Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 71 del 29/11/2001
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(Rispetto dei diritti umani e politici in Zimbabwe - n. 2-00161)

PRESIDENTE. L'onorevole Boato ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00161 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 3).

MARCO BOATO. Signor Presidente, ho presentato questa interpellanza urgente qualche giorno fa - ieri si è aggiunta anche la firma del collega Gianni Kessler - perché arrivano in Italia, e non soltanto in Italia, preoccupanti appelli di associazioni di solidarietà internazionale, che hanno operatori attivi per ragioni umanitarie nello Zimbabwe, sul crescente livello di tensione che si sta verificando nello Zimbabwe e sulla mancanza del rispetto dei più elementari diritti umani e politici nella Repubblica dello Zimbabwe. Abbiamo citato nell'interpellanza un documento di qualche mese fa dei vescovi cattolici dello Zimbabwe. Ovviamente, non sono gli unici ad essersi pronunciati in questa materia, ma credo che questo documento sia particolarmente significativo. Si tratta di una lettera pastorale, indirizzata anche al presidente dello Zimbabwe Mugabe, intitolata «Tolleranza e speranza».
Nove vescovi della Chiesa cattolica hanno dichiarato: il Governo ha perso ogni base morale per reggere il paese a causa delle attività illegali, in particolare, dei reduci di guerra e della crescente corruzione e violenza politica. Ai veterani di guerra non dovrebbe essere permesso di mantenere prigioniera la nazione sotto il falso pretesto di essere gli unici liberatori del paese. Questo hanno affermato i vescovi cattolici. In questa lettera pastorale intitolata «Tolleranza e speranza» la Conferenza episcopale cattolica dello Zimbabwe afferma in particolare: «Ricordiamoci che nessuna persona o gruppo ha liberato questo paese da solo. La maggioranza degli zimbabuani, grazie al loro amore per la libertà e al loro senso di giustizia ha contribuito alla liberazione del paese con i propri sacrifici.» Questa lettera è stata firmata dall'arcivescovo Patrick Chapaika di Harare, arcivescovo Plus Ncube di Bulawayo, e dai vescovi Alex Muchabaiwa di Mutare, Francio Mugadzi di Hwange, Angel Floro Kwekwe, e dal Vescovo ausiliare di Mutare Patrick Mutue. Si dice ancora in questo testo: «È dovere dei governi assicurare che la nazione non sia ostaggio di pochi. È urgente che il Governo permetta alle forze dell'ordine di svolgere il proprio dovere senza nessuna interferenza in maniera che torni il senso di sicurezza nel paese».
In realtà, la chiusura degli uffici governativi periferici da parte dei veterani di guerra ha privato la popolazione dei servizi essenziali. I vescovi, che hanno presentato questa lettera - come ho già detto anche al presidente Mugabe, che si dichiara cattolico - affermano che i detentori del potere politico tendono a non rispettare i diritti della persona umana allo scopo di raggiungere le proprie finalità politiche. Si usano le persone per raggiungere i propri obiettivi politici per poi, in seguito, sbarazzarsene. Cito dalla lettera: «Una persona serve solamente se è un mezzo utile alle proprie ambizioni politiche. L'essere umano è ridotto ad una cosa della quale si usa ed abusa».
Questa denuncia è motivata dalla violenta intolleranza politica che è sempre più in atto a partire dal febbraio del 2000. Almeno 35 persone, nel maggio del 2001, in gran parte membri del MDC (Movimento per il cambiamento democratico) sono state uccise nel corso delle ultime elezioni parlamentari del giugno precedente, cioè del 2000, ma da allora la violenza è continuata senza interruzione e teniamo conto che, nella primavera dell'anno prossimo, del 2002, sono in previsione le elezioni presidenziali.
Cito ancora dalla lettera: «È evidente, dal modo con cui i giovani disoccupati sono stati utilizzati dai partiti politici durante elezioni: la violenza, le intimidazioni e le minacce sono gli strumenti dei politici falliti. Noi dobbiamo ricordare loro che tali attività sono ingiuste».
I vescovi affermano inoltre che i cittadini hanno diritto di partecipare alle attività politiche e che il Governo ha l'obbligo di assicurare la libertà di espressione


