fine di novembre. La sua importanza risiede nel fatto che potrebbe generare il maggiore auspicato coinvolgimento dei paesi arabi e musulmani moderati nella gestione della fase elettorale e postelettorale che interesserà l'Iraq all'inizio del prossimo anno. L'Italia giocherà sicuramente un ruolo importante in quella sede e potrà farlo anche perché è presente in Iraq: onorevoli colleghi, è questo l'elemento importante. Se il tentativo avrà successo, l'afflusso di militari arabi e musulmani potrà permettere il ripiegamento di parte di quelli occidentali, rafforzando, sulla scena irachena, gli elementi moderati e indebolendo quelli più estremisti. Non si possono invertire tali passaggi, andando via prima che le nuove truppe arrivino.
Il secondo evento è costituito proprio dall'avvio del processo elettorale. Vi sono elementi promettenti, oltre la cortina di sangue che si è sollevata in questi ultimi giorni. L'area sciita, nella quale dovrà peraltro operare la nostra missione Antica Babilonia, è relativamente tranquilla. Il leader radicale Moqata al Sadr è sulla difensiva ed è prevedibile che vi resti, specialmente qualora i sondaggi confermassero le indiscrezioni che danno attualmente favoriti alle prossime elezioni i partiti della maggioranza sciita dell'Iraq. Occorre dare forza a questa speranza elettorale ed evitare a tutti i costi che nel marasma l'attuale governo sia indotto a rinviare o cancellare l'avvenimento. Di uno sviluppo in tal senso può essere considerato un sintomo preoccupante anche l'intervento di ieri del primo ministro Allawi, che ha denunciato gravi carenze nella capacità delle proprie forze di sicurezza e si è appellato nuovamente al segretario generale delle Nazioni Unite affinché invii rinforzi.
CESARE RIZZI. In Afghanistan, contro ogni previsione, le elezioni presidenziali sono state un grande successo. Non saranno state forse consultazioni perfette, alla maniera scandinava, ma ciò nulla toglie al fatto che per la prima volta si sia consentito ad uomini e donne di pronunciarsi sul futuro del loro paese. Riteniamo che tale opportunità debba essere riconosciuta anche ai cittadini iracheni, che solo in poche località del paese, fra cui Nassiriya, hanno potuto assaporare il gusto della competizione politica democratica.
Non ci nascondiamo che rimanere in Iraq è e resterà una scelta rischiosa, ma qual è l'alternativa? Abbandonare gli iracheni al proprio destino? Ciò, in questa fase, risponde al nostro interesse? Noi non lo crediamo, e non lo crede neppure il candidato democratico alla Presidenza degli Stati Uniti, che vuole un disimpegno a lungo termine degli Stati Uniti dall'Iraq, ma nel contempo esclude la rinuncia alla direzione delle operazioni e si appresta a
chiedere alla comunità internazionale, se eletto, nuovi e più incisivi contributi militari alla stabilizzazione irachena. E questo la dice lunga.
Il problema ormai, onorevoli colleghi, non è quello di contribuire più attivamente ad elaborare la strategia da applicare sul terreno iracheno, come pare chiedere il centrosinistra, dato che tale strategia è in larga misura dettata dalle organizzazioni terroristiche e dai nostalgici del deposto regime baathista; piuttosto il problema è riuscire a logorare le energie e la volontà delle fazioni più violente che agiscono in Iraq. Si contestano le violenze e i bombardamenti americani degli ultimi giorni, come manifestazione di un disegno che vorrebbe cambiarsi.
Ma è questa la nostra ultima riflessione. Siamo davvero sicuri che un eventuale gestione da parte delle Nazioni Unite sarebbe davvero differente? I precedenti non sono incoraggianti. Non esiste una sola crisi internazionale di livello nella quale le Nazioni Unite siano riuscite a riportare pace e ordine dove mancavano, dalla Bosnia alla Somalia. Perché si è così sicuri che ciò riuscirebbe proprio in Iraq, dove l'ONU ha già perduto uno dei suoi uomini più brillanti e rappresentativi?
PRESIDENTE. Annuncio con piacere la presenza nelle tribune di un gruppo del centro anziani dell'Alta valle del Reno, dei comuni di Porretta Terme, Granaglione, Gaggio Montano, Castel d'Aiano e Lizzano in Belvedere (Applausi).
È iscritto a parlare l'onorevole Folena. Ne ha facoltà.
PIETRO FOLENA. Oggi tutte le forze di opposizione - in modo unito e coeso come non mai in politica estera - compiono un atto politico di rilievo. Questa mozione, che ha permesso il ritiro di un'altra mozione presentata dal forum dei parlamentari pacifisti, e sottoscritta anche dai deputati della sinistra DS (presentata nei giorni successivi alla liberazione di Simona Pari e Simona Torretta), indica con nettezza una linea di politica estera forte e credibile per il paese.
Che la guerra sia stata una errore è riconosciuto dai suoi stessi promotori: costruita su bugie, ha alimentato terrorismo e odio. Vorremmo, ministro Frattini, una riflessione meno acritica anche qui in Italia. Altri paesi, come la Polonia, dopo la Spagna, i paesi latino americani e le Filippine, hanno annunciato per i prossimi mesi il ritiro delle loro truppe. Alla vigilia delle elezioni del 2 novembre e di fronte alle posizioni del candidato Kerry, sempre più critiche rispetto alla guerra scatenata dal Presidente Bush, il problema si è aperto nella stessa attuale amministrazione americana.
