Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 236 del 9/12/2002
Back Index Forward

Pag. 37


...
Discussione della mozione Di Gioia ed altri n. 1-00100 sul disagio economico nel Mezzogiorno (ore 17,46).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione Di Gioia ed altri n. 1-00100 sul disagio economico nel Mezzogiorno (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
La ripartizione dei tempi è pubblicata nel vigente calendario (vedi calendario).
Avverto che è stata presentata la mozione Bocchino ed altri n. 1-00137 (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1), che, vertendo sullo stesso argomento, verrà svolta congiuntamente alla mozione Di Gioia ed altri n. 1-00100.

(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritto a parlare l'onorevole Di Gioia, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00100. Ne ha facoltà.

LELLO DI GIOIA. Signor Presidente, abbiamo voluto presentare questa mozione non certamente in considerazione del dibattito politico che si può aprire all'interno del nostro paese con particolare riferimento al Mezzogiorno, ma proprio per evitare che vi possano essere strumentalità di ordine politico. Abbiamo voluto affrontare le problematiche del Mezzogiorno partendo da dati forniti da istituti statistici che non hanno riferimenti di carattere politico e che, certamente, non possono essere accusati di faziosità. Al contrario, si tratta di dati asettici che dimostrano ed evidenziano il disagio del Mezzogiorno d'Italia e le conseguenze disastrose che si possono verificare in quest'area. Siamo partiti volutamente da questi dati perché essi definiscono uno spaccato della situazione italiana, evidenziando la necessità di affrontare all'interno di quest'aula e del Parlamento un dibattito forte, un dibattito - come dire - senza reti, in cui ognuno si assuma le proprie responsabilità. Dobbiamo essere convinti, infatti, che il problema del Mezzogiorno non riguarda quella o quest'area dell'Italia ma riguarda l'intero paese e l'intera Europa.
I dati statistici del 12 luglio 2002 dimostrano come per l'anno 2001 circa 2 milioni e 700 mila famiglie si trovino al di sotto della soglia di povertà. Si tratta di un dato che, inquadrato nell'ambito nazionale, definisce una percentuale del 12 per cento; in pratica, circa 8 milioni di individui oggi si trovano in condizioni di povertà. Di questi, circa 3 milioni e 100 mila sono localizzati nelle aree del Mezzogiorno, con una percentuale che raggiunge il 75,1 per cento. Si capisce bene, quindi, quale sia il dramma che investe quest'area particolare del nostro paese. Si tratta di un dramma che è sicuramente determinato da una condizione di difficoltà dal punto di vista infrastrutturale. A questo proposito non si può dire che la legge obiettivo, predisposta da qualche anno ad opera di questo Governo, abbia determinato condizioni migliorative da un punto di vista infrastrutturale.


Pag. 38


Ci sono dati, per esempio, che stanno a testimoniare come la povertà incida sulle famiglie. Basta guardare i dati per dire che aumenta la povertà nelle famiglie dove vi sono due o più figli o in quelle dove vi sono degli anziani, o ancora nelle famiglie dove vi sono dei portatori di handicap o in quelle dove il titolo di studio è inferiore. Pertanto, nelle aree del Mezzogiorno vi sono questi indicatori negativi, che stanno a dimostrare come la povertà stia aumentando.
Quindi, per fare in modo che la povertà possa raggiungere livelli certamente non assimilabili a quelli attuali - che potrebbero far nascere in quell'area situazioni di forte incidenza sociale, quindi, con il rischio di una polveriera -, credo vi sia la necessità di intervenire rapidamente nei settori della formazione, certamente non come è stato fatto con la legge finanziaria per il prossimo anno. Tuttavia, rispetto agli interventi da fare voglio aprire una parentesi, signor Presidente e colleghi.
Anche per l'indice di riferimento del numero dei manager, noi abbiamo un rapporto estremamente basso rispetto al livello nazionale più generale. Questo dimostra come nella nostra realtà meridionale vi sia la necessità di intervenire sulle politiche attive della formazione, della managerialità e in quelle finalizzate a rilanciare i sistemi produttivi che sono stati fortemente messi in discussione dalle politiche economiche di questo Governo: mi riferisco, soprattutto, alle questioni del credito d'imposta, al bonus sull'occupazione e a tutti quegli strumenti che il Governo di centrosinistra aveva introdotto per rilanciare possibilità di occupazione e di sviluppo economico.
Certamente, riguardo alle considerazioni che possono essere fatte su quest'ultimo periodo, non per niente credo sia fortemente necessario andare a verificare quello che sta accadendo oggi, per esempio, con la crisi della FIAT. Consentitemi di dire che non è possibile, in un momento così delicato della politica industriale di questo paese, in quel particolare settore, fare delle affermazioni gravissime, secondo il mio modesto punto di vista, che certamente non possono e non debbono essere presenti in un dibattito come questo e tanto meno pronunciate dal Presidente del Consiglio.
Abbiamo la necessità, sia il Parlamento sia quelli che credono non ad un problema meridionale in quanto tale ma all'esistenza di una questione meridionale, di rilanciare l'opzione nazione, ossia della nostra Italia, nel contesto più generale a livello europeo. Ritengo che dobbiamo intervenire rapidamente nelle attività infrastrutturali e in questo senso voglio portare un esempio. In Sicilia il 50 per cento della dotazione infrastrutturale, soprattutto quella delle ferrovie, è ancora a binario unico e circa il 45 per cento delle ferrovie non è ancora elettrificato. Capite bene che in tale area per il sistema industriale, nel momento in cui non è stato ancora attuato un intervento sui cosiddetti trasporti intelligenti, vi sono dei costi aggiuntivi che vengono a determinare l'effetto che oggi stiamo verificando.
Quindi, si tratta di problematiche infrastrutturali che non possono essere risolvibili con le società che sono state istituite ad hoc da questo Governo perché questo mette in crisi anche un sistema della mobilità urbana, creando ulteriori difficoltà ai centri urbani e, quindi, determinando una congestione che determina l'involuzione da un punto di vista economico e di sviluppo di queste realtà.
Vi è poi una questione che riguarda le acque. Abbiamo vissuto momenti drammatici nelle aree del Mezzogiorno perché manca una gestione ed una conduzione seria delle acque.
Ne derivano i problemi, non soltanto riferiti agli usi civici, ma anche riferiti alle attività produttive che investono il settore manifatturiero e alle attività agricole, con grande danno per i prodotti e per le loro possibilità di competizione sui mercati europei. Sulla questione sociale, che riguarda la scuola e la sanità, ho fatto riferimento agli indici che misurano l'aumento della povertà. I dati, senza essere di parte, dimostrano oggettivamente che la povertà aumenta non solo in virtù del numero dei figli, ma anche del numero di


