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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione Marcora ed altri n. 1-00079, sulla sede dell'Autorità alimentare europea (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
Avverto che è stata altresì presentata la mozione Bertolini ed altri n. 1-00101 che verte sullo stesso argomento della mozione all'ordine del giorno (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1). La discussione, pertanto, si svolgerà anche su tale mozione.
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione delle mozioni è pubblicata nel vigente calendario dei lavori.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritto a parlare l'onorevole Marcora, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00079. Ne ha facoltà.
LUCA MARCORA. Signor Presidente, come tutti sanno, il libro bianco della Comunità europea sulla sicurezza alimentare prevede l'istituzione di un'Autorità alimentare europea, che deve risultare uno dei mezzi per garantire la sicurezza alimentare all'interno dell'Unione europea.
L'autorità deve fornire un parere scientifico indipendente su tutti gli aspetti relativi alla sicurezza alimentare, comunicare e dialogare con i consumatori, mantenere i contatti con le agenzie alimentari
nazionali e, infine, intervenire in casi di emergenza causata da problemi sulla sicurezza alimentare.
Parma si è candidata a diventare sede dell'Autorità alimentare europea già nel 1999.
Si è costituito un comitato promotore, presieduto dal presidente della provincia di Parma, Borri, (ne è copresidente anche il sindaco di Parma, Ubaldi) che riveste le caratteristiche di trasversalità rispetto ai partiti politici. Lo sforzo per ottenere che Parma diventasse sede dell'Autorità alimentare europea risponde ad un interesse che deve coinvolgere tutti, non solo il primo promotore del suddetto comitato.
Parma riveste tutte le caratteristiche per poter essere un'ottima sede dell'Autorità alimentare europea: è, storicamente, un punto di riferimento nello scenario agroalimentare nazionale, ma anche in quello europeo ed internazionale, caratterizzato dalla presenza della grande impresa agroalimentare (anche di carattere multinazionale), nonché da un diffuso tessuto di piccole e medie imprese che producono prodotti di qualità, molto spesso prodotti DOC (il parmigiano reggiano ed il prosciutto di Parma fanno sicuramente di tale città la capitale del settore agroalimentare europeo).
La vicenda della candidatura di Parma è lunga perché il comitato promotore si è insediato nel 1999. Riteniamo che a Parma vi siano le strutture scientifiche necessarie (ricordiamo l'istituto di ricerca sull'industria conserviera, l'università di Parma, le strutture produttive, come ricordato, quali la grande impresa multinazionale e, soprattutto, la piccola impresa di trasformazione dei prodotti tipici legati al territorio), nonché strutture sicuramente idonee dal punto di vista logistico (all'interno del parco Ducale vi è la possibilità di localizzare la sede).
Infine, vi è sicuramente la possibilità di rispettare entrambi i criteri di sicurezza alimentare: quello più tipicamente anglosassone, nordeuropeo, che concepisce la sicurezza alimentare come un problema di controllo igienico-sanitario delle produzioni agroalimentari e quello più tipicamente mediterraneo che, oltre al controllo igienico-sanitario, individua nella tracciabilità della filiera corta, soprattutto nella tipicità e nel legame con il territorio (codificati in disciplinari di produzione dei prodotti DOC), quindi, nella suddetta tipologia di produzione agroalimentare, la maggiore garanzia della sicurezza alimentare per i consumatori.
Detto ciò, non possiamo che constatare come la candidatura di Parma abbia seguito un iter in crescita, in termini di probabilità di successo, fino al termine dell'ultimo Governo del centrosinistra dove era arrivata ad una «incollatura» dal traguardo (affiancata dalla candidatura di Helsinki). Da quel momento in poi non possiamo che constatare progressivi arretramenti della possibilità di successo della candidatura di Parma sotto il Governo Berlusconi che, in campagna elettorale, l'aveva presentata come una delle armi propagandistiche più sbandierate.
