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PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 13 e delle proposte emendative ad esso presentate (vedi l'allegato A - A.C. 1534-B sezione 15).
Ha chiesto di parlare l'onorevole Amici. Ne ha facoltà.
SESA AMICI. Signor Presidente, l'articolo 13, inserito dal Senato e, quindi, tornato alla Camera come uno degli elementi di novità da esaminare, già stamattina è stato oggetto di una questione pregiudiziale presentata dai gruppi dell'opposizione e sulla quale sono state fornite alcune risposte. Vorrei partire proprio dalla risposta del collega Carrara il quale, negando la questione pregiudiziale, ha detto di ritenere incomprensibili gli elementi di incostituzionalità dal momento che l'articolo, per come era strutturato, affrontava una questione di buonsenso: si voleva razionalizzare.
Onorevole Carrara, il buonsenso, quando non è accompagnato dalla fermezza e dalla certezza dei principi, comporta il rischio di cadere in un po' di superficialità ed anche di sprovvedutezza. Questi due elementi si manifestano proprio nelle motivazioni che attengono all'articolo: di fatto, si chiede una delega in bianco; i criteri, che pure sono criteri direttivi, vengono negati. E, da questo punto di vista, sarebbe opportuno che il Parlamento si appropriasse di una sua esplicita funzione. In più, c'è un problema tutto di ordine politico. Dispiace che in questo momento, nei banchi del Governo, non sieda anche la ministra Prestigiacomo, perché, con questa richiesta di delega, si nega tout court una storia importante del movimento delle donne di questo paese, fatta di momenti di relazione, di scambi di esperienze, di concretezza nelle politiche di pari opportunità: si trattava del tentativo di recuperare, rispetto al vuoto lasciato spesso dalla politica e dai partiti. Sarebbe opportuno che la ministra Prestigiacomo, nel momento in cui chiede una delega per razionalizzare e ridurre i numeri dei componenti delle commissioni centrali, ricordasse che la commissione nazionale della parità, come l'altra istituita per legge nel 1988, è nata quando il ministero ancora non c'era. L'articolo con cui viene istituita la commissione parla di tentativo di realizzare il precetto dell'articolo 3 della Costituzione: si intende introdurre il tema delle pari opportunità tra uomo e donna e fornire alla commissione una serie di elementi per promuovere l'uguaglianza tra i sessi, rimuovendo ogni discriminazione diretta o indiretta.
Ci trovavamo in una fase politica ben precisa: non esisteva il ministero, che è stato istituito con il primo Governo Prodi, quando l'incarico fu affidato alla collega Anna Finocchiaro. Il punto politico che a noi sta a cuore e per cui contestiamo fortemente questa richiesta di delega è che si vuole negare una funzione che, nel corso del tempo, è stata articolata e ha avuto luci ed ombre. Ma si è trattato di una luce che ha messo in gioco la capacità della politica come dialettica fra diversi. La stessa costituzione della commissione nazionale per le pari opportunità nella sua conformazione rispecchia questo elemento di dialettica e di capacità di relazione politica con soggetti della politica e delle organizzazioni civili. Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad una richiesta che, attraverso un principio meramente autoritativo, tenta di negare questa storia, non per assumere fra le proprie funzioni anche un ministero in grado di fornire indirizzi e proporre capacità di ragionamento ma per ridurre questa esperienza ad una mera concezione da staff dirigenziale. Questo è tanto più emblematico se si notano i tempi con cui è avvenuta la richiesta di delega: la ministra Prestigiacomo venne audita in Commissione quando ancora non aveva ottenuto le deleghe; la delega viene inserita al Senato, dopo che le sono state assegnate le deleghe. A chi è attento e capace di una lettura priva di pregiudizio basta esaminare le deleghe per capire quale sia il disegno che c'è dietro: lo spezzettamento e l'intervento
settoriale per non dare conto di una storia che è fatta di tante e tante esperienze politiche.
Ma quello che ci rende ancor più consapevoli della necessità della richiesta di soppressione di questo articolo è il fatto che, quando si istituì il ministero con il Governo Prodi, si aprì una discussione fra le donne anche a seguito di uno straordinario avvenimento internazionale. In quegli anni, infatti, si svolse a Pechino una straordinaria riunione mondiale delle donne e in quell'occasione si insistette sui due termini di empowerment e mainstreaming. Fu la ministra Anna Finocchiaro a recepire la direttiva, facendola diventare strumento efficace perché con l'azione di un ministero, seppure senza portafoglio, divenne parte della politica del Governo di controllare quegli atti alla luce della differenza di genere. Con questa delega e per come essa è articolata, tutto questo viene spazzato via, probabilmente perché la cultura delle pari opportunità, che ci divide e produce un contrasto in questo momento, è tra chi pensa che quelle siano azioni positive di tipo temporaneo - mentre, in realtà, c'è una rivendicazione di grande soggettività e di parità dentro questo ragionamento - e chi, invece, predicando a parole politiche di pari opportunità, dimentica che l'efficacia è data soltanto quando quelle diventano azioni politiche.
