Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 139 del 7/5/2002
Back Index Forward

Pag. 72


...
(Esame dell'articolo 3 - A.C. 2144)

PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 3 e delle proposte emendative ad esso presentate (vedi l'allegato A - A.C. 2144 sezione 7).
Ha chiesto di parlare l'onorevole Zanella. Ne ha facoltà.

LUANA ZANELLA. Signor Presidente, gli emendamenti presentati all'articolo 3 dai Verdi e dall'opposizione sono sostanzialmente tesi a correggere le distorsioni più vistose e le contraddizioni più stridenti che il disegno di legge, qualora venisse approvato, produrrà sicuramente, in termini di giustizia redistributiva, di rispetto della Costituzione, di promozione e di sviluppo di una economia equa e solidale.
Analizzando il testo del provvedimento, il primo elemento che si nota, in particolare proprio all'articolo 3, è la genericità della parte relativa alla riforma dell'imposta sul reddito. È generica per quanto riguarda la definizione puntuale dei principi e dei criteri direttivi cui la riforma stessa dovrebbe attenersi. L'unica parte in cui si entra più nel dettaglio è relativa all'imposta sul reddito delle società.
Il Governo - l'abbiamo sentito anche oggi - promette che il meccanismo, il sistema delle deduzioni riuscirà a correggere gli evidenti limiti di progressività dell'imposta conseguenti alla riduzione a due delle aliquote (riduzione che, poi, costituisce il nodo principale della riforma e dell'articolo 3). Ma di come, quali e quante saranno tali deduzioni, di come saranno applicate e della composizione della platea dei beneficiari, non vi è alcuna traccia nel testo; quindi, siamo di fronte ad una vera e propria delega in bianco.
Non sono indicati i criteri di delega per quanto concerne la determinazione delle soglie esenti, nessun accenno puntuale al sistema di deduzioni variabile in funzione del reddito. Non vi è alcun accenno ad una


Pag. 73

deduzione ulteriore, da noi ritenuta indispensabile, per i lavoratori dipendenti - misura, prevista, invece, nel regime attuale - rispetto ai lavoratori autonomi che, come è noto, possono portare in deduzione le spese di produzione del reddito. In pratica, non è possibile svolgere alcuna valutazione seria sugli effetti, in termini di redistribuzione del reddito, della riforma proposta.
Non vi è - ed è un altro nodo rispetto al quale sono stati presentati emendamenti da parte dell'opposizione - alcun accenno al problema dei 4,7 milioni di soggetti incapienti (oltre la metà sono pensionati) i quali, proprio per il loro basso reddito, sono nell'impossibilità di godere delle deduzioni e delle detrazioni che saranno stabilite.
L'IRPEF proposta (ciò non trova riscontro in alcun altro paese d'Europa, nemmeno negli Stati uniti che spesso vengono presi a modello), si compone di due sole aliquote, come è stato oggi più volte illustrato: una del 23 per cento, fino a 100 mila euro, che riguarda la quasi totalità dei contribuenti (oltre il 99 per cento) e l'altra del 33 per cento, oltre tale importo. L'aliquota del 33 per cento oltre 100 mila euro diventa di fatto - è stato sottolineato più volte anche oggi - un'aliquota proporzionale, con conseguenti vantaggi fiscali tanto maggiori quanto più è elevato il reddito.
L'ambiguità, la vaghezza della proposta, per quanto riguarda il destino dell'applicazione dell'aliquota del 23 per cento, è veramente da sottolineare ed, al riguardo, sarebbe stato importante che si fosse pronunciato in Assemblea, in interlocuzione, il ministro competente.
Su un'aliquota del 23 per cento è determinante capire quali saranno le deduzioni e come si applicheranno per verificare la capacità di compensare il peso relativo ai redditi più bassi che un'aliquota del 23 per cento comporta (si tratta di un aliquota superiore a quella attuale).
Signor Presidente, mi sembra che la delega sia veramente in bianco e per capire bene la portata della politica fiscale di questo Governo dobbiamo verificare gli atti che lo stesso ha portato avanti e reso esecutivi fino a questo momento; ci troviamo di fronte alla soppressione indiscriminata della tassa di successione, ad un'estensione, a livello sia comunale sia regionale, dell'addizionale IRPEF, alla reintroduzione dei ticket. A tale proposito, la riforma fiscale organica del centrosinistra, che aveva inciso sugli aspetti strutturali, aveva previsto l'abolizione dei medesimi o, comunque, per altri aspetti fondamentali l'avvio verso la loro abolizione (si è trattato, quindi, di una riforma fiscale che non aveva fatto venire meno lo Stato sociale).
Abbiamo, inoltre, discusso più volte in Assemblea la diminuzione della copertura delle spese sanitarie, il blocco delle diminuzioni IRPEF ed il recupero del fiscal drag che, invece, si era prefigurato con la riforma precedente del Governo dell'Ulivo, mentre sono state rinviate le riduzioni dell'IRAP e dell'IRPEG.
Ci troviamo, pertanto, di fronte ad una delega in bianco; i fatti ci parlano di una sorta di stand by, rispetto alla politica così ben avviata dal Governo precedente, che riguarda - lo abbiamo sentito oggi - un nodo della politica economica e fiscale italiana, quello della lotta contro l'evasione fiscale. Per non parlare delle altre misure inserite nella legge Tremonti-bis, della sospensione della DIT e di altre questioni che non voglio ricordare perché, forse, non hanno a che fare con l'oggetto della discussione.
Siamo, quindi, di fronte ad un provvedimento pericolosissimo per il nostro sistema economico, per l'equità fiscale e per il progresso e la qualità della vita del nostro paese.
Il fumo di una propaganda martellante, quella sì, ben pensata, rischia di oscurare il dibattito nel paese e spero che ciò non avvenga almeno in questa Assemblea (Applausi dei deputati del gruppo misto-Verdi- l'Ulivo e misto-Socialisti democratici italiani)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Pennacchi. Ne ha facoltà.


