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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Finocchiaro
ed altri n. 1-00118, Bondi ed altri n. 1-00123, Cè ed altri n. 1-00125 e Ascierto ed altri n. 1-00126 concernenti interventi sul sistema penitenziario (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
La ripartizione dei tempi
riservati alla discussione delle mozioni è pubblicata nel calendario (vedi calendario).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritto a parlare l'onorevole Carboni, che illustrerà anche la mozione Finocchiaro ed altri n. 1-00118, di cui è cofirmatario. All'onorevole Carboni ricordo che ha 20 minuti di tempo a sua disposizione. Ne ha facoltà.
FRANCESCO CARBONI. Signor Presidente, illustro la mozione a prima firma Finocchiaro ed in particolare le ragioni che ci hanno indotto a presentarla. Vorrei svolgere, innanzitutto, alcune riflessioni di ordine generale.
Sono trascorsi diciotto mesi dall'insediamento del Governo, che sono stati caratterizzati da un'aggressione continua, costante, alta, al sistema, a quello giudiziario in particolare, ma anche al sistema dei diritti, del lavoro, della salute, della scuola, delle garanzie.
In questi diciotto mesi abbiamo vissuto una singolare stagione politica. Il Presidente del Consiglio ed il Governo si sono prefissi di demolire il sistema giudiziario; hanno lavorato e lavorano alacremente per realizzare questo programma. Gli atti sono noti: il falso in bilancio, le rogatorie, l'abolizione della tassa di successione e di donazione, il rientro di capitali detenuti all'estero, la riforma del CSM (riforma tra virgolette), la riforma dell'ordinamento giudiziario all'esame del Senato, la riforma della giustizia minorile e, da ultimo, la legge Cirami.
La particolarità è che avversari di ieri sono stati coinvolti in questo percorso e, immemori da ogni precedente critica, lavorano per il raggiungimento di questi obiettivi. In questo quadro, con queste finalità, altri problemi importanti, di rilievo, sono stati posti in seconda fila, sono stati quasi oscurati, non sono stati convenientemente considerati. Mi riferisco, in particolare, a quello relativo al sistema penitenziario.
Abbiamo sollevato, più volte, la necessità di porre l'attenzione su questo problema specifico e lo abbiamo fatto con un numero rilevante di atti di sindacato ispettivo (interrogazioni ed interpellanze) e con la mozione di oggi. Gli atti precedenti sono rimasti, in gran parte, senza risposta.
Il ministro, quando ha risposto, ha affermato che ogni responsabilità è da ascrivere ai precedenti governi. Tuttavia, nulla ha detto in ordine all'azione del proprio dicastero su questo tema specifico; nulla ha fatto per porre riparo a quei pretesi errori che egli ha stigmatizzato.
Il sistema penitenziario, a nostro avviso, è stato completamente dimenticato. Non è stato dato seguito alle importanti iniziative di riforma avviate nella scorsa legislatura, soprattutto per merito dell'allora ministro Fassino, sebbene quell'azione di riforma fosse il frutto di un lungo lavoro di indagine e di conoscenza dei problemi negli istituti, di incontri con gli operatori di polizia penitenziaria, in particolare con quelli del volontariato, che il ministro ha ritenuto essere, all'interno delle carceri, fonte di pericolo e che, invece, come Antigone, sono meritevoli di riconoscimento per l'opera che svolgono.
In esito a quel lavoro importante, sono stati programmati concreti interventi in tutti i settori del sistema penitenziario: sul piano della logistica, sono stati individuati ventuno istituti che non assicuravano più le minime esigenze di dignità della detenzione (e che quel lavoro non possa essere valutato negativamente è testimoniato dal fatto che anche l'attuale Governo ne sta tenendo conto); è stata disposta la chiusura degli istituti ritenuti inadeguati (anche se non tutti, purtroppo, sono stati concretamente chiusi: è stato chiuso soltanto quello dell'Asinara); nell'ultima finanziaria del centrosinistra sono state an
che individuate le risorse per la costruzione di nuovi istituti, che, con la prima finanziaria di questo Governo, sono state rimodulate e trasferite dal 2002 al 2004; con la legge Smuraglia, sono state assunte forti iniziative a sostegno del sistema del lavoro esterno; sono state realizzate le condizioni per il trasferimento del servizio sanitario penitenziario al servizio sanitario nazionale; sono state fornite le risorse e sono stati predisposti gli strumenti per la formazione professionale e per lo studio.
Ci preoccupa che il Governo in carica si sia mosso e si muova su altre linee. Il ministro, in particolare, ha più volte affermato che va privilegiata la certezza dell'esecuzione. Signor ministro, questo principio è indiscutibile, ma a questo riguardo vi è da dire che la nostra Costituzione, all'articolo 27, vieta che la pena possa consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e prescrive che essa deve tendere alla rieducazione del condannato. Ebbene, l'attuale sistema penitenziario, per riconoscimento unanime (perché anche le altre mozioni presentate contengono questo riconoscimento ed esprimono questa preoccupazione), contrasta certamente con il senso di umanità e non favorisce assolutamente il reinserimento dei condannati nella società. Quindi, questi principi devono essere, oggi, considerati diversamente. Più specificamente, non si può ritenere che il sistema di sicurezza sia garantito esclusivamente assicurando la detenzione e prescindendo dalle condizioni dell'espiazione.
Tra i tanti problemi che il sistema pone, il ministro si preoccupa di enuclearne uno soltanto: quello del sovraffollamento. È evidente che questo è il primo dei problemi; ma non si può dare risposta al sovraffollamento costruendo nuove carceri: si tratterebbe di una risposta parziale ed insufficiente, che non terrebbe conto delle manifestazioni civilissime (e non suscitate da alcuno) attuate in molti istituti, le quali non sono motivate soltanto dal sovraffollamento, ma anche dalla carenza di servizi, dalla mancanza di lavoro, dall'assistenza sanitaria carente, dall'assistenza postcarceraria pressoché inesistente. Questi problemi, colleghi, rimarrebbero e, dunque, dovrebbero essere comunque considerati anche se la capienza delle carceri, oggi, fosse ritenuta accettabile e se il numero dei detenuti corrispondesse alle tabelle delle disponibilità penitenziarie. Anche in questo caso, infatti, si dovrebbe tenere conto del fatto che l'espiazione non corrisponde a concetti di umanità e di civiltà.
È vero, vi è un aumento costante del numero dei detenuti che è stimato in 2 mila unità all'anno, ma noi riteniamo che questa situazione non possa essere portata a soluzione solo costruendo nuovi istituti. Ne occorrerebbero subito otto, se si fa conto sulla differenza che c'è tra il numero ritenuto tollerabile ed il numero di persone che oggi vengono costrette in carcere. Quindi, ne occorrerebbero subito otto, e poi due ogni anno, per far fronte all'incremento costante di 2 mila persone l'anno. Evidentemente, questa non è la risposta o, almeno, la risposta non è solo questa.
Bisogna certamente intervenire in altri settori, che sono quelli che noi abbiamo indicato (non solo noi, anche le altre mozioni presentate successivamente a quella a prima firma dell'onorevole Finocchiaro evidenziano tali esigenze). Quindi, c'è la necessità di adeguare le strutture ritenute ancora idonee, ritenute ancora utili ai principi di legge, ai regolamenti vigenti.
Colleghi, la doccia, la pulizia, la cura di sé sono un diritto, non un lusso, e lo sono anche per il detenuto, di ogni razza, di ogni nazionalità, di ogni appartenenza religiosa. La privazione della libertà non può coincidere con la sottrazione della dignità, che invece oggi il sistema impone a chi si trova in carcere. Quindi, bisogna favorire le condizioni di vita normali, bisogna favorire le condizioni di normale dignità all'interno delle carceri, privilegiando il lavoro, la formazione professionale, lo studio, soprattutto il lavoro esterno. Oggi possono accedere al lavoro esterno solo 2 mila detenuti, circa il 10 per cento della
popolazione carceraria definitiva. Questa condizione aumenta la frustrazione, produce patologie, episodi di comportamenti autolesivi, suicidi.
La mozione dei colleghi della Lega nord Padania dice che i suicidi si sono ridotti del 20 per cento. Ebbene, se può essere un dato positivo non è certo un dato consolante, non è certo un dato consolatorio; noi riteniamo che questi episodi all'interno del carcere, non solo debbano essere ridotti, ma debbano addirittura scomparire.
Quindi, bisogna creare condizioni diverse, condizioni di lavoro soprattutto; e i mezzi vi sono. Vi sono strumenti per l'incentivazione fiscale alle imprese, la creazione di cooperative sociali, gli accordi con gli enti locali sui lavori socialmente utili, l'incentivazione dell'assistenza postcarceraria. Il lavoro è un diritto, colleghi, è un diritto anche per i detenuti, in ragione dell'articolo 4, dell'articolo 27 della Costituzione e del vigente sistema legislativo penitenziario; non può essere ritenuto un lusso, un privilegio, ma deve essere ritenuto sicuramente un diritto; deve essere ritenuto da parte nostra un dovere realizzare quel diritto.
Nel vigente sistema penitenziario è stata tolta ogni connotazione afflittiva al lavoro ed è stato riconosciuto il diritto al lavoro, riconosciuto come l'elemento primo che consente il recupero dei detenuti, che consente il loro reingresso nel sistema sociale.
Quindi, bisogna incidere fortemente su questo settore, oltre che su quello dei servizi, su quello del trattamento, su quello dell'assistenza ai detenuti, su quello dell'assistenza alle famiglie dei detenuti, che anch'esse, spesso, anzi, normalmente, patiscono per le difficili condizioni della detenzione, non solo talvolta per la lontananza dei propri congiunti dal luogo di residenza, ma anche e soprattutto per le difficoltà economiche e sociali, che devono affrontare in conseguenza della detenzione di un loro congiunto. All'interno di questo quadro, inoltre, bisogna motivare meglio i ruoli degli operatori, il ruolo della polizia penitenziaria, e bisogna motivare meglio - l'hanno riconosciuto anche le altre mozioni - il ruolo dei direttori degli istituti penitenziari, che oggi non sono posti in condizione di svolgere compiutamente le loro azioni.
Noi abbiamo avuto e abbiamo la preoccupazione, colleghi, che questa situazione divenga irreversibile, e queste ragioni sono alla base della nostra mozione. Noi chiediamo, auspichiamo che l'espiazione della pena sia privazione della libertà finalizzata al recupero dei detenuti, che prevalgano i fini del recupero con il lavoro, con l'assistenza, con la tutela dei diritti delle persone.
Confidiamo che il ministro esprima nuova attenzione a questi problemi. Ci conforta che, dopo la presentazione della nostra mozione, ne siano state presentate altre, di altri gruppi, di altre parti politiche, recanti le medesime considerazioni sui problemi che noi abbiamo chiesto di affrontare, consentendo, così, di affrontare, oggi, una discussione alta su questi temi e di trovare e suggerire, sicuramente, soluzioni di alto profilo.
C'è l'unanime riconoscimento che il problema è grave, gravissimo; anche il ministro ha riconosciuto che fra alcuni mesi il sistema è destinato, in queste condizioni, a scoppiare. Dunque, dobbiamo trovare le soluzioni, i percorsi che non possono essere rinvenuti soltanto nell'aumento delle disponibilità logistiche perché questo sistema sia ricondotto a regolarità e a civiltà; non è la sterile ricerca di responsabilità che potrà favorire questo percorso condiviso. Siamo convinti che una ricerca attenta, puntigliosa dei temi sui quali possiamo oggi confrontarci, porterà a dare al Governo ed al ministro quelle indicazioni (contenute in tutte le mozioni) che possono e debbono portare ad una migliore condizione della vita penitenziaria ed alla realizzazione delle finalità indicate dalla nostra Carta costituzionale: garantire normali condizioni di vita all'interno degli istituti, portare al reinserimento dei detenuti, dopo l'espiazione della pena, nel mondo del lavoro, nella società, in modo normale, in maniera tale che non possano riprendere a delinquere.
Questo era il programma, l'obiettivo che ci siamo posti nella nostra mozione; obiettivo che vediamo condiviso da altre forze politiche ed auspichiamo, quindi, che tutta la Camera raccomandi al Governo ed al ministro la realizzazione di questo programma (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bondi, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00123. Ne ha facoltà.
SANDRO BONDI. Signor Presidente, signor ministro, onorevoli colleghi, il problema delle carceri, a mio modo di vedere, non è un problema a sé stante; è piuttosto un problema che, più di altri, chiama in causa l'idea che abbiamo della società, dell'organizzazione della nostra società; chiama in causa, ancora di più, la concezione che abbiamo dei rapporti sociali in una società e, più in generale, dei rapporti tra gli uomini, in una società ordinata, sicura ma, al tempo stesso, anche una società umana e civile, fondata sul rispetto della persona umana, sul rispetto anche di quelle persone che hanno commesso dei reati e che, perciò, vengono giustamente private della loro libertà. Ma, se la società può, anzi deve, privare della libertà coloro che hanno attentato, o attentano alla sicurezza e all'ordine, non ha, però, il diritto di offendere, di conculcare la dignità di uomini e di persone, e ha soprattutto il dovere massimo, come prevede la nostra Carta costituzionale, di favorire la loro riabilitazione, il loro pieno reinserimento nella società.
Lo hanno detto, quasi con le medesime parole, sia il Capo dello Stato, sia il Presidente del Consiglio: non umiliare la dignità delle persone detenute in carcere. Questo dovere, questa necessità non nasce soltanto oggi, non si pone soltanto oggi, in questo momento.
