Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 433 del 4/3/2004
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(Misure a favore di coloro che praticano lo sport al di fuori delle federazioni sportive nazionali - n. 2-01098 )

PRESIDENTE. L'onorevole Mosella ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-01098 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 13).

DONATO RENATO MOSELLA. Signor Presidente, onorevole colleghi, sottosegretario Pescante, l'interpellanza in esame riguarda una forma di sport che apparentemente non esiste, perché non è prevista né dal nostro ordinamento giuridico né da quello sportivo. Apparentemente non esiste perché a qualcuno quella forma di sport non piace; pertanto, è comodo che essa non ci sia. Tuttavia, si tratta di una forma di sport che esiste, eccome se esiste! Per rendersene conto, è sufficiente guardarsi intorno; in Italia, essa conta circa 13 milioni di praticanti, coinvolge decine di migliaia di società sportive non-profit, mobilita ogni giorno migliaia di operatori volontari, e soprattutto svolge una funzione sociale rilevante.
Si tratta di uno sport che nei documenti e nelle raccomandazioni europee ha un nome e un cognome: sport per tutti. Ed è lo sport che si pratica negli oratori, nelle periferie urbane e, massicciamente, nei paesini più sperduti. È lo sport dove nessuno è escluso, e dove quasi nessuno sogna le olimpiadi e i campionati del mondo. Si tratta di uno sport in cui si fa educazione con i ragazzi, si tengono in movimento gli anziani e si cerca di rompere l'isolamento dei disabili. Si cerca soprattutto di tenersi in forma, di incontrare la gente e di divertirsi; dunque, è uno sport formativo, di tutela sanitaria, di socializzazione che, come tale, piace molto a diversi milioni di cittadini, ma non piace a chi oggi comanda il settore sportivo in Italia.
Esso, infatti, non piace al CONI e non piace a questo Governo, che con la recente proposta di riordino del Comitato olimpico, approvata dal Consiglio dei ministri il 23 dicembre 2003, lo ha «cassato» dai


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compiti del CONI stesso, fra i quali era stato invece inserito dal decreto legislativo n. 242 del 1999 (il cosiddetto decreto Melandri), senza che peraltro il CONI abbia mai avvertito l'esigenza di insediare l'apposito comitato.
Lo sport per tutti non piace, dunque, al CONI, che vuole conservare l'egemonia del suo modello olimpico, pur sapendo che i 3.800.000 tesserati delle federazioni sportive e delle discipline associate che nel CONI confluiscono, costituiscono una minoranza rispetto ai 13 milioni di cittadini che hanno scelto un altro modo di intendere lo sport. Il CONI sa anche, perché conosce i dati, che lo sport per tutti vede il costante aumento dei praticanti, mentre lo sport strettamente agonistico promosso dalle federazioni registra un costante calo.
Lo sport per tutti non piace neppure a questo Governo, che non ritiene di doverlo sostenere finanziariamente e che, dopo averlo cancellato dai compiti, peraltro teorici, del CONI, afferma ora che la competenza spetta alle regioni, dal momento che l'ordinamento sportivo figura tra le materie rientranti nella potestà legislativa concorrente di cui al terzo comma dell'articolo 117 della Costituzione, come sostituito dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3. Si dimentica volutamente che tale disposizione prevede anche che nelle materie di legislazione concorrente la determinazione dei principi fondamentali è riservata alla legislazione dello Stato. Fino ad oggi, non esiste alcuna legge dello Stato che determini i principi fondamentali per la promozione, il sostegno e l'organizzazione dello sport per tutti.
Ciò è ancora più grave se si pensa che il riconoscimento e il sostegno dello sport per tutti figuravano tra gli impegni assunti direttamente dall'attuale Presidente del Consiglio dei ministri nel corso della campagna elettorale (ma si sa che di decaloghi e di contratti elettorali «usa e getta» non si fece alcun risparmio, in quel periodo).
Ritengo, tuttavia, che, per inquadrare meglio il senso dell'interpellanza in esame, sia opportuno comprendere l'assetto complessivo delineato dalla politica sportiva del Governo nella prima parte della legislatura. Il sottosegretario Pescante è solito esibire, anche in occasione di dibattiti e di convegni, tre fiori all'occhiello, per dimostrare la presunta bontà del lavoro svolto dal Governo in favore dello sport: la legge per reprimere la violenza negli stadi; la legge sulle società sportive dilettantistiche; il provvedimento di riordino del CONI. Nessuno di questi tre provvedimenti disegna un paese sportivo più moderno; al contrario, essi vanno nella direzione opposta.
Quanto alla legge per reprimere la violenza negli stadi, all'inizio della stagione calcistica il sottosegretario Pescante si è affrettato a partecipare a numerose trasmissioni televisive, nelle quali ha evidenziato la mancanza di incidenti negli stadi, a suo dire derivante dalla legge allora varata, molto severa e, secondo alcuni osservatori, addirittura lesiva dei diritti fondamentali della persona. Se avesse atteso qualche settimana per compiere tale tournée televisiva, il sottosegretario Pescante avrebbe dovuto spiegare con imbarazzo per quale motivo, nonostante quella severissima legge, gli incidenti continuavano a verificarsi. La violenza negli stadi è un fenomeno antico, che risale all'inizio del Novecento, è un virus interno al mondo del calcio: le spiegazioni fornite dagli specialisti non si contano più. Vi sono due elementi certi, che si desumono anche dai provvedimenti adottati dalle forze di polizia: il teppismo da stadio è un fenomeno esclusivamente giovanile; il teppismo da stadio riguarda i giovani che non praticano lo sport. Non è con il manganello, né con la flagranza artificiosamente prolungata, né con le perquisizioni preventive che si può sconfiggere la violenza negli stadi.
Quando lei, sottosegretario Pescante, era ai vertici del CONI, esperti, anche scomodi - cito fra tutti il professor Alessandro Salvini - sottolineavano la necessità dell'educazione e della prevenzione. L'esigenza di educare allo sport attraverso lo sport è stata sottolineata anche dalle istituzioni europee, che hanno proclamato il 2004 «Anno europeo dell'educazione attraverso lo sport».
Peccato che l'anno europeo, in Italia, sia stato dato in appalto al Ministero dell'istruzione