Pag. 74

LAURA MARIA PENNACCHI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'articolo 3 che ci apprestiamo a discutere prima con riferimento agli emendamenti e successivamente nella sua formulazione complessiva, contiene il cuore di questo provvedimento.
Come è stato anche poc'anzi ricordato, siamo di fronte ad una proposta di revisione che presto diventerà realtà, ad una proposta di revisione dell'IRPEF che la porta sostanzialmente a strutturarsi attraverso un'aliquota unica. Ciò determina conseguenze molto gravi sull'equità, che si garantisce attraverso il mantenimento di un principio di progressività, nonché su altri aspetti che vorrei sottolineare. Se teniamo conto del fatto che la revisione dell'IRPEF si associa a due altre misure, altrettanto importanti, che sono rappresentate in primo luogo dalla volontà dichiarata, nell'ambito della legge delega, di soppressione dell'IRAP, imposta che ad oggi finanzia la sanità per importi che variano tra i cinquantamila e i sessantamila miliardi, cioè quasi la metà della spesa che la sanità assorbe oggi nel nostro paese. Per questa ragione, dovremmo pensare che quasi la metà del servizio sanitario nazionale è a rischio; se teniamo conto poi che vi è un'altra rilevantissima misura che porta tutte le aliquote sui redditi finanziari ad una percentuale del 12,5 per cento, - cosa che è letteralmente scandalosa, ove si considerino gli andamenti che le normative in ordine a questo tipo di aliquote stanno seguendo negli altri paesi europei -, allora, se sommiamo gli effetti di questi tre provvedimenti, si registra una perdita di gettito potenziale e a regime di proporzioni molto rilevanti destinate a sfiorare e probabilmente a superare, se tutto ciò si realizzasse, i centomila miliardi all'anno.
Questo riporta ad una prima analisi molto seria sul fatto che questa legge di delega non contiene coperture finanziarie; non contenendo coperture finanziarie, questa legge di delega non è configurabile come tale; non lo è anche perché i principi, i criteri e gli indirizzi non sono indicati. Vi sono infatti una vaghezza ed una genericità veramente impressionanti.
Si sostiene che tale vaghezza e tale genericità siano dovute al fatto che il provvedimento riveste carattere prevalentemente ordinamentale, ma, in realtà, l'esplicito rinvio alle leggi finanziarie che dovranno coprire gli oneri di queste misure è l'intrinseca ammissione del fatto che siamo di fronte ad una necessità di copertura che viceversa non è presente. Il rinvio alle leggi finanziare rappresenta uno strumento giuridicamente inidoneo, né tantomeno corretto, per una legge di delega che deve essere tale; tuttavia, con il rinvio alle leggi finanziarie, stiamo ammettendo oneri rilevantissimi.
L'indeterminatezza riguarda aspetti fondamentali, come veniva ricordato poc'anzi: la natura individuale o familiare dell'imposta, la struttura delle riduzioni, l'entità della fascia esente. Siamo quindi di fronte ad una totale mancanza di indicazioni precise, salvo ciò che il relatore di maggioranza ha benevolmente affermato (non lo ha detto a noi, ma attraverso una conferenza stampa e facendo pubblicare una serie di tabelle dalle quali è possibile inferire aspetti ancora più allarmanti sui quali ritornerò).
L'aspetto che vorrei innanzitutto sottolineare è che questo problema delle mancate o scorrette coperture si va ormai configurando come una vera e propria emergenza istituzionale che i gruppi di opposizione non hanno mancato di segnalare alle sedi competenti, a partire dal Presidente della Camera.
Ma anche questa indeterminatezza, per esempio, sulle cose che ricordavo - la struttura delle deduzioni, l'entità della fascia esente e via dicendo - espropria il Parlamento, ledendo un altro articolo fondamentale della Costituzione, l'articolo 23, che norma la riserva di legge, che non può non riguardare materie decisive come la tassazione, la struttura del fisco, questioni su cui sono nate le democrazie moderne. Le democrazie moderne sono nate esattamente su tali questioni.
Come dicevo, rimangono del tutto indeterminati alcuni elementi fondamentali.


Pag. 75

Anche le informazioni che abbiamo potuto desumere da ciò che il relatore di maggioranza ha fatto pubblicare il 1o maggio su alcuni organi di stampa sono ancora più allarmanti di quello che avremmo potuto recepire dalle considerazioni fatte in base al testo di delega. La prima cosa che viene da dire è che il Parlamento ha bisogno di informazioni precise, chiare, scritte nero su bianco nella legge delega. Per quale ragione queste indicazioni non si scrivono precisamente, nero su bianco, nella legge delega? Non abbiamo bisogno di queste benevole concessioni octroyées.
Ma c'è qualcosa di più grave. Se applichiamo le informazioni che comunque possiamo ricavare, facendo un lavoro, uno sforzo aggiuntivo, anche se invece tali informazioni avrebbero dovuto esserci date con chiarezza, configurando il sistema di equità di fondo del paese, se noi ci sforziamo di attribuire una logica agli esempi e alle tabelle che il relatore per la maggioranza ha proposto e li proiettiamo sull'intero aggregato, ricaviamo la conferma delle nostre preoccupazioni.
Un centro studi di natura assolutamente indipendente, in queste ore ha lavorato per formulare simulazioni, sulla base delle indicazioni ricavabili dagli esempi scritti presentati dall'onorevole Falsitta. Si tratta di un centro studi che è stato consultato anche durante le audizioni, confermando già allora i risultati a cui sono arrivati tutti i centri studi. Questo va detto: tutti i centri studi hanno comunque indicato problemi gravi nella perdita di gettito e negli effetti redistributivi che queste misure avranno. Altro che falsità: guardate che non c'è peggiore falsità di quella che occulta, maschera, camuffa, affermando che si parte dai redditi più bassi senza dire apertamente che cosa ci si sta proponendo di fare per i redditi più alti. Ma sulla legge delega c'è scritto questo! Questa è l'unica cosa che è scritta con chiarezza: 23 per cento per i redditi fino a 200 milioni di vecchie lire, 33 per cento da quella cifra in su. Questo è quanto è scritto con assoluta chiarezza!
Cercando di dare una logica, le simulazioni fornite in queste ore hanno ipotizzato che il tributo sia individuale, rimanga individuale, come dalle tabelle dell'onorevole Falsitta si deve ricavare; che le deduzioni vengano ricavate - come nell'ipotesi formulata dall'onorevole Falsitta - calcolando l'equivalente delle attuali detrazioni, facendo quindi una semplice operazione di rovesciamento; che la quota esente sia universale e che venga meno intorno ai 114 milioni; che rimangano due deduzioni: una che decresce al crescere del reddito e un'altra che si applica a tutti i redditi; che rimanga la deduzione per lavoro dipendente, quell'altro grande mistero che finora non è stato chiarito.
Vorremmo che l'onorevole Falsitta, che pretende tanta attenzione rispetto alla lettera, all'analisi accurata, fosse consapevole di ciò che ha presentato.
Vorremmo che sapesse cosa c'è dietro quei dati, quelle ipotesi, quelle cifre e quei numeri, ossia che la deduzione per il lavoro dipendente scompare. Quei dati sono plausibili soltanto se accettiamo le ipotesi che ho elencato, compresa questa relativa alla deduzione per il lavoro dipendente che scompare. Ebbene, sapete cosa accade? Per quanto riguarda le microimprese, possiamo affermare che, per chi guadagna 350 milioni di reddito, il beneficio, il regalo fiscale, sarà di 50 milioni annui e l'entità enorme di questo beneficio, destinato a tali categorie, si contrappone al modestissimo beneficio di cui godranno i redditi bassi, al beneficio nullo e all'eventuale penalizzazione (sarà enormemente difficile anche garantire la clausola di salvaguardia) di tutti redditi medi.
I calcoli e le simulazioni ci dicono che la perdita di gettito solo per le modifiche dell'IRPEF, se accettassimo come valide le ipotesi dell'onorevole Falsitta (che tali non sono, perché non sono scritte nel disegno di legge di delega) sfiora i sessantamila miliardi! Solo questa previsione. E ancora. Ai primi due decili della distribuzione del reddito - ai redditi più bassi - va appena il 2 per cento dello sgravio fiscale! La simulazione la renderemo disponibile a tutti. Il 2 per cento va ai redditi più bassi


