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Seduta del 13/9/2005


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Esame testimoniale di Giampaolo Pillitteri.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'esame testimoniale di Giampaolo Pillitteri, che è avvertito dell'obbligo di rispondere alle nostre domande e di dire la verità, in quanto è ascoltato in questa sede con le forme della testimonianza. Intanto, le chiedo cortesemente di darci le sue generalità, nonché di indicare il luogo di residenza attuale e la sua attività lavorativa.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sono Paolo Pillitteri, residente a Milano...

PRESIDENTE. Non Giampaolo?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, per l'esattezza Giampaolo Pillitteri, residente a Milano. Sono nato a Sesto Calende il 5 dicembre 1940. Di professione sono giornalista, dirigo un giornale e collaboro ad altri giornali. Inoltre, insegno storia del cinema, eccetera.

PRESIDENTE. Vorremmo parlare della camera di commercio italo-somala che, a quanto ci risulta, è stata una sede di attività da parte sua. Vorremmo sapere da lei cosa fosse la camera di commercio italo-somala; vorremmo, altresì, sapere quando è nata, come si sviluppava tale attività e quali erano le finalità principali.

GIAMPAOLO PILLITTERI. La camera di commercio italo-somala è nata a Milano verso la fine degli anni settanta ed era una iniziativa di tipo culturale ed economico.
All'epoca, la Somalia si stava affacciando sul mondo come giovane nazione ed erano venuti a Milano diversi rappresentanti di quel paese, che erano interessati affinché la città di Milano desse loro una mano; avevano bisogno di tutto. E nacque la camera di commercio italo-somala. Nel frattempo, divenni console onorario della Somalia. Che cosa feci, in sostanza? La camera di commercio fece delle delegazioni di personalità di Milano e della Lombardia per conoscere quel paese, perché si puntava molto su un suo sviluppo turistico.
Successivamente, portammo la Somalia a Milano. Abbiamo fatto una «settimana della Somalia», dedicata ai suoi prodotti e alle sue attività, che ebbe notevole successo. Dopodiché, siccome la Somalia era in grandi difficoltà, in quanto aveva un


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conflitto aperto con l'Etiopia a causa dell'Ogaden, volevamo far conoscere tale situazione, che era molto pesante; tuttavia, ciò stava molto a cuore anche ai rappresentanti italiani. Per esempio, dato che allora ero deputato, ne parlai anche con l'allora Presidente della Repubblica Pertini, affinché si facesse conoscere tale situazione, che era molto preoccupante.
Vi andai più volte, girai anche dei documentari, portai di nuovo delle delegazioni politiche, in una delle quali era presente anche Margherita Boniver, per vedere sul luogo i pericoli sussistenti per quel paese. Feci un lungo documentario sulla Somalia (nel quale intervistai, tra gli altri, il Presidente), che è andato in onda diverse volte, alla televisione.
Poi, ho smesso di occuparmene: nel 1986 sono diventato sindaco e come tale non potevo più occuparmene. Tuttavia, c'è un piccolo problema che è poco conosciuto. Io fui...

PRESIDENTE. Quando è cominciata la sua partecipazione a qualsiasi titolo - lasciamo da parte le specificazioni - o il suo interesse personale per la camera di commercio italo-somala? In che anno, grosso modo?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Credo sia stato nel 1978-79.

PRESIDENTE. Da lì in poi, in sostanza.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, nel 1979.

PRESIDENTE. All'epoca della caduta di Siad Barre, lei si interessava ancora della camera di commercio italo-somala?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No, assolutamente.

PRESIDENTE. Quando è cessato il suo impegno?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Nel 1986 la camera di commercio italo-somala fu sciolta, perché non potevo più seguirla: non avevo più tempo, in quanto dovevo fare il sindaco di Milano. Dunque, fu sciolta e non me ne sono più potuto occupare, salvo leggere i giornali, dove apprendevo quel che stava succedendo; ed ero molto preoccupato, in quanto le cose stavano peggiorando.

PRESIDENTE. In che senso? Quali cose stavano peggiorando?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Le cose in Somalia. Ci fu un deterioramento della situazione.

PRESIDENTE. Quindi, dal 1986 la camera di commercio italo-somala non è più esistita.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, fu sciolta alla fine del 1986. Rimasi console ancora per poco, ma non potevo più esserlo in quanto facevo un altro mestiere, che mi assorbiva molto. Quindi ho rinunciato anche a quell'incarico. Perciò, dal 1987 praticamente non me ne sono più occupato. Seguivo la Somalia tramite i giornali, ma ero soltanto molto preoccupato per quel che stava accadendo, considerato quel che poi, purtroppo, è successo.

PRESIDENTE. Le risulta che, tra le attività che svolgeva la camera di commercio italo-somala, vi fosse anche quella di determinare e favorire rapporti di tipo commerciale, affari anche tra privati, tra cittadini dell'Italia e della Somalia? Le risulta questo tipo di settore di intervento della camera di commercio italo-somala o si trattava soltanto di rappresentare i valori della Somalia in Italia e viceversa? Insomma, venivano favoriti anche gli affari (in senso buono, s'intende)?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No. Che io sappia, la camera di commercio italo-somala non favoriva direttamente nulla, istituzionalmente, ma soltanto una conoscenza della situazione, attraverso visite, scambi di visite. Che, poi, quelli che ne facevano parte facessero personalmente delle iniziative, non lo escludo; tuttavia,


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non mi risulta che vi siano state particolari iniziative di partecipanti alla nostra camera di commercio, né mi risulta che durante la mia presidenza siano state prese iniziative a nome mio o a nome della camera di commercio.

PRESIDENTE. Se ho capito bene, lei intende dire che, se ci sono state intermediazioni in affari tra Italia e Somalia, sono intervenute tra privati, a titolo privato, e che comunque non hanno coinvolto l'istituzione della quale lei era il presidente. Vuol dire questo?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non c'è dubbio. È esattamente così.

PRESIDENTE. Per consapevolezze maturate magari successivamente o durante la sua carica, le risulta che l'istituzione possa essere stata strumentalizzata, nel senso che accanto a questa intermediazione tra privati possa essersi aggiunta anche la pratica di qualche pagamento di percentuali per gli affari intermediati? Uso una formula elegante, ma lei ha capito perfettamente di che cosa sto parlando.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Posso raccontare una cosa che mi ha molto sorpreso, ed è la ragione per la quale non ho più voluto occuparmi della Somalia e della camera di commercio italo-somala. È certo che o da parte somala o da parte di qualche italiano si avessero interessi personali, naturalmente a mia insaputa. Tant'è vero che nel 1986 mi venne a trovare a Milano un personaggio che poi divenne famoso, il quale si chiamava Aidid. Era colui il quale era stato indicato a me dal Presidente somalo...

PRESIDENTE. Parliamo del vecchio Aidid.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Parliamo del 1979-1980. Il Presidente somalo mi disse: «Tieni i rapporti con lui. Adesso lui viene a Milano, per cui quando dovete fare delle delegazioni, delle feste, eccetera, lui è quello che organizza, perché è uno della mia segreteria, uno dei capi del mio staff, un uomo di fiducia».

PRESIDENTE. Di chi era l'uomo di fiducia?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Di Siad Barre.

PRESIDENTE. Quindi, c'era un forte rapporto tra lui e Siad Barre.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, era suo diretto rappresentante. Tra l'altro parlava bene l'italiano ed era un buon militare.
Costui mi venne a trovare nel 1986. Non lo vedevo da parecchio; forse, l'avevo visto qualche anno prima in Somalia, poi non lo avevo più visto. Mi disse: «Faccio l'ambasciatore a Nuova Delhi. Avrei bisogno di dieci miliardi». Gli chiesi il perché e lui rispose: «Perché secondo i miei calcoli, gli interessi che gestisce...». Non capii bene se si riferiva alla camera di commercio o agli accordi italiani, perché nel frattempo la cooperazione aveva stabilito degli accordi, si facevano delle strade, eccetera. Insomma, diceva che gli spettavano dieci miliardi di intermediazione. Per me era una cosa assolutamente inammissibile. Tra l'altro, gli dissi: «Guarda che queste sono cose gravi, io non posso non dirle a due persone: in primo luogo, a Siad Barre, e gli scrivo che mi avete fatto questa richiesta; in secondo luogo, vado alla polizia». Infatti, scrissi una lettera a Siad Barre, nella quale gli dicevo che mi sarei dimesso e in cui lo mettevo in guardia: «Presidente» - gli scrissi - «stia attento perché se questo fa così vuol dire che ha in mente delle iniziative non simpatiche nei suoi confronti».
Successivamente, andai in questura perché nel frattempo - avendolo mandato a quel paese - mi aveva mandato altre persone, sempre a fare la stessa richiesta. Li denunciai per ben due volte.

PRESIDENTE. Li denunciò alla magistratura?


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GIAMPAOLO PILLITTERI. Li denunciai al questore. Gli dissi: «Chiamateli, fate voi, perché io non so come comportarmi. Vengono da me a chiedere queste cose e io non posso farci niente!».
Io non ho mai trattato, mai, nessun affare in Somalia. Non mi sono mai occupato di queste cose. Probabilmente, costoro facevano dei calcoli basati sul fatto che nel frattempo c'era stato un grosso intervento del nostro paese in Somalia.
Credo che pochi abbiano un bellissimo libro scritto da un ambasciatore italiano, il quale è stato operativo fino all'ultimo giorno in Somalia. Egli ha narrato tutto quello che è stato fatto dall'Italia. Il nostro paese ha fatto cose colossali. Poi, purtroppo, tutto è precipitato con la fine di Siad Barre.
Ma, al di là di questo, l'aspetto ancora più grave fu che costoro andarono da un avvocato, presso uno studio legale, e mi minacciarono, mi fecero una causa, alla quale replicai con un'altra causa.

PRESIDENTE. Una causa per quale motivo?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Perché volevano quei soldi.

