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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Nicola Rossi ed altri n. 1-00088 e De Franciscis ed altri n. 1-00099 sugli investimenti nelle aree svantaggiate (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 2).
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione delle mozioni è pubblicata nel vigente calendario dei lavori.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritto a parlare l'onorevole Nicola Rossi, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00088. Ne ha facoltà.
NICOLA ROSSI. Signor Presidente, qualche giorno fa la Svimez ha reso noto il suo rapporto per l'anno 2001 e, come ogni anno, ci ha fornito un quadro abbastanza preciso sulla situazione del nostro Mezzogiorno. Se tutto può essere ridotto ad una formula, il messaggio che emerge, tanto dal rapporto della Svimez quanto - bisogna dirlo - da una serie di analisi recentemente condotte anche da altri istituti, è sostanzialmente uno solo: il cosiddetto allineamento senza riduzione del divario. Per essere chiari, il Mezzogiorno tende a crescere come le altre parti del paese, ma la distanza tra il Mezzogiorno e le altre parti del paese non tende a ridursi. Anzi, sotto alcuni profili particolarmente rilevanti, ad esempio, sotto l'aspetto sociale, con riferimento ai fenomeni di marginalità, il divario fra il Mezzogiorno ed il resto del paese tende, purtroppo, ad allargarsi.
Questa è un po' la storia non solo dell'ultimo anno, ma - occorre dire la verità - anche degli anni novanta: vi è un Mezzogiorno che, faticosamente, è riuscito a raggiungere i livelli medi del paese, ma che non riesce ad andare oltre. Non essendo in grado di fare ciò, non riesce nemmeno a ridurre la distanza che, ormai da decenni, lo separa dal resto del paese.
Il punto di fondo sta nel fatto che il documento di programmazione economico-finanziaria presentato dal Governo - ne discuteremo nei prossimi giorni - giustamente dedica una parte importante alle questioni del Mezzogiorno ed a ragione.
Infatti, se si vogliono effettivamente sostenere tassi di crescita non lontani dal 3 per cento, come il Governo immagina di fare per il prossimo quadriennio, questo è possibile se e solo se il Mezzogiorno cresce considerevolmente più della media nazionale. Non è un caso che nel documento di programmazione economico-finanziaria si immagini il Mezzogiorno crescere all'incirca a tassi del 4 per cento quando la media nazionale si attesterebbe intorno al 3 per cento. Anche questa non è una novità: era esattamente la traiettoria di crescita che per il Mezzogiorno avevano immaginato i documenti di programmazione economico-finanziaria per gli anni 2000 e 2001. Sotto questo profilo colpisce l'assoluta continuità con cui la parte relativa al Mezzogiorno del documento di programmazione economico-finanziaria per il 2003 riprende, punto per punto, quanto era stato fatto negli ultimi anni della precedente legislatura.
L'Italia può crescere come e più della media europea se e solo se il Mezzogiorno riprenderà a crescere come e più della media italiana. È evidente che il Mezzogiorno può arrivare ad un risultato ambizioso di questo tipo solo se il processo di accumulazione di capitale all'interno del
Mezzogiorno prende il volo. Si può avere un processo di accumulazione di capitale sostenuto sotto due profili: quello pubblico e quello privato. In larga misura il Governo sembra immaginare che il processo di crescita del Mezzogiorno possa poggiare solo ed esclusivamente su quello pubblico, cioè sulle infrastrutture, sui fondi europei che possono essere spesi nel Mezzogiorno, e così via.
La mia impressione è che si tratti, se è vero, di un'ipotesi illusoria. Infatti, il processo di spesa dei fondi europei incontra qualche difficoltà che speriamo possa essere superata. Non piace a nessuno che il Mezzogiorno perda fondi che gli spettano, ma leggere, come abbiamo letto sulle agenzie di qualche giorno fa, che il Tesoro sta preparando un piano straordinario per evitare che si perdano qualche migliaio di miliardi di vecchie lire, qualche miliardo di nuovi euro, è certo un segnale preoccupante. Tuttavia, quello che ci preoccupa non è solo questo, ma anche l'idea che si possa spingere la crescita del Mezzogiorno solo attraverso l'investimento pubblico.
Un'illusione di questo genere il Mezzogiorno l'ha già vissuta in anni peraltro molto importanti sotto altri punti di vista come gli anni cinquanta ed i primi anni sessanta, quando l'investimento pubblico spingeva la crescita meridionale. Chi ricorda quegli anni ricorderà come, una volta esauritasi la fase dell'investimento pubblico, nel Mezzogiorno rimase poco e niente proprio perché non si era creato l'humus, il terreno e non si era innestato sull'investimento pubblico quel processo di accumulazione di capitale privato di cui il Mezzogiorno ha necessità per costruire il tessuto imprenditoriale che, in parte, ancora gli manca. È questo il problema sul quale la mozione che discutiamo oggi si concentra in particolare.
