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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Giachetti ed altri n. 1-00381, Emerenzio Barbieri ed altri n. 1-00382 e Michelini ed altri n. 1-00386 sulle iniziative per favorire il processo di pace in Sudan (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi riservati alla discussione delle mozioni è pubblicato in calce al resoconto della seduta del 6 luglio 2004.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritto a parlare l'onorevole Giachetti, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00381.
Onorevole Giachetti, se mi dice qual è la data del suo compleanno, le regalerò una cravatta...!
ROBERTO GIACHETTI. La ringrazio, signor Presidente, ma dovrà attendere ancora!
EMERENZIO BARBIERI. Ha i soldi per comprarla!
PRESIDENTE. Lo faccio per un gesto di amicizia!
ROBERTO GIACHETTI. Temo che dovrà attendere qualche mese perché ho festeggiato da poco tempo il mio compleanno.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare, onorevole Giachetti.
ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, sebbene i lavori della Camera, in questo periodo, siano gravosi, grazie al lavoro svolto dagli uffici ed alla disponibilità manifestata dal Presidente e da tutti i gruppi parlamentari, è stato possibile anticipare il dibattito sulle mozioni al
nostro esame, che riguardano un tema di grande importanza. Anche per questo motivo, voglio essere sintetico per rispettare i tempi assegnati e, anzi, se possibile, cercherò di utilizzare un tempo anche minore di quello di cui dispongo.
Mi corre l'obbligo di rivolgere un ringraziamento anche al Governo, nella persona del sottosegretario Boniver, ma anche del sottosegretario Mantica (con il quale abbiamo tenuto costanti contatti in questi giorni).
Credo che, con le importanti deliberazioni che si accinge ad assumere al riguardo, la Camera potrà e dovrà contribuire, almeno per quel che ci riguarda, a rafforzare il ruolo del nostro paese nel panorama internazionale ed in quello europeo affinché sia possibile intervenire per ridurre la portata della tragedia che si sta consumando nel Sudan: dal febbraio del 2003, decine di migliaia di persone sono state trucidate, mentre sono milioni i profughi! Credo che non sia esagerato definire quella che si sta consumando in Sudan come una tragedia umana tra le più gravi nel mondo.
Purtroppo, signor Presidente, signor sottosegretario, se n'è parlato poco. Come ha avuto modo di rilevare il Presidente della Camera qualche giorno fa, l'Occidente si occupa poco della tragedia del Sudan; in particolare, se ne occupano poco i mezzi di informazione. Non v'è dubbio che è difficile suscitare interesse se non ci arrivano immagini che possano documentare il dramma che quelle popolazioni stanno vivendo. Ciò accade anche perché è impossibile entrare nel paese per dare una testimonianza anche giornalistica. È impossibile o molto complicato anche per gli organismi e per gli osservatori internazionali compiere verifiche e, ove possibile, intervenire.
Desidero ringraziare i gruppi parlamentari che hanno aderito a questa mia iniziativa, praticamente tutti, da Alleanza nazionale a Rifondazione comunista. Pur nel tempo contingentato di cui disponiamo, sono certo che i colleghi prenderanno la parola per spiegare perché la Camera si accinge ad esprimere un voto unanime di fronte ad una tragedia di tali proporzioni, un voto unanime con il quale chiederà al Governo di assumere gli impegni precisi indicati nel dispositivo delle mozioni.
Innanzitutto, la mia mozione impegna il Governo ad esercitare urgenti pressioni sul Governo di Khartum affinché garantisca pieno accesso degli aiuti umanitari alle vittime e favorisca gli sforzi che sta compiendo l'organizzazione dell'Unione africana per l'attuazione di un «cessate il fuoco» nella regione.
In questo momento (credo che il sottosegretario Boniver parlerà anche della sua missione in Sudan di qualche giorno fa), credo che uno degli interventi più urgenti sia di consentire l'apertura o la riapertura dei corridoi per l'accesso degli aiuti umanitari in Sudan. Le condizioni gravi in cui versa il paese sono rese ancora più drammatiche dai fenomeni meteorologici e climatici che caratterizzano quell'area geografica; la stagione delle piogge, quindi, complicherà ulteriormente la situazione.
Con questa mozione chiediamo al Governo di attivarsi presso i membri comunitari del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, permanenti e non (Francia, Regno Unito, Germania e Spagna), affinché promuovano quanto prima una risoluzione che, oltre a dare al Segretario generale un formale incarico nella conduzione dei negoziati con il regime di Khartum (il Segretario generale delle Nazione Unite di recente è stato a Khartum, seguito dal Segretario di Stato americano Powell), sia incardinata su quattro punti cruciali: evitare la carestia, mettere fine al conflitto attraverso il disarmo delle fazioni in lotta, avviare un processo di pace sostenibile che risolva i problemi politici all'origine del conflitto ed imporre sanzioni nei confronti di coloro che si sono macchiati, direttamente o indirettamente, di crimini di guerra e di crimini contro l'umanità.
