Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 106 del 28/2/2002
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(Compiti del contingente militare italiano in Afghanistan - n. 2-00251)

PRESIDENTE. L'onorevole Deiana ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00251 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 2).

ELETTRA DEIANA. Signor Presidente, la nostra interpellanza ha un obiettivo politico molto preciso, quello cioè di non lasciar cadere il silenzio sulla vicenda della guerra in Afghanistan. Intendiamo non concedere al Governo automatismi su una questione di così rilevante dirompenza politica e culturale, come la guerra o come un contesto derivato e sovraordinato ormai dalla guerra, quale quello dell'Afghanistan, che produce effetti micidiali sulla popolazione civile.
In un'altra interrogazione, che ho presentato assieme ad altri colleghi e colleghe, vengono infatti messe in risalto le condizioni del reparto pediatrico dell'ospedale di Kabul, allo sbando e privo di tutto. Quindi, in questo contesto così violentato dalla guerra occidentale, non si riescono a garantire neanche gli aspetti umanitari.


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Si tratta di uno scenario sovraordinato da una guerra che ha implicazioni non soltanto sulla popolazione civile, ma anche sulle dinamiche locali e sull'intreccio dei disegni geopolitici globali, quelli attivati dall'occidente e quelli di area, dinamiche cioè tra i disegni geostrategici degli Stati Uniti e dell'occidente e quelli degli Stati emergenti o riemergenti nell'area.
In questo periodo sui quotidiani italiani sono apparse alcune notizie che prendono spunto da articoli pubblicati sulla stampa statunitense e, in particolare, sul quotidiano The New York Times concernenti un rapporto segreto della CIA che avverte che l'Afghanistan potrebbe precipitare di nuovo in un violento caos se non saranno prese misure atte a frenare la competizione fra frazioni rivali per controllare la tensione etnica.
Vorrei ricordare, tra l'altro, che la tensione etnica è il prodotto di politiche invadenti che adesso l'occidente e, precedentemente, anche l'Unione sovietica e l'Inghilterra hanno sviluppato verso quest'area, con intendimenti diversi e, comunque, di controllo dell'area stessa: prima le tensioni etniche non esistevano.
In un articolo comparso il 21 febbraio sul quotidiano The New York Times si legge che in questi giorni l'amministrazione Bush sta discutendo sulla trasformazione dei compiti della propria missione in Afghanistan e una delegazione militare guidata da Campbell, Capo di Stato maggiore del comando centrale dell'esercito americano, si trova a Kabul. In Afghanistan molte milizie continuano ad operare autonomamente rispetto al Governo di Kabul e risultano armate e finanziate dagli Stati Uniti per combattere Al Qaeda e i talebani che continuano a rimanere nascosti in varie parti del paese (così dice il rapporto della CIA).
Gli Stati Uniti, com'è noto, non sono entrati a far parte della forza multinazionale dell'ISAF. Quest'ultima è, nel frattempo, impegnata ad addestrare contingenti locali di soldati afghani - o aspiranti soldati - per formare un esercito locale in una situazione in cui il signore della guerra di Jalalabad, in un'intervista al The Washington Post afferma di avere a propria disposizione un contingente di 18 mila uomini, assoldati direttamente dagli americani, ai quali indica anche gli obiettivi da colpire, grazie ai telefoni satellitari avuti in dotazione dal Pentagono.
Karzai non è un Presidente al sicuro; è, praticamente, un Presidente in mezzo a questa tempesta. I quesiti che vogliamo sottoporre al Governo discendono da un giudizio su ciò che sta succedendo in quei luoghi; si tratta, ovviamente, di un giudizio politico che probabilmente non sarà preso in debita considerazione dal sottosegretario che - come spesso succede - si limiterà a leggerci un'informativa degli uffici, senza entrare nel merito delle questioni politiche che qui voglio sollevare.
La questione politica è la seguente: sostanzialmente in Afghanistan si delinea una situazione doppia, ossia una presenza occidentale duplice e contraddittoria (ma fino a un certo punto). Da una parte, gli Stati Uniti alimentano una situazione di guerra, che io definisco guerra sporca, nel senso che è una guerra tesa a imporre un controllo sul territorio e, quindi, ad eliminare le sacche di resistenza affidata alle milizie locali debitamente armate e assoldate (come emerge dal rapporto della CIA o dai giornali americani); dall'altra parte, l'ISAF e, quindi, le forze italiane si trovano in quei luoghi per una missione cosiddetta di pace e per garantire a Kabul una situazione di tranquillizzazione e di assicurazione del cosiddetto processo di democratizzazione.
Evidentemente le due cose si possono tenere insieme perché tutto si tiene insieme quando non si mette in discussione il quadro strategico ma, alla lunga, la cosa diventa insostenibile. Di conseguenza si pongono una serie di questioni che vanno affrontate non sul piano dell'informativa burocratica, ma su quello dei problemi politici che questa situazione comporta.
Il primo punto che chiediamo venga chiarito è quali siano i compiti oggi affidati al nostro contingente in questa connessione tra i due versanti della guerra. Mi riferisco alle conseguenze della guerra pregressa che creano quel tipo di sofferenze,