Come è possibile che il Governo, rendendosi perfettamente conto che la crescita del Mezzogiorno è il punto centrale per sostenere i suoi obiettivi, non faccia quanto è nelle sue possibilità per sostenere il processo di investimento soprattutto nel settore privato? Questo è quanto il Governo ha sostanzialmente fatto la scorsa settimana approvando, con il contributo della sua maggioranza, all'interno del decreto-legge omnibus norme che stravolgono in maniera pesante e del tutto ingiustificata quanto era stato previsto nella legge finanziaria per il 2001 e, cioè, il cosiddetto credito di imposta per i nuovi investimenti nelle aree svantaggiate. Nei sette mesi dell'anno scorso in cui la norma della legge finanziaria era stata in vigore quel credito di imposta per i nuovi investimenti era costato 570 milioni di euro.
Il credito d'imposta per i nuovi investimenti era stato utilizzato da circa 100.000 imprese, per lo più di dimensione piccola o media; vi erano anche grandi imprese, ma la stragrande maggioranza era rappresentata da piccole (a volte piccolissime) e medie imprese, che erano state in particolare attirate dal completo automatismo e dall'assoluta generalità del provvedimento. Esso infatti non chiedeva loro di spendere risorse, in termini di tempo e di denaro, per presentare le domande, per accedere agli uffici pubblici e dunque per avviare tutte quelle pratiche burocratiche, che spesso e volentieri scoraggiano proprio il mondo delle imprese artigiane e più in generale delle piccolissime imprese.
Dunque, si parla di 100.000 imprese che avevano attivato investimenti pari al doppio del gettito stimato perso (pari a circa 1 miliardo di euro); si tratta di 100.000 imprese che quindi avevano avviato un processo di investimento nel Mezzogiorno, che certamente ne aveva un estremo bisogno.
Non ho bisogno in questa sede di sottolineare con quanto favore quel provvedimento era stato accolto in tutto il Mezzogiorno.
Sono state invece opposte, da parte del Governo, le seguenti motivazioni per innovare rispetto a tale normativa: una riguardante le questioni di copertura; l'altra invece i possibili abusi cui quella norma andava incontro. Dal punto di vista della copertura - lo ricordo a tutti, ma non credo sia molto difficile verificarlo, perché basta guardare gli atti della Camera per ritrovare la relazione tecnica che accompagnava
quel provvedimento - essa era prevista fino al 2006. In questo caso l'aspetto molto strano è che il Governo, non più tardi di qualche giorno fa, nel cosiddetto decreto omnibus, ha previsto un tetto di spesa di importo largamente superiore a quello che è stato il costo del credito d'imposta nei sette mesi dello scorso anno. Da questo punto di vista saggiamente e correttamente la norma della finanziaria per il 2001 aveva in realtà previsto una copertura, con modalità che ora cercherò di descrivere, ma senza porre un tetto di spesa, perché in effetti non ce ne era bisogno e infatti alla fine si è speso anche meno di quanto si immaginava inizialmente.
Il problema della copertura merita infatti una piccola annotazione, perché stupisce che il Governo non si sia reso conto dell'abbaglio contabile cui è andato incontro. Per fare un esempio, il Governo si appresta - lo ha detto a più riprese - a ridurre l'IRPEG di due punti percentuali. Nel determinare le esigenze di copertura di tale riduzione di imposta, il Governo naturalmente valuta lo stock di imprese esistenti, valuta quale potrebbe essere il gettito dell'IRPEG a legislazione vigente e successivamente valuta il gettito dell'IRPEG in base alla nuova normativa, fermo restando lo stock di imprese esistenti. Naturalmente il Governo non si pone il problema - e non sarebbe logico che se lo ponesse - del numero di imprese che potrebbero essere create in seguito alla revisione della normativa, in particolare in seguito alla riduzione di due punti percentuali dell'aliquota dell'IRPEG. Pertanto la copertura del provvedimento viene identificata facendo riferimento allo stock di imprese esistenti.
Ebbene, esattamente la stessa cosa accadeva per il credito di imposta per i nuovi investimenti. La copertura necessaria era la copertura solo relativa agli investimenti che in ogni caso si sarebbero effettuati e non quindi relativa invece agli investimenti che sarebbero stati attivati dalla presenza del credito d'imposta. Questa parentesi tecnica mi è servita per sottolineare che non c'era bisogno di un tetto di spesa, così come definito dal cosiddetto decreto omnibus e che dunque il Governo è incorso in uno straordinario abbaglio di carattere contabile. Mi meraviglio che gli uffici abbiano potuto suggerire - presumibilmente gli stessi uffici che hanno invece avallato la decisione di due anni fa - o comunque abbiano potuto sottoscrivere una decisione di questo tipo, che si traduce sostanzialmente in un'unica conseguenza: fissando un tetto di spesa si impedisce che nuovi investimenti, che sarebbero stati attivati dal credito di imposta, possano poi effettivamente avere luogo.
