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PRESIDENTE. Ricordo che nella seduta di questa mattina sono stati votati, da ultimo, gli identici subemendamenti Moroni 0.34.200.8 e Realacci 0.34.200.17.
Passiamo dunque alla votazione del subemendamento Realacci 0.34.200.16.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Fontanini. Ne ha facoltà.
PIETRO FONTANINI. Signor Presidente, questo subemendamento, che riguarda il settore della produzione energetica, proposto dalla sinistra, non può che ricevere una valutazione negativa da parte nostra, perché riteniamo che già nel testo a firma dei capigruppo della maggioranza tale materia sia stata disciplinata in maniera molto chiara ed esauriente. Con questo subemendamento si continuano a creare, forse, quella confusione e quegli equivoci che hanno provocato molti ricorsi alla Corte costituzionale.
Il nostro emendamento invece, stabilisce chiaramente - in quanto già parte di un subemendamento che ha definito la produzione strategica - le competenze dello Stato rispetto alle quelle delle regioni.
L'onorevole Realacci ed altri colleghi vogliono riportare in capo alla competenza regionale una materia che, ripeto, ha già creato molto contenzioso a livello costituzionale,
determinando anche problemi per la gestione degli impianti e la produzione dell'energia.
Abbiamo dovuto legiferare sul punto, per superare il rischio di un ulteriore black out energetico, dando la possibilità allo Stato di definire sul territorio nazionale gli ambiti ed i siti degli impianti industriali per la produzione di energia. Pertanto, su tale subemendamento non possiamo esprimere una posizione favorevole ed invitiamo l'Assemblea a confermare il giudizio del relatore.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Carrara. Ne ha facoltà.
NUCCIO CARRARA. Signor Presidente, intervengo affinché sia chiaro ciò che vuole fare la maggioranza ed anche per indurre i colleghi a non polemizzare inutilmente anche quando noi siamo d'accordo.
In materia di energia, la Costituzione vigente prevede, al comma 3 dell'articolo 117, che essa rientri tra quelle concorrenti. Ciò, per intenderci, ha già creato notevoli difficoltà, che vorrei esemplificare, affinché si capisca meglio, in riferimento a ciò che in astratto potrebbe capitare, ad esempio, in Sicilia e, in particolare, nella mia provincia, che produce energia per il resto d'Italia.
Se l'energia rimanesse, con riferimento alle norme di dettaglio, di competenza delle regioni, si potrebbe anche verificare, per ipotesi, che l'assemblea regionale decidesse di far funzionare la centrale a giorni alterni per rifornire di energia il resto della nazione. Ciò mi sembra assurdo, anche se, forse, nei fatti, questo non potrebbe mai verificarsi.
Siccome abbiamo il dovere di scrivere una Costituzione chiara, che definisca bene gli ambiti di competenza e che prevenga il contenzioso che può nascere presso la Corte costituzionale tra regioni e Stato o anche tra regioni ed enti locali, abbiamo utilizzato una formulazione in linea con lo spirito ed il principio della sussidiarietà.
Pertanto, quando la produzione e il trasporto dell'energia assumono una funzione strategica nazionale, la materia ricade nella competenza esclusiva dello Stato. Però, dobbiamo anche prevedere che le regioni - se lo vogliono - possano avere una loro disciplina regionale e, quindi, intervenire sulla materia, ovviamente nell'ambito territoriale regionale e nell'ambito degli interessi regionali.
Fare riferimento - come si prevede in questo emendamento - alla localizzazione sul territorio è un fuor d'opera, perché già la gestione del territorio è nella disponibilità delle regioni. E non si può prefigurare, secondo il nostro testo, una prevaricazione da parte dello Stato nei confronti delle regioni. Infatti, poiché abbiamo previsto un equilibrio tra le istituzioni, è sin troppo ovvio che lo Stato, quando in futuro vorrà legiferare sull'argomento, dovrà tenere in conto le ragioni delle regioni ed anche - perché no? - le ragioni delle autonomie locali.
Spero che questi chiarimenti siano stati sufficienti e che il subemendamento in esame venga ritirato. Va da sé che non possiamo rinunciare al nostro compito di approvare leggi ben scritte, equilibrate, che vadano nel senso dell'interesse di tutto il popolo italiano.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sul subemendamento Realacci 0.34.200.16, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti e Votanti 387
Maggioranza 194
Hanno votato sì 175
Hanno votato no 212).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sul subemendamento
Moroni 0.34.200.9, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 383
Votanti 379
Astenuti 4
Maggioranza 190
Hanno votato sì 9
Hanno votato no 370).
Passiamo alla votazione del subemendamento Pinza 0.34.200.29.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tabacci. Ne ha facoltà.
BRUNO TABACCI. Signor Presidente, con il subemendamento in esame, i colleghi Pinza - il cui intervento avrei ascoltato volentieri - Bressa, Maccanico e Leoni sostengono che, in materia di casse di risparmio e di altri istituti di credito definiti di carattere regionale, ci si sia sbagliati nel delineare in passato l'articolo 117. In altri termini, avere inserito tali materie tra quelle di competenza concorrente è stato un errore.
Dall'esame degli emendamenti presentati dai diversi colleghi emerge che, per quanto riguarda l'articolo 117 della Costituzione, il centrosinistra ha sbagliato sulle professioni, sugli istituti di credito, sull'energia, sulle grandi reti di trasporto, sull'ordinamento della comunicazione e su quello sportivo. Questo significa, onorevole Bressa, che era corretto incidere profondamente su quell'articolo 117 che, in verità, ha originato contrasti di tutta evidenza tra le diverse istituzioni dello Stato...
GIANCLAUDIO BRESSA. La ascolto con molta attenzione, onorevole Tabacci!
BRUNO TABACCI. Così come l'onorevole Bressa fatica a riconoscere ciò, i colleghi della maggioranza in questo caso sono andati oltre quello che era necessario fare. Infatti, i colleghi della maggioranza propongono un testo che persegue una finalità esclusivamente lessicale.
Si sopprimono le casse di risparmio, le casse rurali, le aziende di credito a carattere regionale e gli enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale, distinguendo esclusivamente istituti di credito a carattere regionale. Occorre però ricordare - e dispiace che non sia presente il ministro perché so che è stato un estremo difensore di tale impostazione - che questa figura non esiste più.
Pertanto, cosa vogliamo scrivere? È vero che il centrosinistra nel corso della passata legislatura recuperò il cosiddetto emendamento Codignola, che, predisposto dalla Commissione dei 75, non ebbe poi fortuna in Assemblea costituente e fu infine ritirato.
Adesso il ministro Calderoli, insistendo su tale impostazione, rischia di determinare elementi di grande contraddittorietà. Infatti, questa materia, come è noto, è oggetto della competenza esclusiva dello Stato, laddove al comma 2, lettera e) dell'articolo 117, prevede che la tutela del risparmio e dei mercati finanziari rientra nell'ambito della competenza esclusiva dello Stato.
Che senso ha allora determinare una riserva in termini di concorrenza in capo alle regioni su questa materia così delicata? Che senso ha se le casse di risparmio non esistono più, così come le casse rurali e le cosiddette popolari cooperative? Che senso ha, se esistono solo le banche, o meglio i gruppi bancari, anche con riferimento agli istituti di minore dimensione, quali le banche di credito cooperativo, che sono da ritenersi tutti soggetti tenuti a muoversi entro un unico schema e quindi in grado di esercitare il credito, raccogliere il risparmio in ogni forma, fornire servizi correlati, in modo da essere considerate vere e proprie imprese del settore finanziario? Infatti, i loro statuti non sono diversi da quelli di società per azioni. Che senso ha immaginare una riserva in termini di concorrenza su questo punto?
Mi sembra pertanto che il subemendamento predisposto dai colleghi Pinza,
Bressa, Maccanico e Leoni potrebbe essere opportunamente accolto perché evidenzia una semplificazione.
Questa è una materia di competenza nazionale: il fatto di trasferirla nell'ambito della legislazione concorrente determina esclusivamente una grande confusione. Ed è così evidente che, come ricorderanno i colleghi, quando il Parlamento tentò di cimentarsi con il tema delle fondazioni bancarie, le regioni presentarono una serie di ricorsi dinanzi la Corte costituzionale.
Ciò significa che sulla base della legge costituzionale del 2001 le regioni hanno ritenuto che questa fosse divenuta una loro competenza, il che è profondamente sbagliato.
L'invito dunque che rivolgo all'Assemblea è quello di esprimere, ed io lo farò, un voto favorevole su questo subemendamento a firma Pinza, Bressa, Maccanico e Leoni. Mi dispiace soltanto che sia stato io ad illustrarlo, perché avrei gradito invece che a farlo fosse l'onorevole Bressa, perché con tale atto avrebbe riconosciuto che il «suo» articolo 117 è profondamente modificato, come ormai si evince dai lavori di questi due giorni (Applausi di deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Carrara. Ne ha facoltà.
NUCCIO CARRARA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi rendo conto che le argomentazioni dell'onorevole Tabacci possano apparire non prive di fondamento e mi rendo conto anche che è particolarmente difficile comprendere il testo che vogliamo approvare se non si è stati addentro tutto ciò che è avvenuto per giungere al risultato finale. Dunque, mi permetto sommessamente di spiegare come sia stato impiantato l'articolo 117 nella riforma del Titolo V firmata dall'Ulivo e come sia stato modificato l'impianto rispetto all'articolo 117 della Costituzione del 1948.
Nella Costituzione del 1948 tutto era molto semplice: tutte le competenze, per qualsiasi materia, erano dello Stato. Lo Stato, poi, comunque riservandosi di determinare i principi fondamentali, devolveva alcune materie alle regioni: non vi era il problema delle materie residuali.
L'impianto era già stato stravolto con le leggi Bassanini, ed ora lo schema è completamente diverso: lo Stato è titolare di competenza esclusiva solo in alcune materie espressamente elencate nel comma 2 del vigente articolo 117; le regioni possono emanare norme di dettaglio per altre materie, esplicitate nel comma 3 dello stesso articolo, per le quali lo Stato definisce i principi fondamentali. Nel comma 4 si dice che tutte le materie non espressamente previste diventano di competenza esclusiva delle regioni. Dunque, si è inventata una competenza esclusiva mascherata, criptata. Ad una prima superficiale lettura potrebbe sembrare, invece, che alcune materie sono dello Stato ed altre sono delle regioni: non è così! Si è inventata una figura anomala - la materia residuale - di esclusiva competenza delle regioni.
Se utilizziamo tale quadro per capire il subemendamento in esame, si vedrà con facilità che lo sforzo della maggioranza è stato quello, anche in materia energetica, di far valere il principio di sussidiarietà in funzione del quale lo Stato potrà fare quello che gli altri soggetti costitutivi della Repubblica non possono fare. Mi pare fin troppo ovvio che una regione, anche grande e ricca, non possa farsi carico della produzione e del trasporto strategico dell'energia su tutto il territorio nazionale, andando oltre gli ambiti regionali.
PRESIDENTE. Onorevole Carrara, dovrebbe concludere...
NUCCIO CARRARA. In funzione di tale principio - e concludo - bisogna esplicitare cosa rientra nelle competenze esclusive dello Stato e cosa rientra anche nelle materie concorrenti. Infatti, se in tali materie non facessimo riferimento all'energia di ambito regionale, in maniera assurda diventerebbe competenza esclusiva delle regioni una materia che non può essere loro attribuita.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sul subemendamento Pinza 0.34.200.29, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
PIERO RUZZANTE. Presidente...
RENZO INNOCENTI. Ci sono un sacco di doppi voti!
FRANCESCO GIORDANO. Paolone...!
PRESIDENTE. Calma, colleghi... Il Presidente lo faccio io! Un conto è avvertire...
Invito i deputati segretari a disporre il controllo delle tessere di votazione (I deputati segretari ottemperano all'invito del Presidente).
DANIELE FRANZ. Guarda Soda!
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, non chiuderò la votazione finché i deputati segretari non saranno tornati ai loro posti.
Onorevole Peretti...
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 373
Votanti 370
Astenuti 3
Maggioranza 186
Hanno votato sì 165
Hanno votato no 205).
Prendo atto che l'onorevole Buontempo non è riuscito ad esprimere il proprio voto.
Avverto che il subemendamento Bressa 0.34.200.30 è stato ritirato.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Elio Vito 34.200.
Ricordo che, a seguito dell'approvazione dell'emendamento Elio Vito 32.201, come subemendato, il testo dell'emendamento Elio Vito 34.200 deve intendersi riformulato nel senso di espungerne il comma 3-ter, che risulta già inserito nel testo dell'articolo 117 della Costituzione, proprio in virtù dell'approvazione della parte conseguenziale contenuta nell'emendamento Elio Vito 32.201.
Avverto, altresì, che in caso di approvazione dell'emendamento Elio Vito 34.200, gli ulteriori emendamenti relativi ai commi 2 e 3 dell'articolo in esame saranno assorbiti, ovvero preclusi.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bindi. Ne ha facoltà.
ROSY BINDI. Signor Presidente, voteremo contro questo emendamento, perché riteniamo che esso presenti tutte le contraddizioni della modifica della Carta costituzionale avviata da questa maggioranza e da questo Governo.
La motivazione dell'articolo in esame è stata più volte esplicitata in quest'aula da alcuni esponenti della maggioranza, in particolare recentemente anche dall'onorevole Tabacci. L'obiettivo principale è quello di correggere la riforma del Titolo V approvata nella passata legislatura: una riforma che si accusa essere stata frettolosa, approvata soltanto a maggioranza e caratterizzata da molte contraddizioni. La maggioranza, con questo emendamento, si accingerebbe a modificare quella riforma sbagliata e a correggerla.
Noi non nascondiamo che la riforma fatta da noi fosse perfettibile, ancorché riproducesse pienamente ciò che era stato approvato in sede di Bicamerale e avesse, al contrario di questa, il favore delle regioni e delle autonomie locali. Noi stessi abbiamo ritenuto incompleta quella riforma e abbiamo anche dichiarato di doverla correggere in alcuni aspetti, e non nascondiamo che qualcosa sia anche contenuto in questo emendamento. Ma se così fosse, per quale motivo si usa tale emendamento, che presenta anche degli aspetti positivi, per stravolgere di fatto la forma di Stato nel nostro paese?
Perché di questo si tratta: si correggono alcune imperfezioni dell'attuale Titolo V della Costituzione per introdurre elementi di contraddizione davvero molto pesanti. Infatti, l'articolo 117, così modificato, accentuerà le imperfezioni e le contraddizioni
della riforma precedente e non impedirà la realizzazione della devoluzione voluta dalla Lega in materia sanitaria e in tema di istruzione e di scuola.
Con questo emendamento si vorrebbe far credere di aver corretto le contraddizioni relative ai temi della salute, della sanità e dell'istruzione; soprattutto perché, nel comma 3-bis, si introduce la lettera m-bis), che attribuisce competenza esclusiva allo Stato in materia di tutela della salute, sicurezza e qualità alimentare.
Abbiamo già fatto notare, in sede di discussione sulle linee generali e di esame degli emendamenti, che la soluzione del problema non sta nel reintrodurre nella competenza esclusiva dello Stato le norme generali sulla tutela della salute - che peraltro sono già contenute nell'articolo 32 della Costituzione e che, comunque, sono assorbibili da un'altra competenza esclusiva dello Stato, che è quella dell'individuazione dei livelli essenziali di assistenza -, ma nell'eliminare la competenza esclusiva in materia di assistenza e organizzazione sanitaria, contenuta nel successivo articolo e da voi introdotta come l'emblema della divisione dello Stato, voluta fortemente dalla Lega e assecondata da questa maggioranza e dal Governo.
Infatti, se resterà la competenza esclusiva e non saranno approvati i nostri emendamenti per quanto riguarda le competenze della regione in materia di assistenza e di organizzazione sanitaria, a nulla varrà l'introduzione della lettera m-bis) se non a creare ulteriori confusioni e un ulteriore blocco in una materia che, al contrario, ha un estremo bisogno di chiarezza.
Come affermavo in precedenza, risulta pleonastico far riferimento ad una competenza esclusiva in materia di tutela della salute, a fronte del fatto che è prevista una competenza esclusiva per quanto riguarda i livelli essenziali di assistenza, e non risolve sicuramente il problema il fatto che le regioni, avendo competenza esclusiva non solo in materia di organizzazione sanitaria così come previsto dall'attuale Titolo V, ma anche in materia di assistenza e organizzazione sanitaria, acquisiscono la possibilità della scelta di norme e di principi di sistema.
Dunque, una regione non sarà soltanto autonoma nella determinazione - da noi voluta e ritenuta giusta - dell'organizzazione del proprio sistema sanitario, ma avrà competenza esclusiva nella individuazione dei principi di sistema; in altre parole, una regione potrà tranquillamente trasformare le norme e i principi del Servizio sanitario nazionale - quale servizio universalistico, globale ed equo - nel senso di un sistema assicurativo, senza che questo possa confliggere con la competenza esclusiva in materia di tutela della salute.
Noi ci opponiamo a ciò, in quanto riteniamo che, con il cambiamento della forma di Stato, si incida sui diritti fondamentali della persona. Faccio presente che l'articolo 32 della Costituzione parla della salute quale diritto fondamentale della persona e interesse della comunità; terminologia usata raramente nella Costituzione in quegli articoli che riguardano la regolazione dei rapporti.
È, quindi, evidente che l'approvazione di questo emendamento comporterà in futuro uno stato confusionale per la nostra Repubblica, ma soprattutto la modificazione dei diritti di cittadinanza e delle libertà fondamentali dei cittadini. Aggiungiamo che la formulazione scaturita dall'esame presso la I Commissione della Camera dei deputati parlava soltanto di tutela della salute. L'emendamento presentato dalla maggioranza, invece, parla di «tutela della salute, sicurezza e qualità alimentari», riproducendo una dizione contenuta in alcuni atti dell'Unione europea, volti ad assegnare alla Comunità materie che riguardano la salute e la sicurezza alimentare. Come tale, questa dizione è assolutamente restrittiva, anche nei confronti di quella che era la formulazione della I Commissione.
Noi intendiamo suonare un campanello di allarme, riferendoci soprattutto a quei colleghi della maggioranza ancora convinti - come dicono nei corridoi - di aver gabbato la Lega. Ma la Lega, in questa
maniera, non è stata gabbata da tale dizione, perché in realtà chi sarà chiamato ad interpretare questa norma vi individuerà la salute e la sicurezza alimentari, non la tutela e la salute dei cittadini, come diritto fondamentale dell'individuo, del suo stato di benessere e delle conseguenti forme di finanziamento, di princìpi e di organizzazione.