Ma l'Italia - questo è il punto, signor ministro - ha avuto un eccezionale momento di coesione durante il tragico rapimento di Simona Pari, Simona Torretta e dei due volontari iracheni. L'opera del Governo, in quella fase, è stata positiva; e non è stata offuscata dalla vergognosa campagna contro queste due ragazze, condotta successivamente da alcune testate di destra. Il contributo dell'opposizione (è anche quello il ruolo dei movimenti) in quelle settimane è stato importante. Quello, ministro Frattini, non è stato un successo solo umanitario ma anche politico: la palese dimostrazione delle potenzialità che, imboccando una linea di dialogo, avrebbe l'Italia. Potenzialità nel rapporto con i paesi arabi, come dimostra il dialogo importante avviato con Gheddafi, potenzialità relative alla nostra collocazione nel Mediterraneo, riproponendo una antica politica che, da Andreotti a Craxi, malgrado le differenze politiche, nel passato, nella prima Repubblica ha consentito all'Italia di svolgere una funzione importante nel Medio Oriente. È questo un interesse nazionale, ed è questo un interesse europeo!
Questo oggi vi diciamo: imbocchiamo questa strada, la stessa di quelle settimane, con coraggio, con scelte politiche e simboliche come quella del rientro delle truppe, che diano nuovi spazi politici, negoziali al nostro paese, che diano all'Italia un nuovo ruolo.
L'Italia ha avuto, fin qui, una posizione squilibrata e sovraesposta. Abbiamo avuto
molti morti di terrorismo: voglio ricordare la tragica fine di Enzo Baldoni, su cui ancora aspettiamo che siano fornite informazioni chiare al Parlamento.
Nessuno è al riparo dal terrorismo, come dimostra il caso della Francia. Non è questo il punto. Il terrorismo è criminale e noi combattiamo l'ideologia di coloro i quali affermano che i veri terroristi siedono alla Casa Bianca. No, il terrorismo è - in sé - un nemico della vita e, in particolare, di chi lotta per la pace: vuole impedire che chi lotta per la pace (i movimenti, la società civile) possa esprimersi su un terreno democratico; vuole espropriare il diritto alla politica! Lo si può combattere più efficacemente se si è contro la guerra, se si dà un'altra risposta alla lotta al terrorismo. Quella fin qui seguita è stata sbagliata: dall'Afghanistan all'Iraq, ha alimentato il terrorismo! Occorrono risposte sul piano dell'intelligence e su quello della polizia ma, soprattutto, c'è bisogno di buona politica capace di sottrarre al partito armato mondiale i problemi che da questo vengono strumentalizzati.
Si può combattere il terrorismo anche se si contrasta la politica della violenza e della guerra che lo alimenta e che, a sua volta, compie atti di terrore e, in alcuni casi, veri e propri genocidi di popolazione civile. Ecco perché, ministro Frattini, le chiediamo - con forza - un atto politico: chiedere al Governo americano che cessino immediatamente i bombardamenti su Fallouja e sulle altre città irachene (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, di Rifondazione comunista e Misto-Comunisti italiani). Non si può pensare che si preparino le elezioni in Iraq sotto le bombe. Nessuno lo può pensare! Ciò è tanto vero che tanti parlano di un rinvio delle elezioni. Noi vogliamo un Iraq democratico e vogliamo elezioni vere. Ma le Nazioni Unite ci hanno messo due anni per preparare le elezioni in Afghanistan. In Iraq non ci sono neppure le Nazioni Unite e siamo in una condizione di guerra aperta!
Occorre allora, come ha rilevato Umberto Ranieri, una vera conferenza di pace che coinvolga, in primo luogo, l'Iran, la Siria ed i paesi della regione: il clima di dialogo va incentivato. Colgo l'occasione per salutare la decisione della Knesset, del Parlamento israeliano, che ieri ha deciso il ritiro da Gaza (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo e Misto-Comunisti italiani) e che, forse, ci può permettere di sperare in una nuova politica di pace nel Medio Oriente. Ma nella conferenza bisogna coinvolgere i gruppi dell'opposizione e la società civile. Il Governo francese, attraverso il suo collega Barnier, parla espressamente della necessità di coinvolgere la resistenza irachena. Ritengo indispensabile, per fermare la guerra civile, che i gruppi di opposizione al Governo - non i «tagliagole» ed i terroristi - vengano coinvolti.
Allora, il rientro dei militari non è una fuga, ma un atto politico di un paese che torna insieme alla Spagna, alla Francia ed alla Germania alla vigilia della firma della Costituzione europea, nel giorno in cui siamo stati umiliati come paese di fronte al fatto che Barroso ha dovuto ritirare la proposta di Commissione al Parlamento europeo ...
GIORGIO BORNACIN. È colpa vostra!
PIETRO FOLENA. ... per l'ostinazione del commissario Buttiglione e del Governo italiano a difendere la candidatura di quest'ultimo.
Una scelta come quella che vi proponiamo è una grande scelta europeista. Sia chiaro che l'Alleanza democratica compie, oggi, un fatto politico che non supera tutti i problemi, ma che dimostra che potremo avere una coesa e comune politica estera, domani, quando governeremo con Romani Prodi. Ieri, abbiamo vinto sette a zero nei collegi del nostro paese.
STEFANO LOSURDO. Buffone!
PIETRO FOLENA. Oggi, con questa nostra posizione politica, dimostriamo - senza artificiose divisioni tra riformisti e radicali - di avere una proposta che può
interpretare il sentimento della grande maggioranza degli italiani (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo, di Rifondazione comunista, Misto-Comunisti italiani, Misto-socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-L'Ulivo - Congratulazioni)!
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Folena. Ho fatto durare un po' di più il suo intervento perché ho capito che teneva al finale ...
Ha chiesto di parlare l'onorevole Intini. Ne ha facoltà.