Per questi motivi, io credo non solo che la delega sia inutile e sbagliata, ma che essa determinerà un elemento di rottura in quella storia di chi ha una pratica di relazione fra le donne, perché non si è sentito nemmeno il bisogno - che prima ancora di essere politico è un bisogno istituzionale - di ragionare, insieme a quegli strumenti che preesistevano alla nascita del ministero, per vedere se era possibile e come fosse possibile mantenere la diversificazione delle funzioni, ma soprattutto non annullare quegli strumenti che hanno costituito un percorso importante, tanto che siamo arrivati all'approvazione della riforma dell'articolo 51 della Costituzione.
Per questo misuriamo in maniera negativa il silenzio delle colleghe del Polo. La questione non è se vi sia più o meno potere del ministro, ma riguarda l'idea per cui si vogliono negare esperienze nazionali e regionali che in queste anni sono cresciute, non accettando il confronto politico, ma anzi rispondendo a quel confronto, ancora volta, con un principio di tipo autoritativo. Questi sono gli elementi per cui chiederemo convintamente che si voti contro questo articolo (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bimbi. Ne ha facoltà.
FRANCA BIMBI. Signor Presidente, gli organismi di parità e di pari opportunità sono nati dall'esigenza di colmare i diversi gap politici e culturali nel paese. Il primo riguarda la distanza del riconoscimento acquisito dalle donne nella vita familiare, sociale ed economica e le forme di segregazione, discriminazione ed emarginazione ancora presenti a livello giuridico. Il secondo, relativo al contrasto tra la crescente presenza delle donne in ambiti rilevanti della vita lavorativa e sociale e la condizione di sostanziale apartheid nelle istituzioni rappresentative del sistema politico. Infine, il terzo inerisce al fossato vero e proprio che esiste tra le forme ricche e diversificate delle aggregazioni di donne nella politica prima (espressa da associazioni culturali, case editrici, associazioni di volontariato, istituti e fondazioni di ricerca) e il deficit di voice e di interlocuzione nella costruzione dello spazio pubblico, in particolare, nella formazione delle decisioni politiche.
Gli organismi di parità sono nati su due presupposti. Da una parte, una composizione di sole donne per dare riconoscimento non alle differenze del sesso biologico, bensì all'autorevolezza delle nuove forme di cultura della differenza presenti nel paese e, dall'altra, una non dipendenza dall'esecutivo, ovvero una distinzione tra organismi promossi secondo criteri di rappresentanza delle associazioni di donne e organismi propri dei livelli di Governo.
Tale distinzione è segno della necessità di dar forza alla società civile al femminile nelle domande di cittadinanza rivolte alle istituzioni e serve a mantenere, anche nei confronti di governi eventualmente amichevoli verso le donne, un'attitudine alla critica ancorché costruttiva. Inoltre, con ciò, si segna la distanza ancora da coprire tra ciò che la legge dice sulle donne e ciò che le donne vorrebbero codefinire assieme agli uomini attraverso la legge.
Sono tra coloro che, anche in vista di una futura riforma di questi organismi, ritengono che essi debbano mantenere necessariamente questi presupposti, soprattutto per continuare ad indicare la necessaria autonomia e distinzione della società civile rispetto alle istituzioni politiche. Appare, perciò, ancora ragionevole mantenere la distinzione tra organismi di governo orientati al riequilibrio delle differenze ed organismi consultivi portatori delle voci dirette delle culture delle donne.
Prima di giungere ad una decisione del Parlamento, sarebbe stato importante ragionare e dibattere nel paese con le donne e con i vari organismi di parità - a partire dalla commissione nazionale - sul modo di ridisegnare il riequilibrio tra le due tipologie di organismi di governo e consultivi che, a nostro parere, vanno ambedue mantenuti. Per questo la delega appare particolarmente incongrua ed inopportuna, ma risulta sbagliata anche nel merito, oltre che nella sua filosofia politica.
L'articolo 13 propone un accorpamento degli organismi e la riduzione del numero degli stessi presupponendo, dunque, che quelli consultivi siano troppo numerosi e, quelli di Governo, eccessivamente disaggregati. Devo dire che attraverso un'esperienza ormai più che ventennale ho verificato che tale presunzione non è corretta. Nei luoghi in cui, presso qualsiasi istituzione pubblica, esistono da tempo più organismi consultivi con competenze definite ed obiettivi chiari e di cui si fa periodicamente una valutazione, aperti alla costante comunicazione con le diverse espressioni culturali delle donne presenti nel territorio, se questi stessi organismi sono sostenuti da corrispondenti istituzioni di governo coordinate tra loro, in espressione di un preciso programma politico di pratiche di promozione di pari opportunità, in questo tipo di contesti accade ed è accaduto che quelle istituzioni, trovandosi sottoposte a sollecitazioni congruenti, si sentano più facilmente legittimate ad operare nel senso di un processo continuo di autoriforma, volto a superare le incrostazioni di una cultura ancora fortemente «maschilecentrica». Questa è una prospettiva che sostengo, ma che ho anche visto concretamente all'opera e che sostiene una crescita della coscienza femminile e maschile attraverso il rafforzamento di reti tra la società e la politica e di forme di potere e rappresentanza che si organizzano attraverso reti di democrazia non solo formale.
