Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 211 del 25/10/2002
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Svolgimento di interpellanze urgenti (ore 9,07).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di interpellanze urgenti.

(Riforma del Ministero degli affari esteri - n. 2-00502)

PRESIDENTE. L'onorevole Rutelli ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00502 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 1).

FRANCESCO RUTELLI. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. Il ministro per i rapporti con il Parlamento, onorevole Giovanardi, ha facoltà di rispondere.

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, con riferimento all'interpellanza urgente


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presentata dall'onorevole Rutelli e da altri colleghi, vorrei ribadire, a titolo di premessa, che la trasformazione dell'amministrazione pubblica in uno strumento moderno ed efficace che sia di servizio ai cittadini e di sostegno alle imprese è obiettivo prioritario dell'azione di questo Governo.
Già nei mesi precedenti alle elezioni, del resto, l'attuale maggioranza aveva voluto approfondire l'analisi del comparto pubblico con una serie di ricerche che servissero a prefigurare linee ed opzioni dell'intervento riformatore.
Tale prospettiva è stata poi realizzata con interventi normativi concreti: la legge 6 luglio 2002, n. 137, recante delega per la riforma dell'organizzazione del Governo e della Presidenza del Consiglio dei ministri nonché di enti pubblici, apre la via ad una nuova fase dell'ammodernamento dell'amministrazione dello Stato, sulla base dell'esperienza maturata con l'attuazione del decreto legislativo n. 300 del 1999 e tenendo conto delle specifiche esigenze emerse durante la transizione da un assetto all'altro.
Vorrei trattare ora alcuni temi più specifici e puntuali riguardanti la riforma del Ministero degli affari esteri e la sua amministrazione; inevitabilmente, dovrò fare qualche riferimento ad alcuni giudizi espressi nell'interpellanza nei confronti dell'attività del Presidente del Consiglio e ministro degli esteri.
Per quanto riguarda, specificatamente, il Ministero degli affari esteri, va ricordato che, nel periodo 1998-2000, esso ha già compiuto una significativa esperienza di rinnovamento delle strutture con l'introduzione, nell'organizzazione della Farnesina, di un modello basato sulle aree geografiche, accanto a quelle tematiche, e con la creazione di una direzione generale per l'integrazione europea; da non dimenticare il riordino della carriera diplomatica, il reintegro progressivo delle dotazioni organiche di tutte le carriere ed aree professionali, investimenti e programmi di riqualificazione professionale ed informatica.
Si tratta di sviluppi positivi che occorre, da una parte, proseguire e perfezionare per raggiungere un più stabile assetto e, dall'altra, indirizzare ed ottimizzare, per mantenerli al passo con i tempi e con le mutate realtà internazionali.
In questa direzione vanno le recenti modifiche intervenute nell'intelaiatura della amministrazione centrale con l'emanazione del decreto del Presidente della Repubblica 24 giugno 2002, n. 157, teso a dare impulso all'attività di coordinamento degli uffici del ministero, nonché il disegno di legge recante modifiche ed integrazioni all'ordinamento dell'amministrazione degli affari esteri che è attualmente all'esame di questo ramo del Parlamento (atto Camera n. 2788).
Tra tali modifiche, che servono a dare risposte alle esigenze manifestatesi negli ultimi tempi, rientrano l'istituzione delle sezioni distaccate delle ambasciate, cioè di uno strumento più agile per assicurare i nostri interessi politici, commerciali e di tutela dei connazionali in taluni paesi dove non abbiamo ambasciate, e le disposizioni che consentono ai funzionari di seguire studi e periodi di formazione in materie di interesse per l'amministrazione o volti all'apprendimento di lingue straniere particolarmente difficili.
Altre innovazioni, dirette a snellire ed a semplificare il servizio all'estero e l'amministrazione interna, specie per quanto riguarda le procedure amministrativo-contabili, sono, attualmente, in avanzata fase di studio in seno all'amministrazione. Esse si tradurranno, quanto prima, in accresciuta funzionalità e consentiranno di disporre, a breve e medio termine, di un'organizzazione interna dei nostri uffici diplomatici e consolari più idonea ai sempre più rilevanti compiti che su questi incombono, assicurando a ciascuna sede all'estero, attraverso l'eliminazione di alcuni vincoli troppo rigidi nei capitoli di bilancio destinati alle diverse esigenze, capacità di spesa più efficiente e più rapida.
Viene compiuto, quindi, un serio lavoro di approfondimento, portato avanti senza clamore ma, nondimeno, con risultati apprezzabili.