Chiediamo all'ONU un piano per la soluzione della grave situazione attuale,
ma che dia luce e speranza alla possibilità di risolvere alla radice le drammatiche condizioni in Sudan.
Vi è anche l'esigenza che il Governo, a livello della Comunità europea, assuma direttamente un'iniziativa volta a raggiungere il medesimo obiettivo. Inoltre - anche su questo ho già avuto modo di ascoltare le parole del Governo e in particolare del sottosegretario Boniver -, chiediamo di incrementare gradualmente l'impegno finanziario cui ha già provveduto finora con aiuti equivalenti a complessivi sette milioni di euro per il 2004 alla luce dell'evoluzione della crisi in corso.
Il nostro dispositivo è molto semplice. Sono convinto che se fosse accettato dal Governo - cosa di cui non dubito - e se riuscisse ad avere la forza a livello internazionale di segnare una politica e di suscitare un'attenzione internazionale su queste materie, potrebbe fornire un contributo importante anche se non alla risoluzione di tragedie di questo tipo che necessitano di tanto lavoro diplomatico. Potrebbe rappresentare, comunque, un segno importante dell'attenzione che l'occidente riserva ai paesi confinanti con i luoghi nei quali spesso gli occidentali, gli italiani, vanno in vacanza: penso all'Egitto, al Kenia e ad altre aree nelle quale ci rechiamo per altre ragioni e dalle quali iniziano ad arrivare profughi; su ciò sarebbe utile sviluppare un ragionamento. Mi domando se, in questo senso, possa essere presa in considerazione anche la vicenda della nave tedesca che trasporta 27 o 37 (non ricordo bene) profughi dal Sudan; in questo momento sono nel mare siciliano. Credo sia un piccolo ma importante campanello d'allarme di ciò che ci può attendere. Vi è la necessità da parte del Governo italiano di prestare in tempo un'attenzione ed affrontare il problema posto.
La ringrazio e ringrazio tutti i colleghi che hanno voluto sottoscrivere questa mozione (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Emerenzio Barbieri, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00382. Ne ha facoltà.
EMERENZIO BARBIERI. Signor Presidente, che la Camera sia, nella sostanza, unita su tali temi è testimoniato dal fatto che la lettura delle tre mozione presentate, cosa che naturalmente non è sfuggita al Governo, rivela una comunione di intenti.
Addirittura, il mio capogruppo ne ha firmate due, quella dell'onorevole Giachetti e la mia, e questo vuol dire che esse non dicono cose diverse.
La tragedia del Sudan, per le motivazioni qui ricordate dal collega Giachetti, purtroppo, non entra nelle case degli italiani, perché le immagini non ci sono. Devo dire che sono rimasto molto colpito da quanto dichiarato dal Segretario generale dell'ONU, perché a me non sembra che l'ONU non abbia alcun tipo di responsabilità in questa vicenda. Lo dico perché mi interesserebbe anche acquisire su tale questione l'opinione del Governo. Non credo che l'ONU sia responsabile direttamente, ma che la situazione nel Darfur stesse precipitando è stato segnalato da parecchio tempo anche da una serie di organizzazioni non governative italiane.
Il segretario generale dell'ONU avverte che crisi come quella della provincia sudanese rischiano - sono le sue parole testuali - di vanificare gli sforzi per sconfiggere la povertà e la fame, ed afferma che, se non si interviene, le brutalità già inflitte alla popolazione civile del Darfur potrebbero essere il preludio ad una catastrofe umanitaria anche maggiore, catastrofe che potrebbe destabilizzare la regione. Mi pare che queste parole confermino una consapevolezza dell'ONU, nella persona del suo segretario generale, della drammaticità della situazione. Perché dico che l'ONU avrebbe anche potuto muoversi prima? Perché questo, purtroppo, è un vizio che l'ONU si porta dietro forse da sempre, ma che, in ogni caso, si è molto accentuato negli ultimi anni. La sua è una presenza molto attiva e attenta laddove ci sono situazioni che vengono portate all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale e dei mass media, ma laddove questo non si
verifica la sua presenza è meno incisiva. Poiché sappiamo tutti che le mie affermazioni sono vere, è inutile che porti gli esempi di come l'ONU abbia «dormito» laddove invece avrebbe dovuto essere sveglio. Gli esempi sono innumerevoli.
