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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di una interpellanza e di interrogazioni.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali, onorevole Pescante, ha facoltà di MARIO PESCANTE, Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali. Prima di entrare nel merito della questione posta, vorrei svolgere una brevissima premessa.
PRESIDENTE. L'onorevole Cordoni ha facoltà di ELENA EMMA CORDONI. Signor Presidente, ringrazio il sottosegretario. Faccio presente che questa è un'interrogazione un po' datata, che risale allo scorso anno. Comunque, sono soddisfatta che venga affrontata in questa giornata, perché credo che il problema da me sollevato vada risolto: si tratta di quelle che lei chiama differenziazioni motivate e di quelle che, invece, io penso essere discriminazioni odiose ed incomprensibili.
L'attività sportiva agonistica nel mondo dei disabili è apparsa recentemente - parliamo degli ultimi 15-20 anni - ed ha assunto un'importanza notevole non tanto dal punto di vista della riabilitazione - infatti, questi giovani hanno bisogno di una riabilitazione specifica - ma al fine di una riabilitazione - se mi si permette il termine - di carattere psichico, caratteriale, motivazionale. Si tratta di giovani che, attraverso lo sport, trovano un grande sollievo alle loro condizioni, ritrovano motivazioni, voglia di combattere. E, da quanto abbiamo potuto accertare, seguono anche con maggiore impegno le terapie fisiche, proprio perché queste ultime li aiutano anche nelle loro prestazioni atletiche.
Il nostro mondo sportivo è sempre stato all'avanguardia in questo settore; è stato tra i primi al mondo a costituire una federazione dello sport disabile - all'epoca si chiamava Federazione italiana sport handicappati - che, verso la fine degli anni '80, ha ottenuto pari dignità rispetto alle altre federazioni, a seguito del riconoscimento del diritto al voto nel Consiglio nazionale.
L'attuale presidente di questa federazione è Luca Pancaldi, che, tra l'altro, è persona molto rappresentativa, in quanto si tratta di un ex atleta che ha subito un infortunio durante una gara di equitazione e che, purtroppo, a seguito di questo incidente, è rimasto disabile.
L'esempio dell'Italia è stato seguito da molti altri paesi e lo stesso Comitato internazionale olimpico, agli inizi degli anni '90, ha affidato proprio ai dirigenti del CONI - all'epoca mi trovai anch'io lodevolmente coinvolto in questa iniziativa - il riconoscimento delle varie federazioni esistenti nel mondo dei disabili, divise per categoria di handicap e l'organizzazione di quella straordinaria innovazione rappresentata dalle paraolimpiadi.
Ho svolto questa premessa per attestare la sensibilità del nostro paese che, devo dire, è confermata anche nelle aule parlamentari attraverso questa interrogazione. I colleghi Cordoni, Lolli e Grignaffini pongono il problema della differenziazione esistente tra l'entità del premio corrisposto agli atleti che partecipano ai giochi olimpici e quello attribuito agli atleti che partecipano ai giochi paraolimpici.
Voglio precisare che questa differenziazione non è dovuta tanto alle caratteristiche delle due manifestazioni o al fatto che da una parte ci sono ragazzi e ragazze disabili più sfortunati degli altri, quanto ad un criterio di carattere generale che non riguarda solo la categoria dei disabili, ma anche uomini e donne quando le gare cui prendono parte registrano un numero ristretto di paesi partecipanti. In questi casi si tiene conto dell'aspetto di competizione; ad esempio, ricordo di essere stato interpellato in occasione di un'interrogazione a risposta scritta per la presupposta discriminazione tra uomini e donne derivante dal fatto che le donne campionesse mondiali della pallanuoto ricevevano un premio economico diverso dagli uomini. Anche in questo caso si è posto il medesimo problema: i paesi partecipanti alle gare di pallanuoto femminile erano pochi, per cui vincere una medaglia in questo contesto era più facile. E di questo le federazioni tengono conto.
Devo anche aggiungere che nelle paraolimpiadi, a differenza che nei giochi olimpici, il premio economico è cumulabile ed è abbastanza consueto che lo stesso atleta vinca più medaglie. Vorrei, inoltre, fornire alcuni dati: ai giochi olimpici di Sidney hanno vinto medaglie sessanta atleti su 612, praticamente il 10 per cento; ai giochi di Sidney paraolimpici, su una delegazione di 119 atleti, hanno vinto medaglie 24 atleti. Questo rapporto vi convince che la scelta è stata fatta dalla federazione, d'intesa con il CONI, sulla base di elementi tecnici, oserei dire quasi statistici.