Pag. 39

anziani e dei portatori di handicap esistenti all'interno della famiglia, sia essa formata da una coppia o da conviventi.
Nella finanziaria si va a toccare il sistema sociale, accelerando il processo attraverso ulteriori interventi che incidono sulla povertà, aggravando la realtà del Mezzogiorno. Credo, quindi, che esista la necessità di riflettere con tanta onestà intellettuale, spogliandoci delle posizioni di parte e ribadendo con grande onestà e fermezza che il problema del Mezzogiorno deve essere considerato un problema nazionale.
Tutto il Parlamento deve fare in modo che il Mezzogiorno cresca, in modo serio, responsabile e, certamente, in condizioni migliori di quelle attuali.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bocchino, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00137. Ne ha facoltà.

ITALO BOCCHINO. Grazie, Presidente. Il problema del Mezzogiorno, sempre al centro dell'attenzione del partito che rappresento, Alleanza nazionale, e della coalizione di centrodestra, non è certo problema degli ultimi anni né, tantomeno, problema degli ultimi mesi, tempo nel quale il nostro Governo è stato impegnato. Il problema del Mezzogiorno viene da lontano e si è acuito nei dieci anni passati, in cui il Governo del paese non è stato certo a guida del centrodestra.
Innanzitutto, noi vogliamo contestare le affermazioni secondo le quali il problema del Mezzogiorno è il problema del sud, riteniamo sia un problema nazionale, tanto più nel momento in cui il nostro paese si è avviato in un serio, importante, percorso di integrazione all'interno dell'Unione europea. Tale integrazione aumenta la competitività interna all'Unione, che ha bisogno necessariamente di un paese unito dal punto di vista infrastrutturale, occupazionale ed economico. La perdita della competitività del nostro Mezzogiorno è aumentata notevolmente negli ultimi dieci anni. Proprio in quegli anni, la competitività all'interno dell'Unione europea aumentava a causa del processo di integrazione. Basti pensare a qualche dato: la rete autostradale negli ultimi dieci anni è aumentata nel centro nord del 6,1 per cento, mentre nel sud è diminuita del 2,4 per cento; sempre negli ultimi dieci anni la rete ferroviaria dell'intero paese è diminuita del 18,4 per cento, mentre nel sud è diminuita del 28,1 per cento.
Il Governo del centrodestra in questi mesi ha lavorato per garantire l'adeguamento del sistema ferroviario anche, e soprattutto, nel Mezzogiorno, in modo da garantire un'inversione di tendenza rispetto ad una politica che certo non ha voluto il centrodestra e che nel settore dei trasporti ha favorito il trasporto su gomma rispetto a quello su ferro, su acqua e aereo.
Tale politica doveva servire a garantire il ruolo strategico della nostra industria automobilistica nazionale che, poi, alla fine, non è riuscita a garantire neanche il ruolo strategico della FIAT nel mercato nazionale ed internazionale. Dobbiamo allora considerare i rischi che il Mezzogiorno corre nel momento in cui l'Europa è seriamente impegnata nel processo di allargamento. Il sud corre dei rischi per l'ingresso dei nuovi partner nell'Unione europea perché le sue infrastrutture sono addirittura inferiori ad alcuni dei paesi che stanno per entrare in Europa. Il Mezzogiorno è, dal punto di vista geopolitico, più distante dalle zone industriali rilevanti dell'Unione di altri paesi dell'est, che sono pronti ad entrarvi.
I passi in avanti però questo Governo li ha registrati - li voglio sottolineare - in merito alla portualità commerciale ed a quella turistica ed anche rispetto agli interventi economici che sono stati messi in campo, nonostante che negli anni passati i dati fossero tutti negativi. Basti pensare ai dati sull'occupazione: dal 1996 al 2001, nella scorsa legislatura, interamente governata dal centrosinistra, l'incremento di occupazione nel sud è stato dell'1,5 per cento (il tasso di disoccupazione è sceso dal 20,8 per cento al 19,3 per cento), mentre nel centro nord l'aumento è stato del 2,4 per cento (il tasso di disoccupazione è sceso dal 7,4 per cento al 5 per cento). Quindi, è stata intrapresa una