Credo invece che, anche con la recente visita del sottosegretario agli affari esteri, Boniver, il Governo italiano si stia muovendo bene e in modo molto serio. Abbiamo sotto gli occhi delle cifre che - a seconda di chi le fornisce ma, nella sostanza, sono pressoché identiche - dimostrano che si tratta davvero di una catastrofe. Infatti, alcune delle organizzazioni non governative italiane riferiscono che questa guerra nel sud del Sudan, che poi è una cosa prodromica rispetto a quanto si sta verificando nel Darfur, ha causato mezzo milione di morti e un milione e 200 mila profughi.
Qui c'è un problema politico, sottosegretario Boniver; bisogna capire se è vero quanto afferma il Governo di Khartum, e cioè che esso non arma le milizie arabe, o se invece è vero l'opposto. Io propendo molto di più per questa seconda ipotesi. Infatti, è sistematico l'attacco ai villaggi di etnia africana dopo i bombardamenti dell'aviazione governativa. Quindi, i mercenari, che hanno quello strano nome che io non so pronunciare, perché non so se sia un termine africano o di qualche altra lingua...
PATRIZIA PAOLETTI TANGHERONI. Janjaweed!
EMERENZIO BARBIERI. Quei mercenari arrivano nei villaggi dopo che l'aviazione governativa ha bombardato. Si registrano stupri di massa, bambini rapiti; la commissione ONU per i diritti umani parla testualmente di regno del terrore in atto. I contadini, poi, non sono riusciti ad effettuare nessuna semina, perché i campi sono continuamente incendiati dalle milizie mercenarie. Per cui esiste un problema - lo ricordava giustamente il collega Giachetti - che richiede un intervento urgente per prevenire una carestia che potrebbe risultare catastrofica.
D'altra parte, sottosegretario Boniver, lei stessa, al ritorno dal suo viaggio dalla regione del Darfur, ha definito la situazione «raccapricciante», ed ha altresì affermato - credo molto opportunamente - che, per fronteggiare questa catastrofe umanitaria nel Darfur, non bastano gli aiuti di emergenza, ma occorre dare il massimo impulso all'azione politica, anche attraverso una ferma risoluzione dell'ONU.
La mozione presentata dal gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro, pertanto, impegna il Governo a muoversi in tal senso anche in sede di Unione europea. Questa, infatti, come ha giustamente ricordato il collega Giachetti, non può rimanere estranea alla catastrofe. Al riguardo, vorrei segnalare che ho recentemente esaminato le somme spese complessivamente dall'Unione europea per gli interventi effettuati, a vario titolo, nel continente africano e le ho confrontate con quelle che la stessa Unione spende, a vario titolo, per il Kosovo. Vorrei rilevare che, da una parte, il Kosovo conta un milione e 500 mila abitanti, mentre dall'altra l'Africa ne conta 800 milioni: ebbene, si tratta di cifre che, messe sul tavolo, farebbero rabbrividire, poiché testimoniano uno scarsissimo impegno dell'Unione europea nei confronti del continente africano!
Pertanto, signor sottosegretario, il mio gruppo chiede al Governo di adottare ogni utile iniziativa atta a risolvere tale problema in sede di Unione europea e di intervenire - come certamente lei avrà fatto, nel corso del suo viaggio - nei confronti del Governo sudanese. Ci interesserebbe molto sapere cosa le autorità di Khartum le abbiano risposto, in modo da capire se vi sia un humus di sincerità nell'affrontare tale problema, oppure se l'ipocrisia - tipica di numerosi regimi musulmani - continui a farla da padrone anche in questa vicenda.
Mi sembra di capire che lo stesso Governo di Khartum non si curi molto degli appelli lanciati, se questi presentano il carattere della genericità. Vorrei ricordare, infatti, che non potenze africane
minori, ma il G8 (dunque, i rappresentanti degli otto paesi più importanti del mondo), nel vertice di Savannah, ha invitato il Governo di quel paese a disarmare le milizie che stanno devastando il Darfur; mi sembra tuttavia che il Governo sudanese non abbia tenuto molto conto di tale invito.
Ritengo dunque importante che il Governo italiano, come credo abbia già fatto, si muova per accelerare l'iter di verifica del cessate il fuoco, formalmente avvenuto nel mese di aprile del corrente anno. Mi fa piacere constatare che l'onorevole Giachetti, autorevole rappresentante dell'opposizione, abbia riconosciuto come significativo, nell'ambito della cooperazione italiana, il ruolo svolto dal Governo, il quale è intervenuto con un impegno finanziario pari a 7 milioni 200 mila euro.
In conclusione, signor sottosegretario, vorrei dire che il problema in oggetto, così come altre questioni che riguardano il continente africano, deve essere tra i primi argomenti affrontati sia dal Parlamento, sia dal Governo. In altri termini, vorrei evidenziare che non è possibile proseguire in base alla linea secondo la quale l'importanza delle questioni viene dettata dal fatto che la CNN, oppure Sky TG24, o i telegiornali di RAI e di Mediaset, diffondono immagini drammatiche, dal momento che non è possibile trasmettere nelle case degli italiani le immagini di questa tragedia, poiché nessuno è in grado di recarsi sul posto e documentarla.