UGO INTINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor ministro, l'opposizione è unita nel considerare un imperdonabile errore la guerra e nel considerare catastrofica la gestione del dopoguerra. Non è difficile. Il New York Times, ovvero il più autorevole quotidiano americano, scrive infatti: «L'oltraggio internazionale per l'invasione americana dell'Iraq è adesso accompagnato da un senso di disgusto per l'incompetenza nel gestire l'occupazione».
L'opposizione è unita nel giudicare molto severamente l'amministrazione Bush. Non è difficile. E non per questo siamo antiamericani. Il New York Times, infatti, continua: «La Casa Bianca di Bush ci ha sempre mostrato gli aspetti peggiori della destra americana senza mai mostrarci i suoi aspetti vantaggiosi».
L'opposizione è unita nel chiedere il ritiro del contingente italiano che, in questo contesto, non può e non deve rimanere in Iraq. La maggioranza si ostina a definirlo un contingente di pace, ma non lo avverte così il popolo iracheno, com'è evidente, e neppure il Presidente Bush, che, involontariamente ma clamorosamente, ha smentito la propaganda del Governo italiano, affermando chiaramente nel dibattito televisivo con Kerry che gli Stati Uniti sono affiancati nella guerra - lo ripeto, nella guerra - dall'Italia di Berlusconi. Forse, se in futuro ci fosse una svolta decisiva, l'opposizione si troverebbe in difficoltà nel concordare una scelta unitaria. Potrebbe vincere Kerry e l'estromissione di Bush di per sé costituirebbe sul piano psicologico una svolta.
Una conferenza internazionale potrebbe porre sotto la guida delle Nazioni Unite le truppe straniere in Iraq. Il grosso di queste truppe potrebbe appartenere ai paesi islamici, così da cancellare l'immagine di una guerra di civiltà tra occidente e mondo musulmano. L'Europa potrebbe mandare un suo contingente, così da superare la dolosa divisione. Sarei così felice di vedere simili novità che affronterei volentieri le eventuali discussioni e le difficili mediazioni del centrosinistra, ma per il momento tutto ciò purtroppo non appartiene alla realtà e sarebbe sciocco dividersi sui «se».
Sarebbe sciocco, perché il minimo comun denominatore che tiene insieme la politica estera del centrosinistra è ormai molto largo, come non è mai stato da decenni. Diciamo la verità, non possono stupire le rimanenti differenze di opinioni nell'opposizione. Ci sono persino all'interno dell'amministrazione Bush. Dovrebbero stupire, invece, molto di più le certezze e la granitica unità della maggioranza di destra. La destra europea, infatti, è divisa e la sua parte più importante, in altre parole la destra francese, è contro la politica di Bush in Iraq. Soltanto la destra italiana, caso unico in Europa, è compatta, decisa ed inamovibile con l'elmetto in testa.
Quest'unicità del Governo italiano rispetto, non solo alla sinistra, ma anche alla destra europea, è esattamente ciò che più ci preoccupa, non soltanto con riferimento all'Iraq, ma più in generale. Il Presidente Berlusconi, infatti, ha appena compiuto una dichiarazione tanto grave e vuota di diplomazia quanto illuminante. In sostanza, ha dichiarato che l'Italia non è più gregaria, perché non procede più costantemente insieme a Francia e Germania. Berlusconi confonde, dunque, l'europeismo e la solidarietà verso il cuore dell'Europa con la subalternità e si è lasciato sfuggire la verità che, purtroppo, avvertiamo da tempo. L'Italia, non procede più a fianco dei suoi alleati più stretti e
tradizionali. Per la prima volta da decenni, l'Italia ha perso la bussola dell'europeismo, non è più in prima fila, come lo sono stati per mezzo secolo i Governi democristiani e socialisti, ma in ultima fila nell'integrazione politica dell'Europa. L'Italia di Berlusconi si è allontanata dall'Europa per diventare gregaria, questa volta sì, non dell'America, ma dell'amministrazione Bush. Il caso dell'Iraq è simbolico. L'Italia è l'unico grande paese dell'Europa continentale, l'unico grande paese dell'euro impegnato nella guerra irachena. Berlusconi non guarda a Nizza o a Monaco di Baviera, ma al Texas.
Pagheremo caro, signor Presidente, questo capovolgimento della politica estera italiana. Lo paghiamo già adesso. L'onorevole Buttiglione, infatti, ha compiuto alcuni errori, certo, ma li ha pagati più cari perché era il candidato del Governo italiano, ossia di un Governo che miracolosamente è riuscito a risultare inviso agli opinion leaders sia della destra sia della sinistra europea, sia all'Economist sia a Le Monde. Buttiglione paga per un Governo che compie errori ben più gravi dei suoi e che agli errori di fondo aggiunge errori tattici quasi incredibili. Diciamo la verità: Berlusconi ha attaccato la Francia e la Germania con la sua teoria dell'Italia non più gregaria esattamente domenica. Dunque, ha attaccato la Francia e la Germania tre giorni prima del voto su Buttiglione, proprio mentre Schroeder e Chirac cercavano di salvarlo.
Possiamo poi stupirci se i guai del suo povero candidato si sono aggravati? E, con i suoi, i guai dell'Italia e delle istituzioni europee? Possiamo stupirci se la simpatia per l'Italia in Europa è giunta ai suoi minimi storici? La nostra opposizione alla presenza militare italiana in Iraq nasce dalla situazione irachena in sé, dunque, ma anche dall'isolamento e dall'emarginazione che questa presenza causa all'Italia nell'Europa continentale.