Abbiamo avuto problemi sicuramente grandi con la Presidenza belga di turno; il Primo ministro belga ha presentato un pacchetto di misure di compromesso in merito alla localizzazione di tutte le sedi delle authority, non solo quelle della sicurezza alimentare (mi riferisco anche all'agenzia marittima, a quella delle telecomunicazioni e via seguitando).
Abbiamo vissuto sotto la Presidenza belga un sensibile arretramento della posizione di Parma. Il Presidente belga infatti aveva predisposto un «pacchetto di compromesso» che stabiliva che la sede dell'Autorità alimentare europea fosse Helsinki; esercitando il diritto di veto, il Presidente del Consiglio Berlusconi è riuscito ad impedire questo disegno. Ai più questo è sembrato un atto di coraggio, addirittura di forza per impedire che l'Autorità alimentare europea avesse quale sede Helsinki. È stato invece un segno di grande debolezza perché non si poteva permettere che la Presidenza belga predisponesse «un pacchetto di compromesso» sulla sede dell'authority nel quale la città di Parma veniva esclusa. Ricordiamoci che quando si pone il diritto di veto nelle modalità in cui è stato posto dal Presidente
del Consiglio Berlusconi, il rischio è che, nel corso delle successive trattative, il veto venga posto da qualcun altro e, in questo caso, dai finlandesi.
Non è soltanto l'insuccesso del vertice di Laeken a preoccuparci: ci preoccupa anche che nel corso dell'intero semestre di Presidenza spagnola, il tema della sede dell'Autorità alimentare sia stato completamente accantonato all'interno dei vertici di Siviglia e di Barcellona.
Il Primo ministro spagnolo Aznar affermò chiaramente che non avrebbe avanzato alcuna proposta di compromesso sulla sede dell'Autorità alimentare europea se non vi fosse stato un accordo fra i governi degli Stati membri. Questo evidentemente non è avvenuto ed il tema è stato completamente accantonato.
Tutto ciò è sicuramente preoccupante, nel momento in cui, come tutti sanno, il Libro bianco stabilisce che l'Autorità debba comunque essere operativa nel 2003. Si è quindi trovata una sede transitoria nella città di Bruxelles. Questo è stato deciso lo scorso anno, ma sicuramente l'incapacità e l'impossibilità di addivenire ad un accordo sulla sede dell'Autorità alimentare europea fanno sì che questa sede provvisoria di Bruxelles possa candidarsi ad essere la sede definitiva.
In questo senso si è espresso il Commissario europeo alla sanità David Byrne, avanzando la possibilità che la sede dell'Autorità alimentare europea possa stabilirsi a Bruxelles per almeno tre anni. Ciò sicuramente rappresenta una penalizzazione rispetto alla candidatura della città di Parma; vi è tuttavia anche qualche aspetto favorevole: il fatto, in particolare, che sia stata nominata direttrice generale della direzione generale sanità europea una rappresentante finlandese.
Si tratta di una nomina che spetta direttamente al Presidente della Commissione e sicuramente ben altri sono stati i motivi che l'hanno determinata, ovvero quelli legati sicuramente all'esigenza di nominare una persona dotata e capace, rispetto alla volontà di aiutare la città di Parma; sicuramente tuttavia questa nomina rappresenta un punto a favore per la candidatura della città di Parma perché sarà difficile che ci possa essere una sede dell'Autorità alimentare europea in Finlandia e contemporaneamente una direttrice generale della direzione generale sanità sempre finlandese.
Rispetto a tutto ciò, ci chiediamo quale sia l'azione del Governo e dove siano finite le grandi promesse di Berlusconi nel corso della campagna elettorale e successivamente nel grande forum tenutosi a Parma sui temi del settore agroalimentare durante questo inverno.
Vorremmo sapere cosa sta facendo il Governo ed auspichiamo che le trattative e i rapporti diplomatici si stiano intensificando nel momento in cui, come ricordavo, la nomina della direttrice generale della direzione generale sanità riapre le porte alla candidatura di Parma. Siamo qui a dire che sicuramente non è nostra intenzione utilizzare tale vicenda per scopi di polemica politica, essendo disponibili a forme di accordo, anche su questa mozione in particolare, perché riteniamo che la partita relativa alla sede dell'Autorità sulla sicurezza alimentare, da affidarsi a Parma, rivesta un interesse nazionale che deve vedere tutti uniti nel compiere gli sforzi necessari perché questa candidatura possa essere avanzata.