Ritengo importante, dunque, un'assunzione collettiva di responsabilità per far sì che l'Italia, proseguendo una tradizione che l'ha vista sensibile nei confronti dei drammatici problemi della fame, delle carestie e delle guerre civili nel mondo, possa continuare ad essere annoverata tra i paesi che si muovono in una direzione consona alla sensibilità e al modo di sentire della generalità del popolo italiano.
Un voto su queste tre mozioni credo possa consentire al Governo italiano di irrobustire le sue richieste sia in sede di Unione europea, sia in sede ONU, sia in sede di rapporti col Governo di Khartum (Applausi dei deputati dei gruppi dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e di Forza Italia - Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Paoletti Tangheroni, che illustrerà anche la mozione Michelini n. 1-00386, di cui è cofirmataria.
PATRIZIA PAOLETTI TANGHERONI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, il senso di questa mozione è rafforzare le possibilità del Governo di trattare con l'ONU e di prendere le proprie posizioni a livello internazionale, per quanto riguarda la delicata situazione del Darfur. Si tratta di una situazione che non è sfuggita al nostro Governo. Il sottosegretario Boniver ha compiuto un'interessantissima missione che ha denunciato una serie di situazioni che il Governo italiano già conosceva, avendo avuto una parte preponderante ed intelligente nel processo di pacificazione della zona meridionale del Sudan.
Vorrei offrire qualche dato ai colleghi che forse non conoscono tutto il contesto della situazione. Il Darfur è una regione occidentale del Sudan, in cui vivono circa 5 milioni di abitanti su una popolazione totale di 38 milioni. Tutto il Sudan, da più di cinque secoli, è tormentato da contrasti tra popolazioni arabe del nord e le etnie negro-africane del resto del paese.
Dopo l'11 settembre 2001, il presidente del Sudan, Omar Hassan Ahmed el Bashir, ha preso le distanze dalle fazioni fondamentaliste islamiche, il cui capo carismatico, Hassan al-Turabi, attualmente si trova a Khartum, in prigione. Hassan al-Turabi ha spesso ospitato Osama Bin Laden. Alcuni personaggi, che volevano incontrare lo stesso Bin Laden, andavano, quindi, in Sudan e lo trovavano insieme ad Hassan al-Turabi.
L'Italia, come accennavo, ha avuto un peso preponderante e riconosciuto dalla comunità internazionale nel realizzare una pace storica nel Sudan tra cattolici animisti - in grande maggioranza - ed arabi islamici.
Alla regione del sud, dopo tale pace, è stata concessa un'autonomia di tipo federativo. Resta, invece, aperta la sanguinosa situazione del Darfur che riguarda, però, solo i musulmani. Essa, ormai, ha una valenza marcatamente etnica. Gli africani - maggioritari - sono in rivolta contro gli arabi, i quali - da sempre - li considerano e li trattano come schiavi (intendo proprio che li prelevano e li vendono). Vi è una situazione ancora più preoccupante, perché gran parte dei bambini soldati che vi sono nel mondo e di cui le organizzazioni internazionali si stanno occupando, provengono proprio dal Sudan. Sono rapiti ed addestrati dalle milizie arabe.
Il problema, come affermava l'onorevole Barbieri, è di stabilire se il Governo del Sudan aiuta le milizie arabe, dette Janjaweed, contro le popolazioni civili o meno. Sembrerebbe di sì. Appare, infatti, possibile che vi sia una certa strategia, per cui prima partono gli aerei militari, bombardano e creano morti e scompiglio nei villaggi, poi arrivano le milizie che - dalle descrizioni che ci sono fornite - hanno ripreso le vecchie tradizioni degli arabi che, cavalcando cammelli o cavalli, terrorizzano le popolazioni civili - totalmente inermi nei propri villaggi - con le scimitarre, rapiscono, stuprano ed uccidono, creando un clima di terrore nelle tribù Fur, Masaalit e Zaghawas.
Sembra che le forze governative abbiano addirittura diretto le operazioni e partecipato ai massacri. Non solo: sembra che a questi massacri abbiamo partecipato anche i miliziani ugandesi del Lord's Resistance Army. Ciò, ovviamente, è da verificare, ma sembra assolutamente provato.
In questa regione del mondo si compiono orrori che superano anche il livello di tollerabilità che noi occidentali abbiamo con riferimento all'Africa. Dobbiamo dirlo: quando si parla dell'Africa, si hanno livelli di tollerabilità per la qualità della vita di quelle persone che certamente divergono molto dai nostri e cominciamo a preoccuparci solo quando queste situazioni raggiungono stadi esasperanti. Questi sono i fatti e il sottosegretario Boniver, che si occupa di diritti umani, lo ha denunciato. Quindi, per intenderci, in questa situazione, siamo veramente molto sopra la soglia dei bambini con le pance gonfie. Tutti gli orrori commessi per motivi etnici e religiosi e tutte le forme di integralismo trovano qui un rifugio e, soprattutto, un terreno fertilissimo.
