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PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 19 , nel testo della Commissione, identico a quello approvato dal Senato, e delle proposte emendative ad esso presentate (vedi l'allegato A - A.C. 1984 sezione 2).
Avverto che i subemendamenti Pistone 0.19.200.1, Soda 0.19.200.9, Lusetti 0.19.200.4, 0.19.200.5, 0.19.200.8 e Stradiotto 0.19.200.7 e 0.19.200.10 risultano ammissibili in quanto siano ad essi riferite le compensazioni dei gruppi, rispettivamente, Misto-Comunisti italiani, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Milana. Ne ha facoltà.
RICCARDO MILANA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, in pochi minuti cercherò di richiamare l'attenzione del Parlamento sull'insieme della manovra contenuta nella legge finanziaria, relativa al comparto degli enti locali. Siamo di fronte a un tradimento dell'impostazione generale dell'ordinamento del nostro paese e dell'impostazione che tante forze politiche, che compongono la maggioranza di Governo, hanno e hanno avuto in questi anni.
In molte parti della legge finanziaria e in molti articoli è diffusa un'idea centralistica dello Stato, che assorbe finanze, competenze e controlli. Questo è al limite e va oltre ciò che è prescritto nel titolo V della Costituzione. La legge finanziaria contiene norme pesanti che, addirittura, intervengono sul ruolo degli amministratori, ma anche su quello della dirigenza. Ciò non era mai successo. Non è possibile che con ogni legge finanziaria - anche dopo il referendum e la modifica del titolo V della Costituzione - si intervenga, stabilendo quali sono i trasferimenti e obbligando i comuni a rompere la loro tradizione ed autonomia, intervenendo in maniere, forme e modalità prescritte. Il fatto che in questa materia sia violata la Costituzione, il cui nuovo titolo V è entrato in vigore il 18 ottobre, provocherà sicuramente confusione e un grande contenzioso.
È evidente che consegnate ai comuni, allo Stato ed ai cittadini una legge finanziaria che avrà molto eco in seguito ma provocherà disagi e, appunto, un contenzioso di proporzioni incredibili.
Le norme che introducete ledono l'autonomia comunale, uno dei capisaldi del nostro sistema. Mi permetto di ricordarlo ad alcuni componenti della maggioranza, quelli della Lega, che forse per questo sono nati e di questo hanno fatto parte del loro impegno. Nella prima legge finanziaria che approvate come Governo del paese tutto questo è tradito, tutto questo è offeso, tutto questo è cancellato.
Lo dico anche ad alcuni colleghi che in questi giorni - come leggiamo sui giornali - fanno echeggiare l'idea di ricostruire storie politiche passate che non ritorneranno: ricordo loro che nel ricostruire tali
storie non possono dimenticarne i capisaldi. Ricordo ai colleghi del CCD-CDU ed a tanti centristi che narrano con soddisfazione le loro origini che, forse, un po' di Sturzo farebbe loro bene anche in queste circostanze, altrimenti si richiamano alle storie passate solo per l'idea di gestione del potere: questo è grave, non dà frutti e tradisce la storia passata (che è anche la nostra storia). Lo dico anche a tanti di noi che hanno fatto parte, o fanno ancora parte, delle assemblee amministrative a tutti i livelli: mi riferisco ai sindaci ed ai tanti consiglieri comunali presenti in quest'aula.
Se non si intervenisse restituendo autonomia finanziaria nella scelta alle amministrazioni locali - nel rispetto del patto di stabilità e del tetto di spesa - si compirebbe un atto veramente grave. Siamo di fronte ad un taglio molto forte dei trasferimenti che ritengo eccessivo. Quale disegno vi è dietro tutto ciò? Ci siamo interrogati su questo punto. Vi è forse la volontà di scaricare sui comuni un aumento della pressione fiscale per mascherare una manovra che, da questo punto di vista, non dà certo soddisfazione ai cittadini ed alle famiglie? Oppure vi è, addirittura, il disegno di disarticolare il sistema delle autonomie per regalare ai potenti di turno ancora altri pezzi del servizio ai cittadini e degli enti locali? Anche questo è molto grave.