Il centrosinistra - e concludo, signor Presidente - si oppone alla guerra italiana in Iraq anche per riportare l'Italia al centro dell'Europa, dove è sempre stata, da dove l'ha strappata un Governo il quale crede che essere europeisti significhi essere gregari (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-socialisti democratici italiani, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-Verdi-L'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Monaco. Ne ha facoltà.
FRANCESCO MONACO. Signor Presidente, ministro, il nostro dibattito si svolge in un tempo cruciale per la politica internazionale (quasi un tornante storico): si sono da poco celebrate le prime elezioni democratiche in Afghanistan; si sta per firmare a Roma la Costituzione europea; avremo tra breve le elezioni presidenziali americane e il mese prossimo si svolgerà in Egitto l'attesa conferenza internazionale sull'Iraq.
Siamo dell'opinione che il nostro dibattito sarebbe stato decisamente più proficuo se si fosse svolto a valle delle elezioni americane, dalle quali potrebbero sortire - noi ce lo auguriamo - novità di rilievo, per la politica internazionale in genere, per il dramma iracheno in specie.
Noi siamo assolutamente convinti che la lotta, la più risoluta lotta al terrorismo, sia una priorità dell'agenda politica mondiale. Una priorità a cui il mondo libero - e noi dentro al mondo libero - non può sottrarsi. Tale lotta va tuttavia iscritta nel quadro di una politica - sottolineo di una politica - degna di questo nome e, segnatamente, di una soluzione adeguata ai problemi della stabilità e della pace nel Mediterraneo.
Sono questioni che chiamano in causa il ruolo che il nostro paese nell'Europa e con l'Europa deve giocare nella costruzione di un mondo più sicuro, in special modo onorando la sua storica vocazione dentro al Mediterraneo, nel dialogo euromediterraneo.
Occorre adoperarsi per un Mediterraneo di pace e contribuire a promuovere la democrazia e la crescita di una società civile, laica e pluralista nei paesi arabi, spronare quei regimi moderati sulla strada delle riforme, rilanciare il partenariato
euromediterraneo, ancora così avaro, almeno sinora, di frutti politici ed economici, svolgere nell'area un'azione di diplomazia preventiva, questa sì preventiva, per ottenere una sostanziale denuclearizzazione del bacino del Mediterraneo, così come si è fatto con la Libia e come si deve fare con l'Iran. Occorre impegnarsi per dare soluzione al conflitto israelo-palestinese, riprendendo le fila della road map (ahimé!, ora in sonno), quella concordata dal cosiddetto quartetto, nel solco anche di quel patto della pace, quell'accordo firmato a Ginevra da personalità politiche israeliane e palestinesi che al processo di pace ci credono per davvero.
Abbiamo sostenuto e ribadiamo che questa guerra non avrebbe mai dovuto avere inizio. Lo abbiamo sostenuto nel dibattito pubblico e poi tutti insieme, come opposizione, lo abbiamo scritto negli atti parlamentari. Non siamo disposti, ministro, all'oblio, cioè a confondere le ragioni ed i torti, a scordarci, diciamo così, il passato. Infatti, è vero che quella attuale è una fase nuova, ma è difficile intendersi e intenderci se non conveniamo prima nel giudizio sul tragico errore della guerra. Si è trattato di una guerra ingaggiata senza l'avallo delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, e nessuna risoluzione può valere come sanatoria ex post; la guerra era e resta guerra illegale (lo ha ribadito Kofi Annan).
Le giustificazioni addotte per l'azione bellica si sono rivelate prive di fondamento; le armi di distruzione di massa non sono state trovate; i legami di Saddam Hussein con Al Qaeda non sono stati provati, anzi i rapporti dei servizi americani ne hanno smentito l'esistenza.
Il terrorismo, che si voleva contrastare, è, se mai, dilatato e si è incrudelito, fino alla ferocia dei sequestri ed alla barbarie delle esecuzioni.
Gli effetti sulla stabilità del mercato petrolifero mondiale sono stati esattamente opposti a quelli che, più o meno apertamente - infatti, ci si vergognava alquanto di manifestare tale aspetto -, ci si proponeva di produrre, sicché oggi il prezzo del barile tocca record allarmanti per l'economia produttiva mondiale.
Si è trattato di una guerra che non ha solo attentato alla credibilità dell'ONU ma ha, altresì, lacerato l'Europa, mettendo spesso i governi contro i loro popoli e inoculando nell'Unione europea, in un passaggio cruciale quale quello dell'allargamento, il germe della divisione.
Ora, siamo ben consapevoli di trovarci dinanzi ad una fase nuova e non intendiamo sottrarci alle nostre responsabilità; dopo la liberatoria caduta di Saddam, il paese, tuttavia, è precipitato nel caos e nella violenza.
A chi, come il New York Times nell'aprile del 2003, quando si immaginava che la guerra fosse finita, avvertì da subito l'esigenza di mettere in campo, come si suol dire, una strategia di uscita e di disimpegno che evitasse di trasformare l'Iraq in un nuovo Libano, si rispondeva, con sicumera, che le truppe della coalizione sarebbero rimaste sul posto per un decennio.
Anche in questa nuova fase, tuttavia, l'Ulivo e l'opposizione non hanno fatto mancare le proprie proposte; abbiamo sostenuto che la missione italiana dovesse avere (tale fu la nostra tesi) un profilo di pace più forte, più evidente, più autonomo dalla coalizione delle forze di occupazione. Al riguardo, rammento come essa fu presentata in Parlamento come una missione a sostegno dell'installazione di un ospedale da campo mentre si è poi rivelata, invece, la più imponente per numero di soldati dopo quelle americana e inglese.
Abbiamo chiesto una svolta politica forte e visibile; abbiamo chiesto la ricostruzione di un'unità di intenti europea, il passaggio dal comando angloamericano al comando ONU, la sostituzione delle truppe protagoniste della guerra con quelle di paesi non belligeranti ed il coinvolgimento dei paesi arabi.
