Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 140 dell'8/5/2002
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(Esame dell'articolo 5 - A.C. 2144)

PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 5 e delle proposte emendative ad esso presentate (vedi l'allegato A - A.C. 2144 sezione 4).

FRANCESCO GIORDANO. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FRANCESCO GIORDANO. Signor Presidente, l'oggetto della mia richiesta rientra proprio tra le sue competenze. A questo articolo sono stati proposti emendamenti riguardanti la controversa, ma famosa, proposta di istituire la Tobin tax. Poiché tale tema ha appassionato i Parlamenti europei ed è stato più volte oggetto di una discussione molto seria ed accalorata, le chiedo se, rispetto a questo tipo di discussione, sia possibile aumentare i tempi per tutti coloro che vogliano parteciparvi. Trattandosi di una materia molto rilevante, sarebbe ridicolo intervenire sulla Tobin tax solo a titolo personale.

ELIO VITO. Ci dovevate pensare prima, ci dovevate pensare prima!

PRESIDENTE. Onorevole Giordano, apprezzo il suo altruismo. Il suo gruppo ha a disposizione il tempo necessario. Per quanto riguarda gli altri, lei mi carica di una competenza che non sento di potermi arrogare: il problema riguarda la Presidenza, anche perché è relativo ad un'organizzazione concordata dei lavori sulla quale può esprimersi soltanto il Presidente della Camera.
Mi farò carico, ovviamente, di sentire il Presidente sul punto. Se egli riterrà di fare una valutazione conforme, valida per la generalità, lo comunicherò; ma non mi sento di poter decidere autonomamente in questo momento.

ALFIERO GRANDI. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ALFIERO GRANDI. Signor Presidente, lei avrà notato che, da un certo momento in poi, sono stato molto parco negli interventi sugli emendamenti, pur avendone presentati tanti. La ragione è molto semplice: mi rendo conto che esiste un ordine dei lavori e mi riservavo di chiedere, come ha già fatto l'onorevole Giordano poco fa, che sull'articolo 5 vi fosse una tolleranza maggiore. A torto o a ragione, infatti, alcuni di noi annettono alla discussione sul predetto articolo un particolare valore.
Del resto, è tanto vero che l'argomento è importante che il Governo, nella relazione di presentazione del disegno di legge, comincia esattamente da questo punto; e ciò non avrebbe senso se anche il Governo non avesse attribuito una particolare importanza al suo punto di vista, che contrappone alla Tobin tax.
Questa è la ragione per la quale, signor Presidente, poiché per alcuni gruppi di opposizione, anche per il mio, i tempi sono ormai esauriti, le chiedo, su questo punto in particolare, una maggiore tolleranza, in modo che ci sia consentito di esprimere, sia pure senza abusare del tempo concessoci, le nostre opinioni.

PRESIDENTE. Onorevole Grandi, la ringrazio per la sua precisazione e per il suo invito. Ad ogni modo, tra poco il Presidente della Camera mi rileverà da


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questo importante ma transitorio incarico. Per quanto mi riguarda, ma la decisione definitiva al riguardo è riservata, ovviamente, al Presidente, ogni gruppo potrà avere un minuto per esprimersi sul tema. Chi vuole potrà utilizzarlo.
Peraltro, debbo aggiungere che, in generale, consento sempre di svolgere gli interventi per un tempo superiore a quello previsto, facendo, così, un po' dilatare i tempi stabiliti. È questa la ragione per la quale anche chi amministra il tempo a sua disposizione dovrebbe organizzarsi in modo tale da evitare di dilungarsi troppo. Comunque, ripeto, tra poco arriverà il Presidente Casini.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.

ALFONSO GIANNI. Noi il tempo l'abbiamo!

PRESIDENTE. E nessuno glielo porta via, per carità! Non abbiamo questa visione espropriativa! Prego, onorevole Alfonso Gianni.

ALFONSO GIANNI. La ringrazio, signor Presidente, anche se non volevo dubitare della sua correttezza.
Ho chiesto di parlare per illustrare alcuni emendamenti, soffermandomi, in particolare, su due: i miei emendamenti 5.17 e 5.50; pur essendone identica la formulazione letterale, l'approvazione dell'uno o dell'altro provocherebbe effetti diversi.
I citati emendamenti sono il frutto di un lavoro collettivo che ha richiesto notevole tempo ed hanno raccolto l'adesione di 76 colleghi delle forze di opposizione.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PIER FERDINANDO CASINI (ore 18,25)