Non possiamo, tuttavia, non constatare come, da sei mesi a questa parte, il nostro Governo non abbia più parlato di Parma come sede dell'authority per la sicurezza alimentare (Applausi dei deputati del gruppo Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Orsini, che illustrerà anche la mozione Bertolini ed altri n. 1-00101, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.
ANDREA GIORGIO FELICE MARIA ORSINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi pare che siano in molti non solo in quest'Aula, ma anche e soprattutto tra i commentatori e gli osservatori di diverso orientamento politico (naturalmente, con l'autorevole eccezione dell'oratore che mi ha preceduto) a riconoscere che uno degli aspetti più qualificanti della politica del
Governo Berlusconi sia proprio la capacità di affermare nel campo della politica estera, forse per la prima volta da molti anni, un ruolo di iniziativa politica italiana in Europa e nel mondo.
Essere davvero europei - come è nel nostro DNA, nella nostra tradizione, nella nostra cultura, nei valori fondanti dai quali nasce il nostro Stato e la nostra Repubblica, ma anche nei valori fondanti delle culture alle quali ci ispiriamo (la tradizione laico-liberale, quella cattolica, quella socialista-riformista) - sulla base di tutti questi valori (che oggi, fortunatamente, anche la sinistra ha scoperto, dopo averli avversati per molto tempo) significa agire in Europa da protagonisti, e non praticare un falso europeismo, vale a dire l'europeismo puramente acquiescente e puramente ratificante. A mio avviso, infatti, è un falso concetto di europeismo quello secondo il quale stare in Europa significa semplicemente dire di sì a decisioni assunte da altri, e non credo di fare polemica con nessuno affermando che questa sia stata oggettivamente una costante della politica estera italiana per diversi anni che ha portato, tra l'altro, al fatto che l'Italia sia l'unico Stato europeo a non essere sede di nessuna importante agenzia europea. Si tratta, infatti, di una politica che ha portato a gravi discriminazioni in molte altre materie (penso, ad esempio, all'agricoltura) e che proprio nel settore agroalimentare ha procurato danni nei confronti dei produttori e dei prodotti italiani (si è discusso migliaia di volte di queste cose).
Credo che questa tradizione di europeismo di maniera o di facciata, e non di europeismo da protagonisti, sia anche una conseguenza della marginalità in cui per molti anni si è trovata la politica estera e la politica europea. Infatti, al di là delle dichiarazioni di principio di assenso all'idea di Europa che progressivamente è maturata nelle coscienze e nelle culture di molti di cui molti si sono serviti, se non altro, come «clausola di stile» da inserire nella affermazioni, nei discorsi e nei programmi, essa in realtà non è stata per molto tempo al centro dell'attenzione della classe dirigente di questo paese.
Pertanto, mi sembra un po' curioso affermare che le difficoltà della candidatura di Parma ad ospitare l'autorità alimentare europea nascano dall'unico Governo che ha fatto di questa materia una battaglia centrale e forte fino ad adoperare uno strumento estremo, enormemente spiacevole e negativo quale il diritto di veto, che, tuttavia, è stato indispensabile usare e che ha rappresentato un atto di responsabilità, di forza e di coraggio politico a tutela non solo di un oggettivo interesse nazionale, ma anche di un oggettivo concetto di equità in ambito europeo. Esiste, infatti, una logica alla quale l'Europa si è sempre giustamente ispirata, vale a dire quella per cui le agenzie comunitarie debbano essere collocate nelle zone più specificatamente confacenti alla natura ed alle competenze delle agenzie stesse.