Pag. 40

politica, certo non addebitabile al centrodestra, che, di fatto, ha aumentato il divario tra Mezzogiorno e centro nord, lasciando invariato il differenziale del prodotto interno lordo.
È stata, quindi, ereditata una situazione molto difficile per il Mezzogiorno del paese, ma nonostante ciò, sono stati compiuti passi in avanti. Basti pensare al ruolo determinante che ha ricoperto e che ricoprirà nel corso degli anni la legge obiettivo, una legge che garantisce per le infrastrutture la certezza dei tempi, delle procedure, nonché l'accelerazione della realizzazione delle opere di interesse nazionale, necessarie ad accelerare la modernizzazione del nostro paese.
Oltre a ciò, si prevede di destinare il 45 per cento degli investimenti complessivi del programma infrastrutture al Mezzogiorno e di rilanciare la finanza di progetto per l'ingresso ed il coinvolgimento di privati nella realizzazione di opere pubbliche nel Mezzogiorno. Gli stanziamenti, predisposti nella finanziaria attualmente all'esame del Parlamento ed in quella dell'anno scorso, non danneggiano il Mezzogiorno in merito al credito di imposta, ma facilitano lo stesso, soprattutto le fasce più deboli, quelle con i redditi più bassi, diminuendo loro la pressione fiscale e aumentando anche i redditi minimi, anche e soprattutto a livello pensionistico, come è stato fatto con la legge finanziaria approvata lo scorso anno.
Sono interventi che non si propongono l'obiettivo infrastrutturale, ma che, certo, facilitano le condizioni di vita e, quindi, il terreno di cultura per nuovi investimenti in quelle aree del paese. Anche con riferimento alla vertenza relativa alla crisi FIAT, nel corso della trattativa il Governo ha dimostrato di avere a cuore le sorti dello stabilimento di Termini Imerese ed è riuscito a garantire maggiore tutela di quella precedentemente ipotizzata, nonostante la contrarietà del sindacato all'intera trattativa, a quello stabilimento che nel Mezzogiorno è anche un simbolo, in particolare per l'area in cui si trova.
Anche il patto per l'Italia, altro strumento indispensabile per lo sviluppo del sud, ha come riferimento la necessità di modernizzazione di questa parte del paese. Lo stesso è stato fatto per lo sblocco dei cantieri dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria. Ricordo che nel 1996, nel corso della campagna elettorale per le elezioni politiche, l'onorevole D'Alema, trovandosi in Campania per una manifestazione elettorale, disse che era una vergogna la situazione in cui versava l'autostrada Salerno-Reggio Calabria.
Durante i governi di centrosinistra (anche nel corso dei due Governi presieduti dallo stesso onorevole D'Alema), nulla è stato fatto per la Salerno-Reggio Calabria i cui cantieri, invece, sono stati aperti grazie ai finanziamenti voluti dal centrodestra e alle decisioni assunte dal Governo Berlusconi.
Lo stesso vale per l'alta velocità nel Mezzogiorno, vale per il ponte sullo stretto che, al di là dell'utilità concreta dell'opera, deve essere considerato indispensabile per il Mezzogiorno per una serie di ragioni: innanzitutto, per la capacità di tali opere di rappresentare l'ingegno italiano nel mondo e, poi, per il valore psicologico che può avere tale scelta realizzativa, anche perché è la prima volta che nel sud si realizza una opera di rilievo mondiale.
Di altre infrastrutture abbiamo il diritto di parlare, se è vero com'è vero che da più parti è ricordato che siamo nell'età della conoscenza, e cioè delle infrastrutture legate all'e-government, legate ai processi di informatizzazione ed alle reti telematiche, che vedono impegnata la maggioranza di centrodestra, ed anche tutto il Parlamento, per una seria riflessione, riguardante il ruolo che è necessario avere nel Mezzogiorno per la riconversione della classe dirigente locale.
Nel Mezzogiorno esiste un problema, forse maggiore che nelle altre aree del paese, per quanto riguarda la classe dirigente: la necessità di riconvertirla, per dar vita ad un paese dinamico, più moderno, in grado di maggiore competitività all'interno dell'Unione europea. Così come esiste un problema anagrafico riguardante la burocrazia meridionale, che anche deve essere affrontato.


Pag. 41


Al Governo chiediamo, inoltre, con la nostra mozione, il rispetto di quanto è stato sostenuto nel DPEF; dove, attraverso il ruolo di advisor di Sviluppo Italia, si auspicava, anzi si prevedeva, che i progetti di fattibilità venissero trasformati in progetti operativi al più presto.
Riteniamo che tale previsione del Governo, inserita nel documento di programmazione economico-finanziaria, possa rappresentare un ulteriore volano per la crescita infrastrutturale ed economica del Mezzogiorno
Un'altra questione infine, è rappresentata dal ruolo delle regioni; in particolare, le regioni meridionali non riescono, spesso, a spendere i fondi strutturali dell'Unione europea, che sono strumenti utili, se non indispensabili, per migliorare le infrastrutture; penso al gravissimo ritardo registrato attualmente dalla regione Campania, che ha speso, purtroppo, una piccola quota - miserevole direi - dei fondi strutturali a disposizione, con grave danno per le sue attività produttive; così come occorre riflettere sui rapporti fra Stato e regioni che, spesso, anche a causa di una riforma del titolo V della Costituzione approvata a colpi di maggioranza nella precedente legislatura dal centrosinistra, sono rappresentati da diverse conflittualità, che portano a conflitti di competenza di fronte alla Corte costituzionale e ad una serie di problematiche territoriali, che rallentano l'azione di sviluppo.
Per tali ragioni, e su tali temi, chiediamo al Governo di proseguire nell'impegno, presentato in occasione della campagna elettorale del 2001, e posto in atto soltanto parzialmente da quanto previsto nella tabella di marcia, attraverso i diversi provvedimenti approvati, affinché si prosegua nella modernizzazione e nell'infrastrutturazione del Mezzogiorno, garantendo anche maggiori condizioni di sicurezza.
Credo che provvedimenti, come la legge Fini-Bossi sull'immigrazione e l'esperimento del poliziotto di quartiere che comincerà tra poco, possano aiutare tale processo, ed a presentare, così come chiede il centrosinistra al Parlamento, una relazione annuale in merito allo stato di avanzamento delle politiche che puntano a ridurre il gap infrastrutturale del Mezzogiorno e delle altre aree sottoutilizzate del paese.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Blasi. Ne ha facoltà.

GIANFRANCO BLASI. Signor Presidente, ho qui uno degli ultimi studi sul Mezzogiorno, curato da Carmine Donzelli e dall'Istituto meridionale di storia e scienze sociali.
Vorrei leggervi un rigo di questo documento, per prenderne spunto e sviluppare una breve riflessione. Donzelli dice: «Un connotato accompagna implacabile ogni rappresentazione spaziale dell'Italia meridionale nel nostro mondo contemporaneo: la perifericità. Implicita o esplicita che sia, prevale, a proposito del Mezzogiorno, l'idea di una faticosa distanza, di una qualche irrimediata marginalità, di una lontananza dal centro, ovunque quest'ultimo venga ad essere situato».
La perifericità. Riflettevo su come questo dato possa essere tradotto politicamente e su come lo sia stato in tutti questi lunghi anni, dall'unità d'Italia in poi, e durante il dibattito relativo alla questione meridionale. Vi era una convinzione in molti meridionalisti (penso a Giustino Fortunato ma, ancora più recentemente, a Francesco Compagna): il fatto che il Mezzogiorno sia periferico e lontano perché privo di risorse endogene, cioè impossibilitato - non incapace, ma impossibilitato - a svilupparsi perché in una condizione di precarietà, non solo strutturale, ma per l'assenza di risorse. Questo ha portato tutto un meridionalismo a guardare sempre allo Stato e al bilancio pubblico come all'unica soluzione possibile dei propri problemi.
È da questa visione che vorremmo uscire, collega Di Gioia, da una visione che deve stare stretta al nuovo meridionalismo e alla nuova classe dirigente meridionale. Vorremmo aprire un ragionamento franco, leale, ampio su come costruire un nuovo Mezzogiorno, sapendo che, se oggi è ancora