Se mi posso permettere di sottolineatura una questione all'opposizione, direi che questa dovrebbe fare attenzione - in questo, come peraltro in altri casi - a non cadere nella tentazione propagandistica di dipingere la realtà come se nell'era del Governo di centrosinistra tutto andasse a gonfie vele e, invece, a partire dal 13 maggio 2001, con la vittoria elettorale della Casa delle libertà, tutto avesse cominciato a prendere una brutta piega.
Questo vale anche per le carceri. I problemi non esistono dal maggio del 2001; i problemi delle carceri sono un'eredità, una pesante eredità, che chiama in causa tutti noi e che tutti noi dobbiamo cercare di affrontare con senso di responsabilità e, possibilmente, con senso e spirito di collaborazione. La situazione delle carceri è nota e, almeno sul piano dell'analisi di tale realtà, non ci possono essere differenze sostanziali tra noi, tra maggioranza ed opposizione.
Vale la pena, tuttavia, ricordare questa situazione, sia pure per sommi capi: il sovraffollamento è ormai oltre ogni limite di guardia; al 31 luglio di quest'anno i detenuti erano 56 mila, 14 mila in più rispetto ad una capienza definita regolamentare dall'amministrazione e dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. In secondo luogo, nonostante il ricorso alla custodia cautelare sia giustificato solo da gravi esigenze di tutela della collettività, ben 21 mila sono i detenuti in attesa di giudizio. Tra tutti i detenuti nelle carceri italiane, solo 13 mila hanno la possibilità di svolgere un'attività lavorativa. Stando ai dati del 2001, sono state 69 le persone che si sono tolte la vita nelle carceri, 55 italiani e 14 stranieri. Vi sono stati 878 tentati suicidi e 6.353 episodi di autolesionismo. Nei primi sette mesi del 2001 i suicidi sono già 40, fatto che non fa ben sperare per il bilancio dell'anno in corso. Dei 55 mila detenuti presenti al 31 dicembre dell'anno scorso, 15 mila erano tossicodipendenti; tra i tossicodipendenti, 11 mila erano italiani e 3.800 stranieri. I sieropositivi erano 1.421, pari al 2,57 per cento dell'intera popolazione penitenziaria.
La normativa che sancisce l'incompatibilità della malattia con il regime carcerario è stata modificata in senso restrittivo, affidando al magistrato la discrezionalità di decidere la permanenza in carcere dei malati. Su 56 mila detenuti, il 30
per cento sono stranieri: si tratta di 16 mila persone provenienti per il 97 per cento da paesi extracomunitari. Se gli imputati rappresentano il 38 per cento dell'intera popolazione penitenziaria, tra gli stranieri la percentuale sale al 54 per cento.
Dobbiamo ammettere, onorevoli colleghi, che purtroppo nel passato una campagna forse non corretta sulla sicurezza, nata anche dall'allarme e dalla preoccupazione suscitata nei cittadini da fenomeni allarmanti di criminalità, ha contribuito a svuotare di contenuto i benefici carcerari e le misure alternative alla pena anche per coloro ai quali le leggi potrebbero essere applicate.
Malgrado la popolazione detenuta sia aumentata di molto negli ultimi anni, gli ammessi ai benefici ed alle misure alternative al carcere sono andati diminuendo sia in termini relativi che assoluti. Questa situazione si spiega con il fatto che il numero degli operatori penitenziari è del tutto insufficiente per assicurare la custodia di una popolazione così numerosa e, soprattutto, per favorire le misure di trattamento finalizzate al reinserimento sociale. È evidente che, senza un numero adeguato di assistenti sociali, di educatori e di psicologi, non possono essere redatte le relazioni di sintesi sulla personalità ed il comportamento del detenuto che devono accompagnare la richiesta di un beneficio e senza le quali il magistrato o il tribunale di sorveglianza non possono prendere nessuna decisione.
Il risultato è che la legge penitenziaria è, di fatto, inapplicata in molte sue parti, a cominciare da quelle che prevedono l'attuazione costituzionale della rieducazione del detenuto e del suo reinserimento sociale. Se questa è la situazione (e credo nessuno possa negare che questa sia effettivamente la situazione nelle nostre carceri), il problema non si può ridurre alla necessità, seppure reale, di varare provvedimenti di indulto o di amnistia o di riduzione della pena al fine di affrontare il problema del sovraffollamento delle carceri. Se questo fosse l'unico obiettivo dell'indulto o di altre forme di clemenza, allora avrebbe ragione chi sostiene che vi è il rischio che gli autori di piccoli reati tornino a delinquere con il risultato che le carceri si riempirebbero nuovamente e in breve tempo. E avrebbero ragione quanti protestano contro i rischi di un facile perdonismo, indifferente alle paure, alle preoccupazioni legittime e ai diritti dei cittadini onesti nei confronti di chi minaccia e attenta alla civile convivenza della società.
L'indulto, pertanto, è un provvedimento che va maneggiato con cura, precisato nel suo significato più profondo ed accompagnato da alcune misure indispensabili. Occorre, in primo luogo, che esso sia accompagnato da misure efficaci di ordine pubblico che affrontino alla radice l'insorgenza della criminalità. Occorre, inoltre, tendere ad eliminare - come prevedono il programma e il piano di governo di questo Governo - la promiscuità in cui vivono, purtroppo, attualmente i detenuti. È necessario, perciò, tendere a rendere più netta la separazione dei detenuti in base al tipo di reato, alla condizione di attesa di giudizio, alla loro età, alla loro condizione sanitaria ed all'eventuale stato di tossicodipendenza. Tutto questo affinché sia possibile operare effettivamente a favore del reinserimento sociale dei detenuti e per evitare, soprattutto, che il carcere diventi non uno strumento di miglioramento e di rieducazione del detenuto bensì una scuola del crimine.
Occorre, infine, coprire le carenze di organico del corpo di polizia penitenziaria e di tutto il personale addetto alle carceri ed accelerare i tempi dei processi al fine di ridurre il numero dei detenuti sottoposti a carcerazione preventiva.
Per concludere, vi è però un'altra ragione - forse la più importante - che giustifica il ricorso ad un gesto di clemenza nei confronti dei detenuti, che ha invocato proprio in quest'aula Giovanni Paolo II con parole che tutti noi, o la maggioranza di noi, hanno salutato con gioia.
Questa ragione profonda ha a che fare con quell'impegno di personale recupero di cui ha parlato il Santo Padre in quest'aula,
con quel pegno della possibilità di ricominciare da parte di chi ha sbagliato, di chi ha commesso un reato, di chi è caduto ma sa di volere e di potere rialzarsi per iniziare una nuova vita.
L'umanizzazione delle carceri e la speranza di una conversione dei cuori, anche di quelli apparentemente più induriti e disperati, sono, a mio avviso, alla base, le ragioni fondamentali di un gesto di clemenza, seppure circoscritto, nei confronti dei detenuti. Questo impegno e questa scommessa non riguardano soltanto le carceri, non riguardano soltanto i detenuti, bensì l'intera società che può dimostrare così di avere fiducia in se stessa e speranza nel futuro. Se pensiamo, infatti, di poter nascondere e sotterrare tutto il male dietro le grate di un carcere, ci priviamo della possibilità stessa di estirpare e di redimere questo male nella società, ma anche nella nostra vita e nella nostra storia. Questo ci dicono anche le parole del Santo Padre e questo ci ispira la nostra coscienza di cristiani e la nostra coscienza di cittadini.
Rispondiamo, perciò, con fiducia e con sicurezza alle parole che ci ha rivolto in quest'aula Giovanni Paolo II con un gesto di concordia del Parlamento, un gesto di coraggio, un gesto di responsabilità e, soprattutto, un gesto di speranza nel futuro del nostro paese (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Guido Giuseppe Rossi, che illustrerà anche la mozione Cè ed altri n. 1-00125, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.
GUIDO GIUSEPPE ROSSI. Signor Presidente, il tema della situazione carceraria è sicuramente delicato poiché riunisce due aspetti molto importanti: da una parte, la dignità del detenuto, che in un paese civile e democratico deve essere tenuta nella massima considerazione, dall'altra, la sicurezza della comunità e dei cittadini che chiedono allo Stato l'impegno affinché la pena venga effettivamente scontata all'interno del carcere. Dunque, si tratta di un tema che richiede un grande equilibrio e che, a mio avviso, potrebbe essere l'occasione per un'intesa bipartisan, per usare un termine che va molto di moda ai giorni nostri. Purtroppo, in alcune dichiarazioni e prese di posizione si tenta di utilizzare il tema della situazione carceraria per scendere sul terreno della polemica politico-partitica contingente. Sicuramente, questa non è un'impostazione che il gruppo della Lega nord Padania condivide.
La mozione che abbiamo presentato come gruppo parlamentare, a prima firma dell'onorevole Cè, nella sua parte descrittiva cerca di fotografare la situazione. Nel 2001, cioè nell'anno di passaggio tra il Governo dell'Ulivo ed il Governo della Casa delle libertà, i detenuti erano 55.261, un numero ampiamente al di sopra della capienza teorica (perché su quella effettiva si potrebbe svolgere un dibattito più approfondito) delle carceri italiane. Nei cinque anni di Governo del centrosinistra il risultato è stato questo: con oltre 55 mila detenuti sono stati istituiti 6 nuovi istituti carcerari e ne sono stati dismessi 12. Questi sono i dati, i numeri, le risultanze quantitative di cinque anni di Governo.
Nella parte descrittiva della nostra mozione abbiamo esposto quello che ha fatto il Governo in collaborazione con la maggioranza parlamentare nei diversi campi: dall'edilizia carceraria al lavoro in carcere; dalla cultura alla formazione professionale all'interno del carcere; dall'assistenza sanitaria - a tale riguardo il collega Ercole spiegherà poi meglio la posizione del nostro movimento su questo delicatissimo tema che ovviamente è uno dei temi principali anche per un'esistenza civile dei detenuti all'interno delle carceri - al problema dei detenuti di origine extracomunitaria.
Dal punto di vista dell'edilizia carceraria, sono state adottate una serie di iniziative, attraverso l'adozione di decreti-leggi, che consentiranno ad esempio di ampliare il penitenziario di Milano Bollate e che prevedono la costruzione di nove nuovi penitenziari di cui due, quello di Marsala e quello di Rieti, già nel 2002, mentre gli altri 7 a partire dal 2004. Ciò,
oltre ad una serie di interventi di ristrutturazione, forse più minimali, ma sicuramente non meno importanti dal punto di vista della sicurezza e della vivibilità delle carceri del nostro paese.
Per ciò che riguarda la possibilità di offrire degli spazi lavorativi, questa costituisce a nostro avviso un'iniziativa assolutamente importante e condivisibile. Al riguardo è stata incrementata la percentuale di lavoro all'interno degli istituti (+30 per cento) ed è stato dato un impulso assolutamente importante alla formazione professionale (+40 per cento). Sul versante delle attività di formazione culturale, comprendiamo che il carcere può essere - per le persone che per diversi motivi (condizioni sociali o quant'altro) non hanno potuto avvicinarsi al mondo degli studi - anche un momento molto utile per una crescita culturale, appunto attraverso la possibilità di utilizzare il tempo di forzata permanenza all'interno della struttura carceraria. Ebbene, anche in questo campo sono state assunte diverse iniziative.
Dal punto di vista poi del rapporto con la popolazione carceraria di origine extracomunitaria, è stato stipulato un interessantissimo accordo con l'Albania, che consente ai detenuti stranieri di scontare la pena nel loro paese di origine.
Dunque è stato adottato un complesso di iniziative organiche, anche se condizionate dai dati oggettivi, rappresentati dalle risorse economiche a disposizione del paese e dalla situazione ereditata.
Nella parte propositiva della mozione, chiediamo un impegno al Governo e al Ministero della giustizia per dare un'attuazione puntuale ed efficiente al piano di ristrutturazione edilizia e alla costruzione di nuove carceri, soprattutto attribuendo importanza alla necessità di creare spazi carcerari che consentano anche una maggiore divisione dei detenuti in base al reato da loro commesso, in base alla loro età, nonché in base alla distinzione se sono in attesa di giudizio o meno. Ciò al fine di riuscire a rendere la permanenza del detenuto più omogenea in base alla situazione oggettiva per la quale è in carcere.
Invitiamo poi il Governo a continuare nella stipula di ulteriori accordi bilaterali con paesi extracomunitari: ci sembra questa infatti una via assolutamente da perseguire, della quale va sottolineata l'importanza, in quanto essa può portare allo sfoltimento della presenza di detenuti all'interno delle carceri, consentendo probabilmente anche dei risparmi dal punto di vista economico, che potranno poi essere reinvestiti in attività di edilizia carceraria, di formazione culturale e per il miglioramento dei livelli di assistenza sanitaria.
Sulla presenza di detenuti extracomunitari nelle strutture carcerarie italiane, deve essere svolta la seguente riflessione. La percentuale della loro presenza, pari al 30,28 per cento, è un dato che deve farci veramente riflettere. A fronte di una presenza di cittadini di origine extracomunitaria all'interno dello Stato italiano pari al 2,5-3-4 per cento, vi è una presenza di oltre il 30 per cento all'interno delle carceri.