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politica senza nessuna paura. Da ultimo, i vescovi condannano, inoltre, la corruzione e, come esempio, ricordano i casi di corruzione nella compagnia petrolifera locale, nel mercato dei cereali e nel fondo delle indennità dei reduci di guerra.
Questo era un documento assai allarmato e allarmante ma scritto anche con molta pacatezza e fermezza nel denunciare questi gravissimi episodi di violazione dei diritti umani, civili e politici ed è un documento che, come ho già detto, risale al maggio scorso.
Purtroppo questa lettera intitolata «Tolleranza e speranza» non ha visto, nei mesi successivi, né maggiore tolleranza né crescere la speranza per una situazione migliore all'interno della Repubblica dello Zimbabwe.
Le ultime notizie, proprio di questi giorni, comparse anche sulla agenzie di stampa internazionale, hanno reso noto l'incendio della sede del partito di opposizione nella città di Bulawaio, la seconda città del paese. Tali notizie lasciano presagire una recrudescenza della repressione politica in previsione delle prossime elezioni presidenziali. Continui sono gli arresti di esponenti politici dell'opposizione e di giornalisti, e gli ultimi arresti, effettuati pochi giorni fa, il 21 novembre, hanno colpito un autorevole leader dell'opposizione e due giornalisti del Daily News, uno dei pochi giornali indipendenti locali. Da ultimo, è recente la scoperta di veri e propri campi di tortura denunciata dal giornale del The Zimbabwe Standard e confermata dal vicepresidente del partito di opposizione, il quale ha riferito che ci sono numerose testimonianze di attivisti sul genere di trattamento, cioè di tortura, loro riservato in tali campi tortura.
Detto questo, è evidente che da parte nostra - quando dico «nostra» non parlo di noi Verdi, noi opposizione di centrosinistra, ma credo di poter dire noi italiani - c'è una grande preoccupazione e credo sia importante che da parte del Governo italiano, in particolare del Ministero degli affari esteri, oggi autorevolmente rappresentato dal sottosegretario Antonione, vi sia il massimo di iniziativa possibile per intervenire sia nei rapporti bilaterali con lo Zimbabwe sia per quanto riguarda il ruolo complessivo che l'Unione Europea e altri Stati democratici hanno e possono avere nei rapporti con lo Zimbabwe, nonché a livello di Nazioni Unite. Ciò perché vi sia il massimo di incidenza e di pressione politica, diplomatica, umanitaria per elevare il livello di tutela della vita, della sicurezza, della salute, del lavoro, delle persone e anche delle istituzioni, civili e religiose, che, oggi, sono, purtroppo, gravemente a rischio nella Repubblica dello Zimbabwe e temiamo possano esserlo sempre più nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, quanto più ci si avvicina alla prossima scadenza elettorale presidenziale.
Per questi motivi abbiamo chiesto al Governo non soltanto se sia a conoscenza di questi fatti - e immagino che ne sia conoscenza - ma anche quali siano le azioni intraprese e che intende intraprendere perché si senta, forte, la voce italiana, europea e anche dell'ONU, al fine di impedire una situazione ancora più drammatica e, Dio non voglia, tragica.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per gli affari esteri, senatore Roberto Antonione, ha facoltà di rispondere.

ROBERTO ANTONIONE, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, la situazione in Zimbabwe è andata degradandosi negli ultimi mesi. A seguito di gravi episodi di violenza, fin dal marzo di quest'anno l'Unione europea ha avviato il dialogo politico previsto dall'articolo 8 della Convenzione di Cotonou - accordo che fornisce un quadro di cooperazione tra l'Unione ed i paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico - per riaffermare la necessità del rispetto dei diritti dell'uomo e dei principi propri allo Stato di diritto. Purtroppo, le consultazioni non hanno, fino ad ora, portato i frutti auspicati.
L'Unione europea ha dunque fatto ricorso ad un meccanismo ulteriore previsto dall'articolo 96 della stessa Convenzione di Cotonou, invitando il Governo dello Zimbabwe a dare inizio al cosiddetto dialogo