È evidente quindi la limitata potenzialità che lo strumento incentivante, così come modificato dal Governo, finirà per avere.
Ma vi sono altri punti in cui il Governo ha inciso, in maniera molto grave, sulla normativa preesistente; uno riguarda il cosiddetto intervento burocratico. Siccome gli errori, come le ciliegie, seguono l'uno all'altro, il Governo, avendo fissato il tetto di spesa, si è posto la questione, successiva, di come controllare che detto tetto venga rispettato. Ebbene, la risposta che si è dato è anch'essa vecchia come il cucco, consistendo nell'introdurre un principio di istanza alla pubblica amministrazione in maniera tale da potere avere un controllo preciso di chi sta facendo che cosa e di quanto costi all'erario. Apparentemente, come ho detto, tutto è ragionevole; ma è irragionevole e sbagliata la premessa, vale a dire la modalità di copertura. Però, una volta che si accetti l'idea che è necessario un intervento burocratico, ebbene, poi, si deve compierlo ma lo si può fare in molte maniere. Anche a tale proposito, il Governo straordinariamente ha scelto una strada inutilmente onerosa per le imprese. Infatti, nello stesso decreto omnibus approvato la scorsa settimana, si prevede, all'articolo 5, una procedura molto semplice. Nel momento in cui il tetto di spesa è esaurito, l'amministrazione lo comunica e da quell'istante in poi non possono più pervenire istanze di alcun genere. Per essere precisi, non possono più essere fatti investimenti a valere sul credito di imposta.
Ma ciò non basta, tant'è che nell'articolo 10 dello stesso decreto omnibus si contengono previsioni ulteriori. L'idea immediata è quella di appesantire ulteriormente le pratiche; sembra quasi - chissà per quale motivo - che, quando si parla di Mezzogiorno, scatti un riflesso condizionato. Non basta semplicemente che l'amministrazione dichiari esaurite le risorse e, quindi, non più applicabile l'istituto; no, occorre l'istanza e, poi, l'amministrazione può accettare o meno l'istanza e, quindi, arbitrariamente stabilire che esistano o meno i requisiti e via dicendo. Se poi si passa da una serie di settori ad altri quali l'agricoltura, l'onere burocratico è esteso in maniera raramente riscontrata, addirittura fino ad includere la necessità che vi sia una istruttoria delle domande e che questa venga svolta dagli uffici regionali. Ora, perché il Governo abbia deciso di optare per una burocratizzazione così pesante e di abbattere un principio così ovvio, quale quello contenuto nello slogan «nessuna burocrazia per il Mezzogiorno», è un aspetto che, francamente, ci è difficile comprendere. Ma, evidentemente, ciò si spiega solo in una maniera, con la necessità e la volontà di ripristinare, nel Mezzogiorno, l'intermediazione burocratica sulla quale, evidentemente, il Governo e la maggioranza pensano di poter fare leva per riuscire a conquistare il consenso del meridionali. In tale caso, più che conquistare, bisognerebbe utilizzare altri termini; ma è meglio sorvolare.
Un'altra questione, altrettanto grave come le precedenti, riguarda l'aspetto seguente. Laddove il credito di imposta per i nuovi investimenti era generale ovvero riferito a tutti i settori, nel caso di specie, invece, si introducono criteri di selettività molto precisi. Nella prima stesura del decreto-legge omnibus, la selettività era riferita ad alcuni settori; quindi, col maxiemendamento, la selettività è stata ottenuta semplicemente assimilando il credito di imposta per i nuovi investimenti alla legge n. 488 del 1992. Anche in tal caso, veramente, compiuto un errore all'inizio, poi se ne fanno a catena. Le ragioni del problema nascono dalla seguente circostanza. Un numero considerevole di imprese che avevano utilizzato il credito di imposta erano imprese di servizi; ciò, evidentemente, ha fatto insorgere il Governo e, in particolare, i membri che hanno responsabilità per il Mezzogiorno, i quali ritengono che, in realtà, non è attraverso i servizi che si possano creare ricchezza nel Mezzogiorno e buoni posti di lavoro. Francamente, da dove venga tale idea, è difficile arguire; lo stesso processo di adeguamento del Mezzogiorno alla media italiana significa che esso si deve terziarizzare rispetto alla situazione attuale. È quindi ovvio che lo sforzo maggiore venga fatto proprio sul settore dei servizi.