Dunque, la riflessione che occorre svolgere è che esiste una sproporzione tra la percentuale di extracomunitari esistente nella società e quella presente all'interno delle carceri. Da tale sproporzione emerge che la presenza di milioni di extracomunitari - tanto declamata da alcune forze politiche come una ricchezza, come una necessità, come una situazione che, addirittura, deve essere favorita - evidenzia lati sicuramente negativi ed oscuri, che devono essere portati all'attenzione dell'opinione pubblica e che devono essere tenuti in considerazione nell'analisi dei costi e dei benefici che l'immigrazione produce nel nostro paese. Si tratta, quindi, di un tema che deve essere oggetto di dibattito e che deve essere portato all'attenzione dei cittadini.
Per quanto riguarda la mozione Finocchiaro ed altri n. 1-00118, nella quale sono riassunte le posizioni del centrosinistra, non condividiamo alcuni passaggi, che consideriamo assolutamente negativi nei confronti del Governo come ad esempio,
dove si afferma che non vi è alcun programma di intervento finalizzato alla ristrutturazione degli istituti; quando, invece, in questi mesi, abbiamo visto che l'azione è stata assolutamente decisa e puntuale; o, ancora, dove si dice che non vi è alcun programma di iniziative idonee a stimolare la presenza del mondo imprenditoriale all'interno del sistema del lavoro penitenziario; sappiamo, invece, che in tutte le audizioni svolte dal ministro Castelli è stata sottolineata l'assoluta volontà e, oserei dire anche una sensibilità verso questi temi di fornire anche delle risposte alla condizione dei detenuti e, soprattutto, alla loro possibilità di lavorare e, eventualmente, di essere reinseriti in futuro nel mondo del lavoro.
Dunque, all'interno della mozione Finocchiaro, vi è una serie di affermazioni che hanno un carattere assolutamente negativo e propagandistico, che noi non condividiamo. Tra l'altro, viene nuovamente ribadita questa polemica tutta giornalistica, secondo la quale il ministro della giustizia avrebbe definito le carceri italiane come «hotel a cinque stelle». In merito vi è stata una precisa smentita, trattandosi di affermazioni che non intendevano di certo affermare un concetto di questo tipo, ma che volevano sottolineare il fatto che, all'interno degli istituti penitenziari, vi deve essere il rispetto della dignità umana, ma anche il rispetto della serietà e del rigore della pena che deve essere scontata.
Infatti, il messaggio da inviarsi ai cittadini e alla comunità è quello di uno Stato sì capace di rispettare la dignità, ma anche capace, avendo il monopolio dell'uso della forza, di imporre la propria volontà di reprimere chi commette reati contro la comunità.
Ritengo questo sia un messaggio che deve essere divulgato in maniera molto chiara a tutti i cittadini, anche nel momento in cui avvengono fatti che colpiscono gravemente l'opinione pubblica. Pensiamo all'ultimo efferato omicidio, avvenuto in provincia di Venezia, che ha avuto per vittima un onesto padre di famiglia, ucciso durante una rapina notturna.
Dunque - ripeto - due sono gli aspetti fondamentali sui quali, all'interno del sistema carcerario, l'azione del Governo e della maggioranza deve essere chiara: quello della dignità del detenuto e, nello steso tempo, quello della necessità di garantire la certezza della pena (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ascierto, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00126. Ne ha facoltà.
FILIPPO ASCIERTO. Signor Presidente, nell'illustrare la mozione, intendiamo precisare che, per quanto concerne la trattazione del problema degli istituti penitenziari, partiamo da un concetto molto chiaro, vale a dire quello della sicurezza del cittadino. La sicurezza del cittadino a noi sta particolarmente a cuore e, nello spiegare le conclusioni della nostra mozione, mi vorrei soffermare sulla situazione della sicurezza oggi in Italia.
In Italia si verificano 2 milioni e mezzo di reati all'anno. Solo il 10 per cento di questi reati non è ad opera di ignoti; quindi, conosciamo l'identità di 250 mila persone che hanno commesso un reato. A fronte di 250 mila autori di reato, solo 56 mila sono detenuti; quindi, uno su cinque sconta la pena per il reato che ha commesso.
È chiaro che le carceri sono affollate. Nessuno nega l'evidenza di questo problema, che è anche drammatico. Ma, di fronte a questo affollamento, dobbiamo porci alcuni quesiti ed ipotizzare anche alcune soluzioni. Riteniamo che, di fronte al problema del sovraffollamento, non si debba pensare, prima di tutto, a svuotare le carceri con un colpo di spugna, in modo semplicistico. Noi non pensiamo che si possa dimenticare il dolore delle persone che hanno subito un reato. Noi non pensiamo che possa essere dimenticato il sacrificio di tanti uomini, anche di quelli che hanno indossato una divisa, che hanno
servito lo Stato e che hanno combattuto la criminalità, cadendo sulle strade del nostro paese per garantire libertà ad ogni cittadino. L'indulto o l'amnistia non sono concepibili per chi, come me, pensa, per averli conosciuti durante l'attività professionale, a quanti hanno subito reati e dolori.
FILIPPO ASCIERTO. Invece, possono essere ipotizzate soluzioni per dare dignità alla carcerazione. Il carcere deve essere rieducativo e deve rispettare la dignità dell'uomo. Ebbene - e devo ringraziare anche il ministro per la sua azione -, dobbiamo ipotizzare più carceri, facendo in modo che le strutture vetuste possano essere dismesse, per crearne di nuove, in grado di fornire più spazio e di migliorare la qualità della vita del detenuto. In questi anni, sono stati fatti investimenti. Ma, vorrei ricordare anche gli investimenti di quest'anno che sono notevoli: si tratta di 93 milioni di euro per realizzare a Milano, a Rieti ed in altre città strutture che possano aumentare la capienza. A questo proposito, vorrei ricordare i 400 posti di Milano. Quindi, dobbiamo pensare a strutture nuove e moderne che consentano di creare presupposti che nessuno ha mai voluto contrastare né limitare. Penso agli incontri, agli affetti, alla formazione e alle duemila altre attività che oggi si svolgono all'interno delle carceri.
È notevole anche il fatto che una popolazione carceraria composta da 56 mila unità veda la presenza del 40 per cento di extracomunitari. Gli extracomunitari sono un problema. Gli extracomunitari che hanno commesso reati e che per questo scontano la pena sono stati un problema per l'ordine pubblico e per la giustizia.
Oggi, all'interno del carcere, essi devono comunque ricevere rispetto uguale a tutti gli altri, ma per il detenuto extracomunitario si può anche prospettare una soluzione al problema del sovraffollamento. A questo proposito, vorrei ricordare gli accordi bilaterali e di cooperazione che possono essere attivati tra i vari paesi, come, ad esempio, l'accordo di cooperazione bilaterale stabilito con l'Albania secondo il quale, oggi, d'accordo con quello Stato, una parte della detenzione può essere scontata in quel paese. Questa può essere la strada per riuscire a sfoltire le carceri dagli extracomunitari detenuti nel nostro paese.
Gli accordi bilaterali devono, comunque, tenere conto dell'aspetto carcerario e, soprattutto, della sicurezza del cittadino.
Vorrei ora soffermarmi su un altro aspetto fondamentale della struttura penitenziaria: quello degli uomini in divisa, i quali fanno funzionare tutto l'apparato.
Sono uomini che oggi svolgono questo servizio con un grande spirito di sacrificio. Sono uomini che danno il massimo, conoscendo bene i limiti degli organici, la difficoltà del servizio (servizi che hanno ereditato non certo da età lontane ma più recentemente, come le traduzioni). Sono in corso l'ammodernamento dei mezzi e uno snellimento dei servizi ma bisogna riconoscere che alla polizia penitenziaria è stato affidato un ruolo ogni giorno sempre più importante. È recente la legge per la quale tale corpo può svolgere il proprio servizio anche per quelle scorte particolari, legate al settore della giustizia e allo stesso dipartimento penitenziario. A questi uomini non solo va il nostro ringraziamento ma va dato loro anche il supporto affinché possano svolgere meglio il loro lavoro.
A questo proposito, dobbiamo ipotizzare, in futuro, un aiuto attraverso le tecnologie che possono essere poste al servizio di coloro che svolgono le mansioni ed i compiti sopra ricordati, migliorando, ma anche rendendo più vicina allo stesso detenuto, l'attività svolta dagli operatori di sicurezza: l'uomo, aiutato dalle tecnologie, al servizio del detenuto per migliorare le sue condizioni di vita!
Alcuni investimenti sono già stati fatti: è auspicabile che ve ne possano essere sempre di più.
Parlando ora della condizione carceraria ma guardando anche all'eventualità di un possibile sfollamento, premetto subito che abbiamo a cuore i cittadini e non intendiamo aumentare la criminalità per le nostre strade, procedendo con colpi di spugna che comunque non garantirebbero il reinserimento, il recupero dei detenuti (né ci garantirebbero dal fatto che questi ultimi, una volta rimessi in libertà, non commetterebbero più reati).
Intendiamo lanciare un'idea nuova, moderna per noi, ma forse datata per quanto riguarda altri paesi. Vi sono infatti alcuni paesi di tradizione anglosassone che, secondo tale tradizione giurisprudenziale, guardano alla giustizia in un modo diverso dal nostro, recuperando i detenuti attraverso una formazione al lavoro, che però non avviene all'interno delle carceri, bensì all'esterno di esse.
Vorrei, a titolo di esempio, ricordare il sistema australiano, nel quale il detenuto serve la società lavorando per quest'ultima e per lo Stato, realizzando, per esempio, strade e opere pubbliche, ed arrivando anche a formarsi attraverso quel particolare tipo di lavoro.
In questo modo, con il tipo di formazione che ha ricevuto, egli viene recuperato al termine dell'espiazione della pena diventando protagonista all'interno della società. Ipotizziamo, allora, di proporre modifiche normative volte all'introduzione di nuove pene alternative e di introdurre in Italia - ad esempio - un servizio per la collettività, per lo Stato. Chi commette un reato ha, comunque, creato un danno a colui che l'ha subito ed allo Stato.
La pena non deve essere vista come una forma di vendetta, ma come rieducazione, come possibilità per colui che ha commesso il reato di riscattarsi nei confronti della società. Ritengo che intorno ad un'idea, ad una proposta del genere si possano trovare ampie convergenze che siano, non solo condivise dalle diverse parti politiche, ma anche di utilità per chi è detenuto. Deve essere sancito un concetto fondamentale per noi di Alleanza nazionale, il concetto relativo alla certezza della pena. Oggi non possiamo più assistere in modo così generico e superficiale allo stato di libertà di colui che ha commesso un reato, talvolta contestualmente ad esso.
Non possiamo più pensare all'esistenza di leggi che, con estrema facilità - mi riferisco alle leggi Gozzini e Simeone - concedono libertà.
PIERO RUZZANTE. La Cirami!
FILIPPO ASCIERTO. Guardate che nel caso Soffiantini si trattò di un beneficio concesso a coloro che lo avevano sequestrato. Infatti, dobbiamo ricordare che l'agente Donadoni della polizia di Stato, a causa di quel reato, perse la vita. Sono tanti i reati commessi da persone che, in seguito, hanno usufruito di benefici concessi con molta facilità. Rieducare non significa consegnare alla società una persona che è pronta a commettere un altro reato, ma formare ed avviare al lavoro colui che lo ha commesso. Noi riteniamo che questa possibilità possa concretizzarsi, solo ed esclusivamente, attraverso l'espiazione della pena ed un reinserimento che conceda dignità alla persona, ma soprattutto che rispetti colui che ha subito il reato.
In questa mozione abbiamo inserito tutte le nostre proposte; intendiamo eliminare il secondo capoverso relativo alla premessa ed aggiungere l'aggettivo regolamentare alla parola tollerabilità. Questa tollerabilità è, a tutt'oggi, corrispondente a 43 mila posti ma, grazie agli interventi del ministro, del Governo e delle leggi approvate nella scorsa legislatura, si sta accrescendo giorno dopo giorno.
È bene sottolineare che il sistema carcerario attuale non rappresenta una questione che riguarda solo il Governo, ma è una cosa che abbiamo ereditato.
Noi vogliamo risolvere i problemi nel seguente modo e ciò è importante: in primo luogo, rispettando la sicurezza degli italiani, in secondo luogo rispettando la dignità del detenuto e di chi deve espiare la pena e, in terzo luogo, ricordandoci, giorno dopo giorno, delle vittime della criminalità, di quanti hanno subito i reati,
ma soprattutto di quegli uomini in divisa che servono le istituzioni, che sono all'interno delle strutture carcerarie, che sono al servizio dei cittadini e che hanno versato i loro contributo di sangue per la sicurezza e per la libertà degli italiani (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e di Forza Italia).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Molinari. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE MOLINARI. Signor Presidente, signor ministro, da quando sono stato eletto in Parlamento e cioè dal 1996, periodicamente mi reco in visita presso gli istituti penitenziari della mia regione, la Basilicata, e ho la possibilità di rendermi conto delle condizioni del nostro sistema carcerario. Un sistema che presenta, anche nei centri minori, manifesti sintomi di insufficienze e di carenze aggravatesi negli ultimi mesi. Il sovraffollamento, la carenza di personale, i tagli alla sanità penitenziaria ed ai servizi essenziali, la mancata applicazione, nella pienezza delle sue disposizioni, della cosiddetta legge Smuraglia, rappresentano i limiti oggettivi di un sistema in crisi.
Il grado di civiltà di un paese si vede anche dal suo sistema penitenziario. Purtroppo, il sovraffollamento e le carenze già citate rendono le nostre carceri non degne di un paese civile e, soprattutto, sono la macroscopica testimonianza di una lesione della carta costituzionale, di cui al terzo comma dell'articolo 27.