Con ciò intendo segnalare un percorso opposto a quello seguito dal Governo, le cui scelte, temo, solleciteranno anche tentativi di accentramento degli organismi di parità sull'esecutivo, presso i livelli decentrati e le altre istituzioni pubbliche. Se gli organismi di parità, oggi consultivi, saranno schiacciati sulla dipendenza dagli esecutivi, le donne che governano, in particolare quelle che governano organismi di parità, rischieranno di produrre politiche autoreferenziali e, quindi, ancora un deficit di democrazia. Diminuirà la nostra capacità di leggere la distanza, ancora rilevante, che segna la pluralità delle culture femminili presenti nel paese e le istituzioni, anche quelle che pretendono di rappresentarla.
Colleghi e colleghe, noi che siamo in quest'aula e soprattutto il ministro crederemmo di parlare per loro, ma avremmo meno antenne per capire la crescente estraneità delle donne alla politica (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. Signor Presidente, il mio intervento sarà molto breve, però credo sarebbe sbagliato che sull'articolo
13, riguardante la delega per il riordino delle disposizioni in tema di parità e pari opportunità, intervenissero solamente le rappresentanti donne di questo Parlamento.
Si tratta di una materia di carattere istituzionale e costituzionale che credo debba interessare l'insieme del Parlamento. Condivido pienamente ciò che, in sede di dibattito sulla questione pregiudiziale presentata sul provvedimento in esame, hanno affermato alcune colleghe che sono intervenute; mi riferisco alla collega Laura Cima, che ha illustrato la questione pregiudiziale, nonché alle colleghe Elena Montecchi, Franca Bimbi e Graziella Mascia. Condivido anche ciò che poco fa hanno affermato le colleghe Sesa Amici e Franca Bimbi che è intervenuta nuovamente.
Vorrei sottoporre all'attenzione dell'Assemblea, sia pure brevemente, la rilevante gravità di ciò che sta accadendo; nell'ambito di questo provvedimento concernente la delega per la riforma dell'organizzazione del Governo e della Presidenza del Consiglio dei ministri, con un colpo di mano istituzionale, al Senato, su iniziativa del Governo, è stato introdotto l'attuale articolo 13.
Mi pare sia sbagliata questa operazione; ovviamente è da ritenersi che sia stata compiuta su sollecitazione del ministro per le pari opportunità perché una norma di questa portata si pone contro la valorizzazione degli organismi per le pari opportunità che sono stati via via istituiti in questi anni in un una sequela storica che le colleghe, intervenute in sede di illustrazione della questione pregiudiziale ed adesso in sede di illustrazione degli emendamenti, hanno ricostruito e che io, per brevità, non ricordo.
L'insediamento del nuovo Governo, che ha piena legittimità a governare, ha, tuttavia, determinato, da parte del nuovo ministro per le pari opportunità che, purtroppo, in questo momento non è presente in aula (forse avrebbe dovuto avere la correttezza istituzionale, non l'obbligo, di essere presente) una pesante forzatura. Dopo mesi e mesi nel corso dei quali questo ministro si è trovato nel freezer istituzionale (come, infatti, è stato ricordato, è stata lasciata priva di deleghe da parte del Presidente del Consiglio per molti mesi), in coincidenza con l'assegnazione delle deleghe che noi stessi auspicavamo per ragioni di responsabilità istituzionale, è stata effettuata questa operazione, questo colpo di mano istituzionale, con l'inserimento al Senato in questo disegno di legge (che già la Camera aveva esaminato e che non conteneva questa disposizione) dell'attuale articolo 13.
Erroneamente la relatrice al Senato, la senatrice Ioannucci, aveva cercato di legittimare questa operazione come un semplice tentativo di riordino che non avrebbe in alcun modo mutato le disposizioni vigenti. Basta leggere il testo della disposizione e, ancora una volta, l'analisi tecnico-giuridica compiuta dal servizio studi della Camera in un dossier relativo al provvedimento per capire, da una parte, che questa delega è viziata, in maniera molto pesante, sotto il profilo dell'articolo 76 della Costituzione (quelli che, infatti, al comma 2 vengono denominati principi e criteri direttivi non sono altro che ambiti di intervento) e, dall'altra, che le disposizioni contenute nel provvedimento in esame non si limitano ad una mera ridefinizione della normativa vigente; se questo articolo verrà approvato (noi con questo emendamento proponiamo di sopprimerlo), si permetterà al Governo di innovare anche dal punto di vista legislativo.
Per di più, signor ministro Frattini, non è stata neppure inserita quella norma, che viene sempre inserita quando sono previste deleghe legislative, che prevede il passaggio parlamentare per l'espressione del parere delle competenti Commissioni sugli schemi di decreti legislativi; i suddetti decreti legislativi verranno quindi emanati dopo l'approvazione dell'articolo 13 senza neppure che il Parlamento abbia la possibilità di esprimere il proprio parere.
Noi riteniamo che ciò sia molto grave e che si tratti di un'operazione istituzionalmente scorretta; per tale motivo, invitiamo ad esprimere un voto favorevole sull'emendamento soppressivo in esame.
Colgo l'occasione, signor Presidente, anche a nome degli altri cofirmatari, per preannunciare il ritiro del mio successivo emendamento 13.2.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Deiana. Ne ha facoltà.
ELETTRA DEIANA. Signor Presidente, intervengo brevemente per formulare e ribadire alcune osservazioni politiche già espresse dalle colleghe precedentemente intervenute, in particolare dalla collega Amici.