Pag. 42

periferico e lontano, non lo è perché impossibilitato ad uscire da questa condizione, ma per una serie di ragioni storiche e politiche alle quali va posto rimedio, ma che, ovviamente, non possono essere ricondotte agli ultimi dieci mesi di Governo (e forse neanche agli ultimi dieci anni).
Anche per onestà intellettuale, credo che affrontare il problema della questione meridionale debba fondamentalmente aiutarci ad uscire da una visione di contingenza politica e cioè a leggere anche la questione meridionale come una responsabilità o di questo o di quell'altro schieramento. Capisco che il momento politico non ci aiuta, capisco tutte le difficoltà di questa bagarre e della confusione politica di questi mesi (anche se molte delle ragioni che spingono il centrosinistra ad alimentare questa bagarre, ovviamente, non le condivido).
Collega Di Gioia, la sua mozione risente troppo di questa clima politico, è troppo strumentalmente contro. Storicizza un fenomeno ampio ed epocale in una contingenza quasi di cronaca politica, tende ad incolpare più che a denunciare, non richiama comuni condizioni di reciproca e forte responsabilità. D'altronde abbiamo parlato di Mezzogiorno in questi mesi, anche molto intensamente - ad esempio, durante l'esame della legge finanziaria - e durante il dibattito abbiamo costruito, sia in Commissione bilancio sia in aula, con una serie di interventi anche esterni che ci hanno aiutato ad elaborare una discussione compiuta, una ricostruzione anche forte delle misure legislative contenute nella legge finanziaria che guardano al Mezzogiorno. Tuttavia, esse tendono a guardare al Mezzogiorno con un occhio diverso, con un'attenzione dei soggetti che devono produrre lo sviluppo del Mezzogiorno che non sia più passiva, come lo era quella che richiamavo storicamente poc'anzi.
Quindi, dobbiamo costruire un nuovo Mezzogiorno e, per fare ciò, dobbiamo credere nelle potenzialità del sud e cercare di distinguere l'intervento del pubblico rispetto alle modalità con cui gli attori ed i corpi sociali del Mezzogiorno, fruendo dell'intervento pubblico, costruiscono un proprio percorso.
Per quanto riguarda il Mezzogiorno, ci troviamo in una condizione storica molto particolare. In qualche modo, siamo vicini all'ultima occasione da cogliere. Credo che il Governo Berlusconi (il dibattito sulla devoluzione non ci ha aiutato, perché è stata montata strumentalmente una cieca opposizione, senza cercare di ragionare sui nodi e sui punti che potevano interessare e che potevano essere affrontati in maniera positiva), in attuazione del suo programma, abbia guardato al Mezzogiorno con questo modo nuovo, partendo proprio dalla riflessione sulla perifericità del Sud. Le infrastrutture rappresentano il nodo centrale dello sviluppo del Mezzogiorno e l'intervento pubblico, posto che è limitato rispetto a quello del passato, deve essere centrato su questa condizione di sviluppo: le infrastrutture. Non credo si possa sfuggire a questo ragionamento. Si potrà obiettare che i relativi lavori infrastrutturali siano stati annunciati ma non ancora realizzati e vi è un ritardo di qualche mese da recuperare.
Certamente, la sfida riguarda le infrastrutture perché dall'isolamento si esce con le stesse. La costruzione di un bacino mediterraneo passa attraverso le infrastrutture, i corridoi di risalita del Mezzogiorno, le vie del mare e di terra, i porti del sud nonché attraverso una rete capace di collegare il sud rispetto allo Ionio, all'Adriatico ed al Tirreno. Questa è la sfida che, peraltro, hanno colto anche i governatori. La legge obiettivo, infatti (dal punto di vista costituzionale era influenzata dal titolo V), è stata costruita attraverso intese di programma fra Governo e regioni che hanno portato all'individuazione di priorità infrastrutturali strategiche condivise da Bassolino, Bubbico, Fitto, Iorio, Chiaravalloti, vale a dire da tutti i governatori di centrodestra e di centrosinistra che hanno costruito, con il Ministero delle infrastrutture, una mappa delle infrastrutture strategiche fondamentali.
Su questa mappa, occorre concentrare tutte le energie perché queste infrastrutture


Pag. 43

passino dalla carta ai cantieri. È un obiettivo fondamentale che il Governo si pone. Abbiamo scelto, inoltre, di accompagnare il processo di sviluppo del Mezzogiorno attraverso una serie di misure contenute nel patto per l'Italia. Queste misure sono state previste nel disegno di legge finanziaria, come ben sapete. Con riferimento al credito di imposta - mi rivolgo al collega Di Gioia - si può affermare che in questi mesi, vi sono stati ritardi, nonché, se volete, delle contraddizioni. Ditelo. Tuttavia, occorre aggiungere che, nel disegno di legge finanziaria, questa misura è ampiamente contenuta, sia per quanto riguarda gli investimenti sia il bonus per l'occupazione. Dal 1o gennaio questa misura prenderà corpo e partirà - se volete, ripartirà - per sostenere lo sviluppo del Mezzogiorno.
Non possiamo affermare che non è previsto alcunché né possiamo parlare oggi - come prevede la mozione - di siccità, mentre si affronta la problematica relativa alle alluvioni. Rischiamo di essere contraddittori ed in ritardo con riferimento alle vicende che, invece, vanno affrontate sistematicamente. Il problema delle crisi idriche che si presenterà nei prossimi anni va affrontato come è stato affrontato con la legge obiettivo, quindi, strategicamente, perché si creino le banche ed i bacini sociali dell'acqua meridionale e perché vi sia un'osmosi ed una solidarietà fra regioni che, in questo momento, non c'è. Non a caso, ho accusato di leghismo il presidente della mia regione, Bubbico, che sembra, in qualche modo, chiudere i rubinetti dell'acqua della regione Puglia con un atteggiamento che, per certi versi, è abbastanza incomprensibile rispetto ai percorsi anche legislative e agli accordi sottoscritti dalle due regioni in questi anni.
Tutto deve diventare materia di strumentalizzazione politica e di battaglia politica; e così gli interessi generali si spostano più in là rispetto all'obiettivo, più stringente, di ottenere un minimo di consenso dalla polemica politica!
Al collega Di Gioia, che apprezzo molto, anche per averne conosciuto le doti in questi mesi di lavoro comune, dico: affrontiamo il problema del Mezzogiorno uscendo dalla polemica politica; cerchiamo di farlo all'interno di un ragionamento largo, riconoscendoci come attori di questa storia del nuovo Mezzogiorno e rinunciando a puntare per forza il dito accusatore nei confronti di un Governo che, in diciotto mesi di attività, tutto poteva fare, meno che cambiare le sorti di una parte del paese che versa in una situazione di difficoltà estrema da più di cent'anni.
Accettiamo anche la sfida della devoluzione! Quando ne discuteremo, probabilmente, sarà possibile aprire ed approfondire ragionamenti più ampi che ci aiutino a capirla meglio e, forse, per certi versi - perché no? - anche a correggerla; però, da meridionali, si tratta di una sfida che non possiamo rifiutarci di accettare: è la sfida del cambiamento, è la sfida che ci rende protagonisti di una storia, soggetti attivi e non più, com'è avvenuto fino ad oggi, passivi.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Nicola Rossi. Ne ha facoltà.