Ma, c'è di più; c'è un qualcosa che colpisce da parte di questa maggioranza. In particolare, c'è una pulsione pianificatrice che francamente non vedevamo da prima del crollo del muro. Il fatto che una maggioranza ed un Governo si arroghino il diritto di dire che questo posto di lavoro va bene solo se fatto in questo settore costituisce, a mio modo di vedere, una cosa che lascia assolutamente esterrefatti. L'idea che un posto di lavoro non sia buono se creato in uno studio dentistico mentre lo sia se creato in un'impresa manifatturiera meriterebbe da parte del Governo e da parte della maggioranza una spiegazione, ammesso e non concesso che questa esista.
Ma poiché gli errori si sommano, il Governo nel maxiemendamento ha deciso di fare una cosa molto semplice: ha assimilato il credito d'imposta alla legge n. 488. A questo punto, possiamo osservare che più di uno strumento, relativo al Mezzogiorno, è concentrato sullo stesso bacino di utenza (quello della legge n. 488) e cambia soltanto la modalità. Naturalmente, qualcuno poi ci spiegherà il perché; difatti, mi chiedo che necessità vi sia di avere più strumenti relativi ad un unico bacino di utenza (quello della legge n. 488).
Giungiamo ora alla questione forse più penosa, dal punto di vista della valutazione dell'attività di Governo; dico ciò perché questo intervento, in tema di decreto omnibus,
nasceva da una richiesta che le opposizioni, ma anche alcuni colleghi della maggioranza, avevano fatto l'anno scorso quando, nell'approvare il provvedimento dei cosiddetti 100 giorni, era stata introdotta la non cumulabità tra credito di imposta, per i nuovi investimenti, e la legge Tremonti-bis (appena varata). Un po' spinto dalle richieste, come detto, provenienti dall'opposizione e da alcuni colleghi della maggioranza, con il decreto omnibus il ministro dell'economia e delle finanze ed il Governo hanno deciso di accettare l'ipotesi della cumulabilità fra il credito d'imposta, per i nuovi investimenti, e la legge Tremonti-bis.
Al riguardo, sottolineo due questioni, una di carattere generale ed una di carattere più specifico che, a mio modo di vedere, è particolarmente grave; la prima riguarda il fatto che, quando questa operazione si effettua, a sei mesi dalla scadenza della legge Tremonti-bis, è palese che tale legge sarà prorogata; a questo punto, è evidente che chi pensava di anticipare i propri investimenti all'ultima parte dell'anno, non li anticiperà più; in tal modo, ancora una volta, il Governo ottiene il brillantissimo risultato di usare gli annunci della legge Tremonti-bis per scoraggiare gli investimenti. Il risultato sarà che noi avremo un tasso di crescita dell'economia per l'anno 2002 più basso di quello che avremmo potuto ottenere. Questo rappresenta un altro esempio della straordinaria insipienza tempistica che, dal punto di vista economico, il Governo mostra.
Consideriamo adesso l'altra questione che, come dicevo poc'anzi, è, a mio parere, ancora più grave. Quando si parla di cumulabilità, sulla base delle mie conoscenze della lingua italiana, intendo la sommatoria di due provvedimenti. Quello che il Governo sta facendo rappresenta invece un gioco piuttosto brutto in quanto si riverbera sulla pelle dei meridionali; in particolare, consideriamo il credito di imposta per i nuovi investimenti supponendo di investire 100 lire in Calabria (regione in cui massima era l'intensità di aiuto da parte dello Stato); questo investimento restituiva all'imprenditore, sotto forma di minori imposte e contributi, 65 lire. La legge Tremonti-bis per un identico investimento di 100 lire restituisce all'imprenditore, sotto forma di riduzione del carico fiscale, solo circa 15 lire. La cumulabilità, per come la intendo, doveva invece comportare per quello stesso investimento un ritorno per l'imprenditore, dal punto di vista del minor carico fiscale e contributivo, pari a 80 lire (65 più 15). Che cosa fa allora il Governo? Fa una cosa assolutamente brillante dal suo punto di vista e cioè dal punto di vista di chi in realtà la cumulabilità non la vuole: in pratica, stabilisce che il credito d'imposta si può utilizzare solo fino all'85 per cento del massimale previsto dall'Unione europea, il che significa, ritornando all'esempio poc'anzi fatto, che su 100 lire di investimento, effettuato in Calabria, il credito d'imposta non sarà pari a 65 lire ma solo all'85 per cento di quelle 65 lire, cioè circa 50 lire.