La partecipazione del Governo ai massacri sembra, purtroppo, provata. Questa situazione ha registrato una vera e propria escalation. Nel febbraio 2003 i due gruppi ribelli, quello dell'esercito del movimento di liberazione e il movimento per la giustizia e l'uguaglianza, composti da uomini dei gruppi Fur, Masaalit e Zaghawas, hanno chiesto che si ponesse fine alle discriminazioni che mettevano in condizioni di inferiorità, non solo sociale ma anche economica, l'etnia africana rispetto agli arabi. Hanno tentato anche di spingere il Governo a far cessare gli abusi di questi pastori arabi, che si sono organizzati e che occupano i territori degli agricoltori, bruciando e distruggendo tutto.
Purtroppo, però, il Governo ha addirittura armato questi predoni Janjaweed, li ha addestrati ed ha concesso loro una sorta di impunità per tutti i crimini che commettono. Questa collaborazione tra il Governo e le milizie organizzate arabe contro gli africani (ormai, infatti, la ragione del conflitto è etnica) si concretizza in operazioni congiunte contro i civili anziché contro i ribelli. Si crea, infatti, un clima di terrore, per far sì che i civili non diano più sostegno ai ribelli. Questo schema si riproduce sempre dovunque: lo si ritrova in Burundi ed anche in altri paesi. Si cerca di fare in modo che i civili non diano più sostegno ai ribelli terrorizzandoli. Questa è la situazione.
Le aggressioni, come ho detto, spesso sono compiute addirittura con l'appoggio delle forze aeree sudanesi. Lo Human Rights Watch ha trascorso 25 giorni nel Darfur occidentale, documentando precisamente le violenze commesse nella aree rurali. Abbiamo potuto constatare che anche ampie zone tra le più fertili della regione sono state distrutte: siamo, quindi, di fronte al concreto pericolo di una
gravissima carestia. Tutto ciò che serve per sopravvivere (si tratta, infatti, di popolazioni che vivono di un'economia di sussistenza), come il bestiame, i campi e via dicendo è stato distrutto. Pertanto, la comunità internazionale dovrà affrontare anche questo problema.
La presenza incontrollata dei Janjaweed nelle campagne e nei villaggi bruciati e abbandonati ha spinto i civili a stabilirsi in accampamenti situati alla periferia della città o, addirittura, in altri Stati. Ma i Janjaweed arrivano anche in questi campi profughi, che non sono sufficientemente tutelati, e uccidono, violentano e saccheggiano quel poco che trovano in tali luoghi.
Alle richieste internazionali, affinché venisse avviata un'inchiesta sulle voci di pesanti violazioni dei diritti umani, il Governo di Khartum ha risposto negando ogni violazione e nello stesso tempo tentando di arrestare la fuga di notizie.
Credo non sia tollerabile tutto ciò e la nostra mozione intende dare al Governo l'impulso per poter intervenire, affermando che il Parlamento chiede appunto all'esecutivo di impegnarsi in tal senso e di verificare tutto questo.
Alcune agenzie dell'ONU hanno messo in guardia paventando il rischio che ove il Governo sudanese non rompa con le pratiche del passato, garantendo un pieno ed immediato invio di aiuti umanitari, si verifichi la morte di almeno centomila civili nei prossimi 12 mesi, non solo a causa di malattie, ma anche a causa di una grave carestia che incombe.
Per questa ragione, nella nostra mozione chiediamo garanzie per l'accesso degli aiuti umanitari. La mozione richiede inoltre anche l'impegno a disarmare le fazioni in lotta e a proseguire il già cospicuo impegno italiano di cooperazione nella regione.
Come dicevo, noi siamo abituati a tollerare per l'Africa livelli di qualità della vita che sono realmente abominevoli con una certa indifferenza! La questione del Sudan deve tuttavia richiamare anche la nostra attenzione, perché tocca direttamente anche noi indifferenti occidentali.
Per questa ragione, direi, e non soltanto perché ci si sta avviando a vivere un nuovo Ruanda, con il rischio che tutto si verifichi nell'indifferenza che abbiamo registrato in quel caso, la vicenda tocca direttamente anche noi, perché vi è il rischio che proprio Al Qaeda si trovi nella favorevole circostanza di poter giocare su due tavoli, quello degli amici che ha nelle milizie arabe Janjaweed e quello degli amici ribelli Fur, ai quali Hassan Al-Turabi, che è in prigione, promette sostegno. Attenzione: si potrebbe allora creare tra il Sudan, il Ciad e la Libia una sorta di «terra di nessuno», impenetrabile per qualsiasi esercito multinazionale, che potrebbe diventare un rifugio ed un luogo sicuri per i terroristi, o meglio un luogo di addestramento per il terrorismo internazionale.