Mi chiedo cosa abbia spinto il ministro Prestigiacomo a presentare una proposta così apparentemente vaga e indefinita in materia di pari opportunità, oltre che così presuntuosa nella pretesa di farsi attribuire una delega in bianco su tutta tale complessa materia. Cosa è stato? Insipienza del ministro? Estraneità della stessa alla storia politica delle donne per come questa si è manifestata negli ultimi decenni? Oppure misoginia femminile?
Anche le donne sono capaci di grandi misoginie quando altre donne sparigliano le carte del conformismo sociale, culturale, simbolico, in cui l'ordine maschile pretende di confinare le donne. Probabilmente tutte le cose insieme. Tutte le cose in conformità con la linea generale della Casa delle libertà, una linea tesa a destrutturare e ad azzerare tutti quegli elementi di articolata e complessa democrazia che hanno alimentato la grande stagione di lotta democratica che si è sviluppata nel nostro paese e di cui le donne sono state grandi protagoniste per colmare quel gap tra Costituzione formale e Costituzione materiale, che appunto assegnava un posto di eguaglianza alle donne nella Carta costituzionale, ma con difficoltà straordinarie per le stesse di farlo valere nei fatti e nella società. Leggi e istituti per le pari opportunità e la parità sono stati un momento di queste grandi battaglie, non certamente esaustive, ma che hanno avuto questo segno. Oggi questa delega significa un tentativo di azzeramento... (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, a titolo personale, l'onorevole Zanella. Ne ha facoltà.
LUANA ZANELLA. Signor Presidente, lascia stupefatti soprattutto il metodo con cui è stata proposta questa misura. Vorrei ribadire che ogni Governo può portare avanti la propria politica, compresa quella nei confronti delle donne, con i propri intendimenti e programmi; siamo però - credo sia stato espresso più volte - stupefatti soprattutto per il metodo.
Una materia così delicata, una funzione che può aver prodotto risultati positivi ma anche sicuramente risultati contraddittori deve essere sottoposta primariamente al vaglio di una riflessione approfondita. La ministra doveva - proprio perché qui siamo pochissime donne ed è sufficiente quindi fare poche decine di telefonate per convocarci tutte - parlare con noi, procedere ad una consultazione con le parlamentari nelle Commissioni competenti, con le associazioni, con questa ricchezza, pluralità e complessità di soggettività, istituzioni e di funzioni occupate e svolte da donne presenti nel nostro paese.
Sono veramente stupefatta perché colgo in questa misura soprattutto tanta approssimazione, una certa arroganza ed anche una qualche miopia politica. Su quali forze la ministra potrà sostenere la propria politica? Con quale contraddittorio, con quale conforto e consenso (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-l'Ulivo)?
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Mazzuca Poggiolini. Ne ha facoltà.
CARLA MAZZUCA POGGIOLINI. La ringrazio, signor Presidente. Anche io voterò per la soppressione della delega conferita dall'articolo 13, perché contraddice tutto quanto l'Italia ha sottoscritto nelle grandi convenzioni internazionali volte a dare maggior peso alle donne nelle decisioni e nel governo della cosa pubblica ed anche perché contraddice quel voto a favore della modifica dell'articolo 51 della
Costituzione che quest'Assemblea, in grandissima maggioranza, ha voluto esprimere.
Infatti, si entra con zampe di elefante in una cristalleria costituita da centinaia di associazioni femminili di grande spessore e di grande tradizione, a volte anche centenaria, che vedono nella propria autodeterminazione, nella propria libertà quel rispetto che le istituzioni devono loro, poiché qui dentro siamo pochissime e non siamo ancora adeguatamente rappresentate.
Invece di moltiplicare l'attenzione e il rispetto, invece di coinvolgere in una pur legittima riforma tutto questo mondo associazionistico femminile che fa parte di quella società civile che l'Europa mette a fianco delle istituzioni nel governo delle nazioni, si vuole invadere questa sfera con una delega, contenente principi e criteri del tutto contraddittori, perché parlano di razionalizzazione, di diminuzione di spesa, di unificazione di organismi, quasi fossero elementi di una azienda: si elimina quel servizio, accorpandolo ad un altro servizio, riducendo in tal modo gli addetti. Bene, signori, è uno sbaglio immenso! Cari signori del Polo, care amiche del Polo, veramente mi chiedo: dove siete e dove siete state? Per quale ragione in questa aula non parlate? Sarebbe vostro interesse dire almeno una parola a favore del mondo femminile! Non la state dicendo? Bene, immagino che il mondo femminile ne sarà ben edotto (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Nessun altro chiedendo di parlare sull'articolo 13 e sulle proposte emendative ad esso presentate, invito il relatore ad esprimere il parere della Commissione.
NUCCIO CARRARA, Relatore. La Commissione esprime parere contrario su tutti gli emendamenti.
MARCO BOATO. Non ne dubitavamo!
PRESIDENTE. Il Governo?
LEARCO SAPORITO, Sottosegretario di Stato per la funzione pubblica e il coordinamento dei servizi di informazione e sicurezza. Il parere del Governo è conforme a quello espresso dal relatore.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici emendamenti Bressa 13.1 e Cima 13.9, non accettati dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 413
Votanti 412
Astenuti 1
Maggioranza 207
Hanno votato sì 191
Hanno votato no 221).