Quindi, innanzitutto sottolineiamo al presidente della I Commissione e relatore di questo disegno di legge, onorevole Bruno, che questa dizione è ambigua ed equivoca e sarà fonte di ulteriore e maggiore confusione. Chiediamo quindi che resti agli atti che la tutela della salute è autonoma - in questa dizione - rispetto a sicurezza e qualità alimentari; chiediamo assicurazione sul fatto che si tratta di due materie distinte, tra di loro non direttamente collegate. Altrimenti, vorrà dire che la competenza esclusiva dello Stato, prevista in questa modifica della Costituzione, servirà soltanto a creare maggiore confusione tra le competenze del Ministero delle politiche agricole e forestali e quelle del Ministero della salute, compromettendo però definitivamente il diritto fondamentale alla salute dei cittadini italiani.
Chiediamo al presidente della I Commissione innanzitutto di fare chiarezza e di esprimersi su questo punto. Naturalmente, confermiamo il voto contrario del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo proprio per questi motivi, visto che riteniamo tale modifica rischiosa per i diritti e per le libertà dei cittadini.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pacini. Ne ha facoltà.
MARCELLO PACINI. Signor Presidente, desidero commentare brevemente questo emendamento, dichiarando subito il mio assenso convinto, talmente convinto che prego gli uffici di prendere atto che intendo ritirare gli emendamenti a mia firma 34.106, 34.107, 34.101, 34.102 e 34.103.
Di questo emendamento apprezzo la maggiore chiarezza e trasparenza dell'impianto nonché la maggiore sofisticazione introdotta nei livelli di governo, che permetterà un'utilizzazione più efficace del principio di sussidiarietà, nella ricerca del miglior livello di governo possibile per affrontare i vari problemi. Peraltro, nell'esame di questo emendamento, ho riscontrato un problema che vorrei segnalare al ministro, al relatore e ai colleghi. Mi riferisco alla correlazione con l'articolo 70 della Costituzione, che regola la formazione delle leggi.
Ricordo a tutti che l'articolo 70 prevede tre tipi di leggi: le leggi monocamerali di competenza della Camera politica, vale a dire di questa Camera; le leggi monocamerali di competenza del Senato federale, che si distingue dalla Camera politica in quanto finalizzato a rappresentare prevalentemente gli interessi territoriali; infine, le leggi bicamerali. Da un'analisi della correlazione esistente fra l'articolo 117 e tali tipologie di leggi, emerge un generale parallelismo, per cui le materie elencate nel secondo comma dell'articolo 117 sono disciplinate con legge monocamerale della Camera politica, le materie di legislazione concorrente sono regolate, prevalentemente e utilmente, con leggi monocamerali del Senato e le materie da regolare con leggi bicamerali sono indicate in modo preciso e puntuale.
Proprio sulla base di tale parallelismo intendo affrontare il problema, di cui si è discusso nella seduta di ieri, della ricerca scientifica. A proposito di quest'ultima, che, come è noto, non costituisce soltanto una questione economica ma implica anche dilemmi etici, mi sono chiesto - e pongo il problema ai colleghi - quale tipo di legge debba regolare e risolvere tali dilemmi etici. Ritengo che la maggioranza di questa Assemblea sia contraria a un laissez faire, a un laissez innover senza problemi, in cui lo Stato sia neutrale e permetta qualunque cosa. Al contrario, sono sicuro, per quanto riguarda la maggioranza, che si dia molta importanza ai paletti, ai limiti, ai confini e alla regolamentazione che soltanto lo Stato può adottare per amministrare al meglio la
ricerca scientifica, pur nel rispetto, naturalmente, della libertà dei ricercatori.
Siamo divisi sul problema della ricerca sulle cellule staminali. Che dire, poi, del problema della clonazione umana? Si pongono nell'ambito della ricerca, man mano che essa matura e progredisce, dilemmi etici che debbono essere risolti. Il testo dell'articolo 117, risultante dall'approvazione dell'emendamento in esame, lascerebbe la soluzione di tali dilemmi etici alla competenza delle leggi monocamerali del Senato.
Pongo, a me stesso e a tutti voi, una domanda: siamo sicuri che sia il Senato federale, la Camera che rappresenta le regioni e che dovrà necessariamente fare attenzione ai concreti interessi...
PRESIDENTE. Onorevole Pacini, la prego di concludere.
MARCELLO PACINI. Mi avvio alla conclusione, signor Presidente, abbia pazienza.
PRESIDENTE. Onorevole Pacini, ogni volta che parla mi chiede pazienza! Lei, abbia pazienza!
MARCELLO PACINI. Ritengo che si debba riuscire a dare la possibilità a questa Camera di riappropriarsi della competenza a decidere i conflitti etici...
PRESIDENTE. Onorevole Pacini, la prego di concludere.
MARCELLO PACINI. ...o che, quanto meno, la materia sia regolata con legge bicamerale. Sottopongo tale questione all'attenzione della Commissione, perché se fosse stato accolto l'emendamento a mia firma il problema non sussisterebbe.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Carrara. Ne ha facoltà.
NUCCIO CARRARA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo giunti a un punto estremamente importante del nostro dibattito.
L'emendamento in esame, presentato dalla maggioranza, è volto a riequilibrare l'attuale dettato costituzionale - se l'onorevole Violante avesse la bontà di ascoltarmi - e a produrre un sicuro risparmio per le casse dello Stato e per il contribuente.
Perché dico questo? Perché i 61 miliardi di costo fin qui realizzatosi per l'attuazione delle leggi Bassanini e per l'attuazione del Titolo V della Costituzione vigente, di cui parla il tanto citato studio dell'ISAE, potrebbero non crescere più e, se non crescessero di quel 40 per cento previsto dallo stesso studio dell'ISAE, si potrebbero risparmiare oltre 24 miliardi di euro, perché quello studio tante volte citato afferma che, da quando è partita la devoluzione di stampo federalista - all'epoca mi ricordo la sinistra parlava di federalismo a Costituzione vigente, poi modificò la Costituzione per parlare di federalismo tout court -, quei costi noi li potremmo tamponare dopo aver messo ordine nel comma 2 e nel comma 3 dell'articolo 117, perché sia le leggi Bassanini sia la riforma del Titolo V hanno creato delle condizioni insostenibili, in quanto hanno duplicato le burocrazie! L'intenzione era quella di alleggerire le burocrazie statali e trasferire personale dallo Stato alle regioni, ma ciò non si è realizzato; si è attuata invece una semplice sovrapposizione. Avendo noi razionalizzato il meccanismo, perché tutto ciò che può e deve fare lo Stato è stato riportato allo Stato e tutto ciò che possono e devono fare le regioni è stato demandato alle regioni, pensiamo realisticamente di aver creato le condizioni per un sicuro futuro risparmio e per un tamponamento degli effetti e dei costi del Titolo V vigente della Costituzione.
En passant, vorrei ricordare all'onorevole Bindi che nell'attuale testo costituzionale si parla di tutela della salute come materia concorrente per la quale lo Stato definisce i principi. Noi abbiamo fatto chiarezza, perché le regioni si occuperanno di ciò che potranno fare, come vedremo dopo, mentre la tutela della salute - che è un concetto molto più ampio
di quello di sanità - va demandata inevitabilmente allo Stato, perché richiede di essere governata dal centro, dal momento che coinvolge tutti i cittadini d'Italia. Quindi, oggi - come vedremo nel prosieguo del dibattito - non possiamo essere accusati di voler mettere disordine in questa materia!
Le grandi reti di trasporto oggi rientrano tra le materie concorrenti: come a dire che le regioni dovrebbero normare nel dettaglio una materia che, anche geograficamente, esula dai loro confini! Gli ordini professionali, l'energia - ne l'abbiamo già discusso - l'ordinamento sportivo (come è giusto che sia) vengono ricondotti allo Stato. Da questa chiarezza noi siamo convinti che deriverà un enorme risparmio per lo Stato (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Perrotta. Ne ha facoltà.
ALDO PERROTTA. Signor Presidente, a dire la verità, fino ad ora noi abbiamo fatto un ragionamento un po' strano: su ogni emendamento, la sinistra parla e ci attacca su tutto! Questo è un emendamento della maggioranza che viene presentato dopo che sono state sentite le organizzazioni sindacali, la Confindustria e tutte le organizzazioni collaterali...
FRANCESCO GIORDANO. E sono tutti contenti!
ALDO PERROTTA. Ebbene, che cosa avremmo fatto di strano? A sentire voi, con questo emendamento e con quello precedente, avremmo ridotto l'Italia a brandelli. Secondo voi, non si sa quanto si spende.
Ebbene, lo vogliamo far sentire a chi ci ascolta cosa abbiamo fatto? Come voi sapete, noi, rispetto al secondo comma dell'articolo 117 della Costituzione, che regola le materie di competenza esclusiva, abbiamo posto accanto alla tutela del risparmio le parole «del credito». Ebbene, abbiamo sbagliato? Non credo! Non ce lo potete contestare. Poi abbiamo aggiunto le norme generali sulla sicurezza e qualità alimentari: abbiamo sbagliato? Non mi sembra! Poi abbiamo detto che sono di competenza esclusiva dello Stato le grandi reti strategiche.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tabacci. Ne ha facoltà.
BRUNO TABACCI. Signor Presidente, vorrei brevemente dichiarare la mia adesione a questo emendamento e, nel contempo, annunciare il ritiro del mio emendamento 34.122, che conteneva, alle lettere t), u), v) e z), norme sulle grandi e strategiche reti di trasporto, ordinamento della comunicazione, ordinamento delle professioni, produzione, trasporto e distribuzione nazionale di energia.
L'unico rammarico riguarda il fatto che alla lettera e) avrebbe dovuto essere espunta la parte riferita all'energia, che rischia di dare adito a qualche confusione; per il resto - ed ho concluso - mi pare che si debba riconoscere, dandone atto anche alla Lega, una ragionevolezza oggettiva, perché è questo quello che emerge.
Rispetto al testo del Senato, sono stati compiuti dei passi avanti assolutamente importanti. Siamo di fronte ad una devoluzione ragionevole che avviene all'interno di una statualità rafforzata. Di questo bisogna dare atto, perché il lavoro compiuto dall'onorevole Bruno e dai suoi collaboratori è stato molto efficace.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Lo Presti. Ne ha facoltà.
ANTONINO LO PRESTI. Signor Presidente, mi limito ad un breve intervento per sottolineare l'importanza dell'emendamento che ci accingiamo a votare e che si colloca nel più ampio contesto di razionalizzazione normativa della Costituzione, di quella Costituzione riformata in peius dal centrosinistra nella scorsa legislatura.
Con questo emendamento, onorevoli colleghi, riportiamo nell'ambito della competenza
statale, fra le altre, una materia che riguarda un settore economico e produttivo strategico per la nostra economia, avventatamente e irrazionalmente devoluto dall'imprudente riforma da voi varata nella scorsa legislatura alla competenza concorrente delle regioni. Si tratta della concorrenza a legiferare sulle professioni intellettuali, che rappresentano il 7 per cento del prodotto interno lordo del nostro paese, e contano oltre un milione e 700 mila professionisti, con un indotto che arriva anche a tre milioni di persone.
Nel 2001, pochi si resero conto dell'errore che si stava commettendo, devolvendo alle regioni competenze legislative su questa materia. Noi fummo isolati nel sostenere l'irrazionalità di tale scelta, che avrebbe creato un caos normativo senza precedenti in un settore fondamentale per la sicurezza e l'economia del nostro paese.
I fatti ci hanno dato ragione, tant'è vero che oggi autorevoli esponenti dell'Ulivo hanno cambiato opinione e concordano sulla necessità di fare marcia indietro su questo argomento, non fosse altro che per scongiurare, complice la frenesia autonomista di qualche regione, il proliferare sconsiderato di una legislazione regionale conflittuale che avrebbe potuto portare ad insanabili contraddizioni, tutte a danno dei cittadini.
Vi chiedo se avete provato ad immaginare cosa sarebbe potuto accadere se ogni regione...
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Lo Presti.
ANTONINO LO PRESTI. ...avesse potuto legiferare per proprio conto su questa materia. No, Presidente, quanti minuti ho a disposizione, mi scusi?
PRESIDENTE. Un minuto, e già lo ha superato abbondantemente.
ANTONINO LO PRESTI. Ma perché, Presidente?
PRESIDENTE. Per il suo gruppo è già intervenuto un altro deputato.
ANTONINO LO PRESTI. Presidente, ma perché un minuto?
PRESIDENTE. Onorevole Lo Presti, sono questi i tempi. Non posso cambiare il regolamento.
ANTONINO LO PRESTI. Altri colleghi hanno parlato per più di un minuto!
PRESIDENTE. Anche lei ha parlato per più di un minuto, per l'esattezza per un minuto e 22 secondi! Più di questo non posso fare.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Montecchi. Ne ha facoltà.
ELENA MONTECCHI. Ciascun collega della maggioranza ha intravisto uno specifico aspetto di razionalizzazione in questo emendamento, ad eccezione dei colleghi della Lega. Nessun collega della Lega, infatti, è intervenuto per manifestare il proprio entusiastico consenso - a questo ha pensato l'onorevole Perrotta, che è un tifoso, un entusiasta - a questo emendamento. Perché?
Con questo emendamento si ridefiniscono i poteri di intervento su diverse materie. Noi esprimiamo la nostra ferma contrarietà perché c'è un problema di impianto generale e non di valutazione delle singole questioni. Voglio dire anche all'onorevole Carrara che siamo un po' stanchi di ascoltare che si pone rimedio ai guasti drammatici compiuti dal centrosinistra. L'onorevole Carrara si è riferito alla duplicazione. Dopo tre anni di Governo, che cosa avete fatto per riparare a quei guasti? C'è bisogno solo ed esclusivamente di principi costituzionali, per evitare, ad esempio, le duplicazioni? Quando i presidenti delle regioni da voi governate entrano in conflitto con l'Esecutivo, il problema attiene al Titolo V della Costituzione? Allora, la si smetta (Commenti dei deputati della Lega Nord Federazione Padana)!
Questo emendamento è una scorciatoia centralistica che propone una certa visione dello Stato centrale e di un Esecutivo che
risolve da solo i problemi e propone anche una visione che ha aspetti propagandistici, peraltro specularmente opposti a quelli di coloro che sostengono che solo con la devoluzione si gestiscono bene le comunità; in altri termini, mettendo una comunità contro l'altra. Stupisce che si utilizzino argomenti...
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, per cortesia!
ELENA MONTECCHI. ... sbagliati sia sul piano del principio costituzionale sia su quello della concreta possibilità di gestione dei temi elencati. Desidero illustrare un esempio. Vi siete riferiti alla tutela della salute, la quale (lo ricordava molto bene la collega Bindi ma non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire) rappresenta un principio generale. In tale ambito, voi cancellate un vincolo, quello dei livelli essenziali, che costituisce il principale punto di equità nazionale. Perché? Perché viene cancellato? Siete sicuri che il vostro modello funzioni, in assenza di politiche di settore frutto della cooperazione tra istituzioni ed anche del difficile confronto con la società e con le forze sociali? Siete sicuri che basta evocare il ruolo dello Stato e dell'Esecutivo sul piano dei principi e dell'ordinamento per rispondere positivamente ai problemi di conflittualità interistituzionale esistenti? Noi vi diciamo di no. Il vostro modello è foriero di rigidità e di conflitti. Al presidente della regione Veneto, che nelle altre nazioni rappresenta il nostro paese sul piano delle imprese e del commercio internazionale, direte che solo l'Italia, solo l'Esecutivo nazionale deciderà? Quali conflitti apre il modo con il quale voi avete stabilito meccanismi di separazione laddove c'è bisogno di concertazione e di mantenere forme concorrenti? Che cosa vuol dire, ad esempio, rispetto alle attività sportive e ricreative, gestione concorrente dei relativi impianti ed attrezzature? Chi è stato sindaco di un comune di duemila abitanti sa che cosa significhi. Voi inserite nella Costituzione la norma secondo cui c'è una materia di legislazione concorrente per la gestione degli impianti sportivi. Solo alcuni entusiasti acritici possono pensare che questo meccanismo funzionerà.
La nostra contrarietà non deriva dalla circostanza che siamo ciechi e sordi rispetto a problemi di relazione fra istituzioni. A nostro avviso, il modello che proponete, insieme ad un'operazione che toglie poteri al Parlamento, al Presidente della Repubblica e al sistema delle autonomie locali, è sbagliato.
PRESIDENTE. Onorevole Montecchi, la invito a concludere.
ELENA MONTECCHI. Inoltre, utilizzate il termine devoluzione, che evoca, sì, una frattura nazionale insanabile, come uno degli aspetti che servono a gestire propagandisticamente un provvedimento che non giova certamente all'Italia (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Valpiana. Ne ha facoltà.
TIZIANA VALPIANA. Signor Presidente, per quanto riguarda l'emendamento in esame, mi limiterò ad affrontare la lettera m-bis con la quale si introducono tra le competenze esclusive dello Stato le norme generali sulla tutela della salute.
Quella di inserire la salute tra le competenze esclusive dello Stato potrebbe sembrare una scelta positiva tesa a riconoscere l'importanza di tradurre in competenze concrete nella seconda parte della Costituzione i principi inderogabili in tema di diritto alla salute e di uguaglianza dei cittadini che troviamo nella prima parte. Ma se analizziamo meglio tale aspetto, ci accorgiamo che si tratta di una dizione così generica che sicuramente è destinata ad aumentare la confusione e i contenziosi. Tuttavia, non possiamo analizzare questa lettera, dimenticandoci di quello che succederà più
avanti con il comma 4, quando sarà prevista l'attribuzione di esclusive competenze regionali in materia di assistenza e di organizzazione sanitaria. Ciò permetterà alle regioni di darsi organizzazioni autonome, provocando sicuramente il cambiamento e lo svuotamento dell'intero sistema sanitario italiano.
L'obiettivo finale di questa dicotomia è esattamente lo smantellamento del Servizio sanitario nazionale e la creazione di diversi modelli regionali con la devoluzione, la dissoluzione e l'esclusione di alcune regioni. Non si tratta però di incoerenza - da una parte centralizzare e dall'altra devolvere -, ma, al contrario, di un lucido disegno cui questo Governo ci ha abituato negli ultimi due anni, un disegno che persegue due obiettivi precisi: da una parte il superamento del sistema universalistico delle prestazioni sanitarie e dall'altra la ridistribuzione degli interventi dal settore pubblico al settore privato. Ciò avverrà attraverso i continui tagli delle risorse fatti al centro, con la conseguente diminuzione della capacità del pubblico di rispondere ai bisogni e l'incoraggiamento da parte delle regioni di sperimentazioni gestionali centrifughe da parte delle regioni stesse.