Cumulando alla legge Tremonti-bis avremo 50, più 15 di Tremonti-bis, totale 65: esattamente, quello che il credito di imposta, da solo, dava prima. In altre parole, si sono cumulati i due strumenti, ma la cumulabilità non esiste. Francamente, trovo questo veramente molto grave, perché è una presa in giro di proporzioni colossali che si perpetra nei confronti degli imprenditori meridionali e, guardate bene, degli imprenditori settentrionali che investono nel Mezzogiorno: a questi, sostanzialmente, non si dà ciò che si sta dicendo di voler dare. Ma c'è di più: per dagli, esattamente, quello che questi imprenditori ottenevano con il solo credito di imposta, fino qualche giorno fa, li si costringe ad usare due strumenti. Quindi, l'imprenditore che vuole investire nel Mezzogiorno ottiene la stessa cosa che otteneva prima, ma con un raddoppio del carico burocratico. Francamente, non riesco a comprendere perché il Governo abbia questa volontà persecutoria nei confronti del Mezzogiorno, soprattutto nel momento in cui, come ho detto all'inizio, il Governo ha assoluto bisogno di un Mezzogiorno che cresca e in maniera sana,
anche attraverso investimenti privati e non solo attraverso la spesa pubblica, per venirne fuori sotto il profilo di crescita del paese.
Naturalmente, la mozione chiede che venga ripristinata la normativa iniziale (e su questo credo vi siano motivi a sufficienza); oppure, quanto meno, in subordine, che al credito di imposta vengano appostate cifre tali per tutti gli anni fino al 2006 da non consentire nessuno scoraggiamento degli investimenti privati.
In ogni caso, consentitemi di chiudere con un paio di osservazioni. La prima è che questo ministro dell'economia e questo Governo sono molto attenti alle questioni di immagine e io mi domando come abbiano potuto accettare l'idea che, in realtà, nel passaggio del decreto omnibus, quella che era la Visco-sud sia diventata la Tremonti-sud. Questo significa, molto semplicemente, che per molti cittadini meridionali il nome del ministro Tremonti sarà associato, da oggi in poi, a meno risorse, più burocrazia, più pianificazione, più selettività. Francamente, se questo è il messaggio che volevate lanciare al Mezzogiorno, a noi non può fare assolutamente che piacere, visto che il provvedimento varato dai governi di centrosinistra, a questo punto, per il Mezzogiorno sarà associato, esattamente, alle cose opposte: più risorse, meno burocrazia, meno selettività.
Ma non c'è solo questo, perché il punto è quale obiettivo che ci si ponga e dove si voglia arrivare. Per quanto riguarda noi, credo che la Tremonti-sud - se così posso chiamarla - sarà per questo Governo, all'inverso, un po' quello che la Tremonti è stata per i governi di centrosinistra. Se voi ricordate gli ultimi anni della passata legislatura, la promessa della Tremonti, o della Tremonti-bis, era un'arma fondamentale nelle mani della propaganda del centrodestra. Credo che voi non vi rendiate conto che, a partire dal decreto omnibus e a partire dalla mozione che discutiamo oggi, sta iniziando a formarsi, a mettersi insieme i pezzi di un progetto di governo per il centrosinistra per il 2006, che inizierà, credo inevitabilmente, nei giorni di giugno del 2006 con il ripristino integrale della Visco-sud.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole De Franciscis, che illustrerà la sua mozione n. 1-00099. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO DE FRANCISCIS. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il mio compito è facilitato dalla relazione che l'onorevole Rossi ha testé sviluppato, devo dire con molta precisione e molto garbo, evidenziando una preoccupazione ormai costante da circa un anno - dalla discussione sul precedente Documento di programmazione economica e finanziaria e dalla sessione di bilancio che ne seguì - che con insistenza (e lui lo ha ricordato nel breve ma completo excursus storico che ha fatto di questo argomento in questa legislatura) è venuta sul tema del credito d'imposta da parte dell'opposizione e da parte di alcuni colleghi prevalentemente meridionali, sia nelle Commissioni di merito, che in quest'aula.
Si tratta di una questione della quale si chiedeva la permanenza e, in maniera subordinata - come, peraltro, fecero i numerosissimi emendamenti alla legge finanziaria per il 2002 che le forze dell'Ulivo unificarono in una proposta organica ed unitaria - la cumulabilità con la legge Tremonti-bis.
Trovare di nuovo il rifinanziamento, il riutilizzo del credito di imposta è una cosa che, ovviamente, ci fa piacere. Nella mozione che sto illustrando vi è una valutazione positiva riguardo al ritorno di uno strumento che, a nostro giudizio, negli anni del governo di centrosinistra è stato forse il principale strumento di sostegno per lo sviluppo dell'imprenditoria meridionale.
