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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione della proposta di legge costituzionale, già approvata, in un testo unificato, in prima deliberazione, dal Senato, d'iniziativa dei senatori Bucciero ed altri: Legge costituzionale per la cessazione degli effetti dei commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione; e delle abbinate proposte di legge d'iniziativa dei deputati: Boato; Germanà; Prestigiacomo; d'iniziativa del consiglio regionale del Piemonte; d'iniziativa dei deputati Selva; Buontempo; Trantino; Antonio Pepe ed altri; Collè; Amoruso.
Ricordo che nella seduta dell'8 aprile 2002 si è conclusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico della proposta di legge costituzionale e delle proposte emendative ad esso presentate (vedi l'allegato A - A.C. 2288 sezione 1).
Ha chiesto di parlare l'onorevole Fioroni. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE FIORONI. Signor Presidente, colleghi, esprimerò voto contrario sul rientro dei Savoia in Italia affinché il tentativo di cancellare un pezzo di storia d'Italia, ritenendolo come un semplice cambiamento di pagina, non produca l'effetto di annullare contemporaneamente le responsabilità di chi quelle pagine tragiche le ha scritte di proprio pugno. La storia, nel suo svolgersi, segue a volte percorsi strani.
Il caso ha voluto che proprio ieri, quando avevamo calendarizzato questo provvedimento, si celebrasse nel mondo la giornata delle vittime della shoah. Quale occasione migliore, quindi, di una giornata dedicata alla memoria per liberare la nostra, quella collettiva degli italiani, dalle incrostazioni del tempo e dal conveniente piacere dell'oblio.
In tempi in cui il revisionismo storico è, in molti casi, funzionale a costruirsi verità di comodo e falsi lasciapassare per il presente, credo sia utile ricordare, a chi non sa o finge di non sapere, che i Savoia hanno tacitamente avallato l'ascesa al potere di Mussolini, non si sono opposti alla promulgazione delle leggi razziali del 1938, hanno accettato l'ingresso in guerra e, infine, con la loro fuga, hanno lasciato il paese in balia di uno sbandamento politico e morale che ha aperto la strada alla guerra civile, mentre chi poteva e doveva dire di no, in quel momento non lo fece.
A mio avviso, non basta il giuramento di fedeltà alla Costituzione per un rientro in patria dell'ex famiglia reale. L'esser venuti meno alle proprie funzioni istituzionali, in un frangente decisivo per le sorti dell'intero paese, ha reso i Savoia in qualche modo complici della tragedia che si consumò in Italia con l'avvento del fascismo.
Non possiamo dimenticare, infatti, che Vittorio Emanuele III fu sempre complice del regime fascista: lo fu di fronte alla marcia su Roma, quando con la stretta di mano conferì a Mussolini non soltanto la guida del Governo ma anche l'autorità di trascinare il paese nella tragedia; lo fu di fronte al delitto Matteotti, probabilmente l'ultima occasione per impedire al regime di consolidarsi definitivamente. «Io sono cieco e sordo» dirà commentando il dossier del Ministero degli interni e da quel momento in poi abdicherà a qualsiasi ruolo politico attivo, limitandosi a sottoscrivere decreti e provvedimenti ed a partecipare a cerimonie ufficiali, dando così, con la sua presenza, una legittimazione al regime.
Si è detto che il re non si è mai fatto diretto promotore delle iniziative politiche del ventennio; ma è un fatto che le abbia avallate con la sua autorità. È stato così per le leggi razziali, per la partecipazione alla guerra civile spagnola, per l'alleanza con la Germania di Hitler, per l'entrata in guerra a fianco dei nazisti e per l'armistizio.
L'8 settembre lo Stato si dissolse, perché il re e il Governo non presero, non furono capaci di prendere alcuna decisione; la firma dell'armistizio non fu per Vittorio Emanuele un'occasione per riscattarsi dagli errori commessi ma un tentativo mal riuscito di sganciarsi da Mussolini e dalle sue colpe, in nome di un progetto di restaurazione monarchica.
Con la fuga vergognosa e ingloriosa a Brindisi, si realizzò l'obiettivo di fondo della politica di casa Savoia: salvare se stessi e la continuità dello Stato che incarnavano, abbandonando il paese reale e facendogli pagare un costo altissimo in termini umani e materiali.