Si tradisce il titolo V della Costituzione in tutta la legge finanziaria: il Governo ed il relatore ci richiamano al rigore sul punto relativo ai debiti fuori bilancio ed al deficit dei trasporti. Laddove non vi è aumento di spesa - su questo richiamo il Governo ed il relatore -, ma solo possibilità di ristabilire e mantenere un'autonomia dei comuni, il titolo V viene applicato con ottusa rigidità. Siamo di fronte ad un federalismo, ad un autonomismo, ad una devoluzione traditi fino in fondo con l'insieme di questa manovra.
Spero che nei prossimi minuti e nelle prossime ore quest'Assemblea saprà correggere l'impostazione del Governo approvando alcuni degli emendamenti da noi proposti ed anche emendamenti proposti dai banchi della maggioranza, in modo che su questi temi si ricostituisca un corretto rapporto fra le amministrazioni locali e lo Stato centrale.
Concludo ricordando al relatore ed al Governo il solito sistema degli annunci ad effetto: oggi sui giornali vi è quello della devolution e in quest'aula, invece, si tradisce con l'atto concreto questa politica. In Commissione, mentre chiudevamo i nostri lavori, con un intervento ad effetto il relatore ci disse che aveva parlato personalmente con il Presidente del Consiglio che gli aveva garantito maggiore attenzione agli enti locali. Nel corso dell'illustrazione della legge finanziaria, nella relazione del relatore, questa frase è riecheggiata con l'idea che su questa materia vi fossero nuove ed ulteriori aperture. Ebbene, signor relatore, signor rappresentante del Governo, se queste sono le aperture risparmiateci le frasi ad effetto, risparmiatevi le telefonate e lavorate meglio perché l'autonomia dei comuni, caposaldo del nostro sistema istituzionale, non venga tradita dal vostro comportamento (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Armani. Ne ha facoltà.
PIETRO ARMANI. Signor presidente, desidero ricordare al collega che il patto di stabilità interno non è stato istituito da noi ma da voi, nelle precedenti finanziarie, per corrispondere ad un'esigenza insopprimibile scaturente dal patto di stabilità concordato, a livello di Unione europea, prima con il trattato di Maastricht e, poi, successivamente, con il trattato di Amsterdam. Quindi, in realtà, con l'articolo 19, il Governo si è posto il problema di un impegno nel contenimento della spesa, problema che già il bilancio dello Stato affronta, da parte delle regioni, delle province e dei comuni, nel rispetto della loro autonomia; anzi, nella misura in cui comuni e province saranno in grado di contenere gli sprechi e di ridurre la spesa pubblica, incideranno anche sui meccanismi di qualità dei servizi che molto spesso
sono trascurati, a fronte della necessità di mantenere strutture burocratiche spesso eccessive. Si tratta di strutture che, infatti, impediscono proprio l'esercizio dell'autonomia e quindi costringono, talvolta, gli enti territoriali ad aumentare l'ICI, a reintrodurre i ticket e ad effettuare tutta una serie di interventi pur di non toccare le strutture burocratiche medesime. L'articolo 19 va proprio nel senso di attribuire responsabilità e, quindi, restituire autonomia agli enti locali.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Michele Ventura. Ne ha facoltà.
MICHELE VENTURA. Vorrei ricordare al collega Armani che nel patto di stabilità gli enti locali hanno svolto un ruolo di grande responsabilità, tant'è che, seriamente, nessuno può sostenere che gli enti locali non lo abbiano rispettato. La verità è che ci troviamo di fronte ad un complesso di interventi per gli enti locali che ristabiliscono, in controtendenza rispetto al dibattito che si è svolto nel corso di tutti questi anni, un impianto centralistico incomprensibile. La prima questione sulla quale vorremmo avere risposte - che non abbiamo avuto neppure in V Commissione - riguarda, dunque, il fatto che interveniamo, nuovamente, sugli enti locali e sulle politiche che debbono seguire, con una sorta di criteri vincolistici. Il collega Milana ha detto molto bene quale sia la posizione del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo su tali questioni generali. Vorrei ricordare che siamo di fronte ad una previsione di riduzione delle risorse per gli enti locali, spalmata in tre anni, pari a millecinquecento miliardi e che l'emendamento presentato dal relatore non risolve assolutamente i problemi. Quindi i comuni si troveranno in una grande difficoltà per quanto riguarda il mantenimento complessivo dei servizi. A tale proposito, vorrei che i colleghi svolgessero una riflessione perché i primi comuni ad essere colpiti saranno proprio quelli che garantiscono alle rispettive popolazioni i servizi più efficaci ed efficienti.