Pag. 76

e più del 55 per cento va all'unico decile più ricco della popolazione, con i redditi più elevati.
Come non meravigliarsi se gli indici di disuguaglianza peggiorano! Al sussiegoso onorevole Falsitta devo spiegare come è fatto e cosa calcola l'indice di Gini, un indice semplice che va da 0 a 1: lo zero misura la perfetta uguaglianza, mentre 1 misura la perfetta disuguaglianza. Ebbene, calcolando questi indici, da queste simulazioni, si deduce che l'indice di diseguaglianza aumenta tantissimo e non c'è da meravigliarsi.
Siamo, dunque, giunti ala momento di verificare dove siano davvero la falsità e il sovvertimento radicale dei principi che dovrebbero reggere uno Stato democratico, in una democrazia come la nostra che nasce dalla Costituzione repubblicana. La relazione illustrativa di questo provvedimento è un vero e proprio manifesto ideologico che, in un certo senso, ci reca un servizio, perché dichiara maggiormente la verità, ossia che la persona che si pretenderebbe di esaltare è ridotta a proprietà. Come ha dichiarato l'onorevole Santagata, viene ipotizzato un uomo nuovo, la cui brama fondamentale è semplicemente la riduzione delle tasse. Ma quell'uomo nuovo sta soltanto nel decile più alto della distribuzione dei redditi! La persona umana, in tutto il suo valore e spessore, è ridotta a proprietà. Le tasse sono considerate soltanto come alterazione dei diritti di proprietà e i diritti di proprietà sono visti come inerenti, in modo peristituzionale, alla persona stessa e non come qualcosa che nasce (come tutto il pensiero liberale democratico ci insegna, da Hume a Kant) in quella rete di relazioni istituzionali e sociali che fa sì che si definisca un bene comune, si definiscano valori ed obiettivi superiori, come il benessere generale, il consolidamento delle aspettative, un livello di equità che non può non essere centrale.
In questa visione, non c'è da stupirsi se le tasse siano considerate solo esproprio della ricchezza, coercizione, costrizione e se lo spirito comunitario che anima l'articolo 53 della Costituzione sia totalmente vanificato. Non ci sarà neppure da stupirsi se vedremo effetti rilevantissimi nella distruzione dello Stato sociale. Perché se la perdita di gettito ammonta alle cifre che poc'anzi ho indicato - 60 mila miliardi soltanto per quest'eventuale revisione dell'IRPEF -, come coprire perdite di gettito così rilevanti se non rimettendo radicalmente in discussione le prestazioni e i servizi sociali fondamentali?
D'altra parte, nella relazione illustrativa, si dicono anche altre due cose molto eloquenti. Si dice, anzitutto, che bisogna tornare alla filantropia, che bisogna mettere in discussione il sistema di protezione sociale tornando alla filantropia, cioè all'ottocento e ancora più indietro: al Medioevo! Siamo davvero in un'ottica di conservatorismo compassionevole! Si dice, inoltre, che ai redditi più alti verrà applicata una nuova forma di progressività, consistente nel fatto che tali redditi dovranno compartecipare alla spesa per godere di servizi fondamentali in misura proporzionalmente maggiore, ovviamente spingendo i predetti redditi, e i ceti che li possiedono, verso i servizi privati.
Come si vede, la tenaglia sul sistema di protezione sociale è duplice: partendo dall'aggressione al cuore dei suoi fondamenti ed alle sue possibilità di finanziamento, si salda con l'idea di spingere molti ceti a fuoriuscire da quella rete di protezione sociale che è basata sulla solidarietà e sull'uguaglianza.
Pertanto, credo l'articolo 3 e le altre disposizioni che ho ricordato vadano assolutamente respinti. È stupefacente che non vi sia chiarezza e che si ricorra alla falsità peggiore: quella del mascheramento, dell'occultamento e dell'inganno (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, di Rifondazione comunista e Misto-Comunisti italiani).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Santagata. Ne ha facoltà.

GIULIO SANTAGATA. Signor Presidente, siamo nel cuore del provvedimento: nell'articolo 3 prende forma il pensiero


Pag. 77

economico-politico centrale non solo di questo disegno di legge delega, ma di gran parte della politica della Casa delle libertà.
Ci viene proposto lo slogan «Lasciare più soldi nelle tasche degli italiani». In questo modo, si dice, avremo più sviluppo e riusciremo ad innescare un circuito virtuoso che ci condurrà finalmente ad abbassare il carico fiscale. L'ipotesi prevede che la spesa privata dei cittadini nelle cui tasche vengono lasciati più soldi, applicando un moltiplicatore più alto, si riversi su settori in grado di assicurare una produttività più alta di quella di cui è capace il settore pubblico.
Tale ipotesi è tutta da dimostrare! Credo, anzi, che l'andamento della Tremonti-bis ci stia rivelando che essa non è affatto scontata. Credo, altresì, che il nuovo miracolo italiano, sbandierato quando abbiamo discusso della cosiddetta legge dei cento giorni, sia di là da venire e che l'equazione «meno tasse, più sviluppo» sia da discutere alla radice.
A parte ciò, credo che una legge delega non possa esimersi dal rispondere, su questo tema, a tre domande fondamentali, la risposta alle quali sarebbe vano cercare nel testo che stiamo esaminando: quanti soldi vogliamo lasciare nelle tasche dei cittadini? Con quali spese li barattiamo (cioè, a cosa rinunciamo dell'attuale spesa dello Stato)? Nelle tasche di chi lasciamo il denaro?
La collega Pennacchi avanzava delle ipotesi, io avanzo delle ipotesi più modeste riprendendole dalla relazione tecnica al provvedimento. Qui stiamo parlando di un minimo di 22 miliardi di euro, cioè 44 mila miliardi di vecchie lire, solo per l'operazione IRPEF, e si arriva facilmente a stimare i 60 mila miliardi a cui faceva riferimento la Pennacchi. Quindi stiamo parlando di una bella torta, una torta consistente. Ma come costruiamo questa torta? Quali sono gli ingredienti che ci portano ad avere 22 miliardi di euro da redistribuire agli italiani? Come dicevo prima, non credo si possa ancora contrabbandare la favoletta del miracolo italiano né tanto meno la favoletta del buco che ha impedito il miracolo. Gli ingredienti, le strade a disposizione sono solo due, e, purtroppo, questo Governo ha l'aria di volerle percorre tutt'e due. Ad una faceva già riferimento la collega Pennacchi: una drastica riduzione della spesa sociale; la controriforma della scuola e della sanità (e si risente parlare anche di pensioni). L'altra è la strada che porta fuori dal bilancio dello Stato una serie rilevante di spese. Discuteremo la prossima settimana del decreto-legge che istituisce le società patrimonio Spa e infrastrutture Spa; discuteremo del rischio - qualcosa di più, credo, di un rischio - che stiamo correndo di vedere creare deficit sommersi fuori dal bilancio dello Stato. Ma resta centrale la terza domanda: a chi va questa torta? Noi ci troviamo ad avere una torta fatta di meno sanità, meno welfare, che va sostanzialmente nelle tasche del 20 per cento più ricco della popolazione italiana. La qualità dell'operazione è questa. Il 20 per cento più ricco si becca grosso modo l'80 per cento di tutta la torta e dovrebbe garantire, attraverso la sua elevatissima capacità di spesa, un volano, un moltiplicatore della nostra economia che nel tempo trascini tutti. Non credo a questa possibilità, non credo che possiamo permetterci di avallare un disegno di redistribuzione del reddito di questo valore. Qui stiamo facendo veramente una riforma che cambia o rischia di cambiare la struttura della coesione sociale del nostro paese. Qui stiamo contrabbandando meno welfare, meno protezione e meno servizi per una quantità di risorse economiche che vanno nelle tasche di pochi (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.

ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, colleghi, questo era già chiaro nella richiesta di sospensiva. Tra l'altro, la richiesta di sospensione era motivata dall'assenza del famoso ministro T., ora non c'è neanche il sottosegretario di Stato, ma non mi lamento.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato è lì al banco del Comitato dei nove,


Pag. 78

a qualche metro di distanza dalla sua postazione.

ALFONSO GIANNI. Il sottosegretario Molgora deve stare lì; è condannato almeno a questa funzione formale, visto che il ministro T. non è disponibile per la nostra discussione in Assemblea, ma solo per la disputa giornalistica con il celebre giornalista S.. Ora, qui siamo però al cuore della questione, siamo alla riduzione a due aliquote, con quella massima che precipita al 33 per cento, creando una fascia di esenzione dai contorni abbastanza incerti. Siamo di fronte, in sostanza, al succo del provvedimento che, non solo a mio avviso, ma fortunatamente ad avviso di molti studiosi, provocherà un'ulteriore modificazione in senso regressivo della distribuzione del reddito nel nostro paese.
Come già accennato ieri nell'ambito della discussione generale - in un aula «desertica» - nell'ultimo quarto di secolo, abbiamo assistito ad una retrocessione nei rapporti tra rendite e redditi da lavoro dipendente (potrei anche aggiungere che persino i profitti hanno segnato dei punti a sfavore della grande rendita finanziaria, il che è tutto dire!).
Siamo all'interno di una situazione che il centrosinistra non riuscì a modificare, se pure con provvedimenti diretti al buon bilancio ed al buon governo ma nel migliore dei casi neutrali. Tuttavia, la neutralità comminata a soggetti sociali in collocazioni assai diverse tra di loro non elimina, né riesce a contenere le ingiustizie. In questo caso però siamo di fronte ad un'overdose di ingiustizie!
Ci troviamo di fronte ad un provvedimento che prevede una riduzione delle aliquote maggiori e, dunque, una cancellazione del principio della progressività, premiando i redditi, i cespiti, i capitali, insomma le condizioni di ricchezza materiali più forti nel nostro come in altri paesi.
Ieri, a questo proposito, ho parlato di linguaggio «tardo-rinascimentale». L'onorevole La Malfa mi correggeva suggerendo, al limite, l'utilizzo del termine «tardo-medievale» ma oggi vi ripeto che si possono trovare punti di accordo tra il tardo rinascimento ed il tardo Medioevo, nel senso dell'utilizzo di un linguaggio un po' ridondante se non decadente quale quello del relatore Falsitta nella sua relazione e sottoposta al nostro esame. Egli cerca di dimostrare l'indimostrabile. Ci sarebbe, da parte dell'attuale Governo, una sorta di nuovo umanesimo fiscale, se non addirittura un'applicazione della dottrina sociale e cattolica di Jacques Maritain: l'uomo integrale applicato al nuovo fisco. Tuttavia non si sa bene se si tratti di un derivato della fumettistica alias uomo ragno oppure di una sorta di nuova antropologia fiscale inventata dall'onorevole Falsitta!
A parte queste facezie, qui ci troviamo veramente di fronte ad una controriforma sociale, ispirata ad una logica di classe confindustriale del Governo che, da quando è al potere (ormai i cento giorni si sono moltiplicati per altrettanti e più dieci) tende esclusivamente all'immunità della proprietà, in tutte le sue forme!
Naturalmente, uno dei modi per garantire l'immunità della proprietà consiste nel mantenere al riparo dalla pressione fiscale le grandi proprietà finanziarie. Tutto ciò, peraltro, già avviene sul versante dell'evasione fiscale. Ricordavo prima che abbiamo un differenziale europeo negativo, che si concretizza, in termini di evasione fiscale, in dieci punti in più rispetto alla media considerata fisiologica per l'Europa (fisiologica per modo di dire, poiché si aggira in realtà tra il 4 ed il 6 per cento ma noi, secondo le ultime indagini della Sicet, cioè dell'ispettorato del Ministero delle finanze, siamo comunque al 14,7 per cento).
Così, attraverso la riduzione delle aliquote premiamo ulteriormente coloro che già si erano premiati da soli. Secondo una logica per cui i furbi dovrebbero sempre farla franca ed avere ragione, oggi tale furbizia è premiata e ratificata per legge con il provvedimento del Governo.
Qualora al relatore Falsitta interessasse realmente la questione in sé (cosa che evidentemente non avviene), devo ricordare che studi inappuntabili, come quelli


Pag. 79

condotti dall'università di Modena, hanno già prodotto per tempo simulazioni (già a partire dalla campagna elettorale condotta dal Polo) su quelle che sarebbero state le conseguenze in termini di distribuzione del reddito, e quindi di condizioni di vita reali per la popolazione, se questo articolo 3 (cioè la riduzione a due delle aliquote di prelievo) andasse in porto.
La collega Laura Maria Pennacchi ricordava prima l'indice di Gini, pregevole economista italiano che tradusse in termini algebrici la cosiddetta curva di Lorenz; ora, se è vero che anche la matematica è un'opinione, è però altrettanto vero, onorevole La Malfa, che questa è certamente un po' più circostanziata della politica e della linguistica. Ebbene, gli studiosi calcolano un aumento del valore del coefficiente di Gini, in conseguenza delle misure assunte dal Governo - misure che la Camera, io non lo vorrei, sta forse per approvare - pari all'1,14 per cento.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PIER FERDINANDO CASINI (ore 18,48)