Passiamo alla votazione dell'emendamento Mascia 13.3.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Mascia. Ne ha facoltà.
GRAZIELLA MASCIA. Signor Presidente, intervengo anche per ringraziare i colleghi che hanno ritirato l'emendamento Boato 13.2. Noi siamo assolutamente contrari a questa delega e, tuttavia, non si può pensare di tenere una situazione in sospeso per 18 mesi. Qualsiasi organismo in tale condizione viene di per sé depotenziato e, nella provvisorietà, non lavora nessuno. Se avete idee chiare per decidere cosa volete fare, potete farlo anche in sei mesi (Applausi del deputato Amici).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Mascia 13.3, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 417
Votanti 416
Astenuti 1
Maggioranza 209
Hanno votato sì 190
Hanno votato no 226).
Ricordo che l'emendamento Boato 13.2 è stato ritirato dai presentatori.
Passiamo alla votazione degli identici emendamenti Mascia 13.4 e Cima 13.10.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Mascia. Ne ha facoltà.
GRAZIELLA MASCIA. Signor Presidente, abbiamo già detto che in questo provvedimento non si comprendono i criteri; anzi, non esistono né i criteri né le finalità. Quei pochi che ci sono, sono tutti negativi e ci fanno preoccupare. Uno di questi consiste appunto nel decidere che non vi debbano essere nuovi oneri. Almeno, si abbia la compiacenza di attendere l'esito del percorso che volete fare! A consuntivo, quando si sceglie quale razionalizzazione e quali finalità definire, credo che solo in quella sede sia lecito stabilire se vi debbano essere o meno nuovi oneri.
Pertanto, vi chiediamo almeno di eliminare questo inciso, che peggiora ulteriormente le prospettive che si possono intravedere.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici emendamenti Mascia 13.4 e Cima 13.10, non accettati dalla Commissione né dal Governo e sui quali la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 423
Votanti 418
Astenuti 5
Maggioranza 210
Hanno votato sì 188
Hanno votato no 230).
Passiamo alla votazione dell'emendamento Mascia 13.5.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mascia, alla quale ricordo che ha un minuto di tempo a sua disposizione. Ne ha facoltà.
GRAZIELLA MASCIA. Signor Presidente, con l'emendamento al nostro esame cerchiamo di porre rimedio all'assenza di criteri e di finalità. Proponiamo la sostituzione della disposizione «senza determinare nuovi o maggiori oneri a carico dello Stato» con una finalità politica. Le finalità che vi proponiamo solo quelle previste da leggi vigenti. Se volete concedere la delega, cerchiamo, almeno, di circoscriverla ai principi fondamentali che hanno istruito, in questi anni, una esperienza che consideriamo, comunque, positiva. In ogni caso, le finalità fondamentali devono essere assolutamente salvaguardate.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Mascia 13.5, non accettato dalla Commissione né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 428
Votanti 426
Astenuti 2
Maggioranza 214
Hanno votato sì 194
Hanno votato no 232).
Passiamo alla votazione dell'emendamento Mascia 13.6.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Magnolfi. Ne ha facoltà.
BEATRICE MARIA MAGNOLFI. Signor Presidente, intervengo sull'emendamento Mascia 13.6 per dichiarare il nostro voto favorevole e per rivolgere un appello alle colleghe presenti in quest'aula - ahimè, poche! - soprattutto a quelle della maggioranza.
L'autonomia e indipendenza degli organismi di parità riguardano tutte noi, soprattutto le donne di questo paese; non ha un colore politico! Ricordo ancora - come ha fatto, poco fa, la collega Sesa Amici - il modo con cui fu salutata, per la prima volta, in Italia, la costituzione della commissione pari opportunità presso la Presidenza del Consiglio. Era presieduta allora da Elena Marinucci che voglio citare come una delle protagoniste del dibattito sulle pari opportunità in questo paese.
Non fu certo considerato un organismo burocratico, ma uno strumento di rappresentanza pluralista, con finalità culturali, di sensibilizzazione politica, di ricerca, di promozione delle pari opportunità in tutti i settori della vita sociale. Da allora, sono passati molti anni. Gli organismi di pari opportunità si sono costituiti in tutte le regioni e le province, con una riproduzione a cascata - che ritengo estremamente positiva - di quel modello. Inoltre, con il primo Governo Prodi e con la ministra Anna Finocchiaro, è nato il Ministero per le pari opportunità.
Oggi, nessuno nega, colleghi, che si debba inserire nell'agenda politica l'esigenza di un miglior coordinamento fra tutti i livelli che si occupano di pari opportunità. Le donne sanno di avere a disposizione pochi strumenti pensati per loro e sono le prime interessate a renderli più efficaci, ad evitare sovrapposizioni, a metterli in grado di funzionare in maniera incisiva. Ma tutto ciò deve riguardare l'agenda del Parlamento; non può essere un affare esclusivo del Governo, come se si trattasse di uffici burocratici cui si può disinvoltamente dare qualche sforbiciata con le forbici del ragioniere!