PRESIDENTE. A che titolo li volevano?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Dicevano che io, come presidente della camera di commercio italo-somalo (che peraltro era stata già sciolta), di fatto ero, come dire, un loro rappresentante e quindi l'intermediazione, che secondo loro era tolta, l'avrei dovuta dare a loro. Una cosa assolutamente inammissibile!

PRESIDENTE. Ovvero, era l'istituto italo-somalo che avrebbe dovuto versare loro tale intermediazione per dieci miliardi, rispetto ad un affare che lei ignora quale fosse.

GIAMPAOLO PILLITTERI. No, loro non parlavano di un affare, ma facevano un discorso più generale. Dicevano: «Gli interventi italiani sono questi, per cui...».

PRESIDENTE. Ho capito. Diciamo così, era una cifra di sostegno per gli affari futuri.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Feci causa anch'io.

PRESIDENTE. Fece una causa personale o come camera di commercio italo-somala?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Io feci causa come Pillitteri, perché loro mi avevano denunciato. Anzi, più che una denuncia, tramite uno studio di un avvocato loro avevano fatto una causa civile, dicendo «noi vogliano questo...», e io ho replicato con un'altra causa civile, che ho vinto. L'ha vinta il mio avvocato, che è un civilista molto bravo, qualche anno fa; l'ho vinta ben due volte, una prima volta e una seconda volta, e sono anche state pagate le spese processuali. Non so che fine abbiano fatto, perché, tra l'altro, erano tutti coloro i quali hanno partecipato al colpo di stato contro Siad Barre, hanno preso il potere e sono diventati una banda di assassini, pericolosissimi. Io, personalmente, dicevo «guardate che sono inaffidabili, state attenti, perché combineranno dei guai irreparabili». Purtroppo, questo è successo.

PRESIDENTE. Non ho capito per quale ragione la causa civile l'hanno fatta direttamente nei confronti di Giampaolo Pillitteri. La camera di commercio italo-somala era ormai fuori causa, era stata sciolta, come abbiamo detto in precedenza, quindi il riferimento ad una attività di intermediazione della camera di commercio italo-somala non aveva alcuna ragione di esistere. Su cosa si basava la pretesa che lei pagasse questi dieci miliardi ai quali loro dicevano di aver diritto? Diritto perché e perché li chiedono a lei?

GIAMPAOLO PILLITTERI. C'è un motivo: perché all'inizio il genero di Aidid era quello che avrebbe dovuto essere il corrispondente della camera di commercio italo-somala in Somalia, cioè quello che


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avrebbe dovuto organizzare le visite quando c'erano, organizzare le visite dei somali a Milano quando si dovevano svolgere. Probabilmente, questo signore, che si chiamava Ali Hashi Dor, che aveva sposato una delle figlie di Aidid, era assolutamente convinto che noi fossimo dei mercanti, dei trafficanti, che avessimo fatto chissà quali affari, ma era assolutamente impossibile, non era stato fatto nessun affare, perché la camera di commercio non aveva nessuna competenza istituzionale nel far fare affari. Gli affari li facevano altri, se volevano farli. Lo Stato italiano promuoveva iniziative, la cooperazione aveva fatto delle grandi opere, ma noi assolutamente non partecipavamo a nulla. Il nostro compito era semplicemente quello di sensibilizzare la gente, di sensibilizzare la politica, la stampa, la televisione sui problemi della Somalia, e basta. Ci trovavamo, però, di fronte a questa situazione.

PRESIDENTE. Lei si trovava.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, io.

PRESIDENTE. Lei ha fatto riferimento a questo Ali Hashi Dor: vediamo se riusciamo a ripercorrere la strada partendo da lui. Come conosce questa persona, che mi par di capire fosse colui che rappresentava Aidid in Italia?

GIAMPAOLO PILLITTERI. L'ho conosciuto lì, in Somalia. Me lo presentò Aidid, dicendo che era...

PRESIDENTE. Il suo rappresentante, praticamente.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Andava e veniva da Milano.

PRESIDENTE. Diciamo che lo indicava come il suo incaricato.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì.

PRESIDENTE. E lui veniva spesso a Milano o, comunque, in Italia?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Ogni tanto.

PRESIDENTE. Ad un certo punto, chi è che avanza la richiesta dei dieci miliardi, lui o Aidid?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Aidid.

PRESIDENTE. Direttamente Aidid. Dove la fa questa richiesta, in Italia o in Somalia?

GIAMPAOLO PILLITTERI. In Italia, in Italia. Venne a trovarmi...

PRESIDENTE. L'azione civile era per i dieci miliardi?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Credo di sì!

PRESIDENTE. Come è andata a finire?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Ci sono le carte, è tutto un processo...

PRESIDENTE. Ma noi non le abbiamo. Come è andata a finire la causa civile che hanno fatto loro contro di lei?

GIAMPAOLO PILLITTERI. È andata a finire che hanno perso.

PRESIDENTE. Perché hanno perso questa causa?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Nel frattempo, tra l'altro - mi scusi presidente, ma lo dico per completare -, nel '94 ci fu...

PRESIDENTE. Un processo penale.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Un processo, in cui credo che furono chiamati tutti quelli della camera di commercio, naturalmente anche quello finito in niente, perché non c'era assolutamente nulla. Purtroppo, si era innestata su questo tutta una grande polemica mediatica, perché nel frattempo la Somalia era precipitata nel caos e questi personaggi erano quelli che facevano il caos, erano quelli che avevano


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provocato uno dei disastri più inenarrabili che oggi passano davanti ai nostri occhi. La Somalia non c'è più, è scomparsa.

PRESIDENTE. Chi furono gli indagati, gli imputati di questo processo penale?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Io fui chiamato dalla...

PRESIDENTE. Dalla Gualdi?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Proprio nel '94.

PRESIDENTE. A che titolo, come indagato, come imputato, come persona offesa, come denunziante? Ci andò con l'avvocato?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Allora c'erano tanti processi, presidente, e credo che fosse una cosa collegata.

PRESIDENTE. Insomma, andò con l'avvocato.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Andai con l'avvocato, certo.

PRESIDENTE. E le fu fatta qualche contestazione?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, le stesse cose che mi sono chieste adesso me le hanno chieste allora, ma la cosa era tanto più cogente quanto più fuori c'erano quelli che avevano fatto parte della camera di commercio, i sopravvissuti, perché molti nel frattempo morivano, perché erano vecchi. E la cosa finì.

PRESIDENTE. Cosa le fu contestato?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Mi fu contestato, grosso modo, quelle che sostanzialmente erano le accuse di questi qui, che erano finite sui giornali: se avevamo fatto affari, in cosa erano consistiti. E io dissi quello che non potevo non dire, cioè le cose più semplici di questo mondo: che non era stato fatto nessun affare dalla camera di commercio e se li avevano fatti dei membri lo avevano fatto a titolo personale, senza coinvolgere noi.

PRESIDENTE. Come si concluse questa indagine giudiziaria?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Fu archiviata.

PRESIDENTE. Pietro Bearzi sa chi era?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Certamente. Era un po' il factotum...

PRESIDENTE. Mi scusi. Le voglio fare prima un'altra domanda: la camera di commercio italo-somala che rapporti aveva con il Ministero degli esteri, se ne aveva?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non ne aveva. Li avevo io personalmente, perché quando si doveva andare in Somalia si chiedeva al Ministero degli esteri una specie di benedizione, però non avevamo rapporti.

PRESIDENTE. Nessun rapporto. Con la Direzione generale della cooperazione non c'era nessun rapporto?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No, no.

PRESIDENTE. Nemmeno una sorta di collegamento, di attività di consulenza oppure di supporto tipo ONG?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No, no.

PRESIDENTE. Assolutamente nessun rapporto. Invece, Aidid con la camera di commercio Italia-Somalia che rapporto aveva? Ne faceva parte?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No. Aidid aveva questo suo genero che era stato nominato - non so da chi, forse da Barre, o da qualche ministro somalo - corrispondente


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somalo della camera di commercio italiana. Credo che questo gli servisse per viaggiare.

PRESIDENTE. Bene. Torniamo a Bearzi. Chi è, come lo ha conosciuto, cosa faceva?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Bearzi era, di fatto, colui che si occupava materialmente della camera, perché conosceva molto bene la Somalia. Adesso non ricordo chi me lo presentò in quegli anni lontani, probabilmente qualcuno che conosceva la Somalia e lui. Io ero il presidente e lui era il segretario della camera, un po' il factotum: seguiva tutto lui, faceva tutto lui. Non so cosa abbia fatto a mia insaputa. Certamente avrà fatto qualcosa a mia insaputa, ma io non ho mai autorizzato a nulla a nome della camera di commercio. Se lo ha fatto, l'ha fatto sempre e comunque per sé. Era anche una specie di manager, che si occupava di parecchie cose.

PRESIDENTE. Ci sono state delle controversie con questo personaggio?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Lui era molto amico di Aidid. Questo sì.

PRESIDENTE. E come amico di Aidid - se tanto mi dà tanto -, poiché abbiamo detto di questi dieci miliardi pretesi da Dor in nome e per conto di Aidid, anche questo Bearzi era, evidentemente, della partita. O sbaglio?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Io questo non l'ho mai capito bene, perché quando esplose la cosa, cioè quando Aidid venne da me a fare questa richiesta, io chiamai Bearzi e gli chiesi: «Cosa è successo, cosa avete fatto? Improvvisamente vedo un pazzo che viene qui!».

PRESIDENTE. Cosa rispose?

GIAMPAOLO PILLITTERI. «Io non so niente», dopo di che non l'ho mai più visto, è scomparso.

PRESIDENTE. In quella occasione si parlò di questioni scottanti, delicate come quelle che abbiamo affrontato fino a questo momento e, quindi, della possibilità che ci fossero - per usare un eufemismo - intermediazioni nelle attività private?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Certamente Bearzi qualche attività privata l'ha svolta, ma a me non ha mai detto assolutamente nulla. Probabilmente avrà anche millantato.