ALFONSO GIANNI. Ciò deprime la famosa curva di Lorenz, spingendola verso il basso ed incrementando l'area dell'ingiustizia sociale, della diseguaglianza nella distribuzione del reddito e, dunque, esaltando tutti quei fenomeni che ci sono noti dagli studi di Hutchison e di Galbraith; mi riferisco ad un aumento della povertà e della miseria nel contesto del vecchio continente europeo, conseguenza delle politiche liberiste, dell'abbattimento dello Stato sociale ma anche diretta conseguenza di misure, come quelle al nostro esame, di revisione della politica fiscale che si iscrivono in un'area tardoreaganiana (posso dire qui tardoreaganiana, onorevole La Malfa? Credo di sì) o tardo thatcheriana (qualora si voglia rimanere entro i confini della nostra vecchia Europa). Tali misure rappresentano la sostanza della politica sociale del Governo. Si badi bene (insisterò a lungo su tale questione): in questo caso non siamo di fronte ad un capitalismo compassionevole, perché della sostanza che giustificherebbe l'uso dell'aggettivo «compassionevole» - che già non ci sta particolarmente a cuore in quanto indica non un atto di giustizia, bensì una concessione a chi sta peggio affinché non rompa le scatole e continui a stare peggio - non vi è assolutamente nulla. Se con il disegno di legge sul conflitto di interessi ci siamo trovati di fronte alla difesa della mera proprietà, in questo caso siamo invece di fronte alla difesa della mera ricchezza. Questa è la sostanza della politica del Governo e la sostanza dell'articolo 3 del presente disegno di legge. Tutto ciò spiega le ragioni degli emendamenti soppressivi che abbiamo presentato e sui quali torneremo poi ad intervenire (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).

PRESIDENTE. Nessun altro chiedendo di parlare sull'articolo e sulle proposte emendative ad esso presentate, invito il relatore per la maggioranza ad esprimere il parere della Commissione.

VITTORIO EMANUELE FALSITTA, Relatore per la maggioranza. Signor Presidente, esprimo parere contrario su tutte le proposte emendative presentate all'articolo 3, ad eccezione degli emendamenti Patria 3.65 e Sergio Rossi 3.64 (quest'ultimo però con una piccola riformulazione), sui quali il parere è pertanto favorevole.

PRESIDENTE. Il Governo?

DANIELE MOLGORA, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Il Governo concorda con il parere espresso dal relatore per la maggioranza.

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento Giordano 3.70.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Benvenuto. Ne ha facoltà.

GIORGIO BENVENUTO, Relatore di minoranza. Signor Presidente, intervengo sul testo alternativo che ho proposto come relatore di minoranza. Non lo illustro


Pag. 80

interamente, perché è identico al successivo emendamento 3.57 di cui l'onorevole Pinza è primo firmatario, ma mi limito ad esplicitare i primi sette paragrafi.
La proposta avanzata dal Governo è estremamente generica, perché prevede una grandissima operazione di abbattimento dell'IRPEF, indicando solamente due aliquote: un'aliquota del 23 per cento fino a 100 mila euro e del 33 per cento oltre tale importo; successivamente, il Governo non fornisce alcuna indicazione.
Dopo la conferenza stampa tenuta il 30 aprile dal relatore per la maggioranza, il quale aveva fornito tutta una serie di dati, di indicazioni, di tabelle e di simulazioni, mi sarei aspettato che lo stesso relatore o il Governo scendessero dal «genericismo» e proponessero indicazioni concrete. Così non è stato. Al contrario, noi intendiamo formulare proposte precise, perché la delega è estremamente generica.
In primo luogo, proponiamo che la soglia di povertà, cui il Governo fa riferimento, sia fissata a un livello non inferiore a 7.500 euro (circa 15 milioni di lire), livello che intendiamo innalzare con l'aumento del numero dei familiari a carico, in modo da consentire l'esclusione dall'imposizione di un reddito fino a 15 mila euro (cioè a circa 30 milioni di lire) per un nucleo familiare di due persone e fino a 17-18 mila euro per un nucleo familiare di tre persone.
Riteniamo importante che vi sia tale indicazione perché, in mancanza di quest'ultima, rispetto alla situazione di oggi, ci troveremmo di fronte ad una vera e propria arbitrarietà in quanto potrebbero essere comunicate, dette ed evidenziate ipotesi senza alcun fondamento. La delega, quindi, deve avere punti di riferimento ed indicazioni.
La seconda osservazione riguarda il mantenimento del sistema delle detrazioni, anziché quello delle deduzioni, raccogliendo con ciò le osservazioni avanzate dai diversi soggetti auditi e, in particolare, dalle autonomie locali, le quali hanno sottolineato che un regime di deduzioni pone problemi per quanto riguarda i livelli di compartecipazione e la fissazione delle addizionali.
Inoltre, poniamo la questione fondamentale che un'operazione di questo genere, nella quale occorre sapere da dove cominciare, deve risolvere anche il problema dei cosiddetti incapienti. Sottolineo che nel nostro paese vi sono 6 milioni di soggetti interessati che non otterrebbero benefici dall'operazione di riduzione dell'IRPEF, ma rimarrebbero nella soglia della povertà. Né si può dire che era possibile effettuare questa operazione nella passata legislatura. La si è fatta quando si è proceduto ad una riduzione delle tasse e - nella misura in cui la stessa viene preannunciata in termini più consistenti - non affrontare il problema del credito d'imposta per i settori più poveri della nostra società sarebbe una grande e grave ingiustizia.
Se è vero che sono incapienti per quanto riguarda l'IRPEF, sono certamente capienti in molti casi per quanto riguarda l'ICI e, in tutti i casi, per quanto riguarda l'IVA.
Poniamo, poi - e ne abbiamo discusso con molta forza - il problema relativo al numero degli scaglioni. Riteniamo che i due scaglioni si riducano, in effetti, ad uno solo. Signor Presidente, ho fatto esempi concreti a cui non è stata data risposta. La chiedo nuovamente al relatore Falsitta ed al Governo che dovrebbe avere elementi maggiori. Poiché da parte del Governo e del relatore vengono prospettate simulazioni fino a 60-70 milioni del tutto arbitrarie e propagandistiche chiedo come sia possibile prevedere riduzioni dell'IRPEF che, per un reddito di 350 milioni, significano un abbattimento di 50 milioni. Diamo un regalo di 50 milioni che è il reddito annuale di milioni di famiglie nel nostro paese e il doppio di quanto prendono come stipendio i lavoratori della sicurezza o la gran parte dei lavoratori dell'industria! La nostra proposta, accompagnata anche da altre indicazioni che per ragioni di tempo non posso ricordare, vuole introdurre, quindi, elementi di


Pag. 81

equità. Questa operazione non può realizzare ancora profonde discriminazioni.
Concludo ricordando che il paradosso di tutto è che noi parliamo di diminuire le tasse. Guarda caso quest'anno, se si fosse applicata la legge finanziaria del 2001, avremmo realizzato un'ulteriore diminuzione delle tasse certa con il fiscal drag e con l'aliquota al 22 per cento per una parte dei nostri contribuenti. Il Governo parla di ridurre le tasse, il relatore si esercita in simulazioni prive di fondamento ma, poi, i fatti parlano chiaro: le tasse stanno aumentando.
I numeri sono necessari: non si può fare una delega senza indicare i numeri, onorevole Molgora, onorevole Falsitta. I numeri sono importanti: se non ci dite come saranno le deduzioni, come si risolve il problema tra lavoro autonomo e lavoro dipendente, come si articoleranno le misure che dovrebbero reintrodurre un elemento di progressività ci muoviamo nel vago e nell'arbitrario. Arbitrarie sono le simulazioni fatte prima del 1o maggio che noi respingiamo.