La finalità unica è il ridimensionamento e lo smantellamento dello Stato sociale: ridimensionare il pubblico e il suo ruolo di garanzia per sviluppare 21 diversi sistemi di stampo privatistico. Il gioco non è quindi, come potrebbe sembrare, tra centralismo e devoluzione, ma tra protezione sociale, vera e reale tutela della salute e competizione e mercato anche sulla salute dei cittadini.
Questa riforma stravolge l'unità nazionale e il sistema dei diritti e lo fa - così come dice Sabino Cassese - toccando tre gangli vitali - la scuola, la sanità, l'ordine pubblico - in modo da lasciare lo Stato nudo. Così parla della vostra riforma Sabino Cassese: lo Stato è lasciato nudo.
L'obiettivo politico è di determinare un quadro in cui, a partire dalle diverse velocità tra le regioni, si smantella il servizio sanitario con inevitabili rischi sui livelli essenziali.
Ai colleghi del centrosinistra vorrei ricordare quanto noi, deputati di Rifondazione comunista, durante la scorsa legislatura, con riferimento alle riforme della sanità e dell'assistenza sociale, avevamo insistito per inserire accanto all'espressione «livelli essenziali», anche l'espressione «livelli uniformi», per garantire uniformità di prestazioni su tutto il territorio nazionale. Credo che solo ora tutti comprendano quanto questo nostro richiamo relativamente al sociale e al sanitario avrebbe potuto essere una salvaguardia rispetto a questa devoluzione che diverrà dissoluzione.
Questa riforma è il contrario del federalismo, è la costituzionalizzazione dell'ognuno per sé, della visione egoistica regionale. Allo Stato rimane riservata solo la legislazione di principio, mentre le regioni - ognuna con la propria capacità e i propri tempi - si attiveranno al di fuori di ogni disegno condiviso e da qualsiasi concertazione, ponendo le condizioni per lo smembramento del Servizio sanitario nazionale, per la secessione delle regioni più ricche e, all'interno di ogni regione, dei ricchi che si avvarranno dei sistemi privati. Ogni regione potrebbe decidere, per esempio, di uscire dal Servizio sanitario nazionale e di adottare altre forme per costituirsi una sanità di eccellenza facendo venir meno le risorse indispensabili per il fondo di perequazione che sarebbe previsto per i territori più svantaggiati. Il vostro modello è la costituzionalizzazione dell'egoismo territoriale e di classe, è la distruzione dell'unitarietà del paese e, soprattutto, è la rottura del diritto di uguaglianza tra i cittadini (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Battaglia. Ne ha facoltà.
AUGUSTO BATTAGLIA. Signor Presidente, vorrei che mi concedesse un attimo di attenzione poiché noi abbiamo già
espresso il giudizio sull'emendamento in esame e, in particolare, sulle implicazioni - che noi riteniamo negative, contraddittorie e fonte di conflitto fra istituzioni - che questa formulazione potrà avere in materia di sanità. In ogni caso, poiché stiamo prendendo in esame qualcosa che riguarda la nostra Costituzione, penso che, come parlamentari, dovremmo pretendere chiarezza da chi propone gli emendamenti. Per quanto riguarda le norme generali sulla tutela della salute, sicurezza e qualità alimentari vorrei che il relatore facesse presente - per esempio proponendo una modifica del testo - che in questo caso stiamo parlando di tutela della salute e della sicurezza e qualità alimentari, due cose diverse e separate. Così come l'articolo è formulato, questa diversità e separazione non risulta chiara e potrebbe successivamente prestarsi ad interpretazioni. Per questo, signor Presidente, propongo una modifica che renda più chiaro questo concetto.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Elio Vito 34.200, come riformulato a seguito di precedente votazione, nel testo subemendato, accettato dalla Commissione e dal Governo.
Prego il collega della Lega - ma questo vale per tutti - di non votare anche per altri...
(Segue la votazione).
RENZO INNOCENTI. Ci sono troppi doppi voti!
FRANCESCO GIORDANO. Presidente!
MAURA COSSUTTA. Paolone...!
TITTI DE SIMONE. Signor Presidente, il collega Paolone...!
PRESIDENTE. Prego il collega che siede accanto all'onorevole Carlucci di non votare anche per altri.
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 458
Votanti 457
Astenuti 1
Maggioranza 229
Hanno votato sì 242
Hanno votato no 215).
A seguito dell'approvazione dell'emendamento Elio Vito 34.200 sono dunque preclusi, ovvero assorbiti, tutti gli emendamenti volti ad incidere sui commi 2 e 3. Procederemo pertanto alla votazione degli emendamenti riferiti al comma 4.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Loiero 34.36 .
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Loiero. Ne ha facoltà.
AGAZIO LOIERO. Signor Presidente, siamo dunque giunti al punto cruciale del disegno di legge costituzionale in esame: la devoluzione delle tre note materie alla competenza esclusiva delle regioni. Si tratta di una devoluzione che, nei fatti, rimane nella formulazione che tutti conosciamo: più o meno, come l'ha pretesa, fin dal principio, la Lega.
Si tratta di una miscela esplosiva, se combinata ad un'applicazione estrema del federalismo fiscale, che potrebbe condurre al principio - singolare per un paese, come il nostro, segnato da un grande divario territoriale - per cui ogni territorio si debba tenere strette le risorse prodotte. È un'impostazione che, nella sostanza, fa cadere quel sistema di diritti con cui gli italiani hanno convissuto in questi decenni di Repubblica.
AGAZIO LOIERO. Si tratta di un sistema che altera la qualità della cittadinanza, della libertà e dell'uguaglianza, e che stravolge il ruolo stesso della nostra Costituzione, che cessa di essere patrimonio
di valori condivisi per diventare, invece, il luogo dove si concentrano gli interessi del territorio, e forse - chissà - i vincoli stessi di sangue e di dialetto che abbiamo udito di nuovo riecheggiare in Italia negli ultimi tempi.
Una siffatta impostazione ci riporta con la memoria indietro negli anni, all'epoca in cui, sul nostro suolo nazionale, ancora diviso in tanti staterelli contrapposti, scendevano orde barbariche e vigeva, vigorosa, la logica del più forte: quella dei vincitori sui vinti. Mi riferisco, per intenderci, all'epoca in cui esistevano dei Governi che avevano un popolo, ma non dei popoli che avevano un Governo. È questa la situazione che si verrebbe a creare se venisse approvato il disegno di legge in esame, che consente ad una regione di trattenere il gettito fiscale del proprio territorio ed impone ad ogni territorio di organizzare i propri servizi - faccio un esempio per tutti: la sanità -, regione per regione, a seconda degli introiti fiscali.
Di fronte a tale preoccupazione, non può che far sorridere il tentativo a dir poco bizzarro di mascherare la devoluzione in materia sanitaria con l'attribuzione alla legislazione esclusiva dello Stato delle norme generali sulla salute quando in precedenza, invece, lo Stato poteva stabilire i principi fondamentali della normativa sulla tutela della salute.
Si tratta di una differenza non irrilevante, specie se si considera il tragitto istituzionale usato dalla maggioranza. Nel tentativo di mettere d'accordo una coalizione priva di cultura di governo, infatti, si è registrato nel nostro Parlamento una sorta di spoils system della Costituzione, per cui ogni partito di governo si assicura un brandello della Carta, da portare successivamente in trofeo ai propri elettori.
Si tratta di una vera ignominia istituzionale, perché perseguita attraverso uno strumento, il federalismo, che ovunque sia stato realizzato ha sempre avuto una funzione aggregante ed unitaria. In Italia, invece, il federalismo della Lega Nord si propone un obiettivo opposto: scardinare il sentimento di appartenenza di un popolo, capace di riconoscersi in un codice comune, vale a dire nella capacità di piangere e ridere per gli stessi motivi, di battersi per gli stessi diritti e di nutrire gli stessi sogni e le stesse ambizioni! Mi riferisco ad un codice identitario, dunque, anche se vorrei ricordare che si tratta di un elemento che, per ragioni diverse, si è sempre rivelato debole nel corso della nostra storia, ma che, se approvassimo queste riforme, diventerebbe debolissimo.
Molti di voi - non tutti, per fortuna! - sono indifferenti a tali problemi. Noi, invece, vogliamo scuotere tale indifferenza: lo faremo appellandoci al popolo, a questo tribunale delle ultime garanzie, di cui vi siete riempiti la bocca in questi anni (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e Misto-Verdi-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Soda. Ne ha facoltà.
ANTONIO SODA. Signor Presidente, le motivazioni che attengono al pericolo che l'approvazione di questo testo determina sull'universalità dei diritti sono state testé illustrate dal collega Loiero. Mi soffermerò su altri aspetti, per invitare la maggioranza ad una riflessione aggiuntiva.
Accanto ai pericoli denunciati, che sono reali, poiché la percezione che una differenziazione territoriale dell'assistenza e dell'organizzazione sanitaria, dell'organizzazione del processo di formazione scolastica, della polizia, della sicurezza e dell'ordine - ancorché locale ed amministrativa - è già nella coscienza del nostro popolo. Dunque, la Costituzione, che vive nella percezione dei cittadini, è compromessa.
Il pericolo che pavento nell'approvazione di questo testo è nel contributo essenziale che esso determina alla confusione del sistema delle fonti legislative e all'ingovernabilità del sistema.
Tento di essere sintetico. Questo testo va letto indubbiamente con l'articolo 70, sui meccanismi di formazione delle leggi e con l'articolo 120, sui poteri sostitutivi dello Stato (poteri sostitutivi che voi avete delineato, sia sul terreno legislativo, sia sul
terreno amministrativo ed esecutivo). Orbene, noi tutti abbiamo appreso, nell'esperienza triennale, dall'entrata in vigore della riforma del 2001, che le frontiere delle materie di disciplina legislativa non sono rigide. Sono frontiere mobili. Soltanto una classificazione, o un tentativo di classificazione, che il legislatore compie, arriva a definire una materia diversa dall'altra e, quindi, ad attribuirla all'uno o all'altro legislatore, quello nazionale o quello regionale.
Vi sono materie, tuttavia, che, per la loro rilevanza, per i loro principi, per i loro effetti sulla qualità della vita dei cittadini, sono ancora più mobili, sono ancora inscindibili, non sono separabili. Affermare che sono separate dalla salute, dalla sanità, dal sistema universale di riconoscimento del diritto alla salute, l'assistenza e l'organizzazione sanitaria, e stabilirlo con l'attribuzione di una funzione legislativa esclusiva alle regioni, vuol dire affidare alle regioni stesse anche principi che, in termini di assistenza e di organizzazione, possono confliggere, scardinare e rendere vani i principi dettati anche dal legislatore nazionale, in un processo conflittuale ingovernabile.
Affermare che la polizia amministrativa locale rientra nelle materie di competenza esclusiva - a differenza del vecchio testo, quello vigente, nel quale la materia dell'ordine e della sicurezza era unitaria e l'esclusione dettata nel secondo comma dell'articolo 117 riguardava prevalentemente le funzioni amministrative (e non legislative) - significa irragionevolmente pretendere l'assurdo con riferimento alla sicurezza sociale, sanitaria, ambientale, del lavoro e, sostanzialmente, con riferimento a tutte le forme attraverso le quali lo Stato e gli enti pubblici garantiscono dei presidi allo sviluppo della persona umana nel lavoro, nelle relazioni sociali, nelle relazioni affettive e così via.
Dunque, se leghiamo strettamente queste formule ai processi legislativi che voi delineate, esse porteranno ad una confusione delle fonti legislative, in uno Stato nel quale non si saprà più quale autorità è preposta a dettare norme nei vari settori e nelle varie materie.
Se poi si aggiunge - e concludo, signor Presidente - che in questa classificazione vi è un'esclusività di materie che non sono, per loro natura, separabili e scindibili, vi è una confusione del processo di legislazione con varie tipologie di leggi incomunicabili tra di loro e vi sono i poteri sostitutivi, voi realizzate una miscela esplosiva che, in campi essenziali della vita dei cittadini, renderà questo paese ricco di disuguaglianze e di diritti negati, rinnegando la storia del nostro popolo e la conquista fondamentale del secolo passato: il sistema di sicurezza sociale e del welfare.
Se è questa la vostra filosofia, al di là dei tecnicismi giuridici, siamo pronti a sfidarvi con queste motivazioni e con la volontà di vincere nel paese una battaglia, che sappiamo in questa sede sarà vinta da voi, perché siete sordi ad ogni proposta di cambiamento (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pappaterra. Ne ha facoltà.
DOMENICO PAPPATERRA. Signor Presidente, il comma 4 dell'articolo 34 è l'anima di questa parte della riforma della maggioranza ed è la parte che sta maggiormente a cuore soprattutto al gruppo della Lega Nord Federazione Padana. Noi socialisti, soprattutto nel corso della discussione sulle linee generali e negli interventi svolti ieri dal nostro capogruppo, compagno Intini, abbiamo chiaramente evidenziato che questo federalismo non ci piace. Questo federalismo, che vuole cancellare la sovranità dello Stato in alcune materie fondamentali, per quanto ci riguarda, deve essere assolutamente rigettato.
Attribuire, come volete fare voi, una potestà esclusiva alle regioni in materia di sanità, di istruzione e, per certi versi, anche in materia di sicurezza e di polizia
regionale, a nostro giudizio, è fondamentalmente in contrasto con i principi della Costituzione. Soprattutto, riteniamo che, al contrario, lo Stato debba rimanere titolare di alcune prerogative fondamentali che riguardano la vita e i diritti di tutti i cittadini.
Sulla questione sanitaria sono intervenuti poc'anzi alcuni colleghi che hanno espresso la posizione che ci accomuna all'interno del centrosinistra. Riteniamo che la strada che si va percorrendo sia molto pericolosa: si fa in modo che si possa creare una sanità differenziata regione per regione, una sanità per cui alcune regioni, ad esempio, possono stabilire di mantenere in vita il principio universalistico delle prestazioni e, magari, altre regioni potrebbero anche sperimentare nuove forme, quale quella della sanità a prestazioni assicurative, come accade in alcuni paesi, dove la sanità è diventata un optional e possono usufruirne solo coloro che hanno la possibilità di poterlo fare.
Lo stesso discorso può essere fatto anche per quanto riguarda l'istruzione: in questo caso, come è stato spiegato, noi siamo per mantenere fermo quello che è un principio costituzionale ben saldo, secondo cui l'istruzione deve essere garantita a tutti.
La Costituzione dice che soprattutto la scuola pubblica deve essere garantita dallo Stato e assicurata a tutti; l'istruzione e l'educazione sono beni che non possono essere commercializzati. Qui invece si inventano i programmi scolastici regionali, l'ordinamento scolastico viene ad essere completamente stravolto, arrivando ad avere un'istruzione filoborbonica nelle regioni del sud d'Italia ed una istruzione filoaustroungarica nelle regioni del nord d'Italia. Tutto questo è sbagliato!
Era anche sbagliata, per quanto corretta nella giornata di ieri con la previsione della locuzione «polizia amministrativa regionale», quella disposizione che, nei pensieri soprattutto della Lega Nord Federazione Padana, puntava a costituire un ulteriore corpo di polizia affiancandolo alle forze dell'ordine già esistenti nel nostro paese. Ieri la maggioranza si è salvata in «calcio d'angolo» correggendo quella norma; tuttavia, questo tentativo di affiancare alle forze dell'ordine un ulteriore corpo era stato posto in essere. Anche il buonsenso alla fine ha prevalso, soprattutto perché dall'opposizione vi è stata una decisa levata di scudi rispetto al percorso tracciato.
Noi, come Socialisti democratici italiani, vorremmo che su questi temi rimanesse intatta la funzione dello Stato. Non sono beni questi che possono essere «spezzettati», né è pensabile creare un'Italia a due velocità, nella quale vi siano regioni già di per sé consolidate, con forti prerogative, e che viaggiano a velocità supersoniche, mentre altre stentano a mettersi al passo delle altre.
Nei giorni scorsi, provocatoriamente, sul Corriere della Sera il professor Sartori diceva che forse sarebbe il caso che questa riforma prevedesse persino un passaggio temporale diversificato per le regioni: quelle che sono pronte possono partire, mentre quelle che non sono pronte partiranno tra qualche anno!
Questo non ci conforta: riteniamo che debba invece rimanere in vita il principio solidale che era stato posto a base della riforma approvata dal centrosinistra nel 2001. Anche su quella riforma, e concludo, noi abbiamo svolto una severa autocritica. È una riforma che può essere modificata: noi lavoreremo per cambiarla in meglio e non in peggio (Applausi dei deputati del gruppo Misto-socialisti democratici italiani)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Titti De Simone. Ne ha facoltà.
TITTI DE SIMONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi pensiamo, come ripetuto in tante occasioni nel corso di questa discussione, che l'articolo 117 della Costituzione apra un processo di disgregazione, di delegittimazione di quella Repubblica solidale che è stata sancita nobilmente nella nostra Costituzione. Con le competenze regionali esclusive, fra l'altro oggetto di questo emendamento in materia
di organizzazione scolastica, che è uno dei gangli vitali della nostra organizzazione sociale e della nostra democrazia, su questo terreno e non soltanto - si pensi alla gestione degli istituti di formazione o alla definizione dei programmi scolastici (elemento assai delicato che è stato già introdotto dalla riforma Moratti, che ha tra l'altro modificato una materia che avrebbe dovuto essere discussa in altro modo e con altri strumenti legislativi) - a nostro avviso si determina un accentramento di poteri, di politiche e di scelte che hanno ad oggetto materie nelle quali si «giocano» i diritti fondamentali dei cittadini.
Proprio per la specificità, l'importanza e la priorità che questi diritti hanno, investendo il principio di eguaglianza e la stessa costruzione della identità della comunità nazionale, tali materie non possono essere trasferite in modo esclusivo in capo alla competenza legislativa delle regioni, aprendo la strada ad una differenziazione che finirebbe per ledere inevitabilmente i principi ed i valori sanciti nella prima parte della Costituzione.
È questo secondo noi il fatto grave: tale articolo non è compatibile con l'impianto della prima parte della Costituzione perché crea le condizioni di un ordinamento scolastico diviso, frazionato, differenziato, composto di microsistemi regionali in contrapposizione gli uni con gli altri ed anche in competizione tra di loro. Inoltre, in materia scolastica la devolution lede l'universalità dei diritti sanciti dalla Costituzione. Mi riferisco, innanzitutto, al principio stabilito dall'articolo 3 di uguaglianza di tutti i cittadini nella possibilità di accedere ai livelli più alti dell'istruzione ed all'articolo 33, secondo cui è dovere dello Stato istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Abbiamo quindi davanti un processo pericoloso, se si considera che punto chiave della proposta è proprio l'esclusione di ogni cornice legislativa ad opera del Parlamento in materie che noi consideriamo strategiche, come quelle dell'istruzione, della sanità e della ricerca scientifica. Voi proponete la rottura di quell'unitarietà del sistema pubblico dell'istruzione che è uno dei pilastri dell'insieme dei diritti sociali che configurano il discorso sulla cittadinanza e sulla democrazia. In pratica, agite sulla Costituzione per attenuare o derogare quel sistema di garanzie e di diritti che sono l'impalcatura unificante della parte I della nostra Costituzione. Prefigurate un sistema scolastico frazionato che dividerà il paese secondo una logica individualistica ed autoreferenziale che finirà, inevitabilmente, per favorire i territori forti a danno delle realtà più deboli.
