Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 396 del 4/12/2003
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(Informazioni in possesso del Governo sul contesto politico, ambientale e logistico in cui è maturata la strage di Nassiriya - n. 2-01004)

PRESIDENTE. L'onorevole Pisa ha facoltà di illustrare l'interpellanza Deiana n. 2-01004 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 5), di cui è cofirmataria.

SILVANA PISA. Signor Presidente, abbiamo presentato questa interpellanza sulla base di un'analisi condotta sulla situazione attuale di Nassiriya; l'attentato alla base italiana, il drammatico episodio in cui sono morti i nostri 19 soldati, ha determinato, nell'opinione pubblica italiana - ben lo sappiamo tutti - un lutto gravissimo cui tutti hanno partecipato. Non solo noi; il paese tutto è stato molto vicino, infatti, al dolore dei familiari e, in qualche modo, si è rafforzato il sentimento di unione. Tuttavia, ciò non ha dissolto i dubbi (anzi, tutt'altro) circa le condizioni di sicurezza dei nostri soldati in missione in Iraq. La condizione del dopoguerra, infatti, é pessima. Si assiste, infatti, per così dire, ad una sorta di vietnamizzazione della situazione, spesso negata dalle autorità locali, autorità occupanti locali. La situazione si è manifestata, sin dall'inizio, molto complessa, aggravata da continue azioni di guerriglia e da attentati - verificatisi sin dall'inizio dell'operazione, anche se, ultimamente, senza alcun dubbio, si deve registrare un'escalation - contro gli eserciti stranieri. Eserciti vissuti dalla popolazione - dobbiamo riconoscerlo con grande franchezza - come forze occupanti; al di là dell'inizio della missione, in cui frange - frange! - della popolazione potevano avere reagito in un certo modo, la maggior parte della popolazione ha sempre considerato gli stranieri come occupanti. Al riguardo, si è manifestata un'incapacità molto grave, da parte degli Stati Uniti - la potenza che aveva il comando dell'operazione - nel gestire il dopoguerra: hanno vinto la guerra perché militarmente assai superiori ma, rispetto al dopoguerra, il loro intervento si è rivelato inadeguato. Parlare di sprovvedutezza sarebbe eccessivo - sappiamo, infatti, che non è proprio così -; va rilevato, però, il loro mancato rinvenimento delle soluzioni necessarie.
Invero, la circostanza è stata notata anche dalla stampa; mi riferisco all'articolo di Barbara Spinelli apparso sul giornale La Stampa il 15 novembre 2003 e a quello di Scalfari apparso su la Repubblica nella medesima data. Scalfari scriveva: hanno scoperto il vaso di Pandora. Insomma, l'Iraq era un paese con una dittatura feroce - come è stato sempre riconosciuto da tutti -, un paese nel quale, però, il terrorismo non esisteva. Nelle dittature, infatti, un controllo feroce impedisce