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che, con qualche locandina nelle scuole, pare essersi lavato la coscienza.
D'altro canto, il concetto di prevenzione proprio di questo Governo non coincide con quello che ho appena esposto. Nel corso di alcuni interventi svolti in quest'Assemblea a proposito della legge sulla violenza da stadio, lei affermava - cito testualmente, signor sottosegretario - che, al di là dell'intervento sanzionatorio, è importante anche l'azione preventiva. Prevenzione vuol dire obbligare le società a determinati comportamenti e sanzionarle pesantemente nell'eventualità che ci sia un maggior numero di biglietti venduti rispetto alle disponibilità di posti - e questo accade - e nell'eventualità che ci sia una forma di complicità tra tifoserie e società per atti che, ovviamente, sono meritevoli di attenzione dal punto di vista sanzionatorio. No, signor sottosegretario, prevenire non vuol dire punire e ancor meno controllare il numero dei biglietti staccati nei botteghini dello stadio. Prevenire vuol dire educare. Curando la violenza da stadio con altra violenza si alza solamente il livello dello scontro tra i giovani e le forze di polizia. Non serve a niente. Questo è il nostro parere.
La legge sulle società sportive dilettantistiche è la «foglia di fico» dietro la quale più volentieri il Governo nasconde le sue, per così dire, vergogne, allorché si parla di sport per tutti e di sport quale servizio sociale. Affermando che l'approvazione di quella legge costituisce un importante aiuto per le piccole società sportive che promuovono il piccolo sport si racconta una bugia colossale, una bugia a cui centinaia di migliaia di operatori volontari, che mandano avanti la «baracca» dello sport sociale, non credono né potranno credere. Quella legge è stata disegnata a misura delle società dilettantistiche delle federazioni che sono, piuttosto, quelle semiprofessionistiche nascoste dietro un dilettantismo solo formale.
Chiariamo, una volta per tutte, che cosa prevede quella legge: sgravi fiscali per le sponsorizzazioni di società sportive con bilanci inferiori ad alcune centinaia di migliaia di euro. Lei sa - o forse lo ha già dimenticato - quale sia la vera realtà delle piccole società sportive che promuovono lo sport per tutti. Credo di conoscere quel mondo e posso affermare che quelle società non sanno come pagare l'affitto, spesso non possono permettersi nemmeno un contratto per il telefono e vivono di sovvenzioni concesse - quando ci sono - dai comuni, dalle province e dalle regioni. Il resto proviene dalla autotassazione dei soci, è costituito dalla quota sociale. Figuriamoci se, nel bilancio, dispongono di centinaia di miliardi di euro e figuriamoci, soprattutto, se ci sono sponsor disposti a elargire qualche migliaio di euro!
No, signor sottosegretario, quella legge serve solamente alle realtà di base delle federazioni. Ancora una volta, siete volati in soccorso di quel mondo sportivo, che macina miliardi ma non li distribuisce alla sua base, che più ne macina e più ne spende, tra bilanci oscuri ed inquietanti commistioni con alcuni poteri forti. La tutela delle vere piccole società e dello sport povero non appartiene al DNA di questo Governo. Con questo sistema, anche lo sport, come altri settori della vita sociale del nostro paese, si sta spaccando: da un lato, chi può permettersi tutto e anche più di tutto e, dall'altro, chi non può permettersi nulla. La vostra politica, mettendo alle strette proprio le piccole società sportive, rischia di privare del bene dello sport i ragazzi che ne hanno più bisogno, le fasce sociali che a quella pratica sportiva potrebbero aggrapparsi per trovare il sollievo di un po' di gioia di vivere e di benessere fisico.
Infine, il vero capolavoro è stato compiuto con il decreto di riordino del CONI, approvato all'inizio di gennaio. Il senso di tale decreto si compendia nel modo in cui esso disegna il ruolo del CONI. Si afferma che questo ente è la confederazione delle federazioni sportive nazionali e delle discipline associate, cura l'organizzazione ed il potenziamento dello sport nazionale ed, in particolare, la preparazione degli atleti e l'approntamento dei mezzi idonei per le Olimpiadi e per tutte le altre manifestazioni sportive nazionali e internazionali. Ricordo a chi non fosse esperto di questioni sportive che quel decreto e quella dicitura hanno riportato l'orologio del CONI indietro, all'anno 1942, a quando il