Ebbene, la funzione della pena nel paese che ha dato i natali a Cesare Beccaria dovrebbe essere quello di mirare al recupero della persona ed a prevenire eventuali violazione delle norme che regolano la nostra comunità. Tuttavia, la condizione del sistema carcerario non è altro che la febbre, il sintomo, di una malattia più grave che attanaglia l'intero settore giustizia del nostro paese, dall'accertamento della verità nei fatti, alla effettività e, soprattutto, alla certezza della pena. Analizzare il sistema penitenziario in maniera a se stante, senza metterlo in relazione con l'intero contesto, sarebbe un torto fatto alla sede nella quale parliamo, cioè nel Parlamento.
La convivenza civile all'interno di una nazione è basata sull'esercizio delle prerogative di libertà nell'ambito delle leggi e ciò sta alla base di ciò che noi chiamiamo garantismo. Si tratta, infatti, della tutela della vita, delle libertà personali, quelle che si esplicano nell'esercizio delle libertà politiche, di opinioni religiose e che declinano le aspettative di miglioramento sociale che accomunano i diritti individuali e collettivi.
Chi viola queste regole commette reato ed il sistema giudiziario sancisce la pena che, però, deve essere rispettosa della dignità umana e puntare al recupero. È ovvio che il buonsenso, anche la parziale esperienza di brevi visite, ci confermano che questo non è possibile nelle condizioni in cui versa oggi il nostro sistema carcerario. Eppure, anche all'interno delle carceri, deve essere garantito il rispetto delle prerogative e dei diritti legati alla dignità della persona umana. Il mio richiamo alle parole del Santo Padre non vuole essere strumentale, ma quell'applauso che ha unito l'Assemblea al pronunciamento delle parole concernenti l'atto di clemenza in realtà, a prescindere dalle valutazioni politiche, ha rimarcato, ove ne fosse stato bisogno, l'attenzione ormai ineludibile verso i temi oggetto anche del dibattito odierno.
Tuttavia, anche il gesto di clemenza non può essere estemporaneo ed emotivo per uno Stato. Esso deve inquadrarsi in un contesto più ampio di riforme e di investimenti, di riforme, in particolare, che devono prevedere una diversificazione delle pene alternative alla detenzione, inquadrando le diverse tipologie di reati per le quali è possibile tale misura.
A seguito dell'approvazione nella scorsa legislatura della cosiddetta legge Simeone che rientra nel solco della legge Gozzini, si erano aperti alcuni spazi per una riforma del sistema, ma ciò non è avvenuto. Del resto, sono molti gli ambiti e le fattispecie giuridiche nei quali non vengono date applicazione alle facoltà previste dalla legge Simeone; paradossalmente, per chi
ne ha bisogno. Per fare un esempio: poche settimane fa ho partecipato ad un convegno con l'Unione italiana ciechi a Potenza e il centro dei servizi sociali per adulti che hanno sottoscritto una convenzione per misure alternative alla detenzione, sollevando il problema della mancata applicazione di quelle misure, pur previste, che presentano aspetti di eccessiva discrezionalità. Pertanto, le riforme non si vedono e neppure gli investimenti.
Soltanto per fare un esempio: nell'anno 2002 sono stati tagliati i fondi per la sanità penitenziaria ed in maniera ideologica si è tralasciata l'applicazione del decreto legislativo n. 230 del 1999, approvato dal centrosinistra, mettendo a rischio la salute dei detenuti anche per quelle patologie gravi. Basti pensare alla psichiatria, alle malattie degenerative, al diabete, alla dialisi e quant'altro. Persino le guardie mediche sono state ridotte e le sperimentazioni, avviata in alcune regioni ai sensi del decreto legislativo, si sono arrestate in assenza di risorse. Lo stesso discorso vale per l'edilizia penitenziaria, con la presenza di istituti fatiscenti. A Matera, durante una visita di qualche tempo fa, ho riscontrato ancora la presenza di celle con porte di legno. Eppure, anche in questo caso, il Governo non ha fatto altro che tagliare i fondi, nonostante le dichiarazioni in libertà di esponenti della maggioranza che parlano di nuove carceri e nuove strutture.
A questi si chiede di conoscere dove siano i soldi per fare ciò che occorre. Con la legge n. 388 del 2000, l'ultima del centrosinistra, erano state destinate risorse per l'edilizia penitenziaria per il triennio 2002 e 2004. Questo Governo e questa maggioranza, nella legge finanziaria per il 2002, hanno spostato tali risorse al 2006 e nel testo del 2003 non si fa neppure un cenno ad investimenti adeguati rispetto a tale obiettivo.
Un discorso particolare merita poi la polizia penitenziaria. Tutti sanno che è sottodimensionata; persino il direttore del DAP, Tinebra, durante le audizioni nelle Commissioni di merito, ha evidenziato il problema, ma anche l'impossibilità per nuove assunzioni. Pertanto, gli agenti di polizia penitenziaria continuano a sobbarcarsi turni massacranti, senza una normale turnazione nei riposi e senza un adeguato riconoscimento economico, derivante anche dall'assenza di risorse per il loro contratto. Ciò è cosa molto grave, perché vorrei ricordare che questo Governo ha svolto la campagna elettorale su questo punto, contraddicendo nei fatti le promesse.
Gli stessi direttori penitenziari chiedono adeguato riconoscimento giuridico ed economico in relazione al ruolo ricoperto; è un ruolo centrale e fondamentale che però risulta essere marginalizzato e che al contrario merita di essere valorizzato per preparazione e professionalità, come figura centrale, soprattutto in relazione alle politiche di miglioramento della qualità della vita all'interno dei penitenziari.
La sicurezza infatti viene meno anche per gli agenti e per tutti gli operatori all'interno del carcere, perché si sommano le tensioni. Si registra infatti tra i detenuti un aumento esponenziale degli atti di autolesionismo e di violenza, nonché l'aumento di richieste per la prescrizione di psicofarmaci. Non sono stati adottati i decreti ministeriali di attuazione della legge Smuraglia, al fine di definire le agevolazioni per l'assunzione di lavoratori detenuti e non vengono finanziati i progetti per il reinserimento nella società degli ex detenuti.
Sulla base di queste considerazioni, il Parlamento deve svolgere il suo compito per fornire risposte ed impegnare il Governo ad affrontare il tema delle carceri, al fine di contribuire ad un miglioramento della vivibilità degli istituti per i detenuti e per tutti gli operatori.
Vorrei chiudere citando un film molto bello di Robert Redford di qualche tempo fa: si tratta di Brubaker, che narrava la storia di un direttore penitenziario che non si rassegnava ad un sistema che precludeva il riconoscimento dei diritti dei detenuti ed era ostacolato per queste idee. Vorrei invitare il ministro a guardare con attenzione quel film e a leggere contemporaneamente il dettato costituzionale.
Non è possibile continuare ad ignorare i problemi e non può il ministro esprimere quelle affermazioni nei confronti dei parlamentari dell'opposizione, che non hanno fatto altro che esercitare il diritto-dovere di controllo in riferimento alle visite negli istituti penitenziari. Si colga pertanto l'opportunità di questo dibattito, promosso dalla mozione dell'Ulivo, per raffrontare i problemi reali del pianeta carcere nel nostro paese. (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Meduri. Ne ha facoltà.
LUIGI GIUSEPPE MEDURI. Signor Presidente, l'articolo 27 della nostra Costituzione, al terzo comma, recita testualmente: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». La nostra Costituzione traduce e declina la cultura giuridica di cui l'Italia è custode da sempre.
Non vi è dubbio che la condizione attuale del sistema carcerario, all'interno del nostro paese, in maniera omogenea su tutto il territorio, presenti aspetti di vera e propria emergenza. Lo abbiamo constatato in qualità di parlamentari della Margherita durante le visite svolte nei penitenziari, nell'ambito delle prerogative consentite, ed in base alle quali abbiamo raccolto le informazioni che costituiscono l'oggetto della mozione di cui stiamo discutendo.
Il sistema carcerario è però solo la punta dell'iceberg, rispetto alla crisi del pianeta giustizia e al rapporto tra accertamento della pena ed espiazione della stessa mediante detenzione. Non vi è dubbio che gli ultimi episodi di cronaca giudiziaria rischiano di determinare un corto circuito dalle conseguenze negative in merito alla fiducia che è alla base della saldezza delle istituzioni. Lo Stato democratico ha un grande compito: tutelare e garantire i cittadini, reprimere i reati e consentire quindi un normale svolgimento della convivenza civile, ancorandolo a principi saldi e condivisi. Per questa ragione, tra i compiti dello Stato, rientra quello della garanzia della certezza della pena rispetto alle violazioni dell'ordinamento. Lo Stato, nel contempo, deve impegnarsi affinché la pena sia un'opportunità di riscatto e non un aggravio morale, non degno di un paese civile, come purtroppo avviene a causa delle carceri sovraffollate e prive dei livelli essenziali di civiltà. Della condizione carceraria, infatti, si lamentano non solo i detenuti, ma anche gli agenti della polizia penitenziaria, i direttori degli istituti, gli operatori, gli assistenti sociali e le associazioni di volontariato che esercitano la propria attività per il sostegno e per il recupero del detenuto.
Al ministro vorremmo ricordare che i parlamentari dell'opposizione che vanno in visita nelle carceri non sono dei provocatori, ma svolgono il loro ruolo e purtroppo constatano, con preoccupazione, una sostanziale inerzia sulla condizione carceraria. Si tratta di un'inerzia che parte dalla fine della scorsa legislatura, durante la quale fu varata dal centrosinistra una serie di provvedimenti importanti, dalla legge per l'inserimento in attività lavorative degli ex detenuti ai provvedimenti relativi al lavoro dei detenuti stessi - ai quali però in questo momento viene ridotta, per mancanza di fondi, anche l'attività lavorativa cosiddetta domestica -, fino al nuovo regolamento predisposto dall'allora ministro Fassino, regolamento che, vorrei ricordare, teneva in debita considerazione i mutamenti della società e della composizione della platea dei detenuti, compresi l'alimentazione ed il credo religioso.
Si fa presente - ma credo sia noto a tutti - che sono stati fatti scadere i termini per l'esercizio delle misure contenute nel decreto legislativo n. 230 del 1999, varato dall'allora ministro Bindi, in merito alla sanità penitenziaria, ponendo in crisi anche quei sistemi regionali che avevano iniziato la sperimentazione di una sanità più attenta all'interno dei penitenziari. Nel corso dell'anno 2002 si sta assistendo ad una diminuzione del 30 per
cento dei servizi di guardia medica, di quasi il 20 per cento dei servizi di assistenza infermieristica e del 50 per cento dei servizi specialistici e sono stati determinati tagli per il 70 per cento delle apparecchiature e delle strumentazioni sanitarie all'interno degli istituti penitenziari. Le organizzazioni sindacali, il personale medico e le associazioni di volontariato, che operano all'interno delle strutture penitenziarie, da tempo denunziano questa politica dissennata che alimenta purtroppo anche atti di violenza che si consumano nelle carceri.
Ogni uomo, soprattutto il condannato, non va mai trattato come una cosa o come qualcosa di diverso da ciò che è, cioè una persona. Un ordinamento che ha recepito i diritti fondamentali di libertà, come il nostro, trae la sua legittimità - torno a ripeterlo - non solo dal riconoscimento di questi diritti, ma dalla loro effettiva protezione.
È del tutto evidente che l'elaborazione delle garanzie, vale a dire dei meccanismi istituzionali volti ad assicurare la massima corrispondenza tra prescrizioni normative ed effettività nella tutela dei diritti, rappresenta l'essenza giuridica e politica di ciò che deve essere definito garantismo, da non confondere con altre pasticciate e strumentali posizioni della cronaca politica.
I diritti fondamentali devono essere garantiti anche nelle carceri: la vita, le aspettative sociali, i diritti individuali e collettivi che rappresentano i valori, i beni e gli interessi materiali e prepolitici che fondano e giustificano l'esistenza del diritto e dello Stato ed il cui godimento, da parte di tutti, forma la base sostanziale della democrazia.
Per questo motivo, vanno distinte le valutazioni etiche e religiose che apprezziamo, che Papa Giovanni Paolo II, nel corso della sua visita al Parlamento ha espresso, chiedendo un segno di clemenza, rispetto a quelle politiche proprie dello Stato e della sua funzione. Un gesto di clemenza che deve inquadrarsi, quindi, in un contesto generale d'interventi in favore del settore. Invece, paradossalmente, assistiamo anche alla riduzione dei fondi per l'edilizia penitenziaria, anche per quelli che mirano a spostare le carceri dei centri abitati.
Vorrei richiamare l'esempio della città di Locri dove esiste un istituto penitenziario nel centro urbano e che necessita urgentemente di essere delocalizzato e ubicato in una struttura moderna e funzionale, con standard di sicurezza maggiori, sia per i detenuti sia per il personale dell'amministrazione penitenziaria.
Vede, signor ministro, la giustizia non è mai vendetta. È pertanto ingiusto imbattersi in strutture non degne e non rispettose della persona condannata che deve pagare il suo debito verso la società.
Su ciò, invitiamo il Governo, com'è suo dovere, ad essere più attento (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo)!
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Mazzoni. Ne ha facoltà.
ERMINIA MAZZONI. Signor Presidente, onorevole ministro, onorevoli colleghi, è la seconda volta che affrontiamo in quest'aula il delicato tema del mondo penitenziario; è uno spazio interamente dedicato alle problematiche del carcere.