Ma la svolta non vi è stata ed il contesto politico in cui la nostra missione si è posta - il mandato affidatole - è rimasto vago, inadeguato; per questo motivo, abbiamo chiesto di prevedere il ritiro.
Un ritiro, ministro, che oggi potrebbe e dovrebbe essere inscritto nel quadro di quella svolta, di quella discontinuità affidata alla celebrazione dell'annunciata conferenza internazionale di pace, per la quale chiediamo al Governo di spendersi con convinzione e con energia.
Come notavo dianzi, non ci siamo sottratti alle nostre responsabilità; non lo abbiamo fatto - lei, ministro, lo sa - in occasione delle drammatiche settimane dei sequestri di Simona Pari e di Simona Torretta. Unica occasione, invero, nella quale il Governo abbia mostrato di avvertire l'esigenza di un coinvolgimento reale dell'opposizione.
Consideriamo, dunque, una nuova e preziosa opportunità di pace l'annunciata conferenza internazionale, alla quale dovrà essere assicurata la partecipazione di quanti possono contribuire a realizzare un Iraq democratico, realmente sovrano, unito e in pace con i propri vicini.
Sappiamo che la democrazia è una meta ancora lontana; la situazione sul terreno è fuori controllo. E la democrazia non si produce, come di incanto, con il solo svolgimento delle elezioni. Come mi sembra abbia ricordato ieri Dahrendorf, la democrazia presuppone stabilità, sicurezza, effettività del governo della legge - ovvero Stato di diritto -; sarà un processo lungo cui tutti dovranno contribuire. Ma lo si potrà compiere solo su basi nuove e con altri protagonisti, il che comporta una vera e propria riconversione anche della nostra missione. Un'impresa che non può riuscire se tale processo sarà affidato alle attuali forze di occupazione, divenute ormai, per citare il Financial Times, più parte del problema che parte della soluzione.
Il Governo polacco e lo stesso Rumsfeld hanno già annunciato di voler lasciare l'Iraq quanto prima; gli americani chiedono a gran voce, adesso e finalmente, una internazionalizzazione della questione irachena, e lo stesso ministro Martino ha affermato che presto sarà il premier iracheno a chiedere alle truppe angoloamericane di lasciare il terreno al fine di rafforzare la credibilità delle stesse istituzioni irachene.
Vorrei dirle allora, ministro Frattini - ma senza spirito polemico -, che non è lei che può chiederci, o meglio riconoscerci graziosamente - cito sue parole - «fertili novità nelle analisi del centrosinistra sulla questione irachena», come ha dichiarato qualche settimana fa.
Siamo piuttosto noi - me lo permetta - che rivendichiamo la coerenza delle nostre posizioni e della nostra linea, che vediamo premiata dai vostri ancora troppo parziali ripensamenti. Ci auguriamo che, questa volta, vi predisponiate a riconoscere almeno implicitamente, se non esplicitamente, di non essere stati saggi nel rifiutare non dico le nostre ragioni, ma le ragioni della ragione, della politica e del diritto.
Vede, signor ministro, non ci interessa mettere a verbale un dissenso di mera testimonianza. Ciò che ci preme è non di venire a capo di problemi politici nostri e solo nostri, ma di contribuire, in concreto, al bene del popolo iracheno ed alla pacificazione di quell'area del mondo: questa è l'etica della responsabilità, per quanto possibile e per quanto dipende da noi, poiché sappiamo che è solo una parte, e forse solo una piccola parte.
Questo è ciò che conta e che supremamente ci sta a cuore. Chiediamo, pertanto, che la conferenza di pace faccia finalmente segnare un protagonismo dell'Italia nel riproporre quella svolta che serve non a noi, ma all'Iraq. Occorrono, infatti, un ruolo forte dell'ONU e della comunità internazionale per costruire un nuovo Iraq, la celebrazione di elezioni quanto più possibile trasparenti e democratiche, la sostituzione delle truppe attualmente presenti con forze internazionali, sotto l'egida delle Nazioni Unite, in modo da farle percepire anche all'opinione pubblica irachena come un fattore di pace e di stabilità. Chiediamo, altresì, il coinvolgimento dei paesi arabi e l'avvio di una ricostruzione effettiva del paese.
PRESIDENTE. Onorevole Monaco, concluda!
FRANCESCO MONACO. Ho concluso, signor Presidente.
Dunque, nel chiedere di prevedere il ritiro del nostro contingente, per le ragioni che ho testè illustrato, iscriviamo tale richiesta nel quadro di un auspicato, fattivo impegno del Governo per la buona riuscita della conferenza internazionale di pace (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Misto-socialisti democratici italiani - Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cusumano. Ne ha facoltà.
STEFANO CUSUMANO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei preannunciare da subito, con grande franchezza, che la componente politica Popolari-UDEUR del gruppo Misto non condivide affatto la decisione di discutere la mozione sull'Iraq a pochi giorni dallo svolgimento delle elezioni americane. Non vi è nessun motivo, infatti, che in qualche modo giustifichi questa improvvisa accelerazione, se non il sospetto di voler assecondare le posizioni più radicali.
Nessuno più di noi è convinto che il conflitto in Iraq sia stata una guerra sbagliata e che la dottrina delle guerre preventive si scontra drammaticamente con i principi di libertà e di democrazia di un paese civile, e ci rendiamo ben conto degli orrori mostruosi di un dopoguerra che, di giorno in giorno, sta diventando sempre più tragico; tuttavia, se si vuole veramente aiutare il popolo iracheno a trovare la strada della pace e dello Stato di diritto, proprio tale situazione sconsiglia oggi un ritiro immediato del nostro contingente militare. Lasciare oggi quel paese, alla vigilia di un importante appuntamento elettorale per la sua rinascita democratica, significa, infatti, abbandonarlo ad una sicura guerra civile e consentire al terrorismo, che a parole tutti condanniamo ed affermiamo di voler combattere, di espandersi ulteriormente.