Nel caso di specie, si parla di riduzione del numero dei componenti. Ma con quale criterio? Non può essere solo un criterio economico e tanto meno di organizzazione gestionale; le componenti degli organismi di parità non sono funzionarie del Governo, ma rappresentanti delle culture politiche di questo paese, dei gruppi femminili, sono portatrici di competenze specifiche. Cosa significa attribuire il coordinamento al Governo, in particolare alla Presidenza del Consiglio dei ministri? Con quali forme e compiti? Di quanti organismi si tratta e quali in particolare? Qui, infatti, non è specificato, ma è lasciato - temiamo volutamente - nel vago.
L'emendamento proposto dalle colleghe Mascia e Deiana riguarda il «coordinamento fra» gli organismi di parità, mentre il testo del provvedimento prevede il «coordinamento di», da parte del Governo e della Presidenza. Riflettiamo su ciò. Il rischio è che si pieghi (lo temiamo fortemente) l'autonomia degli organismi di parità ad un principio gerarchico. Oggi c'è un Governo di centrodestra; domani - ne sono convinta - ci sarà un Governo di centrosinistra. Il coordinamento è necessario, ma la dipendenza funzionale sarebbe gravemente sbagliata, smentirebbe la missione politica di questi organismi, farebbe coincidere il necessario riordino con un inaccettabile ridimensionamento politico, mentre la situazione nazionale e l'Europa stessa ci spingono in una direzione esattamente contraria.
Noi non vogliamo nutrire una sfiducia pregiudiziale sulle intenzioni del Governo e, in particolare, della ministra Prestigiacomo, anche se abbiamo verificato che, nella Casa delle libertà, le libertà femminili non riscuotono «unanime» rispetto e considerazione.
Siamo anche delusi per il fatto che, sulla procreazione medicalmente assistita, materia della quale abbiamo discusso soltanto una settimana fa, non si sia potuta sentire in quest'aula la voce della ministra per le pari opportunità, la quale nemmeno oggi ha ritenuto di assicurare la sua presenza.
PRESIDENTE. Onorevole Magnolfi...
BEATRICE MARIA MAGNOLFI. Vuol dire che ci dobbiamo rassegnare a vederla in televisione!
Nonostante questo, non abbiamo una sfiducia pregiudiziale, ma non accettiamo neppure una sfiducia pregiudiziale nei confronti del Parlamento che, ancora una volta, viene espropriato delle sue prerogative in una materia così politicamente rilevante, che riguarda le donne italiane, ma anche lo sviluppo, la competitività e la capacità di stare in Europa del nostro paese.
Per questo avremmo voluto sopprimere quest'articolo e per questo voteremo a favore di questo emendamento (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, di Rifondazione comunista e Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Mascia 13.6, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 432
Votanti 429
Astenuti 3
Maggioranza 215
Hanno votato sì 194
Hanno votato no 235).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Cima 13.11, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 431
Votanti 430
Astenuti 1
Maggioranza 216
Hanno votato sì 191
Hanno votato no 239).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Cima 13.12, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti e Votanti 430
Maggioranza 216
Hanno votato sì 194
Hanno votato no 236).
Passiamo alla votazione dell'emendamento Mascia 13.7.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mascia. Ne ha facoltà.
GRAZIELLA MASCIA. Signor Presidente, desidero ribadire che gli organismi titolari di competenze generali in materia di parità e di pari opportunità tra uomo e donna che operano a livello nazionale (la commissione nazionale per le pari opportunità e le commissioni di cui alla legge n. 125) ricevono forza dalla specificità, loro propria, di saper rappresentare pezzi di società assolutamente rilevanti quali le esperienze concrete maturate dalle donne nella società civile, attraverso le organizzazioni sindacali o le associazioni di categoria ed altre e, soprattutto, da quella che rappresenta la loro caratteristica speciale: il pluralismo politico trasversale, che prescinde dalla maggioranza e dall'opposizione (e per salvaguardare il quale si è deciso di non fare coincidere la durata della commissione nazionale per le pari opportunità con la legislatura).
La scelta in tal senso era stata ben ponderata e, a consuntivo, ha sicuramente una sua forza intrinseca. Noi pensiamo che tale caratteristica peculiare debba essere assolutamente salvaguardata anche in futuro (Applausi del deputato Amici).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Mascia 13.7, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 433
Votanti 432
Astenuti 1
Maggioranza 217
Hanno votato sì 193
Hanno votato no 239).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Cima 13.13, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 431
Votanti 430
Astenuti 1
Maggioranza 216
Hanno votato sì 193
Hanno votato no 237).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Cima 13.14, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti e Votanti 437
Maggioranza 219
Hanno votato sì 198
Hanno votato no 239).
Passiamo alla votazione dell'emendamento Mascia 13.8.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. Signor Presidente, intervengo per annunciare il mio voto favorevole sull'emendamento 13.8, presentato dalle colleghe Mascia e Deiana, che anch'io desidero sottoscrivere.
Con esso si propone di aggiungere una norma che, in genere, è stata sempre introdotta in provvedimenti della medesima natura: quella che, anche in questa materia, impone al Governo di trasmettere gli schemi dei decreti legislativi alle competenti Commissioni parlamentari, affinché queste ultime possano esprimere il proprio parere entro trenta giorni.