PRESIDENTE. Lei glielo ha mai contestato?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, certo, gliel'ho contestato. Gli ho detto che non poteva fare nulla a nome mio, perché di queste cose io non avevo mai voluto saperne. Lui balbettava: «Io le ho fatte per me»; «Ecco, io non c'entro assolutamente niente». Poi, naturalmente, cosa abbia fatto francamente non lo so. Sta di fatto che io sciolsi la camera.

PRESIDENTE. Per queste ragioni.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Esatto. Perché mi ero accorto che veniva strumentalizzata la camera, venivo strumentalizzato io, si parlava di Craxi... Intendiamoci: in politica io non mi stupisco di nulla, però sulle cose per cui non avevo nessuna responsabilità, non avevo dato nessuna disposizione, non avevo autorizzato nulla, mi sentivo di avere un atteggiamento fermo, secco, e non a caso sciolsi la camera e non ne volli più sapere di niente. Devo dire che mi sono anche un po' pentito perché, forse, se avessi avuto la costanza di occuparmene di più, le cose non sarebbe precipitate in quel modo. Perché, vedete, quella che è successa in Somalia è una cosa unica al mondo e io posso dire di avere visto in nuce gli albori di quella che sarebbe stata la sua più grande catastrofe; e questo aveva un nome solo: Aidid. Mi accorsi, quella volta in cui gli parlai a lungo - non l'ho mai dimenticato -, che era profondamente cambiato: era diventato fanatico, mi spiegava che il


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viaggio in India gli aveva aperto orizzonti nuovi per quanto riguardava la religione. «Ma tu sei mussulmano, generale»: «Infatti la mia religione: la mia»: e aveva dei lampi... forse se mi fossi occupato...

PRESIDENTE. Aveva lampi di che cosa?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Aveva lampi di odio.

PRESIDENTE. Lei ha mai sentito parlare di un certo Ali Mahdi?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No.

PRESIDENTE. Aidid le ha mai parlato di Ali Mahdi?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No.

PRESIDENTE. Lei sa che Siad Barre è caduto anche a causa di un forte contrasto che aveva alla testa proprio questo personaggio, che poi sarebbe divenuto il presidente eletto dai cento saggi della nuova Somalia dopo Siad Barre?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, l'ho letto, ma io non l'ho mai conosciuto. In quel periodo non me ne hanno mai parlato.

PRESIDENTE. Aiuti in denaro a Siad Barre o ad altri esponenti politici della Somalia da parte della camera di commercio italo-somala ne sono mai stati dati? O, comunque, sono stati mai chiesti, al di là della possibilità che siano stati dati, per quel che lei sappia?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Che io sappia, no. Non credo, lo escluderei. Naturalmente, che io sappia. Probabilmente, avevo un entourage talmente vasto che, forse, chi lo sa... ma a me non risulta che Siad Barre...

PRESIDENTE. Glielo chiedo perché risulta dagli atti... È mai venuta alla sua consapevolezza la richiesta di armi da parte della Somalia, attraverso questa organizzazione della camera di commercio?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, le armi le chiedeva Aidid.

PRESIDENTE. A chi le chiedeva?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Lui diceva che noi avremmo dovuto fornire molte armi. Io gli dissi: «Noi non ci occupiamo di armi. Noi facciamo soltanto cose per la pace. Bisogna fare grandi manifestazioni...

PRESIDENTE. Si fa la guerra anche per la pace!

GIAMPAOLO PILLITTERI. Io ero contro queste cose. Ero andato in Ogaden con una troupe - c'era anche Margherita Boniver - e, pochi minuti prima, là dove era la nostra postazione era caduto un missile, uno di quei missili che arrivavano stanchi, anche perché gli etiopi li lanciavano male, e avevo capito che non avremmo mai dovuto occuparci di un settore che era troppo pericoloso. Aidid, comunque, ci teneva molto, diceva che l'Italia doveva dare una mano alla Somalia a difendersi dai comunisti dell'Etiopia.

PRESIDENTE. Le risulta che questo aiuto in armi, a prescindere dalla camera di commercio italo-somala, sia stato dato?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Io credo di sì, ma se fu dato lo fu in termini...

PRESIDENTE. Legali.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Ufficiali. Devono essere andati da qualche ministero, ma io sono sempre stato alla larga.

PRESIDENTE. Le è stato riferito che, comunque, le armi sono state date - regalate o vendute - legalmente dall'Italia alla Somalia?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Io seppi - però non l'ho potuto verificare - che il


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nostro Ministero della difesa aveva dato delle vecchie jeep, armamenti che non servivano più. Però non so in cosa consistessero.

PRESIDENTE. A Siad Barre?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì.

PRESIDENTE. Paolo Agostino Cristadoro, il 17 novembre 1993, dichiara a Gemma Gualdi: «Ricordo, però, che Bearzi si lamentava frequentemente di Pilliteri, sostenendo che era un perditempo, che a parole si dava un gran da fare ma che nei fatti non aveva l'autorevolezza politica, nonostante il famoso cognato, necessaria per garantire in sede del Ministero degli esteri il buon fine degli interessi imprenditoriali patrocinati dalla Camera di commercio italo-somala. C'era dunque la necessità di trovare un personaggio più potente del partito socialista italiano, che garantisse in sede di direzione e cooperazione il buon fine dei progetti imprenditoriali delle società amiche. Fin da allora era chiaro a me e a Bearzi che quelli che andavano a buon fine erano esclusivamente quei progetti degli imprenditori che, indipendentemente dalla occasionale appartenenza anche alla Camera di commercio italo-somala, facevano passare i propri contatti e le relative trattative direttamente attraverso la segreteria di Bettino Craxi. Questo l'ho potuto dedurre anche dalla vicenda della fornitura di armamenti italiani alla Somalia. Siad Barre aveva chiesto a Paolo Pillitteri degli aiuti in armi, allora infatti la Somalia era impegnata militarmente nella guerra con l'Etiopia».

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, in Ogaden.

PRESIDENTE. «Io pure, che frequentavo spesso la Somalia, avevo avuto sentore delle medesime richieste». È esatto che Siad Barre le aveva chiesto aiuto in armi?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Siad Barre e Aidid, che era il suo attendente.

PRESIDENTE. Anche Siad Barre personalmente glielo ha chiesto?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, sì, anche lui, dicendo che dovevano difendersi.

PRESIDENTE. «In quegli anni vi era in Somalia una grande fame di qualsiasi tipo di armamenti, perché il paese, pur essendo in guerra, ne era totalmente privo». Queste richieste di Siad Barre a Paolo Pillitteri che seguito hanno avuto?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Io non me ne sono mai voluto occupare. Mai. Se mai, sarà stato Aidid ad occuparsene, andando da qualche ministero. Io non ho mai voluto occuparmi di armi, per principio. Poi, non me ne intendo, non so cosa significhi, era un settore di cui diffidavo.

PRESIDENTE. «Bearzi ed io abbiamo parlato insieme di come riuscire a fornire gli armamenti. Tramite il mio amico Edilio Alpini, di Milano, sono allora entrato in contatto con l'ingegner Vurt, della multinazionale Oerlikon-Italia. Per la precisione, è stato Bearzi ad incontrarsi con Vurt, il quale gli ha riferito che in centro a Milano esisteva una sede della Oerlikon e che a trenta metri sotto terra vi era pure una sala di prova delle armi da essa prodotte». È vera questa circostanza?

GIAMPAOLO PILLITTERI. C'era a Milano una fabbrica della Oerlikon, poi l'hanno chiusa.

PRESIDENTE. All'epoca, era vera questa circostanza.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, come no. Era una fabbrica importante.

PRESIDENTE. «Vurt ha preso in considerazione la nostra proposta e ha anche indicato la necessità di configurarla sotto un progetto per la fornitura di armi per 120 milioni di dollari di allora. È stata


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comunque soltanto la sua regia organizzativa che ha condotto le cose in porto. Infatti le trattative ebbero buon fine, tant'è che il Governo italiano decise, tramite l'intermediazione e l'interessamento di Pillitteri, di fornire un centinaio di carri armati M 47». Che cos'è questa cosa dei carri armati? «Da questa operazione se ne aveva da parte italiana due generi di ritorni economici...

GIAMPAOLO PILLITTERI. Carri armati? Questo non lo sapevo.

PRESIDENTE. ...secondo quanto mi diceva Bearzi». Sa niente di questa circostanza?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Dei carri armati no. Io avevo saputo che il Ministero della difesa italiano avrebbe - non «aveva»: «avrebbe» - mandato delle vecchie jeep; non so, a questo punto, se c'erano anche dei carri armati. Può darsi.

PRESIDENTE. In che anno siamo quando si parla di questa richiesta di Siad Barre a Paolo Pillitteri?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Quando c'è stata la guerra dell'Ogaden, quindi parliamo dell'80.

PRESIDENTE. Anno '80 o anni ottanta?

GIAMPAOLO PILLITTERI. 1979-80, credo.

PRESIDENTE. E lei, quando Siad Barre le chiese le armi, cosa rispose?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Di dirlo ai ministri competenti.

PRESIDENTE. C'è stato qualcuno che l'ha detto ai ministri competenti?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Io credo che sia stato Aidid. Credo che Aidid sia stato mandato, non so chi ci fosse allora alla Difesa, se Spadolini o altri. Io non ho voluto assolutamente occuparmene. Dissi «Se volete delle armi del nostro esercito, che non servono più, andate dal ministro della difesa»; ma non ho mai voluto fare nulla e mai lo farò. Non me ne intendo, pur essendo figlio di militari.

PRESIDENTE. Camillo Chiappa, che viene interrogato, sempre a Milano, il 10 maggio 1994, tra l'altro dichiara: «A ben pensarci, Molinari...». Conosce Molinari?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Allora sì.