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disagio per la popolazione e dinamiche interne. Vorremmo sapere quale valutazione il Governo dà del rischio che corrono i militari italiani impiegati nell'ISAF in un contesto di questo genere.
Vorremmo, inoltre, sapere quali siano i compiti delle forze degli altri paesi presenti nella forza multinazionale, quali siano i rapporti con gli Stati Uniti e gli ambiti di confronto rispetto ad una situazione che è stata e continua ad essere determinata in grandissima misura dalle scelte maturate negli Stati Uniti d'America con la guerra denominata Enduring freedom. Vorremmo, infine, sapere, in assenza di una decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nel caso di rafforzamento dell'ISAF, come intenda procedere il Governo nello stabilire i compiti del contingente italiano.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la difesa, onorevole Cicu, ha facoltà di rispondere.

SALVATORE CICU, Sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, onorevole collega, rispetto al suo invito cercherò di leggere bene le cose che mi preparano gli uffici.
La missione internazionale ISAF è scaturita dalla risoluzione n. 1386 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvata lo scorso 20 dicembre 2001 a seguito degli sviluppi della situazione politica e militare in Afghanistan. La citata risoluzione ha autorizzato il dispiegamento, nella città di Kabul e nelle aree limitrofe, per un periodo di sei mesi - è sotto il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite - di una forza multinazionale per la cui costituzione il Regno Unito ha assunto il ruolo di nazionale leader limitato ai primi tre mesi. Dopo tre mesi, infatti, è prevista la cessione di responsabilità ad un'altra forza multinazionale la cui costruzione non è stata ancora definita. Il comando della forza del livello ordinativo di divisione, attualmente composta di circa 3.700 militari appartenenti a 22 nazioni, è affidato al generale britannico Mc Coll.
La missione ha il compito di assistere le istituzioni politiche provvisorie afgane nel mantenimento di un ambiente sicuro nella città di Kabul e nelle aree limitrofe nel quadro degli accordi di Bonn. In particolare, i compiti generali della missione sono: rendere sicuro l'ambiente con una presenza discreta sul territorio mediante pattugliamenti congiunti con le forze di polizia locali; effettuare scambi continui di informazione con i rappresentanti dei vari dicasteri dell'autorità provvisoria di Governo; orientare o indirizzare i vari rappresentanti politici alla ripresa del paese mediante ufficiali di collegamento presso i ministeri; svolgere attività di cooperazione civile e militare; fornire supporti umanitari e allo sviluppo infrastrutturale; concorrere alla formazione del primo battaglione di fanteria leggera del nuovo esercito afgano.
L'Italia, come è noto, partecipa all'operazione con circa 350 uomini e svolge compiti particolari coerenti con la tipologia delle forze disponibili, tra questi: sicurezza del quartier generale dell'ISAF; attività di mobilità, contromobilità e protezione a favore delle forze nazionali e di quelle ISAF. Inoltre, bonifica mirata di ordigni inesplosi e di mine nelle aree occupate dal contingente nazionale o dall'ISAF nonché interventi puntuali di urgenza ove la presenza di ordigni inesplosi o mine possano costituire pericolo per la popolazione locale; verifica delle condizioni ambientali del territorio, al fine di individuare eventuali minacce di natura radiologica, batteriologica e chimica; lavori per migliorare le condizioni infrastrutturali locali; concorso nella formazione del I battaglione di fanteria leggera del nuovo esercito afghano; bonifica di ordigni esplosivi, attività di polizia militare e addestramento formale.
Per quanto concerne i rischi della missione, essa si svolge in un ambiente operativo connotato da difficili condizioni ambientali. Come è stato più volte affermato anche dal ministro della difesa, onorevole Antonio Martino, occorre essere realisticamente consapevoli del fatto che si tratta di una missione che presenta un