È un concetto valido per tutti; in tal senso la Finlandia è la candidata naturale ad ospitare agenzie operanti in altri campi, come quello delle telecomunicazioni, nell'ambito del quale la Finlandia, è, oggettivamente, a livello europeo, all'avanguardia. Sarebbe ovviamente ridicolo se, attorno a questo tema, si sviluppasse una sorta di competizione nazionalistica tra Italia e Finlandia. Non sono questi i termini con cui il problema deve essere affrontato. Infatti, da una competizione nazionalistica o di principio, probabilmente, si otterrebbe soltanto una soluzione di stallo che, in parte, si è già affacciata, consistente nella provvisoria collocazione a Bruxelles dell'agenzia alimentare. Evidentemente, tale soluzione non può essere definitiva perché ciò non corrisponderebbe ad alcuna logica, meno che mai ad una logica europea.
È altrettanto evidente che, per quanto riguarda il nostro paese, la città di Parma rappresenta la candidata naturale ad ospitare un'agenzia che si occupa di materia alimentare, non soltanto per i ben noti motivi legati alla qualità, al pregio, alle sue tradizioni, alle produzioni di qualità (e
anche di nicchia che, quindi, devono essere tutelate ma che forse, in passato, non lo sono state sufficientemente), ma anche e soprattutto perché Parma è sede - lo ricordava, e sono d'accordo, il relatore che è intervenuto prima di me - di un'università di livello europeo; è dotata di attrezzature scientifiche d'avanguardia ed è in grado di fornire figure professionali altamente qualificate nei settori giuridici, scientifici, umanistici. Parma è una città di facili collegamenti: dispone di un aeroporto che sta crescendo, di infrastrutture viarie e ferroviarie di primo ordine. È una delle sedi e dei simboli di quel tessuto di produzione di grande, ma soprattutto di media e piccola produzione in molti settori, prioritariamente quello agroalimentare, vale a dire uno dei punti di forza del nostro sistema economico, un settore trainante per tutto il paese.
In questo senso, la battaglia che il Governo Berlusconi sta portando avanti e che continuerà a condurre, in coerenza con gli impegni presi e con la profonda convinzione che ci caratterizza sulla giustezza di questa tesi e del nostro modo di stare in Europa (un modo che tutela le esigenze dell'Italia, dei cittadini italiani e di un'Europa fatta di compartecipi e non di ratificanti) è una battaglia che merita il sostegno, il coinvolgimento e la partecipazione attiva di tutto questo Parlamento.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, uno statista tra i più illustri del secolo scorso, Henry Kissinger, con riferimento alla politica estera italiana, nelle sue memorie ricordava che i politici italiani erano così saggiamente consapevoli del fatto di non poter incidere, in alcun modo, nei processi internazionali che ritenevano un'autentica perdita di tempo il fatto di occuparsene. A proposito di un autorevole uomo politico italiano, dopo averne lodato l'intelligenza, la capacità, la finezza intellettuale, Henry Kissinger scriveva: durante la metà degli incontri che tenne con me, mi si addormentava di fronte. Cominciai a considerare un successo il semplice fatto di tenerlo desto. Non si poteva talora - scriveva ancora Kissinger - evitare l'impressione che a discutere con il ministro degli esteri italiano di problemi internazionali si corresse il rischio di annoiarlo.
Questi tempi sono cambiati definitivamente. Al nostro ministro degli esteri, al Governo italiano, la politica estera non solo non annoia, ma rappresenta una priorità assoluta, proprio perché non è più una scelta di civiltà rispetto alla quale è sufficiente stare da una parte o dall'altra e delegare la soluzione dei problemi ad altri.
È una realtà estremamente complessa, nella quale, ogni giorno di più, soprattutto in Europa, si giocano non soltanto l'integrazione di uomini, di culture e di valori, ma anche lo sviluppo economico, la tutela dei nostri produttori e di interessi concreti e legittimi (non parlo mai di interessi biechi, corporativi e nazionalistici, ma di interessi legittimi, giusti), di un mondo - nel caso di specie, agroalimentare - estremamente vivace e capace, eppure troppo penalizzato.