PRESIDENTE. Chi era Molinari?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Era un italiano che, praticamente, faceva l'insegnante. L'ultimo ricordo che ho io è che negli anni ottanta faceva l'insegnante e mi accoglieva quando andavo.

PRESIDENTE. Dunque, Camillo Chiappa dice: «A ben pensarci, Molinari mi ha anche riferito di avere pensato che Pietro Bearzi e Paolo Pillitteri trattassero armi». Avete mai parlato di armi?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, è una cosa che ho sentito anch'io. È semplicemente ridicolo: non me ne sono mai voluto occupare. Forse, se ne sarà occupato Bearzi, questo non lo posso escludere; anzi, certamente se ne sarà occupato, a mia insaputa, senza la mia autorizzazione. D'altra parte, credo che...

PRESIDENTE. Molinari dice, in data 6 maggio 1994, alla procura di Milano: «In realtà, ho poi saputo da Bearzi che c'era effettivamente stato un accordo secondo il quale andava riconosciuta ai somali la percentuale del 5 per cento sul valore dell'affare, ma ciò era successo su una fornitura di armi che la Oerlikon, sede di Milano, tramite l'ingegner Vurt aveva effettuato con Bearzi. O meglio: le trattative erano state tenute tra il generale Aidid e Pillitteri e Bearzi. Quest'ultimo mi ha anche detto che ne era al corrente Craxi, senza il consenso del quale l'operazione non avrebbe evidentemente potuto essere


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effettuata. Al di là della fornitura di qualche vecchio carro armato arrugginito, fatto avere da Craxi a Siad Barre, la fornitura di armi leggere di cui si occupava la Oerlikon è effettivamente pervenuta in Somalia verso gli anni '84-85». Sa niente di questa vicenda?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No, non so assolutamente nulla.

PRESIDENTE. «O meglio: le trattative erano state tenute tra il generale Aidid e Pillitteri e Bearzi».

GIAMPAOLO PILLITTERI. Lo escludo categoricamente. Io non ho fatto assolutamente nessuna trattativa. Che l'abbia fatta qualcun altro, millantando, non lo escludo; ma io non l'ho fatta. Non ho mai voluto parlare di queste cose, perché Aidid è un generale e gli ho detto che con me non doveva assolutamente parlare di queste cose.

PRESIDENTE. Sa se corrisponde al vero che Craxi sarebbe stato messo al corrente di queste trattative, che poi si sarebbero concluse nel modo che abbiamo indicato prima?

GIAMPAOLO PILLITTERI. A me sembra molto difficile.

PRESIDENTE. A quell'epoca Bettino Craxi, siamo nel 1984...

GIAMPAOLO PILLITTERI. Era Presidente del Consiglio. Tenderei ad escluderlo. Che il nostro Governo abbia dato vecchi carri armati lo si sapeva, ma che Craxi si sia occupato di questo lo escluderei.

PRESIDENTE. Va bene. Aidid aveva rapporti con il PSI, per quello che lei ha potuto sapere?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Probabilmente voleva averne. Forse li avrà presi, ma a me non è mai capitato di presentarlo. D'altra parte era un militare e non mi sembrava che ci tenesse molto.

PRESIDENTE. Di questi rapporti, anche di tipo patrimoniale, parla un certo Agostino Cristadoro. Lei lo conosce?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì. Faceva parte della camera di commercio.

PRESIDENTE. Chi era, come nasceva, da dove veniva?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Era un piccolo imprenditore, che conosceva bene il mondo somalo e anche dell'Africa e che si occupava di diverse attività.

PRESIDENTE. Prima abbiamo parlato delle dichiarazioni che ha fatto Camillo Chiappa. Chiappa lei lo ha conosciuto bene.

GIAMPAOLO PILLITTERI. No.

PRESIDENTE. Non lo ha conosciuto?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non me lo ricordo assolutamente.

PRESIDENTE. Anche lui, comunque, era un imprenditore, almeno per quelle che sono le nostre consapevolezze.
Vediamo le dichiarazioni di Cristadoro a proposito dei rapporti tra Aidid e il partito socialista italiano: «In relazione a Aidid ricordo in particolare un fatto che mi ha lasciato intendere come i rapporti patrimoniali tra lui e il partito socialista italiano fossero sistematici ed aperti. Eravamo alla fine degli anni settanta-inizio anni ottanta, quando si è presentato a me un ragazzino di dodici anni che mi ha detto di essere il figlio di Aidid: dopo essere stato da me mantenuto e rivestito per qualche giorno, l'ho spedito negli Stati Uniti, perché suo padre pretendeva che a nostre spese fosse pagato il viaggio per la California. In tale occasione, il figlio di Aidid mi ha detto, per incarico del padre, di segnare tutte le spese sul suo conto. La


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stessa vicenda si è ripetuta, poi, negli anni immediatamente seguenti per altri due figli del generale, che io ho provveduto a spesare nel loro viaggio di trasferimento negli Stati Uniti. Anche in queste due occasioni entrambi i figli mi hanno detto di segnare sul conto del padre».
Le risulta questa circostanza e, comunque, più in generale le risultano rapporti anche di tipo patrimoniale tra Aidid e il partito socialista italiano?

GIAMPAOLO PILLITTERI. A me sembra una cosa molto strana.

PRESIDENTE. È la dichiarazione di Cristadoro.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Se lo sa lui, forse era più informato di me e di tanti di loro. Lo apprendo adesso che ci fosse un rapporto tra Aidid e il partito socialista italiano. Diverso è il rapporto che c'era fra Craxi segretario del partito e Siad Barre: erano rapporti ufficiali e c'era un interesse del PSI a recuperare Siad Barre, che prima era comunista, all'Occidente, se così si può dire. Forse, occorrerebbe anche specificare che la scelta che fece Siad Barre fu una scelta che allora irritò moltissimo il mondo comunista, perché lasciò il campo sovietico e entrò in quello occidentale, donde la guerra che gli fecero in Ogaden gli etiopi, che erano invece rimasti alleati dell'Unione Sovietica. Quindi, c'era un interesse politico del nostro paese affinché scegliesse una collocazione diversa.

PRESIDENTE. Ma il rapporto tra partito socialista e Somalia, naturalmente come istituzioni politiche, fu un rapporto forte, anche per la ragione che sta indicando lei in questo momento, cioè per questo tipo di operazione di recupero a determinati settori della politica, che venne effettuato nei confronti di Siad Barre, proprio attraverso il partito socialista. Era un rapporto forte, qualificato...

GIAMPAOLO PILLITTERI. Politico.

PRESIDENTE. Un rapporto politico qualificato.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Addirittura, Siad Barre mi diceva «se potessi entrare nell'Internazionale socialista...», perché allora c'erano personaggi come Brandt, Pertini, eccetera.

PRESIDENTE. Prima di avere rapporti con i socialisti, con chi aveva rapporti la Somalia?

GIAMPAOLO PILLITTERI. La Somalia era tutta comunista.

PRESIDENTE. Parlo dei partiti italiani. Ad esempio, quelli con la democrazia cristiana che tipo di rapporti erano?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Questo non...

PRESIDENTE. Non le risulta.

GIAMPAOLO PILLITTERI. So che avevano rapporti anche con la DC e con il PCI. Forse anche con noi.

PRESIDENTE. Ad un certo punto, però, il rapporto diventa più forte, quasi esclusivo con il partito socialista. O no?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì. Era abbastanza esclusivo. Poi, i somali sono...

PRESIDENTE. Sì, questo lo sappiamo. Lei, nei rapporti tra Italia e Somalia, si è occupato in particolare di qualche programma, di qualche progetto di cooperazione? C'è stato qualche progetto specifico del quale si è personalmente interessato?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No. Io mi ero occupato essenzialmente di progetti, grosso modo, turistici. Io ero dell'opinione che la Somalia dovesse svilupparsi dal punto di vista turistico: intanto perché era l'unico paese che parlasse italiano nel Corno d'Africa; era un posto fantastico, pochissimo conosciuto, con isole che erano


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addirittura a poche decine di metri dalla costa, famose, ma che nessuno andava a vedere. Io mi ero occupato prevalentemente di questo, però devo dire che non ha avuto alcun successo.

PRESIDENTE. Se ne è interessato come cooperazione?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No, come camera di commercio.

PRESIDENTE. E avevate finanziamenti?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Quando cominciò a scattare la cooperazione, parlandone dicevo a Francesco Forte che dovevano puntare essenzialmente sul turismo, ma loro avevano scelto delle strade diverse, come la pesca.

PRESIDENTE. Che qualifica aveva Francesco Forte, allora?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Era sottosegretario di Stato alla cooperazione.

PRESIDENTE. Ma per queste attività di promozione del turismo, eccetera, la camera di commercio aveva dei finanziamenti pubblici da parte di qualcuno?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No, assolutamente.

PRESIDENTE. Da parte di nessuno.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Per queste cose si faceva una visita, loro venivano su, si faceva la «settimana somala», poi si ritornava con una troupe e nasceva tutta una serie di cose.

PRESIDENTE. Che rapporto aveva lei con Forte? Vi conoscevate da tempo?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, sì.

PRESIDENTE. Eravate dello stesso partito, c'era amicizia. E sul piano politico che tipo di attività avete svolto insieme, con particolare riferimento - un richiamo già lo ha fatto lei in precedenza - ai temi che ci occupano, della cooperazione in Somalia?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Forte è quello che diede un grande impulso alla cooperazione, riprendendo un po' quello che era il nostro disegno degli anni precedenti, cioè dare una mano alla Somalia in maniera organica, con interventi mirati, con tutta una serie di partecipazioni. Di fatto, è quello che ha fatto rinascere la Somalia, se pure per poco, perché poi è riprecipitata.

PRESIDENTE. In quali anni siamo?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Nel 1983-84. Gli anni del fulgore, tra l'altro.