Detto questo, non posso, però, che condividere il punto di vista degli interroganti: in effetti, credo che le motivazioni da me fornite siano condivisibili ma ciò che appare è comunque antipatico. Mi spiace che non ci sia il collega Lolli, cofirmatario dell'interrogazione. Tra i presenti vedo l'onorevole Carli: onorevole, le chiedo scusa, non sapevo che anche lei fosse tra i firmatari. Vorrei ricordare che è in discussione presso la Commissione cultura della Camera - abbiamo già avuto una riunione alcuni giorni fa - un disegno di legge che prevede una diversa collocazione ordinamentale e organizzativa per la federazione sportiva disabili che ora, così, «vivacchia» nell'ambito del CONI dove i mezzi finanziari sono diminuiti. Quanto alle priorità tecniche, evidentemente, si preferiscono altre scelte. Una collocazione più autonoma della federazione disabili avrebbe come conseguenza mezzi finanziari propri: come sapete, il ministero di cui faccio parte è stato coinvolto ed ha espresso un parere favorevole. Ne parlavo proprio ieri con il presidente: se la federazione disabili riuscirà ad avere anche mezzi finanziari più sostanziosi, sicuramente questo tipo di differenziazione - motivata ma, comunque, fastidiosa dal punto di vista morale ed estetico - dovrebbe essere risolta.
Questi sono gli elementi che posso fornirvi. Vorrei aggiungere un'unica osservazione: per quanto riguarda la chiamata in causa del Ministero per i beni e le attività culturali, vorrei precisare che il nostro è un intervento in termini di vigilanza e non possiamo imporre correzioni a delibere del Comitato olimpico nazionale italiano e del Consiglio nazionale. Naturalmente, svolgeremo un'attività di sensibilizzazione.
Ripeto che se il disegno di legge attualmente in discussione alla Camera - onorevole Carli, mi pare che lei fosse presente l'ultima volta - troverà una sollecita approvazione, si potrà dare una risposta a queste esigenze.
Apprezzo il fatto che stia maturando una riflessione: attraverso le sue parole si segnala la disponibilità a modificare queste decisione e questi orientamenti. Apprezzo anche il fatto che attraverso l'iter parlamentare si possa risolvere il problema, anche aiutando le federazioni ad evitare questi comportamenti. Nello stesso tempo, tuttavia, credo che il Governo possa impartire indicazioni al CONI affinché superi quelle che io definisco discriminazioni. In questo senso, se da una parte lei sottolinea l'impegno per il superamento di tale problema e se ne fa carico - quindi, la mia interrogazione ha reso evidente un comportamento che va superato, viene accolta dal Governo ed anche da quei parlamentari che hanno ritenuto di dover presentare una proposta di legge che faciliti questo percorso -, credo che non dobbiamo giustificare tali scelte, ma dobbiamo prendere atto che occorre ancora spingere la cultura ed i comportamenti nel nostro paese ad assumere atteggiamenti ed orientamenti che non creino situazioni di discriminazione e di disparità fra soggetti che hanno condizioni di partenza diverse.
Credo che, se il Governo darà tali indicazioni, affinché questi episodi non si verifichino più, e se il Parlamento approverà una legge che aiuti e sostenga questi orientamenti, forse noi rientreremo nelle migliori tradizioni che lei, signor sottosegretario, ha richiamato precedentemente (vale a dire, quelle di un paese che già in anni passati, in cui la sensibilità verso il mondo dei disabili era più «difficile», si era impegnato in tal senso) e sarà possibile maggiore velocità nelle procedure e dunque anche di maggiore comprensione.
Infatti, i problemi della condizione di disabili non si superano in questo modo, ma sicuramente la partecipazione allo sport ed anche misurarsi in competizioni agonistiche nazionali ed internazionali ci fa sentire maggiormente inclusi nella società e quindi dà loro la forza per affrontare le difficoltà quotidiane, perché in quelle circostanze si sentono meno diversi da tutti gli altri e si sentono, pure essi, persone capaci di poter raggiungere dei risultati. Si tratta di risultati che, tra l'altro, non si conseguono solo nel nostro paese, ma vengono raggiunti in sfide internazionali, e dunque rivelano anche la capacità di ogni singolo paese di condurre politiche a sostegno dei disabili.