Tuttavia, sorge spontanea la seguente preoccupazione: sicuramente, questi momenti dialettici, in quest'aula, vengono sempre motivati da situazioni contingenti: qualche mese fa, l'informativa del Governo, stimolata da una situazione di protesta in alcuni istituti penitenziari; oggi (e questa è una cosa che, da cattolica, non condivido e lo sottolineo), le parole di Papa Giovanni Paolo II.
Credo che quest'Assemblea, intimamente, dovrebbe avere un moto spontaneo ad affrontare nella giusta maniera la soluzione dei problemi del mondo penitenziario. Il gruppo dell'UDC non ha presentato alcuna mozione. Sono state presentate quattro mozioni, la prima a firma dell'onorevole Finocchiaro e, a seguire, quelle degli onorevoli Bondi, Cè ed Ascierto.
La nostra scelta è stata quella di non unirci al coro delle mozioni anche perché,
in questo coro, inevitabilmente, visto il tono di queste mozioni ma soprattutto delle premesse, avremmo fatto una corsa a chi diceva la parola più forte, a chi si accreditata come il migliore. Non credo che ciò sia lo spirito giusto quando si parla della disumana condizione dei detenuti. Infatti, questo è il minimo comune denominatore di tutte le mozioni presentate. Si parte dalla seguente premessa: le condizioni inumane dei detenuti nelle strutture penitenziarie. Le conclusioni e le richieste su cui si impegna il Governo, se si riesce a leggerle con un minimo di realismo, sono le stesse. È chiaro che le strade seguite, quelle della polemica e della schermaglia politica, sono diverse. È li che ci divarichiamo. È li che, a mio avviso, vi è l'errore della non soluzione dei problemi.
Dopo meno di due mesi dall'informativa cui facevo riferimento precedentemente, sarebbe stato difficile che, oggi, il Governo venisse a fornire qualche risposta in più. Le soluzioni, le risposte ad un problema così grave non si danno in tempi così brevi. L'appello che vorrei rivolgere attraverso il mio intervento - l'appello a trovare punti di convergenza e a scremare le premesse delle mozioni dei contenuti polemici e delle contrapposizioni politiche, per arrivare alla sostanza di ciò che ciascuna parte politica vuole proporre - sicuramente esce già debole. L'intervento dell'onorevole Carboni, infatti, non mi lascia certamente ben sperare. È chiaro che, quando l'onorevole Carboni, all'inizio del suo intervento, parla di 18 mesi di aggressione al sistema penitenziario, ai diritti, alle garanzie, indebolisce qualunque tipo di dialogo.
Comprendo ciò che dice l'onorevole Bondi e plaudo allo spirito al quale egli si ispira quando, quasi con voce sommessa, sottolinea che una situazione così grave come quella descritta nelle mozioni al nostro esame non può addebitarsi - consentite anche a me di rimarcarlo - a soli 18 mesi di presunta inattività. Se scegliamo di spenderci per questo tipo di polemica, allora facciamo a meno di presentare mozioni, non pretendiamo di dare indirizzi al Governo: se non vi sono punti di incontro tra di noi, è meglio che il Governo proceda, come sta sicuramente facendo, con atti di Governo!
Ma, allora, non vi sono margini di dialogo neanche su temi come questo? L'onorevole Guido Giuseppe Rossi ha giustamente detto che questa è una materia da affrontare in maniera bipartisan; ed è indubbio che alcuni temi - la situazione carceraria è senz'altro uno di essi - dovrebbero essere affrancati da questo tipo di ostruzionismo politico. Ho letto le mozioni presentate ed ho constatato che i punti nodali sono gli stessi per tutte (campeggia, per lo più, il tema dell'edilizia penitenziaria). Orbene, dati alla mano (i quali sono verificabili), il Governo ha già compiuto azioni positive non solo nel settore dell'edilizia penitenziaria, ma anche in quelli della disciplina del personale penitenziario e della sua riorganizzazione, nonché del servizio sanitario (un'apposita commissione ha avviato i lavori per l'attuazione della legge esistente). Il Governo ha anche compiuto azioni tendenti a porre al centro del dibattito politico: la funzione rieducativa della pena ed il miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti all'interno degli istituti, la definizione di una disciplina relativa alle attività formative ed al lavoro, sia all'interno che all'esterno delle strutture penitenziarie, e la ridefinizione della normativa relativa alle pene alternative. Occorre considerare, poi, le altre cose fatte: il lavoro completato dalla Commissione per la depenalizzazione ed il riordino complessivo della materia penale; l'avvio della discussione sulla riforma del processo penale (che va ripreso, perché sicuramente toccato da gravissime polemiche, ma nei modi giusti e con i toni giusti); l'adozione di provvedimenti come quello sulla liberazione anticipata, che si trova alle battute finali. Tutte queste iniziative sono sicuramente indicative di una forte volontà di azione in questo settore.
Se vogliamo fare qualcosa di veramente qualificante, dobbiamo cercare di non votare quattro mozioni, ma una sola forte mozione! A tale proposito, dichiaro che l'UDC (CCD-CDU) voterà a favore dei
quattro impegni contenuti nelle mozioni, ma non delle quattro premesse, perché queste contengono la schermaglia politica, che noi vogliamo escludere da questo dibattito: gli impegni - forse, con qualche piccola attenuazione di toni, perché vi sono sfumature polemiche anche in parte degli impegni - sono giusti, sono condivisibili e li potremo votare tutti. Con tale voto, l'UDC (CCD-CDU) non solo condivide la disponibilità a lavorare affinché i problemi penitenziari vengano risolti, ma assume formalmente un impegno - perché si tratta di materie inscindibili - a dare priorità alla riforma della giustizia ed a garantire a questa la necessaria organicità.
Nell'ambito di un'operazione complessiva di riforma del sistema, è possibile - perché no? - anche una misura come quella della quale si discute in questi giorni, una misura dagli effetti immediati, che esca dallo schema tipizzato e dagli istituti esistenti nel nostro ordinamento, che contemperi la prioritaria esigenza di sicurezza dei cittadini (alla quale dobbiamo comunque dare risposta) con la necessità di dare una risposta immediata alla disastrosa situazione penitenziaria, dovuta, senza con questo volere attribuire responsabilità ad alcuno, a tanti, troppi anni di mancanza di risposte in senso riformatore in materia di giustizia (Applausi dei deputati del gruppo dell'UDC (CCD-CDU)).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ercole. Ne ha facoltà.
CESARE ERCOLE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'onorevole Guido Giuseppe Rossi ha illustrato la nostra mozione, io mi soffermerò su un tema altrettanto annoso per tutti noi, che è la tutela della salute all'interno delle carceri.
La complessità della questione coincide con la difficile ricerca di un punto di equilibrio tra il diritto alla salute del condannato e il diritto-dovere dello Stato a fargli espiare la pena. Il potenziale conflitto tra queste due esigenze è presente nella stessa Costituzione. Da una parte, l'articolo 27 prevede che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (l'articolo 32 aggiunge che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo), dall'altra parte, tuttavia, l'articolo 3 stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge (da cui si deduce che qualsiasi cittadino, se subisce una condanna, deve scontarla).
Ad aggravare questa situazione di conflitto concettuale tra diritto alla salute ed esigenze di giustizia sono le stesse condizioni materiali di vita all'interno degli istituti penitenziari. Anche se non esiste una chiara e precisa correlazione tra la reclusione in carcere ed il sorgere di malattie, è noto che la detenzione favorisce la diffusione di patologie. La convivenza forzata, il sovraffollamento delle carceri, le precarie condizioni igieniche determinano infatti l'insorgere di un ambiente socio-sanitario per così dire deviato, del tutto peculiare rispetto al mondo esterno. Se poi dall'ambiente collettivo si passa ad analizzare le singole situazioni individuali, è facile riscontrare la sussistenza di malattie collegabili a dipendenza da alcool o droghe nonché alla presenza di disturbi mentali o di cattive condizioni economiche, fattori questi che, inevitabilmente, si ripercuotono sulla predisposizione personale alla malattia.
Tenendo presente questa situazione generale è allora importante provvedere affinché la separatezza dell'universo penitenziario e la necessità di una giusta pena non comportino per la popolazione carceraria la perdita della facoltà di esercizio dei propri diritti o il mantenimento dei medesimi a mero titolo nominale. Piuttosto, è necessario provvedere alla salvaguardia diretta di quelle capacità individuali che influiscono sullo stato di salute e sull'esercizio del diritto ad esso collegato. È peraltro evidente che la condizione peculiare della detenzione può modificare le modalità di tutela del diritto alla salute ordinariamente implementate. In particolare, si evidenziano i limiti potenziali cui può essere subordinata l'organizzazione
dei servizi sanitari al fine di tutelare altri interessi legati allo stato di reclusione, tra cui le esigenze di sicurezza, che possono diventare primarie rispetto al diritto della tutela della salute.
Se in molti casi sono i bisogni della giustizia a limitare il diritto di cui all'articolo 32 della Costituzione, vi sono circostanze in cui il rapporto tra i due interessi viene ad essere capovolto. Mi riferisco a quelle situazioni estreme di rischio sanitario in presenza delle quali il legislatore ha previsto una sospensione della pena o un diverso espletamento della medesima. Rientrano in questa categoria i rinvii obbligatori o facoltativi della pena nei casi di gravi deficienze immunitarie o gravi infermità fisiche nonché quelle misure di detenzione domiciliare, di affidamento in prova e di ricovero in strutture extramurarie volte a garantire al condannato una adeguata assistenza terapeutica. In tali circostanze è infatti il diritto alla salute a risultare prioritario e a permettere temporanee sospensioni o attenuazioni nell'applicazione della giustizia.
Mi sembra quindi importante evidenziare come nei casi patologici estremi l'ordinamento abbia già provveduto a garantire il carattere di umanità della pena previsto dall'articolo 27 della nostra Costituzione, consentendo misure straordinarie di tutela della salute. Che tali misure di sospensione o attenuazione della pena siano applicate con eccessive riserve da parte dei giudici è un'altra questione.
Il problema reale è che la giurisprudenza non ha ancora elaborato una definizione compiuta degli eventi patologici per i quali è inutile una prosecuzione della detenzione in carcere. Conseguentemente, si è determinata, nella prassi, una realizzazione del criterio oggettivo diagnostico della gravità della malattia in funzione dell'adeguatezza o meno del servizio sanitario intramurale. Da questa osservazione emerge chiaramente come la stessa assistenza interna al carcere rappresenti un discrimine tra ciò che deve essere curato interamente e ciò che, invece, va destinato all'esterno. È allora essenziale individuare la portata ottimale dell'assistenza interna in modo tale che risultino più definiti i casi di sospensione e attenuazione della pena e che sia altresì possibile garantire un'applicazione della giustizia certa e uguale per tutti.
Al di là dei casi limite è allora proprio per l'assistenza sanitaria all'interno del carcere che si pone il problema del contemperamento tra esigenze di giustizia e tutela della salute. In questo specifico ambito è nostro dovere valutare e ponderare la salute del carcerato in modo a sé stante, secondo parametri distinti da quelli utilizzati per i cittadini liberi. Se, infatti, consideriamo le condizioni di vita determinate dalla reclusione, riusciamo a comprendere come tale assunto non sia antinomico rispetto al dispositivo dell'articolo 1 del decreto legislativo n. 230 del 1999 secondo il quale i detenuti e gli internati hanno diritto, al pari dei cittadini in stato di libertà, all'erogazione delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione efficaci ed appropriate. Piuttosto, è necessario applicare ai detenuti un concetto di uguaglianza non meramente formale, bensì sostanziale, per cui, stante la loro diversa condizione di salute, è necessario anche prevedere specifiche modalità di diagnosi e di cura. Sottolineare la specificità dei problemi sanitari all'interno del carcere non significa, peraltro, negare ai condannati l'assistenza sanitaria riconosciuta quale irrinunciabile diritto di ogni cittadino. Ciò che non può essere messo in discussione in un dibattito sulla medicina penitenziaria è infatti la necessità di garantire ai detenuti i livelli essenziali di assistenza. Tale fondamentale funzione, che la riforma introdotta dal decreto legislativo n. 230 vorrebbe affidare al servizio sanitario nazionale, dovrebbe, a nostro parere, continuare ad essere svolta dal Ministero di giustizia. Garantire i livelli essenziali di assistenza in un penitenziario è, infatti, cosa assai diversa dall'esercitare la medesima funzione in un qualsiasi ospedale o centro di cura. La nostra idea è, pertanto, quella di mantenere nel carcere un'assistenza sanitaria di base di primo livello, affidata ad un'organizzazione autonoma demandata al Ministero
della giustizia. Gli interventi di urgenza per le cure specialistiche dovrebbero essere garantiti da un sistema di guardia medica 24 ore su 24 ed una assistenza specialistica ambulatoriale di secondo livello commisurata alle esigenze delle singole realtà.
Le nostre perplessità sulla riforma introdotta dal decreto n. 230 e, in particolare, dalla mozione Finocchiaro, possono essere articolate in tre punti corrispondenti alle tre fondamentali argomentazioni addotte dai sostenitori della riforma stessa.