SERGIO ROSSI. Non le abbiamo fatte noi le simulazioni!

GIORGIO BENVENUTO, Relatore di minoranza. Dunque, sosteniamo la necessità di questa modifica e di questa proposta alternativa che noi avanziamo (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lettieri. Ne ha facoltà.

MARIO LETTIERI. Signor Presidente, come ricordava l'onorevole Benvenuto anche il gruppo della Margherita, insieme agli altri colleghi dell'Ulivo, ha presentato un testo alternativo all'articolo 3. Il cuore di questa legge delega, infatti, sono l'articolo 3 e l'articolo 4. Abbiamo presentato un testo alternativo più organico che parte da alcuni elementi di certezza perché la delega richiede che il Parlamento dia indicazioni, metta paletti, vincoli ed un obbligo di legge. Invece, la vaghezza caratterizza il testo licenziato in Commissione. Vaghezza è la richiesta di delega soprattutto da parte del ministro Tremonti che vuole le mani libere, una discrezionalità eccessiva. Una discrezionalità che, mi sia consentito, onorevoli colleghi, offende ed espropria il Parlamento perché c'è un continuo rinvio a decreti ministeriali, neanche governativi, e tutto ciò mi sembra veramente troppo. Credo che non possiamo consentire, né al ministro e né al Governo, né l'esproprio delle competenze delle regioni ma tanto meno di quelle di questo Parlamento e di questa Camera. Detto questo, mi preme sottolineare come nel merito ci siamo sforzati di individuare alcuni elementi portanti che, secondo me, dovrebbe avere la delega: anzitutto l'individuazione di un reddito di esenzione da qualsiasi forma di pressione fiscale.
Il ministro Tremonti nella sua dotta illustrazione fa delle enunciazioni bellissime, a partire dall'enfasi sulla famiglia, ma, poi, la ignora e arriva alla tassazione individuale; così come parla di un'area di non tassazione ma non dice quanto: noi ci siamo fatti carico non di dare i numeri a caso, ma di indicare il minimo vitale, la soglia di povertà in 7.500 euro, modificabile secondo il numero dei componenti della famiglia. In questa delega vi è un'assoluta incertezza e vaghezza e, a mio avviso, probabilmente, non troverà applicazione perché mi sembra più una delega manifesto di una campagna elettorale che in questo paese sembra non finire mai, mentre adesso l'esecutivo ha il dovere di governare più che pretendere leggi manifesto.
Per quanto riguarda un'altra questione, indichiamo che, se sarà applicata questa legge delega, deve avere un primo momento di attuazione a favore dei redditi bassi e medi e delle piccole e medie imprese. Inoltre, abbiamo sollevato la questione degli incapienti, che in questo disegno di legge non vengono considerati, che sono i cittadini più poveri di questo nostro paese e che purtroppo, neanche a dirlo, si trovano in gran parte nel Mezzogiorno. Per tali motivi si tratta da un


Pag. 82

lato di una legge di classe territoriale e dall'altro, mi sia consentito di usare una categoria ormai superata, di una legge di classe che va a favore soltanto dei ceti alti, delle grandi holding, visto che privilegiate i redditi alti.
Ho fatto già degli esempi che vedono favoriti in maniera netta coloro che guadagnano oltre i 200.000 euro. Mi pare che il segno dovrebbe essere completamente invertito per privilegiare, da un lato cittadini a reddito medio-basso e, dall'altro, permettere alle nostre piccole imprese di tendere ad un'omogeneizzazione con la tassazione europea e, perché no, anche di metterle in condizione di poter competere sul mercato. Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, oggi le imprese in media pagano il 29 per cento e con l'elevazione al 33 per cento le piccole e medie imprese finiranno col pagare, probabilmente, di più: per tali motivi, si vendono loro delle illusioni.
Sono certo che, alla fine, la verità verrà fuori e sarà amara per molti contribuenti, ai quali in campagna elettorale il centrodestra ha detto, in particolare il Presidente Consiglio, meno tasse per tutti. Io dico che, purtroppo, finora il Governo di centrodestra ha assicurato meno tasse per lor signori, che poi significa per i grandi esportatori di capitali all'estero e per coloro che erano detentori di grandi patrimoni con l'eliminazione della tassa di successione.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Nicola Rossi. Ne ha facoltà.

NICOLA ROSSI. Signor Presidente, l'essenza di questo testo alternativo è qualcosa che, tecnicamente, va sotto il nome di imposta negativa o quasi, cioè una struttura molto semplificata delle aliquote, un sistema di detrazioni inteso a semplificare la vita del contribuente e, invece, a non rendere molto più complicata quella di chi applica, per esempio, delle addizionali, come le regioni o i comuni.
Soprattutto, è un minimo vitale che, se da un lato abbatte l'imposta fino ad azzerarla nel caso dei redditi bassi e medio-bassi ed è legato strettamente alla composizione del nucleo familiare e alla sua dimensione, dall'altro prende la forma del cosiddetto credito di imposta rimborsabile cioè, quando manca la materia imponibile, si trasforma in un vero e proprio sussidio che viene concesso al contribuente incapiente.
Questa struttura di imposizione ha la caratteristica di condividere con la proposta del Governo alcuni elementi di semplicità e di snellezza, ed ha la proprietà di avere implicazioni di carattere distributivo esattamente opposte. Infatti, se la proposta del Governo concentra il mancato gettito o la riduzione del gettito, per più della metà, nel decile più ricco della popolazione, il testo alternativo, la struttura di imposta negativa - per le sue proprietà e caratteristiche e per il fatto di tenere in conto anche coloro che non hanno redditi per pagare, ma ai quali il fisco deve non solo evitare di prendere, ma anche dare - concentra, invece, il grosso delle risorse proprio sui redditi bassi e medio-bassi. E dalle valutazioni che possiamo svolgere sappiamo che più del 50 per cento delle risorse andrebbero, in questo caso, ai redditi dei primi due o tre decili (forse anche del quarto decile).
Qualche anno fa, Presidente, trattando proprio dell'imposta negativa, scrivevo che questa proposta è al centro del dibattito politico ed economico in altri paesi europei ed è stata recentemente indicata come un possibile punto di riferimento per un sistema europeo di sostegno dei redditi.
Ieri, l'onorevole Falsitta ha avuto la bontà di citare queste mie parole con molto apprezzamento, dicendo che avrebbe potuto usarle per la sua relazione. Tuttavia, credo non si sia reso conto che tali parole facevano riferimento ad una proposta contenuta esattamente nel testo alternativo che, oggi, viene presentato dall'opposizione.
Io conosco l'onestà intellettuale dell'onorevole Falsitta e, quindi, so che al nostro voto favorevole su questo testo alternativo si unirà anche quello del relatore,


Pag. 83

onorevole Falsitta (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di Sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pistone. Ne ha facoltà.