Spesso si abusa del termine bipartisan, ma questo è uno dei casi in cui si può essere veramente bipartisan. Per farlo, però, bisogna evitare inutili distinguo, bisogna evitare di andare a cercare ragioni capziose di differenziazione ed occorre, invece, ricercare le ragioni di uno sforzo unitario, nell'interesse di Parma e del nostro paese, ma anche di un'idea di Europa nella quale, penso, tutti crediamo.
PRESIDENTE. Onorevole Orsini, non come Presidente pro tempore della Camera, ma come persona che ha avuto confidenza con l'onorevole Moro, le debbo dire che il racconto di Kissinger riporta, naturalmente, la versione kissingeriana; la versione di Moro era diversa: vi era una sorta di diffidenza istintiva di Kissinger, sia pure molto scherzosa, nei confronti del ministro degli esteri italiano.
Ho voluto fare questa precisazione per dovere, certamente non per entrare nel merito delle vicende attuali: essendo stato testimone di alcune confidenze dell'onorevole Moro, sono in grado di affermare che le circostanze alle quali lei ha fatto riferimento rispecchiano le memorie di Kissinger, non quelle di Moro.
È iscritto a parlare l'onorevole Preda. Ne ha facoltà.
ALDO PREDA. Signor Presidente, non ho preoccupazioni nell'affermare, anche per tranquillizzare tutti, che siamo disponibili affinché l'intero Parlamento rivendichi Parma come sede dell'authority per la sicurezza alimentare, siano prese le opportune iniziative diplomatiche, siano rilanciate le relative motivazioni (mi sembra che quelle esposte nella mozione presentata dalla maggioranza siano insufficienti) e venga nuovamente affermata tale necessità.
Oggi, l'authority per la sicurezza alimentare ha sede provvisoria a Bruxelles, ma dobbiamo rilanciare con decisione le motivazioni che inducono a fissare la sede definitiva in Italia, a Parma. Nessun dubbio su questo! A Parma è stata avviata un'azione unitaria di tutte le forze politiche e degli enti locali ed altrettanto deve avvenire a livello nazionale.
Però, ritengo necessari alcuni chiarimenti e specificazioni. È stato detto anche dal primo firmatario della mozione, onorevole Marcora, che l'autorità per la sicurezza alimentare ha compiti estremamente importanti, legati alla tradizione del nostro paese: offre consulenza scientifica, assistenza scientifica e tecnica, istruzioni, suggerimenti ed approfondimenti relativi alla normativa ed alle politiche comunitarie in tutti quei campi che hanno un'incidenza diretta o indiretta sulla sicurezza degli alimenti e dei mangimi e, quindi, sulla salute della gente; contribuisce alla tutela della vita e della salute umana ed a tal fine tiene conto della salute e del benessere degli animali, della salute dei vegetali e dell'ambiente; ha compiti di monitoraggio, coordina la definizione di metodi uniformi di valutazione del rischio, individua e definisce i rischi emergenti e fa in modo che i cittadini abbiano tutte le informazioni ed abbiano regole, istruzioni rapide ed affidabili, obbiettive e comprensibili.
I predetti compiti sono stati codificati nel Libro bianco per la sicurezza alimentare e sono stati conferiti all'authority per rispondere a una necessità dei cittadini europei, dei consumatori, i quali avvertono con ansia il problema della salute alimentare e della genuinità di ciò che consumano. Tale ansia rientra, credo, in un nuovo diritto di cittadinanza poiché, molte volte, anche sulla produzione alimentare e sui prodotti alimentari, si è giocato molto sui differenziali sociali, non solo in Europa ma, a volte, anche in altri paesi non europei.
Le sedi delle multinazionali sono state influenzate, talvolta, da forti differenziali sociali: il costo della manodopera, il lavoro nero, il lavoro dei bambini, dell'infanzia, e così via. Oggi, io credo che il consumatore europeo, ma non solo, abbia rivendicato ai parlamenti ed agli stessi organismi comunitari che c'è questo nuovo diritto alla salute, all'ambiente, al piacere del cibo, alla complicità con il cibo.