ALFONSO GIANNI. Questa è la ragione per la quale chiediamo al Presidente, che ha appena ripreso possesso del suo scranno, una maggiore tolleranza nei tempi: quando su di un emendamento si forma un consenso così vasto, è opportuno, forse, ascoltare qualche voce in più a suo sostegno.
Per parte mia, assolverlo al compito di illustrare i due emendamenti citati e poi tacerò.
Il contenuto degli emendamenti è identico e riguarda la delega al Governo per l'istituzione di una tax sulle transazioni valutarie effettuate nei mercati dell'Unione europea. Quindi, una sorta di Tobin tax. Nel primo caso, l'emendamento Alfonso Gianni 5.17 si pone come alternativa, è sostitutivo della norma prevista dal Governo, che è nota con il nome di de-tax; nel secondo caso, la sua versione più morbida, prevede di essere aggiuntiva alla proposta del Governo denominata de-tax. Questa è l'unica differenza. Dopodiché, l'argomento rimane quello dell'istituzione di una Tobin tax.
Questa proposta noi la presentiamo in quest'Assemblea; con quale speranza? Sarebbe forse eccessivo ritenere che l'Assemblea vorrà approvarla, anche che se non poniamo limiti né nella provvidenza divina né tanto meno alla provvidenza umana; in ogni caso, la presentiamo per sottolineare l'esistenza nel paese, anche qui davanti, di una iniziativa promossa da Attac Italia (che fa parte di quella organizzazione mondiale che si chiama, con un acronimo, Attac), la quale si batte da anni per l'introduzione in sede internazionale di una tassazione sulle fluttuazioni speculative del capitale. Su questo Attac Italia ha elaborato, con il proprio comitato scientifico, una proposta di legge articolata e precisa per la quale sta raccogliendo le firme dei cittadini e che, dunque, tornerà in quest'Assemblea parlamentare nella forma di proposta di legge di iniziativa popolare. Quindi, torneremo a discuterla in un futuro non molto lontano. Tuttavia, noi abbiamo ritenuto di sollevare l'attenzione dell'opinione pubblica e del Parlamento su questo tema introducendo qui una norma che, ripeto, nella versione più decisa è sostitutiva della de-tax, nella versione più morbida è aggiuntiva. In cosa consiste questa idea che ebbe il premio Nobel James Tobin? Un'idea molto semplice,


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elaborata nel 1972 e ulteriormente precisata negli anni a venire, in un periodo storico cruciale per la storia dell'economia e dunque del capitalismo mondiale. Siamo all'indomani della non convertibilità del dollaro in oro, siamo all'indomani del superamento degli accordi di Bretton Woods, siamo in una situazione di incertezza dei cambi a livello internazionale. In quel caso, un filosofo liberale, ma non liberista (spero che qualcuno, anche del Governo, sia in grado di apprezzare questa differenza semantica e concettuale) ideò una proposta di tassazione che voleva, con una aliquota molto molto molto bassa (lo 0,01, o lo 0,02 o 0,03; insomma una inezia dal punto di vista del singolo capitalista che doveva sborsare quella cifra), colpire quei capitali che si muovevano molto rapidamente nel mondo a scopi evidentemente esclusivamente speculativi. Infatti, se un capitale si insedia in un determinato paese per sei mesi, un anno, due anni, si ha forse ragione di ritenere che dia origine ad un investimento, il quale dia origine ad una impresa. Insomma, da capitale finanziario si trasforma in capitale industriale. E allora, malgrado lo sfruttamento che mette in opera nei confronti della forza lavoro locale, in una qualche misura, partecipa alla crescita seppur socialmente distorta di quel paese. Ma se quel capitale, allora, negli anni settanta, ancor più dopo la computerizzazione delle operazioni di transazione finanziaria internazionale susseguente alla seconda metà degli anni ottanta, si muove in una manciata di secondi da una piazza valutaria ad un'altra, è certo che siamo di fronte ad un capitale che si muove per pura speculazione, cioè da denaro ad altro denaro. Non vi è alcuna ricchezza, non vi è alcun accrescimento delle economie locali seppur distorto, non c'è alcun ruolo che in qualche modo faccia ritornare il capitale nelle dimensioni di una economia reale e non solo cartacea. Vi è, anzi, un'economia virtuale che si accresce su se stessa.
Questa, onorevoli colleghi, è la realtà dell'ultimo quarto di secolo che ci lasciamo alle spalle!
Questa è la realtà della enorme bolla finanziaria sulla quale il mondo sta seduto ma che, se dovesse all'improvviso esplodere, comporterebbe, dal punto di vista dell'economia, conseguenze ancora più tragiche di quelle che nel 1929 colpirono il mondo capitalistico, inducendo alcuni grandi pensatori, fra i quali John Maynard Keynes, ad elaborare teorie che poi si trasferirono nell'idea dello Stato sociale e che, in qualche misura, temperarono le conseguenze negative della brutalità del sistema capitalistico.
L'idea di Tobin era dunque quella di un economista liberale ma non liberista, che non voleva sostituire il mercato capitalistico con un collettivismo, ma desiderava almeno immettere un granello di sabbia, un elemento di equità, per colpire almeno ciò che sfuggiva alla giustizia fiscale (a quella elementare giustizia fiscale alla quale l'onorevole Falsitta dovrebbe pensare, visto che fa riferimento all'economia sociale e al pensiero cristiano - addirittura di Maritain - in proposito).
Sono state dette molte bugie sulla questione di cui si discute, l'ultima delle quali (che naturalmente Tobin non può smentire poiché è morto qualche mese fa) consiste nell'affermazione secondo cui il premio Nobel dell'economia (che poi ricevette ma per altri meriti), nel 1982, in termini di vita sua, avrebbe smentito la validità della sua proposta. Non c'è un solo scritto, un atto, una dichiarazione, un'intervista televisiva, un sussurro telefonico, una confidenza ad un'amica che sostanzi questa tesi truffaldina in base alla quale James Tobin sarebbe venuto meno alla proposta che lo ha reso un personaggio di livello mondiale.
Soprattutto, da quando questo pensatore ha concepito la sua proposta, è nato un movimento di massa, che va dai sem terra brasileiros, ai contadini dell'America latina, agli intellettuali e studenti francesi, che unisce diversi settori sociali e che, per la prima volta nella storia di un sistema capitalistico mondiale sviluppato, ha fatto di un sistema e di un argomento in sé ostico per il suo livello di tecnicismo (quale è il tema di una riforma fiscale) un