PRESIDENTE. Onorevole Titti De Simone...
TITTI DE SIMONE. Tale frantumazione, dal nostro punto di vista, è del tutto inaccettabile ed è evidente che qui si consuma un punto dirimente della vostra politica: ridimensionare e smantellare lo Stato sociale e la tutela dei diritti.
A tale visione, naturalmente, ci opponiamo in modo radicale non solo perché quello dell'istruzione è il più antico dei diritti sociali che vanno comunque garantiti nel pieno rispetto delle garanzie universali di uguaglianza, ma anche perché riteniamo che i principi ispiratori della nostra Carta costituzionale su tale terreno vadano rilanciati, riaffermati e valorizzati con estrema forza di fronte ad un processo storico, economico e sociale che cerca di sconvolgere l'assetto sociale e statale.
Pensiamo che istruzione, sanità e ricerca, anche per l'aspetto strategico conferito loro dai nostri padri costituenti, siano beni comuni indisponibili ed indivisibili che vanno sottratti al mercato come allo svuotamento delle garanzie universali di uguaglianza e di cittadinanza. Quello che va affermato, insomma, è il primato dell'interesse della collettività, il primato del diritto di tutti i cittadini di accedere alla scuola pubblica.
PRESIDENTE. Onorevole Titti De Simone, deve concludere!
TITTI DE SIMONE. Concludo, dicendo che per tale motivo voteremo per la soppressione del comma 4 dell'articolo 34.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mazzuca Poggiolini. Ne ha facoltà.
CARLA MAZZUCA POGGIOLINI. Signor Presidente, colleghi della cosiddetta Casa delle libertà, voi ieri avete cancellato (Commenti dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale e della Lega Nord Federazione Padana)...
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, per cortesia...
Prosegua, onorevole Mazzuca Poggiolini (Commenti).
CARLA MAZZUCA POGGIOLINI. Non sono dell'UDEUR, ma dei Repubblicani europei...!
Ieri avete cancellato l'obbligatorietà da parte delle regioni di conformarsi ad obblighi internazionali, con questo indebolendo il Governo e lo Stato. Stamattina avete posto in discussione, per questo stesso Stato, il potere - io direi il dovere - di promuovere l'attività forse principale per il nostro paese, il turismo, che si basa su quello che è il nostro «petrolio», cioè i beni culturali ed ambientali del nostro paese. Avete posto in discussione questo potere, che io invece definisco come dovere, perché le regioni vi potrebbero contestare questa attività. Con questo articolo, che affida in via esclusiva alle regioni le competenze in materia di organizzazione scolastica e di assistenza e organizzazione sanitaria, colpite a morte il concetto di unità nazionale, che è alla base (è stato già ricordato) della prima parte della nostra Costituzione, ma questa parità di diritti, insieme al concetto di eguaglianza, è la base fondante di ogni democrazia. Non basta che voi del centrodestra prevediate la formula della supremazia, cioè quella della prevalenza dell'interesse statale, modificando l'articolo 120. Si tratta, infatti, di una formula farraginosa, di difficile attuazione, eccessivamente centralistica e tale nei fatti da contrastare in toto l'ipotesi federalista di base.
Allora, cari colleghi, mettetevi d'accordo, perché altrimenti approverete un testo normativo che sarà molto facile definire comico, perché si tratterà di una riforma federal-centralista. D'altronde, è proprio questa vostra costante mancanza di un quadro di riferimento coerente che fa sì che queste vostre modifiche costituzionali, qualora entrassero in vigore, arrecherebbero enormi danni al nostro paese.
I Repubblicani europei intendono rappresentare in quest'aula la tradizione mazziniana, quel patto nazionale che ha fatto nascere e crescere l'Italia, l'unità di popolo e nazione, l'unità che tutti i democratici, che amano l'Italia e la Repubblica, dovrebbero mantenere come punto fermo dell'azione politica. Noi vogliamo offrire al dibattito parlamentare queste riflessioni, tipiche di forze autenticamente democratiche e popolari, che vantano una tradizione nella storia del paese e che sono presenti anche nell'ambito del Polo: quegli amici e quei colleghi che vengono da forze di ispirazione cattolica, socialista e laica; quelle forze che hanno fatto grande l'Italia.
Mi richiamo dunque a questa storia e a questa tradizione e chiedo veramente a tutti coloro che amano il nostro paese e la Costituzione, in senso alto e non come luogo di scambio e di accordo politico, ma come Carta fondamentale e luogo di tutela di diritti, di parità e di forza da dare allo Stato e alle regioni (che sono un'articolazione dello Stato, ma non in contrasto fra di loro), di votare per la soppressione...
PRESIDENTE. La ringrazio onorevole Mazzuca Poggiolini. Onorevoli colleghi, invito tutti al rispetto dei tempi a disposizione.
Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Loiero 34.36, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
RENZO INNOCENTI. Presidente, ci sono troppi voti nel secondo, terzo e quarto settore! Si sta votando la Costituzione...!
PRESIDENTE. Ciascuno voti per sé! Colleghi, il voto è delicato, per cui l'intelligenza dovrebbe soccorrere tutti!
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 417
Votanti 415
Astenuti 2
Maggioranza 208
Hanno votato sì 176
Hanno votato no 239).
Prendo atto che gli onorevoli Mazzoni, Petrella e Duca non sono riusciti ad esprimere il proprio voto.
Prendo altresì atto che l'onorevole Porcu non è riuscito ad esprimere il proprio voto e che avrebbe voluto esprimere voto contrario.
AUGUSTO BATTAGLIA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. A che titolo?
AUGUSTO BATTAGLIA. Per un chiarimento.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
AUGUSTO BATTAGLIA. Signor Presidente, lei governa questa Camera con molto equilibrio, quindi non credo di esagerare se le chiedo un chiarimento. Anche se non era lei a presiedere la seduta in quel momento, quando si è votato l'emendamento Elio Vito 34.200 ho chiesto alla Presidenza che il relatore specificasse il significato reale della frase sulla tutela della salute, sicurezza e qualità alimentari.
Guardando il significato della lingua italiana, ci potrebbero essere due interpretazioni: la parola «alimentari» si può riferire tanto alla salute quanto alla sicurezza o alla qualità; in tal caso, la parte dell'assistenza sanitaria, intesa come Servizio sanitario nazionale, sarebbe fuori dalle norme generali sulla tutela della salute, sicurezza e qualità alimentari. Oppure, si può distinguere in tutela della salute e tutela della sicurezza e qualità alimentari.
Credo che questa Assemblea, che può votare liberamente a favore, contro o astenersi, abbia diritto di sapere se nell'emendamento Elio Vito 34.200 questi due concetti siano separati o uniti.
PRESIDENTE. Onorevole Battaglia, per quanto mi riguarda il testo è quello che - scusate la ripetizione - fa testo. Se dovessimo fornire le interpretazioni autentiche che vengono richieste, soprattutto quando gli articoli sono stati già votati, non andremmo più avanti. Lei, onorevole Battaglia, molto cortesemente mi aveva fatto questa richiesta, che ho trasmesso al presidente della Commissione, il quale a fine seduta risponderà.
DONATO BRUNO, Relatore. Presidente, posso rispondere anche subito!
PRESIDENTE. Onorevole Bruno, non è un problema «privatistico» tra lei e l'onorevole Battaglia: è un problema istituzionale tra me e l'Assemblea. Non possiamo tornare indietro sugli articoli che abbiamo già votato; dunque, la invito a fornire le spiegazioni richieste dall'onorevole Battaglia e dall'onorevole Bindi a fine seduta. Dobbiamo dare ordine ai nostri lavori!
DONATO BRUNO, Relatore. Non è possibile rispondere ad ognuno!
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento Boato 34.38.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tuccillo. Ne ha facoltà.
DOMENICO TUCCILLO. Signor Presidente, colleghi, con questo emendamento proviamo a tamponare i pericoli e i rischi a cui la norma ci espone, testè esposti dagli onorevoli Soda e Bindi, in relazione alla competenza esclusiva delle regioni in materia di assistenza e di organizzazione sanitaria, di istruzione e formazione scolastica e di polizia, benché di carattere amministrativo.
Il richiamo all'articolo 119 ha proprio questo valore e questo significato. Ribadire e rafforzare questo richiamo significa stabilire che questa competenza esclusiva resta comunque vincolata ad un criterio di ripartizione e di trasferimento dei fondi di pertinenza delle regioni che hanno risorse finanziarie maggiori in favore delle regioni che si trovano in condizioni finanziarie peggiori.
Infatti, riteniamo che un paese compatto, unito e competitivo nel suo complesso richieda la necessità di una organizzazione non frantumata e diseguale a seconda dei territori di appartenenza e a seconda delle caratteristiche politiche, storiche, sociologiche ed economiche delle diverse regioni del nostro paese.
Come evidenziava il collega Soda, la contraddittorietà dei principi e delle linee individuate in questa ipotesi di riforma potrebbe avere quale esito più probabile quello di una paralisi legislativa e amministrativa che potrebbe arrecare grave danno al nostro paese.
Ma oltre a questo, voglio richiamare un altro punto che mi sembra importante: la maggioranza non ha saputo sfruttare l'occasione di questa discussione sulle riforme istituzionali per porre al centro il tema del federalismo fiscale, limitandosi soltanto ad enunciare principi di carattere generale ed eludendo il vero strumento attraverso cui le norme di decentramento possono trovare un'effettiva possibilità e capacità di attuazione.
Il fatto che la maggioranza abbia eluso tale nodo dimostra che la Lega non ha saputo fare del federalismo fiscale il vero oggetto di confronto in quest'aula, per perseguire tramite esso i veri scopi della riforma costituzionale. Mi riferisco ai servizi essenziali, alla loro gestione ed organizzazione nelle diverse realtà territoriali. Questo è un segnale dell'incapacità politica della maggioranza di affrontare il nodo cruciale, all'interno del riassetto istituzionale e costituzionale del nostro paese. La maggioranza si è limitata ad una formulazione di propaganda politica che, di per se stessa, segna una sconfitta di quest'Assemblea e del Parlamento (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mascia. Ne ha facoltà.
GRAZIELLA MASCIA. Signor Presidente, come ha già anticipato il collega che mi ha preceduto, siamo arrivati ad una logica di riduzione del danno. La modifica dell'articolo 117, quello della cosiddetta devolution, infatti esproprierà molti cittadini dei loro diritti fondamentali o, quantomeno, darà vita ad una serie di ingiustizie, di contraddizioni e di differenze sostanziali per la vita delle persone.
Il richiamo proposto all'articolo 119 ci consente di tentare almeno l'introduzione di qualche rimedio, secondo, appunto, la logica di riduzione del danno. L'articolo 119 affronta non solo il tema delle risorse e della capacità, da parte degli enti locali, di stabilire tributi propri, ma si sofferma in parte anche sulla necessità, al di là della capacità finanziaria autonoma degli enti locali e delle singole regioni, di promuovere la coesione e la solidarietà sociale. Quindi, tenta di proporre una rimozione degli squilibri economici e sociali che possono determinare diseguaglianze marcate. Sono questi i principi affrontati anche nella prima parte della Costituzione e che si rendono tanto più necessari dal momento che il Parlamento ha approvato modifiche che vanno in senso esattamente opposto.
Diamo quindi alla maggioranza la possibilità di porre rimedio e di evitare il verificarsi di un rischio reale, che si determinerebbe con l'approvazione delle modifiche alla seconda parte della Costituzione. Al di là di qualche opinione illustrata anche oggi sui giornali, riteniamo che assegnare alle regioni la competenza esclusiva in materie come quelle già citate - relative a diritti universali e a temi delicati quali l'ordine pubblico e la sicurezza - se non produrrà automaticamente disastri dal punto di vista sociale, sicuramente porterà a conflitti terribili. In ogni
caso si aprirà la strada alla possibilità che la competenza esclusiva affidata alle regioni determini conseguenze di cui tutti noi abbiamo paventato i rischi. Allora riteniamo opportuna una riflessione su queste norme allo scopo di proporre una correzione.
L'emendamento in esame può consentire ai colleghi della maggioranza, e soprattutto a una parte di essi, che hanno tentato, con emendamenti troppo spesso ritirati, di illustrare il loro pensiero sull'unitarietà dello Stato e sulla necessità di non creare la frammentazione sociale e la frantumazione della Repubblica, di dimostrare, nei fatti e seriamente, che la loro intenzione, a nostro avviso dettata a volte esclusivamente da logiche politicistiche relative agli equilibri interni alla maggioranza, è sinceramente quella di introdurre nuove competenze regionali, senza incorrere nei rischi che abbiamo denunciato.
Ritengo che ciò sia consentito dall'emendamento in esame, che ripropone principi che non soltanto sono contenuti nell'articolo 119, ma che sono i principi propri della parte I della nostra Costituzione, relativa ai diritti fondamentali. Ritengo dunque si tratti di un emendamento estremamente importante e ne raccomando l'approvazione (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Amici. Ne ha facoltà.
SESA AMICI. Signor Presidente, cercherò di illustrare, al pari del collega Tuccillo e della collega Mascia, una serie di motivazioni a sostegno dell'emendamento in esame, che nella sua essenzialità contiene un'enorme ricchezza non solo in termini di argomentazioni, ma anche sotto il profilo di un tentativo di lettura comparata della parte I e della parte II della Costituzione.
Nel corso della discussione sulle linee generali, criticando le modalità con le quali si procedeva e si procede alla riforma della parte II della nostra Costituzione, abbiamo evidenziato un legame intrinseco con alcuni elementi contenuti nella parte I della Costituzione stessa, relativi ai diritti. Mi riferisco, in particolare, all'articolo 3 e all'articolo 5. L'articolo 3 sancisce il principio dell'eguaglianza dei cittadini e la rimozione da parte della Repubblica degli ostacoli di ordine economico e sociale. La rimozione di tali ostacoli comporta necessariamente, nella parte II, la capacità da parte del legislatore costituzionale di porre le condizioni giuridiche, le norme e i principi che diano sostegno e sostanza a tale principio fondamentale.
È questa la ragione per la quale proponiamo che nel testo dell'articolo 117 riformulato dalla maggioranza, al quale abbiamo già avuto modo di rivolgere critiche di fondo denunciandone i rischi e i pericoli, sia inserito, in riferimento alla potestà legislativa delle regioni, il richiamo ai principi di cui all'articolo 119. Tale articolo riguarda aspetti fondamentali e pone alcune importanti questioni, relative alla promozione dello sviluppo economico, alla coesione e alla solidarietà sociale, alla rimozione degli squilibri economici e sociali, per favorire l'effettivo esercizio dei diritti della persona o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle funzioni delle regioni e degli enti locali. Ciò è previsto dal testo vigente dell'articolo 119, e costituisce l'elemento che intendiamo permettere. Mi rivolgo ai rappresentanti del Governo, usando un paradosso dialettico: se deridete, o comunque non ritenete condivisibili, le argomentazioni in virtù delle quali abbiamo espresso voto contrario sulla riformulazione dell'articolo 117, nulla vi costerebbe accettare l'introduzione del richiamo ai principi di cui all'articolo 119, relativi al fondo perequativo, alla possibilità di ripristinare equilibri tra regioni ricche e regioni povere nella solidarietà e nell'accesso ai diritti e alle garanzie. Auspichiamo che su tali questioni vi sia un segno evidente.
L'espressione del parere contrario conferma che, proponendo l'attribuzione di competenze legislative esclusive in alcune materie alle regioni, senza collegarle ai principi fondamentali, considerate la pro
mozione dello sviluppo, la solidarietà, gli aspetti perequativi e il principio dell'unità ed indivisibilità della Repubblica di cui all'articolo 5 soltanto argomenti intellettualistici e di discussione, mentre nel concreto intendete attribuire alle regioni una potestà legislativa esclusiva disancorata dai principi fondamentali. Raccomandiamo pertanto l'approvazione dell'emendamento in esame (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Boato 34.38, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 435
Votanti 434
Astenuti 1
Maggioranza 218
Hanno votato sì 188
Hanno votato no 246).
Prendo atto che l'onorevole Volonté non è riuscito a votare.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Bressa 34.37.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.
GIANCLAUDIO BRESSA. Signor Presidente, questo è un punto di assoluta delicatezza perché sta a dimostrare la evidentissima contraddizione del vostro processo riformatore. Voi vi accingete a votare la devoluzione e noi vi dimostriamo come sia possibile dare più potere alle regioni e avviarsi lungo un percorso di federalismo autentico senza scardinare il paese, senza creare fratture insanabili nei diritti dei cittadini italiani.
Tra poco abrogherete il terzo comma dell'articolo 116, un articolo riformato da noi nella passata legislatura, un articolo in cui si diceva che forme e condizioni particolari di autonomia potevano essere concesse anche alle regioni a statuto ordinario. Quello era un percorso di grande modernità, perché partiva dal presupposto che, se da uno Stato centralista si vuole arrivare ad uno Stato di modello federale, forse non tutte le regioni sono in condizione di andare alla stessa velocità e quindi, probabilmente, vi è la necessità di consentire a chi si trova in condizioni di procedere più celermente di poterlo fare.
Tutto questo veniva fatto introducendo il principio pattizio di un rapporto tra regione, Parlamento e Governo che consentiva a chi era in grado di muoversi più velocemente sulla strada del federalismo di poterlo fare in accordo col Parlamento nazionale, rispettando i principi di solidarietà e non pregiudicando i diritti di ciascun cittadino. Questo, che è un esempio, a mio modo di vedere, grandemente moderno di modello federale, voi lo avete tacciato come l'anticamera della secessione. Ci sono parole memorabili che il senatore Nania utilizza ogni secondo momento, evidentemente tradendo un'unica cosa: che il suo non è un animus federalista, ma è un animus centralista, perché esattamente quell'articolo che voi abrogherete tra poco era il giusto percorso che consentiva ad uno Stato organizzato centralmente di dare sostanza istituzionale e politica al fedus, al patto. E voi cancellate tutto questo!