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qualsiasi forma di ribellione; ben lo sappiamo nel nostro paese, avendo vissuto un'esperienza analoga.
La vera guerra è cominciata adesso, una guerra asimmetrica; dobbiamo riconoscerlo. Un conflitto tra le potenze occupanti - gli Stati Uniti e gli altri paesi - e un'entità indefinita per definire la quale si fa appello, per esemplificare, alla voce «terrorismo». Ma, in realtà, essa contiene di tutto: vi aderiscono, infatti, quanti hanno perso prospettive di lavoro, quanti sono stati epurati e via dicendo. Sappiamo, per esempio, che, nella pubblica amministrazione - per così dire, dall'oggi al domani - molti sono stati licenziati e non hanno più la possibilità di vivere. L'esercito, a certi livelli, è stato «mandato a casa» con i conseguenti problemi. Poi, si è tornati su tale decisione ma, intanto, in una prima fase, si è sciolto tutto l'esercito. Ma penso anche ai membri del partito Baath; alcuni, sicuramente, avevano complicità e collusioni profondissime con il regime. Ma non tutti; era un regime nel quale gli iscritti al partito Baath erano sette milioni di cittadini. A mio avviso, in un paese di 24 milioni di abitanti, 7 milioni rappresentano una cifra tale da far pensare che solo alcuni fossero fortemente collusi. Altri avranno fatto tale scelta per opportunismo, come accadeva nell'Italia fascista. Se non analizziamo la situazione in questi termini, a mio avviso non riusciamo poi a capire le reazioni in quel paese.
Certo, vi sono, poi, le bande; anche solo di delinquenti, ladri. Vi è, inoltre, il terrorismo; ma è arrivato in seguito mentre, all'inizio, non era presente.
Crediamo che questa situazione presenti segnali di grande inquietudine. Questo è stato colto dalla CIA che, già da tempo, descriveva la situazione del terrorismo in Iraq come in via di peggioramento. C'è stata una vera rivalità su questo punto tra Pentagono e Dipartimento di Stato americano, con uno scaricabarile di responsabilità. Mentre il Dipartimento di Stato americano analizzava tutto alla luce di attacchi ad opera di cellule straniere estranee alla popolazione e di terroristi, sappiamo che la CIA parlava di una crescente ostilità del popolo iracheno verso i militari occidentali. Pochi giorni fa abbiamo visto alla televisione la raccapricciante immagine - era dai tempi del linciaggio di Ramallah che non vedevo un'immagine così raccapricciante - di giovani che ballavano sopra i cadaveri. Lì, però, si esprime tutto un rapporto. In questo gesto, che - lo ripeto - è di una violenza inaudita, c'è il rapporto tra vincitore e vinto, tra oppressore e oppresso. Erano ragazzini. Non era la cellula terroristica. Era la popolazione civile.
Sono centinaia i documenti trasmessi dai servizi segreti italiani, in cui si segnala come l'area sud dell'Iraq sia particolarmente esposta al pericolo, tanto che il direttore del Sismi, nel suo rapporto al Copaco, ha detto che la minaccia cresce e il livello di rischio in Iraq è sempre più alto a partire dal luglio scorso. E questo riguardava, anche e fortemente, gli italiani, entrati nel mirino grazie all'azione di sostegno all'occupazione americana, a cui - signor sottosegretario, lei lo sa - siamo stati sempre contrari. Abbiamo votato contro. Come ha specificato il direttore del Sismi, la rete di intelligence ha svolto a pieno il suo lavoro informativo, mettendo assieme tre tipi di indicatori (quello militare, quello della criminalità e quello del terrorismo). Si è capito che si trattava di realtà diverse, che andavano analizzate in modo diverso. Sono state comunicate al ministero, in modo tempestivo, le informazioni raccolte. Le ultime due informative dicevano che per la prima decade di ottobre e per la prima decade di novembre si ponevano problemi di sicurezza molto seri. Cito tra virgolette: «Avevamo previsto tutto, non c'era dubbio che saremmo stati colpiti».
Quanto ai nostri militari, li abbiamo conosciuti, li abbiamo incontrati a Nassiriya: erano motivati, erano preparati. Credo che abbiano assolto pienamente il loro compito in una situazione molto difficile, densa di pericoli. Non abbiamo, però, alcuni dati specifici. Dobbiamo dirlo. Mi sarebbe piaciuto avere più tempo per chiedere chiarimenti al ministro. Purtroppo,