In primo luogo, si è detto che il nuovo sistema in fase di transizione consente di superare una separatezza storica tra cultura ed esperienze diverse che hanno una finalità comune: la tutela della salute della persona detenuta. A nostro parere, questa espressione presenta delle ambiguità di fondo: da una parte, infatti, la separatezza è insita nella natura stessa del carcere che rappresenta un mondo a sé stante, del tutto distinto dalla realtà esterna; dall'altra, esprimersi in termini di separatezza corrisponde a fraintendere, in senso provocatoriamente discriminatorio, quella diversità di esperienze che non solo è inevitabile a causa della specificità delle condizioni di salute interne al carcere, ma è anche necessaria per un'efficiente e competente assistenza ai detenuti. Il corpo del recluso presenta, infatti, caratteristiche del tutto peculiari rispetto a quello del cittadino libero perché la pena della prigione è una pena corporale, qualcosa che, da sé, provoca dolore fisico e produce malattia e morte. Mentre il concetto di salute è chiaro e distintivo nel cittadino libero, il detenuto è facilmente torturato da una perdita della propria identità, vissuta anche come perdita del proprio corpo e della propria memoria. All'interno dell'universo astratto ed estemporaneo del carcere la differenza tra salute e malattia perde, allora, i connotati ordinari ed assume una dimensione del tutto peculiare. A parità di diagnosi, anche la patologia sembra, infatti, assumere caratteristiche non assimilabili a quelle riscontrate all'esterno, derivando da un intreccio complesso tra disturbi psichiatrici, sintomi psicosomatici ed infermità fisiche.
Quindi, non è possibile assimilare genericamente il paziente detenuto al paziente medio cui è destinato il servizio sanitario nazionale; piuttosto, è necessario che la medicina penitenziaria sia delineata ad hoc sulle esigenze specifiche delle carceri, avvalendosi di tutte quelle competenze umane e strumentali atte a garantire una tutela effettiva della salute dei detenuti.
La seconda argomentazione addotta a sostegno della riforma del 1999 riguarda l'esigenza di mettere a disposizione del carcere tutto il potenziale del servizio sanitario nazionale. Al riguardo, non posso che ribadire quanto già osservato in precedenza: l'assistenza sanitaria penitenziaria deve essere specializzata, ponderata sulle condizioni effettive dei detenuti, che sono inevitabilmente diverse da quelle dei cittadini liberi. Pensate, a titolo esemplificativo, cosa succederebbe se un medico iscritto nelle liste del servizio sanitario nazionale fosse destinato ad un penitenziario contro il suo reale intendimento e senza una consolidata esperienza nel campo: probabilmente egli si troverebbe a soccombere di fronte alla dura realtà del carcere, dove esercitare la professione medica corrisponde ad una vera e propria missione. La scelta del personale medico da utilizzare nell'assistenza intramurale dovrebbe privilegiare competenza ed esperienza e dovrebbe essere compiuta da chi conosce, in maniera approfondita, i problemi sanitari dei detenuti, ad esempio dal direttore del penitenziario.
Mantenere la medicina penitenziaria tra le competenze del Ministero di grazia e giustizia non significa peraltro abbassare il livello potenziale di assistenza. Non credo, infatti, a chi sostiene che l'attuazione della riforma assicurerà più cure terapeutiche e maggiore tempestività di intervento ai detenuti e, soprattutto, non comprendo come tutto questo possa avvenire a costo zero. Il problema effettivo non è allora quello di demonizzare il vecchio sistema come fonte di tutti i mali riscontrati
nell'assistenza interna alle carceri, ma è quello di continuare a sperimentare. Piuttosto, sarebbe opportuno migliorare ciò che già c'è, trovando soluzioni ottimali per la gestione delle risorse disponibili.
Infine si è detto, a difesa della riforma, che il nostro sistema consentirà di salvaguardare il patrimonio di esperienze acquisite dalla medicina penitenziaria. Ora, non riusciamo a comprendere come questo possa avvenire affidando alle ASL competenze che sono state patrimonio specifico dei dipartimenti dell'amministrazione penitenziaria. Il nostro dubbio è pertanto che il passaggio del testimone avvenga a detrimento della qualità del servizio, della competenza e del personale ad esso adibito.
PRESIDENTE. Onorevole Ercole, la invito a concludere.
CESARE ERCOLE. Signor Presidente, mi avvio a concludere. In conclusione, circa la riforma, sembra essere confermato, dalla difficile transizione in corso, che questa, dopo tre anni, non sia ancora arrivata ad un punto di svolta; nelle regioni in cui è in corso la fase di sperimentazione nulla sembra essere cambiato per i detenuti: stesso sovraffollamento, tante malattie, alcune delle quali causata dal gran numero di stranieri dietro le sbarre. Non vedo, pertanto, quali possibili scenari possano aprirsi alla riforma dal momento che mancano gli strumenti nazionali, i presupposti giuridici e le risorse economiche per compiere un trasferimento ottimale delle strutture e delle funzioni.
Mi auguro, pertanto, che in futuro vi sia occasione per un ripensamento che evidenzi come separare la medicina penitenziale dal servizio sanitario nazionale non corrisponda a negare l'assistenza sanitaria, cui tutti i detenuti hanno diritto, ma significhi semplicemente adattare ad una realtà particolare un servizio che vuole esser specialistico (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Folena. Ne ha facoltà.
PIETRO FOLENA. Signor Presidente, signor ministro, credo che sia abbastanza rara un'occasione quale quella odierna, perché ci troviamo a discutere di mozioni che contengono proposte e linee di indirizzo sulla situazione carceraria; stiamo discutendo un tema - dobbiamo essere sinceri, colleghi e colleghe - che non è tra i più popolari nel paese, e che, per dirla in modo un po' volgare, non porta voti, come del resto ci ha spiegato ieri sera in televisione, alla trasmissione Porta a Porta, il Vicepresidente del Consiglio Fini. Ho ascoltato l'intervento dell'onorevole Bondi ed ho letto la sua intervista sul Corriere della Sera, con il suo sbigottimento per le parole di Fini e la convinzione - da lei espressa a chiare lettere - che quella del Vicepresidente sia anche una presa di distanza dal Capo del Governo su questo argomento.
Intendiamoci: è molto facile cavalcare i sentimenti di paura e di insicurezza. Nel passato per molte parti politiche di questo Parlamento (mi riferisco ad un passato lontano, ma anche ad uno più vicino) è stato difficile resistere alla tentazione di cavalcare sentimenti di insicurezza e di paura. Il timore della criminalità è reale e rispondere alle esigenze di sicurezza è una reale necessità. Tuttavia, credo che la forza della politica e, soprattutto, del Parlamento e di chi ha responsabilità legislative - lo dico al ministro, anche se è impegnato in altre conversazioni - è avere dei valori e dei principi molto netti e chiari, cui ispirare le proprie scelte. Non possiamo lasciare tutto ciò solo alla straordinaria forza evocativa della religione o del capo della religione cattolica.
Sono convinto, come hanno detto prima i colleghi Carboni e Molinari, che le condizioni di civiltà di un paese si ravvisino da alcuni dati elementari: mi riferisco alle condizioni delle proprie scuole, alle condizioni dei propri ospedali e delle strutture sanitarie, alle condizioni delle carceri.
Il carcere è di per sé dolore e sofferenza perché è istituzione totale, è privazione di libertà, che risponde - il collega Ascierto si è soffermato su questo aspetto
- ad altro dolore, ad altra sofferenza ed a privazione di libertà inferta da chi ha commesso reati. Tuttavia, la condizione del sistema carcerario italiano, per molti suoi aspetti - lo dice chi ogni settimana visita uno o due istituti diversi e lo fa da anni, non per sobillare rivolte, bensì perché ritiene che l'attività di un parlamentare non contempli questo diritto ma imponga questo dovere nei confronti di chi si trova in quelle condizioni -, presenta aperte violazioni di diritti umani (dobbiamo dirlo modestamente e, credo, collegialmente), per la situazione di sovraffollamento, per la situazione di stress a cui è sottoposto il personale, per la scarsezza di educatori e di assistenti, per la condizione dell'assistenza sanitaria su cui civilmente il collega Ercole si è confrontato (sebbene io abbia altre opinioni), per il fatto che la speranza ogni giorno all'interno del circuito dell'esecuzione della pena tende a morire.
Poco vale che in altri paesi civili vi siano condizioni analoghe o non dissimili; ciò non ci consola. Anche grandi paesi democratici, come gli Stati Uniti, presentano nel loro ordinamento sistemi che non condividiamo dal punto di vista penale. Prevedono, ad esempio, delitti di Stato come la pena di morte, contro cui questo Parlamento si è impegnato molto nettamente nella scorsa legislatura. La questione è quella del senso della pena, che nella società moderna, in questi ultimi anni, torna ad essere l'occhio per occhio, dente per dente e torna ad essere prevalentemente afflizione e tortura. Il carcere per tanti detenuti, soprattutto per i giovani che vi entrano per la prima volta, diventa nei fatti luogo di formazione alla criminalità.
Vorrei ringraziare, come membro del Parlamento, i direttori delle carceri del nostro paese, i ragazzi della polizia penitenziaria, gli educatori, gli assistenti, le decine di volontari, cattolici e laici, che operano nelle carceri, perché è grazie a loro che non vi è ogni giorno un problema di ordine pubblico nelle carceri, dal momento che sono loro a supplire alle carenze legislative, amministrative e finanziarie.
Ho visitato alcune carceri nel Mezzogiorno piuttosto trascurate dalle istituzioni nelle quali il direttore candidamente ha ammesso di aver affidato, per quieto vivere all'interno dell'istituto, ciascuno dei grandi bracci di tali istituti ad una famiglia criminale per evitare che entrino in lotta tra di loro all'interno del carcere, in qualche modo riconoscendo che esista all'interno del carcere una gerarchia, anche di tipo criminale.
Lo dico in questa sede, ma lo dico anche ai detenuti nelle carceri quando ci vado, ministro Castelli, non a sobillare rivolte, ma ad occuparmi di questi problemi: sono contro l'abolizione del 41-bis. Riconoscere le ragioni della protesta non vuol dire sposare tutta la piattaforma, se così si può dire, della protesta nelle carceri. Tali proteste sono state civili: mi riferisco, ad esempio, al rifiuto del cibo nell'amministrazione penitenziaria, donato spesso alla Caritas e ad altre organizzazioni per darlo ai poveri.
Credo che l'appello del Pontefice della scorsa settimana chiami la politica ad una propria responsabilità e chiami tutti noi ad un salto di qualità sul terreno della cultura politica. L'ideologia per cui la criminalità è combattuta e vinta quando il detenuto è rinchiuso e si può buttare la chiave ha fatto strada nel corso degli ultimi vent'anni. Credo vi sia un grande problema di cultura della società civile, di educazione civica, anche dei ragazzi nelle nostre scuole: conoscere cosa sono le carceri, a mio avviso, insegnerebbe più di tante parole astratte.
Vorremmo che quello di oggi fosse un forte atto di indirizzo. Oggi il carcere, ministro Castelli, e certamente non per responsabilità sue o di questo Governo, nelle società avanzate è diventato una struttura - lo posso dire? - di classe. Negli ultimi vent'anni i tagli allo Stato sociale si sono accompagnati all'affermazione di quello che molti studiosi chiamano lo Stato penale. Sono i dati a raccontarci tale situazione: in Italia vi
sono 93 detenuti per 100 mila abitanti; in Gran Bretagna 124 detenuti per 100 mila abitanti; in Svezia, paese più civile, 64 detenuti per 100 mila abitanti. In ogni caso, in tutti questi paesi da 15-20 anni a questa parte cresce la popolazione detenuta. Negli Stati Uniti, e spesso il modello americano di detenzione viene indicato come quello a cui ispirarsi, vi è il 2,8 per cento della popolazione detenuta, che sale al 4,9 per cento per i maschi: in particolare, 944 maschi bianchi per 100 mila abitanti, 6.607 maschi di colore per 100 mila abitanti. In Italia ed in Europa non siamo a questi livelli, ma il 30 per cento della popolazione carceraria, secondo i dati dell'amministrazione penitenziaria, è fatto di extracomunitari.
Dunque, l'emergenza del carcere non nasce ora, ma cosa ha suscitato indignazione in queste settimane? Affermazioni come quella sul «grand hotel», che mi fa piacere siano state smentite; documenti riservati dell'amministrazione penitenziaria secondo cui alcuni colleghi dell'opposizione sobillano la rivolta; Antigone, associazione che da anni opera per il volontariato nelle carceri, indicata come un gruppo anarco-insurrezionalista volto ad organizzare la rivolta. Dietro tutto questo vi è la stessa ideologia di cui il Presidente Fini ha dato aperta dimostrazione nell'intervento televisivo di ieri.
Vi è un punto che riguarda la politica giudiziaria di questo Governo. La situazione era grave già negli anni precedenti (negli anni ottanta abbiamo raggiunto i 40 mila detenuti, negli anni novanta abbiamo superato i 50 mila detenuti, di questo passo nel prossimo decennio supereremo i 60 mila) e la politica giudiziaria di questo Governo non è che sia stata assente. In quest'aula, forse, l'argomento di cui più si è parlato in questo anno e mezzo è stato la giustizia, come ricordato dal collega Carboni. Ma ci siamo occupati sempre di norme relative alla classe dirigente politica ed economica: dal falso in bilancio alle rogatorie, fino alla Cirami e a tanto altro, e mai di norme che riguardano i poveracci, gli extracomunitari, per i quali invece questo Parlamento ha approvato una normativa, come la Bossi-Fini, che corrisponde esattamente a quell'ideologia panpenalistica, sicuritaria e intrinsecamente razzista, che ritengo dobbiamo combattere.