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rafforzato con l'Unione europea. Tale dialogo rafforzato, dal momento dell'accettazione formale da parte dello Zimbabwe, permetterà di verificare, entro un periodo di 60 giorni, la volontà del Governo di Harare di ristabilire la legalità e di consentire l'invio di osservatori alle prossime elezioni presidenziali nel paese. L'articolo 96 prevede la sospensione della cooperazione allo sviluppo in assenza di progressi nelle consultazioni.
Circa la richiesta relativa agli osservatori elettorali, si auspica che il Presidente Mugabe modifichi la posizione negativa manifestata alla delegazione dell'Unione europea incontrata il 23 novembre ad Harare. In tale occasione, il Presidente ha invece lasciato aperta la possibilità di invitare, sulla base di intese bilaterali, osservatori da parte di singoli Stati.
Un'azione parallela è stata pure svolta a cura del Commonwealth - attraverso, tra l'altro, un vertice tenuto ad Abuja lo scorso settembre su impulso del Presidente nigeriano - nonché dall'organizzazione di cooperazione regionale per lo sviluppo economico dell'Africa australe, che ha tenuto un incontro ad Harare sempre lo scorso mese di settembre. Tali iniziative si sono svolte in sintonia ed in collegamento con l'Unione europea e con le Nazioni Unite.
L'Italia ha partecipato attivamente all'azione svolta dall'Unione europea e dalla comunità internazionale, portando il suo contributo, tra l'altro, alla discussione sulla posizione comune dell'Unione europea dedicata ai diritti dell'uomo, ai principi democratici, allo stato di diritto ed al buon governo in Africa. Non si mancherà di continuare a seguire con attenzione l'evoluzione degli eventi.
Infine, c'è da segnalare che tra il 5 e il 7 dicembre prossimo sarà a Roma il rappresentante del partito di opposizione - movimento per il cambiamento democratico - signor Tendai Biti, per illustrare al Governo ed ai membri del Parlamento italiano il punto di vista del suo movimento in merito alla situazione in Zimbabwe e alle prossime elezioni presidenziali della primavera 2002.
Concordo con l'onorevole Boato riguardo al fatto che queste problematiche non sono di competenza esclusiva del Governo italiano, in quanto trattasi di questioni che stanno a cuore a tutto il paese, almeno così mi auguro; francamente, credo che la collaborazione e la sintonia che può esserci su tali problemi consenta di avere maggiori possibilità di ottenere risultati positivi. Quindi, da parte del Governo è ben presente - e si cercherà di sviluppare - la disponibilità a trovare forme e misure che ci consentano, insieme, di compiere un'azione più incisiva.

PRESIDENTE. L'onorevole Boato ha facoltà di replicare.

MARCO BOATO. Signor Presidente, credo sia stato positivo aver sollevato, a livello parlamentare, il drammatico problema della situazione nello Zimbabwe; a questa nostra iniziativa, cui prontamente il Governo ha risposto (e do all'esecutivo atto di tale sollecitudine) corrisponde infatti - come abbiamo appena ascoltato, ed esprimo soddisfazione al riguardo - una serie di iniziative importanti e significative che l'Italia, nell'ambito dell'Unione europea, ed altri Stati democratici - ad esempio a livello di Commonwealth - hanno già avviato o stanno per avviare.
Il sottosegretario ha ricordato le iniziative assunte dall'Unione europea finalizzate al cosiddetto dialogo rafforzato e, per ristabilire la legalità nello Zimbabwe, ha anche ipotizzato l'applicazione dell'articolo 96 della Convenzione di Cotonou, in riferimento al fatto che se non ci sarà soddisfazione rispetto a questo tipo di dialogo, potrà essere decisa anche la sospensione della cooperazione allo sviluppo.
Ovviamente, non ci auguriamo che si arrivi a questo, bensì che tale condizionamento spinga le autorità dello Zimbabwe, a partire dal Presidente in carica sia pur uscente (mi auguro che sia uscente e non rientrante, ma questa è una vicenda che non riguarda me direttamente), a cambiare indirizzo rispetto alla situazione, veramente drammatica, che si sta verificando ed intensificando ogni giorno di più.