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regime fascista, per asservire e manipolare tutto lo sport nazionale, approvò una legge che faceva del CONI, appunto, la federazione delle federazioni, proiettata verso la conquista di posizioni di prestigio nelle grandi competizioni internazionali, a fini di propaganda.
L'aver confermato quel ruolo del CONI nel dopoguerra è stato un clamoroso errore, che ha frenato moltissimo lo sviluppo dello sport sociale in Italia, perché il CONI e le sue federazioni non hanno mai voluto la concorrenza di un altro modo di concepire lo sport, ossia la concorrenza paritaria di un altro associazionismo, che pure è cresciuto e che dilaga a macchia d'olio in questo nostro paese; un associazionismo che non sognasse bandiere e fanfare preferendo lavorare a favore della pratica sportiva dei normali cittadini. Il decreto legislativo Melandri aveva tentato, sia pure molto timidamente, di cambiare quello stato di cose. Il CONI se ne è molto lamentato (abbiamo assistito penosamente a questo spettacolo) ed ora l'avete accontentato, facendolo ritornare alla situazione di potere voluta da un regime totalitario di oltre sessant'anni fa. Noi crediamo che siete fuori dal tempo e dalla storia. Lo sport del futuro è quello che molti fanno e a cui nessuno guarda, mentre voi non sapete distaccarvi da un'idea di sport che pochi fanno e molti sono costretti a guardare.
Concludo con un'ultima osservazione. Per i motivi che ho appena finito di esporre, il recente provvedimento di riordino del CONI è stato definito da taluni una controriforma. No, cari colleghi, non è nemmeno una controriforma: si tratta di una mancia, di una carità. Infatti, tra il CONI del secondo dopoguerra e quello ora ridisegnato dal Governo Berlusconi c'è una piccola grande differenza. È pur vero che il CONI torna ad essere la federazione delle federazioni, con potere organizzativo su tutto lo sport italiano, ma è altrettanto vero che nel suo portafoglio non ci sono più i soldi del Totocalcio o degli altri concorsi sportivi e delle stesse scommesse. La differenza non è piccola perché si chiama autonomia, quell'autonomia dalla politica che il CONI tanto sbandierava, protestando all'epoca della riforma Melandri, e che ora è defunta senza che si levasse un solo fiato (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali, onorevole Pescante, ha facoltà di rispondere.

MARIO PESCANTE, Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali. Signor Presidente, ero venuto qui preparato per rispondere ad una interpellanza parlamentare molto specifica, ma l'intervento del presentatore si è esteso a 360 gradi e si è parlato di violenza sportiva anche sul piano giuridico. Va benissimo; vorrà dire che sarò meno preparato nella risposta, ma credo che questa sia la maniera corretta di porre il problema che riguarda complessivamente il sistema sportivo italiano.
Non è vero che manca l'interesse o c'è disinteresse per quella che viene definita attività di sport per tutti. Io però trovo, non nell'interpellanza dei colleghi Colasio e Boccia, ma nelle parole di Mosella, questa sì, una polemica centenaria. Dico centenaria perché risale agli anni trenta, epoca in cui in certe scuole di psicologica e di sociologia - parto così da lontano, signor Presidente, ma arrivo ai giorni d'oggi - si contrapponeva uno sport agonistico ad un altro sport che sarebbe stata una cosa del tutto diversa. L'onorevole Mosella sa che il suo fantastico ente all'epoca organizzava le partite di basket senza il punteggio per non provocare la mortificazione di una delle due squadre che perdeva? All'epoca il Ministero della pubblica istruzione aveva anche inventato il gioco del calcio con tre porte, perché non si doveva conoscere quale era il punteggio. Non voglio rispondere in questi termini polemici che sembrano persino ironici, ma abbiamo vissuto anche, come l'ha vissuto la società, questo tipo di reazione ad una polemica che non ha ragione d'essere. Lo sport è un fenomeno unico, va dalla base ai vertici, passa attraverso coloro che vogliono andare alle Olimpiadi e