Allora, e concludo, credo occorra ispirarsi a principi molto chiari: in primo luogo, che la legge deve essere veramente uguale per tutti coloro che hanno sbagliato, anche se si tratta di una persona potente! In secondo luogo, che le garanzie ci devono essere effettivamente per tutti e che il carcere deve essere un luogo in cui si coltiva la speranza. Chi conosce le celle sa che, se un detenuto, o una collettività di detenuti, non ha la speranza di poter uscire e di rifarsi una vita, di studiare, di poter imparare un lavoro, si deprime: si deprime lui, si deprime la struttura e così il carcere diventa alla fine un luogo di alimentazione dell'insicurezza e della criminalità!
Quindi è nel nome dei valori della sicurezza - che si sbandierano tanto - che dico che abbiamo bisogno di un diritto mite, che abbiamo bisogno di quella riforma del codice penale della commissione Grosso della scorsa legislatura - attenderemo invece le novità dell'attuale Commissione -, che abbiamo bisogno di finanziare il lavoro. Al riguardo il collega Guido Giuseppe Rossi ha detto che è aumentato il lavoro nelle carceri, ma personalmente i direttori mi raccontano - ma ovviamente ci incontreremo, ministro Castelli, perché non voglio fare ora esempi troppo specifici - che il lavoro negli ultimi mesi si è dimezzato per la carenza di finanziamenti. Ma poi vi sono anche le difficoltà con le regioni per la formazione professionale. Dunque: lavoro, formazione, condizioni della sanità, fino a grandi temi di civiltà che non costano una lira, come il diritto all'affettività nelle carceri (con riferimento al quale il sottoscritto ed anche il collega Boato abbiamo presentato, nella scorsa e nella presente legislatura, delle proposte di legge).
Allora mettiamo oggi le basi di questo intervento. Mettiamo le basi di un piano strutturale che rilanci le misure alternative: il lavoro, la scuola, la formazione,
l'area penale esterna. Al tempo stesso, il coraggio di un atto di deflazione, di un atto di clemenza, di un indulto, che evidentemente avrà un carattere straordinario, ma che deve essere per noi l'occasione per cominciare una nuova politica penitenziaria, facendolo anche come Parlamento. È un atto di responsabilità e di forza che, se questo Parlamento avrà il coraggio di compiere, credo potrà scrivere una pagina indicativa di un'inversione di tendenza rispetto a scelte sbagliate che sono state compiute nel corso dei decenni passati in tutte le società occidentali e, a mio modo di vedere, di scelte sbagliate che hanno caratterizzato la politica giudiziaria dell'attuale Governo nell'ultimo anno e mezzo (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Mario Pepe. Ne ha facoltà.
MARIO PEPE. Oggi la Camera richiama l'attenzione del Governo sul problema del sovraffollamento delle carceri. Però, vedete, colleghi, il sovraffollamento delle carceri rappresenta l'ultimo disagio, l'ultima sofferenza, dei detenuti. Per loro vi sono infatti sofferenze più gravi: le sofferenze dei diritti negati! Allora, vorrei chiedere a questo Parlamento: ma le leggi che abbiamo approvato sono valide anche per i detenuti oppure no? E se sono valide anche per i detenuti, perché non si applicano?
Il malessere presente nelle carceri non è, ministro Castelli, legato al sovraffollamento, bensì esso è legato al fatto che, nonostante il Parlamento negli scorsi anni abbia approvato delle leggi che regolano la vita nelle carceri, il lavoro dei detenuti e che attribuiscono dei benefici che sono diventati diritti, questi diritti sono puntualmente negati! Da qui nasce il malessere nelle carceri.
Da poco il Parlamento ha posto fine a una vergogna: molti detenuti uscivano senza che il tribunale di sorveglianza potesse accordare loro i benefici stabiliti dalla legge. Grazie a Dio, l'approvazione della legge sulla liberazione anticipata ha posto fine a tale situazione.
Allora, onorevole Ascierto, credo sia giusto - e sono il primo a sostenerlo - assicurare la certezza della pena. Non riusciremo a governare le carceri italiane, se non garantiremo ai detenuti la certezza e anche la speranza dei diritti.
Pochi giorni fa, ho visitato il carcere di Velletri - nel mio collegio elettorale - e ciò che mi ha colpito è che la maggior parte dei detenuti deve scontare residui di pena dai 15 giorni ai 3 mesi. Dunque, se c'è una legge che permette loro di essere affidati ai servizi sociali, perché questi cittadini non riescono a cogliere l'opportunità della legge? Allora, è necessario approvare leggi più facilmente applicabili; questo è il vero problema del Parlamento, in quanto le leggi ci sono.
Vorrei rivolgere un invito al ministro Castelli: so che lei ha annunciato stanziamenti per potenziare ed ampliare le carceri; io vorrei consigliare di utilizzare parte di quegli stanziamenti per potenziare i tribunali di sorveglianza. Infatti, tali tribunali sono sotto organico, non riescono ad esaminare le istanze dei detenuti e non riescono a garantire quella speranza di cui parlava l'onorevole Folena.
Qualcuno diceva che, per capire la civiltà di un popolo, occorre guardare il codice penale, io dico che si deve guardare anche la condizione delle carceri e se, in questi istituti, viene garantita la legalità. In tal modo riusciremo a governare le carceri!
Se attueremo ciò, non credo sarà necessario un indulto, un minindulto o un indulto mascherato; occorre rendere accessibili le leggi già esistenti. Solo così potremo avvicinare l'Italia all'Europa, che non è solo quella dei banchieri e dell'euro, ma soprattutto quella della civiltà e del diritto (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cento. Ne ha facoltà.
PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, credo che la discussione, promossa oggi attraverso l'esame di queste mozioni, sia utile; tuttavia, ritengo debba essere
accompagnata da un dibattito parlamentare, già avviato in Commissione giustizia alla Camera e già al centro delle discussioni politiche nel nostro paese.
L'emergenza carceraria non è un'invenzione di quei parlamentari che, a mio avviso, svolgendo bene il proprio dovere, nei mesi scorsi si sono recati nelle carceri italiane per verificare direttamente le condizioni di vita esistenti nel sistema penitenziario. Si tratta di condizioni di vita che riguardano i detenuti ma, ovviamente, anche la polizia penitenziaria e le centinaia e centinaia di uomini e donne che, in maniera volontaria, svolgono un'azione civica di recupero, di sostegno, di ausilio ai detenuti.
È un'emergenza determinata dai fatti e non è un caso che il dibattito politico di queste ultime settimane sia sempre più incentrato sulla questione carceri e sui provvedimenti necessari per intervenire su questa situazione di emergenza.
Abbiamo assistito positivamente - lo ribadisco in questa sede - alle azioni di protesta, assolutamente pacifica, registrate all'interno degli istituti penitenziari italiani, che hanno coinvolto migliaia di detenuti e che sono state interrotte nel momento in cui, responsabilmente, i detenuti hanno capito che, nel Parlamento, vi erano spazi per aprire una discussione di merito sulla questione penitenziaria. Discussione ripresa a ridosso della visita del Papa al Parlamento e sospesa dopo le parole del Santo Padre, con le quali si chiedeva - ovviamente nel rispetto dell'autonomia laica di un'istituzione come Parlamento - un atto di clemenza, come uno degli strumenti per superare la condizione di sovraffollamento del sistema carcerario.
Sono convinto che le nostre carceri non siano degne di un paese civile. Le nostre carceri non sono hotel a quattro stelle. Le nostre carceri vivono una situazione drammatica per carenza di strutture e di personale e perché il sistema delle sanzioni penali è completamente inadeguato all'obbiettivo previsto dalla Costituzione: rieducare, reinserire, riportare il detenuto dentro un contesto civile.
Credo che anche coloro che, giustamente, parlano della sicurezza dei cittadini come bene primario da salvaguardare e da considerare debbano comprendere oggi che, se non si interviene sul sistema penitenziario del nostro paese, anche il bene della sicurezza dei cittadini rischia di essere inficiato. Se chi commette un delitto entra in carcere e, dopo poco, ne esce peggio di come è entrato, perché il carcere ha fallito la sua funzione di reinserimento del detenuto, avremo soltanto un altro criminale, piccolo o grande a seconda del reato, che entra ed esce dal carcere ma che, quando sta fuori, continua a commettere reati e, quindi, a costituire un pericolo per la collettività e per la sicurezza. Rieducare e reinserire il detenuto in un contesto civile conviene anche alla società, perché è uno degli strumenti che consentono di ridurre la pressione esercitata dalla microcriminalità nei confronti del cittadino. Se non mettiamo questi due valori, queste due iniziative, questi due livelli in relazione tra loro, rischiamo di svolgere un dibattito demagogico o semplicemente buonista. Credo che il dibattito sia costituito da questi due aspetti e che essi siano in relazione.
Che fare? Mi rivolgo ai colleghi parlamentari e al Governo. Sono preoccupato. Tutte le forze politiche hanno manifestato attenzione e disponibilità al problema, soprattutto dopo le parole del Papa in Parlamento sulla necessità di intervenire con un provvedimento di clemenza che, come sappiamo bene, è una condizione sine qua non per predisporre, poi, le riforme strutturali del sistema penitenziario che ci consentano di intervenire sul pianeta carcere. A fronte di quel dibattito e di quella disponibilità, con il passare dei giorni, assistiamo ad un progressivo ritrarsi delle responsabilità da parte delle forze politiche e delle rappresentanze parlamentari.
Credo vi sia un problema di strutture e di finanziamenti, anche nella legge finanziaria all'esame del Parlamento. È necessario intervenire per aumentare le risorse finanziarie in favore del pianeta carceri, ma non per costruire nuove strutture.
Questa è una soluzione che vuole indurre nella cultura del nostro paese la convinzione che alla criminalità si risponda soltanto costruendo nuove carceri e, quindi, aumentandone il numero. Certamente, abbiamo un problema di razionalizzazione degli spazi: non si può più assistere ad un simile scandalo, come ha visto chi ha visitato il carcere di Sollicciano, a Firenze, tanto per fare un esempio, dove vivono in nove dentro una cella che è stata pensata per due persone.
Quindi, abbiamo certamente il problema di intervenire per razionalizzare gli spazi, ma abbiamo anche il problema di intervenire su altri tre aspetti. Il primo è il problema sanitario. Il secondo è rappresentato dal diritto al lavoro, che costituisce una delle forme di recupero del detenuto nelle carceri. Bisogna incentivare le forme di attribuzione di lavoro ai detenuti. Insieme al sistema sanitario e al sistema lavorativo, vorrei segnalare il sistema della cooperazione: si tratta di incrementare il ruolo svolto dalla cooperazione sociale, pubblica e privata, laica e religiosa, capace di accogliere il detenuto quando esce dal carcere.
PRESIDENTE. Onorevole Cento, la invito a concludere.
PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, mi avvio alla conclusione.
Queste sono le nostre ragioni. Questo è il significato della mozione Finocchiaro ed altri n. 1-00118, che i Verdi hanno sottoscritto.
In conclusione, vorrei ricordare quale sia la premessa dell'intero discorso. Mi auguro che da questo dibattito, da questo solenne momento di discussione sulla tematica delle carceri derivi la volontà chiara di intervenire anche con un provvedimento previsto dalla nostra Costituzione e già all'esame della Commissione giustizia della Camera, in varie articolazioni. Mi riferisco ad un provvedimento generale di indulto.
Solo con lo strumento dell'indulto, noi riusciamo ad attivare un meccanismo virtuoso di responsabilità politica sulla questione carceraria, che ci renda capaci di intervenire in maniera strutturale con quelle riforme di cui tanto abbiamo parlato e che in questa sede non riprendo per ragioni di brevità.
Queste sono le ragioni che ci hanno portato, come Verdi, a sottoscrivere la mozione presentata dall'Ulivo, ma sono anche le ragioni che ci portano a ritenere importante il fatto che da questo dibattito emerga un rinnovato impegno nella direzione che indicavo prima.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Mascia. Ne ha facoltà.
GRAZIELLA MASCIA. Vorrei anzitutto precisare che non ci metteremo a fare polemiche, approfittando della presenza del ministro oggi in aula. Facciamo e continueremo a fare il nostro «turismo carcerario» come Gruppo, pensando non solo che ciò sia legittimo ma anche buono e utile.
Abbiamo molto riflettuto sull'opportunità di presentare una nostra mozione, ma abbiamo scelto di non farlo perché, in questo momento, in questo contesto politico, parlare e discutere del problema del sovraffollamento nelle carceri, della necessità di offrire ai detenuti condizioni di dignità umana, ci sembra una cosa un po' scontata (anzi, può apparire persino banale).
Abbiamo deciso cioè, di non unirci ad un coro che, in questo momento, potrebbe apparire un po' come la «fiera dell'ipocrisia».
Sottolineo subito che, nei confronti di due mozioni in particolare, manifestiamo una diversità, una contrarietà di impianto culturale mentre, su altre due, vi sono aspetti che condividiamo in parte, o comunque che ci portano a voler discutere e ragionare.
Tuttavia, il problema riguarda l'approccio complessivo con cui si intende ad affrontare un problema così spinoso. Pensiamo non sia più possibile, ogni tre giorni, lamentarci e piangere sul fatto che vi siano migliaia di persone nelle nostre carceri, che stanno male, vivendo in condizioni
disumane, ma poi non fare nulla, anzi, proporre politiche che vanno in tutt'altra direzione.
Tutti hanno richiamato la visita del Papa. Penso che, anche in questo caso, sia ora di finirla: il Papa, giustamente, ha lanciato un appello - non è la prima volta - ma qui c'è un problema di responsabilità da parte di un Parlamento che, invece, non riesce ad essere coerente con le dichiarazioni di principio che ogni tanto propone!