Mi auguro - e mi avvio rapidamente alla conclusione - che nel collegato fiscale vi sia la risoluzione definitiva del federalismo fiscale, cioè che siano risolte le questioni legate all'IRPEF, all'ICI e a tutto quel complesso di voci che dovrebbero mettere gli enti locali a regime, in condizione di non poter più contrattare annualmente i trasferimenti.
Vorrei, infine, sottolineare che, rispetto alla manovra presentata sugli enti locali, non si possono invocare le modifiche costituzionali, proprio perché queste ultime vanno nella direzione di una distinzione precisa di compiti, di funzioni e di ruoli che, in questa manovra, vengono nuovamente messi in discussione.
Allora devono esserci anche risparmiate una serie di battute che possiamo leggere sui manifesti affissi nei vari comuni italiani perché, di fronte ad una riduzione di trasferimenti come quella a cui assistiamo, trovo davvero singolare che, quando si arriva alla stazione Termini, si legga sui manifesti che il comune di Roma è obbligato ad aumentare le addizionali per far quadrare i conti del proprio bilancio: tali operazioni diventeranno obbligatorie per le misure del tutto inadeguate che avete proposto nella materia delicatissima riguardante gli enti locali.
Signor Presidente, vorrei anche dire che, quando discutiamo di enti locali, parliamo di servizi e non di un qualcosa di astratto; da un lato si può dire che viene concesso qualcosa alle famiglie e ad un numero ridotto di pensionati, ma sappiamo benissimo che, se non mettiamo i comuni in condizione di poter funzionare, i primi ad essere colpiti saranno i servizi e, quindi, i cittadini (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Osvaldo Napoli. Ne ha facoltà.
OSVALDO NAPOLI. Signor Presidente, ho ascoltato con attenzione le affermazioni odierne dei colleghi Milana e Ventura e mi pongo un problema: siete nati
adesso oppure la storia degli anni precedenti non la conoscete? Credo, infatti, che non bisogna prendere in giro gli enti locali e, colleghi Milana e Ventura, chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Vorrei fare soltanto un accenno e fornire dei dati concreti. Collega Ventura, poco fa lei esponeva dei dati, ebbene negli anni precedenti, dal 1996 al 1998, le province hanno subìto una decurtazione dei trasferimenti che (tra il 1998 e il 1999, da circa 5.000 miliardi sono passati a 1.900 miliardi) deriva dall'attribuzione - di pari importo, anzi superiore - alle province della possibilità di entrate proprie: questi sono dati ufficiali, per le province tali cifre sono più che dimezzate.
Voglio proseguire perché è necessario che l'Assemblea venga a conoscenza dei risultati degli anni precedenti degli enti locali, in modo particolare dei comuni. Caro Ventura, si diminuiscono tutte le dotazioni del 5 per cento annuo per sedici anni precedenti, con una riassegnazione dell'80 per cento, pari ad una decurtazione agli enti locali del 20 per cento.
Nel complesso delle risorse erariali per i comuni, il decreto-legge n. 41 del 1995 ha decurtato la somma di altri 600 miliardi; ebbene, collega, lei si stupisce di tale diminuzione e allora le fornisco i dati di quelle del precedente Governo, che va dal 1997 al 1999: per gli enti locali e i comuni, nel 1997 i trasferimenti sono passati a 27.400 miliardi dell'esecutivo Berlusconi, mentre nell'anno 1995 erano 25.800 miliardi, aumentando leggermente a 26.000 miliardi nel 1996 e ugualmente nel 1997: in quel periodo, per ogni anno, i comuni hanno perso 1.600 miliardi, quando il Governo Berlusconi ne aveva assegnati in più.