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Nella scorsa legislatura, al Ministero delle attività produttive venne attribuita una competenza principale in due dei più importanti poli della politica economica estera, ovvero nella politica commerciale verso l'estero e nella gestione di tutti gli strumenti a sostegno dell'internazionalizzazione del sistema produttivo italiano; al Ministero degli affari esteri, dal canto suo, veniva attribuita una funzione di coordinamento generale, nell'ambito delle funzioni di rappresentanza, di coordinamento e di tutela degli interessi italiani in sede internazionale, ma anche in materia di rapporti economici con l'estero. Tale funzione di coordinamento doveva essere esercitata, peraltro, tenendo conto che la V commissione del CIPE, organo di coordinamento e di indirizzo strategico della politica commerciale con l'estero, veniva insediata all'interno del Ministero delle attività produttive, nell'ambito di una riorganizzazione generale del Governo promossa dall'allora ministro Bassanini, con la quale tutti, oggi, dobbiamo, in qualche modo, confrontarci.
Nei due anni di attuazione, tale articolazione ha presentato, in concreto, alcuni inconvenienti. Esiste un grado di frammentazione, quanto a distribuzione delle competenze e strutture organizzative, troppo elevato rispetto alle esigenze di unitarietà e di indirizzo dell'amministrazione centrale, oggi sempre più evidente a seguito dell'attribuzione, in capo alle regioni, di una competenza concorrente in materia di commercio estero. Tenuto conto di queste esigenze, il Governo si è posto un nuovo obiettivo, un'altra ed ancora più complessa sfida: fare dell'amministrazione pubblica nel suo complesso, a partire dal Ministero degli esteri, in virtù del suo ruolo centrale nel sistema di coordinamento dei rapporti esterni dello Stato, uno strumento forte, che aiuti e sostenga, con maggiore coerenza, il sistema paese nella sua proiezione verso l'estero. È superfluo, infatti, ricordare come i rapporti economici siano una componente essenziale della politica estera e come la presenza delle imprese italiane nel mondo sia collegata alle strategie di politica estera generale ed al nostro peso specifico nei rapporti internazionali nel loro complesso.
Quindi, ai compiti tradizionali che, in campo economico e commerciale, i ministeri e le ambasciate hanno sempre svolto, si deve aggiungere una missione più specifica: aumentare le esportazioni - certo - ma, soprattutto, contribuire al radicamento delle imprese italiane all'estero e a sostenerle, promuovere gli investimenti esteri in Italia, incrementare i flussi turistici verso il nostro paese e, in definitiva, mettere a disposizione dei cittadini e delle imprese che operano all'estero servizi efficienti ed aggiornati; e ciò non può che avvenire in una cornice nella quale tutto il sistema pubblico che si muove sull'estero, dai soggetti governativi alle autonomie locali - ricordo le regioni, perché, evidentemente, c'è una forte attività verso i paesi esteri anche delle singole regioni in ordine all'appoggio, al radicamento ed alla promozione delle loro attività, nonché enti come l'ICE, la SACE e la SIMEST, con le relative utenze imprenditoriali - lo faccia in maniera armonica, evitando parallelismi ed agendo in maniera coordinata con il mondo dell'associazionismo imprenditoriale e delle camere di commercio (talvolta, in qualche paese estero, sono arrivate delegazioni italiane una dietro l'altra: di regioni, di enti pubblici, di ministeri; naturalmente, un minimo di coordinamento si richiede).
Su questi temi, come il Parlamento sa, è stata compiuta nei mesi scorsi un'analisi approfondita dalla quale è scaturita la consapevolezza dell'opportunità, da un lato, di concentrare e di accorpare strumenti pubblici esistenti, come riconoscimento però - naturalmente parliamo di politica estera - del ruolo centrale della Farnesina e delle ambasciate come motori di questo sistema e, dall'altro, di intervenire sulle risorse disponibili, che sono oggi nettamente inferiori a quelle investite dai nostri partner.
A tal fine si è avuta conferma della necessità di investire in nuove risorse umane qualificate da aggiungere a quelle esistenti nonché in nuove risorse finanziarie


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finalizzate ad identificare i piani di azione nel settore economico dei vari paesi, sulla cui base dimensionare anche il rispettivo impegno diplomatico in una partnership tra pubblico e privato.
Dalle analisi compiute il Governo trarrà spunto per individuare le migliori linee di azione per il futuro. L'obiettivo di fondo è infatti quello di realizzare un piano di cambiamento che porti ad un rafforzamento progressivo dell'attività diplomatica, un piano - va riconosciuto con realismo - che ha bisogno di tempo sia per il vincolo costituito dalle attuali esigenze di bilancio sia perché processi di cambiamento come quello delineato non si realizzano dall'oggi al domani.
Esiste, certo, una chiara volontà del Governo di preservare la capacità del Ministero degli affari esteri di tutelare e di promuovere gli interessi nazionali sulla scena mondiale, pur in una contingenza quanto mai delicata per l'economia del paese e per la finanza pubblica. Ne sono testimonianza concreta gli orientamenti del Governo quali emergono dalle disposizioni del disegno di legge finanziaria per il 2003, anche questo all'attenzione del Parlamento, nel quale si è cercato, per le aree cruciali di attività del Ministero degli affari esteri, di limitare al minimo le pur necessarie restrizioni.
È chiaro, tuttavia, come in questa fase di ristrettezza di bilancio non risulti possibile destinare risorse aggiuntive per nuove iniziative di riordinamento e rafforzamento. Dobbiamo dunque porci, e ci poniamo con convenzione, l'obiettivo strategico di un piano di cambiamento complessivo, che non escluda ipotesi di accorpamento e concentrazione, ma che sia indirizzato, nell'immediato, nell'ambito delle risorse esistenti, a rafforzare ed a promuovere gli strumenti di lavoro comune delle amministrazioni centrali e il ruolo all'estero delle ambasciate. Abbiamo in questo quadro un ampio margine di azione.
Tenendo proprio presenti questi ambiti, è stata avviata negli ultimi mesi una netta innovazione dei metodi di lavoro all'interno della Farnesina, seguendo alcuni principi guida. Innanzitutto, la definizione chiara degli obiettivi assegnati ai capi missione all'estero e ai direttori generali in sede, con la connessa responsabilità per il loro raggiungimento, a cui si accompagna la messa a regime di meccanismi di verifica, in particolare il controllo di gestione ed il controllo strategico, alta priorità, tra gli obiettivi assegnati all'azione di sostegno al sistema economico italiano all'estero.
La conferenza degli ambasciatori italiani nel mondo, tenutasi a Roma dal 24 al 26 luglio e quella immediatamente successiva dei consoli hanno consentito di compiere in proposito un'attenta riflessione. Nuove istruzioni sono state date ai nostri rappresentanti diplomatici e consolari perché intensifichino la loro azione in questo settore. Poi vi è un più stretto raccordo e coordinamento con le altre amministrazioni ed enti interessati, oltre che con il mondo delle imprese, per un approccio più coerente e sistemico alle iniziative di sostegno da promuovere all'estero e nell'avvio di talune iniziative innovative, a cominciare dagli sportelli unici all'estero.
A questo progressivo cambiamento della filosofia del lavoro si sono accompagnate iniziative puntuali, talune già finalizzate ed altre in corso di approfondimento, volte a rendere più diretto ed incisivo il rapporto con il mondo produttivo. Un esempio concreto è l'accordo recentemente raggiunto con l'Unione delle camere di commercio italiane per l'inoltro immediato alle imprese interessate, tramite la rete informatica Unioncamere, delle informazioni economiche e commerciali in possesso delle ambasciate e dei consolati.
Si sta inoltre esaminando, con tutti gli attori istituzionali rilevanti e, in particolare, con l'Istituto nazionale per il commercio estero e il sistema camerale, come accorpare i numerosi sistemi informativi che sono oggi utilizzati per la diffusione delle informazioni in materia di commercio estero e di internazionalizzazione, al fine di garantire la massima capillarità nella loro distribuzione alle imprese e ai sistemi produttivi locali.