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Mi sembra molto importante - lo ripeto - che vengano ricordate le iniziative assunte a livello di Commonwealth (che ovviamente non riguardano l'Italia, ma paesi alleati dell'Italia) e ciò che sta avvenendo anche a livello di organizzazioni regionali. Al riguardo, abbiamo appena sentito ciò che è avvenuto in Nigeria, dopo aver finito di discutere un'interpellanza riguardante una situazione terribile interna a tale Stato. Tuttavia, in quel caso la situazione è diversa e lei, signor sottosegretario, lo ha ricordato nel rispondere ad una precedente interpellanza che noi stessi abbiamo presentato. In quel caso, si tratta di uno specifico Stato della Nigeria che attua l'infamia della pena di morte per lapidazione (la pena di morte è già un'infamia in sé, ma la pena di morte per lapidazione è una doppia infamia) nei confronti di una ragazza che ha avuto un rapporto prematrimoniale. Tuttavia, in questa circostanza il presidente della Nigeria sta intervenendo ed è intervenuto in una direzione da noi auspicata.
Il fatto che anche la Nigeria attuale (che è diversa da quella di qualche anno fa) sia intervenuta rispetto alla drammatica situazione dello Zimbabwe è, comunque, un elemento positivo. Infatti, se anche a livello africano non vi fosse un'ottimizzazione e una responsabilizzazione rispetto alla democrazia politica e alla difesa dei diritti umani e civili e politici, è evidente che non sarebbero sufficienti soltanto condizionamenti dall'esterno.
Purtroppo, è significativo che la richiesta di inviare osservatori internazionali avanzata dall'Unione europea - se non ho capito male il 23 novembre e, quindi, pochissimi giorni fa - non sia stata accolta. In quest'aula, stiamo discutendo di queste vicende mentre si stanno svolgendo e non a posteriori. Questo è il significato, anche dal punto di vista del nostro regolamento, delle interpellanze urgenti: esse sono proprio finalizzate a non dover registrare i fatti dopo che si sono verificati, ma a sollecitare il Governo, da parte del Parlamento, ad intervenire nel momento in cui le vicende si stanno verificando. Il fatto che il presidente Mugabe abbia detto «no» all'invio degli osservatori internazionali in previsione delle prossime elezioni presidenziali è un bruttissimo segno rispetto a ciò che sta avvenendo e che temo - lo avevo detto in sede di illustrazione della mia interpellanza - possa verificarsi in maniera ancora più grave nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.
Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, per concludere, prendo atto positivamente della sua risposta e chiedo al Governo italiano e, in modo particolare al Ministero degli affari esteri, di non recedere minimamente sul piano di queste iniziative sia bilaterali sia, soprattutto, a livello di Unione europea.
Vorrei insistere anche affinché vi sia un'iniziativa a livello di ONU, per quanto riguarda questi problemi che hanno un carattere universale.
Infine, prendo atto positivamente dell'annuncio reso noto dal sottosegretario Antonione riguardante la presenza a Roma - nei giorni 5, 6 e 7 dicembre prossimi e, quindi, tra pochissimi giorni - del rappresentante del principale partito di opposizione, il movimento per il cambiamento democratico, al di là della libera espressione politica dei cittadini dello Zimbabwe che ovviamente non compete a noi condizionare. A noi compete condizionare il rispetto dei diritti civili e politici e credo che un segnale internazionale come questo - di attenzione da parte del nostro paese rispetto alla non degenerazione della dialettica politica nello Zimbabwe, degenerazione che, invece, è attualmente in atto - sia importante e positivo.
Prendo atto positivamente dell'annuncio che è stato fatto; manterremo, quindi - noi come Parlamento e, mi auguro, voi come Governo -, il massimo impegno e la massima attenzione alle vicende dello Zimbabwe.

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