Pertanto, noi non possiamo non dire che le responsabilità storiche del fascismo nelle tragedie della guerra furono allo stesso tempo le responsabilità storiche della monarchia. E se c'è oggi chi dice che i Savoia hanno pagato con la perdita del trono e con l'esilio la loro acquiescenza nei confronti del regime fascista e di tutto ciò che esso ha rappresentato per il nostro paese, io mi sento in dovere di dire che mai un re può abbandonare il proprio paese e abdicare alle proprie funzioni, soprattutto quando quest'ultimo è dilaniato da una guerra sanguinosa e dolorosa. Ed è inutile dire, come più volte è stato detto anche in quest'aula, che il re regnava ma non governava. Il re aveva giurato di rispettare lo Statuto albertino e questo gli dava poteri forti che decise di non usare; evidentemente, il fascismo era molto compatibile con la sensibilità e con la debolezza di una dinastia conservatrice e militarista che non soltanto non ha saputo difendere la libertà del suo popolo ma lo ha costretto anche a fronteggiare da solo l'occupazione nazista prima, e la guerra civile poi.
Nello stesso tempo voglio, però, raccogliere l'invito del Papa a farci portatori di pace, pregando i colleghi di riflettere sulle sue parole. Ma è lo stesso Santo Padre ad aggiungere che perché la pace sia duratura ha bisogno di perdono e di giustizia.
Colleghi, la pace non si fa per decreto, si fa con il coinvolgimento delle persone. E per preparare l'animo al perdono ci vuole giustizia. Non basta una dichiarazione di fedeltà: ad un danno deve corrispondere un risarcimento. E allora diciamo «sì» al perdono, ma diciamo «sì» anche al risarcimento del danno.
Il mio voto non impedirà il rientro dei Savoia. Ma se rientreranno con tutti i diritti di cui sono titolari i cittadini italiani e, quindi, anche con quello giusto di rivendicare l'intero patrimonio confiscato, riterrei opportuno che tale rientro fosse almeno contestuale al pagamento di guerra dei danni causati agli italiani.
Quando l'ex famiglia reale avanzerà le proprie legittime pretese sui beni confiscati, sarebbe doveroso che anche lo Stato e i cittadini italiani chiedessero il risarcimento per le sofferenze e per i drammi provocati dalle collusioni dell'allora famiglia regnante con il regime fascista. Se è vero, come dice il ministro Martino, che quella dell'ereditarietà della colpa è un'idea medievale, quella del risarcimento del danno non lo è neanche ai nostri giorni.
Peraltro, sempre in materia di risarcimento del danno, ritengo importante che l'Assemblea ricordi in questa sede il lavoro svolto dalla commissione governativa incaricata di indagare sui beni sottratti agli ebrei a causa delle leggi razziali dal 1938 al 1945, commissione presieduta dall'onorevole Tina Anselmi. Tale commissione, insediatasi nel 1998 - e mi auguro che quest'Assemblea non l'abbia dimenticato -, ha presentato la propria relazione conclusiva nell'aprile 2001, documentando il sistematico e feroce accanimento con cui gli ebrei vennero perseguitati in Italia da volenterosi carnefici con l'emanazione di quasi 8 mila decreti di confisca, tutti documentati, decreti di esproprio che descrivono una ruberia di dimensioni impressionanti operata dallo Stato.
Ma quello che mi preme sottolineare, oltre alla loro mole, è che i decreti riguardarono, oltre a gioielli, denari, opere d'arte e libretti di assegni, anche spazzolini da denti di bambini o pantofole consumate di nonne. Dunque, non si trattò solo di applicare una legge, ma di compiere,
tramite essa, veri e propri atti di umiliazione e di vessazione, oltre che di spoliazione della dignità umana. Voglio inoltre ricordare che, nonostante gli appelli lanciati dall'onorevole Anselmi, il lavoro svolto dalla commissione non ha avuto oggi alcuna conseguenza: non ci sono stati atti risarcitori, né richieste di approfondimento alcuno.
Sarebbe interessante sapere dal Governo quali siano i motivi di una tale sciatteria e di una tale inadempienza rispetto a una decisione unanimemente presa all'interno di quest'aula. La storia dunque non si può cancellare con un colpo di spugna o con un cambio di casacca, come fecero forse i repubblichini di Salò all'indomani del crollo del regime o come tentano di fare oggi coloro che pensano di saldare così i conti con il passato.