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coloro che vogliono interpretare lo sport come benessere fisico, impiego del tempo libero, tenendo presente - qui condivido l'osservazione di Mosella - che, comunque vada praticato lo sport, c'è sicuramente un obiettivo di educazione e formazione. Quando si imparano le regole dello sport si imparano le regole nella vita ed è più facile che l'atleta che non è diventato un grande professionista, sia poi un cittadino migliore degli altri, dal momento che, pur non avendo raggiunto grandi prestazioni, ha conosciuto lo sport.
Direi di abbandonare questa contrapposizione che non ha alcun significato e che è giustificata, tra l'altro, da alcune cifre assai superficiali. In realtà, non si può contrapporre il movimento sportivo organizzato, di 80 mila società sportive e milioni di praticanti, a tutto il resto dello sport, che certo deve avere una sua dignità, ma non in contrapposizione alle squadre di basket, di pallavolo, di pallamano, ai piccoli campionati di periferia, senza fare demagogia spicciola. Quindi, teniamo insieme in un unico contesto lo sport, che mira ad ottenere risultati di carattere agonistico, e quello che non è un altro sport, ma è sport svolto con finalità diverse. Sono d'accordo sul fatto che questo sport per tutti debba avere una sua dignità, se lo intendiamo non come uno sport differente da quello agonistico, ma come un'attività che interessa tutti coloro che, o perché non hanno i requisiti tecnici per raggiungere risultati di rilievo o per ragioni di età, non possono più svolgere un'attività agonistica nell'ambito delle federazioni.
Per quanto riguarda lo sport agonistico, lei stesso rileva che, in effetti, tutto sommato nel nostro paese si sono raggiunti risultati eccellenti, sia a livello di qualità sia a livello di quantità. Non a caso il numero di tesserati delle nostre federazioni regge benissimo il confronto con tutte le attività federali degli altri paesi europei. Dove invece non ci siamo - e qui condivido la preoccupazione dell'interpellante - è l'estensione della pratica sportiva a tutti i livelli, quello che lei - e noi insieme a lei - chiama sport per tutti, ma che in realtà presenta diverse articolazioni. Ha sicuramente un'importanza, oltre che una dignità, perché è impiego del tempo libero, è benessere fisico, è educazione. Un paese può dirsi evoluto, dal punto di vista sportivo, solo se accanto ai risultati a livello agonistico aggiunge un numero cospicuo di praticanti a diverso livello. Non è il caso del nostro paese, anche se alcuni dati rilevati dall'ISTAT sembrano essere in questo senso molto confortanti.
Ciò che non è confortante è il disordine - e questo è un altro punto sul quale mi trovo d'accordo con l'onorevole Mosella - in cui si trova questo settore, all'interno del quale si muovono vari soggetti, dove molto è affidato all'iniziativa privata, molto all'iniziativa personale.
Mi scusi, onorevole Mosella, ma io trovo una certa contraddizione nelle tante cose che lei ha detto, in particolare in quelle che lei ha scritto. Infatti, dapprima lei accusa il Governo di aver modificato il cosiddetto decreto Melandri - tornerò successivamente su questo argomento - per rafforzare il CONI, che considera inadeguato a svolgere questo compito, ritenendo che sia tornato ai tempi del 1942, che il CONI non debba occuparsi di queste cose -; poi conclude la sua interpellanza chiedendo al Governo se lo sviluppo dello sport per tutti non debba rientrare tra i compiti del CONI e, in caso affermativo, se il Governo intenda adottare le opportune iniziative, modificando addirittura il decreto legislativo di riordino del CONI. Non capisco più nulla! Io spiegherò per quale ragione lo sviluppo dello sport per tutti non rientra più tra i compiti del CONI, ma lei chiede di reinserirlo tra questi dopo aver subissato il CONI di mille critiche, con il consueto riferimento apologetico all'anno 1942, che fa sempre effetto, ma che qui non c'entra assolutamente nulla. Allora, proprio per affrontare il problema in maniera organica, vediamo quali sono stati i motivi per cui questa pratica sportiva non si è sviluppata a tutti i livelli.
Nella sua evocazione manca un soggetto, che si chiama scuola: è lì che si devono apprendere i primi atti del movimento e poi dei fondamentali di sport e quindi dell'avviamento ad una pratica sportiva per tutti, anche per il bambino che è alto un metro e