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certo grado di difficoltà, sia per la problematicità degli afflussi e dei rifornimenti umanitari - a causa delle precarie condizioni delle vie di comunicazioni, rese insicure dalla presenza di mine, dall'attività di bande criminali e di miliziani sbandati, dalle cattive condizioni meteorologiche - sia per l'incompleta stabilizzazione politico-militare del paese.
Inoltre, è appena il caso di ricordare che si tratta di uno scenario tanto distante dal territorio nazionale, fisicamente impervio, potenzialmente non amichevole e non collaborativo in alcune frange della popolazione, ipoteticamente disseminato di cellule ostili, non neutralizzate nel corso del conflitto. In particolare, in Afghanistan permangono rischi consistenti per la sicurezza legati sia alla presenza di sacche di resistenza talebana e di elementi di Al Qaeda sia per il persistere di contrasti tra le varie componenti tribali.
Per quanto attiene alla specifica situazione nella capitale Kabul, il rischio, limitatamente all'area della città, è valutato medio-alto, in base a parametri standard. Le condizioni di sicurezza appaiono, comunque, in progressivo miglioramento. La città mostra un certo livello di organizzazione degli apparati afghani preposti alla sicurezza e l'atteggiamento della popolazione nei confronti degli occidentali presenti nella città (giornalisti, militari, diplomatici, volontari dell'organizzazione umanitaria) non è ostile.
Al momento, non si sono presentati particolari problemi per il nostro contingente, che sta operando con la consueta ed ampiamente riconosciuta professionalità. Si tratta di personale altamente qualificato, preparato ed edotto su ogni aspetto dell'operazione, in grado di fronteggiare la situazione con un sufficiente margine di sicurezza. Per quanto concerne i compiti svolti dalle forze degli altri paesi presenti nella forza multinazionale, essi non sono noti nel dettaglio, in quanto funzione della tipologia delle forze che ognuno ha messo in campo; tuttavia, essi rientrano, certamente, nell'ambito di quelli generali già illustrati. Infine, per quanto attiene all'ultimo quesito posto dagli onorevoli interpellanti, si rappresenta che, al momento, non risulta assunta alcuna decisione in merito ad un eventuale rafforzamento dell'ISAF ed, in particolare, del nostro contingente.
Di conseguenza, appare prematuro ipotizzare eventuali futuri compiti dei nostri militari.

PRESIDENTE. L'onorevole Deiana ha facoltà di replicare.

ELETTRA DEIANA. Signor Presidente, non sono soddisfatta della risposta del sottosegretario.

SALVATORE CICU, Sottosegretario di Stato per la difesa. Quanto meno da come ho letto!