Non è più possibile oggi tenere separata la figura del consumatore dal suo rapporto con il prodotto agricolo ed alimentare, non è più possibile che ci sia un cittadino che abbia l'ansia del consumo del prodotto agricolo, del prodotto alimentare. Ci sono problemi che vanno individuati, che rientrano, soprattutto in questi ultimi tempi, in un nuovo diritto, conseguente all'ansia dei cittadini. Credo che alcuni problemi relativi ai controlli alimentari, anche in base agli ultimi eventi accaduti non solo in Italia, ma anche in altri paesi europei - lo stesso problema della tracciabilità nelle produzioni alimentari, quello della salute dei cittadini -, siano di rilevanza mondiale.
C'è un'altra riflessione da fare legata a questa authority. Oggi il produttore agricolo, quello che produce la materia prima che noi poi consumiamo, corre un nuovo rischio, oltre a quelli passati della produzione e del mercato: il rischio biologico. Egli ha il problema dei costi alti, ha il problema della qualità, avrà il problema della tracciabilità, ha il problema del rinnovamento e del ricambio generazionale, ma oggi ha anche questo ulteriore problema: quello del rischio biologico e dei controlli in ordine a tale rischio. Perché pensiamo al nostro paese? Credo che
questa domanda ce la dobbiamo porre fino in fondo perché così possiamo pensare anche a quale azione promozionale intraprendere. Infatti, noi andiamo verso un'authority indipendente, che non dipende dai governi nazionali, non dipende dal Parlamento europeo, non risponde alla Commissione europea; questa authority è essenziale per raggiungere delle regole globali, è essenziale per raggiungere alcuni obiettivi legati alla salute della gente, del consumatore; è essenziale in un mercato globalizzato, per controllare e dare trasparenza; è anche essenziale per scoprire - come molte volte è avvenuto, anche in anni abbastanza recenti, in Europa - la sottovalutazione del rischio alimentare oppure per scoprire quegli Stati, quei paesi che nascondono il rischio alimentare. Alcuni fatti abbastanza eclatanti legati ai rischi alimentari sono riconducibili anche ai comportamenti dei governi che molte volte hanno nascosto, hanno sottovalutato il rischio alimentare. Credo che davanti a tale situazione noi ci dobbiamo porre alcuni problemi.
Vorrei sottolineare alcuni aspetti. Il primo: recentemente, alla presentazione delle proposte relative alla revisione della politica agricola europea, il commissario Fischler ha parlato di condizionalità ecologica. Questo è un tema importante. Egli, in altre parole, dice di favorire l'applicazione di buone pratiche agricole. Quindi, nelle buone pratiche agricole rientrano la lotta guidata, l'organizzazione dei produttori, il fatto di pensare verso che tipo di agricoltura andare, confermando tutto questo con norme obbligatorie.
Sempre il commissario Fischler parla dei consumatori e dice che tali proposte rappresentano un importante passo avanti verso l'integrazione nella PAC delle preoccupazioni riguardanti la sicurezza e la qualità alimentare, la salute ed il benessere animale. Il disaccoppiamento - dice Fischler - incoraggerà gli agricoltori a rispondere ai segnali del mercato generati dalla domanda dei consumatori. Non so se le ultime valutazioni negative da parte di alcuni sottosegretari di Stato in merito al documento del commissario Fischler riguardino questo capitolo V, penso di no, anche se credo che un dibattito sul rapporto e sulle proposte presentate da Fischler vada fatto, perché anche questo è strettamente legato all'authority e alla nostra richiesta di fissare a Parma la sede dell'authority.
Vorrei anche ricordare che secondo l'INRA di Parigi, un importante istituto che si occupa di ricerca sulla sicurezza alimentare, in futuro le imprese del settore agricolo dell'agricoltura di base si avvieranno, sempre più, verso forme di azione collettiva che, rispetto alle azioni individuali, possono garantire meglio i consumatori soprattutto per quanto riguarda la salubrità delle produzioni alimentari stesse.
Allora c'è da chiedersi, ed è la domanda che poniamo con questa mozione, perché l'Italia? Perché l'Emilia-Romagna? Perché Parma? Perché il nostro paese? E perché questa richiesta viene dall'Emilia-Romagna e da Parma?