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40 e vuole giocare a basket! Tutto questo non è teoria, non è filosofia, è esattamente quello che fa il mondo anglosassone proprio perché ha affidato allo sport una funzione ed una finalità educativa e formativa, così come ha fatto il Parlamento europeo per l'anno 2004.
Questa finalità educativa e formativa è stata misconosciuta dalla nostra scuola: infatti, si tratta di una scuola impostata su criteri ginnasiarchi, nella quale si parla più di psicomotricità che di avviamento propedeutico al gesto sportivo e via dicendo.
Di chi è la colpa? È colpa di decenni - oserei dire qualcosa di più - di incultura. La realtà è che la scuola non ha assolto al suo ruolo principale. È vero che vi sono stati gli esperimenti dei «Giochi della gioventù» o dei gruppi sportivi scolastici, ma si trattava di un discorso di carattere agonistico. Nella scuola è mancata, invece, quella che doveva essere più propriamente un'attività propedeutica allo sport, non con riferimenti agonistici, con un grandissimo valore formativo ed educativo, ma che non ritrovo nei programmi scolastici, in particolare in quelli predisposti dai Governi che ci hanno preceduto.
Questo Governo, se non altro sul piano del riconoscimento, grazie al ministro Moratti ha stabilito con chiarezza che l'attività sportiva deve svolgere un ruolo all'interno della scuola, proprio per la sua funzione educativa.
Rimane un po' la perplessità, da parte del sottoscritto, di come coniugare tale esigenza con l'autonomia scolastica, nell'ambito della quale vi sono istituti che decidono autonomamente di privilegiare settori diversi dallo sport, e di come sia possibile conciliare questa esigenza con un'attività sportiva che deve avere un modulo organizzativo, e non può esaurirsi solamente in ambito scolastico, se non si vuole far finire tutto nella partita tra professori, genitori e studenti; quando si abbandona la scuola, poi, c'è la famosissima partita degli scapoli contro gli ammogliati, ma non credo sia questo il tipo di attività sportiva in grado di offrire una risposta alle esigenze formative.
Al di fuori della scuola, vale a dire quando non si è in età per fare sport e non si è in età scolastica, condivido la sua preoccupazione, onorevole Mosella, ma ciò che ci divide sono la diagnosi e le soluzioni che lei propone. Indiscutibilmente, è stato svolto un ruolo straordinario dagli enti di promozione sportiva; inoltre, non è da sottovalutare quello svolto dagli enti locali, e non vanno sottovalutati sia lo sforzo compiuto inizialmente dal CONI, attraverso i «Giochi della gioventù», sia l'attività svolta dai privati, attraverso le palestre di fitness. Manca, tuttavia, un progetto complessivo, ed anche un contorno legislativo, come lei ha fatto giustamente rilevare. Infatti, in assenza di coordinamento, tutti sono lasciati soli, non c'è una programmazione e non vi sono finanziamenti adeguati.
Lei avanza proposte in tal senso, ma sostiene anche che il Governo, che si è occupato di altre questioni, non ha dato la priorità a questo argomento. Ebbene, anche se noi ci siamo occupati di altri argomenti - non voglio sottrarre del tempo, tuttavia, essendo intervenuto, qualche modesta risposta devo anche dargliela -, vorrei dirle che siamo intervenuti proprio per compensare ritardi legislativi e provvedimenti sbagliati varati dal precedente Governo.
Lei non ha fatto riferimento al piccolo dettaglio che da 15 anni erano disponibili oltre 500 miliardi di vecchie lire per l'impiantistica sportiva, nascosti o dimenticati in qualche registro dei bilanci ministeriali. Ebbene, questo Governo, dopo 15 anni, li ha recuperati e riassegnati alle regioni!
Andando per ordine, per quanto concerne la legge sulle società sportive dilettantistiche, vorrei osservare che lei parte da una contrapposizione tra le società benemerite delle parrocchie, o le società benemerite che hanno sede altrove, e le 80.000 società sportive dilettantistiche, che non sono affatto il primo passo per entrare nel mondo professionista o semiprofessionista. Ciò perché si tratta di società di tennistavolo, di atletica, di bocce e di sport minori, presso le quali le persone si


