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PRESIDENTE. L'onorevole Cento ha facoltà di PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, l'interpellanza da noi presentata riguarda la vicenda grave e significativa di una donna nigeriana di trent'anni, Safiya Hussaini Tungar Dudu, che l'11 ottobre 2001 è stata condannata a morte per lapidazione da una corte islamica, nella parte settentrionale della Nigeria (precisamente nello Stato di Sokoto). Secondo la motivazione della sentenza di un tribunale islamico, la donna ha avuto una relazione prematrimoniale, durante la quale è rimasta incinta e, quindi, anche secondo le norme introdotte nel 2000 nel codice dello Stato del Sokoto, che si rifanno ad una visione integralista islamica, questa donna è stata condannata.
occhi di fronte a forme di integralismo e di intolleranza che nulla hanno a che vedere con il rispetto di quelle culture, ma che rappresentano, invece, una violazione inaccettabile - ovunque venga perpetrata - dei diritti umani e civili. Emerge, soprattutto, la necessità di rafforzare la battaglia, la mobilitazione internazionale, contro la pena di morte che, purtroppo, continua ad essere applicata in molti paesi, dalla Cina agli Stati Uniti fino alla Nigeria.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per gli affari esteri, senatore Antonione, ha facoltà di ROBERTO ANTONIONE, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. L'introduzione della sharia - legge islamica - in alcuni dei trentasei stati che compongono la Nigeria, ha avuto luogo, a partire dal mese di ottobre del 1999.
nigeriano, Sule Lamido, alla cui attenzione verrà segnalato l'argomento in questione, al fine di richiamare i principi contenuti nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e nella Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, ai quali ogni Stato firmatario deve attenersi.
PRESIDENTE. L'onorevole Cento ha facoltà di PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, nel ringraziare il sottosegretario Antonione per la sua risposta, mi dichiaro soddisfatto. Il Governo ha attivato, in questo caso, tutte le iniziative politiche e diplomatiche tese ad intervenire presso la Nigeria e lo Stato del Sokoto affinché l'esecuzione capitale per lapidazione venga sospesa e, ce lo auguriamo, revocata.
È evidente per tutti come la vicenda di questa donna sia emblematica e richiami non solo il suo caso - tra l'altro gravissimo e sul quale noi deputati Verdi abbiamo puntato la nostra attenzione - ma, più in generale, il rispetto dei più elementari diritti civili ed umani per le donne, in alcuni paesi a forte integralismo islamico. Essa richiama, inoltre, la necessità di una forte iniziativa politica, diplomatica ed internazionale, da parte del nostro paese, dell'Unione europea e degli Stati democratici, affinché, nelle relazioni bilaterali e plurilaterali, la questione del rispetto dei diritti civili ed umani delle donne venga affrontata con grande vigore e con grande determinazione, con l'obiettivo di promuovere forme civili di intervento legislativo per il superamento di integralismi e fanatismi.
In particolare, con riferimento alla sorte della signora Safiya Hussaini Tungar Dudu, abbiamo chiesto al Governo italiano di adoperarsi, presso le autorità della Nigeria, affinché venga sospesa e revocata l'esecuzione a morte - viene, peraltro, utilizzato un metodo primordiale, quello della lapidazione - la cui motivazione è inaccettabile: i rapporti prematrimoniali che, nel caso specifico, hanno determinato il concepimento di un bambino.
La Nigeria è un paese di 110 milioni di abitanti che, anche in passato, ha ricevuto, più volte richiami ad un maggiore rispetto dei diritti umani e civili. La Nigeria è stata espulsa dalla comunità internazionale, dal Commonwealth, e successivamente reintegrata a fronte di segnali che indicavano l'inizio di un processo di democratizzazione, di civilizzazione, almeno per quest'aspetto fondamentale della propria vita interna e del proprio sistema giuridico.
Siamo convinti che il nostro paese possa attivarsi, sollecitato anche da iniziative esterne di alcune associazioni. In questa sede, vorrei ricordare, soprattutto, l'iniziativa dell'associazione «Nessuno tocchi Caino» davanti all'ambasciata della Nigeria, in collaborazione con i Verdi, e l'incontro tra la nostra presidente Grazia Francesco e l'ambasciatore in Italia.
Tale vicenda, dunque, ha dato luogo non solo ad un'interpellanza parlamentare, ma anche ad una mobilitazione del mondo associativo, delle donne in nero, ossia di tutte quelle realtà che, a vario titolo, si battono per il rispetto dei diritti civili ed umani e, nel caso specifico, per la sospensione dell'esecuzione e la revoca della sentenza.
Il rispetto che noi deputati del gruppo dei Verdi dobbiamo alla civiltà islamica, alla religione islamica, a chi è diverso e portatore di una cultura differente da quella che ci contraddistingue - un rispetto che l'intero Parlamento deve avere in un momento di grave crisi internazionale - deve indurci a non chiudere gli
Abbiamo appreso dalle agenzie che, grazie anche alla mobilitazione nel nostro paese e all'intervento del Governo italiano, è stato raggiunto un primo risultato importante, che, ovviamente, aspettiamo di vedere ufficializzato attraverso le parole del sottosegretario. Tale risultato dimostra come in queste occasioni la mobilitazione e l'attenzione della società civile possano essere utili a salvare vite umane e a dare una spinta verso la modificazione delle legislazioni e dei rapporti con gli Stati - in questo caso con la Nigeria - che devono avviarsi, con rapidità, sulla strada della democratizzazione e del rispetto della vita umana.