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A tal fine il Governo si propone, con onere trascurabile per la finanza pubblica, di giungere ad un sistema informativo integrato che coniughi le tecnologie d'avanguardia, acquisite dall'ICE nel corso degli ultimi anni, la capillarità del sistema camerale in Italia e nel mondo, la capacità di early warning della rete diplomatica, particolarmente adatta ad acquisire informazioni strategiche attraverso i frequenti contatti con le autorità di accreditamento. Ciò consentirà, da un lato, di eliminare le duplicazioni esistenti nell'offerta di prodotti informativi da parte dei singoli attori istituzionali e, dall'altra, di realizzare quella struttura informatica centralizzata che rappresenta la precondizione per l'avvio di qualsiasi esercizio di razionalizzazione degli strumenti.
In prospettiva, tali strumenti potranno assicurare ai cittadini residenti nei paesi stranieri la possibilità di un interscambio on line realmente competitivo con l'offerta che, già attualmente, altri paesi mettono a disposizione attraverso le rispettive reti diplomatiche.
Infine, come tappa intermedia verso possibili ipotesi di integrazione di strutture esistenti, sono state individuate, con il Ministero delle attività produttive e l'Istituto nazionale per il commercio estero, alcune iniziative di concreta collaborazione sul piano organizzativo e ordinamentale, realizzabili in tempi brevi a legislazione vigente e con onere finanziario riconducibile all'ordinaria amministrazione, al fine di dare sostanza alle indicazioni emerse durante la IV conferenza degli ambasciatori. Si tratta, nello specifico, di porre le premesse per forme di collaborazione più avanzate sotto il profilo di più appropriati raccordi e di più incisive sinergie sia a monte, cioè sul piano della progettualità più sistemica coerente e focalizzata rispetto agli obiettivi strategici della politica economica estera, sia a valle, cioè sul piano dei seguiti operativi da assicurare con continuità alle singole iniziative di sostegno.
Non è ancora il caso, proprio perché i relativi approfondimenti interministeriali ed interistituzionali sono ancora in corso, di soffermarsi esattamente su quella che potrà essere la concreta articolazione di ogni singola iniziativa sul tappeto però, a mo' di esempio, basti menzionare la costituzione di un tavolo di coordinamento interministeriale ed interistituzionale presso il Ministero per le attività produttive preposto alla gestione progettuale e operativa degli istituendi sportelli unici all'estero di cui quelli a Mosca, Sidney e San Paolo (quindi Australia, Russia e Brasile) che potrebbero essere i primi esperimenti pilota di accorpamento logistico e funzionale. L'istituzione di un gruppo di lavoro presso il Ministero degli affari esteri, anche in questo caso interministeriale e interistituzionale, incaricato di assicurare un'appropriata continuità del raccordo tra le attività dell'amministrazione e interorganismi operanti nel settore del sostegno all'inernazionalizzazione del sistema economico. L'azione di tali organismi potrebbe essere, altresì, stimolata e orientata da un gruppo da riunire a livello dei ministri competenti e da vedersi, altresì, come strumento operativo di fondazione e di partecipazione sulla scia della fruttuosa esperienza avutasi con la fondazione per l'Italia in Giappone. Tutti esempi, questi, di come il Governo e la Farnesina in particolare, al di là dei forti condizionamenti imposti dalle ristrettezze di risorse finanziarie, intendano, comunque, applicare, attraverso la cultura degli obiettivi del fare e dei risultati da ottenere. In sintesi, è stato svolto parecchio lavoro anche se rimane ancora molto da fare ma ciò che vogliamo sottolineare è che è stata imboccata una via di riorientamento e che questa via continuerà ad essere percorsa; a ciò corrisponde l'attività intensa e puntuale di messa a punto e di riorientamento delle priorità delle azioni dell'ambasciata e dei consolati per attribuire un rilievo maggiore rispetto al passato delle attività a sostegno del processo di internazionalizzazione e le necessità del nostro sistema produttivo.
So che qualcuno si è divertito anche a fare anche delle ironie su questo aspetto ma in un mondo che punta sulla pace, sugli scambi economici, su un rapporto fra