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recano per svolgere un'attività sportiva che, spesso, si esaurisce a quel livello.
Ebbene, tale differenziazione rispetto a quelle società che insegnano, invece, uno «sport malato» non esiste: è un'invenzione di una filosofia e di una incultura del passato, ma non trova corrispondenza con la realtà! Pertanto, questa legge è servita a queste 80.000 società sportive così come è servita alle società degli enti di promozione, che si avvalgono di piccole sponsorizzazioni e che avevano gli stessi problemi delle società federate in materia di tenuta dei libri contabili, di fisco e così via.
Vorrei conoscere una sola persona - che non sieda in quest'aula del Parlamento (oppure anche che vi sieda) e che provenga da qualunque società - che venga a dirci che il provvedimento in parola è sbagliato. Cosa non va? Purtroppo, l'applicazione di alcune disposizioni è stata bloccata dalla pretesa delle regioni di avere una competenza nel settore: ancorché anche nell'interpellanza venga affermato che quelli fissati dal Governo sono principi fondamentali, le regioni hanno contestato l'intervento.
Ebbene, noi stiamo lavorando, e non lo stiamo facendo in contrapposizione con le regioni. La prossima settimana vedrò i rappresentanti delle regioni: ho già chiesto al ministro La Loggia di offrire un tavolo di intermediazione e, probabilmente, arriveremo ad una soluzione del problema che avvantaggi tutti.
Si tratta di un provvedimento legislativo che il mondo dello sport aspettava da oltre trent'anni. Per offrirle maggiore conforto, visto che all'epoca, forse, lei non era nemmeno nato, le ricordo che la prima legge voluta dalla sinistra risale al 1976 e che la relativa proposta portava la firma dei senatori Pirastu, Modica e Valori, esponenti della sinistra che, evidentemente, avevano valutato in maniera diversa dalla sua la necessità di intervenire nel settore.
Per quanto riguarda la violenza negli stadi - ma non avrei proprio voluto tornare sull'argomento -, la prima cosa da dire è che il tasso di violenza è diminuito. Inoltre, non vi è stata una sola ordinanza di rimessione degli atti alla Corte costituzionale in occasione degli arresti, nonostante il parere, rispettabilissimo e trasversale, di raffinati giuristi i quali avevano preconizzato che la legge sarebbe caduta il giorno dopo essere entrata in vigore in quanto anticostituzionale!
Per quanto concerne la prevenzione e la cultura, se c'è un paese - continuo a tirarlo in ballo - dove lo sport è cultura nella scuola, questo è l'Inghilterra. Eppure, il fenomeno degli hooligans è nato lì! Come l'hanno combattuto? Non con i seminari, non con i dibattiti sulla cultura nella scuola (che già fanno), ma con norme severe, di prevenzione e sanzionatorie. Noi queste severe norme sanzionatorie non le abbiamo volute: mi inchino alla volontà maggioritaria del Parlamento, ma la nostra legge sulla violenza negli stadi non assomiglia neanche lontanamente a quella che io avevo proposto ed a quella che è stata applicata in un paese democratico, civile e dall'alta civiltà giuridica quale l'Inghilterra!
Si sono determinati, pertanto, alcuni scompensi, come abbiamo avuto modo di vedere recentemente: all'episodio di efferata violenza è seguito il rilascio del responsabile il giorno dopo, con un magistrato che affermava di dover applicare quelle specifiche norme e di non avere altri strumenti. Si tratta di casi recentissimi. L'invasione di campo è punita come l'invasione di un giardino pubblico - si veda il caso di Avellino -, per cui non si procede! Ad ogni modo, quella legge, così com'è stata democraticamente voluta dal Parlamento, una certa efficacia l'ha manifestata.
Per quanto riguarda il riordino del CONI, credo di poterle lanciare, onorevole interpellante, una sfida, per così dire, extraparlamentare: mi presenti un solo dirigente sportivo che la pensa come lei sulla modifica del decreto Melandri. In tale provvedimento - non c'è niente di male a riconoscerlo - c'erano ottime intuizioni ed ottime soluzioni. Tuttavia, allargando il discorso alla legge che ha previsto le Spa calcistiche con fini di lucro, mentre quest'ultima si è dimostrata non una legge sbagliata, ma una vera tragedia, il primo presentava dei punti che andavano aggiornati, cosa che ho fatto aprendo