NICOLA ROSSI. Signor Presidente, prendo la parola, anzitutto, per aggiungere la mia firma alla mozione presentata dall'onorevole Di Gioia e dagli altri colleghi.
Credo che tale mozione ci aiuti soprattutto a capire che il dibattito sul Mezzogiorno non è, come potevamo aver pensato all'avvio dell'esame del disegno di legge finanziaria, legato alle previsioni di una sola legge finanziaria, ma presenta, invece, caratteristiche strutturali tali che questa Assemblea dovrebbe essere impegnata su di esso non in un solo momento dell'anno, ma continuativamente: com'è stato detto, il problema viene da lontano e, quindi, non si può pensare di risolverlo con un'unica legge finanziaria, anche se, quando si tratta di una legge finanziaria come quella che questa Camera ha votato qualche tempo fa, i limiti, soprattutto per quanto riguarda il Mezzogiorno, vanno sottolineati con forza (lo farò, appunto, nel prosieguo).
Desidererei chiarire un aspetto che, a mio avviso, non è emerso con chiarezza né


Pag. 44

nell'intervento dell'onorevole Bocchino né in quello dell'onorevole Blasi. Quando parliamo di disagio economico del Mezzogiorno, facciamo riferimento a questioni molto concrete, all'attenzione non solo nostra, ma di tutti i cittadini meridionali, che si moltiplicano pressoché quotidianamente. Abbiamo parlato a lungo, in quest'aula, del caso FIAT, che interessa direttamente la Sicilia e, marginalmente, per esempio, anche la Basilicata. Non abbiamo parlato, invece, di molti altri casi che, sommati, danno, dal punto di vista sociale, problemi che, trasposti in numeri, sono multipli rispetto a quelli sollevati dal caso FIAT perché sono diffusi su tutto il territorio meridionale.
Sono certo che gli onorevoli Blasi e Bocchino sono a conoscenza della situazione dell'ILVA di Taranto; allo stesso modo, sono certo che essi sanno benissimo degli ottocento esuberi previsti alla Casa della divina provvidenza di Bisceglie e di Foggia o della fortissima sofferenza che stanno attraversando il settore tessile e calzaturiero meridionale, con conseguenti esuberi concentrati in alcune unità produttive, qua e là sul territorio (in particolare, in Puglia, ma, ne sono sicuro, anche in altre regioni). Ebbene, tali esuberi, presi singolarmente, sono, forse, meno evidenti, ma, sommati, danno numeri che sono multipli rispetto a quelli della vertenza FIAT.
Ora, di fronte ad una situazione di questo genere, che correttamente si può definire non solo di disagio, ma anche qualcosa di più (si tratta di una situazione di vera e propria crisi che mina la coesione sociale del Mezzogiorno d'Italia), è serio immaginare, è serio pensare che si possa reagire dicendo che la soluzione sta in un secondo lavoro, magari non ufficiale, come ha detto qualche giorno fa il Presidente del Consiglio? Un secondo lavoro magari non ufficiale che comporterà una entrata in più nelle casse delle famiglie. Di fronte alle parole, a volte anche «alate», dell'onorevole Blasi e dell'onorevole Bocchino, poi uno viene riportato improvvisamente alla realtà e precipitato sulla terra da queste parole del Presidente del Consiglio, che è la stessa persona che non più tardi di qualche mese fa firmava le seguenti parole: oltre a un problema economico, si tratta di combattere un fenomeno moralmente inaccettabile - parliamo del sommerso - e di dare al paese, in particolare al meridione, una occasione importante di modernizzazione e di progresso. Parliamo della lotta al sommerso.
Si tratta della stessa persona che ha fatto le due cose, è la stessa persona che oggi dichiara il proprio fallimento invitando i meridionali che hanno perso il posto di lavoro a cercarsi un posto di lavoro in nero, la stessa persona che un anno e mezzo fa firmava invece qualcosa di completamente diverso. È qui il problema. L'onorevole Blasi e l'onorevole Bocchino dicevano: ma insomma il problema del Mezzogiorno esiste da cent'anni, non è una cosa di questi ultimi mesi e non potete accusarci di aver fatto poco o troppo poco in questi 18 mesi. No, noi vi accusiamo esattamente di questo: di aver detto e non fatto, di aver contraddetto quello che pensavate di fare, ammesso che fosse accettabile, di aver gestito il problema del Mezzogiorno con una superficialità che va oltre ogni ragionevolezza ed oltre ogni immaginazione.
Un Presidente del Consiglio che dichiara quello che dichiara è un Presidente che gentilmente è bene che non si faccia più vedere nel Mezzogiorno. Ora, però, a parte questo, proprio per tornare ad un attimo di pacatezza, vorrei veramente provare a vedere se ragioniamo sugli stessi numeri, perché a volte sembra che non ragioniamo sugli stessi numeri. Siccome i numeri sono più o meno quelli, allora dovremmo essere tutti ad occhio e croce abbastanza d'accordo sul punto di partenza. Io qui vorrei riferirmi non tanto ai numeri della povertà di cui ha parlato l'onorevole Di Gioia quanto alle questioni di carattere macroeconomico che, se volete, sono il quadro entro il quale quei numeri sulla povertà si incasellano. Cosa succede al prodotto interno lordo meridionale? Qui è certamente vero, e sono io il primo ad osservarlo, che da circa un decennio il prodotto interno lordo meridionale