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non è stato possibile. Mancano dati specifici rispetto alle azioni di requisizione di armi e di perquisizione casa per casa: sono azioni molto complicate, molto delicate, che espongono in maniera consistente a possibili ritorsioni. Per esempio, quante di queste operazioni sono avvenute? Come sono state condotte? Sotto quale comando sono state effettuate? Sono state decise autonomamente? Chi ha deciso i luoghi da perquisire? Signor sottosegretario, lei sa che questo è il solito tormentone che proponiamo a proposito di tutte le missioni all'estero che non approviamo, esprimendo i dubbi sulle regole di ingaggio e sulla catena di comando. In questa situazione, in una situazione così difficile come quella irachena, credo che abbiamo esposto i nostri militari ad un serio pericolo.
Quanto alla situazione della base italiana, che alcuni di noi hanno potuto vedere di persona, non possiamo dire che fosse idonea in una situazione postbellica assai minacciosa, perché era al centro della città. Ho capito le ragioni, che mi sembrano anche nobili - tra virgolette -, che hanno indotto a localizzare la caserma dei carabinieri tra la popolazione. Però, in una situazione di quel tipo, di grande esposizione, non era opportuno.
Non era opportuno scegliere come ubicazione il centro della città non solo per noi, ma anche e prima di tutto, per la popolazione civile che vi abitava. Noi sappiamo - e ce lo ha detto ieri il ministro - che più di 80 persone, tra morti e feriti iracheni civili, sono state colpite e quindi tutto questo è stato un esporre anche loro ad un rischio molto grosso.
Tutte queste annotazioni sembrano un po' contrastare con le affermazioni che ha fatto a suo tempo il ministro della difesa quando ha affermato - cito testualmente -: posso assicurare che le disposizioni messe in atto nel teatro iracheno sono le più efficaci per la tutela e la sicurezza del nostro personale.
Ieri, il ministro è ritornato su questo punto e ha detto che le misure di sicurezza erano e sono adeguate, ma noi crediamo che tutto questo non sarebbe avvenuto se effettivamente le condizioni di sicurezza fossero state queste. Io credo che probabilmente si poteva pensare ad altre soluzioni, come oggi - oggi, ex post - si sta pensando.
Nella nostra interpellanza lei vedrà tutta una serie di dichiarazioni del ministro Martino riportate dalla stampa. Ieri, lui ci ha detto che in realtà non ha mai sottovalutato il rischio generale - cito la relazione di Martino in Commissione difesa -, che non è mai stato sottovalutato, né sottaciuto.
In realtà, guardi, a mia memoria, ma posso sbagliarmi, sono stati più gli interventi preoccupati rispetto alla missione in Afghanistan a Khost, in cui lui ha detto che si trattava della missione più pericolosa che noi abbiamo mai affrontato, di quanto avesse denunciato riguardo alla pericolosità di Nassiriya, forse perché - come credo - in questo caso non c'era stato un voto unanime di questo Parlamento, mentre sull'Afghanistan la maggioranza ha dato un voto favorevole, anche se personalmente io no.
Oggi, ministro riesce ad ammettere - meno male - che la guerriglia si è allargata a tutto l'Iraq, che il sud non è quella zona tranquilla che sembrava essere ed io mi chiedo e chiedo a lei, sottosegretario, che così pazientemente sempre ascolta le nostre recriminazioni - che sono poi delle interpellanze a buon diritto -, di quali informazioni il Governo fosse effettivamente in possesso, come queste informazioni sono state utilizzate nel rapporto con il comando italiano a Nassiriya. Inoltre, le chiedo anche cosa intenda fare il Governo per fornire il più rapidamente possibile al Parlamento un quadro esaustivo del contesto politico, ambientale e logistico entro il quale è maturata la strage dei militari italiani.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la difesa, onorevole Cicu, ha facoltà di rispondere.

SALVATORE CICU, Sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, l'illustrazione dell'onorevole Pisa, al di là