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i paesi che, tralasciando e superando, speriamo, storicamente e definitivamente, la diplomazia intesa come diplomazia all'interno di giochi di potenza e di conflittualità, il fatto di puntare, invece, su un interscambio e un ruolo delle nostre ambasciate all'estero come ambasciatori di pace, come ambasciatori del prodotto italiano e come capacità di realizzare anche lo sviluppo dei paesi terzi nei quali le nostre ambasciate si trovano, invece, impegnate, mi sembra un grande obiettivo di pace e di progresso che questo Governo vuole e intende proseguire. Naturalmente, non tralasciando altri aspetti essenziali, anche di tipo burocratico, che vengono svolti dalla nostra rete diplomatica all'estero ma, certamente un uso più efficiente delle risorse, un migliore coordinamento con gli altri soggetti istituzionali pubblici e privati, una stretta connessione, possono portare, naturalmente, a risultati migliori di quelli che sono stati, storicamente, ottenuti in una situazione, naturalmente, storica, molto diversa, da quella attuale.
Detto ciò, non mi sfugge, però, che nell'interpellanza si affrontano anche alcuni temi più squisitamente politici e vi è anche un giudizio, che, naturalmente, il Governo non può condividere, sull'attività svolta in questi mesi dal Presidente del Consiglio, ministro degli affari esteri ad interim.
Non lo dico come ministro di questo Governo, ma oggettivamente da più parti, in Italia ed all'estero, in particolare, da parte di osservatori indipendenti, vi è stata una certa attenzione e sono stati espressi commenti rispetto al dinamismo delle iniziative che hanno contrassegnato in questi mesi l'attività del Ministero degli affari esteri, della Farnesina.
Anche oggi il Presidente del Consiglio è impegnato a Bruxelles, dove è latore di un messaggio personale di Putin ai Quindici e in questi mesi egli è stato al centro di una serie di iniziative (Una voce dai banchi del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo: fa da portavoce!)...Non fa da portavoce, bensì fa da protagonista in un quadro internazionale nel quale, anche a Roma, recentemente sono stati raggiunti risultati insperabili per chi, come me, da quando è nato, ha vissuto in un clima di guerra fredda, di contrapposizione e di inimicizia tra popoli europei. Certamente, il fatto di aver visto l'ex Unione sovietica, la Russia, per decenni nemico storico delle democrazie occidentali, arrivare ad associarsi alla NATO e, quindi, entrare in un clima di collaborazione con paesi che storicamente erano nemici lo considero un grande successo per la pace e per un paese, come l'Italia, che si è fatto copromotore o, comunque, ha giocato un ruolo essenziale per raggiungere questo obiettivo.
Del resto, non sono d'accordo con il Presidente Scàlfaro che, in maniera molto malevola e sgradevole, ha criticato le pacche sulle spalle o la cordialità, anche interpersonale.

FRANCESCO GIORDANO. Basta che non diventi una macchietta!

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Credo sia meglio la cordialità che essere malmostosi, anticipatici e suscitare negli altri una sensazione di rigetto e di antipatia. Infatti, nei rapporti possono servire anche il tratto umano e la cordialità, e un atteggiamento di conoscenza personale, di amicizia e di fiducia con i partner internazionali è qualcosa di positivo che va considerato un valore. È un valore nella vita e lo è anche nelle relazioni internazionali, specialmente quando ciò consente al nostro paese di portare avanti la tradizionale politica di pace, di amicizia e di solidarietà che è una costante della politica italiana negli ultimi cinquant'anni.
Do atto al ministro Dini di aver continuato su questa linea come i suoi predecessori al Ministero degli affari esteri. Nella politica estera italiana vi è una continuità di europeismo, di rapporti solidali all'interno della NATO, di amicizia con gli Stati Uniti, che è stata consolidata e portata avanti da questo Governo, come da quelli precedenti, con grande convinzione.
Ritengo personalmente che ciò, anche al di là delle aspettative (infatti, si sarebbe


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potuto ritenere che questa attività potesse conoscere limiti), oggettivamente (lo dico io e lo dicono tutti gli osservatori), abbia condotto a grandissimi risultati. Ciò non significa naturalmente - considerato che l'interpellanza si sofferma anche su questo punto - che gli obiettivi che si erano fissati inizialmente di riordinamento della Farnesina, di riorganizzazione della nostra rete consolare e anche di messa in moto di una serie di iniziative consolari non siano ormai stati raggiunti e che, quindi, si vada verso una fase di nomina di un nuovo titolare al Ministero degli affari esteri, come è evidente che avverrà, naturalmente con il concorso e con il consenso delle forze della maggioranza, dei partiti che ne fanno parte e che fanno parte del Consiglio dei ministri.
Ciò avverrà però - bisogna dirlo e sottolinearlo - al di fuori di ogni pressione dell'opposizione e con il suddetto giudizio positivo circa le funzioni politico-diplomatiche della Farnesina che non sono state disattese. Anzi, in questi mesi sono state portate avanti da chi, comunque, nel nuovo sistema delle relazioni internazionali, cioè il Presidente del Consiglio, avrà anche in futuro un ruolo determinante nell'orientare la politica estera del nostro paese così come avviene per i Premier degli altri paesi.
Nella quotidianità l'accurata scansione e l'elevato livello di preparazione dei vari impegni internazionali assicurati dalle strutture dell'amministrazione degli Affari esteri hanno consentito al Presidente del Consiglio di fare fronte a tutti gli impegni, anche se a prezzo di sacrifici personali.
Concludendo, riteniamo che dall'impulso dell'attività del Presidente del Consiglio-ministro degli esteri si sia potuto mettere in moto un processo di riorientamento profondo della nostra azione diplomatica a tutela degli interessi italiani nel mondo secondo una visione d'insieme che risponde all'interesse generale del paese. Si tratta di un impegno che ha trovato il concorso e la rispondenza del nostro corpo diplomatico che ha assunto con dedizione e professionalità i nuovi compiti nel solco di una tradizione che ha saputo comprendere gli indirizzi del Governo e le nuove esigenze imposte dalla globalizzazione dei sistemi economici e dai rapporti di cooperazione e confronto tra gli Stati.
Si tratta di una pagina nuova, una pagina aperta della diplomazia italiana e della nostra attività internazionale, una pagina che affianca ai nostri tradizionali rapporti con la NATO e gli Stati Uniti anche le decisioni di allargamento dell'Unione europea. I nuovi scenari, infatti, vedono coinvolti paesi dell'est europeo che entreranno a far parte integrante della famiglia comune europea.
Questo Governo vuole assolutamente favorire tale processo per arrivare a tenere rapporti che superino tutti gli steccati storici con l'Ungheria e, un domani, con la Polonia, la Slovenia, la Croazia e con altri paesi, specialmente quelli confinanti con l'Italia, in modo da contribuire a garantire la pace a livello internazionale. Nei Balcani, nell'Europa orientale e, sul versante mediterraneo, in Libia, Marocco, Tunisia e nei paesi del Maghreb, l'Italia dovrà essere una portaerei di pace ed un collegamento con tutti questi popoli. Ciò potrà creare un'integrazione dal punto di vista politico in Europa e risolvere i grandi problemi dal punto di vista economico, commerciale, dei rapporti umani, della lotta contro il terrorismo internazionale e contro la fame, e dell'immigrazione con i paesi dell'Africa e del Medio Oriente che hanno comuni interessi con l'Italia.