Vi era bisogno di un passaggio logico da parte del Governo per quanto riguarda la possibilità di recuperare il credito d'imposta. A me è parso di individuarlo nella fin troppo discussa vicenda del patto per l'Italia. Coloro che hanno letto il testo del «contratto per il lavoro e dell'intesa per la competitività e l'inclusione sociale»
avranno notato che nel terzo capitolo di questo documento - siglato da alcune organizzazioni sindacali pochi giorni fa e prima che venisse in discussione il già citato decreto omnibus (ossia la conversione in legge del decreto-legge 8 luglio 2002) -, dedicato a investimenti e occupazione nel Mezzogiorno, ricompare la questione del credito di imposta. Se posso abusare della pazienza dei non molti presenti, vorrei ricordare due cose di questo documento che mi hanno colpito. In primo luogo il Governo e le parti sociali adottano come obiettivo della loro intesa quello di conseguire coerentemente con il programma comunitario obiettivo 1 un tasso di crescita del Mezzogiorno significativamente, stabilmente superiore a quello medio dell'Unione europea e del resto del paese. In sostanza, viene posto come obiettivo quello che nei fatti - i numeri sono inequivocabili, lo stesso ministro dell'economia e delle finanze ha dovuto fare riferimento a questi numeri, a queste cifre nella sua relazione in Commissione bilancio e nella presentazione del DPEF che tra qualche giorno sarà esaminato dall'Assemblea - già rappresenta uno sviluppo significativamente superiore - naturalmente, non si può ancora dire stabilmente superiore - al resto del paese, una tappa che il Mezzogiorno aveva già conquistato in questi ultimi due, tre anni.
In questo patto con le parti sociali vengono poi enunciate le priorità dell'azione del Governo. Naturalmente, vi è la mai desueta diminuzione sostanziale del gap infrastrutturale e, più avanti, l'attrazione di investimenti nell'area, anche attraverso l'utilizzo dei contratti di programma. Ciò non rappresenta una novità poiché il ministro Marzano - anche in alcune audizioni nelle Commissione bilancio e finanze - ha più volte detto che si tratta di uno strumento che lui trova particolarmente efficace.
Comunque - è questa la seconda cosa che volevo segnalare -, si pone come obiettivo una cosa che, in parte, è già stata conquistata; ad un certo punto, infatti, si fa riferimento a risorse aggiuntive. Per quanto riguarda le «risorse aggiuntive» rivolte al Mezzogiorno, il Governo si impegna ad assicurare, in linea con gli impegni di addizionalità del programma comunitario 2000-2006, che le quote di risorse ordinarie destinate agli investimenti nel Mezzogiorno siano inferiori, eccetera eccetera. Nell'ambito di una generale semplificazione degli strumenti di incentivazione, il Governo sta procedendo a concentrare nel Mezzogiorno lo strumento del credito di imposta, ex articolo 8 della legge n. 388 del 2000 per dare certezza finanziaria e renderlo cumulabile con la Tremonti-bis (legge n. 383 del 2001). In questo modo - continua il documento che è stato ed è all'attenzione di tutto il paese - il credito di imposta cumulato con la Tremonti-bis per un congruo periodo di tempo diviene così strumento di compensazione per i maggiori costi del capitale nel Mezzogiorno.
In questo quadro, poi, come ha riferito il collega Nicola Rossi, anche gli incentivi ex legge n. 488 del 1992 e n. 181 del 1989 e quelli rivolti all'imprenditorialità e all'autoimpiego svolgono un ruolo importante. Pertanto, nella categoria degli «strumenti aggiuntivi» ritorna, a mio avviso secondo una logica che doveva prevedere un qualche passaggio politico, lo strumento del credito di imposta che avevamo in tutti i modi, peraltro in maniera sempre equilibrata e documentata, chiesto di reintrodurre perché ci sembrava, numeri alla mano, che fosse stato efficace.
Le modifiche apportate dal Governo alla disciplina del credito d'imposta, alle quali ha fatto riferimento l'onorevole Nicola Rossi, per le complicazioni che ne sono derivate ha, di fatto, determinato la riduzione dei meccanismi automatici, come egli ha molto limpidamente spiegato, che, invece, hanno rappresentato il punto di forza del suddetto strumento. L'automatismo del credito di imposta, per le imprese del Mezzogiorno, ha, infatti, rappresentato la forma incentivante più alta, anche più intuibile, più facile da comprendere e percorribile dagli imprenditori.
La decisione di rendere più difficile il ricorso al credito di imposta, attraverso una serie di vincoli burocratici, previsti,
peraltro, dal decreto omnibus approvato pochi giorni fa, ci sembra incoerente con la politica di sviluppo del Governo che, invece, con la Tremonti-bis, ha adottato strumenti di incentivo automatici.
Ritengo, pertanto, che si apportino modifiche (lo ritengono anche tutti i deputati meridionali del gruppo al quale mi onoro di appartenere che hanno sottoscritto la mozione) che, di fatto, determinano una nuova burocratizzazione e quindi l'accesso delle imprese al credito di imposta, di fatto, diventa più difficile. Dunque, se da una parte il Governo sottoscrive con alcune forze sindacali e propaganda alla pubblica opinione, come prima ricordato, il ricorso ad uno strumento che, adesso, cumulato nei fatti, determina un incentivo inferiore, peraltro esprimendo un giudizio politico perché lo ritiene, seppur tardivamente, una manovra «aggiuntiva», non vi è dubbio che siamo di fronte ad una situazione oggettivamente non vantaggiosa per il Mezzogiorno, per le imprese meridionali e per quanti vogliano investire nel meridione.