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dell'analisi che riprende i passaggi che compongono la stessa interpellanza, ha fatto anche rilevare le stesse risposte che in maniera molto ampia, molto particolareggiata e in termini specifici ieri ha dato il ministro Martino in Commissione difesa. È chiaro che il Governo non vuole, né tantomeno può, sottrarsi a un giusto ed ulteriore approfondimento rispetto agli stessi temi. In ogni caso, mi sembra si voglia rafforzare un concetto che è già stato rappresentato e a cui è stata già dato ampia risposta, che non può che essere la stessa, identica, al di là degli approfondimenti che inevitabilmente possono e debbono essere ripresi.
Sulla valutazione del rischio, questo non è mai stato sottovalutato né sottaciuto. Poi le affermazioni giornalistiche, i titoli dei giornali vengono rappresentati certamente in maniera legittima. Tuttavia, credo che siamo anche consapevoli, essendo un riferimento delle istituzioni e di un Parlamento, che quello che conta sono gli atti del Parlamento.
Vi sono atti e dichiarazioni in proposito, come quella del ministro Martino che espresse quando si recò in Parlamento il 14 maggio per riferire in merito alla questione; le dichiarazioni sono di permanenza, con riferimento a problemi di violenza, di attentati, di banditismo, di criminalità, di saccheggi, di episodi di vera e propria guerriglia. La missione è delicata e difficile perché si inserisce in un ambiente tendenzialmente non permissivo, vale a dire in un ambiente a rischio, di cui siamo consapevoli. Potrei continuare, ma credo sia pressoché inutile.
Il 18 settembre i presidenti delle Commissioni difesa hanno reso ai componenti delle stesse questo tipo di informativa: si sosteneva che le condizioni di sicurezza di quel paese restano contrassegnate da una situazione di instabilità che, finora sostanzialmente limitata all'area a forte concentrazione sunnita, è suscettibile di estendersi, a causa delle tensioni emerse recentemente all'interno della comunità sciita, anche al sud del paese.
Si prosegue successivamente, il 17 ottobre, anche con riferimento alla missione che si è svolta da parte di alcuni componenti della Commissione difesa della Camera e del Senato proprio nell'area in cui è presente anche una missione umanitaria e dei nostri soldati.
In quell'occasione si continuava a ribadire la caratterizzazione del rischio diversificato di livello medio-alto. Quindi, in merito ad una certa rappresentazione del rischio, credo che vi sia stata un'ampia e coerente dichiarazione da parte del ministro Martino e del Ministero della difesa. Credo vi sia un aspetto centrale, da approfondire fortemente, che, sicuramente, coinvolge la serietà di tutti, nonché la responsabilità di coloro che, all'interno del Parlamento, con due risoluzioni, hanno votato questo tipo di missione che - è quasi offensivo ricordarlo - è di carattere umanitario e rientra in un dettato costituzionale che non può certamente consentire di stravolgere quella stessa norma, nonché un certo tipo di indirizzo che non può che essere in termini di legittimità. Nell'ipotesi contraria, dovremo sostenere che questo Parlamento non sia stato abilitato in maniera legittima ad esprimere un voto di sostegno e di indirizzo rispetto questa missione.
Il contesto in cui ci troviamo è quello riferito a questo tipo di missione, per quanto riguarda la nostra operatività. Si tratta di un'attività di indirizzo politico e di pianificazione operativa.
Il punto fondamentale è quello che riguarda il percorso delle informazioni e l'elemento sicurezza della permanenza del nostro contingente.
Per quanto riguarda le informazioni, le stesse possono provenire da più parti: vengono sicuramente diffuse, direttamente o indirettamente, in tutte le decisioni, perché vi sia una certa gestione delle ulteriori decisioni concernenti il sistema di catena e di comando.
Per quanto riguarda, invece, le condizioni di sicurezza del nostro contingente, sono le autorità militari che ci riferiscono che erano e sono adeguate. Il fatto che sia stata espressa una considerazione di adeguatezza, per le modalità di esecuzione di quel tipo di attentato, non significa che le


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condizioni di sicurezza siano insuperabili. Con riferimento ad un percorso di aggressione di quel genere - anche se, al di là della sua entità, poteva essere più o meno previsto - in ogni caso quelle modalità non potevano essere in alcun modo impedite: spingere un camion pieno di esplosivi verso un bersaglio significa, in qualche modo, provocare un'esplosione.
Sicuramente l'approfondimento di questo aspetto nei particolare potrebbe portare ad un conclusioni diverse. Dire infatti che sono stati limitati i danni, per me è un assurdo, nel senso che non mi sento di dirlo, perché stiamo parlando di un fatto di una gravità eccezionale e di un dramma di tale proporzione che sarebbe impensabile poterlo sostenere. Significa dire però anche che, per le modalità che sono state definite in termini di condizioni di sicurezza, i danni sono stati sicuramente limitati in ordine alla presenza e al numero dei militari in quel momento. Tanto è vero che oggi, proprio con una rivisitazione del sistema di sicurezza, vi è stato un decentramento di presenza.
Certamente oggi, rispetto ad un attacco, che non possiamo abbinare in maniera uniforme agli altri, perché la popolazione di Nassiriya non ha «ballato» sui corpi dei soldati italiani, la popolazione di Nassiriya si è stretta intorno, in termini di cordoglio, alla presenza dei soldati italiani. Il sindaco di Nassiriya, con la popolazione, si sono uniti nell'ambito di una manifestazione contro il terrorismo e contro quell'atto che, in maniera così importante, è stato condannato dagli stessi iracheni. Non stiamo quindi parlando di aspetti che qui sono stati richiamati dagli interpellanti. Sicuramente c'è un fatto di gravità tale che ha imposto e che impone sempre di più di rivedere il concetto di sicurezza sul posto, ed è quello che alla fine si sta realizzando, per portarlo ad un livello tale da dare sempre di più ai nostri uomini la possibilità di una reazione immediata ed efficace. Per questa ragione, si prevede un posizionamento ad opportuna distanza delle difese passive, attraverso ulteriori ostacoli di contenimento, barriere, e mezzi militari che in qualche modo devono impedire un eventuale attentato e limitare in assoluto i danni. Credo, peraltro, che proprio in questo momento, nel quale assistiamo ad una nuova impennata di quel tipo di terrorismo, vi deve essere un incremento delle misure di sicurezza, attraverso regole e strumenti sempre più incisivi ed appostamenti difensivi permanentemente rinforzati.
Credo sia anche necessario ed importante far rilevare, come il ministro Martino in maniera particolareggiata ha fatto, le ragioni dell'attacco nei riguardi dei nostri militari. Le ragioni sono chiare, perché laddove si raggiungono risultati importanti, con una presenza umanitaria di sostegno e per la ripresa di uno sviluppo, che vada nel senso di una nuova legittimazione democratica delle istituzioni, dove vi sono ospedali, dove vengono portati luce, acqua, derrate alimentari e medicinali, dove si stringono rapporti importanti di amicizia con le popolazioni locali, l'azione terroristica, per la strategia che porta avanti di destabilizzazione, deve intervenire e colpire. Per queste ragioni sono stati colpiti i soldati italiani, l'ONU e la Croce rossa.
Vengono colpiti quei simboli che sono di grande efficacia, in un'azione, che vede la nostra partecipazione soltanto in termini di sostegno e non di offesa verso qualcuno. I nostri militari non hanno mai perpetrato alcuna azione offensiva nei riguardi delle popolazioni locali.
Ritengo che tutto questo, in un processo di ricostruzione anche rispetto a passaggi importanti che sono citati nella interpellanza, debba farci comprendere che sono stati ottenuti progressi importanti in quel territorio: vorrei citare infatti l'assistenza sanitaria, la riattivazione dei servizi più elementari, come quelli che poc'anzi ho ricordato, - forniture idriche, alimentari ed elettricità -, con la possibilità di curare bambini e di sminare territori così pericolosi.
Reputo sia importante dare il giusto riconoscimento a questa azione, ma credo sia importante darlo soprattutto a quegli uomini che rischiando, così come hanno rischiato, la propria vita stanno credendo