PRESIDENTE. L'onorevole Rutelli, che ha più tempo a disposizione perché ha rinunciato ad illustrare la sua interpellanza, ha facoltà di replicare.

FRANCESCO RUTELLI. Signor Presidente, signor ministro, sappiamo tutti che vi sono compiti che ciascuno di noi, in alcune circostanze, preferirebbe non svolgere e ho il sospetto - me lo consenta, ministro - legittimo che forse la risposta di oggi all'interpellanza del nostro gruppo rientri tra questi.
Infatti, se è vero che vi è solo l'imbarazzo della scelta tra le materie su cui il


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Governo ha preso impegni con gli elettori che non ha mantenuto, questa è una delle più monumentali. Qualcuno chiedeva conto del perché il Presidente del Consiglio mantenesse il doppio incarico di guida del Governo e di guida della Farnesina e la risposta non era: per potere incontrare Putin, Bush, Blair e poter partecipare ai vertici internazionali.
Infatti se c'è qualcosa che nessuno può togliere al Capo del Governo è proprio la prerogativa di incontrare i suoi colleghi, di farsi latore di messaggi o di iniziative, in modo autorevole, perché chi guida il Governo guida la quinta o sesta potenza economica del mondo, uno dei paesi del G7, quindi uno dei paesi che sono e che debbono essere più ascoltati nel mondo. Così come nessuno può togliere al Presidente del Consiglio dei ministri il diritto di incontrare i suoi pari, di indirizzare la politica estera e di partecipare agli incontri dei vertici internazionali.
A tutti coloro i quali chiedevano al Presidente del Consiglio perché egli mantenesse anche l'incarico della Farnesina, la risposta era: perché debbo fare una rivoluzione, una rivoluzione copernicana; non ho soltanto da fare queste conversazioni, questi incontri e tenere alto il prestigio del nostro paese nei vertici che si tengono regolarmente, ma debbo trasformare la Farnesina.
Oggi, signor ministro, l'abbiamo ascoltata tutti ed abbiamo apprezzato la misura e il garbo con cui lei si è rivolto all'Assemblea, ma di questa rivoluzione copernicana è difficile trovare anche solo una traccia remota nelle sue parole, dopo nove mesi e mezzo che Berlusconi è anche ministro degli esteri. Credo che un rapporto come quello che lei oggi, a nome del Governo, ha fatto sulla più ordinaria delle ordinarie amministrazioni sarebbe stato difficile aspettarselo e ci sia consentita anche l'ironia a proposito della «cultura del fare», che è stata inserita improvvidamente in questa risposta alla nostra interpellanza.
Cosa è stato fatto? Mentre lei parlava, signor ministro, ho preso appunti: obiettivi prioritari, provvedimenti attualmente in avanzata fase di studio, abbondanza di «quanto prima», lavoro serio di approfondimento, compiuta analisi approfondita dalla quale è scaturita la consapevolezza dell'opportunità di concentrare le missioni, un piano che ha bisogno di tempo, cambiamenti che non si realizzano dall'oggi al domani, porre le premesse per forme di collaborazione più avanzate per più appropriati raccordi e più incisive sinergie a monte e a valle.
Dove sta questa rivoluzione copernicana? Per quale motivo abbiamo da nove mesi il Presidente del Consiglio che occupa la poltrona di ministro degli esteri, sottraendo all'autorevolezza e alla credibilità del nostro paese il lavoro di un ministro degli esteri? Perché se il problema fosse solo questo, che si tratta cioè di tenere un buon sistema di rapporti, allora sarei d'accordo con lei: bisogna infatti che il Presidente del Consiglio, così come il ministro degli esteri, abbia un carattere socievole, si caratterizzi per bonomia, per simpatia umana come lei ha detto; così come sono d'accordo sul fatto che non si debba fare ironia per le «pacche sulle spalle» e d'altronde è simpatico anche ascoltare insieme della musica perché ciò crea quel feeling e quel sentimento di amicizia che poi resta. Ma qui stiamo parlando di altre cose, stiamo parlando del bilancio - al riguardo lei ha fatto un lungo rapporto sul quale fra breve tornerò - di questi nove mesi da cui risulta che non è stato fatto niente.
Avrei capito se lei avesse detto: abbiamo aperto a Timisoara un nuovo consolato per sostenere le imprese italiane che vengono dal nord est. Così come avrei capito se lei avesse detto: abbiamo ingaggiato nuovi tecnici, nuovi funzionari, i quali hanno effettivamente iniziato un lavoro a sostegno dell'internazionalizzazione delle imprese del nostro paese. Lei invece, dopo nove mesi, ci ha portato la lunga lista di studi ed ipotesi, eventualità le quali si sono tutte infrante con la impossibilità di essere finanziate e realizzate.
Se nulla si è fatto, forse la sua risposta - per quanto dettagliata - ha esasperato la percezione di una delle più disarmanti


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dichiarazioni di fallimento che il Governo potesse pronunciare rispetto ai propositi iniziali.
Signor ministro...