GABRIELLA PISTONE. Signor Presidente, tutti gli studiosi che abbiamo interpellato nel corso delle audizioni tenutesi in Commissione finanze hanno evidenziato che la riforma dell'IRPEF, prevista dalla legge delega, determinerà di sicuro un effetto redistributivo alla rovescia e ciò a causa della drastica riduzione delle aliquote, che si riducono a due (del 23 e del 33 per cento) e degli scaglioni. Sulla base delle simulazioni prodotte, questo comporterà fondamentalmente la redistribuzione del 60-75 per cento dei vantaggi all'ultimo decile della popolazione più ricca.
Dunque, abbiamo voluto proporre un testo alternativo, al fine di evidenziare che si possono anche ridurre le tasse mantenendo, però, un sistema fiscale equo, nel quale il concetto redistributivo e quello costituzionale vengano assolutamente mantenuti.
Quindi, il nostro principio fondante è quello della progressività delle imposte, mentre la riforma portata avanti dal Governo è orientata ad introdurre innovazioni fiscali che premiano i contribuenti più ricchi, con esclusione di quelli incapienti, per i quali non viene previsto nulla.
Inoltre, non si prendono in considerazione i contribuenti della fascia media, compresa tra i 25 ed i 60, 70 milioni di reddito, che rappresentano la quota più consistente delle famiglie e delle imprese italiane. Tra l'altro, per quanto riguarda la sostituzione delle detrazioni con le deduzioni, la delega non precisa se ciò sia confermato o meno per i lavoratori dipendenti e per i pensionati; non si sa neanche quale tipo di deduzione verrà introdotta, ovvero si naviga a vista: non c'è nulla di deciso, nulla di determinato che possa far prevedere anche un quadro complessivo più certo.
Nell'impostazione di fondo si parte da principi che noi non condividiamo e lo abbiamo detto questa mattina nell'illustrazione delle questioni pregiudiziali di costituzionalità. Ripeto che, come Comunisti italiani, lo abbiamo detto in largo e in lungo: questa delega non ci convince neanche un po' ed esprimeremo un voto assolutamente contrario. Stiamo facendo alcuni tentativi per modificarla nel modo migliore e per introdurre elementi che rispondano a criteri di equità fiscale. Dunque, ci riconosciamo nel testo alternativo del relatore di minoranza, onorevole Benvenuto, il quale è già intervenuto illustrando magistralmente la proposta che appartiene a noi come agli altri gruppi dell'opposizione.
Noi Comunisti italiani ci riconosciamo esattamente nelle logiche e nei contenuti specifici che rappresentano la traccia del testo alternativo e che sostanzialmente si riducono ai seguenti elementi. Innanzitutto, il Governo, in sede di bilancio, si deve far carico di ridurre la pressione fiscale complessiva, in modo da evitare in ogni caso che aumenti l'incidenza fiscale del settore pubblico allargato e di stabilire che dall'applicazione della legge non derivino oneri aggiuntivi per lo Stato; inoltre, si chiede al Governo l'impegno a presentare, entro il 30 giugno di ogni anno, una relazione sullo stato di attuazione del programma.
Questi sono i principi cardine. Chiediamo anche che, nell'ambito della definizione dei tempi di attuazione della riforma, l'applicazione avvenga a cominciare dalle piccole e medie imprese e dai redditi medio bassi, con riferimento ai redditi prodotti nel 2003, per garantire una certezza di diminuzione dell'incidenza fiscale. Diamo sicuramente una prevalenza...

PRESIDENTE. Onorevole Pistone...

GABRIELLA PISTONE. Signor Presidente, ho esaurito il tempo?

PRESIDENTE. Sto cercando di richiamare la sua attenzione in tutti i modi ma...


Pag. 84

GABRIELLA PISTONE. Scusi, signor Presidente, non avevo capito. Mi consenta però di finire la frase.
In materia di deduzione, per i redditi più bassi e per i cosiddetti incapienti abbiamo proposto un'esatta definizione della quota esente, stabilendo il campo di applicazione delle deduzioni, che dovranno essere rivolte, da un lato, a perseguire una sorta di giustizia intrinseca verso chi ha meno, verso le famiglie con minori o con portatori di handicap e, dall'altro, a favorire l'emersione del gettito, anche - come abbiamo detto - con evidenti indicazioni di lotta all'evasione fiscale (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Comunisti italiani).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Leo. Ne ha facoltà.

MAURIZIO LEO. Signor Presidente, la problematica degli incapienti la avverte anche lo schieramento di centrodestra: essa va risolta, ma non è questa la sede. Bisogna capire bene cosa intendiamo per incapiente: è colui il quale non ha reddito, quindi non ha imposta da pagare. Se non c'è imposta da pagare non vedo che credito di imposta possiamo dare. Facciamo un esempio: se un contribuente ha 100 lire di reddito e deve pagare un'imposta di 10 lire, se poi gli riconosciamo delle detrazioni per 12 lire, l'eccedenza - le 2 lire che superano l'imposta - non la possiamo riconoscere sotto forma di credito d'imposta. Credito di imposta di che cosa? Dove si va a portare come defalco queste 2 lire, se non c'è imposta da pagare? Non è soggetto a ICI, perché, se si tratta di una persona che non ha redditi, è poco verosimile che abbia un fabbricato; non è soggetto a IVA, perché non parliamo di lavoratori autonomi e di imprenditori. Il più delle volte si tratta di un disoccupato o di un lavoratore dipendente. Quindi, il meccanismo del credito d'imposta non può assolutamente funzionare.
Ben diverso è il discorso del rimborso a casa, quello che si fece con la finanziaria di due anni fa, mi pare. Per i pensionati incapienti si riconobbe un bonus sotto forma di rimborso: gli si mandava un assegno a casa e ciò non aveva nulla a che vedere con detrazioni, crediti di imposte e imposte. Se vogliamo intervenire in questo modo, a 360 gradi, lo si può fare in un altro provvedimento, ma non in quello fiscale. Tuttavia, dobbiamo darci carico anche di tutti i problemi conseguenti, perché qui non siamo solo di fronte ai pensionati, ma di fronte a tutti i contribuenti: ai lavoratori dipendenti, ai lavoratori autonomi, alle imprese. Pertanto, dobbiamo creare un meccanismo per mandare l'assegno a casa. Ma come lo dovremmo creare? Avvalendoci di altre strutture - CAF o altri enti - che possono occuparsi di mandare questo assegno a casa.
Quindi, la sede non è questa: il problema c'è, sarà anche reale, ma lo si deve trattare nella sede propria, non nel provvedimento fiscale, dove si parla di imposte, di detrazioni e di redditi. Questi soggetti non hanno redditi e quindi non è questa la sede adeguata.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Giordano 3.70, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 441
Votanti 435
Astenuti 6
Maggioranza 218
Hanno votato
201
Hanno votato
no 234).