La legge finanziaria per il 1998 sull'IRPEF: se non ci fosse stata l'IRPEF i comuni sarebbero andati in dissesto, così sono stati obbligati a tassare di più.
Ebbene, colleghi, pensate che nel 1997-1998, i comuni, quando dal Governo ci veniva detto che nel 1998 la pressione fiscale era scesa dell'1,2 per cento a livello nazionale, applicavano il seguente aumento di tassazione: il comune di Venezia aumentava la tassazione del 5,35 per cento, il comune di Firenze del 2,67 per cento, il comune di Bologna del 9,90 per cento, il comune di Roma dell'8,55 per cento, tanto che, nei due anni dal 1998 al 1999, si può affermare che i comuni delle aree metropolitane hanno aumentato la tassazione del 20 per cento per i minori trasferimenti che il Governo aveva previsto nelle finanziarie di quegli anni. Questi dati sono talmente precisi che non vi è la necessità di aggiungere altro.
Aggiungo - collega Ventura - che, quando si parla di Maastricht e dell'entrata in Europa, lei ha ragione. I comuni hanno avuto ben 40 mila miliardi bloccati da quelle finanziarie e hanno pagato duramente, non avendo potuto attuare la loro politica né sulle spese correnti né sulle spese di investimento.
Concludo, affermando che l'attuale opposizione - che quando era maggioranza, nonostante la nostra protesta, adottò queste decisioni così drastiche nei confronti dei comuni - non può venire oggi vestita di bianco immacolato e proporsi come giudice e difensore degli enti locali.
La finanziaria proposta oggi, rispetto ai comuni, è una delle migliori. Dunque, colleghi: finiamola di predicare bene e di razzolare male (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Dario Galli. Ne ha facoltà.
DARIO GALLI. Signor Presidente, sono veramente stupito delle considerazioni svolte dai colleghi negli ultimi interventi.
Queste sono le battaglie che la Lega nord Padania ha intrapreso per anni e noto, con grandissimo piacere, che sono divenute patrimonio comune di molti parlamentari che siedono in quest'aula.
Mi auguro che, non tanto in questa finanziaria, che sappiamo tutti essere una finanziaria di passaggio, ma soprattutto nelle prossime, quando finalmente l'intervento sull'economia globale nazionale della nuova maggioranza comincerà a produrre i suoi frutti, sia i colleghi della
sinistra sia quelli del centrodestra si ricordino delle affermazioni svolte questa mattina in aula e si passi veramente dalle parole ai fatti (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. Nessun altro chiedendo di parlare, invito il relatore per la maggioranza ad esprimere il parere della Commissione.
GIANFRANCO CONTE, Relatore per la maggioranza. La Commissione esprime parere contrario su tutti gli emendamenti riferiti all'articolo 19, salvo sugli identici emendamenti Lusetti 19.79, Osvaldo Napoli 19.118, Amici 19.80 e Intini 19.81 e sugli identici emendamenti Bressa 19.98 e De Brasi 19.99 sui quali il parere è favorevole. Inoltre, il parere sull'emendamento 19.200 della Commissione è favorevole ed è contrario a tutti i suoi subemendamenti. Infine, il nostro parere è favorevole all'emendamento della Commissione 19.201 e contrario al subemendamento Pistone 0.19.201.1.
PRESIDENTE. Il Governo?
GIUSEPPE VEGAS, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, debbo fare una indispensabile premessa nella materia. Con gli articoli sugli enti locali noi cerchiamo di dare attuazione alla novella del titolo V della Costituzione, coniugando il principio di responsabilità e di autonomia a quello di compatibilità con gli andamenti di finanza pubblica e con il piano di stabilità europeo, chiaramente delineato nella novella costituzionale sia all'articolo 117 sia all'articolo 119. Certamente, si tratta di una novella costituzionale che in parte crea maggiori problemi agli enti locali rispetto a quanto essi non ne avessero precedentemente, soprattutto nella parte immediatamente precettiva: mi riferisco all'ultimo comma dell'articolo 119 della Costituzione, laddove si impedisce di ricorrere all'indebitamento per finanziare debiti di carattere corrente.