Per il Mezzogiorno, peraltro, con il documento di programmazione economico-finanziaria (allo studio delle Commissioni e, tra poche ore, anche in quest'aula) si immagina un'accelerazione e una qualificazione degli investimenti pubblici. Vi è inserita una serie di espressioni dietro alle quali, però, vi è scarsa sostanza di incentivi reali, per altro autopropulsivi, sotto forma di impegni finanziari aggiuntivi che il documento - quelli di voi che avranno la pazienza di studiarlo se ne renderanno conto - non quantifica.
Eccoci dunque al meccanismo tecnico, al quale si è fatto riferimento nella mozione che reca la prima firma dell'onorevole Nicola Rossi, per il quale la cumulabilità tra i due strumenti, che avevamo chiesto lo scorso anno, sia pure subordinatamente alla sua considerazione come risorsa di incentivo allo sviluppo del Mezzogiorno, rischia, allo stato dei fatti, di essere totalmente vanificata dall'inserimento, come è stato già spiegato, di un tetto di spesa.
Noi temiamo che ciò possa determinare addirittura un effetto perverso perché, da una parte, gli imprenditori che per la prima volta volessero accedere ai benefici della Tremonti-bis potrebbero non poterlo fare perché privi di una media di riferimento, ma, nello stesso tempo, gli stessi imprenditori potrebbero restare esclusi dal beneficio del credito di imposta per una mancanza di fondi. Riteniamo che il Governo possa fare una valutazione aggiuntiva sulle questioni illustrate quest'oggi.
In aggiunta a quanto ho già affermato, vorrei rilevare il fatto che gli stanziamenti previsti nella tabella D) della legge n. 388 del 2000, che si riferiscono alla legge n. 208 del 1998, vengono di fatto addirittura ridotti; la suddetta riduzione viene prevista per far fronte alla copertura degli oneri per l'anno 2004, derivanti dalle modifiche apportate nel medesimo articolo, relative al cumulo tra la Tremonti-bis ed il credito di imposta.
Pertanto, come già diceva l'onorevole Nicola Rossi, siamo dinanzi ad una beffa che deve essere in qualche modo spiegata ed energicamente corretta. Inoltre, la disposizione normativa che abbiamo discusso in quest'aula pochi giorni or sono, oltre a rappresentare una violazione del principio di annualità del bilancio - come qualcuno di noi ha provato a ribadire nel corso della discussione stessa - si traduce, in sostanza, in una reale sottrazione di risorse previste in bilancio per l'anno 2003, ai fini di copertura di un onere relativo all'esercizio successivo, non rispettando nemmeno la disposizione dell'articolo 11-ter, comma 1, lettera b), della legge n. 468 del 1978 che prevede la copertura di oneri attraverso la riduzione dell'autorizzazione di spesa e non, come in questo caso, attraverso la diretta imputazione ad un capitolo di bilancio.
D'altra parte, mi sembra che la discussione sul decreto-legge omnibus abbia registrato significativi interventi e testimonianze da parte di colleghi non meridionali. Mi ha molto colpito, nel corso del dibattito, l'intervento del collega Pinza che, pur non essendo meridionale, riconosce,
nella questione degli incentivi e dello sviluppo del Mezzogiorno d'Italia, la questione centrale che questo Governo continua ad eludere, ritenendo di poterla risolvere attraverso una politica di sola incentivazione dei lavori pubblici e, peraltro, nella maniera poco controllata che abbiamo già imparato a riconoscere. Egli diceva infatti, nel corso del dibattito, che bisognerebbe fortemente monitorare i crediti di imposta.
Questa richiesta, nonostante le equilibrate e documentate richieste contenute in diversi emendamenti discussi da quest'Assemblea pochi giorni or sono, non ha trovato accoglimento, rimanendo senza risposta.
In altre parole, nel momento in cui si creano procedure che in qualche modo determinano un regime di credito di imposta, come veniva spiegato poc'anzi, ma non si creano procedure per mettere a regime, in qualche modo ordinando, la disciplina della legge Tremonti, è evidente, come ricordava il collega Pinza, che la scelta dello strumento fiscale attraverso il quale agire è compiuta. Lo strumento fiscale che il Governo preferisce adottare è quello previsto dalla legge Tremonti-bis. In questo modo si dice in sostanza alla platea di imprenditori del Mezzogiorno d'Italia ed a quanti auspicano la stabilizzazione di quel tasso di sviluppo superiore rispetto al resto del paese - cui facevo riferimento all'inizio di questo intervento -, che lo strumento del credito di imposta contiene meccanismi di contingentamento. Tuttavia gli strumenti che operano in automatico, come il meccanismo previsto nella legge Tremonti, non hanno al loro interno meccanismi di contingentamento.