Pensiamoci quindi, perché risolvere la questione del Sudan tocca direttamente anche noi: dobbiamo farlo ovviamente perché è abominevole quanto sta avvenendo e anche la lesione dei diritti umani che si sta perpetrando in quella regione pesa su di noi gravemente ed anche sull'ONU. Ancora una volta vi è l'occasione per dire con riferimento all'ONU, che occorre al più presto compiere una riforma che le dia la libertà e la possibilità di intervenire, senza essere paralizzata dai mille lacci e lacciuoli di un consenso globale; l'ONU deve essere in grado di intervenire per questi motivi!
La cosa tocca da vicino anche noi: per non creare questa «terra di nessuno», che sarebbe un rifugio ed un luogo di addestramento per i terroristi, noi non dobbiamo abbassare la guardia con il Governo del generale Hassan Ahmed El Bashir e dobbiamo impegnare il nostro Governo, che così bene ha operato per realizzare la pace nel sud del Paese, a richiamare il Governo di Khartum al rispetto dei diritti umani per riportarsi nell'alveo di un percorso che, seppur lento, sia concretamente orientato verso una qualche forma di libertà religiosa e di democrazia (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Sereni. Ne ha facoltà.
MARINA SERENI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la dimensione della tragedia del Sudan meriterebbe ben altra attenzione in questo Parlamento, nelle istituzioni internazionali e nei grandi mezzi di comunicazione.
Tuttavia, credo che, sottoscrivendo ed intervenendo su queste mozioni, tutti i gruppi parlamentari abbiano inteso sottolineare la necessità di andare oltre la denuncia, indicando alcuni punti concreti per un'iniziativa politica, diplomatica ed umanitaria che possa vedere l'Italia protagonista in prima fila ed in modo attivo e positivo.
Si tratta di un momento particolarmente cruciale: i colleghi sanno che il 26 maggio scorso il Governo sudanese e il Sudan People's Liberation Movement hanno siglato protocolli di intesa che hanno ufficialmente concluso le trattative per porre fine alla guerra civile in Sudan. Tali protocolli costituiranno la base per l'accordo di pace definitivo che dovrebbe sancire, dopo oltre vent'anni di guerra, due milioni di vittime, quasi cinque milioni di sfollati ed innumerevoli violazioni dei diritti umani, la fine di uno dei più lunghi e dimenticati conflitti che l'Africa abbia conosciuto nell'ultimo secolo.
Tale conflitto, che come ricordiamo nella mozione è esploso nel febbraio 2003, sta assumendo ora i connotati di una persecuzione etnica. Le diverse testimonianze raccolte negli ultimi mesi denunciano continue e ripetute violazioni dei diritti umani commesse dalla milizia conosciuta con il nome di Janjaweed a danno della popolazione civile. Stime prudenziali parlano di oltre 20 mila vittime, di oltre un milione di profughi, di cui circa 180 mila rifugiati in Ciad, e di tanti altri dispersi in un territorio dall'estensione vastissima al quale, a causa delle procedure complicate e burocratiche imposte dal Governo di Khartum, le agenzie umanitarie non hanno ancora pieno accesso.
Come ricordava il collega Giachetti poco fa, la stagione delle piogge è già cominciata. Migliaia di persone sono ancora senza un riparo e nelle prossime settimane, con l'aumentare delle precipitazioni, il trasporto degli aiuti diventerà sempre più difficile. Diventa, quindi, ancora più importante che la comunità internazionale intervenga subito per arginare una tragedia umana di proporzioni grandissime.
Con le mozioni in esame abbiamo voluto, come Democratici di sinistra, incoraggiare il Governo italiano ad intraprendere le necessarie iniziative, peraltro già in corso; ad esercitare le necessarie pressioni sul Governo sudanese affinché si giunga all'immediato cessate il fuoco e affinché permetta l'accesso delle agenzie umanitarie nella regione del Darfur; a promuovere un'azione coordinata presso le sedi internazionali competenti per assicurare agli sfollati ed ai profughi la necessaria assistenza umanitaria e, più in generale, il rispetto dei diritti umani; a partecipare direttamente, con ancora maggiore sforzo finanziario, all'assistenza umanitaria; a favorire in ogni modo ed in ogni sede un processo di pacificazione tra le parti in conflitto a completamento della trattativa di pace già intercorsa tra il nord ed il sud del paese. Riteniamo che ciò sia il minimo che un paese come l'Italia possa e debba fare di fronte ad una tragedia di quelle proporzioni.