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Io ho fatto un discorso serio.

FRANCESCO RUTELLI. Sì, ma io ora vengo al merito e lei non deve trascurare il punto fondamentale che ho sottolineato, vale a dire che il Presidente del Consiglio ha affermato di svolgere le funzioni di ministro degli esteri per attuare una grande riforma; dov'è questa riforma? Lei sa bene che, su questa materia, l'opposizione è aperta alla collaborazione; se vi è una materia su cui l'opposizione è pronta alla collaborazione con il Governo è proprio questa: l'autorevolezza del nostro paese nel mondo.
Ciò, intanto perché - come lei ha apprezzabilmente ricordato - occorre sviluppare una riforma posta in essere dall'ex ministro Lamberto Dini, durante il Governo dell'Ulivo, perché confermiamo stima, apprezzamento e fiducia nei confronti della nostra struttura diplomatica, che fa miracoli con risorse del tutto inadeguate e, ancora, perché tutti - maggioranza e opposizione - condividiamo in pieno la necessità di sostenere l'internazionalizzazione del nostro sistema economico e produttivo nonché la capacità di espansione all'estero delle nostre imprese.
Non trascuro una parte politica - sulla quale mi soffermerò in conclusione - che riguarda quella che lei ha denominato «la tradizionale politica estera del paese».
Nel merito di ciò che lei ha affermato, giudico del tutto insoddisfacente la sua risposta, in quanto concretezza dei contenuti, visione strategica e sforzi di progettualità mi sembrano, francamente, sproporzionati agli annunci.
Signor ministro, il 23 luglio scorso - giorno precedente all'apertura della Conferenza degli ambasciatori -, si era tenuto, su questa stessa materia, un confronto nella Commissione affari esteri della Camera. In quell'occasione, si era chiesto al Governo di far conoscere lo stadio di questa più volte annunciata riforma della Farnesina, quali fossero gli strumenti di attuazione e, in particolare, se questi strumenti prevedessero - come era stato annunciato dalla stampa e dallo stesso Presidente del Consiglio in alcune occasioni di confronto con i vertici istituzionali dell'amministrazione degli esteri - l'accorpamento del dipartimento per l'internazionalizzazione del Ministero delle attività produttive all'interno della Farnesina. A luglio non fu fornita alcuna risposta e, oggi, lei non ha fatto altro che constatare le difficoltà esistenti.
Si diceva, allora, che quest'analisi delle società di consulenza sulla riorganizzazione della Farnesina non costituiva un progetto complessivo, ma solo un utile contributo di idee che analizzava macromodelli e macrostrategie e che il Governo, a tempo debito, avrebbe valutato come tradurre tale analisi in decisioni operative con il coinvolgimento del Parlamento.
Ora, si sono spente le luci su quell'altra kermesse mediatica della IV Conferenza degli ambasciatori, è sparito l'impegno - assunto più volte in pubblico dal Presidente del Consiglio come condicio sine qua non per sviluppare questa riforma - volto ad aumentare gli stanziamenti per la Farnesina e questa fase di riflessione e di approfondimento è sempre in corso. Tra l'altro, l'impegno - preso dal Presidente del Consiglio proprio nella Conferenza degli ambasciatori - di convocare, a novembre, una nuova riunione dei nostri capimissione a Roma per avviare la riforma è sparito, non c'è più. E non sappiamo se ciò sia accaduto perché non ci sono le risorse per far venire a Roma gli ambasciatori o, semplicemente, perché non si è ritenuto di convocarli, in quanto non si è in grado di dir loro niente di nuovo.
Allora, se è vero ciò che si è affermato a proposito della riforma precedente, questa riforma - che ha organizzato la Farnesina sulla base di un'articolazione che fu denominata «a matrice», cioè direzioni geografiche e direzioni tematiche -, questa discussione in corso sul disegno di legge


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n. 2788, rappresentano una sorta di vestito, di travestimento per nascondere quanto è stato fatto, vale a dire nulla.
Signor ministro, quando il Governo, nei primi giorni della sua vita, ha dovuto decidere, a costo zero, in merito all'articolazione del Governo, fino a quel momento definita nel decreto legislativo n. 300 del 1999, ha adottato il decreto-legge 12 giugno 2001, n. 217; poi è venuta la legge 3 agosto 2001, n. 317. In tal modo, il Governo ha apportato strutturali modifiche all'assetto istituzionale previsto dal decreto legislativo n. 300 del 1999: ha scorporato il Ministero per le comunicazioni dal Ministero per le attività produttive; ha scorporato il Ministero della salute dal Ministero del welfare.
Allora, vi rivolgo una domanda. In quell'occasione, quando si trattava di attribuire posizioni di potere all'interno del Governo, è stato facile ridisegnare l'architettura istituzionale e ministeriale. Perché, dunque, a distanza di un anno e mezzo, non siete stati in grado di fare quello di cui ancora oggi ci ha parlato il ministro Giovanardi, ovvero il trasferimento delle competenze sull'internazionalizzazione delle imprese dal Ministero delle attività produttive al Ministero degli affari esteri? Perché non è stato fatto? Potrei darle una risposta in termini totalmente politici. Non si tratta di malizia: è la constatazione della battaglia che il ministro Marzano sta conducendo per salvaguardare le prerogative del suo dicastero. Si veda l'attuale vicenda dei fondi per il Mezzogiorno. Si vedano i 142 milioni di euro che Alleanza nazionale, con un emendamento al disegno di legge finanziaria, chiede vengano attribuiti in più al Ministero delle attività produttive proprio per riorganizzare gli sportelli unici all'estero presso gli uffici ICE e le camere di commercio. Il viceministro Urso ha fatto più missioni all'estero, secondo il suo mandato, di qualunque ministro o sottosegretario, tant'è...