La strada per la pace oggi non passa per il ritorno immediato a casa dei nostri militari, i quali, con grande abnegazione, continuano ad operare in Iraq in aiuto e nell'interesse di quelle popolazioni martoriate dalla guerra e dalle lotte intestine. Essa richiede, invece, uno sforzo poderoso per giungere ad un esito positivo di una conferenza internazionale di pace che veda la partecipazione di tutte le parti interessate e garantisca il regolare svolgimento di libere elezioni, in grado di restituire l'Iraq agli iracheni.
Solo nel quadro di tale appuntamento di pace e di democrazia è possibile pretendere la sostituzione delle truppe di occupazione con forze multinazionali, sotto l'egida dell'ONU, in grado di essere percepite da quelle popolazioni come forze di pace, di assistenza umanitaria e di sostegno per la ricostruzione del paese.
Se la mozione del centrosinistra avesse mantenuto, nel testo, le stesse parole pronunziate dal presidente Prodi, d'intesa con i segretari di partito del centrosinistra, non ci saremmo astenuti. Così non è stato. La coalizione, invece di prevedere - come negli accordi -, il ritiro dei soldati italiani, ha preferito chiudere la mozione, con la richiesta al Governo di disporre il rientro del contingente militare italiano. Da ciò la nostra decisione di votare contro la mozione del Governo e di astenerci, per spirito di coalizione, sulla mozione del centrosinistra.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Mazzuca Poggiolini, alla quale ricordo che ha a disposizione quattro minuti. Ne ha facoltà.
CARLA MAZZUCA POGGIOLINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Movimento dei repubblicani europei sottolinea l'importanza politica della mozione unitaria sull'Iraq, presentata dai partiti della «grande alleanza democratica».
Di fronte all'assommarsi di tragedie e di una finta pace insanguinata, risulta ormai a tutti chiaro che l'errore fu decidere di porre in essere una guerra, a prescindere dalle Nazioni Unite, contro il
parere di tradizionali alleati europei e su basi dimostratesi, poi, infondate. L'America di Bush non volle accettare consigli, neanche quelli di grandi autorità morali e religiose, prima fra tutte il Papa.
Il Governo italiano diede immediato sostegno a tale decisione. Inviò truppe - a scopo umanitario, ovvio, considerati i vincoli della nostra Costituzione -, ma quel che è più grave, lo stesso Governo italiano continuò a manifestare, in ogni sede politica, il proprio avallo alla guerra voluta dagli Stati Uniti. Ed è soprattutto per tale sostegno che Bush non ha mai perso occasione per ringraziare Berlusconi; lo ha fatto proprio per tale appoggio, più che per il duro lavoro del contingente italiano impegnato in quel paese. Ed è con grande rispetto che ringrazio i nostri ragazzi e rendo, ancora una volta, onore ai nostri caduti a Nassiriya ed alle vittime della vigliacca ferocia dei terroristi. Va detto che di questo tragico errore politico e delle sue sanguinose conseguenze il Governo italiano si pone tra coloro che ne sono moralmente complici.
La nostra mozione offre l'indicazione e la motivazione di un percorso che può accelerare i tempi di decisioni pacificatrici. La nostra richiesta di interrompere, a scopo umanitario, bombardamenti che provocano nelle popolazioni irachene sentimenti di rigetto - se non di odio - nei confronti del mondo occidentale, potrebbe costituire un positivo intervento, per ricollocare la politica estera italiana nel binario di un'Europa democratica e pacifica, tradizionale alleata degli Stati Uniti. L'Italia dovrà adoperarsi affinché la conferenza internazionale abbia il coinvolgimento dell'ONU e di tutti i soggetti interessati, ponendo le basi per la progressiva sostituzione delle forze di occupazione con forze multinazionali di pace, creando un netto distacco tra il presente ed il futuro.
Dobbiamo adoperarci, perché è importante che tale conferenza abbia successo e va da sé, come hanno già detto altri colleghi, che il suo primo obiettivo, sin dalla sua costituzione, è quello di sostenere le deboli - ma vive - forze democratiche già esistenti, indispensabili per lo svolgimento di libere elezioni, e la mutazione di sistema in Iraq.
Cosa c'è di demagogico ed irresponsabile, signori della maggioranza, nelle chiare e ragionevoli proposte contenute nella nostra mozione? Irresponsabile è, da parte vostra, continuare imperterriti ad ignorare ogni misura di buonsenso volta a porre fine a questa tragica situazione, per uscire dalla quale gli stessi Bush e Blair - e, naturalmente, Kerry - sono intensamente alla ricerca di nuove strade, pressati dal comune buonsenso e dalle proprie opinioni pubbliche, che chiedono di uscire in tempo da un nuovo Vietnam.
Lealmente, noi abbiamo tracciato un cammino virtuoso, che coniughi significativi gesti di pace ad azioni di sapiente costruzione diplomatica, fino al rientro del nostro contingente.
CARLA MAZZUCA POGGIOLINI. Vogliamo che l'Italia si ricolleghi all'Europa, che riacquisti una forte dignità, che contribuisca ad aiutare gli Stati Uniti ad assumere giuste decisioni ed aiuti il popolo iracheno ad emergere dalla guerra verso un futuro di pace e di benessere che gli è dovuto, che noi tutti gli dobbiamo.