Pag. 45

cresce, un po' più un po' meno, che quello del centro nord e non se ne distacca in maniera significativa. Credo che l'intero paese debba avvertire il senso di una sconfitta per non aver fatto sì che il Mezzogiorno decollasse.
Quando parlo dell'intero paese, non parlo solo di una volontà di solidarietà che sarebbe bello prevalesse nel paese stesso, ma parlo del fatto che il paese deve trovare, può trovare, solo nel Mezzogiorno la possibilità di crescere in maniera consistente ed a ritmi sostenuti, perché è lì che sono le risorse non utilizzate del paese stesso. Quindi, questo non accade da una decina d'anni a questa parte, lo sappiamo bene. Ma il problema è: che cosa accade in questi ultimi anni, in questi ultimi 18 mesi? Che cosa c'è di nuovo? A tale proposito sono certo che l'onorevole Blasi e l'onorevole Bocchino, avendo letto gli ultimi documenti di programmazione economico-finanziaria, hanno notato che cosa c'è di nuovo: un rinvio, documento dopo documento, della data fatidica in cui il Mezzogiorno dovrebbe decollare. Quando si va a guardare alla sostanza dei fatti, questo è quanto è contenuto nei documenti di questo Governo. Al di là delle bellissime parole tanto dell'onorevole Blasi quanto dell'onorevole Bocchino, al di là dei ponti Messina, al di là delle autostrade o delle ferrovie, al di là di tutto quello che si è pensato o immaginato di fare per il Mezzogiorno, alla fine della storia, quello che accade è che il Governo immagina che il Mezzogiorno oggi possa decollare tra il 2004 e il 2005, l'anno scorso immaginava che potesse decollare tra il 2003 e il 2004 e, sono pronto oggi a fare una scommessa, l'anno prossimo sposterà ancora in avanti di un anno questa data.
C'è un secondo elemento, un secondo punto di fatto che reputo rilevante: la questione dell'occupazione. Anche in questo caso è bene, veramente, essere chiari. Per quanto riguarda l'occupazione, oltretutto, i dati sono anche abbastanza freschi e ci permettono di capire un po' meglio cosa stia accadendo. Il dato che deve interessarci credo sia quello relativo alla crescita dell'occupazione, in particolare, la differenza rispetto alla media nazionale. Ciò che ci aspettiamo è che nel Mezzogiorno l'occupazione cresca più della media nazionale. Ebbene, c'è stato un periodo (tra la fine del 2000 e la prima parte del 2001) durante il quale l'occupazione meridionale cresceva di mezzo punto, addirittura quasi un punto, in più rispetto alla media nazionale. Da quel momento, cioè negli ultimi 18 mesi - non sto accusando questo Governo però osservo che c'è una correlazione molto forte tra quello che è accaduto negli ultimi 18 mesi e ciò che è accaduto all'occupazione - quel differenziale si è abbattuto fin quasi a vanificarsi.
Se le tendenze della media nazionale incorporano il ciclo economico e la congiuntura mondiale, evidentemente, i dati che stiamo osservando testimoniano qualcosa in più: l'azione dei singoli governi; quanto i singoli governi hanno saputo fare per il Mezzogiorno. Da questo punto di vista credo, veramente, che questo dato sia particolarmente eloquente, ma se se ne vuole ancora un altro, si guardi, ancora una volta, la differenza fra il tasso di disoccupazione meridionale e il tasso di disoccupazione medio nazionale. Anche in questo caso la differenza, che aveva superato quasi i dieci punti e mezzo verso l'inizio, la metà del 2000, è poi caduta fino ad arrivare a poco più di 9 punti e mezzo, e lì si è fermata; non ci sono miglioramenti apprezzabili. Ancora una volta, lo ripeto, non stiamo parlando del quadro economico e della congiuntura economica mondiale cui tanto il Presidente del Consiglio quanto il ministro del tesoro tendono ad attribuire qualunque cosa accada; no, stiamo parlando di quanto è attribuibile, direttamente, all'azione di questo Governo.
Della povertà ha parlato l'onorevole Di Gioia e, veramente, non credo ci sia molto altro da aggiungere. Vorrei, però, sottolineare un punto particolarmente importante che, tanto nella mozione dell'onorevole Di Gioia quanto da ciò che è stato detto recentemente dall'onorevole Bocchino e dall'onorevole Blasi, emerge come un punto nodale: le infrastrutture. Trovo