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movimento di massa, un obiettivo per cui esiste gente che grida, corre nelle piazze, soffre e crede che attraverso questa proposta si possa almeno riequilibrare l'ingiustizia del mondo.
Tutti gli economisti, a cominciare da quelli di parte cattolica - a cui Falsitta evidentemente si ispira un giorno sì e forse l'altro no - riconoscono che (basta prendere gli studi del gruppo Abele) lo 0,01 per cento, se riprodotto su scala mondiale, risolverebbe i problemi della fame nel mondo.
Né vale, caro Falsitta, quanto tu scrivi in quella relazione, cioè che non è possibile instaurare questa tassa in un paese solo. Si tratta di una giustificazione mediocre, ipocrita e intellettualmente disonesta, perché se ognuno di noi non fa ciò che deve, non potrà avvenire ciò che è invece possibile.
È chiaro che una tassazione di questo genere assume un valore forte solo laddove ha dimensione macroregionale, come nel caso dell'unità europea dopo aver raggiunto l'unità monetaria. Infatti, la proposta di legge di Attac, per la quale si raccolgono le firme per le strade in questi giorni, chiede che sia il Parlamento europeo a formare una Commissione per creare una tassazione europea che, entro un certo determinato periodo di tempo, valga per tutti gli Stati, annullando i paradisi fiscali nei quali qualcuno che fa parte di questo Governo cortesemente deposita le proprie rendite e i propri redditi (Una voce dai banchi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale: «Tempo!.

FRANCESCO GIORDANO. Ce l'abbiamo il tempo!