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in questo tipo di progetto e in questo tipo di missione. Non credo possa essere svilito un progetto di questo genere, soprattutto non credo possa essere penalizzato l'atteggiamento di persone che eroi non volevano essere, che eroi sono diventati, soprattutto di coloro che sono rimasti in quel teatro, credendo fortemente nella possibilità che l'intervento dell'Italia e degli uomini che rappresentano l'Italia possa raggiungere quegli obiettivi per noi così importanti per trasferire un concetto di libertà, di azione e di sostegno allo sviluppo democratico in territori che sono stati oggetto, come sappiamo, di tristissime dittature.
Sono anche convinto che vada citato il voto che ha visto il percorso della missione umanitaria. A questo voto si è aggiunta anche una ulteriore legittimazione: più volte, in quest'aula, abbiamo sentito parlare in maniera forte - credo anche importante e condivisa - della necessità che le Nazioni Unite individuassero un percorso, cosa che è avvenuta con la risoluzione del novembre scorso. Certo, può non bastare, ma c'è stato un richiamo forte, c'è una legittimazione nuova, c'è un rafforzamento che prevede anche la stabilizzazione di quell'ambiente, della necessità che ci sia ordine e sicurezza, della necessità che ci sia anche una nuova forte legittimazione che serva ad accelerare il trasferimento dei poteri nelle mani della popolazione locale, che sta tentando disperatamente - però credo anche in maniera importante - di darsi un Governo autonomo.
Credo che il nostro Governo all'interno dell'Europa abbia assunto una posizione univoca e forte, che si propone di rafforzare il percorso delle Nazioni Unite, dove c'è la possibilità di una ricostruzione istituzionale e materiale dell'Iraq ed un coinvolgimento sempre più multilaterale nella gestione della crisi. Ecco perché il ministro Martino ha anche ribadito l'ipotesi di una guida NATO delle forze internazionali, sul modello di quello che, in maniera efficace, sta avvenendo in Afghanistan. Non deve escludersi, anche perché questa è l'ulteriore richiesta avanzata dall'Italia: che sia valutato un coinvolgimento della stessa Unione europea. In altre parole, la risposta forte da dare al condizionamento, al ricatto della strategia del terrore deve essere quella di una partecipazione che deve vedere l'accelerazione di una grande possibilità, quella di dare una nuova Costituzione e un nuovo Governo agli iracheni, affinché, nel più breve tempo possibile - e noi sappiamo che i tempi sono quelli del giugno 2004 -, possa riprendere un percorso di piena legittimità democratica.