Pag. 46

abbastanza interessante che l'onorevole Bocchino segnali il caso della Campania come un caso di ridotta spesa dei fondi strutturali. Devono esserci grossi problemi di comunicazione tra il Governo e la maggioranza - sono queste piccole cose che segnalano le grandi - perché io leggo un comunicato del Ministero del tesoro che osserva come la percentuale del tiraggio finanziario sui fondi comunitari, per la Campania, il Molise e la Puglia, si sia attestata intorno alla media del Mezzogiorno.
Dunque, evidentemente, o l'onorevole Bocchino non è informato come dovrebbe dal Ministero del tesoro oppure il Ministero ci racconta cose non vere. Ma io ho l'impressione che tanto il Ministero del tesoro quanto l'onorevole Bocchino non vedano la questione che sta dietro, che non è quella della quantità (vorrei che questo Governo non si facesse abbagliare dal problema della quantità della spesa). L'esempio che abbiamo osservato sul finire dell'anno 2001 dovrebbe farvi riflettere. Sul finire dell'anno 2001 sono stati fatti i salti mortali, lo sappiamo benissimo, per spendere i fondi comunitari ancora residui relativi al programma 1994-1999. Di quei fondi abbiamo visto qualcosina nella domanda interna del Mezzogiorno e qualcosina nei tassi di crescita del prodotto; non abbiamo visto assolutamente niente dal punto di vista della capacità del Mezzogiorno di crescere strutturalmente di più. Ciò vuol dire che il vero problema, quello autentico, quello che le regioni si pongono e che il Governo e la maggioranza non si pongono (perché sembrano vivere e guardare il Mezzogiorno con occhi che non vedono) è quello della qualità.
Con il programma 1994-1999 sono stati spesi, se ricordo bene, due o tre miliardi di euro nel settore idrico e quest'anno abbiamo attraversato una delle più gravi crisi idriche del dopoguerra. Ha fatto bene l'onorevole Di Gioia a ricordarlo! Ciò che emerge da questi fatti non è la mancanza di spesa in questo settore! Anzi, la colpa è doppia, perché quei soldi sono stati spesi e buttati in attività, azioni, progetti che non hanno dato alcun risultato dal punto di vista della qualità e delle capacità del Mezzogiorno di ottenere uno sviluppo sostenibile. Sta continuando ad accadere la stessa cosa! Vorrei veramente utilizzare l'occasione di questo dibattito per invitare il Governo a fermarsi per riflettere, per considerare che questa assoluta centralizzazione di tutte le attività relative alla spesa dei fondi comunitari presso il Ministero dell'economia è dannosa, perché basta raccogliere alcune informazioni - anche noi abbiamo conservato qualche amicizia - dai ministeri, dalle regioni, dagli assessorati delle regioni, per capire che il problema è serio. Con ogni probabilità si spenderà, forse, anche a livelli accettabili, ma nel Mezzogiorno non rimarrà alcunché, esattamente come nulla rimane dell'acqua piovana che è caduta, in modo copioso, negli ultimi mesi, in quanto non esistono le opere necessarie per racchiuderla ed utilizzarla a fini produttivi.
Se il Governo vuole veramente fare qualche cosa, credo che debba fermarsi, ricostituire un tavolo con le amministrazioni e con le regioni (tavolo che la frenesia centralizzatrice ha azzerato) e cercare di utilizzare i prossimi quattro anni - perché tanti ormai ne mancano - del programma 2000-2006 per dare al Mezzogiorno ciò che il Mezzogiorno vorrebbe e dovrebbe avere: un utilizzo coerente, positivo, corretto, produttivo di quei fondi.
Concludo il mio intervento osservando come - rispetto a tutto quanto si è appena detto (è inutile che aggiunga che la legge finanziaria non è in tal senso risolutiva, in quanto essa tornerà al nostro esame, ma non credo che per il Mezzogiorno sia cambiato qualcosa) - le parole del Presidente del Consiglio siano forse la dichiarazione più assoluta di fallimento: per un Governo che aveva fatto del sommerso - perdonatemi se torno su questo punto, ma mi sembra veramente illuminante - la vera battaglia per il Mezzogiorno, invitare oggi i lavoratori che perdono il loro posto di lavoro in Sicilia, in Puglia, in Basilicata o in Campania a tornare nel sommerso per sopravvivere significa francamente ammettere che per un anno e mezzo non si è fatto nulla di ciò che si sarebbe


Pag. 47

dovuto, potuto e voluto fare (anche se non so quanto in realtà si sarebbe voluto davvero fare). A tutto ciò si aggiunge lo straordinario dibattito sulla devolution! Allora, non posso non chiudere il mio intervento con un interrogativo: che male ha mai fatto il Mezzogiorno per passare dalla padella del meridionalismo a prescindere alla brace della programmazione a volte non sempre meditata e, infine, alla fiamma vera della devolution in salsa padana (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Socialisti democratici italiani)?

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Meduri. Ne ha facoltà.

LUIGI GIUSEPPE MEDURI. Signor Presidente, sono uno dei firmatari della mozione Di Gioia, ma mi rendo conto che il testo della mozione - che oggi impegna la Camera dei deputati nella discussione sulle linee generali - è, dal punto di vista dei tempi, un po' superato, e non perché vi siano stati miglioramenti nella situazione economica del Sud, anzi, tutt'altro! Nel corso di questi mesi, infatti, la situazione è notevolmente peggiorata, e non è l'opposizione a dirlo, ma l'intero mondo economico che pure a questo Governo aveva dato credito. Il rapporto sulla competitività ed il quadro macroeconomico presentato da Confindustria la scorsa settimana hanno evidenziato che i segnali di ripresa ancora tardano a venire, e di questo siamo preoccupati, in quanto a pagarne le spese sono i cittadini ed il paese, soprattutto i cittadini meno abbienti, appartenenti alle fasce deboli del tessuto sociale, la cui condizione si viene ad aggravare nel Mezzogiorno; è quel Mezzogiorno che, è stato ribadito più svolte, negli anni scorsi è stata la vera locomotiva del paese in termini di crescita e che, purtroppo, da mesi stenta e si vede persino privato di tutti quegli strumenti, dal credito di imposta al prestito d'onore, che ne avevano garantito lo sviluppo ed il consolidamento produttivo.
Centinaia di imprenditori che avevano programmato i propri investimenti attraverso il credito di imposta ed il bonus per i nuovi occupati, si trovano, a causa dell'improvvisazione di questo Governo, a rivedere i propri programmi ed a ridimensionare le prospettive di sviluppo in quanto non più certi di avere dallo Stato quelle condizioni di opportunità e convenienza per investire nel Mezzogiorno.
Il ministro dell'economia e delle finanze, il quale di fatto esercita ad interim tutte le prerogative degli altri ministeri (in quanto nel Governo non si muove nulla se Tremonti non decide), ha paralizzato l'attività economica del sud. Non vi è categoria produttiva (dagli artigiani agli agricoltori, dai commercianti ai giovani imprenditori) che non ribadisca tale difficile condizione, che aggrava una congiuntura difficile a livello internazionale. Non è un caso che il Presidente degli Stati Uniti George Bush abbia silurato il suo ministro dell'economia, il suo consigliere economico, in quanto si è accorto che, è vero che esistono fasi di crescita e decrescita dell'economia, ma nel contempo è anche vero che, in parte rilevante, i loro riflessi sulle economie nazionali e sul tessuto sociale dipendono dalle politiche adottate dai singoli Stati.
Ebbene, la politica dei 100 giorni, quella delle lavagne portate in TV, ha già mostrato la corda. L'opposizione, con senso di responsabilità, aveva ed ha presentato emendamenti migliorativi ad ogni provvedimento di rilevanza economica fino all'attuale legge finanziaria ora in discussione al Senato.
Continuate a dire che non vi sono risorse per tutti i settori vitali dell'economia, dalla ricerca all'innovazione. I rettori delle università hanno minacciato di dimettersi per mancanza di risorse e ciò aggrava le condizioni del Mezzogiorno che, con i suoi poli di eccellenza, aveva innescato negli anni precedenti un circuito virtuoso tra mondo universitario e mondo del lavoro.
Eppure, come i maghi da circo, vi alternate nell'arte dell'improvvisazione tra annunzi di condoni tombali e concordati, a dispregio della cultura della legalità, quella stessa incultura che fa affermare al