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quel confronto con gli enti di promozione, con le regioni e con le federazione che non c'era stato prima.
Abbiamo modificato solo qualcosa: non si tratta di riforma del CONI, com'è scritto nell'interpellanza, poiché abbiamo modificato poche cose per renderla più funzionale. Cos'è stato fatto? È stato abolito il Comitato nazionale dello sport per tutti. Non è vero che esso non si è mai insediato. Se mi permette, onorevole Mosella, le porto una testimonianza che dovrebbe valere qualcosa: quella del sottoscritto, che l'ha insediato in qualità di presidente del CONI. Il Comitato non si è mai più riunito dopo, per il semplice fatto che le regioni non intendono stare attorno a quel tavolo perché rivendicano una competenza specifica che, in base alla normativa vigente, tutto sommato, compete loro.
Allora, abbiamo scelto la strada indolore di abolire il Comitato, non per scopi punitivi o per assecondare il CONI, ma ponendoci il problema. E arriviamo finalmente al punto.
Mi ero preparato una risposta scritta, ma poi ho preferito rispondere alla sua interpellanza con un'analisi a tutto campo. Cosa occorra fare per dare una risposta in tema di sport per tutti? Le strade sono due. La prima, che io vorrei perseguire, è quella di non dare una risposta affrettata. Quella suggerita dall'interpellanza è una risposta affrettata, che lei stesso, onorevole Mosella, ha criticato in questa sede e che le regioni non accetterebbero mai.
È falso ritenere che sia stato abolito da questa riforma, per affidarlo alle regioni sic et simpliciter! Non è affatto questa la nostra intenzione, altrimenti lo avremmo previsto in un decreto-legge a parte.
La soluzione che vogliamo adottare si può rintracciare nella vostra interpellanza, vale a dire avvalersi, in materia di legislazione concorrente, del potere dello Stato di determinare i principi fondamentali. È quello che vogliamo fare. Come e quando? Abbiamo completato l'iter dei provvedimenti presentati. La pregherei di annoverare la legge Onesti che, come la legge Bacchelli per i personaggi dello spettacolo, prevede vitalizi per i grandi campioni del passato che versano in condizioni disagiate. La legge è passata con un voto trasversale, così come l'articolo 90 sulle società sportive dilettantistiche della legge finanziaria per il 2003. Non so in quale modo abbia votato lei, ma ho il severo sospetto che abbia votato a favore (per l'amor del cielo, questa è un polemica spicciola)!
Per quanto riguarda il futuro, ci vogliamo muovere in questa direzione. Una prima soluzione è quella di consultare, attraverso la conferenza nazionale dello sport, immediatamente dopo i giochi olimpici di Atene, tutti i soggetti: gli enti di promozione, gli oratori cui faceva prima riferimento, la scuola, le organizzazioni sindacali, che possono svolgere un ruolo importantissimo per la gente che lavora e non sa come svolgere attività sportiva, e altri soggetti, ivi compresi i privati. Occorre capire quale possa essere la soluzione che assicuri finanziamenti e strutture organizzate, dentro il CONI, a fianco del CONI e fuori del CONI.
L'altra soluzione è approvare un provvedimento di legge in materia. È stato presentato un provvedimento al riguardo, non se a firma dell'onorevole Colasio: lo stiamo valutando con grande attenzione. Siamo anche disposti ad aprire, con immediatezza, senza attendere la conferenza nazionale dello sport, un confronto con il Governo.
Signor Presidente, le chiedo scusa se mi sono dilungato, rispondendo in modo più ampio ai quesiti posti nell'interpellanza. Sono stato, come dire, tirato per la giacca dall'intervento del collega e amico Mosella!

PRESIDENTE. L'onorevole Mosella ha facoltà di replicare.

DONATO RENATO MOSELLA. Signor Presidente, francamente, la risposta del sottosegretario Pescante elude il problema. Nella mia illustrazione ho voluto rendere evidenti i nodi che sono alla base dell'interpellanza. Chiediamo innanzi tutto se il Governo non ritenga che lo sviluppo dello sport per tutti debba rientrare tra i compiti del CONI. In caso affermativo, chiediamo perché tale compito non sia espressamente