È inconcepibile ed incredibile che, in una materia così delicata e complessa (come abbiamo già fatto rilevare in occasione dell'esame degli emendamenti precedenti), sulla quale, peraltro, la delega è tanto generica ed indeterminata, non si consenta al Parlamento neppure di esprimere il proprio parere una volta che il Governo abbia predisposto gli schemi dei decreti legislativi.
Io trovo letteralmente scandaloso che questo avvenga e sarebbe possibile, votando questo emendamento, almeno correggere questa evidente stortura istituzionale, che totalmente estromette il Parlamento dalla possibilità di esprimere il proprio parere in una materia di così grande importanza istituzionale. Quindi, invito a votare a favore dell'emendamento Mascia 13.8 a cui, ripeto, aggiungo la mia firma.
LEARCO SAPORITO, Sottosegretario di Stato per la funzione pubblica e il coordinamento dei servizi di informazione e sicurezza. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LEARCO SAPORITO, Sottosegretario di Stato per la funzione pubblica e il coordinamento dei servizi di informazione e sicurezza. Signor Presidente, invito i colleghi Mascia, Deiana e Boato, che adesso ha apposto la sua firma, a ritirare questo
emendamento, perché, essendo una clausola implicita, noi la rispetteremo e manderemo alle competenti Commissioni gli schemi di decreto, come richiede questo emendamento.
FRANCESCO GIORDANO. Perché non lo accettate? Qual è l'impedimento?
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Lettieri. Ne ha facoltà. Ricordo che ha 2 minuti di tempo.
MARIO LETTIERI. Signor Presidente, vorrei aggiungere la mia firma all'emendamento. È sorprendente la dichiarazione del sottosegretario di Stato. Siamo in fase di approvazione di una norma, si può benissimo approvare questo emendamento che obbliga il Governo a presentare i decreti legislativi alla Commissione. Oltretutto è un atto dovuto, tant'è che lei stesso lo ha riconosciuto.
La verità è che questo è un vero e proprio colpo di mano in una materia che non riguarda solo le donne, ma tutta la società democratica di questo nostro paese. Vorrei ricordare che gli organismi di parità nelle regioni hanno funzionato, e molto bene. In maniera pluralistica hanno rappresentato non solo le esigenze delle donne, ma quelle dell'intera società, dando un contributo nei vari settori, a partire da quello economico e sociale.
Invito il sottosegretario di Stato a ritirare la sua proposta perché, onestamente, credo sia lesiva delle prerogative di questa Assemblea. Invito i colleghi a votare a favore dell'emendamento presentato.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mascia. Ne ha facoltà.
GRAZIELLA MASCIA. Signor Presidente, non ripeto le argomentazioni sull'emendamento, faccio notare solo che anche le schede consegnate dagli uffici...
LEARCO SAPORITO, Sottosegretario di Stato per la funzione pubblica e il coordinamento dei servizi di informazione e sicurezza. Ritiratelo!
GRAZIELLA MASCIA. Signor sottosegretario di Stato, poiché lei ha detto che è implicito, le faccio presente che non è talmente implicito che le schede tecniche del servizio studi rilevavano questo particolare, cioè che, diversamente da tutti gli altri casi, in questo caso di delega non si prevede il passaggio nelle Commissioni. Dunque, credo che lei dovrebbe dare indicazione di voto favorevole, se è così d'accordo con questo passaggio.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Mascia 13.8, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
MARCO BOATO. Signor Presidente, chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Onorevole Boato, le darò la parola dopo la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 431
Votanti 429
Astenuti 2
Maggioranza 215
Hanno votato sì 198
Hanno votato no 231).
MARCO BOATO. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. Signor Presidente, in realtà vorrei che la cosa venisse chiarita. Voi adesso avete respinto un emendamento assolutamente logico, che prevedeva il passaggio parlamentare prima dell'emanazione dei decreti; poiché, però, il rappresentante del Governo ha dichiarato la volontà del Governo di adempiere a questo obbligo, anche se non è scritto nella legge, io vorrei che, visto che è stato respinto l'emendamento, il Governo confermasse questa volontà.
LEARCO SAPORITO, Sottosegretario di Stato per la funzione pubblica e il coordinamento dei servizi di informazione e sicurezza. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà
LEARCO SAPORITO, Sottosegretario di Stato per la funzione pubblica e il coordinamento dei servizi di informazione e sicurezza. Signor Presidente, volevo solo assicurare che, nonostante sia stato respinto l'emendamento, il Governo si impegna ad inviare alle Commissioni competenti gli schemi di decreti per il parere, così come avevo detto prima.
GIORGIO PANATTONI. Buffoni!
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'articolo 13.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cordoni. Ne ha facoltà.
ELENA EMMA CORDONI. Signor Presidente, abbiamo finora discusso con molta partecipazione, anche se con molto silenzio da parte del Governo e della maggioranza, su questa richiesta al Parlamento di delega sugli strumenti di parità presenti nel nostro paese.