Invece, la parte programmatica, relativa al sistema delle entrate, dovrà essere implementata con apposita normativa per la quale il Governo sta lavorando. È stato avviato un tavolo triangolare che servirà per definire con esattezza quali siano le entrate proprie degli enti locali e quali siano quelle devolute dallo Stato: si tratta di un'opera che occorrerà completare nel corso del prossimo anno. Per il momento, resta confermato il meccanismo esistente che è migliorato, tanto è vero che il meccanismo di attribuzione di una quota delle entrate IRPEF, che nelle precedenti finanziarie era solo indicato programmaticamente e non attuato, in questa finanziaria è attuato, con soddisfazione degli enti locali. Inizia a partire una vera e propria attribuzione di risorse proprie a questi enti, con un meccanismo di carattere statistico che consente di renderlo effettivo.
Per quanto riguarda la questione del patto di stabilità, è del tutto ovvio che gli enti locali, come le regioni e come lo Stato, debbano entrare nel patto di stabilità europeo. Gli enti locali avevano chiesto di non definire i limiti di questo patto in termini esclusivamente di livelli della spesa; l'emendamento del relatore li accontenta definendo anche il livello dei saldi, che ovviamente è compatibile con il patto nel suo complesso. Ci rendiamo conto che con il riferimento ai saldi può aumentare la pressione fiscale degli enti locali nei confronti dei loro cittadini. Per cui, in ogni caso, per stare nell'ambito della programmazione fiscale, anch'essa definita negli articoli novellati dalla Costituzione (quindi, è un preciso obbligo del Governo far sì che vi sia una omogeneità fiscale in tutto il territorio nazionale, anche per quanto riguarda i trend di crescita o, come auspichiamo, di diminuzione), è fissato un doppio binario del 2,5 per cento per i saldi e del 6 per cento per la spesa. Si tratta di un atto che consente agli enti locali di espandere la spesa per le loro necessità, comporterà correlativamente la diminuzione della spesa dello Stato: pertanto, è ovvio che la spesa pubblica nel suo complesso non dovrà essere modificata.
Teniamo altresì presente che la spesa degli enti locali deve rientrare nell'ambito del patto europeo, sia per la competenza, sia per la cassa: ciò è detto nei trattati europei e ribadito nella nuova riforma costituzionale.
Per questo motivo, ritengo non si possa accusare il Governo di essere antifederalista o antilocalista: tutt'altro. Il Governo fa, come ha sempre fatto, anche in altri campi, i passi più in avanti possibile per rendere effettivo ciò che realmente si può fare nel senso della maggiore autonomia e nella attribuzione di responsabilità e di risorse agli enti locali, come a tutti i soggetti che autonomamente operano in questo paese, nella consapevolezza che non vi deve esistere assolutamente una contrapposizione né di interessi, né di finanze, tra lo Stato, le regioni e gli enti locali.
Detto questo, esprimo un parere analogo a quello del relatore ringraziandolo per la proposta relativa agli emendamenti 19.200 e 19.201 della Commissione.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento Soda 19.102.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Soda. Ne ha facoltà.
ANTONIO SODA. Signor Presidente, abbiamo presentato questo emendamento, non perché - come qualcuno dell'opposizione ha detto - siamo contrari al patto di stabilità, che rappresenta un'esigenza finanziaria che trova fondamento nella Costituzione e nei trattati europei; quello che contestiamo al Governo - non ci ha convinto la proposta di rinvio formulata oggi dal sottosegretario Vegas per consentire ulteriori approfondimenti - è che questo articolo 19, in realtà, configuri un patto di stabilità rispondente alla vecchia logica dello Stato centrale - che, complessivamente, stabilisce le risorse a disposizione delle pubbliche amministrazioni - e alla logica dei trasferimenti, determinati secondo criteri e parametri stabiliti soltanto dal Governo centrale, che garantisce una parte delle risorse agli enti locali per l'esercizio delle loro funzioni.