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annunciato nel decreto legislativo di riordino che il Governo ha adottato. In caso negativo, chiediamo per quale motivo la materia in questione sia lasciata alla mercé di accordi tra strutture territoriali del CONI e istituzioni locali. Questa è la situazione ad oggi. E, infine, vogliamo sapere in che modo il Governo intenda riconoscere e sostenere l'associazionismo che promuove la pratica sportiva di molti, quella che sta a cuore a 13 milioni di cittadini.
Recentemente è stato presentato un documento da un gruppo di associazioni alle quali fanno capo milioni di praticanti; tali associazioni sono rappresentate completamente, anche nel comune sentire, in quest'aula, nel senso che non ci sono solo associazioni che guardano al centrosinistra: ci sono associazioni che guardano all'universo mondo. In questa carta di principi dello sport per tutti, tali associazioni hanno rilevato una serie di elementi importantissimi. Vogliamo che sia spiegato perché, nel nostro paese, deve esserci soltanto, anche se benemerito, lo sport delle federazioni.
Noi siamo felicissimi dei risultati che otteniamo (quando li otteniamo) alle olimpiadi, ai campionati del mondo; siamo felicissimi per queste federazioni, che hanno come fine ultimo istituzionale la ricerca del risultato, anche quando tirano la boccia o usano la racchetta di ping pong! Il loro messaggio non è «vogliamoci bene e partecipiamo», ma «selezioniamo e scartiamo», alla ricerca del miglior risultato possibile, perché questo è il compito che hanno nel nostro paese.
Noi quindi diciamo: ben vengano le federazioni, gli vengano date tutte le risorse possibili, in termini economici, in termini di supporto, tutto quello che si vuole, ma, parallelamente, si dia dignità a questo libero associazionismo, che è fortemente radicato nel paese, in ogni angolo del paese! Non è la questione degli oratori, che, in questo contesto, pur essendo una realtà benemerita, sono una piccola parte; qui lavorano organizzazioni laiche che fanno, allo stesso modo degli oratori, un grande e meritorio lavoro di massa, che è anche proficuo per lo sport di prestazione. Infatti, grazie a questo fenomeno di massa, sono nati migliaia di campioni, uomini e donne che hanno onorato il nostro paese, grazie a quelle che lei definisce associazioni amatoriali, che però con rigore e serietà, con spirito educativo, si sono poste nel paese come un margine non secondario alla deriva dello sport professionistico, del mercato, dei soldi, degli impianti faraonici.
Allora, noi chiediamo che: si dia dignità a questa realtà, che esiste e che è fatta di milioni di praticanti, senza nulla togliere alle federazioni di atletica leggera, di bocce, di tennis da tavolo. Queste ultime ben vengano! Crescano, ci facciano vincere i campionati del mondo, ci procurino emozioni! Ma nello stesso tempo vorremmo che la pluralità dei cittadini che vive nel nostro paese avesse la possibilità, non solo di mettere mano al portafoglio (perché lo sport sociale oggi i cittadini se lo devono pagare), ma di avere un sostegno, un incentivo, un aiuto (soprattutto i più bisognosi), che li ponga nelle condizioni di fare sport.
Si fa appello alla scuola, ma sotto questo profilo la scuola l'avete distrutta; l'educazione fisica e lo sport, nella scuola, tranne in alcuni casi benemeriti, tutti sanno che ormai sono un bluff, che non esistono, li avete sacrificati sull'altare della riforma. E venite a dirci che deve farlo la scuola, quando ben sapete che sono migliaia le realtà, animate soprattutto da volontari, che suppliscono a quello che non fa il CONI e a quello che non fa la scuola.
Non comprendiamo questa ostinazione nel volere caratterizzare lo sport sociale e lo sport per tutti come quello delle «tre porte», che è veramente oltraggioso e offensivo anche per milioni di persone che con rigore, con serietà, con metodo scientifico, seguono questa attività. Lo dico anche per i risultati che lo Stato indirettamente ottiene: pensate al recupero della salute, agli anziani che trovano benessere e forma fisica, ai bambini, ai disabili, ai giovani della marginalità. Ma che ne sanno quelli che pensano al risultato, quelli che pensano alle olimpiadi, dei giovani della marginalità! Ma che gliene importa! E lei


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non può continuare a dirci queste cose! Allora, abbia la compiacenza di leggere in questa carta dello sport per tutti quello che l'associazionismo sportivo di base chiede e non lo inganni con l'accattivante sogno di poter entrare nella grande famiglia del CONI per sedersi ad un tavolo, uno in mezzo a cinquanta, dove già sa che non conterà nulla. Gli dia dignità!
Il comitato sport per tutti, che lei ha detto di nuovo di aver insediato, non ha fatto un metro, non si è mosso, è stato insediato solennemente sotto i flash e i riflettori, secondo lo stile che questo Governo conosce, ma poi il giorno dopo non ha avuto una lira (e sono pronto a documentarlo) per fare un passo. Ma parliamo di quel comitato quando lei non era più presidente del CONI. Quel comitato, che era il frutto del decreto Melandri e che si collocava quindi all'interno di un provvedimento chiaro di responsabilità dello Stato. Dopo il decreto Melandri, si sono allungati i tempi fino a cancellarlo; non si è mai provveduto ad insediarlo, prendendo a pretesto la posizione delle regioni, che facevano valere un loro diritto. Non vi è neanche un quadro di riferimento; e le regioni, chiaramente, non legiferano sullo «sport per tutti», perché non hanno un quadro di riferimento.
Allora, ciò che chiedevamo, provocando il Governo anche con questa interpellanza, era di dare finalmente respiro allo sport italiano, affinché la gamba dell'agonistica e della prestazione (mi riferisco alle olimpiadi, ai campionati del mondo e quant'altro) con dignità e con orgoglio si muova insieme all'altra gamba, ossia quella di milioni di praticanti ai quali viene destinato l'1 per cento della torta che lo sport si spartisce con risultati raggelanti. Tra poco vedremo cosa c'è dietro questo magma che si muove all'interno del mondo del calcio e rispetto al quale si è attivata in maniera determinante anche la magistratura, al fine di capire dove ci volete portare (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).

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