Dico allora al rappresentante del Governo che segue questo dibattito: diciamo la verità e cioè che, ancora una volta, al di là delle intenzioni scritte e dei documenti e quindi delle chiacchiere, si tratta di un'operazione che è attuata ai danni del Mezzogiorno d'Italia.
Un'operazione che si gioverà pochissimo della legge Tremonti-bis, laddove invece nel credito di imposta si era trovato uno dei pochi e reali strumenti di intervento. Quelli di noi che, per natali e per formazione, si riconoscono e sono meridionali, ma percepiscono anche che tale questione non è meramente campanilistica, ma è la questione politica centrale di questo paese, se vogliamo avere, da una parte una piena e compiuta utilizzazione delle provvidenze che la Comunità europea rende disponibili per gli ultimi anni, e, dall'altra, se ancora vogliamo inserire quella marcia in più che possa continuare un trend, da tutti, maggioranza e opposizione, apprezzato e ritenuto positivo per le regioni meridionali, si augurano che la discussione di queste due mozioni presentate in questo pomeriggio consenta al Governo di accogliere i suggerimenti e le proposte avanzate. Il primo, per quello che riguarda la mozione a mia firma, è rappresentato dal destinare uno stanziamento annuo per il credito di imposta, perlomeno, pari - e faccio riferimento anche alla proposta formulata dal collega Nicola Rossi, in parte diversa, ma che in sostanza va in questa direzione, - a quello medio dell'ultimo triennio, ovviamente esercitando scelte che sono legislative ed in qualche modo intervenendo anche sulla tabella D della legge finanziaria per il 2001.
Purtroppo, invece, siamo subissati dalle informazioni ad effetto di quella che forse, con qualche mancanza di rispetto, qualcuno nella pubblica opinione ha definito la «finanza creativa», e che mi sembra solo dieci giorni fa il Presidente del Consiglio nel corso di una trasmissione televisiva in qualche modo correggeva - ovviamente a favore del suo ministro dell'economia e delle finanze. Probabilmente, questa definizione era sbagliata e poco rispettosa delle istituzioni, ma in qualche modo, onorevole sottosegretario, rappresenta «plasticamente» il fatto che ormai da un anno siamo abituati a vedere lucidi, trasparenze, diapositive e scene ad effetto.
Pur avendolo richiesto, vale la pena ricordare che ancora questa sera, per quanto mi è dato sapere, è inevaso l'obbligo di legge della scorsa finanziaria (articolo 1 della legge finanziaria per il 2002) di avere notizie al 30 giugno sul credito di
imposta per quanto concerne la questione delle coperture cui accennava precedentemente l'onorevole Nicola Rossi. Chiediamo, allora, di potere avere, al 31 marzo 2003, almeno in sede di Commissioni parlamentari una relazione sull'applicazione del credito d'imposta, così come modificato dal decreto-legge 8 luglio 2002. Chiediamo, altresì, che questa relazione contenga una valutazione sulla congruità della copertura amministrativa del provvedimento rispetto a quella domanda potenziale di investimento che, per quanto mi è dato sapere, posso assicurare essere forte e viva così come, peraltro, si può facilmente dedurre dagli uffici periferici e centrali del Ministero dell'economia e delle finanze dal numero di domande presentate per accedere ai benefici del credito di imposta, e ciò onde evitare conseguenze negative sul volume degli investimenti nel Mezzogiorno. Chiediamo al Governo, infine, che questa relazione possa contenere uno studio tecnico sull'impatto che la burocratizzazione delle modalità di ricorso al credito d'imposta, così come questa sera abbiamo ricordato, avrà avuto sul volume degli investimenti.
Il collega Rossi, io - molto più modestamente, naturalmente - e tanti altri riteniamo che non si facciano battaglie per il meridione per logiche di campanile o per pietire un aiuto che altre coalizioni, evidentemente, negano in maniera manifesta e pregiudiziale. Qui si pone al centro del dibattito politico del paese l'attenzione a quella che rappresenta la più grande risorsa a disposizione della nazione, vale a dire l'inespressa potenzialità che dalle regioni del Mezzogiorno, se aiutate e guidate da una saggia politica economica a livello centrale, questo paese può ancora trarre. Sta alla maggioranza che sostiene il Governo in carica dimostrare di avere intelligenza, e se ha intelligenza, di recepire i suggerimenti buoni - ma, per piacere, fino in fondo, e non per provare a fare notizia su questo o su quell'altro telegiornale (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.
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