PRESIDENTE. A che titolo lei era a parte di questo progetto di rilancio della Somalia da parte di Forte?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Intanto, io ero ormai un esperto, mi si chiedeva cosa si potesse o non si potesse fare. «Cosa ne dici di queste cose?»; «Secondo me, dovete puntare sul turismo», ma in termini colloquiali. Però ci si vedeva tutti i giorni, perché stesso partito, stesso giro, stesse amicizie, parlamentari tutti e due. «Poi, si può fare molto con la pesca»; «Ah, sì». Erano tutte indicazioni che si davano, senza la pretesa... Però la cooperazione italiana ha fatto delle cose bellissime e spero che alcune siano rimaste.

PRESIDENTE. Ha mai sentito nominare la SEC, Società esercizio cantieri, di Viareggio?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Doveva occuparsi di pesca, se ben ricordo. Sì, l'ho sentita nominare.

PRESIDENTE. Ha mai sentito nominare Renzo Pozzo?


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GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, l'ho sentito nominare. Doveva essere uno di quelli della SEC, immagino.

PRESIDENTE. Lo ha conosciuto?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No, non credo.

PRESIDENTE. Con quali personaggi della SEC ha trattato?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non li ho mai trattati. Quantomeno, non lo ricordo.

PRESIDENTE. Sa dei rapporti del senatore Pieraccini con la SEC o lo apprende ora per la prima volta?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No, non ricordo questa cosa. La sento adesso. Pieraccini di cosa si sarebbe occupato? Era senatore, ricordo.

PRESIDENTE. Esatto.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Può darsi che se ne sia occupato. Io lo conoscevo perché dirigeva il giornale in cui lavoravo, l'Avanti!, ma non so se se ne sia occupato.

PRESIDENTE. Le leggo ora una dichiarazione del 6 maggio 1994: «Avevo nel frattempo conosciuto Paolo Pillitteri»...

GIAMPAOLO PILLITTERI. Presidente, mi scusi, di chi sarebbe questa dichiarazione?

PRESIDENTE. Del signor Molinari: «Avevo nel frattempo conosciuto Paolo Pillitteri, che avevo anche ricevuto durante un viaggio della delegazione socialista all'inizio del 1980. Pillitteri mi aveva anche chiesto di scrivere un libro sulla Somalia, cosa che io ho fatto senza ricevere alcun pagamento».

GIAMPAOLO PILLITTERI. Veramente, non lo ha fatto! L'unico libro sulla Somalia l'ho scritto io. Ha dichiarato di aver scritto un libro sulla Somalia?

PRESIDENTE. Ha dichiarato: «Pillitteri mi aveva anche chiesto di scrivere un libro sulla Somalia, cosa che io ho fatto senza ricevere alcun pagamento».

GIAMPAOLO PILLITTERI. Purtroppo, non lo ha scritto lui. Sono stato io a scriverlo. Comunque, lo apprendo adesso.

PRESIDENTE. Va bene, chiarirete questa questione in altra sede.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non credo che fosse all'altezza di scrivere libri, dato che si occupava di cose più divertenti!

PRESIDENTE. «Mi si chiede per quale fine io mi prestassi a collaborare con gli affari di Pillitteri e Bearzi, senza trarre asseritamene alcun vantaggio economico. Effettivamente, avevo ricevuto la promessa che mi sarebbero stati riconosciuti dei compensi per la mia assistenza e la mia intermediazione tra gli imprenditori italiani e le autorità somale. Mi si chiede da chi abbia ricevuto tale offerta: da Bearzi ho ricevuto direttamente la proposta. Certo, Bearzi agiva quale segretario della camera di commercio italo-somala, pertanto la mia retribuzione avrebbe dovuto provenire da quella fonte e dunque anche dal suo presidente Pillitteri. Con quest'ultimo si è inoltre parlato della contribuzione che avrei dovuto ricevere per il mio libro».

GIAMPAOLO PILLITTERI. È strano che dica così, perché lo avrei fatto volentieri, dato che ero editore, ero presidente di una casa editrice. Lo avrei fatto più che volentieri. Purtroppo, lui non ha scritto nessun libro!

PRESIDENTE. «Debbo peraltro specificare che le cose sono notevolmente cambiate in Somalia dal 1983 in particolare, cioè dall'arrivo massiccio del Partito socialista. In particolare, mi riferisco allo sbarco a Mogadiscio di Bettino Craxi, nel 1983. Da questo momento in poi sono iniziati i cosiddetti aiuti all'economia somala e i finanziamenti da parte del Ministero


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degli esteri alle imprese italiane. Basta riferirsi» - ecco il punto - «alle vicende collegate ai pescherecci della SEC e alle varie operazioni effettuate dalla Giza per comprendere come erano tutti aiuti che non servivano a niente. Penso in particolare alla costruzione del macello, al centro agro-zootecnico di Afgoi, alla costruzione della strada Garoe-Bosaso ed a quella dei silos: sono operazioni che non stanno né in cielo né in terra e sono state la distruzione del paese.
«Per quanto ne ho capito, Pillitteri ha reso edotto Craxi degli affari che si potevano là operare ed è così iniziato in modo manifesto quello che tutti i giornali hanno riportato. In particolare, il meccanismo si basava nell'invogliare gli imprenditori italiani a fornire delle opere e dei servizi in quel paese, opere e servizi che potevano anche non servire assolutamente a nulla, ma che comunque venivano finanziati dal Ministero degli esteri. L'impresa italiana veniva sollecitata dunque a partecipare alle gare d'appalto presso il FAI e la cooperazione, gare manovrate tramite Bearzi anche da personaggi diplomatici del dicastero, pagando in contraccambio una semplice tangente. Ricordo che Pillitteri e Bearzi agivano l'uno per l'altro, nel senso che Bearzi rappresentava il primo nelle trattative, nella gestione degli affari, nei rapporti con le autorità somale, nella raccolta delle tangenti, nella distribuzione di queste a chi gli stava alle spalle. Bearzi ha dunque svolto il ruolo di vero e proprio collettore delle tangenti versate dagli imprenditori italiani e destinate a Paolo Pillitteri. È stato proprio Bearzi, del resto, a dirmi di essersi comprato una villa a Castel San Giovanni, che aveva pagato qualche miliardo, e ad acquistare le quote della Playwords, agenzia di viaggi con sede in Milano».
Ed ancora: «Non so indicare quale fosse la somma percentuale richiesta abitualmente a titolo di tangente. So dire che talora, parlando con i somali, costoro mi avevano fatto cenno al fatto che gli italiani si mangiavano un 30-40 per cento rispetto al valore complessivo dell'affare. A proposito, so che Mugne, oltre a riferire dei suoi stretti rapporti con Pillitteri, era diventato molto ricco. So anche peraltro che i somali hanno intentato un procedimento civile a Milano, proprio per vedersi restituito da Craxi e Pillitteri quanto era stato con questi pattuito».
Lei ha conosciuto Mugne?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, l'ho conosciuto tanto tempo fa.

PRESIDENTE. Quando e come?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Mugne era un somalo...

PRESIDENTE. Viveva in Italia, però.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Allora viveva in Italia. Non so adesso. Lavorava in una società delle cooperative - l'Edilter - molto importante. Credo che abbiano lavorato molto in Somalia. Mi dicevano che costui fosse molto vicino al Partito comunista: può darsi di sì come può darsi di no, perché quando si ha a che fare con personaggi somali...

PRESIDENTE. ... è possibile tutto e il contrario di tutto.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Esatto. Non so nemmeno che fine abbia fatto, dato che parliamo di fatti di vent'anni fa.

PRESIDENTE. Che cos'era la Edilter?

GIAMPAOLO PILLITTERI. L'Edilter è una società di costruzioni, delle cooperative. Non so se sia della zona di Ravenna o comunque dell'Emilia.

PRESIDENTE. E Mugne che cosa c'entrava con la Edilter?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Era il factotum; era uno molto abile.

PRESIDENTE. Quando nasce il suo rapporto con Mugne?


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GIAMPAOLO PILLITTERI. No, di miei rapporti con Mugne non ce ne sono stati, se non il fatto che me lo hanno presentato, credo in Somalia, e poi qui.
Guardi, non è vero quel che si diceva di Craxi e del Partito socialista. Deve sapere che nel 1983-84, il Governo - anzi il Parlamento italiano - fa nascere il Ministero per la cooperazione, che gestisce una serie di opere pubbliche, non solo per la Somalia ma per tutti i paesi, in modo autonomo. Quindi non c'entrano niente i socialisti. Era un Ministero a sé stante, con strutture a sé stanti, che hanno fatto delle cose. Ci sono libri che parlano di queste cose, libri di ambasciatori, di gente che le ha viste.

PRESIDENTE. Come sa, nei libri ci si scrive quel che si vuole. Poi, le cose che sono state scritte in quattro o cinque libri diventano realtà.

GIAMPAOLO PILLITTERI. D'accordo, ma l'ambasciatore ha visto queste cose e ne ha parlato. Lo dico perché mi ha molto colpito il fatto che si parlava sempre male di queste cose, negli anni novanta. Invece, quando uscivano in maniera più serena i resoconti delle cose fatte, si vedeva che erano cose molto importanti. Sentivo dire che la tale opera era inutile, poi però...

PRESIDENTE. Ecco, voglio farle una domanda complessiva. Come vede, senza volerci mettere niente del nostro, le abbiamo citato dei passaggi giudiziari dai quali risultano dichiarazioni rilasciate da alcune persone. Diamo atto, altresì, che tutto questo si è concluso con una archiviazione, per cui è doveroso che ciò sia tenuto in considerazione.
Tuttavia, le voglio fare una domanda: come spiega tutti questi attacchi, in particolare nei suoi confronti, anche se hanno come terminale, ovviamente, Bettino Craxi? Come spiega questi attacchi? È in grado di fornire alla Commissione una spiegazione non dico alternativa ma che consenta di avere una consapevolezza diversa e - se gli atti giudiziari parlano per quello che dicono - conforme alle ragioni per le quali, alla fine, tutti questi processi sono stati archiviati? Non so se la domanda le sia chiara.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, presidente.