Vorrei concludere con due sottolineature. La prima riguarda l'ONU, dato che sia il collega Barbieri sia la collega Paoletti Tangheroni si sono soffermati su questo. L'ONU è ciò che le nazioni e gli Stati vogliono che sia. L'ONU ha le risorse, i poteri e gli strumenti che le nazioni che lo compongono vogliono affidare a tale grande organizzazione sovranazionale. Non ci possiamo ricordare delle Nazioni Unite a fasi alterne. Siamo di fronte ad una crisi delle Nazioni Unite provocata dalle scelte di grandi nazioni che non vogliono affidare a tale organizzazione internazionale le risorse, i poteri e gli strumenti necessari per risolvere i grandi conflitti che affliggono il pianeta. L'unilateralismo da cui è nata la guerra in Iraq è l'ennesimo gravissimo colpo all'autorevolezza ed alla forza delle Nazioni Unite. Quindi, credo che quando ci rivolgiamo, anche giustamente, in modo critico alle
Nazioni Unite dobbiamo coerentemente impegnarci affinché queste abbiano il ruolo a cui le richiamiamo continuamente.
Infine, non abbiamo esitato a riconoscere la positività dell'azione del Governo italiano nella crisi del Sudan e nella crisi del Darfur.
Abbiamo, anzi, apprezzato molto la missione realizzata dal sottosegretario Boniver nelle settimane scorse e cogliamo questa occasione per ribadire il nostro apprezzamento. Accanto ad esso, vogliamo però sollevare una questione che sarà oggetto di discussione nei prossimi giorni. Nella imminente manovra finanziaria, che dovrebbe sistemare, almeno provvisoriamente, i conti pubblici, sembra che ci si appresti ad un taglio significativo delle risorse da destinare alla cooperazione e alla solidarietà. Ebbene, noi chiediamo, anche in questa occasione e per coerenza con le ragioni e le motivazioni espresse nella nostra mozione, che non ci sia un'ulteriore penalizzazione delle risorse italiane per la cooperazione allo sviluppo, perché questo sarebbe un segnale totalmente contraddittorio con la discussione che stiamo svolgendo questa mattina (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Russo Spena. Ne ha facoltà.
GIOVANNI RUSSO SPENA. Vorrei aggiungere, a quelle che già sono state fatte, soltanto alcune osservazioni, per esprimere la condivisione di una mozione - sottoscritta anche da Ramon Mantovani (nostro capogruppo in Commissione affari esteri) - che riteniamo importante di fronte alla tragedia che si sta verificando in quei territori e di fronte ad un'emergenza umanitaria drammatica ed anche imponente.
È chiaro che ci troviamo di fronte ad una tragedia specifica, localizzata, ma purtuttavia all'interno della situazione complessiva riguardante il continente africano. Siamo di fronte a tragedie, a drammi, a scontri, in qualche modo annunziati. Forse, dovremmo cogliere l'occasione, anche come Parlamento - è stato fatto anche ieri da parte di alcuni colleghi, tra cui Ramon Mantovani, in occasione della discussione e dell'approvazione dei provvedimenti di ratifica -, per discutere a fondo, a livello complessivo, di politiche economiche, modelli di sviluppo e modelli di scambio diseguale (che nei confronti del continente africano la comunità internazionale, e quindi anche l'Europa, porta avanti).
Credo che vadano evitati almeno due rischi: il primo è che ci troviamo di fronte ad un paradosso. Anche in questo dibattito, ho sentito alcuni colleghi dire che siamo in presenza di un continente (quello africano) abbandonato, di cui tolleriamo - è stato detto - le condizioni di povertà. A parte il fatto che molto spesso più che tollerarle le provochiamo - basti pensare ai cosiddetti piani e programmi di aggiustamento strutturale e ai processi di liberalizzazione e di privatizzazione -, tutte le cronache internazionali ed anche tutti gli studi internazionali seri ci dicono invece che, mai come in questo momento, l'Africa è attraversata da un attivismo diplomatico di straordinario rilievo, che coinvolge la Francia, il Belgio, l'Unione europea nel suo complesso, gli Stati Uniti d'America (basti pensare alle recenti ultime visite di Colin Powell), le multinazionali, le potenze asiatiche e così via.
Vi è, come sappiamo, non lontano dal Sudan, il grande problema del petrolio nigeriano - un petrolio di grande qualità e con grandi giacimenti -, in relazione al quale si sta scatenando sul territorio una battaglia di interessi, molto spesso esterni. Vi sono, inoltre, problemi relativi a giacimenti di risorse diamantifere e di altri minerali. Si è parlato di alcune guerre (in Ruanda ed in altri paesi africani): ebbene, forse andrebbero colti i significati strutturali che sottintendono a tali guerre. Credo quindi che non possiamo cavarcela ipocritamente, usando l'espressione «l'Europa chiude gli occhi e tollera condizioni di povertà e di dittatura». Credo che la situazione sia più complessa e più intrecciata.