Credo che questo modo di procedere, che non inizia qui e non finisce qui, dal momento stesso in cui la norma è stata presentata, delinei come il Governo e la maggioranza non amino confrontarsi su un tema così significativo per le donne italiane. Credo che, al di là del merito e dei contenuti, sia veramente grave non sentire il bisogno di mettere in campo le proprie opinioni e le proprie idee di riforma. Poi il Governo chiede la delega, vuole uno strumento più veloce! Mi sarei aspettata che il ministro per le pari opportunità sentisse l'esigenza di farsi aiutare nel confronto parlamentare per dare corpo, poi, a questa delega. Noi non ci siamo sottratti al confronto, non abbiamo detto che nel nostro paese tutto va bene così com'è; eravamo disponibili a progettare criteri, indirizzi, modalità e ipotesi di lavoro che avrebbero potuto aiutare la creazione di strumenti ancora più efficaci per il nostro paese. Allora mi chiedo: perché questo confronto non si è voluto? Perché non si vuole, in questa sede, discutere di strumenti così importanti? Lo abbiamo fatto sulla riforma dell'articolo 51 della Costituzione e allora perché sottrarsi ad un dibattito, ad un confronto che può solo arricchire la costruzione di una proposta? Perché rifiutarsi di ascoltare gli argomenti e le ragioni e anche di assumere indirizzi che sarebbero potuti venire dal Parlamento?
Credo vi sia una ragione di fondo che mi preoccupa e che, forse, ritroveremo nel prosieguo del cammino: c'è il non conoscere, il non sapere o il non voler conoscere e il non voler sapere che ciò che oggi esiste nel nostro paese, che queste istituzioni, diffuse nel territorio nazionale, con compiti e funzioni diverse, sono tutte istituzioni nate dalle donne, dalla loro elaborazione, dalla loro voglia di partecipazione alle istituzioni e sono spesso stati anche strumenti unitari. Dunque, non si capisce perché oggi non si voglia continuare in questo percorso di confronto e di discussione. Sono stati strumenti pensati e voluti dalle donne e per questa ragione sono vissuti e continuano a vivere e ad avere una loro forza. Sono stati pensati e voluti in momenti in cui la partecipazione delle donne alla politica era difficile, in cui significava costruire, dentro le istituzioni, un modo di essere e di pensare capace di dare maggiore possibilità alle istituzioni e di costruire una reale politica delle pari opportunità nel nostro paese.
Noi non abbiamo mai detto che ciò che è stato costruito in questi anni è intoccabile. Sicuramente c'è bisogno di una riflessione e di costruire quella rete e quel coordinamento che possano rendere più efficaci questi strumenti, ma non si può pensare che la delega possa produrre questo genere di riforma.
Quando si parla, come se stessimo parlando degli stessi strumenti, della commissione presso la Presidenza del Consiglio o dei comitati nazionali per la parità presso il Ministero del lavoro o del comitato presso il Ministero delle attività produttive
o delle commissioni regionali per le pari opportunità e così via, vuol dire che non si sa cosa questi strumenti siano. Ma come si può pensare di unificare e uniformare, nell'ambito delle competenze del ministro per le pari opportunità, il comitato esistente presso il Ministero del lavoro? Quel comitato deve stare in quel luogo perché quello è il luogo in cui si producono le modifiche ed i cambiamenti nel lavoro; lì si produce cultura e offerta di modifiche delle strategie generali, ad esempio del Governo, sulle questioni delle politiche del lavoro. Come si fa a pensare, ad esempio, che tutto quanto attiene alle possibilità reali di fare impresa nel nostro paese non debba avvenire all'interno del Ministero delle attività produttive, senza quella rete e quelle relazioni che danno forza ad uno strumento di questo tipo? Questo dibattito è stato affrontato anche in Commissione lavoro ma neanche lì abbiamo trovato risposte a queste domande ed a questi interrogativi.
Allora, che cosa si ha in mente? Quali modifiche si intendono apportare a questi strumenti? Come le si vogliono realizzare, se non si coinvolgono quelle donne che li hanno costruiti, che oggi li frequentano e li fanno vivere? Come si può fare tutto ciò se non si vogliono coinvolgere quelle associazioni che a quei luoghi danno vita, nonché il proprio contributo? Come si può pensare di costruire quell'adeguata riforma - di cui vi è bisogno - senza la partecipazione delle donne? Credo vi siate privati della possibilità di un arricchimento derivante da un confronto serio. Penso che abbiate rifiutato un'opportunità che avrebbe potuto far crescere, anche su questo terreno, una cultura più avanzata.
PRESIDENTE. Onorevole Cordoni, la invito a concludere il suo intervento.
ELENA EMMA CORDONI. Signor Presidente, mi avvio a concludere. Sicuramente otterrete la delega; sicuramente proverete a mettere in atto cambiamenti in questi organismi; il rischio che però correte, che corriamo tutti, in particolare le donne italiane, è che quegli strumenti si trasformino in semplici organismi burocratici. Questo sarà il massimo dei risultati, perché quando non sono pensati e frutto di una riflessione, di un confronto tra donne, quegli organismi rischiano la morte ancor prima di nascere. Se quei luoghi e quelle sedi non sono pensate dalle donne, diventano luoghi burocratici inutili.
Sono anche queste le ragioni che giustificano il nostro voto contrario. Inoltre, esprimiamo anche un serio rammarico per questo non volersi confrontare in Parlamento e, quindi, nel paese su un percorso di costruzione di strumenti di partecipazione alla vita politica ed istituzionale (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 13.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 441
Votanti 440
Astenuti 1
Maggioranza 221
Hanno votato sì 238
Hanno votato no 202).
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