Avverto i colleghi che concluderemo i lavori alle 19,30, essendo prevista per quell'ora la commemorazione di Aldo Moro e avendo il gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo avanzato una richiesta in tal senso. I lavori riprenderanno domani mattina alle 9,30.


Pag. 85


Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Giordano 3.71, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 453
Votanti 450
Astenuti 3
Maggioranza 226
Hanno votato
206
Hanno votato
no 244).

Passiamo alla votazione dell'emendamento Agostini 3.85.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Grandi. Ne ha facoltà.

ALFIERO GRANDI. Signor Presidente, naturalmente le sono grato per quello che ha appena detto, perché è una cosa importante, ma ciò non toglie che bisogna pure discutere sugli emendamenti di cui stiamo ragionando.
In particolare, vorrei riprendere quanto diceva poco fa l'onorevole Leo, perché mi pare un po' forte questa affermazione sugli incapienti che sono esclusi da questa legge, dal momento che gli incapienti notoriamente sono esclusi da tutte le leggi: semplicemente, sono fuori da tutto, non hanno reddito. Immaginate voi che davanti agli occhi degli italiani venga approvata una legge che regala a chi ha un reddito tra 200 e 300 milioni di lire 12 milioni di minore imposta, solo su 100 milioni; se ne ha 400 sono 24, se ne ha 500 sono 36, e trascuro la fascia di reddito fino a 200 milioni. Ma volete proprio che non ci sia il margine per ragionare di coloro che inevitabilmente prenderanno tutto questo come una beffa? Do per scontato che abbia ragione l'onorevole relatore - onorevole Falsitta, adesso che è più calmo anche lei, mi ascolti un attimo - e cioè che quello che è il mio dubbio, ovvero che alla fine ci sarà una fregatura terribile per i redditi bassi, sia invece uno straordinario avanzamento per i redditi bassi.
Ma lei per primo, onorevole, dovrebbe essere preoccupato dalla circostanza che avanzeranno solo quei redditi bassi in grado di ottenere un livello di esenzione; alcuni, evidentemente, non beccheranno una lira perché avranno diritto solo teoricamente, essendo, in pratica, troppo bassi per usufruire di un livello di esenzione. Ma si può adottare un provvedimento che, per quanto riguarda i redditi bassi, non prevede misure per quanti, avendo ricevuto la promessa del paradiso in termini di esenzione - anche se paradiso, sinceramente, non sarebbe -, finirebbero, in pratica, per avere l'inferno: vedrebbero, infatti, il bene e non ne potrebbero usufruire. E non è vero, onorevole Leo, che non si può intervenire; infatti, lei ha opportunamente ricordato (gliene do atto) il provvedimento della precedente finanziaria che aveva introdotto il meccanismo per i pensionati. Inoltre, lei sa benissimo che ciò che non è possibile fare con un bonus - trasferibile su parti dello Stato sociale: uno potrebbe non pagare i ticket o altro - si può benissimo ottenere con un assegno. Vedete, nell'esperienza del Governo francese - purtroppo non fruttuosa per Lionel Jospin - è stata adottata una misura esattamente di questo tipo. Il Tesoro assegnava un assegno ai redditi troppo bassi, anche come incoraggiamento per continuare a lavorare; quindi, è del tutto possibile risolvere il problema, sia con le esenzioni, sia con gli interventi di reddito positivo, appunto nella direzione degli incapienti. Ciò, naturalmente, aiuterebbe la serietà nell'atteggiamento sulle questioni fiscali; col provvedimento in esame, infatti, ad alcuni, si promette molto e si manterrà molto; ad altri si promette molto e si darà poco o, addirittura, nulla; ad altri ancora si promette molto e non si darà assolutamente nulla. Mi pare che qualche squilibrio vi sia e qualche riflessione sarebbe opportuna anche da parte vostra.


Pag. 86

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale l'onorevole Maurandi. Ne ha facoltà.
Onorevole Maurandi, poiché vorrei concludere almeno l'esame di questo emendamento nella seduta odierna, la prego di contenere in tempi brevi il suo intervento.

PIETRO MAURANDI. Finalmente nel testo dell'articolo 3 - precisamente, al punto 4 della lettera b) del primo comma - compare, in modo un po' fortunoso, la progressività; ma si introduce qualche elemento di contraddizione perché, con due aliquote, una delle quali riguarda lo 0,5 per cento dei contribuenti, la progressività non esiste più. Si afferma, allora, che la si vuole recuperare con le deduzioni ma, in realtà, la Costituzione e la logica stessa dell'imposizione progressiva fondano la progressività sul reddito. Non la fondano sulle condizioni del contribuente o sui beni e servizi da lui acquistati per cui, ove mutino le sue condizioni, il presunto presidio della progressività possa scomparire e possa accadere che contribuenti con basso reddito si trovino ad avere la stessa aliquota di contribuenti con alto reddito. Vi è, infatti, una ratio fondamentale nella norma costituzionale: la progressività ha riguardo alla partecipazione dei cittadini alla società pubblica; alla spesa pubblica tutti concorrono in ragione della capacità contributiva la quale si misura con il reddito e il concorso è informato, appunto, alla progressività.
Per tale ragione, il recupero della progressività negata con le due aliquote è, nel testo, un marchingegno inaccettabile. Non può avvenire, infatti, in base alle spese o alle situazioni del contraente; la progressività va mantenuta con un congruo numero di aliquote, pure nel quadro di una riduzione della pressione fiscale. Le deduzioni o, meglio, le detrazioni vanno previste come riconoscimento del particolare valore sociale di alcune spese, in connessione con livelli di reddito medio-bassi. Noi, quindi, proponiamo una riduzione uniforme ed equa mentre, nella vostra legge, la riduzione è squilibrata a favore degli alti redditi e quindi è iniqua.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Tolotti. Ne ha facoltà.

FRANCESCO TOLOTTI. Signor Presidente, sono rimasto sorpreso anch'io dalla sottovalutazione che un collega competente e preparato come l'onorevole Leo ha riservato alla questione degli incapienti. In realtà, mi sembra che proprio il provvedimento in esame, con l'individuazione della no tax area, allargherà la platea degli incapienti.
Gli incapienti non saranno solo i soggetti privi di reddito, disoccupati o quant'altro, ma anche quelli che hanno un reddito (che, probabilmente, può toccare i 20 milioni annui), una famiglie e spese tali da potere essere accomunati ai soggetti, dai redditi medio-bassi, ai quali sono riconosciute deduzioni.
A questo punto, credo che, in sede ordinamentale, non sia per nulla estraneo affrontare tale questione in una delega che si attribuisce al Governo.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Agostini 3.85, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 447
Votanti 445
Astenuti 2
Maggioranza 223
Hanno votato
198
Hanno votato
no 247).

Come già comunicato, il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

Back Index Forward