Cari colleghi, è vero: nella vita individuale, come in quella pubblica, si può preferire l'oblìo alla memoria del male. Ma bisogna essere sempre coscienti che il richiamo al passato è necessario per affermare la propria identità. In questo richiamo al passato, a mio avviso, si devono rifuggire due tentazioni complementari: la sacralizzazione e la banalizzazione. Come scrive Zetan Todorok nella sua inchiesta sul secolo tragico, memoria del male, tentazione del bene, la sacralizzazione per principio è una trincea, una messa da parte, un divieto di toccare; ma altrettanto pericoloso è il processo inverso, la banalizzazione: quando si utilizza il termine nazista come sinonimo di mascalzone ogni lezione di Auschwitz va persa. Quindi, ricordare il passato significa dotarsi di una identità senza la quale ci sentiremmo paralizzati e minacciati, perché come ha affermato, a mio avviso giustamente, il filosofo americano Santayana chi non conosce il passato è destinato a ripeterlo. La coscienza storica e la memoria delle violenze passate non devono alimentare però la nostra voglia di vendetta, ma quella di giustizia, perché solo con la giustizia si può riparare quella rottura dell'ordine sociale e morale rappresentata dai regimi autoritari e totalitari e dai crimini da essi perpetrati contro l'umanità. Solo se c'è giustizia ci può essere una pacificazione vera, come scrive Primo Levi ne I sommersi e i salvati: di fronte a un male così estremo, come poteva essere l'universo di un campo di concentramento, non si poteva desiderare e non potevamo desiderare, noi che c'eravamo, né vendetta, né perdono, ma solo giustizia.
Nel Siddharta di Hermann Hesse, uno dei tanti bellissimi passaggi è quello in cui il principe, che diventerà presto Buddha l'illuminato, è seduto sulla riva del fiume e capisce che senza più la misura del tempo il passato e il futuro sono sempre presenti, come il fiume che, allo stesso momento è là dove si vede, ma è anche alla sorgente ed alla foce: l'acqua ancora da passare è il domani, ma c'è già a monte; quella che è scivolata via è lo ieri, ma c'è ancora altrove, a valle. Il passato, il presente ed il futuro non sono più distinguibili tra loro e sono tutti lì in quell'impietoso scorrere.
Cari colleghi, questa immagine ci può aiutare a capire la storia che stiamo vivendo oggi in questo terzo millennio che si è aperto di nuovo con guerre, odi, violenze, razzismo e terrorismo, eventi che pensavamo superati ma che tornano o meglio, forse, non se ne erano mai del tutto andati. Proprio per questo, nell'impietoso scorrere del tempo, la nostra storia, deve esserci maestra di vita ed ogni pagina di storia che correttamente vogliamo sfogliare, ogni capitolo che vogliamo chiudere, dobbiamo farlo con consapevolezza, partecipazione e soprattutto con giustizia. Solo così saranno seppelliti i fantasmi del passato, ma soprattutto nell'animo umano germoglieranno duraturi semi di pace e di perdono.
Io chiedo questa giustizia per tutti coloro che hanno lottato per quella libertà così poco cara alla famiglia Savoia, per tutti coloro che, a causa delle collusioni e delle irresponsabilità di qualcuno, sono stati defraudati di tutto, a cominciare dall'identità, perché non esistono scadenze
per le persecuzioni: le sofferenze e le vittime non scompaiono; anche dopo cinquant'anni va fatta giustizia.
Desidero ricordare ancora le parole pronunciate da Giovanni Paolo II in occasione della giornata mondiale della pace, il 1o gennaio del 2000, quando, soffermandosi a riflettere sulle immani sofferenze inflitte ai popoli dai totalitarismi nazisti e comunisti, il pontefice si interroga su quale possa essere la via per ristabilire l'ordine morale e sociale barbaramente violato.
La risposta è che l'ordine infranto si ristabilisce solo coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella forma particolare dell'amore che è il perdono. La vera pace, in realtà, è opera della giustizia, perché non vi è pace senza giustizia e non vi è giustizia senza perdono.
Concludendo, cari colleghi, ritengo che oggi non siamo qui per fare processi sommari alla storia, ma piuttosto per dire ancora una volta che, preservare nella nostra memoria il ricordo della lotta contro l'oppressione nazifascista, significa riaffermare la solidità dei valori su cui si fonda la nostra democrazia; quegli stessi valori che consentiranno, anche a chi in questa democrazia non ha mai creduto, di rientrare oggi in Italia (Applausi).
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