PRESIDENTE. Come vede, le indicazioni sono molte: si parla di armi, di cooperazione, di camera di commercio italo-somala, di intermediazioni. Insomma, c'è un florilegio di situazioni che meritano qualche attenzione. Cosa ci può dire, al riguardo?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Presidente, la ringrazio perché la sua domanda mi consente di inquadrare queste vicende che, se ci si fa caso, nascono tutte, per quanto riguarda l'attività giudiziaria, negli anni novanta. Queste dichiarazioni avvengono al culmine della grande offensiva non solo contro di noi, ma essenzialmente contro i socialisti; un'offensiva che noi sottovalutammo ma di cui cominciai a rendermi conto quando vedevo che queste cose erano assolutamente inesistenti: divenivano vere perché venivano più volte ripetute dai giornali in un clima assolutamente impossibile da controbattere.
Allora i socialisti, i socialisti di Craxi, Craxi in persona, io ed altri fummo definiti come i rappresentanti di tutta una serie di attività e di imprese mostruosamente - ripeto, mostruosamente - criminali, delle quali questi aspetti riguardanti la Somalia, i lavori all'estero e la cooperazione venivano portati ad emblema. Ma erano essenzialmente il frutto di quel momento; un momento nel quale non potevamo assolutamente dire nulla, signor presidente. Io ho tentato, ma naturalmente mi hanno sempre zittito; allora, ho seguito l'unica strada, quella delle cause. E successivamente i fatti mi hanno dato ragione, perché erano tutte menzogne; una menzogna ripetuta molte volte.

PRESIDENTE. Scusi la domanda forse un po' brutale, ma rispetto a queste dichiarazioni - che sono obiettivamente accuse specifiche di consumazione di una


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serie interminabile di reati - avete fatto una denunzia per calunnia nei confronti di questa gente? Queste persone - il Chiappa, il Cristadoro - fanno delle calunnie vere e proprie!

GIAMPAOLO PILLITTERI. Guardi che molte di queste cose le so adesso, non è che le sapessi prima.

PRESIDENTE. Ebbene, le sa adesso. Gliene ho dato lettura, poi lei riceverà il resoconto stenografico, che dovrà riconsegnare alla Commissione con le eventuali correzioni. Mi pare molto importante che si facciano delle azioni, se c'è motivo.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Si capisce. Una persona può compiere degli errori - e certamente ne abbiamo fatti - ma quando sento raccontare certe cose, mi accorgo che sono tutte corrispondenti ad una forma di aggressione per sentito dire, mettendo insieme pezzo dopo pezzo. Come avremmo potuto difenderci? Eravamo nelle mani del giudice, che ascoltava queste persone; potevamo soltanto dire a noi stessi: «Speriamo che Dio ce la mandi buona!».

PRESIDENTE. Allora, prendiamo atto che le dichiarazioni che le abbiamo letto non erano a sua conoscenza.

GIAMPAOLO PILLITTERI. No, assolutamente.

PRESIDENTE. Innanzitutto, c'è una negativa di fondo a tutto questo, che ha un suo riscontro nelle archiviazioni che sono state pronunciate. Ma siccome queste dichiarazioni sono calunniose, mi auguro che lei sappia agire nelle sedi competenti contro queste persone.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, certamente.

PRESIDENTE. Le leggo un altro passaggio. Si tratta di una dichiarazione dell'ambasciatore Mario Manca del 10 maggio 1994, sempre alla procura di Milano: «Mi si chiede se abbia per caso conosciuto anche tal Zaramella. Rispondo di sì; anch'egli, in relazione alla precedente associazione. Non ho elementi precisi per provarlo, ma è di logica deduzione che costoro spingessero per la realizzazione dei progetti che le imprese italiane volevano effettuare in Somalia, in particolare spingendo le autorità somale a richiedere la realizzazione di quel progetto che già in sede romana aveva avuto l'approvazione ufficiale. A proposito, una delle frustrazioni del mio ruolo in Somalia» - parla l'ambasciatore Manca - «era proprio quella che i collegamenti fra i somali e gli ambienti italiani non passavano, come doveva verificarsi, esclusivamente attraverso di me, che rappresentavo a pieno titolo l'Italia in quel paese, ma tutto avveniva attraverso canali non ufficiali; e fungevano da portavoce a queste richieste i personaggi che ho summenzionato, almeno credo, che sarebbero Bearzi e tal Sala»...

GIAMPAOLO PILLITTERI. Chi? Può ripetere?

PRESIDENTE. Sala. Lo conosce?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No.

PRESIDENTE. «Frequentemente venivano in Somalia l'onorevole Francesco Forte e l'allora sottosegretario agli esteri Mario Raffaelli. Ricordo in particolare che costoro non accettavano l'ospitalità presso l'ambasciata, ma preferivano alloggiare presso personaggi somali. Non ho mai personalmente assistito ad un viaggio di Paolo Pillitteri, perché tutti verificatisi prima della mia permanenza in Somalia. Una volta, invece, è arrivato Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio. Si trattava del secondo viaggio di Craxi, che in questa occasione effettuava una visita ufficiale, la prima di un Capo del Governo italiano in Somalia. Craxi è giunto a bordo dell'aereo della Presidenza del Consiglio con una dozzina di altre persone», eccetera.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non ho conosciuto la persona che lei ha nominato.


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PRESIDENTE. In queste dichiarazioni si parla anche di un percorso occulto, che sarebbe stato funzionale allo svolgimento di attività illecite nei vari campi che abbiamo fino a questo momento ricordato. Comunque, prendiamo atto delle sue dichiarazioni.
Torniamo a Mugne, alla Edilter e alla Shifco. Mi dica bene che cos'era la Edilter, naturalmente per quel che ne sa. Lei ha detto che si trattava di una cooperativa che aveva sede in Emilia-Romagna.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Esatto, in Emilia-Romagna; lui era il factotum.

PRESIDENTE. Sa se Mugne avesse un ruolo ufficiale nella Edilter? Un ruolo di amministratore, di socio?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non lo so.

PRESIDENTE. La Edilter era una capogruppo?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, una cosa seria.

PRESIDENTE. Una cosa seria?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, una cosa importante. Lo diceva lui. Poi, se effettivamente lo era...

PRESIDENTE. Di che cosa si interessava la Edilter?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Era un'impresa di costruzioni.

PRESIDENTE. Faceva anche operazioni all'estero?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, all'estero e in Italia.

PRESIDENTE. Anche in Somalia, che le risulti?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Penso di sì. Lo conobbi perché me lo presentarono all'epoca in cui già era operante il Ministero dell'onorevole Forte. Era un personaggio che lo frequentava perché, appunto, dovevano lavorare, dovevano fare iniziative e progetti.

PRESIDENTE. Lei ha incontrato più volte il Mugne o lo ha visto una volta sola?

GIAMPAOLO PILLITTERI. L'ho visto tre o quattro volte, sia in Italia...

PRESIDENTE. ... che all'estero.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Forse anche in Somalia, può darsi.

PRESIDENTE. Per parlare di che cosa?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non è che parlassimo di cose specifiche. Si parlava, appunto, dell'impulso che era stato dato finalmente dal Governo italiano. Si diceva: «Basta con le cose non coordinate», eccetera.

PRESIDENTE. E lui che cosa c'entrava con questo programma?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Era molto interessato, come tutti quelli che volevano lavorare e andavano al Ministero per dire: «Voglio fare, datemi una mano per fare».

PRESIDENTE. Come Edilter, quindi.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, come Edilter.

PRESIDENTE. Le risulta di particolari attività di tipo commerciale, imprenditoriale o altro che in quel periodo furono appannaggio di Mugne o, tramite lui, della Edilter?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Qualche cosa certamente avranno fatto.

PRESIDENTE. Però, non le risulta niente di specifico.


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GIAMPAOLO PILLITTERI. Credo che avessero ottenuto dei lavori in Somalia, ma anche in giro per l'Italia; infatti, in quel momento venivano rilanciati i lavori pubblici e venivano realizzate grandi opere in Italia, in Somalia e altrove; e l'Edilter riusciva a piazzarsi bene, perché erano efficienti.

PRESIDENTE. Con riguardo alla Somalia - le faccio una suggestione, per vedere se può confermarla -, si occuparono della costruzione delle fognature di Mogadiscio?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, si erano occupati di cose del genere. Sono cose che fanno anche in Italia, peraltro.

PRESIDENTE. Certo, mica è un delitto, per carità. L'importante è che le cose siano fatte bene e onestamente.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Facevano anche dei parcheggi. Insomma, delle cose grosse.

PRESIDENTE. Ad un certo punto, dobbiamo avvicinare il nome di Mugne alla Shifco. Quando le dico «Shifco», lei capisce bene di che cosa sto parlando?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No.

PRESIDENTE. Allora, se non capisce bene, glielo rammento io: parlo dei pescherecci che l'Italia, nell'ambito delle iniziative di cooperazione, donò alla Somalia di Siad Barre e che, dopo la caduta di quest'ultimo, pervennero nella gestione di fatto - dobbiamo parlare in modo atecnico, dato che non sappiamo qualificare giuridicamente come stessero le cose - di Omar Mugne.
Sa nulla di questa vicenda?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No. So che c'era di mezzo questa vicenda dei pescherecci e che il settore della pesca fu privilegiato rispetto al settore che avevo indicato a Forte. Gli avevo detto, infatti, di puntare sul turismo, di fare gli aeroporti, e così via, ma si scelse il settore della pesca, dato che effettivamente è una grossa realtà di quel paese. E sentii parlare di questa vicenda dei pescherecci che erano stati regalati.

PRESIDENTE. Da chi la sentì dire?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non ricordo. Forse da Francesco Forte o da Raffaelli - uno dei due, insomma - che era sottosegretario agli esteri.

PRESIDENTE. Ha conosciuto Nazzareno Fanesi?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Nazzareno...?