Sottosegretario Vegas, che cosa avremmo voluto trovare di nuovo rispetto al passato nella definizione del patto di stabilità? Avremmo voluto trovare un principio di determinazione delle funzioni e delle competenze degli enti locali e la garanzia che vi siano risorse per l'esercizio di queste funzioni. Il nuovo articolo 119 della Costituzione chiarisce che le risorse derivanti dalle fonti di entrata - che sono quelle proprie e quelle di compartecipazione ai grandi tributi erariali - debbano essere tali da garantire ai comuni, alle province e alle regioni l'esercizio di tutte le loro funzioni. Nel nostro caso invece si sta portando avanti un'operazione esattamente inversa. Si sostiene che la spesa degli enti locali non può che essere predeterminata, al di là delle funzioni, delle attribuzioni e dei trasferimenti di competenze che sono avvenuti. Tutto ciò non rappresenta l'attuazione dell'articolo 119 - come testé lei ha detto - ma esattamente la sua violazione. Questo avviene in un quadro in cui il Governo, nei primi cento giorni, attraverso un'incursione sistematica in materie di competenze concorrenti o esclusive delle regioni ha, da una parte rilegificato, dall'altra accentrato competenze riorganizzando ministeri e riappropriandosi di competenze già trasferite. In questo modo abbiamo una compressione dell'autonomia dal punto di vista legislativo, ordinamentale e delle risorse.
Il secondo principio di un nuovo patto di stabilità è quello di considerare tutti i meccanismi previsti dall'articolo 119 della Costituzione: i parametri della capacità fiscale per territorio, gli interventi correttivi per le aree meno favorite del paese, i principi di perequazione che sono assolutamente assenti da questa definizione del patto di stabilità.
PRESIDENTE. Onorevole Soda, si avvii a concludere.
ANTONIO SODA. Vi è, poi, un aspetto ancor più grave. In materia di servizi pubblici, in materia di amministrazione dei servizi, le nuove norme costituzionali definiscono la centralità dei comuni: sono
loro il centro motore della pubblica amministrazione italiana; sono essi che devono decidere autonomamente come gestire ed organizzare i servizi ed eventualmente anche come e quando procedere alla loro esternalizzazione.
Qui, invece, da parte del Governo centrale si dettano regole, si impongono limiti, così come si impongono comportamenti agli amministratori locali persino sull'organizzazione della pubblica amministrazione.
Il complesso di queste disposizioni rappresenta, quindi, una violazione dell'articolo 119 della Costituzione.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Fioroni.
GIUSEPPE FIORONI. Signor Presidente, annuncio il voto favorevole del mio gruppo, in quanto con il patto di stabilità - mi meraviglia che anche il collega Napoli prima lo ricordava, arrampicandosi un po' sugli specchi, ma nella sostanza confermando la nefandezza di questo comma, anche come corretto dall'emendamento 19.200 del relatore - i comuni e le province hanno già abbondantemente pagato per la stabilità di questo paese: hanno pagato nelle finanziarie precedenti e si accingono a pagare anche in questa.
Ciò che diventa veramente incomprensibile è il fatto che non si tenga minimamente conto di un patto a latere, stipulato tra il Governo e le regioni - di cui credo il sottosegretario Vegas abbia perfettamente conoscenza -, che riguarda la parte sanitaria, ma che sostanzialmente riguarda direttamente i comuni, con riferimento all'applicazione della legge quadro sull'assistenza e l'integrazione sociosanitaria.
Da una parte si è data alle regioni la possibilità di operare sulle entrate (e quindi per i cittadini il pagamento di maggiori tasse e oneri); dall'altra, esse saranno costrette a tagliare e a disdettare ciò che è derivato dalla legge quadro dell'assistenza e dall'applicazione della legge n. 229, cioè il diritto per il cittadino malato ad un'assistenza sociosanitaria integrata, prescindendo da chi metteva i soldi. Da una parte lo Stato penalizza le rimesse regionali (con il fondo dei 7.800 miliardi aggiuntivi per quest'anno), contemporaneamente vengono ulteriormente penalizzati i comuni e le province e questi servizi non saranno più erogati, se i comuni non decideranno di pagarli insieme. La specificazione secondo la quale le leggi nazionali saranno finanziate solamente nel limite di ciò che è già stato prefissato la dice lunga sul fatto che l'intero settore del comparto sociale e sociosanitario andrà ulteriormente ad aggravare una situazione che è già insostenibile per i comuni, dal punto di vista dei pagamenti.