A nome dei repubblicani europei, voterò, quindi, con convinzione la mozione unitaria della «grande alleanza democratica», sottoscritta anche da noi.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Bellillo. Ne ha facoltà.
KATIA BELLILLO. Signor Presidente, noi Comunisti italiani non perdiamo occasione per ricordare che questa è una guerra illegittima ed oggi siamo particolarmente soddisfatti di ritrovarci uniti con tutto il centrosinistra a ribadirlo. Questa, infatti, è una guerra contro ogni trattato di diritto internazionale e, dunque, come autorevolmente affermato dal presidente dell'ONU, illegittima. E io aggiungo: immorale.
Infatti, il vero obiettivo - ormai è palese - era quello di occupare un paese ricco per il petrolio e la presunta esistenza di quell'arsenale di armi di distruzione di massa che aveva costituito il casus belli lungamente dibattuto in sede ONU - ormai lo sanno tutti - è frutto di un'abile operazione di mistificazione dei fatti da parte dell'intelligence angloamericana.
Diciamolo, allora, diciamolo senza cercare giustificazioni: il concetto di guerra preventiva significa fare a pezzettini la legge. È palese che questa è una guerra imperiale, che risponde alle logiche del sistema, un sistema che mette gli interessi del mercato e del profitto al di sopra degli interessi, delle esigenze e dei diritti delle persone in carne ed ossa. Si vuole salvare, infatti, un sistema che permette a pochi di avere tutto o quasi. Poco più di un miliardo di persone consuma l'83 per cento delle risorse di questo mondo ed a quasi 5 miliardi di persone restano le briciole. Questa è una terribile ingiustizia, perché ciò significa morte.
La guerra in Iraq è quella visibile, quella guerra visibile, che invece aggrava la guerra silenziosa che si combatte con mezzi crudeli e terribili da ormai tanto tempo. È una guerra che si combatte contro la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, quella parte della popolazione che ogni anno viene uccisa dalla fame, dalla sete o da malattie che sono meno gravi di un raffreddore.
Gli Stati Uniti vogliono difendere questo sistema e ciò si può fare solo se si è armati fino ai denti. La guerra serve, dunque, a mantenere i privilegi di una parte minima di questo mondo. E se questa parte non avesse tra le mani le armi, le armi atomiche, le armi sofisticate, tutte le armi che ha (queste sì, armi vere!) non potrebbe continuare a vivere come vive. La guerra contro l'Iraq, quindi, bisognava farla. Da quando è iniziata la guerra, gli Stati Uniti hanno speso, in media, 400 miliardi di dollari. La banca mondiale ci dice che con 13 miliardi di dollari si potrebbero risolvere i problemi della fame e della sanità in tutto il mondo per un anno intero.
In questo sistema, che permette a pochi di andare avanti a spese di molti, morti per fame, bruciano così tante energie, così tante risorse, così tanto materiale, che praticamente si sta uccidendo l'ecosistema.
Per questo motivo, occorre interrompere la guerra in Iraq al più presto, perché questa guerra si configura come un atto unilaterale. Per difendere un sistema, si sta portando l'umanità sull'orlo del baratro. Basta con questa guerra, perché la permanenza delle truppe occupanti non permette la conclusione del conflitto, che, anzi, si acuisce con eventi terribili e disumani.
In Europa i principali paesi che non hanno eserciti in Iraq hanno ribadito fortunatamente la volontà di concordare una linea comune. Il ruolo della Spagna e di Zapatero, in questo senso, è stato determinante e il ritiro delle truppe entro gennaio 2005 da parte della Polonia lascia il Governo italiano nel più completo isolamento. Del resto, con la decisione di inviare il nostro esercito, esso si è isolato dalla stragrande maggioranza del popolo italiano, che è per la pace e che rivendica il rispetto dell'articolo 11 della Costituzione.
Allora, è urgente ripristinare le regole costituzionali. I militari italiani devono tornare a casa subito e il Governo deve impegnarsi affinché gli Stati Uniti sospendano i bombardamenti nelle città irachene ed affinché finisca il calvario di tante donne, uomini e bambini che sono innocenti, costretti da dieci anni a subire prima una guerra, poi l'embargo ed ora la guerra da parte di chi vuole appropriarsi delle immense ricchezze del loro paese. Oltre dieci anni di sofferenze e miseria, che hanno inasprito il terrorismo e il fanatismo religioso.
Con questa occupazione, ormai, si è allargato in modo drammatico il solco con tanta parte delle popolazioni dei paesi arabi. Allora, è urgente, come per la liberazione di Torretta e Pari, lavorare insieme, uniti e di corsa, e continuare sulla strada del dialogo e della trattativa con il mondo arabo e islamico e ridare all'Italia
la giusta collocazione in Europa, quella collocazione che spetta al popolo italiano.
Insieme ai paesi impegnati a far uscire il mondo dalla spirale della violenza, l'Italia deve impegnarsi affinché venga convocata una conferenza internazionale di pace sull'Iraq che, come ha proposto a nome del Governo francese il ministro degli esteri Barnier, preveda, oltre al ritiro delle truppe occupanti, un nuovo ruolo dell'ONU, capace di offrire finalmente potere alle persone che questo potere non hanno per riconquistare i loro diritti, per la giustizia sociale e per dare potere a chi, purtroppo, oggi ne è privo (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Antonio Leone. Ne ha facoltà.