PRESIDENTE. Fanesi.

GIAMPAOLO PILLITTERI. È un nome che non mi dice nulla. In questo momento non mi dice niente.

PRESIDENTE. Era uno dei comandanti della Shifco.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Può darsi. Magari ha conosciuto me o...

PRESIDENTE. Ha conosciuto Giancarlo Mancinelli?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì.

PRESIDENTE. Chi era?

GIAMPAOLO PILLITTERI. L'ho conosciuto a Mogadiscio. Mancinelli aveva un'impresa di pesca, credo nelle Marche. L'ho visto a Mogadiscio, credo addirittura a bordo di uno di questi pescherecci, dove abbiamo festeggiato. Poi, ha avuto dei guai di salute, ma non so bene cosa gli sia successo.
Ricordo che dopo molti anni - allora ero parlamentare - venne a trovarmi suo fratello e mi disse: «Ho dei guai, dei problemi». Gli chiesi che cosa era successo e lui mi rispose: «Mio fratello sta morendo, bisogna aiutarlo». Gli diedi una


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mano, gli diedi quel poco che avevo, insomma un contributo. Lo ricordo bene perché mi aveva dipinto una situazione che si era deteriorata, però francamente non avevo elementi per valutare perché si fosse così deteriorata. Mi dispiaceva molto, perché avevo avuto una bellissima giornata con lui - forse c'era anche Craxi, quella volta - sul suo peschereccio. Il peschereccio era in porto, naturalmente, e ci fu una festa.

PRESIDENTE. Ha ricordo di un accordo che fu stipulato con Mancinelli a Linate, nel settembre 1982?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Un accordo?

PRESIDENTE. La ratifica di un accordo di tipo commerciale. Ne ha ricordo?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No. Con me, no. Il fratello mi parlava di cose del genere ma io non mi ricordo assolutamente di aver fatto accordi, assolutamente, di nessun tipo.

PRESIDENTE. Ha mai avuto richieste di danaro da Giancarlo Mancinelli?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No, solo dal fratello. Quando mi disse che l'altro stava male.

PRESIDENTE. Con riferimento ad affari con la Somalia, c'è mai stato nulla?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No.

PRESIDENTE. Le ricorda qualcosa l'impresa Giza?

GIAMPAOLO PILLITTERI. È quella legata alla pesca, probabilmente.

PRESIDENTE. Esatto. Le ricorda qualcosa?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No.

PRESIDENTE. Ricorda se vi furono dei progetti commerciali, nell'ambito della cooperazione, a favore della Giza o di altre società, come ad esempio la Gisoma?

GIAMPAOLO PILLITTERI. L'ho sentita nominare, ma non ricordo.

PRESIDENTE. Ha conosciuto Francesco Corneli?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Prego?

PRESIDENTE. Francesco Corneli: lo ha mai sentito nominare?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No.

PRESIDENTE. Mai sentito nominare?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non credo proprio.

PRESIDENTE. Ha mai legato il nome di Omar Mugne alle società che le ho ricordato, la Giza e la Gisoma?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Può darsi. Lui era un uomo, come si dice, ben introdotto: conosceva tutto, si muoveva bene, era un esperto, un tecnico. Credo che fosse addirittura un ingegnere, se ben ricordo. Era introdotto qui e, soprattutto, era introdotto là. Non escludo che si sia occupato...

PRESIDENTE. Ha conosciuto Giorgio Giovannini?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No, non me lo ricordo. non saprei.

PRESIDENTE. Giorgio Comerio?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No.

PRESIDENTE. Ha conosciuto Aldo Anghessa?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No, però l'ho sentito nominare. È un nome noto.


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PRESIDENTE. Ha conosciuto quel Molinari di cui abbiamo parlato prima?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Molinari? Mi ha colpito molto questa vicenda del libro.

PRESIDENTE. È uno dei papabili alla denuncia per calunnia.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non posso immaginare Molinari scrivere un libro, ecco. È una cosa che mi stupisce.

PRESIDENTE. A parte questo episodio del libro, dice anche altre cose.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Ma Molinari era uno che faceva la bella vita, si divertiva, aveva tutta una serie di cose...

PRESIDENTE. Ha conosciuto Gilberto Ghinassi?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Prego?

PRESIDENTE. Gilberto Ghinassi: lo ha mai sentito nominare?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non credo proprio.

PRESIDENTE. Ha mai sentito nominare l'industriale Malavasi?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Forse. È un nome noto.

PRESIDENTE. Francesco Corneli in data 29 luglio 1993 parla di «una tangente di 4 miliardi circa, pagata dal gruppo Ferruzzi attraverso Ghinassi Gilberto, che curava per quel gruppo questo tipo di affari. Bisogna premettere che Giancarlo Mancinelli, imprenditore del settore peschiero con attività anche all'estero, per motivi di lavoro doveva ricevere da Bearzi Pietro 5 miliardi, che erano il pagamento di mediazioni e tangenti di cui dirò, eccetera, Gisoma. La seconda per Somalfish. Bearzi, lo voglio ancora ricordare, era formalmente un agente turistico ma lavorava per conto di Pillitteri, rappresentandolo per la raccolta di tangenti per lavori in Somalia e per il FAI. Per questo motivo - immagino anche attraverso degli accordi interni di partito - Bearzi lavorava nello studio del sottosegretario Forte alla Farnesina. Bearzi diede quindi la possibilità a Mancinelli di lavorare su alcune questioni, in attesa di poter liquidare quanto dovuto».
Anche su questi fatti non ci sa dire niente?

GIAMPAOLO PILLITTERI. È una cosa che mi giunge nuova. Non ho mai sentito parlare di queste cose.

PRESIDENTE. Prenda atto dell'accusa che le viene fatta di essere un collettore di tangenti, poi saprà lei come regolarsi.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Certo.

PRESIDENTE. Ha mai sentito nominare Mirco Martini?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Chi?

PRESIDENTE. Mirco Martini. Mai sentito nominare?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No.

PRESIDENTE. E Giancarlo Marocchino?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No, l'ho letto sui giornali.

PRESIDENTE. Ha mai sentito nominare un somalo, Yusuf Mohamed Ismail, detto Beri Beri?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No.

PRESIDENTE. Ha mai sentito nominare Pola Carlo Andrea?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No.


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PRESIDENTE. Ha mai conosciuto Franco Oliva, del quale abbiamo parlato in precedenza?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No.

PRESIDENTE. La parola all'onorevole Motta.

CARMEN MOTTA. Grazie, presidente.
Dottor Pillitteri, vorrei chiederle una precisazione. Lei ha detto che il dottor Bearzi era il segretario della camera di commercio italo-somala e quindi, diciamo, il suo braccio operativo. Lei aveva una funzione di presidente, quindi si occupava sicuramente dei rapporti e delle relazioni di rappresentanza; il dottor Bearzi sarà stato - immagino - il braccio operativo, ovvero colui che si occupava delle questioni in maniera più pregnante.
Lei ha detto: «Non escludo che il signor Bearzi si sia occupato di armi». Le chiedo di essere un po' più preciso rispetto a tale dichiarazione. Se - come senz'altro sarà stato - la camera di commercio di cui lei era presidente non si è mai occupata di questioni relative a transazioni vere e proprie ma sostanzialmente al rafforzamento delle relazioni con la Somalia, gli scambi culturali, insomma ad un piano di sviluppo dell'amicizia e della cooperazione con quel paese, vorrei che lei mi spiegasse come mai il suo più vicino collaboratore si possa essere occupato di tale questione. Inoltre, se le è possibile, vorrei che chiarisse come mai, mentre fa una tale affermazione, nello stesso tempo dice che a lei non è mai risultato nulla. Mi chiedo, dunque, se il dottor Bearzi - anche casualmente, in una chiacchierata, in uno scambio di opinioni - non le abbia mai riferito nulla di più puntuale.
Dottor Pillitteri, che ci sia stata vendita di armi alla Somalia è fuori discussione, il che non vuol dire che ciò sia avvenuto in termini o in forme illegali. Senz'altro, c'è stata anche in forme legali. A noi interessa capire se tale transito di armi sia sempre avvenuto in questo modo o se invece sia avvenuto sotto mascherate forme perché in tal caso, lei se ne renderà conto, lo scenario cambierebbe completamente, tenendo conto anche di un fatto (Commenti del presidente). Dica, presidente.

PRESIDENTE. No, nulla.

CARMEN MOTTA. Pensavo volesse interloquire.

PRESIDENTE. No. Prego.

CARMEN MOTTA. Dottor Pillitteri, forse il presidente le ha precisato la mia appartenenza politica.

PRESIDENTE. No, assolutamente. Ho proprio prescisso da tutte le appartenenze politiche.

CARMEN MOTTA. D'accordo.

PRESIDENTE. Se lo avessi voluto fare, lo avrei fatto pubblicamente.

CARMEN MOTTA. Bene, presidente.
Si tenga conto anche del fatto che col nostro lavoro abbiamo cercato anche di ricostruire - il presidente lo sa bene - proprio il contesto della questione somala, cioè come mai questa nazione, che con noi ha avuto importanti relazioni, nel tempo si sia andata perdendo. Anche adesso, purtroppo, la situazione di quel paese è molto compromessa, drammatica. Quindi, per noi sarebbe molto importante acquisire da lei dei riferimenti di contesto, in quanto ci aiuterebbero a capire meglio in che condizioni, anche in quegli anni, si svolsero i rapporti tra noi e quel paese; tutto ciò non per fare processi con la testa girata all'indietro, ma perché, per l'oggetto di cui ci stiamo occupando è molto importante capire i rapporti istituzionali - che sono stati formali e sicuramente corretti - e tutto quel che può essere avvenuto e può avere compromesso la realtà somala. Come si sa, in paesi come la Somalia, vi sono anche interessi non confessati, che economicamente possono essere legittimi; ma spesso e volentieri l'occidente, nei


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confronti di questi paesi ha avuto uno spirito predatorio; e noi non siamo stati esenti.
Questa, dunque, è la mia prima domanda; è un po' lunga, ma la premessa mi è servita per farle capire lo spirito con il quale l'ho formulata. Le chiedo, quindi, di essere un po' più preciso rispetto a quanto ha dichiarato in precedenza.