ALFONSO GIANNI. Se questo non avviene, è tecnicamente possibile - e nel prosieguo della discussione ve lo dimostreremo - che ogni singolo Governo attui delle misure di tassazione dei capitali che oggi sfuggono a qualunque regola e che transitano oltre le Alpi, finendo nella speculazione.
Tutto ciò già avviene in Francia, in Finlandia ed in altri paesi del nord Europa. La proposta che noi qui vi presentiamo, nelle due versioni: una sostitutiva di una de-tax, contrapponendo cioè l'idea di giustizia fiscale - quella della Tobin tax - all'idea di una penosa carità - quella proposta dal ministro T. - oppure quella che generosamente presentiamo come aggiuntiva.
Facciamo pure la carità del ministro T., ma adottiamo anche una misura sostanziale di giustizia fiscale a livello internazionale! Diamo coraggio all'Italia in questa Europa, e dimostriamo che sappiamo pensare anche ad una giustizia al di là dei nostri confini! Ecco, queste sono occasioni che consegniamo al Parlamento affinché il nostro paese, non a chiacchiere bensì nei fatti, entri a far parte della porzione migliore dell'Europa, che è un'Europa dei popoli, un'Europa sociale oppure non è. Questo è il punto essenziale, ed in ogni caso su questi temi - signor Presidente, sto concludendo, non abuso certo del tempo da lei concessomi - continueremo il nostro lavoro di raccolta delle firme. Pensiamo infatti che non solo il Parlamento (la Costituzione d'altro canto lo prevede), bensì il popolo (amici della Lega, voi ogni tanto utilizzate questo termine: forse vi evoca qualcosa), possa essere il possibile artefice di un'iniziativa legislativa tendente proprio a colpire i ricchi a favore dei popoli. Per questo la Tobin tax è anche amichevolmente chiamata «Tobin-Hood», con un'evidente, anche se un po' semplice, gioco di parole che, però, ci ricorda un personaggio popolare del quale, francamente, in quest'epoca di liberalismo selvaggio, tutti noi sentiamo una grande mancanza. Sentiamo cioè la mancanza di chi toglie ai ricchi - ai più ricchi del mondo, agli speculatori, a coloro che, in tre persone, detengono un reddito più elevato di quello dell'intera popolazione (oltre 600 milioni di persone) che vive nel terzo e nel quarto mondo - non le loro ricchezze, bensì le loro plusvalenze. Si chiede semplicemente il giusto! Si tratta di una misura di giustizia fiscale (Commenti del deputato Rizzi)...


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FRANCESCO GIORDANO. Stai zitto! Stai zitto, ignorante!

TITTI DE SIMONE. Sei un ignorante! Stai zitto! Parli e non sai neanche che cosa sia la Tobin tax!

ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, mi sembra che l'Assemblea si sia sufficientemente eccitata, e quindi concludo qui il mio intervento (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, è ovvio che tra maggioranza ed opposizione vi possono essere polemiche fisiologiche, soprattutto in riferimento ad un provvedimento come quello al nostro esame che, mi rendo conto, è sicuramente delicato. Mi rendo conto di tale delicatezza a tal punto che, pur avendo alcuni gruppi esaurito da questa mattina il tempo a propria disposizione, i relativi esponenti hanno tranquillamente potuto prendere la parola per tutta la mattina ed anche oggi pomeriggio. Non ho alcuna difficoltà ad accogliere la richiesta di chi ritiene di dover intervenire, però devo, con eguale onestà intellettuale, chiedere ai colleghi dell'opposizione e della maggioranza (poiché il nostro programma è intenso), che alla disponibilità del Presidente a concedere tempi suppletivi corrisponda un'uguale disponibilità da parte loro nel prosieguo dei nostri lavori, perché altrimenti sarei costretto a rivedere la mia posizione.
Poiché all'ordine del giorno vi è anche l'esame di altri provvedimenti ed è prevista per oggi la prosecuzione notturna della seduta, vi chiedo - rivolgo una specifica richiesta ai capigruppo dell'opposizione, in particolare a quelli dei gruppi della Margherita e dei Democratici di sinistra - di esprimervi chiaramente a tal proposito, perché, se ho il dovere di assicurare a voi un'adeguata libertà di espressione anche fuori dalla fisiologia dei tempi prescritti, allo stesso modo ho il dovere di far rispettare il calendario dei lavori.
Non ho una vostra risposta e devo pertanto desumere che chi tace acconsente.

RENZO INNOCENTI. Signor Presidente, veramente no.

ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente, lei ha perfettamente ragione. Cortesemente (d'altro canto lo può fare, visto i tempi), se ci saranno interventi ostruzionistici da parte di esponenti del nostro gruppo, lei tolga pure la parola. In effetti, fino a questo momento, noi siamo intervenuti solo nel merito. Se comunque dovessero esserci interventi di quel tipo, accetteremo tranquillamente la censura.
Ci limiteremo veramente ad intervenire sul contenuto e non faremo interventi ostruzionistici.

PIER PAOLO CENTO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, quanto alla sua proposta di prosieguo dei lavori, trovo francamente abbastanza anomalo che, di fronte a un dibattito che si svolge in maniera regolare, in cui ovviamente i singoli parlamentari e i singoli gruppi intervengono nel merito degli emendamenti, questi debbano poi sentirsi quasi sottoposti ad una sorta di ricatto rappresentato dagli orari e dai tempi di prosecuzione dei lavori. Sarà compito...

PRESIDENTE. Onorevole Cento, non mi sembra che, essendo prevista la prosecuzione notturna della seduta odierna, si possa parlare nei termini in cui lei si esprime.