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. C'è anche una qualche giustificazione che il ministro del commercio estero vada all'estero!

FRANCESCO RUTELLI. Assolutamente sì! Ma, allora, Berlusconi può spiegarmi per quale motivo, da nove mesi, sta dicendo che bisogna realizzare la riforma e trasformare il Ministero degli esteri nella cabina di regia della politica economica estera? Fatelo! Fatelo! Unificate, come avete annunciato... Signor ministro, perché lei scuote il capo? Avete il Governo nelle vostre mani. Lo avete fatto quando si è trattato di prendere decisioni importanti, che riguardavano ministeri per i quali i titolari cercavano competenze politiche. Lo avete fatto. Perché non siete in grado di farlo adesso, esattamente come non siete in grado oggi di trovare un ministro degli esteri? Perché nel Governo c'è un equilibrio di poteri traballante che non consente di trovare la quadratura, come ricorda, giustamente e spesso, Bossi, ministro per le riforme istituzionali. Egli dice: noi non cambiamo e noi non facciamo la scelta della Farnesina per un motivo molto semplice; non siamo in grado di trovare un equilibrio all'interno del Governo.
Le faccio notare che agli annunci e alla richiesta di accorpare le competenze, per dare coerenza e conseguenzialità alle decisioni che il Governo aveva annunciato di voler prendere, voi non siete in grado di dare risposta. Anche in questo caso non siete in grado di darci una risposta.
Quindi, siamo al punto di partenza. Come si suol dire nel gioco dell'oca, siamo tornati alla casella di partenza: il Presidente del Consiglio fa il Presidente del Consiglio; non abbiamo un ministro degli esteri e, non avendo un ministro degli esteri, non abbiamo proprio colui che si deve occupare prioritariamente della politica estera in una vasta rete di relazioni. Se si reputa che questo ruolo possa essere svolto dal Primo ministro, non si vede per quale ragione non si proponga, paradossalmente, di abolire il Ministero degli affari esteri. C'è bisogno, invece, di un ministro degli affari esteri per la quinta o sesta potenza industriale del mondo, per un paese che voglia svolgere le sue funzioni. Non si tratta di sfiducia verso il


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Presidente del Consiglio che svolge e può svolgere eccellentemente, ove sia in grado di farlo, le sue funzioni.
Ma mi vuole spiegare perché non c'è un altro paese al mondo nella situazione dell'Italia? Me lo vuole spiegare, al di là degli argomenti che ho appena garbatamente anche se polemicamente portato, vale a dire che non vi riuscite a mettere d'accordo sull'attribuzione di poteri e non potete mettervi d'accordo negli equilibri interni del Governo per trovare un ministro degli esteri che non scombini tutta la traballante architettura dei vostri equilibri politici?
Vengo all'argomento propriamente politico. È un tema che oggi voglio toccare solo marginalmente e non voglio introdurre nella sostanza dell'esame dell'interpellanza che abbiamo presentato, ma lei lo ha affrontato, signor ministro: si tratta del tema della tradizionale politica italiana. Su questo tema contenuto nella nostra interpellanza non ci è stata data risposta. Tra l'altro, le chiediamo entro quando verrà nominato il ministro degli esteri. A gennaio l'Italia inizia a far parte della troika europea, poiché nella seconda parte dell'anno scatta il semestre italiano. Quindi, chi andrà dal 1o gennaio e chi comincerà dalla fine di quest'anno a preparare, a livello politico-diplomatico, le riunioni della troika con i tre paesi del semestre in corso, quello precedente e quello successivo, alla vigilia della Conferenza intergovernativa, alla vigilia del nuovo trattato che farà seguito alla conclusione della Convenzione europea? Chi sarà il ministro degli esteri che si occuperà di questa tessitura paziente e faticosa? Chi inizierà a fare questo lavoro? Mancano poco più di due mesi all'inizio del semestre in cui ci sarà un ministro degli esteri che dovrà partecipare con gli altri due a un lavoro costante e quotidiano. Come è possibile che l'Italia per queste difficoltà che voi avete, tutte politiche, si disponga ad arrivare dimidiata e disarmata a questi appuntamenti?
Lei parlava della politica tradizionale in continuità con i precedenti Governi. Questo è un punto troppo delicato ed importante perché lo si affronti in un modo rapido e superficiale. Tuttavia, signor Presidente, signor ministro, mi permetta di dirle che questo primo anno e mezzo di attività del nostro Governo ha visto delle sorprendenti improvvisazioni. In molti casi, queste hanno dato adito a delle rapide conversioni a «U» e, per fortuna, in quei casi si è parzialmente salvata la faccia; ma ricordiamo la posizione che il Governo italiano ha preso, inizialmente, sulla ratifica del protocollo di Kyoto sui temi ambientali, la posizione che ha preso il Governo italiano, da solo tra i partner europei, a proposito della operatività del Tribunale penale internazionale in base al trattato firmato a Roma e di cui l'Italia è stata vessillifera, in amicizia, come sempre, con i nostri alleati, prima di tutto con gli Stati Uniti d'America; ricordiamo le dichiarazioni oscillanti, che sembravano corrispondere piuttosto ad aspettative contingenti rispetto all'opinione pubblica, che abbiamo riscontrato sulla questione irachena: dapprima, le dichiarazioni che acriticamente collegavano la questione irachena a quella della lotta al terrorismo di Al Qaeda, quando si trattava di fare queste dichiarazioni presso il Governo degli Stati Uniti d'America, e poi quelle sorprendenti, di segno totalmente opposto, che sono state rilasciate a Mosca, quando il nostro Presidente del Consiglio ha dichiarato, con un'espressione che ha sorpreso il mondo, che l'Iraq non dispone di armi di distruzione di massa; dal che tutto questo castello che si sta costruendo risulterebbe ridotto a zero, a nulla. Il mondo intero si sta interrogando su come si debba fare fronte alla disponibilità o, meglio, agli interventi da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale in ordine all'esistenza di arsenali di armi di distruzione di massa da parte del regime di Saddam Hussein e il nostro Primo ministro è andato a Mosca a dire che questi arsenali non esistono.