Quindi, il patto di stabilità non solo è stato già sostenuto dai comuni e lo sarà ulteriormente, ma questi ultimi vengono ulteriormente penalizzati in modo surrettizio, a causa di un accordo fatto per le regioni, che scaricherà sui comuni l'obbligo di erogare servizi, per i quali non sarà più data una lira né dallo Stato né dalle regioni. I sindaci si troveranno quindi costretti a decidere se penalizzare il cittadino due volte, non dandogli il servizio. E non credo che il Governo potrà sentirsi tranquillo nel dire che ha aumentato di 40.000 lire le pensioni, perché quegli stessi pensionati non avranno più l'assistenza sociosanitaria integrata, perché i comuni con questo patto di stabilità e con l'accordo Stato-regioni non avranno i fondi necessari per andare avanti.
ROBERTO BARBIERI. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ROBERTO BARBIERI. Come lei certamente ricorderà, signor Presidente, già in Commissione quando si è discussa la nota aggiuntiva del DPEF, abbiamo contestato - peraltro in buonissima e autorevolissima compagnia degli istituti di previsione, delle grandi organizzazioni internazionali e della Confindustria - il tasso di crescita del prodotto interno lordo previsto per il
2002, che il Governo attestava al 2,3 per cento, con tutte le conseguenze dal punto di vista del gettito.
Lo ritenevamo del tutto inadeguato e abbiamo posto in discussione l'attendibilità dell'intera manovra. Ora, sono riportate in una agenzia molto autorevole le dichiarazioni del ministro delle attività produttive, Antonio Marzano, il quale dichiara che il tasso di crescita del prodotto interno lordo si attesterà all'1,8 per cento e sarà ancora inferiore l'anno prossimo. Ciò vuol dire che stiamo discutendo di un equilibrio finanziario, dei saldi dei conti pubblici, con tutte le conseguenze sul piano del Patto di stabilità europeo, che si basa solo su presupposti non credibili. Credo che il presidente e la Commissione debbano prendere in considerazione l'ipotesi di procedere ad una sospensione dei nostri lavori perché ritengo sia meglio verificare l'attendibilità di questi conti, piuttosto che trovarci di fronte ad una manovra aggiuntiva ad aprile 2002.
PRESIDENTE. Non so se il presidente Giorgetti intenda intervenire sulla richiesta di sospensione dei lavori in relazione alla dichiarazione del ministro Marzano riportata poco fa da un'agenzia.
LUCIANO VIOLANTE. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LUCIANO VIOLANTE. Il presidente Giorgetti deve sapere di cosa parla l'agenzia, altrimenti come fa ad intervenire? Capisco che il presidente della Commissione possa essere disturbato nel corso del lavori, ci mancherebbe altro. Il collega Barbieri ha posto la seguente questione: il ministro Marzano ha affermato che la crescita sarà circa dell'1,8 per cento; il che vuol dire che mancherebbero circa 6 mila miliardi, se non capisco male. Allora, poiché dovremo, comunque, sospendere i lavori tra un quarto d'ora, pregherei il Presidente di sospendere adesso in modo che il Comitato dei nove si possa riunire per valutare; se occorre rivedere qualcosa, rivediamola, altrimenti, avremmo ad aprile una manovra aggiuntiva. Credo che sia un bene rivedere i conti adesso piuttosto che trovarsi di fronte ad una manovra aggiuntiva tra pochi mesi. Si tratta di sospendere dieci minuti prima, senza alcun problema, per avere un quadro più chiaro della situazione.
GIANCARLO GIORGETTI, Presidente della V Commissione. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIANCARLO GIORGETTI, Presidente della V Commissione. Signor Presidente, sono già in corso le dichiarazioni di voto in ordine all'emendamento soppressivo Soda 19.102. Pertanto, direi di procedere alla votazione per poi sospendere tranquillamente i nostri lavori data l'ora.