Pensiamo che affrontare il problema della popolazione carceraria e del sovraffollamento voglia dire anche affrontare le politiche che determinano tale sovraffollamento. È evidente che quest'ultimo sarà destinato ad aumentare sempre più se le carceri continueranno ad essere considerate alla stregua di discariche in cui versare tutti gli esclusi sociali e i soggetti deboli della società.
Questa è la politica vera che è andata avanti nel corso degli ultimi anni - non solo in Italia - per la quale si decide di segregare coloro che non riescono ad integrarsi per ragioni obiettive, di opportunità di vita e di lavoro. Si tratta di una politica che va nella direzione di aumentare i reati. Ricordo la previsione del nuovo reato di immigrazione, introdotto con legge Bossi-Fini, perché in questo caso la responsabilità principale è di un ministro della Lega: è inutile fare proclami di principio quando poi si va nella direzione di aumentare le pene!
Si è detto, anche questa mattina, nel corso del dibattito precedente, che sarebbe tempo non solo di abolire, depenalizzare i reati minori ma, addirittura, di cancellare i reati di opinione che stanno producendo molti danni in questo momento, sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista concreto della vita delle persone. Si va nella direzione di penalizzare persino i comportamenti, in Italia, in Europa.
Nelle carceri, noi, ci andiamo da anni, ci andiamo ogni settimana. L'altro giorno, nel carcere di Trani, tra i detenuti comuni, vi era un senegalese che stava in carcere da circa un mese e mezzo, probabilmente dimenticato, naturalmente senza avvocato, perché aveva venduto dei compact disc.
Mi chiedo dove stia il buonsenso nel rinchiudere in prigione una persona perché ha venduto un CD. La legge prevede che i CD contraffatti non possano essere commercializzati; si tratta di una delle tante leggi assurde che sono state approvate dalla Camera nella scorsa legislatura. Per quale ragione una persona deve stare in carcere per mesi a causa di un CD contraffatto, mentre tutti sono pronti a perdonare coloro che commettono reati contro lo Stato o che hanno a che fare con il falso in bilancio e le false denunce dei redditi?
In tante occasioni abbiamo parlato di una giustizia che colpisce sempre i deboli; credo che il carcere sia l'espressione concreta di questa realtà. Per convincersi di questo basta guardare i soggetti e le caratteristiche di questo sovraffollamento. Le caratteristiche sociali del sovraffollamento determinano, inoltre, un'altra conseguenza rappresentata dalla penalizzazione e dall'aumento dei reati.
L'Italia è un paese democratico che ha una legislazione contenente principi fondamentali i quali dovrebbero ispirare il rapporto con la pena e considerare il carcere come ultima ratio. In realtà tutte le leggi, anche le migliori che sono state approvate dal Parlamento, vengono ormai regolarmente svuotate e vanificate.
Naturalmente pensare ad un reinserimento, ad un recupero sociale significa - da parte del Governo, da parte dello Stato - produrre politiche che vanno in questa direzione: significa investire soldi per il personale, per gli operatori sociali. Bisogna investire soldi affinché le persone sottoposte a carcerazione possano reintegrarsi adeguatamente nella società esterna. Vanno, quindi, curati i rapporti con gli enti locali e con le aziende per i problemi del lavoro, ma è la politica nel suo insieme che deve essere presa in esame, non sono le statistiche, né l'elenco delle cose che si potrebbero, si dovrebbero fare o le leggi che esistono. Il tipo di popolazione carceraria impedisce persino di godere di quei benefici umani considerati minimi.
Quando ci si reca al carcere femminile di Rebibbia, vi si trovano oramai in media 26 bambini; ciò è conseguenza del fatto che le donne non possono usufruire della legge che consentirebbe loro di tenere i bambini fuori dal carcere. Ciò potrebbe accadere solo se queste ultime fossero titolari di un domicilio, insomma di tutte le condizioni che la legge prevede. Questi fatti fondamentali ci fanno comprendere che non possiamo fare l'elenco delle cose che non vanno. Poi vi è il problema della sanità, come è stato giustamente richiamato in quest'aula: ma la sanità chiede soldi. Abbiamo carceri in cui vi sono tutti gli strumenti specialistici del caso, ma non si possono pagare gli specialisti. I detenuti si debbono pagare i medicinali e vi sono dei direttori che si assumono responsabilità di andare in rosso nei bilanci e, così facendo, non so cosa rischino. Pensare di non dare i farmaci necessari a detenuti che, come si sa, non se lo possono permettere è una cosa assurda.
Elencare le cose che si dovrebbero fare o che fanno già parte delle leggi, ma non dire quali sono le volontà politiche reali, pensiamo che in questo momento rappresenti un elemento di ipocrisia, tanto più in una fase come questa.
Abbiamo discusso della modifica dell'articolo 79; si parla ormai tutti i giorni della questione dell'indulto; nell'ambito della Commissione giustizia è in discussione la proposta di legge Pisapia-Buemi. Penso che chi vuole affrontare davvero la questione carceraria debba cambiare politica e questa non è certamente l'ispirazione che sta dentro alla mozione della Lega. Le politiche debbono andare in un'altra direzione, ma in questo momento vi è anche la necessità di dare una risposta che in tutti questi anni non è stata data. L'indulto è una cosa complicata in base alla quale non si riesce a mettere d'accordo le forze politiche. Vi è una proposta molto concreta che non è un indulto, che è una sospensione della pena temporanea e condizionata; è una sospensione della pena che offre tutte le garanzie di sicurezza ai cittadini che, naturalmente, potrebbero essere preoccupati di un impatto di questo tipo.
Penso che responsabilità di un Parlamento dovrebbe essere quella di motivare, di spiegare le ragioni per cui è necessario, è possibile andare in questa direzione e assumersi la responsabilità. Penso che questa responsabilità potrebbe essere davvero larghissima. Occorre però fare una scelta che avrebbe un impatto e che costituirebbe un messaggio assolutamente chiaro. Ci vogliono i soldi e ci vuole almeno questa legge. Io credo che non siano le mozioni che possono salvarci la coscienza (in questo momento diventerebbero un alibi); occorrono non parole ma fatti.
In questo momento dovremmo immediatamente approvare - questi sono i fatti - una legge, come il provvedimento Pisapia-Buemi, ed investire risorse perché si possano predisporre politiche alternative al carcere (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Comunisti italiani).
FILIPPO ASCIERTO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FILIPPO ASCIERTO. Signor Presidente, vorrei che si eliminasse dalla mia mozione n. 1-00126 il primo capoverso della parte motiva, oltre al terzo, come ho annunciato precedentemente.
PRESIDENTE. Hanno chiesto di intervenire nel dibattito alcuni colleghi non iscritti a parlare, che ne hanno fatto richiesta, anche se in questa fase dovrebbe esprimersi il Governo (non potrebbero, pertanto, farlo), a meno che non vogliano prendere la parola in sede di dichiarazione di voto.
Onorevoli colleghi, poiché essi fanno parte di gruppi diversi, della maggioranza e dell'opposizione, se non vi sono obiezioni, concedo loro la parola per tre minuti.
È iscritto a parlare l'onorevole Cola. Ne ha facoltà.
SERGIO COLA. Signor Presidente, dopo aver letto attentamente le mozioni, vorrei intervenire molto telegraficamente per esprimere una considerazione. Mi chiedo se i problemi evidenziati nella mozione Finocchiaro ed altri n. 1-00118, sussistano o meno dal 1996 al 2001. Ritengo che quei problemi fossero, forse, ancora più accentuati rispetto a quelli constatati oggi.
La mozione Bondi ed altri n. 1-00123 contempla una serie di richieste che condivido appieno e sulle quali non mi soffermerò proprio per le ragioni esposte dal Presidente che mi ha invitato ad essere breve. Non posso, tuttavia, fare a meno di ricordare uno degli aspetti più importanti, oserei dire determinanti, al fine di risolvere il problema carcerario, già enunciato con forza, con vigore, con fermezza e con intelligenza dall'onorevole Mario Pepe.
Mi riferisco al problema dei tribunali di sorveglianza. In qualità di presidente del comitato permanente per l'organizzazione giudiziaria, ho ascoltato, unitamente agli altri colleghi, tra gli altri, anche il presidente del tribunale di sorveglianza di Napoli. Ebbene, quel tribunale (riguarda solamente il distretto della Corte di appello di Napoli), si interessa complessivamente del 20 per cento di tutte le procedure di sorveglianza d'Italia.
È chiaro che quel tribunale lavora come un ossesso: vi sono 4 udienze settimanali, per ognuna delle quali si applicano 160 - 170 procedure. Anche se vi è uno sforzo enorme, i problemi non si risolvono assolutamente. Chiaramente vengono scarcerati i detenuti a distanza di tre, quattro mesi (con tre o quattro mesi in più), perché il provvedimento sulla liberazione anticipata non è stato pronunciato in termini utili.
La conclusione delle procedure sull'affidamento al servizio sociale è in enorme ritardo. Addirittura, vi è la necessità di seguire alcuni criteri temporali per cui chi ha raggiunto il limite dei tre anni e, quindi, può essere sottoposto eventualmente all'affidamento al servizio sociale, vede definita la propria posizione processuale a distanza di un anno, un anno e mezzo, rendendo ancora più drammatica la situazione carceraria.
Pertanto, a fronte dei problemi esposti, ritengo che quello più urgente, che potrebbe tra l'altro, caro ministro, richiedere anche un minimo importo di spese, sia relativo al rafforzamento degli organici dei tribunali di sorveglianza.
Se così fosse, noi abbiamo già fatto un tentativo che è andato a buon fine, ovvero quello della liberazione anticipata che quanto meno risolve, in termini assai più celeri, attraverso la competenza trasferita al magistrato di sorveglianza dal collegio, i problemi della concessione della liberazione anticipata. Ma vi è l'affidamento al servizio sociale che ritengo riguardi il 61 per cento dei detenuti, anche con le esclusioni. Questo problema può essere affrontato e risolto soltanto attraverso - ripeto - il rafforzamento degli organici sia dei giudici togati sia degli ausiliari del tribunale di sorveglianza.
Questa era l'osservazione che mi permettevo di svolgere offrendo un contributo concreto, non demagogico e politico in senso stretto, ma tecnico rispetto a quelli che sono i problemi affrontati. Si tratta quindi del tema del rafforzamento del tribunale di sorveglianza, che è stato ricordato dall'onorevole Mario Pepe, e che, a mio modo di vedere è importantissimo ed imprescindibile, potendo risolvere al 50 per cento i problemi che presenta la nostra drammatica realtà carceraria.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Duca, al quale ricordo che ha tre minuti di tempo a disposizione. Ne ha facoltà.
EUGENIO DUCA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei rivolgermi ai colleghi e al ministro Castelli in quanto diversi interventi hanno invocato misure concrete, rapide, benché le mozioni affrontino temi di carattere ed interesse generale, anche di lungo periodo.
Vorrei segnalare ai colleghi - il ministro ne è a conoscenza - che un fatto concreto potrebbe essere rappresentato
dall'apertura di un nuovo penitenziario. Mi riferisco alla casa circondariale in località Barcaglione di Torrette ad Ancona.
La costruzione è completata da tempo ed è situata in una località splendida, una collina che si affaccia sul golfo della città dorica. I due penitenziari di Ancona sono infatti costruiti su due colline, uno rivolta verso il Conero, l'altra verso il golfo. L'ospedale è costruito più in basso; tuttavia, abbiamo pensato in modo lungimirante ai penitenziari. La costruzione è quindi completata e costa ventimila euro al mese per la custodia e l'illuminazione; dentro non vi è nessuno, salvo un nido di barbagianni che si libera quando il ministro viene a visitare il carcere. Quaranta milioni al mese, mezzo miliardo all'anno per la custodia e l'illuminazione ed in cambio vi sono 104 celle dotate di servizi che potrebbero ospitare tranquillamente 200 detenuti, con aree di lavoro e di svago: questo è ciò che la moderna struttura penitenziaria dovrebbe garantire. In tal modo, si risolverebbe il sovraffollamento dei sei penitenziari esistenti nelle Marche. Mi rendo conto che sicuramente risolverebbe il problema di una regione e quindi di un numero limitato di detenuti. Rappresenterebbe tuttavia una risposta concreta.
Il ministro ha visitato il penitenziario il 12 novembre, nove giorni fa, ed ha potuto constatare che con un modesto sforzo di tipo essenzialmente burocratico e non finanziario, perché sono già stati spesi 20 miliardi di lire, in poco tempo si potrebbe aprire tale struttura, migliorando concretamente le condizioni di vita di 200 detenuti, che direttamente sarebbero ospitati, e di altri 200 detenuti che oggi sono in condizione di sovraffollamento negli altri sei penitenziari delle Marche o in altri penitenziari che il ministero vorrà e potrà individuare. Si risolverebbero anche i problemi che vengono segnalati dagli agenti di polizia penitenziaria e dagli assistenti che individuano proprio nel sovraffollamento uno dei principali problemi.
Colgo quindi l'occasione in cui si affronta il problema delle carcerari per impegnare tutti noi ed il Governo ad una risposta definitiva che possa consentire di avere nel breve periodo di pochi mesi un nuovo istituto sul quale poter contare, da tempo completato, ed incredibilmente da troppo tempo chiuso.
SANDRO BONDI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SANDRO BONDI. Signor Presidente, chiedo scusa ma, a nome mio e degli altri firmatari della mozione n. 1-00123, desidero riformulare il quarto capoverso del dispositivo nel modo seguente: «a riordinare l'organico del personale educativo addetto alle carceri».
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni presentate.
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