Credo che il nostro paese abbia un'agricoltura abbastanza strana, credo che il valore dell'agricoltura del nostro paese sia quello della diversità. Non vi è soltanto una grande diversità tra commodity (85 per cento della produzione agricola del nostro paese) e produzione di qualità (15 per cento di prodotti tipici e tradizionali); vi è anche una grande diversità nell'ambito delle varie produzioni agricole. Inoltre, credo che il nostro paese sia all'avanguardia su alcune cose: l'Emilia-Romagna, ad esempio, è stata l'avanguardia nella lotta guidata; le prime sperimentazioni sono state condotte in Emilia-Romagna e poi estese ad altre regioni e la lotta guidata è un primo elemento, un primo passo verso la salubrità, verso la salute, verso un consumo sicuro dei prodotti alimentari.
Nel nostro paese abbiamo, poi, le DOP più famose del mondo: sui mercati asiatici, secondo dati recenti, ci sono aumenti fino al 48 per cento delle vendite e della commercializzazione dei nostri prodotti DOP, cosa abbastanza straordinaria. In alcuni settori abbiamo più DOP noi che i francesi. De Gaulle diceva che si faceva fatica a mettere d'accordo i francesi che
hanno 200 tipi di formaggi; noi ne abbiamo 400, tipici e di qualità! Pensiamo poi alle filiere agricole, quasi tutte localizzate in Emilia-Romagna, ma non solo: filiere corte e filiere lunghe, filiere che arrivano alla grande distribuzione, ma anche filiere lunghe, che partono dalla produzione agricola ed arrivano fino al consumatore per la strada, non solo per la conservazione dei prodotti agricoli, ma anche per la trasformazione degli stessi. Vi sono poi i produttori organizzati, sia del fresco sia del trasformato: noi riteniamo siano insufficienti, però c'è una buona presenza di produttori organizzati sia nel fresco sia nel trasformato, nelle produzioni DOP e nelle lavorazioni dei prodotti tipici e dei prodotti tradizionali. Le denominazioni italiane, inoltre, stanno occupando spazi a livello internazionale: sono le più copiate nel mondo perché sono le più note nel mondo. Non dimentico poi, anche se non è nella mia tradizione, che la nostra industria alimentare è all'avanguardia: i marchi della nostra industria alimentare sono in tutte le maggiori catene distributive del mondo. Parma è la capitale riconosciuta, è il distretto alimentare che incrementa con maggior forza ed è riconosciuta nel mondo per queste caratteristiche. Credo che abbiamo saputo sfruttare queste diversità dell'agricoltura italiana ed abbiamo saputo organizzarle. Ritengo, pertanto, che dobbiamo avere ulteriori possibilità per sfruttare le diversità della nostra agricoltura.
Noi chiediamo al Governo una cosa molto semplice: di non rimanere passivo di fronte all'assegnazione provvisoria della sede dell'Autorità alimentare europea perché c'è il forte rischio che questa assegnazione da provvisoria divenga definitiva.
Crediamo ci debba essere una forte ripresa dell'iniziativa diplomatica da parte del Governo e riteniamo anche che ci debba essere una mobilitazione di tutto ciò che ruota intorno al mondo agricolo italiano (cioè l'associazionismo, le filiere, le industrie, gli stessi organismi europei in cui queste organizzazioni sono presenti) per richiedere con forza Parma quale sede dell'Autorità alimentare europea. Oggi, alcuni settori stanno già conducendo una battaglia per difendere la tipicità delle produzioni agricole italiane. Facciamoci aiutare da chi conduce questa battaglia per richiedere nuovamente Parma quale sede di questa autorità. Tale autorità può fornire risposte non solo alle esigenze delle produzioni agricole del nostro paese, bensì al nuovo diritto di cittadinanza, invocato dai consumatori, alla salute ed a consumare cibi sani e gustosi. Credo che vi debba essere unanimità nel Parlamento per sostenere tale iniziativa e, quindi, richiedere una riapertura delle scelte a livello europeo (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.
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