Allora noi ve lo riproponiamo sotto forma di un emendamento che sostituisce il vostro testo sulla devoluzione, dimostrando come più poteri alle autonomie regionali possono essere dati mantenendo però chiaro che queste cose si fanno se c'è il concorso e la volontà di tutti e, soprattutto, se c'è la garanzia del rispetto dei diritti fondamentali di tutti i cittadini.
C'è un grande costituzionalista tedesco che a me piace citare molto spesso, Heberle, che dice che la dignità umana costituisce la premessa antropologica dello Stato costituzionale. Questo vuol dire che ogni essere umano deve essere posto nella condizione di realizzare nella maniera più piena lo sviluppo della propria persona. Quando si intraprende la strada e si segue
il modello del federalismo, questo deve essere comunque la stella polare che deve indirizzare il percorso e il cammino. Allora dare più potere alle autonomie regionali si può fare anche garantendo i diritti fondamentali dei cittadini, garantendone la dignità umana e non aprendo la strada a pericolose forme di secessione dei diritti.
Vorrei che voi meditaste sul senso di questo nostro emendamento, perché esso fa riflettere da un lato sull'operazione di ricentralizzazione straordinariamente forte che voi attuate - e lo vedremo anche più avanti - e dall'altro dimostra come percorsi per dare maggior potere alle autonomie regionali (anche legislativi e amministrativi, anche alle regioni a statuto ordinario) si possano attuare, avendo come punto centrale l'iniziativa della regione, il coinvolgimento degli enti locali, il confronto con il Parlamento e con il Governo.
Questo principio pattizio è l'anima del federalismo, ma voi siete talmente poco federalisti nel senso autentico, che avete calpestato anche questa grande innovazione culturale e vi accingete ad approvare - ho concluso, Presidente - un articolo (quello della devoluzione), che poco ha di federalista e molto ha di secessionista. E guardate che la secessione non si fa solo con i confini geografici: la si fa - ed è molto più grave - anche sui diritti della persona.
Non dimenticate mai quello che vi ho detto: la dignità umana costituisce la premessa antropologica dello Stato costituzionale. Voi con questo atto cancellate anche questo: cancellate una delle basi fondamentali del costituzionalismo moderno (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Sinisi. Ne ha facoltà.
GIANNICOLA SINISI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, in ogni sistema federale, anche quelli più singolari, la coesione sociale e l'unità nazionale si assicurano mediante l'eguaglianza dei cittadini nei propri diritti fondamentali. Fra questi, c'è anche il capitolo racchiuso in Europa nel grande paragrafo della libertà, della sicurezza, della giustizia; in particolare, la giustizia è quasi il paradigma della eguaglianza dei cittadini.
Cionondimeno, è possibile introdurre un federalismo senza interferire con questo fondamentale principio? Questo emendamento cerca di dare una risposta in chiave federalista al problema, fissando come limiti la giustizia minore e il parametro dell'efficienza amministrativa. Si vuole consentire alle regioni di proporre alle Camere modelli organizzativi regionali della giustizia minore, capaci di produrre effetti migliorativi in termini di efficienza. La potestà legislativa rimane intatta, la volontà positiva delle regioni non risulta mortificata; è ben altra cosa rispetto alla giustizia che guarda agli individui, ai singoli in modo privilegiato.
Questo è un modo per proporre un modello federalista avanzato, che concerne una materia disponibile, senza pregiudizio del principio di eguaglianza; affinché si sveli questo vostro federalismo insincero e strumentale, è possibile approvare questo emendamento. Approvarlo significa impedire il cupio dissolvi delle istituzioni dello Stato, che saranno messe in condizione di non potere esercitare i propri doveri di governo con un procedimento legislativo inceppato, che sarà del tutto impossibile sin dal suo concepimento. È come un regionalismo debordante in compiti e funzioni, come la pubblica sicurezza, che invece riguardano solo lo Stato.
Saranno tanti i conflitti che nasceranno e la strada del secessionismo, solo apparentemente abbandonata, rinascerà nel conflitto tra Stato e regioni. Chi ha a cuore l'unità nazionale - ho concluso, signor Presidente - si assuma la responsabilità di aver concepito questo oscuro progetto. Noi abbiamo il dovere storico e morale di contrastarlo, anche proponendo un federalismo che unisce, in alternativa a quello che divide (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mascia. Ne ha facoltà.
GRAZIELLA MASCIA. Signor Presidente, come si sa, noi non siamo federalisti, soprattutto non lo siamo perché - a nostro avviso - in questo paese non c'è nulla da federare. I colleghi, anche i colleghi del centrosinistra, oggi hanno ribadito come il concetto di federalismo, nella sua accezione originaria, sta in un significato di unitarietà di Stati che decidono di cedere, sacrificandola, parte della propria sovranità in nome di una unità da costruire. A noi non pare che la storia di questo paese vada in tale direzione o che abbia bisogno di questo federalismo; semmai, vi è bisogno di decentramento di nuovi poteri agli enti locali e alle regioni ed in questo senso recitava la Carta costituzionale prodotta dai nostri padri e madri costituenti.
Dunque, è in questa logica che abbiamo sempre ragionato ed è questa logica diversa che ci ha consentito di proporre emendamenti (che poi verranno affrontati) articoli, concetti e progetti. Tuttavia, è vero che nel corso degli anni il progetto di regionalizzazione, racchiuso nella Carta costituzionale, non è mai stato attuato completamente. È certamente vero che negli ultimi anni è stato in parte modificato, e un po' sconvolto il suo significato originario. Per questa ragione noi non avevamo condiviso la modifica del Titolo V della Costituzione approvata nella scorsa legislatura, perché ci sembrava che il senso andasse verso un'altra direzione e che questa necessità di cedere poteri agli enti locali e alle regioni si fosse tradotta in una autonomia un po' confusa, molto contraddittoria, che ha determinato - non a caso - dei conflitti di interpretazione e la necessità di ricorrere alla Corte costituzionale.
Questo emendamento reintroduce l'articolo 116, che era in questa logica, anche se i suoi proponenti ribadiscono la volontà e la necessità di rispettare i diritti fondamentali, cosa che a nostro avviso non accade con questo articolo, nella forma in cui è stato tradotto. L'emendamento proposto oggi reintroduce l'articolo 116 della Costituzione ma in una forma diversa. Esso è stato illustrato dal collega Bressa. Vi è la determinazione a produrre un concorso di volontà tra regioni e Parlamento, tra regioni e Stato. Questa parte si coglie nella nuova formulazione proposta da noi non condivisa strutturalmente - lo ripeto - in quanto sostituisce la cosiddetta devoluzione che, a nostro avviso, produrrà una serie di danni.
Per queste ragioni, anche se in un percorso che ci ha visto divisi e ancora non ci vede concordi nella valutazione di un emendamento così specifico, apprezziamo i passi in avanti nel senso ricordato e, soprattutto, riteniamo debba essere riconosciuta la necessaria riduzione del danno che si propone rispetto all'articolo 117, così come che si configurerebbe. Per questo motivo, ci asterremo dal voto (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Olivieri. Ne ha facoltà.
LUIGI OLIVIERI. Per motivare il nostro voto favorevole all'emendamento in discussione, facciamo una premessa che ci sembra doverosa, anche per il rispetto che nutriamo nei confronti dei colleghi della maggioranza e del Governo. Ormai, ci hanno abituati a sorprenderci più volte.
Tuttavia, quando abbiamo letto il testo del disegno di legge di riforma della seconda parte della Costituzione e, tra gli altri aspetti assolutamente negativi, abbiamo potuto appurare anche l'intenzione di sopprimere il terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione, sicuramente abbiamo rilevato un ulteriore motivo di valutazione negativa. Per tutti coloro che riescano ad attribuire un minimo di significato logico alla distinzione tra il dire e il fare, è evidente il contrasto quando si afferma di procedere ad una riforma della seconda parte della Costituzione in senso federale e poi si elimina uno degli elementi sostanziali in tal senso. Il terzo comma
dell'articolo 116 della Costituzione, che il disegno di legge costituzionale in esame tende a sopprimere e che noi, con l'emendamento Bressa 34.37, vogliamo ripristinare, va nel senso di una forma di cooperazione e di collaborazione affinché le regioni, sia a statuto ordinario, sia a statuto speciale, che siano in grado di farlo, assumano altre iniziative di natura legislativa nell'ambito di quanto prevedono la Costituzione attualmente in vigore e il comma 3 dell'articolo 116 che noi riproponiamo affinché sia reintrodotto.
Ebbene, questo è un grandissimo passo in avanti nei confronti di una visione federale dello Stato. Negare il voto favorevole a questo nostro emendamento, che non fa altro che ripristinare una norma della Costituzione vigente, significa aumentare la grande contraddizione esistente oggi tra il dire e il fare, tra una modifica federale dello Stato e un comportamento che ne nega l'essenza attraverso i voti che la maggioranza esprime, come continuiamo a vedere.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Carrara. Ne ha facoltà.
NUCCIO CARRARA. I colleghi della sinistra non sono mai d'accordo con se stessi. A momenti sono «ultraunitaristi», a momenti «ultrafederalisti».
L'onorevole Bressa ha dichiarato che l'emendamento in esame, che riprende sostanzialmente il terzo comma del vigente articolo 116, è ottimo perché prevederebbe un federalismo autentico che in realtà è un secessionismo mascherato...
MARCO BOATO. L'ha già detto Nania! Non lo devi ripetere!
NUCCIO CARRARA. ... perché consentirebbe ad alcune regioni di appropriarsi di materie che oggi sono di esclusiva competenza dello Stato e di differenziarsi da altre ragioni. Loro paventano i venti sistemi sull'istruzione, le venti «Italie» della sanità, ma vogliono creare un sistema di federalismo ultradifferenziato che è l'anticamera del secessionismo. E quand'anche ciò avvenisse con legge costituzionale, potremmo anche tollerarlo. Ma si prevede che questo secessionismo mascherato lo si debba realizzare attraverso la legge dello Stato!
Noi qui lavoriamo e sudiamo per stabilire cosa debba essere di competenza dello Stato e cosa delle regioni, perché riteniamo che le competenze debbano avere un rilievo costituzionale e perché crediamo che la Costituzione debba garantire tutti: voi invece prefigurate un sistema in cui lo Stato, ossia la maggioranza di un determinato momento, crea, di fatto, regioni speciali a maggioranza parlamentare, neanche con un quorum rafforzato. Questa è una mostruosità giuridica e noi siamo contrari (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale)!
GRAZIANO MAZZARELLO. Federali, non federalisti!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. Signor Presidente, vorrei esprimermi molto pacatamente, anche se il collega Carrara si è molto appassionato alla discussione. Ho ascoltato attentamente il collega Bressa e condivido tutto ciò che ha affermato. Quindi, per rispetto nei confronti della stanchezza dei colleghi, non lo ripeterò. Tuttavia, vorrei rilevare che l'onorevole Bressa è partito da un riferimento polemico al vostro capogruppo, che, fra l'altro, è un nostro antico collega della Camera, Nania (è vero; lo ascolto anche io spesso per radio e per televisione), il quale afferma: voi, con l'articolo 116, terzo comma, avete approvato un secessionismo mascherato; voi siete più pericolosi della Lega. È un argomento che userete nella campagna referendaria tra un paio d'anni.
NUCCIO CARRARA. Non c'è dubbio!
MARCO BOATO. Suggerirei di ricordarsi semplicemente che in quest'aula nel
l'aprile del 1998 questo testo identico è stato votato anche con il voto di Alleanza nazionale (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Bressa 34.37, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 449
Votanti 435
Astenuti 14
Maggioranza 218
Hanno votato sì 185
Hanno votato no 250).
Prendo atto che gli onorevoli Volontè e Campa non sono riusciti ad esprimere il loro voto.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Boato 34.39.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Carra. Ne ha facoltà.
ENZO CARRA. Signor Presidente, affrontiamo un dibattito solenne e significativo influenzati da una strana politica del «tanto peggio, tanto meglio». Questa è politica mediocre: lavorare cioè ad un compromesso sbagliato e velleitario, pensare che la riduzione del danno sia, in ogni caso, da elogiare e sostenere. Ci siamo cacciati in un inseguimento al villaggio contrapposto all'altro villaggio, ha affermato l'altro giorno l'onorevole Sabattini. Siamo in presenza di uno scambio politico di basso respiro, ha lamentato prima ancora l'onorevole Sterpa dall'altro villaggio, e non poteva dirlo meglio.
Tuttavia, c'è stato chi ha accusato l'opposizione di avere assunto una posizione più dura per il Diktat proveniente da un signore che sta fuori di quest'aula. Anche se fosse così - ma non lo è, onorevole Volontè -, non avremmo avuto altra scelta, ma si può obiettare che ad una devoluzione svilita, svuotata c'è quasi da dire di sì, come fate voi. Insomma, un vento del nord, diventato ponentino o scirocco, che non può far paura a alcuno. Ma anche questo è un atteggiamento da «sciroccati».
Chiediamo, dunque, che venga almeno tolta la parola «esclusiva» alla potestà legislativa spettante alle regioni, secondo questa ristrutturazione del quarto comma dell'articolo 117 della Costituzione, quella che riguarda la devoluzione. In questa potestà esclusiva c'è anche quella sulla materia della polizia regionale. Anche qui ci sono addolcimenti amministrativi secondo gli emendamenti della maggioranza. Dunque, si parla di polizia regionale ed amministrativa.
Rimane però un interrogativo: noi abbiamo un concetto generale, una teoria della polizia regionale, o più genericamente locale, sia pure amministrativa? Noi, in realtà, abbiamo molte polizie che discendono da un concetto diverso, appartenente a quegli Stati che, sin dalla loro origine, hanno avuto un carattere meno autoritario del nostro. Si possono avere polizie come autodifesa della comunità - è questo il caso degli anglosassoni -, ma da noi le cose non stanno esattamente così.
L'Inghilterra ed il Galles hanno quarantasei polizie e nove ne ha la Scozia; la Germania ne ha una per ognuno dei Länder e gli Stati Uniti ne hanno sei. Certo, potremmo rimettere in discussione il ruolo delle due polizie di Stato (carabinieri e polizia) e poi quello della Guardia di finanza, della Polizia penitenziaria, del Corpo forestale dello Stato, del Corpo delle capitanerie di porto. Che dire poi del carabiniere e del poliziotto di quartiere? Che fine faranno in questo modo? Certo, dovremmo affrontare un concetto diverso di polizia regionale e locale e cominciare a fare i conti con quello pesante - se non indigesto, a questo punto - relativo alle polizie attualmente in campo. Potremmo pensare ad un nuovo Stato di polizia - come, forse, voi pensate - più articolato e federalista; dovremmo pensare ad un
nuovo sistema di sicurezza e ad una diversa direzione e coordinamento di questo sistema. In Europa, anche a questo proposito, si parla di politiche regionali, di questioni di sviluppo. Evidentemente in questo caso, però, quando parliamo di politiche regionali e di questioni di sviluppo parliamo d'altro. Pensiamo piuttosto alle sicure difficoltà che incontreremo tutti e che, forse, dovremo superare.
La regione Sardegna, che ha competenza sulla polizia dal 1948, è riuscita a legiferare soltanto sulle divise uniformi delle polizie locali, lasciando ai comuni ogni altra decisione su questi Corpi. La Sardegna non è riuscita neanche ad aprire una scuola di polizia per il reclutamento e l'addestramento dei vigili: ha lasciato questo compito ai comuni.
Sarà bene pensare anche a questo episodio e chiedersi come riusciranno altre regioni ad immettere in servizio vigili ed agenti fuori da un clientelismo, in questo caso particolarmente pericoloso. Non basterà certo il nostro dissenso per non far passare una legge così velleitaria. È altrettanto difficile che si possa spiegare questa competenza esclusiva su una polizia locale ad una Corte costituzionale, fosse anche quella federalista creata proprio con questo provvedimento. Quello che è mancato del tutto ad un testo tanto fondamentale è proprio il fondamento concettuale, l'identificazione degli obiettivi, una teoria generale che in questo caso è frammentata nel compromesso e nel pasticcio.
Nessuno di noi è più sicuro che le certezze federaliste di molti di voi di qualche anno fa abbiano resistito al tempo e a questa pessima legge (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Amici. Ne ha facoltà.
SESA AMICI. Signor Presidente, non ripeterò le argomentazioni che stanno a fondamento di questo emendamento per una ragione molto semplice; nell'articolo 117 vigente le materie che oggi vengono devolute alla potestà legislativa esclusiva erano materie a legislazione concorrente. Come dire, non è l'assistenza e l'organizzazione scolastica che hanno determinato l'enorme contenzioso aperto tra Stato e regioni. Esse non rappresentano la mole del contenzioso perché afferiscono entrambe a due grandi diritti universali sanciti nella prima parte della Costituzione. Si trattava, quindi, di materie concorrenti proprio per rispettare le questioni che dovevano mantenersi nei limiti dei principi stabiliti dallo Stato.
L'aver voluto inserire la potestà esclusiva delle regioni per argomenti quali l'assistenza e l'organizzazione scolastica costituisce, di fatto, un elemento in netta contraddizione con il mantenimento dell'universalità dei diritti. È del tutto evidente che si sta portando avanti un'operazione più di ordine politico che istituzionale.
Quindi, togliere la parola «esclusiva» dalla formulazione del nuovo articolo 117 della Costituzione non significa non riconoscere l'esigenza di attribuire maggiori poteri alle regioni. Vuol dire, invece, considerare quella potestà regionale come un'articolazione dello Stato, da esercitare concretamente nell'ambito di quel principio di leale collaborazione tra soggetti istituzionali, previsto dal vigente testo dell'articolo 117 della nostra Carta.
La potestà esclusiva che vogliamo eliminare non rappresenta una sottrazione di poteri, ma costituisce la concreta possibilità di garantire l'efficacia della legislazione e dell'azione di governo, senza tuttavia introdurre nella Costituzione contraddizioni di principio, che suscitano la nostra preoccupazione. Infatti, sul principio dell'universalità dei diritti voi realizzate seriamente quanto sostenuto dalla vostra propaganda politica. È ciò che vogliamo impedire, riportando la discussione del Parlamento sul piano della capacità di legiferare, senza piegare le istituzioni e le leggi alle esigenze di una mera battaglia politica.
Forse la discussione di una riforma costituzionale meriterebbe una maggiore
serietà; soprattutto, dovrebbe esservi la consapevolezza che, in questa Repubblica, i soggetti dell'articolazione dei poteri dello Stato devono poter agire efficacemente, ma devono anche essere posti nelle condizioni per cui l'esercizio di quei poteri non risulti lesivo della dignità delle persone. Per questo motivo, invito l'Assemblea ad approvare l'emendamento Boato 34.39 (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo, Misto-socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Lettieri. Ne ha facoltà.