PRESIDENTE. L'onorevole Deiana ha facoltà di replicare.

ELETTRA DEIANA. Signor Presidente, mi dispiace doverlo dire per l'ennesima volta al sottosegretario Cicu, ma io ho sempre l'impressione che, su queste questioni, noi giochiamo a rimpiattino, con un continuo spostamento dei termini, dei concetti e, purtroppo, anche dei fatti.
Voglio ricordare in prima battuta al sottosegretario che le ultime risoluzioni dell'ONU non fanno altro che prendere atto delle cose - come del resto compete all'ONU, quando non può fare altro - e che, a norma delle convenzioni internazionali, tali risoluzioni stabiliscono che là vi sono truppe occupanti. Non siamo noi a dire che là vi sono truppe occupanti, è la risoluzione dell'ONU a dirlo. E dice anche che quelle truppe, come da convenzioni internazionali, hanno degli obblighi di protezione delle popolazioni e dei beni di quelle popolazioni.
Voglio ricordare al sottosegretario Cicu che lì sono ripresi i bombardamenti da parte delle truppe occupanti anglo-americane a vasto raggio e sono ricominciate azioni tipiche delle truppe di occupazione ostili, con rappresaglie nei confronti delle popolazioni civili.
Le risoluzioni dell'ONU non hanno sanato alcunché. Lì c'è una situazione postbellica che rappresenta la drammatica prosecuzione di una guerra che non è mai finita e sta conoscendo un forte inasprimento non in ragione genericamente del terrorismo internazionale; infatti, sarebbe troppo comodo nascondere tutto dietro


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questo paravento, da una parte terribile, dall'altra strumento di assoluzione degli errori che gli americani e i loro alleati stanno compiendo. Sarebbe troppo comodo, perché lì, in effetti, si sta sviluppando una forte reazione da parte delle popolazioni locali.
Vorrei ricordare che uno degli episodi più drammatici (più drammatici dal punto di vista di noi occidentali che guardiamo soprattutto agli eccidi perpetrati contro la gente che più ci assomiglia), ossia l'uccisione dei due militari americani e le relative feste macabre della gente locale, è avvenuta nella zona più lontana al triangolo sunnita, in una zona relativamente tranquilla perché da tempo, dalla prima guerra del Golfo, è relativamente autonoma e sotto il controllo della parte curda dell'Iraq.
Non giochiamo, quindi, a rimpiattino, altrimenti non si capisce di cosa stiamo parlando. In questo caso, non è in discussione il fatto che il contingente italiano sia andato animato da buone intenzioni e abbia svolto egregiamente le cose per le quali era stato inviato, nella tradizione della nuova concezione della difesa, chiamata peace keeping, in una nuova cultura della difesa che sta dimostrando sempre più quanto non si tratti affatto di peace keeping o di peace enforcing ma di nuove forme di invasione di territori altrui, in condizioni sempre più di guerra aperta e conclamata. Di questo si tratta e di questo vorremmo discutere.
Nel merito della questione di Nassiriya, dell'informazione e di ciò che è accaduto in quel luogo, lei, sottosegretario, giustamente invita a distinguere i titoli dei giornali e l'utilizzazione mediatica dalle affermazioni che il ministro Martino, nel caso specifico, ha rilasciato nelle Commissioni, in Parlamento; sono tutte dichiarazioni agli atti parlamentari.
È vero che c'è una differenza, ma vorrei rilevare che le due cose non sono così lontane. C'è un messaggio alla stampa che è funzionale a qualcosa, credo. Se contano soltanto gli atti parlamentari e se noi dobbiamo attenerci soltanto alle parole che il ministro ha rilasciato nelle sedi istituzionali, allora le deduzioni che dobbiamo fare sono piuttosto negative. Infatti, dobbiamo dedurre che il Governo, dicendo la verità in certe sedi e mentendo o lasciando che venissero interpretate in altra maniera le dichiarazioni che rilasciava attraverso i media, ha concorso a creare un contesto ingannevole relativamente alla natura della missione, tant'è vero che questo Parlamento ha votato, pensando che la missione avesse compiti di pace e che si svolgesse in condizioni di fine guerra sufficientemente tranquille. Questo, infatti, era il messaggio veicolato dal ministro Martino dopo la dichiarazione di fine guerra del Presidente Bush.
Allora, delle due l'una: o il Governo ha concorso a creare un contesto mediatico-comunicativo ingannevole, riservandosi, tuttavia, di dire parzialmente la verità nelle sedi istituzionali, una verità da utilizzare ex post, oppure vi è stata una sottovalutazione analitica, di comprensione di ciò che stava effettivamente avvenendo e, di conseguenza, un inadeguato uso, o un uso assolutamente nullo, delle informazioni che l'intelligence (sia quella degli Stati Uniti, la CIA, sia la nostra) aveva continuamente dato al Governo, a chi di dovere, sul crescente pericolo per i nostri soldati.
Noi dobbiamo parlare di questo, non è che possiamo parlare delle caramelle, delle buone azioni e del fatto che i carabinieri stavano lì per avere buoni rapporti con la popolazione! Abbiamo ascoltato le informative degli ufficiali responsabili del contingente italiano a Nassiriya. Costoro ci hanno parlato di un'azione dei militari a tre dimensioni: una è prettamente militare e concerne le azioni di cui parlava, prima di me, l'onorevole Pisa (azioni militari di ricerca dei materiali e di indagini nelle case, che sono azioni tipicamente da contingente militare occupante). Sono state svolte con carattere benevolo, ne sono assolutamente sicura, ma non è questo il punto: non è l'atteggiamento soggettivo dei militari che compiono le azioni militari che conta, ma la percezione che le popolazioni locali hanno di tali azioni, ancorché il più possibile gentilmente svolte.