Pag. 48

Presidente del Consiglio che i più bravi tra gli operai FIAT possono andare a lavorare in nero e che magari considera dei fessacchiotti coloro che pagano le tasse.
L'ultima incongruenza l'avete dimostrata sul bonus per le scuole private, attirandovi persino le critiche dei vescovi sull'opportunità della misura dello sgravio fiscale in un contesto come quello che stiamo attraversando.
Abbiamo una scuola pubblica in cui tagliate persino i posti da bidello e tirate fuori un bonus che non sostiene alcuna parità, ma rischia di alimentare disparità. È una scuola nella quale, da gennaio, ben 16 mila addetti del personale ATA (ex LSU) rischiano il posto, perché avete tagliato le risorse da destinare ai programmi di stabilizzazione. Si è abbattuta una terribile crisi sul principale gruppo industriale privato italiano in un settore che vale, secondo la Banca d'Italia, ben lo 0,5 per cento del PIL e questo Governo, con improvvisazione e irresponsabilità, finanzia misure che non aiutano le economie del Mezzogiorno.
Sotto il ricatto della Lega nord Padania avete finanziato il credito d'imposta per il nord. Lo ripeto: prima affermate che non vi sono soldi e che il centrosinistra ne è stato responsabile e poi trovate i soldi per ottemperare ad un patto elettorale di cui nessuno conosce i reali contenuti e che non so quante altre brutte sorprese riserverà ai cittadini italiani.
La vostra visione antimeridionalista è talmente lapalissiana che non va neppure commentata. In questi giorni piove e, quindi, certi argomenti come la siccità, che per mesi ha stretto in una morsa mortale l'economia agricola del sud, vengono dimenticati. Tuttavia, gli agricoltori meridionali sanno bene quanti danni abbia prodotto la siccità e quante promesse non siano state mantenute dal Governo e dal Presidente del Consiglio!
Del famoso decreto omnibus ancora non si è visto un euro, mentre altre calamità dettate dalle condizioni atmosferiche stanno mettendo in ginocchio, forse definitivamente, il settore che rappresenta una voce importante dell'economia e del PIL nel Mezzogiorno.
Agrumicoltura, olivicoltura, cerealicoltura sono in gravi difficoltà e, intanto, molte imprese sono esposte con le banche e rischiano il fallimento con la logica conseguenza della perdita di centinaia di posti di lavoro.
Lo stesso discorso vale per la pesca: il Governo intervenne con un decreto per il blocco biologico, ma intanto si è aperta una lotta tra pescatori per le aree di pesca con gravi danni e perdite economiche rilevanti per la categoria. Ciò accade a chi imposta un'azione di Governo corporativa e priva di qualsiasi solidarietà e riequilibrio perequativo. Si tratta di una dimensione che potrebbe persino aggravarsi se procedesse il disegno della devolution e della demolizione dello Stato unitario in base ad egoismi economici che non tengono in debita considerazione fenomeni globali non governabili se non con una politica di insieme. La furia iconoclasta di un ministro dell'economia che in maniera ideologica ha smantellato le politiche economiche per il sud impostate dal centrosinistra, nonostante sia stato costretto a rivedere alcune scelte come nel caso della legge n. 488 del 1992 dimostra i limiti di un Governo che agisce con istintività e senza la dovuta ragionevolezza.
Sono tanti i punti di crisi presenti nel sud come, ad esempio, il polo tessile di San Gregorio in Calabria per il quale sono in corso in queste ore presso la task force per l'occupazione della Presidenza del Consiglio incontri finalizzati a dare prospettive ad un comprensorio che da anni vive in difficoltà. Lo stesso discorso vale per la val Basento in Basilicata, per la siderurgia a Taranto, per la chimica in Sicilia, tutti settori che meritano maggiore attenzione da parte del Governo.
La programmazione negoziata è stata totalmente abbandonata: delle politiche infrastrutturali sono rimaste solamente le cartine disegnante ed impolverate nello studio di Vespa, così come quel contratto con gli italiani sempre meno rispettato e sempre più una volgare patacca rifilata ai


Pag. 49

cittadini che si sono inavvertitamente dimenticati di leggere con attenzione le note in piccolo del contratto che nascondono, come ben sappiamo, tristi sorprese.
Si parla del ponte sullo stretto, ma intanto chi vive nel sud sa che l'eruzione dell'Etna ha bloccato l'intero sistema di comunicazione tra Sicilia e continente. Con gli aeroporti chiusi si manifestano ancora di più i limiti delle ferrovie ad un solo binario e di un'autostrada, la A3 Salerno-Reggio Calabria, il cui termine cronologico dei lavori si sposta sempre più in avanti: siamo al 2008 ed eravamo partiti con Lunardi che dava per certo il termine entro il 2006, un ministro che non si avvale del contributo del proprio viceministro e che è costretto a fare intervenire il Presidente del Consiglio. A fine mese, inoltre, si esaurisce, se non vi saranno interventi, l'esperienza del reddito minimo di inserimento con enti locali e sindacati che hanno lanciato un allarme sociale in quanto si tratta di uno strumento che nel Mezzogiorno contrasta forme di povertà estrema e consente di utilizzare un percorso per la ricerca di un'occupazione stabile.
Quali sono le ragioni del mancato rifinanziamento? Perché non fate uno sforzo per consentire il prosieguo di questa importante esperienza? Perché non cercate il dialogo, come ha chiesto con una lettera sul Corriere della Sera il segretario della CGIL Epifani sostenuto anche dalle altre organizzazioni sindacali? Vi è un provvedimento all'attenzione della Camera: rifinanziatelo. Infine, come ignorare la disattenzione verso la lotta alla criminalità? Eppure, i segnali e le informazioni i semplici cittadini che acquistano un giornale le leggono quotidianamente.
Gli imprenditori continuano a lanciare allarmi e, purtroppo, non ci si accorge del rischio di abbandonare nuovamente interi comprensori all'anti Stato con la conseguenza di impedire la programmazione di qualsiasi politica di sviluppo per il sud. Questi sono i problemi reali di cui soffre il Mezzogiorno e che il Governo irresponsabilmente continua ad ignorare.
Questa discussione sia l'occasione per una seria riflessione da parte del Governo e della maggioranza che lo sostiene, ci sia l'opportunità di un ravvedimento in merito alle politiche per il sud e si ripristinino le opportunità e le convenienze per il rilancio del Mezzogiorno non a parole, ma con fatti concreti (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita DL-lUlivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Socialisti democratici italiani).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.

Back Index Forward