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Ha detto quello che hanno detto tutti.


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FRANCESCO RUTELLI. Allora, anche in questo caso si è fatto portavoce...

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Non facciamo autolesionismo di basso livello.

ENRICO LUIGI MICHELI. Allora, nominate un ministro degli esteri!

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Questo è un altro discorso.

ROBERTO GIACHETTI. Non fate i «tafazziani»!

PRESIDENTE. Colleghi, non facciamo le repliche delle repliche.
Prego, onorevole Rutelli.

FRANCESCO RUTELLI. Per concludere, signor Presidente, vorrei anche segnalare al signor ministro che noi ascoltiamo le sue dichiarazioni e, di tanto in tanto, ci chiediamo se Berlusconi non farebbe bene a chiarire se, in materia di politica europea, la linea del Governo sia quella prudente esposta dallo stesso Presidente del Consiglio o sia quella, ad esempio, del ministro Buttiglione che, mi pare, si muova complessivamente sul solco della politica estera ed europea italiana, o sia quella del ministro Bossi che, facendo parte del vostro Governo, ha fatto dei commenti sul referendum irlandese.
Noi avremmo molto apprezzato che qualcuno, dai banchi del vostro Governo, denunciasse tali esternazioni come una prova di autoisolamento del nostro paese all'indomani di una pagina importante che permette all'Europa di procedere nel suo cammino. Qual è la posizione del Governo italiano? Qual è l'autorevolezza che possiamo avere se coloro che vanno a rappresentarci a Bruxelles e che tra pochi mesi guideranno le delegazioni dei quindici oscillano in modi così scomposti e confusionari? Non vi è bisogno, anche da questo punto di vista, di un ministro degli esteri a tempo pieno per evitare che il primo che passa dica la propria?
Signor ministro, rispetto quello che lei dice, ma ho il sospetto che quella che le fanno leggere sia una rassegna stampa nazionale a proposito dell'accresciuta autorevolezza della nostra diplomazia impersonata dal Presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli esteri. Le consiglio di farsi tradurre, da parte dei suoi uffici che, certamente, sono in grado di farlo, quelle centinaia di articoli, commenti, analisi editoriali che vengono pubblicati settimanalmente con accenti sconsolati nei confronti di chi oggi guida temporaneamente la Farnesina e che hanno ad oggetto alcuni degli argomenti che le ho appena e sommariamente accennato.
Signor Presidente, siamo del tutto insoddisfatti di ciò che ci ha detto il ministro perché oggi ci aspettavamo delle concrete risposte dal Governo e tutto ciò nella giusta sede parlamentare. Signor ministro, a mio modo di vedere, deve anche ricordare che i ministri non li nomina il Presidente del Consiglio né l'intesa tra i partiti - come lei ha detto - ma il Capo dello Stato su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri. Certamente, questo avviene sulla base di intese tra i partiti che formano la coalizione e sappiamo che le mancate intese sono all'origine della mancata nomina.
È il Parlamento la giusta sede dove si fanno certi annunci, certe dichiarazioni e non un luogo fatto per incontri informali - come i boy scout -, al di fuori di un vertice europeo e dove si cantano stornelli davanti al caminetto nell'ambito di qualche appuntamento internazionale, anch'esso informale.
È in Parlamento che il Presidente del Consiglio dei ministri deve dirci quando avremo un ministro degli esteri, poiché la sua mancanza ci fa perdere peso, autorevolezza e quote di mercato a livello internazionale.
L'Italia, in questo anno e mezzo, ha perduto quote di mercato e questo ha corrisposto all'annuncio di voler trasformare la Farnesina - e noi siamo d'accordo - in uno strumento fondamentale di direzione, non solo della politica estera, ma della politica economica estera.


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Abbiamo visto che le decisioni conseguenti affinché questo avvenisse non le avete attuate, anche in questo caso a causa delle divisioni interne ai vostri ministeri. Abbiamo visto che non vi è un uomo alla Farnesina che coordini la ristrutturazione e la riforma perché colui che temporaneamente la occupa non ha tempo di farlo; infatti, per fare il ministro degli esteri, ci vogliono quindici ore al giorno.
Sappiamo che l'Italia sta per entrare in una fase in cui avrà grandi responsabilità internazionali: mai vi è stata una situazione di tensione e difficoltà così grande nei rapporti internazionali, con rischi di guerra, con situazioni di tensione e di lacerazione così pesanti, e voi venite a dirci che siete in attesa di creare le condizioni politiche perché qualcuno possa essere nominato ministro degli esteri. Questa è irresponsabilità! Non avete fatto la riforma della Farnesina e non ne avete minimamente migliorato l'operatività. Non avete migliorato minimamente la capacità di penetrazione economica del nostro paese all'estero.
Non siete in grado di presentarci un ministro degli affari esteri. Ma che Governo è questo?
È per tale motivo che siamo totalmente insoddisfatti (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, di Rifondazione comunista e Misto-UDEUR-Popolari per l'Europa - Congratulazioni)!

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, è presente in tribuna il signor Tursumbaev, già Premier del Kazakistan, che saluto a nome dell'Assemblea (Applausi).
Faccio presente che l'aula oggi non è affollata, come solitamente, perché è in corso lo svolgimento di interpellanze urgenti che vertono su problemi svolti direttamente dal parlamentare nei confronti del Governo. Si tratta di un rapporto, come avete sentito, molto importante e teso, ma limitato nel numero. Le rinnovo, comunque, il mio benvenuto.

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