MARIO LETTIERI. Signor Presidente, le considerazioni testè svolte dai colleghi intervenuti hanno evidenziato come esistano diritti incomprimibili, da rispettare comunque e dovunque, indipendentemente dal fatto di essere nati al nord o al sud. Mi sembra che le proposte emendative in esame abbiano lo scopo di correggere alcune gravi distorsioni, contenute nel testo nel disegno di legge costituzionale.
Vorrei rivolgere un appello a tutti i colleghi, in particolare a quelli del Mezzogiorno. Vorrei evidenziare, infatti, che rischiamo di creare effettivamente una divisione nel nostro paese, perché il provvedimento che ci accingiamo ad approvare non assicurerà più, sostanzialmente, i diritti dei nostri cittadini meridionali.
Voglio dirlo con franchezza: questo può essere anche l'intento della Lega Nord, ma non comprendo né Forza Italia, né l'UDC, né tantomeno Alleanza nazionale, che viene al sud per farsi garante dei diritti dei cittadini meridionali! Ci pensino bene, prima di respingere le proposte emendative in esame...
PRESIDENTE. Onorevole Lettieri, concluda!
MARIO LETTIERI. ... e rivedano la loro posizione!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Frigato. Ne ha facoltà.
GABRIELE FRIGATO. Signor Presidente, vorrei spendere anch'io qualche parola a sostegno all'emendamento Boato 34.39, poiché ritengo che assegnare la potestà legislativa esclusiva in materie così importanti sia per alcuni versi in contraddizione con la prima parte della Costituzione, che tutti affermiamo di sostenere, in quanto ancora valida ed attuale.
Vorrei ricordare che, in quella parte della nostra Costituzione, sono contemplati i diritti fondamentali della persona, delle associazioni e della comunità. Se nell'ambito del diritto all'assistenza sanitaria, ad esempio, non fissiamo i livelli minimi di assistenza, affidando la definizione dei principi generali allo Stato, ma li lasciamo indeterminati, o li rimettiamo comunque alla valutazione delle singole regioni, mi sembra che si determino i presupposti per creare una sperequazioni tra i cittadini.
Ritengo, pertanto, che occorra svolgere una riflessione supplementare...
PRESIDENTE. Onorevole Frigato, concluda!
GABRIELE FRIGATO. ... soprattutto da parte di quelle forze politiche che hanno avuto il coraggio...
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Boato 34.39, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 452
Votanti 450
Astenuti 2
Maggioranza 226
Hanno votato sì 205
Hanno votato no 245).
Prendo atto che l'onorevole Volontè non è riuscito a votare.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Mascia 34.80.
MARIO LETTIERI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. A che titolo, onorevole Lettieri?
MARIO LETTIERI. Per sottoscrivere l'emendamento Mascia 34.80.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARIO LETTIERI. Signor Presidente, vorrei apporre anche la mia firma a questo emendamento che, lo ripeto, tenta di mettere al centro i problemi veri che riguardano la devolution ed i rischi che essa comporta, soprattutto per le regioni più deboli, per il Mezzogiorno. Si è parlato tanto di eguaglianza ed ognuno di noi credo che su tale parola dovrebbe trovare convergenza. Ma uguaglianza di che? Certo, la libertà di parola è importante, ma è fondamentale l'uguaglianza nei diritti, ed il diritto all'assistenza sanitaria non può, nei fatti, essere diverso, così come, purtroppo, rischia di essere.
Non vorremmo più vedere i cosiddetti «viaggi della speranza» dal sud verso il nord, ma ciò sarà il rischio se sarà attuata questa norma, così come voi l'avete ipotizzata. Ecco perché rinnovo il mio appello ai colleghi del nord che conoscono il sud e sanno che il sud può essere determinante per la crescita complessiva dell'economia italiana e per ridare all'Italia un ruolo di grande protagonismo in Europa.
Certo, i diritti non è facile garantirli in una situazione economica e finanziaria quale quella che il nostro paese sta attraversando in questo momento. Siamo in una fase di declino, purtroppo. Facciamo, tuttavia, in modo che non vi sia il declino della speranza di tanta parte del popolo italiano, quale quella che risiede nelle regioni meridionali (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Battaglia. Ne ha facoltà.
AUGUSTO BATTAGLIA. Signor Presidente, sulla partita esclusiva delle competenze delle regioni è stato compiuto un gran pasticcio. La Casa delle libertà non è riuscita a sciogliere il nodo. Da una parte, infatti, vi è era la Lega, che premeva per una serie di competenze esclusive, tra cui la sanità. Dall'altra parte, vi era, ad esempio, Alleanza nazionale che, invece, tentava di recuperare un ruolo dello Stato per la legislazione di indirizzo ed i principi fondamentali. Non siete riusciti a sciogliere tale nodo e, perciò, è scaturito un pasticcio. Avete, infatti, attribuito allo Stato alcune funzioni e, poi, avete mantenuto, nell'articolo, la competenza esclusiva in materia di assistenza sanitaria e di organizzazione sanitaria, a danno delle regioni.
Ciò, oltre ad aprire il varco a tutta una serie di operazioni che possono rendere sempre più difficile la gestione del Servizio sanitario nazionale, aprirà il varco anche a tutta una serie di conflitti tra il livello regionale e quello statale, che determineranno un'impraticabilità del campo della sanità italiana.
In tale quadro, ritorno sulla precedente richiesta che ho già rivolto al presidente Bruno (egli mi darà una risposta a fine seduta). È chiaro che, nella difficoltà di comporre posizioni contrapposte tra la Lega Nord e Alleanza nazionale, voi avete usato, nel precedente emendamento una formula ambigua, in cui, mescolando le parole di tutela della salute, della sicurezza e della qualità alimentare, avete messo insieme il farmaco col prosciutto di San Daniele, il gorgonzola con il servizio ospedaliero di eccellenza, mescolando le carte in maniera tale che non è chiaro quali siano le competenze in capo allo Stato e quali in capo alle regioni.
AUGUSTO BATTAGLIA. Credo che su una materia importante quale la tutela del diritto alla salute del cittadino, tali ambiguità non vi dovrebbero essere, perché
altrimenti vi potranno essere regioni che garantiscono alcune prestazioni ed altre che non le potranno garantire; vi sarà uno squilibrio nell'offerta dei servizi, a svantaggio, in particolare, delle regioni meridionali.
I parlamentari eletti tra le file della Casa delle libertà nelle aree meridionali dovrebbero essere più consapevoli di quali squilibri queste norme, così come sono state redatte, potranno determinare e quali svantaggi ulteriori alcune regioni, quali la Calabria, la Puglia e l'Abruzzo, potranno subire nei prossimi anni se tale sistema dovesse essere effettivamente messo in opera dal Governo.
Questa ambiguità determinerà problemi anche in altri settori. Se ogni regione, rivendicando una potestà legislativa esclusiva, potrà stabilire una propria politica per il farmaco, mi dovete spiegare come il nostro paese potrà sviluppare un'azione in questo campo per cercare di recuperare qualche posizione in un settore così delicato, importante e moderno dell'economia. Mi dovete spiegare come si potranno recuperare le posizioni perse in questi anni e ricollocare l'Italia in una situazione di avanguardia nell'ambito di un settore dinamico e moderno dell'economia, che richiede necessariamente politiche nazionali. Come si possono sviluppare politiche nazionali, se poi formuliamo un testo in cui si dice che l'assistenza e l'organizzazione sanitaria sono materie di competenza non concorrente bensì esclusiva e se, quindi, non vi sarà la possibilità di dotarsi di strumenti che possano armonizzare le scelte, le politiche, gli orientamenti, il tipo di prestazione che va garantita uniformemente su tutto il territorio nazionale a tutti i cittadini, a prescindere dal luogo in cui sono nati o in cui vivono e dalla loro situazione economica e sociale?
Questo è il rischio del pasticcio che avete creato. Con questi emendamenti stiamo cercando, in qualche modo, di limitare i danni, per quanto possibile (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Deiana. Ne ha facoltà.
ELETTRA DEIANA. Signor Presidente, proponiamo l'abolizione delle lettere a) e d) del comma 4 dell'articolo 34, perché riteniamo che, complessivamente, tale norma rappresenti in maniera molto chiara lo spirito di fondo della revisione costituzionale dell'articolo 117: mi riferisco alla secessione, ossia la deflagrazione del vincolo unitario del patto di cittadinanza su cui è stata scritta e si è costituita, nella volontà dei padri e delle madri costituenti, la Repubblica italiana. Si tratta di collocare questo vincolo di solidarietà sociale e di esercizio dei diritti fondamentali - scritti nella prima parte della Costituzione e, poi, garantiti dalle modalità e dagli obblighi a cui sono chiamati lo Stato, le istituzioni e l'ordinamento - in una situazione di completo rovesciamento dei principi ispiratori della Costituzione. Diritti fondamentali, come l'assistenza e la salute, vengono affidati in maniera esclusiva alle regioni e, quindi, di conseguenza, sottoposti alle decisioni che ogni regione potrà e vorrà adottare, a seconda della sua ricchezza, subendo poi le decisioni centrali, che vanno tutte nel senso di depauperare le autonomie locali, determinando di conseguenza una terribile crescita della disparità che già colpisce duramente le stesse regioni italiane.
Ancora, la lettera d), che proponiamo di sopprimere, crea le polizie locali e, quindi, colloca la questione della sicurezza del paese - che riveste un interesse nazionale e deve essere nazionalmente garantita - in una logica di diversificazione territoriale, che prefigura anche la possibilità di accedere a forme di privatizzazione di questo settore dello Stato, com'è nella logica della cultura liberista e dei programmi che la maggioranza sostiene.
Diceva prima il collega Bressa che la dignità umana, richiamandosi ad un costituzionalista tedesco, è la premessa antropologica del costituzionalismo democratico. Credo che alle parole del costituzionalista tedesco occorra aggiungerne altre:
è anche la dignità umana frutto del costituzionalismo democratico.
Noi sappiamo che la tensione tra la Costituzione materiale e quella formale ha costituito storicamente lo spazio entro il quale si è esercitata la possibilità per donne ed uomini di raggiungere un livello di dignità umana degno di questo nome. La tensione tra quello che si era socialmente e quello che la Costituzione garantiva e che richiamava.
La Costituzione italiana del 1947 si richiamava da questo punto di vista, sul piano della qualità del patto di cittadinanza, a grandi principi e grandi diritti. È stato uno spazio che ha garantito l'emancipazione sociale e la liberazione di grandi porzioni della società italiana.
Noi viviamo una fase nella quale la dignità umana invece corre il rischio di essere fortemente depotenziata e deprivata delle ragioni e delle condizioni materiali che rendono possibile tale affermazione e tale esercizio di dignità umana. Penso al tema del lavoro, che è diventato un diritto negato; pensiamo ai diritti del lavoro che costituiscono ormai un optional; pensiamo ormai a tutti i grandi diritti sociali garantiti dal patto costituzionale, che costituiscono ormai delle residualità.
PRESIDENTE. Onorevole Deiana, si avvii a concludere.
ELETTRA DEIANA. Concludo, Presidente. Credo che in questa situazione storico-politico, sociale ed economica nella quale ci troviamo e nella quale la dignità umana ha subito forti arretramenti sul terreno materiale, la deflagrazione costituzionale non potrà che favorire tutto ciò e riportare il nostro paese molto indietro, come ricordava il collega Bressa, sul piano del rispetto della dignità umana (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Giacco. Ne ha facoltà.
LUIGI GIACCO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la formulazione che stiamo esaminando relativamente a questo articolo, per quanto riguarda gli aspetti attinenti alla sanità, è una formulazione estremamente ambigua, come ha già sostenuto il collega Battaglia.
Per questa ragione, non si comprende in modo chiaro ed esplicito quali competenze siano attribuite in capo allo Stato e quali alle regioni. Non essendoci più una legislazione di tipo concorrente, ma una esclusività da parte delle regioni per quanto riguarda l'organizzazione e l'assistenza, vi saranno senz'altro un numero maggiore di conflitti fra lo Stato e le regioni.
L'aspetto tuttavia che ci preoccupa maggiormente è che si va nella direzione della distruzione del sistema sanitario nazionale e delle politiche nazionali relative alla salute: penso ad una serie di situazioni che penalizzano i territori (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Lettieri. Ne ha facoltà.
MARIO LETTIERI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, poc'anzi ho fatto riferimento alla necessità di garantire pari livelli di assistenza su tutto il territorio italiano.
Qualche collega del mio gruppo politico mi ha richiamato, facendomi notare come mi sfuggisse il fatto che nel Mezzogiorno d'Italia vi fossero centri di eccellenza nel settore della sanità. Lo so bene, e per fortuna! Lo sanno anche i tanti colleghi del nord d'Italia che hanno eventualmente avuto la sfortuna o la ventura di dover far ricorso alle cure di questi centri di eccellenza; abbiamo infatti una classe medica di alto livello.
Partendo dal detto popolare secondo cui «senza soldi non si canta messa», nel Mezzogiorno, senza un federalismo fiscale serio e senza una solidarietà vera con una perequazione oggettiva, non può esservi una sanità che funziona e non possono esservi livelli adeguati di assistenza.
Ecco perché invito i colleghi a votare a favore dell'emendamento in esame e non
dell'intera riforma (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Frigato. Ne ha facoltà.
GABRIELE FRIGATO. Signor Presidente, intervengo per richiamare l'attenzione dei colleghi sul fatto che la sanità nel nostro paese ha sicuramente bisogno di un quadro normativo più preciso ed anche di una attenzione rispetto alle specifiche competenze. Tuttavia, vorrei ricordare ai colleghi della maggioranza che tutti i governatori, di centrodestra o di centrosinistra, stanno dicendo che vi è bisogno di aumentare il fondo sanitario nazionale. Qualche mese fa il ministro ha detto che si devono diminuire le lunghe liste di attesa. Noi della Margherita aggiungiamo che vi è bisogno di istituire seriamente un fondo per gli anziani non autosufficienti. Queste mi sembrano le emergenze dell'assistenza e della sanità nel nostro paese (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Banti. Ne ha facoltà.
EGIDIO BANTI. Signor Presidente, la cosiddetta mobilità ospedaliera è una delle forme di organizzazione sanitaria che da più di dieci anni garantisce il funzionamento del sistema. La mobilità ospedaliera si intende tra regione e regione con relative compensazioni e non può essere in ogni caso ricondotta alle norme generali sulla tutela della salute perché non attiene direttamente alla tutela della salute, bensì all'organizzazione sanitaria.
Se la potestà legislativa in materia di organizzazione sanitaria è demandata alle singole regioni, sembra molto difficile che possa essere mantenuto un sistema efficiente di mobilità ospedaliera e di relativa compensazione. Ciò significa che alcune regioni risulteranno pesantemente svantaggiate ed altre, invece, avvantaggiate, secondo un principio di non equità, laddove non intervenisse una legge dello Stato in grado di garantire la prosecuzione di quanto introdotto dal 1992.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lisi. Ne ha facoltà.
UGO LISI. Signor Presidente, vorrei ricordare ai colleghi di centrosinistra il decreto legislativo n. 56 del 2000. Il collega Lettieri ha parlato del conferimento dei fondi per il Mezzogiorno. Vorrei ricordare che attraverso il suddetto decreto - allora era Presidente del Consiglio D'Alema - vi è stato un conferimento differenziato dei fondi. Ad esempio, la Puglia, terra della quale mi onoro di far parte, prende mille miliardi di vecchie lire in meno pur avendo gli stessi abitanti dell'Emilia Romagna. Forse, deve essere il centrosinistra a spiegare a noi del Mezzogiorno d'Italia il perché di tali differenze, non certo il Governo di centrodestra (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale, di Forza Italia e dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Ruzzante. Ne ha facoltà.
PIERO RUZZANTE. Signor Presidente, vorrei interloquire con il collega Lisi, visto che stiamo cercando di collegare una riforma costituzionale a temi che si interconnettono alle scelte di Governo dal punto di vista economico.
NUCCIO CARRARA. Anche ai vostri ricorsi alla Corte costituzionale!
PIERO RUZZANTE. Vorrei ricordare al collega Lisi i tagli adottati nei confronti dei comuni e degli enti locali nel corso di questi tre anni. Mi riferisco ai tagli al fondo sociale. Tutti i presidenti delle regioni - lo ricordava prima di me un collega della Margherita - si stanno lamentando nei confronti del vostro Governo.
Quindi, visto che stiamo trattando del federalismo e della devoluzione, ebbene questi sono temi che si possono attuare e realizzare anche a Costituzione vigente - lo ha ricordato, oggi, anche la collega Montecchi -, ma bisogna credere nello spostamento di risorse verso gli enti locali. Invece, oggi ci sono decine e decine di comuni che non sono in grado di chiudere i bilanci. Ci sono state delle manifestazioni, cito quelle della regione Veneto, dove i sindaci, anche quelli del centrodestra, si sono lamentati nei confronti del vostro Governo. Questa è la realtà (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Galeazzi. Ne ha facoltà.
RENATO GALEAZZI. Signor Presidente, avevo detto precedentemente che il cambiamento della Costituzione è una cosa seria e non può essere fatto con incertezza e confusione. Questa Costituzione, che fu anche definita, a suo tempo - mi sembra da un ministro dell'interno -, una trappola, recentemente era stata definita da qualcuno un po' sovietica, proprio perché poco liberale. Dico però che con queste modifiche un po' confuse, che stiamo approvando, non so come sarà definita. Personalmente penso che sarà più centralistica: altro che devolution: passerà alla storia! Ciò in quanto alcuni emendamenti, mi riferisco a quelli relativi alla sanità, invece di fare chiarezza, fanno in realtà confusione.
Siamo di fronte ad una nuova situazione: non voglio parlare di economia globale, ma d'altronde anche la salute è diventata globale, perché se c'è un colpo di tosse a Honk Kong poi c'è una ripercussione in Canada e così via. Voglio dire che (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)...
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Galeazzi.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maura Cossutta. Ne ha facoltà.
MAURA COSSUTTA. Oltre a quanto già detto dai colleghi che mi hanno preceduto e a quello che dirò nei miei successivi interventi in dichiarazione di voto, voglio dire che noi siamo contro questa devolution in quanto essa serve per destrutturare l'intero Sistema sanitario nazionale. Anche se l'abbiamo già detto, voglio ribadire che c'è un nesso strettissimo e coerente tra il modello organizzativo del Servizio sanitario nazionale e il modello istituzionale (del Servizio sanitario nazionale), cioè tra il modo di organizzare l'assistenza sanitaria e le finalità del modello istituzionale del Servizio sanitario nazionale. Il nostro Servizio sanitario nazionale comprende unitariamente la prevenzione, la cura e la riabilitazione, comprende cioè un'idea dei servizi nel territorio e la rete ospedaliera. Esso comprende un'idea di politiche sanitarie specifiche e l'integrazione di tali politiche con le politiche sociali e quelle del lavoro. Pertanto, se si attribuisce una competenza esclusiva alle regioni sull'organizzazione del modello, si mettono in discussione le finalità stesse del modello istituzionale del Servizio sanitario nazionale. Faccio un esempio: se da un punto di vista organizzativo ogni regione può farsi un modello per sé, ciò significherà che ciascuna regione potrà decidere il sistema di accreditamento, il sistema del rapporto fra servizi territoriali e rete ospedaliera; potrà andare avanti sulle sperimentazioni gestionali e potrà persino andare avanti per introdurre fondi privati per garantire il finanziamento.