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Allora, abbiamo un'azione tipicamente militare, sulla quale vanamente chiediamo notizie a chi di dovere - non ci dicono nulla di questo, non ci dite nulla di questo! -, un'azione di polizia, quella svolta dai carabinieri, ed un'azione di terzo livello, quello umanitario - diciamo così -, soprattutto di ripristino di elementi strutturali, di servizi, elettricità, eccetera. Dunque, l'azione era triplice: non era una missione per distribuire caramelle ed alimenti ai bambini.
Pertanto, il problema di come questa presenza, ancorché gentile, ancorché umanamente accettabile - per noi -, potesse essere accolta dalla popolazione locale è grande come una casa e non può essere assolutamente liquidato, come ha fatto e come si ostina a fare il ministro Martino e come ha qui ribadito il sottosegretario Cicu, sostenendo che i rapporti con la popolazione locale erano ottimi. Non è così! La manifestazione di solidarietà, dopo la strage dei nostri militari, ha visto la partecipazione di cento persone al massimo, centocinquanta se vogliamo essere buoni; comunque, le fotografie ci dicono che solo uno sparuto drappello di locali si è recato a far visita al nostro contingente, mentre la maggioranza della popolazione, molto numerosa perché Nassiriya è una grande città, si è ben guardata dal partecipare a qualsiasi forma di espressione di cordoglio e di dolore.
I servizi segreti avevano ben individuato questo fatto, vale a dire che, praticamente, anche nel sud dell'Iraq, si stavano manifestando dinamiche assolutamente negative. Si sarebbe dovuto prenderle (ma non sono state prese) in considerazione, al fine, innanzitutto, di interpretare ciò che stava avvenendo in Iraq, di ridiscutere una scelta di pace, l'invio di un contingente di pace - che, invece, si trova ad agire, ed agisce, come contingente occupante in un contesto non di pace, ma nel quale si sta sviluppando, anche nelle zone più lontane dallo scontro diretto, una dinamica estremamente conflittuale e violenta - e, infine, di prendere in considerazione anche l'aspetto della tutela dei militari.
Quindi, io credo che ci sia stato un errore logistico strutturale nelle modalità con cui si è agito per la sicurezza del contingente italiano, in particolare dei carabinieri, che rappresentavano la punta di diamante della fisionomia pacifica della missione, il mascheramento, diciamo in maniera più chiara; errore che è la conseguenza di una scelta sbagliata e insieme della costruzione ideologica con cui quella scelta si è voluta far veicolare, secondo la quale noi lì siamo andati per una missione di pace, mentre siamo andati in mezzo ad una situazione di guerra, con logiche di guerra, con una connotazione di truppe occupanti e con la ricaduta gravissima che è stata appunto la strage dei 19 italiani a Nassiriya.

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