ELETTRA DEIANA. Signor sottosegretario, la lettura è stata splendida ma purtroppo tutto quello che lei ha così attentamente e poeticamente letto, è noto. Ho sollevato dei problemi politici a cui il Governo non vuole o non può rispondere. Ho sollevato il problema che la missione dell'ISAF avviene, oggi, in un contesto - che è diverso e che rischia di essere sempre più diverso da quello che si è voluto far apparire all'inizio - in cui continua una guerra di bombardamenti celata, nel senso che non se ne parla più, da parte degli Stati Uniti, che non partecipano alla missione ISAF.
Di conseguenza, questi ultimi si tengono le mani libere per fare quello che vogliono fare, cioè alimentare la guerra tribale e la tensione etnica tra i vari gruppi con operazioni anche di manipolazione delle notizie, come, ad esempio, quella riportata su The New York Times circa la sopravvivenza o, comunque, la presenza del famigerato Bin Laden nelle zone più diverse del paese, in particolare, nella zona calda del confine tra l'Afghanistan e il Pakistan, dove continuamente vengono effettuati bombardamenti aerei: su tutto ciò sarebbe utile che il Governo italiano chiedesse spiegazioni, si informasse e fornisse informazioni a quanti si occupano di tali questioni nel nostro paese. Cioè, si


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presume che si cerchi giustificazione ai bombardamenti, che continuano a colpire popolazioni civili e inermi, con notizie false e tendenziose relative alla presenza del terrorista Bin Laden.
Quindi, vi è una duplice situazione: di guerra sporca, di guerra clandestina, dei bombardamenti che continuano e di guerra alimentata dal basso attraverso il finanziamento di milizie locali e con l'assoldamento di war lord locali, per procedere ad una pulizia del territorio che consenta il dispiegamento dell'obiettivo geostrategico degli Stati Uniti - vale a dire l'imposizione di un controllo in una zona che è assolutamente interessante per gli Stati Uniti -, che entra in contrasto con gli interessi degli Stati emergenti locali e, in particolare, con la Russia, che vede molto malvolentieri una presenza americana consolidata nella zona delle ex repubbliche sovietiche che, evidentemente, ritiene di propria competenza.
Dunque, è una situazione estremamente complessa e delicata, in ordine alla quale occorrerà anche chiarire cosa il Governo italiano intenda fare rispetto al dispiegarsi di questa chiara e precisa strategia da parte degli Stati Uniti.
Il ministro Martino - e chiedo al sottosegretario che il ministro venga a riferire, in aula o in Commissione, sullo stato della situazione rispetto a tutti i problemi da me sollevati -, in viaggio verso l'Afghanistan, ha dichiarato di non sapere cosa ci riservi il futuro. Non sa se il nostro impegno a Kabul sarà prolungato oppure no, dicendo che, se vi dovesse essere una precisa richiesta, tale impegno forse sarà prolungato; non sa dire cosa farà l'Italia rispetto ad un eventuale allargamento della missione Enduring freedom in Iraq ma, nel frattempo, Saddam Hussein deve rispondere positivamente alla richiesta di controllo sulle armi e sulla produzione nucleare.
Sostanzialmente, si tratta di dichiarazioni in linea con l'azione posta in essere dal ministro in tutti questi mesi, cioè: dire nulla nel periodo che precedeva le decisioni per poi presentare la decisione una volta adottata.
Quindi, sono molto insoddisfatta della risposta del sottosegretario, al quale chiedo di impegnarsi affinché, in tempi ragionevoli, possa esservi una discussione sullo stato complessivo della situazione in una zona in cui, così drammaticamente, ci siamo impegnati e continuiamo ad impegnarci.
Concludo, sollevando una questione, che ho più volte sollevato nei miei atti di sindacato ispettivo senza ricevere risposta: ancora non abbiamo notizia del destino, dei compiti, di ciò che fanno le nostre forze impegnate direttamente nella missione Enduring freedom.

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