La conseguenza di questa devolution, invece che quella di dare risposte attraverso l'organizzazione del Servizio sanitario nazionale, com'era stata intesa con la legge n. 833 del 1978, sarà che la risposta al bisogno sanitario è semplicemente una somma di prestazioni. Non c'è quindi la cultura del diritto alla salute. Altro che tutela della salute! C'è semplicemente la cultura risarcitoria, tipica dei modelli assicurativi. Il diritto alla salute è semplicemente un diritto individuale, esigibile dall'individuo all'interno di un mercato di prestazioni, all'interno di un modello assicurativo.
Per questo la devolution è deflagrante, proprio perché essa destruttura il Servizio sanitario nazionale.
Viene inoltre messa in discussione la cultura dell'eguaglianza, perché, se si parte dal principio che chi paga ha la possibilità di esigere i diritti, la fonte del diritto sarà quella territoriale. Quindi non ci sarà l'uguaglianza, ma ci saranno regioni forti e regioni meno forti, cittadini di serie A e cittadini di serie B.
Per tale motivo - colleghi dell'UDC - vi siete accontentati delle parole. Qui si palesa un attacco all'unità del paese, che è garantita dall'universalità del sistema dei diritti (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Giulio Conti. Ne ha facoltà.
GIULIO CONTI. Signor Presidente, colleghi, ho ascoltato con molta attenzione il dibattito sulla sanità, in particolare le tesi espresse dagli onorevoli Bindi, Battaglia e Maura Cossutta.
Ritengo vi sia un equivoco di fondo. Innanzitutto, la Costituzione vigente prevede che la tutela della salute rientri nella legislazione concorrente, quindi non è proprietà né delle regioni né dello Stato, bensì di entrambi.
La legislazione concorrente ha stabilito, ad esempio, che i livelli minimi di assistenza devono essere uguali in tutte le regioni d'Italia. Quando però da sinistra si parla di viaggi della speranza, di viaggi della tristezza e del dolore, significa che una regione del sud non è in grado di soddisfare queste esigenze e, quindi, ci si reca in Lombardia, in Veneto, in Emilia o a Roma. Questa è la dimostrazione concreta che il progetto della sinistra sulla sanità è clamorosamente fallito.
Ritengo che la lettera m-bis), votata dalla Camera poco fa, che regola le norme generali sulla tutela della salute, sia molto chiara e imponga ulteriori chiarimenti. Occorre infatti individuare la differenza esistente tra salute e sanità; si tratta di un discorso che si svolge nei corridoi, ma non in aula.
Siamo di fronte a due termini profondamente diversi. La sanità è quella che vedete oggi, vale a dire l'organizzazione degli ospedali, l'organizzazione sul territorio attraverso le ASL, la distribuzione dei farmaci, l'attività che si svolge negli ospedali e nei laboratori di analisi.
Per quanto riguarda la salute, ricordo che, in XII Commissione, vi fu un voto unanime sulla proposta del ministro di cambiamento della denominazione del Ministero in Ministero della salute. Il discorso sulla salute comprende una serie di progetti che devono interessare tutti i cittadini, mentre l'organizzazione della sanità può essere diversa da regione a regione. Ad esempio, quando si parla del problema delle cellule staminali, non sarebbe giusto che una regione realizzasse un progetto di studio giungendo a determinate conclusioni e un'altra ne realizzasse uno diverso giungendo a conclusioni opposte, mettendo in discussione principi scientifici.
Quando si organizza una battaglia contro l'AIDS e occorre valutarne gli effetti, non è possibile agire allo stesso modo in Lombardia e in Calabria con un decreto di un assessore regionale. Sono questi i discorsi sulla differenza che intercorre tra sanità e salute.
Credo che questa sia un'acquisizione della Camera dei deputati e di tutto il Parlamento italiano, altrimenti continueremo a dibattere su argomenti soltanto superficiali. È una distinzione che ritengo debba essere fatta ed un potere dello Stato che debba essere garantito. Inoltre, il problema della sanità deve essere affrontato unitamente alla ricerca scientifica, proprio per gli argomenti e le motivazioni poc'anzi addotte.
PRESIDENTE. Onorevole Giulio Conti, la prego di concludere.
GIULIO CONTI. Aver approvato l'emendamento di prima, che quindi andrà a far parte della nuova Costituzione, è
stato un atto di civiltà ed un'apertura per un dibattito che non può essere esaurito in questa sede (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Leoni. Ne ha facoltà.
CARLO LEONI. Signor Presidente, mi sembra che anche i colleghi che hanno parlato poco fa incorrano nell'errore e nella confusione, comuni peraltro anche ad altri, di non comprendere che, quando si parla di materie concorrenti, non significa che esiste una gara tra Stato e regioni. Significa, invece, che insieme si concorre allo stesso obiettivo e che lo Stato e il suo Governo avrebbero dovuto emanare in questi tre anni la legislazione sui principi fondamentali. Questo è scritto nella Costituzione. Voi invece siete rimasti con le mani in mano e non avete varato la legislazione di principio. È questa la ragione che ha causato i maggiori conflitti, inducendo le regioni a chiamare in causa la giurisprudenza della Corte costituzionale. Non potete prendervela con la riforma del Titolo V promossa tre anni fa, visto che nel frattempo siete rimasti con le mani in mano. Se aveste fatto o almeno proposto a questo Parlamento la legislazione sui principi fondamentali, non saremmo di fronte agli inconvenienti cui volete porre riparo con una scorciatoia grave. Non vi siete assunti questa responsabilità, ma volete cambiare la Costituzione. È questo che crea il caos di ieri e di oggi (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Carbonella. Ne ha facoltà.
GIOVANNI CARBONELLA. Signor Presidente, penso che non ci voglia molto a capire che questo, più che una riforma, è un gran pasticcio che mortifica, sia nello spirito che nella sostanza, quanto con grande tensione ideale realizzarono i nostri padri costituenti. Sanità, scuola e polizia amministrativa locale vengono trattati come merce di scambio politico, consumato in particolar modo tra Alleanza nazionale e la Lega, quando invece sono temi scottanti che toccano la carne viva, soprattutto del popolo meridionale. Tuttavia, questo scambio poi si trasforma in un gioco delle parti, perché alla Lega serve per poter sventolare al nord la bandiera del federalismo, accreditandosi questa grande vittoria, mentre ad Alleanza nazionale serve per poter affermare nelle regioni meridionali che, grazie a lei, la devoluzione è stata svuotata di contenuti.
Penso invece che il popolo italiano, al nord come al sud, con il referendum darà la risposta che meritano i pasticci da voi fatti in Parlamento (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Piglionica. Ne ha facoltà.
DONATO PIGLIONICA. Signor Presidente, resto abbastanza sorpreso del fatto che, da parte del centrodestra, vengano proposti ragionamenti che dovrebbero comportare una presa di distanza da quello che stiamo votando. Ad esempio, il collega Giulio Conti ha fatto un sottile ragionamento per distinguere sanità e salute. Da medico, come siamo entrambi, gli chiedo come sia possibile immaginare che diverse organizzazioni della sanità, profondamente differenti tra di loro, non finiscano per avere riflessi anche sul diritto alla salute.
Tutti noi sappiamo che anche durante la legislazione unitaria esistevano sistemi sanitari differenti. Ma siamo sicuri, di fronte a questa preoccupazione, che spingere verso la devolution sia la risposta al problema?
Vorrei poi chiedere cosa ne pensa l'onorevole Lisi, che ha fatto sua la battaglia - da noi condivisa - del presidente della regione Puglia Fitto contro il famigerato decreto legislativo n. 56 del 2000.
In tre anni il Governo Berlusconi non ha trovato il modo di correggere ciò? Ha
corretto di tutto: il falso in bilancio, tutta la Madonna santissima è stata corretta (Commenti dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza Nazionale)...
PRESIDENTE. Calma, calma... Onorevole collega...
DONATO PIGLIONICA. Chiedo scusa per quello che detto: era un modo di dire. Chiedo scusa. Non potevamo correggere il decreto legislativo n. 56?
PRESIDENTE. Onorevole Piglionica, la prego di concludere...
DONATO PIGLIONICA. Il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri applicativo...
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Piglionica.
Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Mascia 34.80, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 468
Votanti 466
Astenuti 2
Maggioranza 234
Hanno votato sì 203
Hanno votato no 263).
Prendo atto che l'onorevole Volontè non è riuscito a votare.
Passiamo agli identici emendamenti Mascia 34.81 e Bressa 34.86.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bindi. Ne ha facoltà.
ROSY BINDI. Signor Presidente, con gli emendamenti in esame intendiamo esprimere la netta contrarietà al disegno complessivo che sarà contenuto nella futura Carta costituzionale. Tale contrarietà deriva da vari motivi.
In primo luogo, con questa riforma date assetto istituzionale alla vostra visione di società. Infatti, quello che in realtà la Lega e questa maggioranza hanno sempre perseguito non è la devolution istituzionale, che, come tutti sanno, è, da un punto di vista puramente tecnico, applicata nel Regno Unito, in particolare in Scozia. Coloro che studiano questi temi, sanno bene che attualmente in questo paese un consiglio regionale ha molti più poteri del Parlamento scozzese.
Ciò che si vuole non è, in realtà, un nuovo assetto istituzionale, se non in quanto esso è strumentale ad una visione della società nell'ambito della quale si rompe il vincolo di solidarietà tra tutte le sue componenti, e in modo particolare tra le componenti deboli e le componenti forti. La devolution che si vuole è la secessione di coloro che hanno più possibilità, in modo da potersi autorganizzare rispetto al resto della popolazione e della cittadinanza. Ciò non è riuscito fino in fondo in questi anni, perché sono bastati tre anni di Governo del centrodestra per far rinascere in questo paese il bisogno e la voglia di solidarietà e di politiche pubbliche.
Avete vinto le elezioni del 2001 all'insegna dello slogan: il pubblico è inefficiente, non serve a nulla, non bisogna pagare le tasse, noi vi daremo una società libera che si autorganizza, nella quale coloro che hanno la possibilità possono fare tutto quello che vogliono, senza avere la palla al piede di coloro che vanno assistiti. Non negheremo certamente - avete affermato - l'assistenza ai poveri, ai quali anzi aumenteremo le pensioni, ma la forza sarà quella di una società che si libera dalle politiche pubbliche.
Sono stati sufficienti tre anni della vostra cura - a seguito della quale si è visto cosa è un paese in cui si indeboliscono le politiche pubbliche, c'è meno scuola pubblica, c'è meno salute pubblica, vi sono minori risorse per i comuni e per gli enti locali per provvedere, con le loro
politiche, ai diritti dei cittadini - affinché l'Italia si ribellasse. Infatti, i risultati delle recenti elezioni amministrative, che sono state una vostra sconfitta più che una nostra vittoria, sono stati il frutto di un paese che trovandosi solo, con meno potere d'acquisto, con meno sanità, con meno scuole, con più ticket, con più povertà e con l'impoverimento dei ceti medi, ha detto: no, così non va.
Ci vuole più solidarietà, soprattutto quando le cose vanno male, quando l'economia è ferma, quando c'è il declino industriale, quando il prodotto interno lordo non cresce! La ricetta di chi dice «meno spesa sociale, più sviluppo» non serve a niente. Anzi, ci vuole spesa sociale più qualificata affinché vi sia sviluppo vero e crescita!
Questo progetto, oggi, voi lo volete sancire in Costituzione. La vostra visione di una società divisa, di una società non della libertà ma delle solitudini davanti al bisogno: voi oggi date un impianto istituzionale a questa visione di società. È per questo che noi diciamo «no» e diciamo «no» soprattutto a partire da due beni fondamentali: quello della cultura, del sapere e quello della salute.
Noi vogliamo sopprimere la competenza esclusiva delle regioni in materia di assistenza e di organizzazione sanitaria, perché questo vuol dire, caro onorevole Conti, che il ministro della salute parlerà di fecondazione, parlerà di AIDS, farà le grandi campagne informative, ma l'organizzazione della sanità, quella che dà l'effettività del godimento di un diritto...
PRESIDENTE. Concluda, onorevole Bindi...
ROSY BINDI. ... sarà affidata in maniera esclusiva a ciascuna regione, che deciderà autonomamente se rafforzare o distruggere il sistema universalistico! E questo vorrà dire creare non un sistema sanitario nazionale, ma venti sistemi sanitari regionali (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo - Congratulazioni)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Galeazzi. Ne ha facoltà.
RENATO GALEAZZI. Signor Presidente, per completare la riflessione iniziata nel mio precedente intervento, devo dire che la sanità ha due problemi in tutto il mondo occidentale. Il primo è l'aumento dei costi, che sono ormai iperbolici; l'altro è quello del progresso tecnologico, strumentazioni sempre più moderne e sempre più costose. Quanto costa una TAC di quarta generazione o una nuova risonanza magnetica?
Questo è un problema che però si somma ad altri. Abbiamo una popolazione che aumenta di età, sempre più anziana. Questo, direi per grazia di Dio, è un bene che dobbiamo preservare e di cui dobbiamo godere, ma ci sono anche altri problemi. Con un'economia ormai globale abbiamo il problema degli extracomunitari, cioè di quei cittadini che vengono da altri paesi e che ci portano forza lavoro. A parte il fatto che non permettiamo loro di votare, dovremmo almeno garantirgli il diritto alla salute. Bisogna, quindi, preparare la sanità a nuove malattie, quelle che ci portano i turisti o i cittadini che ormai vanno in paesi molto lontani, dall'Estremo oriente al Sudamerica, per cui malattie che erano quasi scomparse - come la malaria e la tubercolosi - ricompaiono nelle nostre regioni.
Ho citato questi esempi per dimostrare che la sanità ormai si trova veramente in un vortice di cambiamenti; quindi è necessaria una regia centrale che permetta non soltanto di tutelare ma anche di entrare nei sistemi assistenziali per garantire lo strumento più avanzato per la diagnosi precoce o che la terapia con un farmaco cosiddetto «orfano» sia garantito a tutti. Credo che questa sia una questione di civiltà per un paese che vuole essere ai primi posti nel mondo.
Questi esempi quindi, a mio giudizio, sono molto pertinenti. Proprio oggi pomeriggio in Commissione si parlava di ECM - che vuol dire educazione medica continua - e di farmaci. Chi garantisce un
professionista, un medico sempre aggiornato - ma questo vale anche per tutto il personale paramedico -, chi garantisce alcuni farmaci speciali per alcune malattie rarissime? Chi garantisce la ricerca a tutto campo che riguarda non soltanto le biotecnologie, ma anche tutta una serie di campi, proprio perché i costi dei nuovi farmaci e dei nuovi strumenti sono lievitati?
Abbiamo, quindi, la necessità che vi sia uno Stato che garantisca l'assistenza, il che vuol dire accedere a queste prestazioni che sono sicuramente importanti ma che devono essere garantite a tutti i cittadini nella stessa misura. L'accesso vale per il cittadino calabrese o per quello lombardo, ma anche per il cittadino anziano o per quello più giovane o per l'extracomunitario.
Vi è quindi la necessità di una presa di coscienza in quest'aula affinché i cambiamenti, che sono veramente notevoli in quest'epoca, ci consentano di correggere una Carta costituzionale in modo che sia al passo con i tempi. La vecchia Carta costituzionale aveva garantito nel bene o nel male sviluppo, ricchezza, democrazia con le inevitabili incertezze e i passi indietro. Ci ricordiamo Governi Tambroni o quelli di solidarietà nazionale; ci ricordiamo altresì tentativi di golpe, ma anche aumenti di progresso democratico.
Proprio per questo noi dobbiamo garantirci una Costituzione che sia al passo con l'evoluzione dei tempi per ciò che concerne uno dei beni primari dell'uomo che, in questo caso, è quello della salute; potremo però parlare ugualmente di scuola e di altri fatti fondanti la cultura e la formazione dell'individuo (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maura Cossutta. Ne ha facoltà.
MAURA COSSUTTA. Signor Presidente, onorevole Conti, noi che - e lo sa bene - difendiamo il Servizio sanitario nazionale, non abbiamo mai difeso l'indifendibile. Abbiamo sempre detto e denunciato che nel Servizio sanitario nazionale vi erano dei punti critici che andavano aggrediti: la disuguaglianza territoriale, ma anche la disuguaglianza sociale.
Noi ricordiamo che i cittadini più poveri, quelli meno istruiti, sono anche quelli che si ammalano di più; e sapevamo che questi punti critici venivano da scelte ambivalenti e che il diritto alla salute è stata una conquista di decenni di lotte e che quei vizi provenivano, ad esempio, dal decreto legislativo n. 502 del 1992, dalla aziendalizzazione: contavano solo il bilancio delle aziende; il direttore generale era un monarca; c'era la rincorsa al fatturato; ed è per questo che il centrosinistra aveva voluto correggere quei punti critici. Un conto però è intervenire nel sistema e un altro è fuoriuscire dal sistema. Noi siamo intervenuti con la riforma Bindi e con quella della ministra Livia Turco per dire appunto che ci voleva la regionalizzazione, ma non il neocentralismo regionale, perché voi volete saltare contemporaneamente sia il livello statale, cioè quello della responsabilità pubblica dello Stato, sia il livello degli enti locali.
Noi avevamo previsto la programmazione regionale ma anche il ruolo insostituibile degli enti locali: altro che spirito autonomistico, il vostro! Allora io chiedo, onorevole Conti: in queste norme generali che resterebbero nella competenza esclusiva, dove si collocano i due pilastri del sistema che sono, appunto, da una parte la programmazione pubblica regionale, e ovviamente del piano sanitario nazionale (ma io sottolineo regionale) e dall'altra il finanziamento pubblico? L'autonomia regionale, quella vostra, la secessione, non garantirà esattamente questi due pilastri ed è per questo che il vostro non è uno spirito autonomistico, ma è la secessione (l'abbiamo chiamata la secessione dei diritti), perché è un progetto politico contro il sistema pubblico; ed il nostro Servizio sanitario nazionale è universalistico proprio perché pubblico (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.
ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, noi raccomandiamo l'approvazione di questo emendamento, perché vogliamo sottrarre alla potestà legislativa esclusiva delle regioni l'assistenza e l'organizzazione sanitaria. Molte sono le ragioni già portate da altri colleghi; io vorrei ricordarne alcune.
La prima riguarda l'articolo 32 della Costituzione, che fortunatamente qui non viene toccato, il quale prevede che la Repubblica tuteli la salute come fondamentale diritto dell'individuo ed interesse della collettività.
Quindi, la questione del diritto alla salute è per l'appunto un diritto, non può essere una derivata dalla quantità del prodotto interno lordo che viene prodotto in questa o quella regione; né, d'altro canto, io riesco a capire, onorevole Conti, come si possa concettualmente distinguere, soprattutto per un medico, il tema della salute da quello della organizzazione sanitaria, a meno che lei non attribuisca la salute alla magia, causando quindi un ritorno indietro dal punto di vista delle cognizioni e del progresso scientifico dell'umanità.
Quindi, siamo favorevoli ad una tendenziale parificazione nei trattamenti sanitari per le persone, come prevede l'articolo 32 della Costituzione, perché essa fa parte della dignità e dei diritti dell'individuo. Onorevoli colleghi, non nascondiamoci dietro un dito! Già oggi esiste una differenziazione nella organizzazione concreta della sanità. Se qualcuno di voi sta male a Milano o a Brescia, riceve una determinata assistenza ospedaliera (è accaduto al sottoscritto); se vi accade di star male a Napoli, ne ricevete un'altra. Questo non è un bene, è un male, perché a tutti voi, a meno che non siate inguaribili localisti, può capitare di varcare le sponde del Po e di sentirvi male. Già oggi l'organizzazione ospedaliera e sanitaria, la strutturazione della tutela della salute è diseguale su scala nazionale. Questo è uno degli aspetti di quella che noi chiamiamo questione meridionale: so di riferirmi a una persona sensibile, signor Presidente (la prego di guardare me, oltre al soffitto liberty). Ci vuole una uniformità di trattamenti. Anzi, a dover essere sinceri, se un domani un governo diverso da quello di centrodestra guidasse il paese, dovrebbe dedicare i suoi sforzi particolarmente al Mezzogiorno, quanto meno per parificare il livello di assistenza e di tutela della sanità. Ho detto parificare, non fare di più.
Dal momento che è presente il ministro Maroni, mi viene in mente un ragionamento che egli seguirà, naturalmente, con la consueta attenzione. È riconosciuto dalla stessa Organizzazione mondiale della sanità che la ragione del prolungamento della vita media dell'umanità nei suoi due generi, soprattutto delle donne ma anche degli uomini, benché in misura minore, è da rinvenire nella organizzazione sanitaria, per così dire, nell'igiene e nel complesso delle condizioni di vita, miglioratesi attraverso un progresso scientifico e di lotta democratica e di organizzazione sociale. Se andiamo verso una organizzazione sanitaria ad arlecchino, si verificherà che nel Trentino Alto-Adige, in Lombardia o in Piemonte, in ragione di una minore popolazione e di un più elevato prodotto interno lordo, si potrà spendere di più. Resta fermo, onorevole Cè, che ci sono, mi pare, anche autorevoli rappresentanti che scelgono di curarsi all'estero, anziché negli ospedali della Lombardia: quindi, come si vede, la corsa verso il nord valica le Alpi ed è infinita; è come la corsa verso il sud per avere lavoro a più basso prezzo.
In ogni caso, se andiamo verso una organizzazione sanitaria tale per cui venti regioni offrono diversi livelli di prestazione, nell'arco di un tempo non molto lungo, avremo diverse speranze di prolungamento della vita. Se così è, ministro Maroni, che ne è della uniformità delle norme sull'elevamento dell'età pensionabile? Conseguentemente, lei dovrebbe affermare che in Lombardia si può lavorare fino a 75 anni mentre in Calabria, in base
alla vostra modifica della Costituzione, non si può andare al di là dei 55 o 57 anni perché, sicuramente, le condizioni di vita garantiscono una speranza di vita assai minore. Quindi, la sua riforma delle pensioni va a farsi benedire! Si metta d'accordo con il ministro Calderoli, altrimenti ne nasce una contraddizione insanabile (Applausi dei deputati dei gruppi Rifondazione comunista, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Banti. Ne ha facoltà.
EGIDIO BANTI. Nella mia regione, la Liguria, grazie ad un clima particolarmente favorevole, moltissime persone, in particolare anziani, residenti in Lombardia e in Piemonte, vengono a trascorrere lunghi periodi dell'anno. Ci sono elettori del ministro Calderoli, del ministro Maroni e di tanti di voi, amici e colleghi deputati della Lombardia e del Piemonte. Queste persone consumano molti farmaci perché spesso sono anziane e quando hanno bisogno si fanno ricoverare negli ospedali liguri. Non sono solo i viaggi della speranza, anche se anche i viaggi della speranza hanno una loro legittimità.
Con la norma che volete introdurre in Costituzione sarà più difficile per loro consumare farmaci in Liguria, ancorché ne abbiano bisogno, e non c'è alcun motivo di introdurre una normativa di questo genere. È pur vero che potrebbero esserci accordi bilaterali fra la Liguria e la Lombardia, ma questi accordi bilaterali con legge ordinaria regionale confliggerebbero con l'articolo 32 di questa stessa Costituzione che violate cambiandola, perché l'uniformità del diritto alla salute deve essere garantito a tutti i cittadini italiani. Allora, verranno in Liguria nella loro seconda casa, nella loro terra di adozione, come se andassero all'estero con i moduli per farsi riconoscere le medicine o farsi ricoverate negli ospedali. Questo è profondamente ingiusto per i vostri elettori, oltre che per tutto il sistema sanitario italiano (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, titolo personale, l'onorevole Giacco. Ne ha facoltà.
LUIGI GIACCO. Signor Presidente, vorrei tornare sull'intervento precedente per rilevare che in questo momento, tramite un simile tipo di modifica, si cerca di far saltare il sistema sanitario nazionale. Da una parte, vi è un sottofinanziamento del sistema sanitario nazionale (ogni anno lo stanziamento decresce), dall'altra, dando l'esclusività dell'organizzazione dell'assistenza sanitaria alle regioni, si determinerà sicuramente un conflitto che porterà ad una difficoltà nella gestione della sanità. Come faremo a garantire ad ogni cittadino italiano quei livelli essenziali di assistenza che devono essere uniformi sul territorio nazionale? Questo è previsto dalla nostra Costituzione.
Se andiamo verso sistemi regionali di sanità, ognuno si organizzerà in maniera abbastanza individuale, per cui alcuni sistemi prediligeranno l'organizzazione privatistica ed assicurativa, quindi, prestazione e servizi saranno anche in base alle risorse economiche del cittadino, altri, invece, cercheranno di mantenere questo servizio in termini universalistici in modo tale che tutti i cittadini possano accedere a queste prestazioni.
LUIGI GIACCO. Da questo punto di vista, la nostra preoccupazione è molto forte. Come possiamo fare in modo che non vi sia questa discriminazione? Con la legge n. 328 del 2000 si prevedeva di perequare questa differenziazione tra i cittadini. Oggi, un cittadino del Trentino ha disposizione per la sua assistenza sociale circa 130 euro, mentre un cittadino della Calabria ne ha a disposizione 40 euro. Con questo modo di fare certamente
amplificheremo la discriminazione tra i cittadini, invece di andare verso sistemi universali ed uniformi. Quindi, chiediamo che questo federalismo sia sempre più solidale, che dia una risposta ai cittadini del nord, del centro e del sud in maniera uniforme e che la nostra qualità della vita...
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Giacco.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Lumia. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE LUMIA. Signor Presidente, la sanità, la scuola ed i servizi sociali sono pilastri fondamentali dell'identità nazionale di un paese. Un paese diviso nella realtà su questi aspetti ora rischia di diventarlo anche nelle opportunità. Saranno le opportunità che differenzieranno in negativo alla radice i cittadini e le cittadine delle regioni del nord e del sud. Un paese lacerato nell'opportunità rischia di frantumarsi e di aprire in modo strisciante le porte alla possibile secessione. Alla fine, per tenere in piedi l'unità nazionale sarete costretti a fare riferimento, non tanto all'interesse nazionale, ma alle tv. Sarete costretti a fare riferimento al potere centrale forte con un presidente eletto direttamente e non tanto con la soluzione del premierato. Questa vostra contraddizione lacera il paese e mette a rischio un cammino fatto con tanti sacrifici, nonché l'opportunità di crescere e di migliorare.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Battaglia. Ne ha facoltà.
AUGUSTO BATTAGLIA. Signor Presidente, la sanità - come tutti sappiamo - è in grande difficoltà; le aziende sanitarie sono in affanno e le liste di attesa per i cittadini si allungano. Vi è quindi un crescente numero di cittadini che paga le prestazioni di tasca propria. Lo scorso anno i cittadini italiani, grazie al Governo in carica, hanno speso per cure sanitarie 24 miliardi di euro: ormai un quarto della spesa è a carico delle famiglie. Dovete sapere che gli anziani italiani pagano in media 80 euro al mese per medicine che dovrebbero essere fornite dal Servizio sanitario nazionale. Una famiglia tipo spende, soprattutto nei mesi invernali, 120 euro di media al mese per le medicine. In questa situazione di difficoltà le norme confuse che oggi voi volete approvare non possono portare altro che ad aggravare la situazione, a sfasciare il sistema. Siamo arrivati ad una sorta di «si salvi chi può» poiché secondo voi ognuno dovrebbe fare per conto proprio. In questo modo le regioni ricche, naturalmente, potranno rafforzare il loro sistema di tutele, mentre le regioni più disagiate, più in difficoltà vedranno inevitabilmente arretrare i livelli di assistenza dei loro cittadini. Questo è un modo per spezzare l'Italia!
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici emendamenti Mascia 34.81 e Bressa 34.86, non accettati dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 461
Votanti 460
Astenuti 1
Maggioranza 231
Hanno votato sì 198
Hanno votato no 262).
Prendo atto che l'onorevole Volontè non è riuscito a votare.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Bressa 34.41.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Battaglia. Ne ha facoltà.
AUGUSTO BATTAGLIA. Signor Presidente, il collega Giulio Conti ha ragione: il livello dell'organizzazione sanitaria non è
uniforme in tutte le regioni, vi sono quelle più organizzate e quelle che si trovano più indietro. Ma proprio per questo vorrei dire al collega Giulio Conti che abbiamo bisogno di una legislazione concorrente che consenta oggi a Stato e regioni di lavorare in sinergia, di sviluppare dei programmi, di fissare delle linee guida, di organizzarsi anche relativamente ai finanziamenti - caro collega Lisi - che vengono stabiliti sulla base di una quota ponderata; è evidente, infatti, che una regione con più cittadini anziani ha più spesa sanitaria e, quindi, deve avere un livello di finanziamento più alto. È un patto, una sorta di patto che tiene insieme le diverse regioni italiane e lo Stato, che armonizza il loro lavoro. Con le proposte che voi fate, in qualche modo, proponete di spezzare questo patto. Spezzare questo patto significa, soprattutto, indebolire le regioni più in difficoltà, quelle che hanno meno risorse economiche, quelle che fanno più fatica delle altre. Questa cosa può andar bene alla Lega che persegue l'obiettivo dell'indipendenza della Padania. Non capisco come possa andare bene a parlamentari come il collega Lisi il quale, invece, dovrebbe avere a cuore gli interessi delle regioni meridionali, gli interessi della sua Puglia e dovrebbe difendere gli interessi dei cittadini che lo hanno eletto. Nel corso di queste votazioni questo, però, egli non lo fa, sia con le decisioni che assume sia con i voti che esprime assieme ad altri parlamentari del suo stesso schieramento.
Queste norme contraddittorie e confuse non potranno che aggravare una situazione già difficile. Vedete, le aziende sanitarie italiane chiuderanno il 2004 con uno sfondamento che supererà i 5 miliardi di euro (10 mila miliardi di vecchie lire); bisognerà solo individuare chi dovrà pagarlo. Le ASL sono in crescente difficoltà; in Abruzzo le aziende sanitarie pagano con 460 giorni di ritardo; nella regione Lazio le aziende pagano con 600 giorni di ritardo. La regione Lazio per far fronte alle spese ha venduto gli ospedali, non per fare investimenti e migliorare il sistema, ma per ricavare liquidità e per pagare la spesa corrente, aggravando una situazione finanziaria già difficile. In questi giorni stanno uscendo i dati sull'assistenza farmaceutica: nei primi sei mesi si è sfondata la previsione di spesa dello 0,5 per cento.
Ma cosa fa il ministro della salute, anziché assumere decisioni che possano migliorare questa situazione? Perde tempo a chiedere al presidente della Federazione degli ordini dei medici di assumere un'iniziativa sanzionatoria contro il presidente dell'Ordine dei medici di Roma, il dottor Falconi, il quale si è permesso di criticare il Governo per quanto concerne una decisione che fa passare tutto il controllo dell'educazione continua del medico (ECM) attraverso un'associazione privata, fondata dal ministro Sirchia e che aveva la sede nello studio dello stesso ministro! Ribadisco: il ministro chiede all'Ordine dei medici di sanzionare quel medico che si è permesso di domandare il ritiro di quel provvedimento e che si è permesso, per tale ragione, di chiedere le dimissioni del ministro della salute Sirchia!
Vorrei segnalare che oggi il Governo, durante lo svolgimento delle interrogazioni a risposta immediata presso la XII Commissione, ha fornito una risposta piuttosto burocratica al riguardo, motivando la richiesta avanzata dal ministro Sirchia con la circostanza che il dottor Falconi avrebbe travalicato le indicazioni del suo stesso consiglio. Ebbene, vorrei informare il Parlamento che il consiglio dell'Ordine dei medici di Roma si è riunito un'altra volta, ha espresso la propria solidarietà al presidente Falconi e si è assunto la responsabilità della richiesta di dimissioni del ministro Sirchia, a causa del modo con cui sta governando la sanità in Italia e per le decisioni assunte in merito alla formazione continua dei medici!
PRESIDENTE. Onorevole Battaglia, concluda!
AUGUSTO BATTAGLIA. Vorrei capire, allora, se in questa situazione il ministro pensi di denunciare tutto l'Ordine dei medici di Roma e di chiedere l'adozione
di provvedimenti disciplinari per tutti i medici romani (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bindi. Ne ha facoltà.
ROSY BINDI. Signor Presidente, ritengo che le tre proposte emendative che abbiamo presentato su questa materia possano costituire, proprio per la gradualità che li caratterizza, un'occasione di dialogo e di confronto parlamentare. Del resto, dovrebbe essere questo il clima più adatto per modificare la Costituzione: non credo che, nella storia dei paesi liberaldemocratici, esistano precedenti di una modifica costituzionale all'insegna del «muro contro muro». Mi riferisco ad una Costituzione a disposizione della maggioranza, che non mostra nessuna disponibilità al dialogo, se non quella al suo interno, dettata da convenienze spartitorie e non dall'attenzione ai reali problemi del paese.
Attraverso l'emendamento in esame, dunque, chiediamo di sopprimere la parola «assistenza» nell'ambito dell'elenco delle materie riservate alla potestà legislativa esclusiva delle regioni. Ciò perché il Titolo V della Costituzione, che voi intendete modificare, si muoveva nell'ottica di un federalismo che vuole non dividere il paese, ma unirlo; federarsi, infatti, significa «stare insieme», non separarsi. Vorrei ricordare che il nostro era un paese formalmente unito, ma sappiamo bene che, sostanzialmente, non ha mai realizzato la sua perfetta unità. Sappiamo, infatti, che esistono squilibri territoriali molto forti, e che già oggi la sanità italiana è molto differenziata, per opportunità e qualità offerte, tra nord e centro-sud.
Se si intende varare una riforma federale, allora, lo si fa per unire dal punto di vista sostanziale ciò che formalmente è già unito. Ciò può essere realizzato attraverso la cooperazione, non attraverso il conflitto o la separazione tra i diversi livelli istituzionali. È questo il motivo per cui prevedevamo la competenza concorrente in questa materia: non perché volevamo complicare le cose, o perché desideravamo sovraccaricare di lavoro la Corte costituzionale, ma perché volevamo costringere lo Stato, le regioni e tutti gli enti locali a dialogare tra loro ed a percorrere insieme una strada nella quale, ciascuno con le proprie competenze, tutti dovevano concorrere al buon esercizio di quella funzione pubblica. In questo caso, ad esempio, essi dovevano concorrere ad organizzare l'assistenza sanitaria al fine di rispondere al bisogno di salute della popolazione del nostro paese.
Quindi, l'assistenza come tale, i principi di sistema e la sua articolazione in principi organizzativi erano considerati materia concorrente, perché i principi di sistema, come tentavo di sostenere in precedenza, non possono essere lasciati a ciascuna regione, per cui spostarsi, ad esempio, dalla Lombardia al Lazio vuol dire passare da un sistema assicurativo ad un sistema nel quale si vendono gli ospedali (mentre l'Emilia-Romagna e la Toscana, anche in questi anni di difficoltà finanziaria, hanno rafforzato il proprio sistema pubblico). I principi di sistema vogliono dire, invece, che in ciascuna regione vi è la possibilità di organizzarsi territorialmente in maniera più adeguata, per attuare la stessa tutela della salute, gli stessi livelli essenziali d'assistenza, le grandi direttrici della programmazione nazionale e, soprattutto, per assicurare l'inveramento dello stesso sistema e degli stessi principi: l'universalità, la globalità delle prestazioni, la libera circolazione dei cittadini e l'equità dell'accesso ai servizi.
In tal modo, attraverso la legislazione esclusiva dello Stato e la legislazione concorrente tra lo Stato e le regioni era possibile dare vita ad un sistema che fosse, al tempo stesso, capace di organizzarsi meglio a livello regionale, rispondendo adeguatamente alle esigenze territoriali, e di assicurare contemporaneamente a tutti gli stessi principi e gli stessi livelli d'assistenza.
Ecco perché noi diciamo in questa sede, e con forza: volete proprio esplicitare
che l'organizzazione è esclusiva delle regioni? Bene, ma non cadete nell'equivoco e nel rischio molto pericoloso di attribuire la competenza esclusiva per quanto concerne l'assistenza, il che vorrebbe dire dare la possibilità a ciascuna regione di costruirsi il proprio sistema sanitario. Ciò - si torna all'intervento che cercavo di svolgere in precedenza - significa, infatti, che voi avete scelto di rompere l'unità del sistema e di creare la secessione tra i vari territori, eliminando la tutela universalistica dei diritti, in maniera particolare del diritto alla salute (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
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