GIOVANNI RUSSO SPENA. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIOVANNI RUSSO SPENA. Signor Presidente, non siamo d'accordo sull'impostazione del presidente della Commissione; è evidente che proprio questa è la votazione principale che riguarda al problema posto dal presidente Violante, come da altri colleghi. Quindi, anche il gruppo di rifondazione comunista propone la sospensione immediata e la riunione del Comitato dei nove, altrimenti sarà troppo tardi.
ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare sull'ordine lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente, il collega Roberto Barbieri non ha posto una questione da nulla. Mi pare molto superficiale che si faccia finta di niente. La questione è molto seria, in Commissione ne abbiamo ampiamente discusso, e forse è il caso che l'Assemblea se ne occupi con attenzione.
Questa finanziaria è stata costruita nel presupposto che nel 2002 vi sarà una crescita del 2,3 per cento. Di conseguenza, vi saranno entrate commisurate.
Ad un certo punto della nostra discussione, sono emerse alcune perplessità su tale previsione perché tutti gli istituti e tutti gli organismi mondiali competenti hanno valutato questa crescita in un tasso inferiore, tra l'1 e l'1,5 per cento.
In Commissione abbiamo esplicitamente richiesto al Governo di precisare quale fosse la sua valutazione finale. Il sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze Vegas fornì la sua impostazione. La Commissione valutò opportuno audire il ministro per l'economia e le finanze e, grazie ad una fortissima iniziativa del presidente della V Commissione Giorgetti, il ministro Tremonti fu ascoltato. In quella sede egli affermò che non c'era motivo alcuno per ritenere modificate le previsioni che aveva formulato prima dell'11 di settembre.
Contemporaneamente, nello stesso giorno, il Presidente del Consiglio dei ministri, nel suo Parlamento, a Porta a porta, affermò che si stava lavorando per una rimodulazione del patto di stabilità. Vi era quindi una chiara contraddizione. Il ministro Tremonti, il giorno dopo, in Commissione ha ripetuto che il Presidente del Consiglio faceva filosofia e che i numeri erano quelli che egli stesso forniva: ovvero il 2,3 per cento.
Il collega Barbieri non ha inventato nulla: se ho ben capito vi è una dichiarazione da parte di un altro ministro della Repubblica, il quale afferma che la crescita prevista non sarà dell'ordine del 2,3 per cento. Vi è quindi una piena confusione di numeri. Ma quale credibilità europea possiamo avere se, in corso di approvazione della legge finanziaria, un ministro afferma una cosa, il Presidente del Consiglio dei ministri annuncia una rimodulazione del patto di stabilità e il ministro del tesoro conferma che l'obiettivo è quello del 2,3 per cento?
All'inizio dell'esame del testo del disegno di legge finanziaria, il sottoscritto, il collega Pinza ed altri, nonché lo stesso collega Barbieri, abbiamo posto la questione: possiamo sapere la verità e conoscere i numeri di fondo della manovra?
Da questo numeretto dipende l'insieme della manovra finanziaria. Vogliamo far ridere l'Europa! Siamo poi noi a criminalizzare il Presidente del Consiglio? O è quest'ultimo che si pone nella condizione di essere ridicolizzato?
Credo sia doveroso che alle ore 15 intervenga in Aula il ministro dell'economia o il Presidente del consiglio Berlusconi per rivelarci, una volta per tutte, quale sia il valore previsto per la crescita nel 2003 (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Socialisti democratici italiani).
PRESIDENTE. Il parere della Presidenza è che questa votazione, fra l'altro in corso, non venga in alcun modo a compromettere né risulti compromessa dalle dichiarazioni riportate dalla stampa.
Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Soda 19.102, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge. (Vedi votazioni).
(Presenti 440
Votanti 439
Astenuti 1
Maggioranza 220
Hanno votato sì 192
Hanno votato no 247).
A questo punto sospendiamo i nostri lavori per riprenderli alle ore 15.
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