Le dittature sono molte spesso borghesie «compradore», ma non voglio continuare a discutere su tale aspetto (intendevo solo esprimere la nostra posizione in merito a tale tema).
Con riferimento alla situazione del Sudan, eviterei (si è discusso a fondo in merito alla guerra ancora in corso in Iraq) uno sgradevole accenno, a volte voluto (a volte è anche culturale, lo dico fra virgolette, il che è ancora peggio), al concetto di guerre di civiltà. Non vorrei, parlando di questa tragedia, riprodurre schemi (cristiani, musulmani e via seguitando), che, in qualche modo, possono fare alludere ad uno schieramento europeo, italiano nelle guerre di civiltà.
Credo che un ruolo importante, come emerge in tutte le mozioni presentate (su cui noi, peraltro, esprimeremo un voto favorevole) spetti al nostro paese, quale membro osservatore dell'Intergovernmental authority on development (l'organismo internazionale che ha monitorato il processo di pace nel sud del Sudan), all'Organizzazione dell'unione africana (il suo ruolo fino adesso è stato essenziale e prioritario e deve continuare ad essere ineludibile ed insostituibile e, pertanto, sostenuto), alle Nazioni unite, evocate anche nel corso degli interventi dei colleghi, e all'Unione europea.
Il gruppo di Rifondazione comunista propone, in particolare, una diversa formulazione, che i presentatori delle mozioni hanno accettato (credo che anche il Governo lo possa fare), che garantisca il rispetto dei valori dell'accoglienza, di fronte ad una tragedia immane che porterà indubitabilmente (il che non significa che noi non pensiamo che i problemi vadano risolti in loco) una massa di profughi e di disperati sulle nostre coste, come si può rilevare in questi giorni.
Ci troviamo di fronte ad un'emergenza umanitaria che deve essere considerata sotto diversi aspetti: innanzitutto quello umanitario di solidarietà e di assistenza, che non può essere compromesso da una sorta di cinismo burocratico che, a volte, emerge all'interno dell'Unione europea nel coordinamento dei ministri dell'interno a livello europeo. Per esempio, mi sembra un po' burocratico (me lo consenta il Governo, anche se non chiedo ovviamente un giudizio in merito a tale aspetto: è una mia opinione) dire che i profughi non possono essere accolti in quanto, secondo la Convenzione di Dublino, il diritto di asilo può essere invocato nel luogo di primo approdo.
In questo caso, sarebbe Malta, ma, guarda caso, Malta, paese di recentissimo ingresso nell'Unione europea, non ha varato una normativa nemmeno sul diritto di accesso alla richiesta del diritto di asilo. Inviterei, pertanto, l'Assemblea ad approvare una proposta di riformulazione presentata ad una delle mozioni per indicare al Governo italiano la strada da seguire (che è stata seguita altre volte nel caso della Somalia e delle guerre balcaniche), dal momento che è prevista nelle stesse convenzioni internazionali la possibilità di una deroga per emergenze umanitarie.
Se affermiamo che nel Sudan vi è carestia ed un'emergenza umanitaria immane e facciamo cadere quel pizzico di ipocrisia nel far riferimento solo alle tragedie, senza richiamare l'importanza dei nostri ruoli nel processo di tamponamento delle suddette (termine banale, ma solo di questo si tratta nell'immediato), non solo si possono allargare le maglie del diritto di asilo, ma soprattutto, prevedendo una deroga, si può attribuire uno status particolare per motivi umanitari, qualcosa di meno del diritto di asilo, magari in modo parziale e temporaneo, per sei mesi, come è stato fatto in altri casi. È uno sforzo che può corrispondere alla catastrofe che è stata descritta; altrimenti, mi sembra vi sia quasi uno iato fra la descrizione di una grande catastrofe ed il fatto di non accogliere 10, 20, 30 (sono 37 in questo caso), 50 o 60 persone, donne, uomini, bambini, che si trovano in mezzo al mare, solo perché devono chiedere a Malta e non al nostro paese la deroga per motivi umanitari. Mi sembra che possiamo fare tutti questo piccolo sforzo.
ROBERTO GIACHETTI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, anche raccogliendo lo spunto testè evidenziato dal collega Russo Spena nel suo intervento, che pone un problema che, ovviamente, non può essere risolto in questo momento per evidenti ragioni di coinvolgimento anche del ministro dell'interno, ritengo si possa addivenire ad una soluzione inserendo, alla fine dell'ultimo punto della parte motiva, le seguenti parole: «È assolutamente indispensabile garantire la protezione dei profughi, applicando i principi dell'emergenza umanitaria», e auspicando che il Governo possa dare seguito a tale impegno.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.
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