PIER PAOLO CENTO. Infatti, signor Presidente, proprio perché era già all'ordine del giorno la prosecuzione notturna dei lavori, ognuno si regolerà di conseguenza. Certamente, non perché ho preso la parola adesso, mi sentirò vincolato a


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restare in aula questa sera. Vedremo cosa accade e come proseguirà la discussione.
Intervengo nel merito dei due emendamenti correttamente illustrati dal collega Alfonso Gianni, perché sono convinto che è compito della Camera ...

PRESIDENTE. Onorevole Cento, mi scusi, a che titolo sta parlando?

PIER PAOLO CENTO. Sto intervenendo sull'articolo 5 sul complesso degli emendamenti ad esso presentati.

PRESIDENTE. In tal caso, ha facoltà di proseguire. Mi era sembrato che lei si fosse espresso in termini diversi.

PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, credo che le proposte emendative presentate all'articolo 5, in particolare quelle che introducono - credo in maniera importante - il dibattito sulla Tobin tax, debbano trovare da parte dell'Assemblea e del Governo un'attenzione e una discussione non rituale. Ciò perché alcuni di questi emendamenti sono la conseguenza di una mobilitazione che, all'esterno del Parlamento, sta coinvolgendo migliaia di cittadini, attraverso l'iniziativa di una associazione - Attac - cui poi hanno aderito altre associazioni confluite in quello che comunemente, anche se in maniera impropria, viene definito movimento no global.
Tali emendamenti pongono, in termini parlamentari, un problema di merito e di metodo.
Il problema di merito è come questo Parlamento intenda dare una risposta seria e ragionata ad una questione che viene posta, non solo nel nostro paese ma anche a livello europeo. Ci si chiede quali strumenti riusciremo a mettere in campo nelle politiche finanziarie dell'Italia, nello specifico, e dell'Europa (così come, più correttamente, dovremmo fare nell'ambito di una dimensione nuova), in modo da poter consentire che le forme di speculazione nelle transazioni finanziarie siano sottoposte ad una tassazione che trasferisca una quota certamente ridotta di queste attività speculative dalle tasche di chi fa della speculazione finanziaria la propria attività principale a favore di interessi sociali e collettivi diffusi. Mi riferisco a strumenti capaci di rendere il rapporto di distribuzione di risorse nel pianeta può equo e più giusto in termini ambientali e sociali e che abbiano la capacità di superare le disuguaglianze che caratterizzano quest'epoca di liberismo, spesso sfrenato e senza regole.
La Tobin tax è, in questo senso, uno strumento riformista (come l'ho definito in qualche dibattito), seppure di un riformismo radicale, che non ha la presunzione di capovolgere i rapporti economici nel mondo, ma interviene come un forte correttivo, capace di superare le disuguaglianze che caratterizzano l'attuale modello di crescita economica e neoliberista.
Non è un caso che questa proposta porti il nome di un'economista premio Nobel caratterizzatosi, nel corso della sua attività economica, come persona liberale e certo non come l'ultimo dei rivoluzionari di sinistra. Credo che questo debba essere un elemento di riflessione che non sia solo strumentale, ma che ci consenta fino in fondo di svolgere un dibattito politico vero all'interno di questo Parlamento.

PRESIDENTE. Onorevole Cento...

PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, mi avvio alla conclusione.
La proposta fatta dal Governo con l'introduzione della de-tax - che è l'altra faccia, a mio avviso non corretta, non sufficiente e non adeguata di questo ragionamento - ci consente di richiamare il Governo ad una discussione che ci porti, in via progressiva, ad avvicinare le diverse posizioni, al di là di una visione ideologica del problema. Dobbiamo far sì che questo Parlamento, attraverso la discussione che si apre oggi su questi emendamenti, sappia in futuro (penso al dibattito sul DPEF ed a quello sulla prossima legge finanziaria) approdare ad un risultato positivo.
Certo, quello che non possiamo accettare, perché sarebbe sbagliato in termini politici, è che una discussione così seria,


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così rigorosa, così argomentata dal punto di vista tecnico e così riformista dal punto di vista degli obiettivi che si propone venga presa dal Governo e dalla maggioranza come una discussione ideologica da respingere tout court senza entrare nel merito. Mi auguro che l'articolo 5 con i relativi emendamenti e la stessa proposta del Governo sulla de-tax, anche se da noi non condivisa, ci offrano l'occasione di affrontare questo tema in maniera seria e significativa (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Verdi-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).

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