ANTONIO LEONE. La situazione politica e militare in Iraq è a un passaggio ormai decisivo per la pacificazione e la rinascita di questo sfortunato paese, che ha subito una lunga e feroce dittatura e che ha causato alla popolazione innumerevoli lotte e sciagure. Punto di svolta fondamentale è stata sicuramente la risoluzione n. 1546 approvata all'unanimità l'8 giugno 2004 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che invita la comunità internazionale a sostenere gli sforzi del Governo provvisorio iracheno per la costruzione di un Iraq democratico e, con l'assistenza ovviamente delle Nazioni Unite, per la formazione di istituzioni rappresentative.
La risoluzione dell'ONU ha fornito una ulteriore ed assolutamente incontestabile legittimazione al Governo provvisorio iracheno e deve sgombrare il campo dalle illazioni di coloro che continuano a mettere in dubbio la legittimità, sotto il profilo del diritto internazionale, dell'attuale status giuridico del Governo Allawi.
L'Italia, in vista sia della conferenza internazionale dell'Iraq organizzata per la fine di novembre su richiesta del Governo Allawi, sia e soprattutto delle libere elezioni previste nel gennaio 2005, deve continuare a contribuire ad assicurare un adeguato grado di sicurezza in Iraq al fine di far fallire i tentativi di tutte le forze fondamentaliste contrarie alla rinascita democratica di gettare il paese mesopotamico nel caos della guerra civile. Sono pertanto del tutto irrealistiche e soprattutto controproducenti le richieste del centrosinistra, che si ostina a volere il ritiro del nostro contingente. Questa linea, che ormai è prevalente nella cosiddetta «grande alleanza democratica», è chiaramente irresponsabile in quanto, qualora venisse meno l'impegno delle forze della coalizione al mantenimento della sicurezza di quel paese, assisteremmo ad un caos terribile ed allo scatenarsi della guerra civile che apporterebbe ulteriori lutti all'Iraq, che diventerebbe sicuramente una base pericolosissima del terrorismo islamico di stampo fondamentalista.
È chiaro che nessuna persona ragionevole può augurarsi una totale destabilizzazione dell'Iraq ed è quindi in totale malafede che vengono sostenute ipotesi irrealistiche e controproducenti di ritiro immediato del nostro e di altri contingenti militari senza che siano pronte le reali alternative.
Tutti dovremmo sapere, infatti, che ora e subito non sono disponibili forze militari di paesi arabi o, comunque, musulmani in grado di sostituire nei compiti di sicurezza l'attuale contingente alleato.
Con la mozione dei gruppi della Casa delle libertà si intende sostenere con forza la linea saggia e prudente del Governo, diretta a contribuire in modo concreto alla rinascita democratica del paese mesopotamico, assicurando lo svolgimento di libere elezioni che porteranno alla costituzione di un Governo fondato su una salda legittimazione democratica.
Si tratta di un cammino difficile, anche perché sono molto forti e violente le forze del fondamentalismo islamico che vorrebbero sbarrare la strada a questo processo democratico. Sono convinto che gli attacchi sanguinosi rivolti soprattutto, e non a caso, contro le nascenti nuove forze armate e di polizia irachene si intensificaranno con l'approssimarsi delle libere elezioni di gennaio. Occorrerà avere i nervi
saldi e continuare a contribuire con fermezza all'opera di nation building attualmente in corso in quel paese, sia pure tra mille difficoltà ed al prezzo dello spargimento di tanto sangue innocente per colpa di un terrorismo assassino.
Siamo profondamente convinti dell'assoluta necessità di rafforzare il coinvolgimento dei paesi arabi nel progetto di rinascita dell'Iraq. Tali paesi sono, evidentemente, i primi interessati ad un'effettiva stabilizzazione e ad un rafforzamento della sicurezza interna del paese del Tigri e dell'Eufrate.
È evidente che, superato il passaggio cruciale delle elezioni ed a seguito del rafforzamento che tutti auspichiamo delle capacità militari delle forze di sicurezza irachene, si potrà pensare, d'intesa con il futuro Governo iracheno, ad una riduzione progressiva dell'impegno delle forze multinazionali. Tuttavia, tale riduzione deve essere effettuata in modi ed in tempi tali da non mettere a rischio l'opera faticosa, costata tanti sacrifici in vite umane, portata avanti fino ad oggi per dare finalmente all'Iraq istituzioni democratiche fondate su libere elezioni.
Il nostro paese, per la propria posizione geografica, ha un interesse del tutto particolare alla stabilizzazione del Medio Oriente, di cui l'Iraq rappresenta un elemento fondamentale. Per tale motivo siamo in quel paese con una forza militare di pace e per tale ragione dobbiamo portare fino in fondo la nostra missione.
È evidente, comunque, che non appena i risultati in termini di stabilizzazione saranno significativi si potrà iniziare anche la graduale riduzione dell'impegno del nostro contingente, ma non certo prima di avere conseguito la certezza di una duratura pacificazione del paese mesopotamico. Non dobbiamo, come irresponsabilmente vorrebbe il centrosinistra, mettere a rischio l'opera faticosa e rischiosa finora portata avanti con decisioni intempestive e precipitose.
Per tali ragioni, appoggiamo in pieno l'azione che il Governo ha portato avanti fino a questo momento e lo invitiamo a proseguire sulla linea delineata dalla risoluzione n. 1546 delle Nazioni Unite fino ad ottenere una chiara stabilizzazione dell'Iraq in un quadro sicuramente democratico.
Il Governo ha fatto la sua parte, il Parlamento ha fatto la sua parte, l'Italia ha fatto la sua parte. Se mettiamo al bando le parole e la demagogia dovremmo far sì che, una volta per tutte, siano condivisi tre principi fondamentali che dovrebbero avere uguale significato per tutti, in quest'aula e fuori da quest'aula: la libertà, la sicurezza, la democrazia (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia - Congratulazioni).
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.
![]() |
![]() |
![]() |