Nel corso degli ultimi due anni, tutti gli stati del nord del paese hanno adottato la legge islamica ed istituito i relativi tribunali. La circostanza ha prodotto situazioni di grande tensione, soprattutto negli stati confessionalmente misti. Nonostante le rassicurazioni fornite dall'autorità locale, religiosa e civile che la sharia sarebbe stata applicata esclusivamente ai musulmani e limitatamente alle questioni inerenti al diritto di famiglia, progressivamente, il codice islamico, è stato esteso anche ad altri settori, fino a condizionare numerosi aspetti della vita sociale. Il caso della trentatreenne signora Hussaini Dudu, condannata a morte per lapidazione, con l'accusa di adulterio nello Stato di Sokoto, sta riproponendo il problema della coesistenza in Nigeria di due ordinamenti giuridici paralleli, non omogenei, quello statale e quello federale, oltre, evidentemente, temi di natura politica e morale, ben evidenziati dall'onorevole interpellante.
Il caso in parola è stato discusso, il 7 novembre, durante una riunione tenuta in loco dai capi missione dell'Unione europea, nel corso della quale è emerso che l'imputata ha fatto ricorso in appello, sostenuta dalle locali organizzazioni per i diritti umani (tra cui l'organizzazione per le libertà civili citata nell'interpellanza e la commissione nazionale per i diritti umani, che dipende dall'esecutivo nigeriano). L'udienza della Corte d'appello islamica è stata fissata per il 27 novembre, anche se, tuttavia, sembra che, nel frattempo, l'interessata abbia fatto perdere le sue tracce.
Il ministro della giustizia, Bola Ige, ha dichiarato che, se la pena della lapidazione dovesse essere confermata in appello, la condannata avrebbe diritto a ricorrere al tribunale supremo federale, che annullerebbe la pena in base alla costituzione. Il ministro ha aggiunto che, qualora si volesse procedere all'esecuzione della lapidazione, le autorità federali farebbero arrestare per tentato omicidio tutti gli eventuali esecutori. Il presidente del Senato, Anyim Pius Anyim, in un intervento al primo summit nigeriano sui diritti umani, tenutosi ad Abuja alla fine dell'ottobre scorso, ha espressamente dichiarato che la sentenza è un affronto al concetto universale della promozione e protezione dei diritti umani. Anyim ha parlato anche a nome del Comitato per la difesa dei diritti umani - comitato parlamentare del Senato - ed il suo intervento è stato ampiamente riportato e commentato sulle prime pagine dei maggiori quotidiani nigeriani.
Il prossimo 5 dicembre, l'ambasciatore italiano ad Abuja incontrerà, insieme con gli altri rappresentanti dei paesi dell'Unione europea, il ministro degli esteri
Per quanto riguarda il punto di valenza generale sollevato dall'onorevole interpellante - la prevenzione e l'eliminazione di tutte le forme di tortura o di altri trattamenti inumani e degradanti - debbo precisare che si tratta di una politica fortemente perseguita dall'Italia e dall'Unione europea. La proibizione di tali pratiche è stata anche reiterata nell'articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e il 9 aprile del 2001 l'Unione medesima ha adottato alcune linee guida per una politica europea comune sulla tortura nei confronti degli Stati terzi, che forniscono all'Unione europea uno strumento operativo sia nelle relazioni con i suddetti Stati terzi sia nei fori multilaterali nei quali si discute di diritti umani, con l'obiettivo di premere sui paesi terzi affinché adottino misure efficaci contro la tortura ed i trattamenti inumani e degradanti.
L'Unione europea ha ribadito la sua posizione fortemente contrari alla tortura anche nel corso della LVII sessione del Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Gli Stati coinvolti nel fenomeno sono stati richiamati a portare i colpevoli davanti alla giustizia e ad assicurarsi che tali crimini siano puniti. Relativamente, poi, alla pena di morte, il nostro paese si è attivamente impegnato, nella LVII sessione della Commissione sui diritti umani delle Nazioni Unite per l'approvazione di un'apposita risoluzione (che presenta a nome dell'Unione europea) in cui chiede a tutti i paesi di abolire la pena capitale o, almeno, di procedere ad una moratoria (come obiettivo intermedio in vista della definitiva abolizione).
Desidero aggiungere che tutte quelle attività, manifestazioni e pressioni che possono essere utili per far cambiare i comportamenti di chi continua a comportarsi in maniera inaccettabile sono evidentemente sostenute e ben viste da parte di tutti coloro che hanno a cuore e si fanno carico dei diritti fondamentali dell'uomo. Quindi, rivolgo un ringraziamento anche a tutte quelle realtà che hanno consentito di attuare una pressione importante e che consentiranno di farlo anche in futuro.
Confidiamo che nell'incontro, annunciato per il 5 dicembre - se ricordo bene -, tra una nostra delegazione di Governo e l'autorità della Nigeria si arrivi ad una conclusione definitiva e si trovino anche gli strumenti giuridici, consentiti dall'ordinamento della Nigeria, affinché - qualora qualcuno volesse forzare la mano in ordine all'applicazione del codice familiare islamico all'interno dello Stato del Sokoto - si arrivi invece alla decisione di non procedere all'esecuzione. È evidente che la sorte della signora Dudu dev'essere garantita. Non posso che esprimere, ovviamente, la mia contrarietà ad una esecuzione annunciata così vile e crudele.
Credo siano anche importanti le considerazioni politiche che il Governo ha fatto, tramite il sottosegretario, in merito all'impegno più generale per la moratoria e, in prospettiva, come tutti ci auguriamo, per l'abolizione della pena di morte in tutto il paese. Crediamo che questo ruolo sia importante. Speriamo che le sinergie composte dal Governo, dal Parlamento, dalla società civile, dalle associazioni che si occupano di questo tema possano, nel più breve tempo possibile, pure in un contesto internazionale che sappiamo essere difficilissimo, portare al risultato, che riteniamo di grande civiltà, della moratoria della pena di morte (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-l'Ulivo).