PRESIDENTE. Non senza aver preliminarmente precisato alla Commissione se io abbia svelato l'appartenenza politica dell'onorevole Motta.

CARMEN MOTTA. Presidente, lei non è più spiritoso!

PRESIDENTE. Non voglio essere spiritoso. Siamo in audizione pubblica e siccome ho ispirato il mio lavoro al superamento di qualsiasi diversità - qualora ci fosse - rispetto alle appartenenze politiche, non mi sarei mai permesso, se non pubblicamente, di fare quello che lei, onorevole Motta, ha insinuato che io abbia potuto fare. Non l'ho fatto e vorrei che il dottor Pillitteri lo precisasse.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Lo confermo.

CARMEN MOTTA. Va benissimo, presidente.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Onorevole, quando vidi per la prima volta Siad Barre, questi mi disse: «Io lascio lo schieramento sovietico. Hanno già cominciato a spararci». Gli chiesi dove e lui mi rispose: «Nell'Ogaden». Sparavano missili! Ed erano missili sovietici. Andai in quei luoghi - l'ho già detto - e con me c'era una delegazione; fu filmato uno di quei missili, ancora fumante.
Insomma, per Siad Barre il problema delle armi era fondamentale, ma io ho avuto la fortuna di dirgli subito, immediatamente che noi avevamo in mente altro per la Somalia.
Quanto al fatto, poi, se la Somalia sia stata aiutata dai nostri ministeri della difesa per aver ricevuto dei vecchi carri armati o delle vecchie jeep, penso che lo abbiano fatto. Non gliel'ho detto io di farlo ma - se lo hanno fatto - han fatto benissimo, perché credo che quei mezzi non servissero a noi, ma neanche a loro. Più che altro, era per farli vedere, per spaventare. Le armi vecchie, in genere, non servono a niente, così si dice.
Per quanto riguarda Bearzi, il fatto è che il rappresentante di Siad Barre, ovvero Aidid, quando si muoveva, quando per esempio veniva a Milano, o vedeva me (ma io ero preso, avevo altre cose per la testa), o vedeva Bearzi; ed ero certissimo che gli parlasse di armi. Ne ero sicurissimo, perché lui parlava solo di quello, voleva solo armi, armi, armi. Io dissi a Bearzi: «Non voglio sentir parlare di queste cose!». Lo dissi a lui e lo dissi ad Aidid («Con me non voglio sentirne parlare»). E questa è stata la mia impostazione.
Posso dire qualcosa di più? Non saprei che cosa dire. Però, è praticamente inevitabile che uno dei generali più fidati di Siad Barre avesse tutto l'interesse a che il suo esercito si difendesse al meglio. Io, però, fui molto esplicito, molto chiaro, dicendogli: «Non voglio che si parli di queste cose, la camera di commercio non può assolutamente occuparsene, perché noi siamo nati per altro». Questa cosa la ripetei a Siad Barre, che venne in Italia in visita. Quando lui veniva in Italia, aveva le sue visite ufficiali, vedeva i suoi ministri, i presidenti, eccetera.

CARMEN MOTTA. In che senso, quindi, Bearzi può essersi occupato di armi? Nel senso che ascoltava Aidid? Oppure, lei ha avuto qualche segnale, per aver Bearzi segnalato qualcosa a qualche ministero, a qualche funzionario?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Io avevo perfettamente conoscenza di questo, così come sapevo perfettamente, per esempio, per quale motivo Mugne andava tutte le settimane al Ministero della cooperazione: aveva da fare, voleva sapere. Chiedeva: «Che gara c'è? come facciamo? Aiutatemi». Lo chiedeva ai funzionari, perché questo è quel che fanno.


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Che Bearzi si sia occupato personalmente di armi, anche questo non lo posso escludere. Certamente lo ha fatto a suo rischio, perché io non ho mai voluto sentirne parlare. Aidid veniva in divisa, questo è il fatto, in divisa da generale. E cosa vuole che venga a fare un generale, a Milano o a Roma? Viene a parlare coi generali! Che poi lo accompagnasse Bearzi non v'è dubbio. Io non l'ho mai accompagnato, mai. Che poi siano andati a parlare con tizio, con caio o col capo di stato maggiore può anche essere. Certamente, senza di me, perché io avevo un'altra visione di queste cose, non mi interessavano.

CARMEN MOTTA. Quindi, a lei non risulta niente di specifico. Non lo può escludere, ma non le risulta niente di specifico.
Altra domanda. Lei prima ha detto che nel 1983-84 il Governo decise di far nascere il ministero della cooperazione. Io sono tra coloro che sono convinti che questo ministero, in mezzo a molti errori, abbia fatto anche cose egregie; però è fuor di dubbio che molti interventi furono chiacchierati. Da uomo che ha avuto lunga militanza e attenzione politica, lei avrà sicuramente avuto notizia - che non è di oggi, ma data da tanto - di quanto sia dibattuta la questione degli interventi da parte della nostra cooperazione. Io le chiedo se possa precisarci meglio quello che sa, sulla base della sua esperienza e della sua conoscenza, perché che le cose non andassero bene e che ci fossero interventi che camuffavano, probabilmente, altre volontà - diciamo così, per non incolpare niente e nessuno - ce lo hanno detto gli stessi cooperatori, che sono venuti qui in Commissione e che hanno lavorato, oltre che in quelli successivi, anche negli anni di cui ci stiamo occupando. Si tratta di un tema che anche a noi interessa molto, perché nel corso del nostro lavoro ci siamo imbattuti in più di una occasione in dichiarazioni secondo le quali chi si interessava di questi argomenti, nei paesi oggetto degli interventi, era un po' a rischio, perché dietro potevano esserci interessi molto forti e tali interventi potevano anche, in realtà, mascherare altri scambi, altre opzioni praticate. Dunque, alla luce della sua esperienza diretta riguardo alla Somalia, le chiedo se possa aiutarci ad avere qualche nota un po' più di dettaglio.

GIAMPAOLO PILLITTERI. La domanda, se ho ben capito, è questa: le risulta che siano state date tangenti?

CARMEN MOTTA. No, non si tratta solo di tangenti. Come sono stati da lei valutati gli interventi che sono stati fatti da parte del nostro ministero, spesso criticati, oggetto addirittura di interpellanze parlamentari?

GIAMPAOLO PILLITTERI. La grande battaglia radicale, anche.

CARMEN MOTTA. Io non qualifico... Noi siamo qui alla ricerca di una verità che è molto complicata ed articolata. Se riusciamo ad avere cognizione di valutazioni anche da parte di persone che hanno avuto una grossa esperienza, come lei, è chiaro che questo ci aiuta; il che non vuol dire che si debbano necessariamente sapere i particolari. Lei ci può aiutare anche nel definire una situazione di contesto. Se invece conosce qualche fatto specifico, meglio ancora, perché questo per noi è preziosissimo.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Che siano state fatte delle cose sbagliate, non c'è dubbio, ma non solo lì. Che siano state fatte delle scelte su settori che avrebbero anche potuto essere lasciati da parte, è vero, ma questo accade sempre. Però, onorevole, per quel poco che mi risulta e per le cose che ho letto ed ho visto, quelle che ha fatto l'Italia in Somalia, come cooperazione, sono cose molto importanti. Ad esempio, le strade - se uno non le vede, non si rende conto di cosa siano -: la strada di Bosaso è fondamentale, univa il nord e il sud e, infatti, appena è avvenuto il tracollo, hanno rotto la strada e il nord si è staccato, non fa più parte


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della Somalia. Perché si era fatta quella scelta? Erano scelte ponderate, non nascevano solo perché c'era un Forte che faceva queste cose; c'era partecipazione. Poi, sa, si criticava questo piuttosto che l'altro. Ma, nella maggior parte dei casi, queste grandi opere sono state fondamentali, importantissime. Pensi, tra l'altro, a tutto l'impegno che abbiamo avuto nel settore universitario, dell'assistenza all'università, tutta italiana.
Cito, ancora, l'esempio della fognatura, che è stata fatta in una città che non ne aveva - ho visto che si parlava di fognatura -; certo, qualcuno può dire che sarebbe stato meglio fare dei ponti, ma qualcosa è stato fatto. Certi interventi nel campo ospedaliero sono stati massicci: qualcuno potrebbe dire che avrebbero potuto costare di meno; è vero, ci sono state delle opere che, probabilmente, sono lievitate, però - mi creda - ci sono anche molte leggende metropolitane. Le cito il caso della mia città; allora, negli anni novanta, si diceva che tutte le opere fatte dalle giunte - che, poi, erano tutte di sinistra - erano tutte raddoppiate: non è vero assolutamente. Adesso che finalmente si possono vedere i bilanci, risulta che quelle opere sono costate esattamente quanto era stato preventivato. Il punto è che là non c'erano i controlli che ci sono da noi, non c'erano revisioni in corso d'opera; lì si facevano dei forfait, quindi certamente ci saranno state delle divergenze, delle lievitazioni di prezzo. Tenderei, però, ad escludere questa visione deformata, perché si deve anche rendere giustizia a quanto è stato fatto. Grandi imprese hanno lavorato e hanno fatto bene in Somalia, credetemi. Ci sono atti in proposito. Tanto è vero che appena abbiamo smesso, la Somalia è precipitata nel caos. Questo è il punto.

CARMEN MOTTA. Lei, dottor Pillitteri, non ha mai sentito parlare di traffico di rifiuti illeciti?

GIAMPAOLO PILLITTERI. No.

CARMEN MOTTA. Poco fa il presidente le ha chiesto della Shifco: davvero lei non ha alcun ricordo in proposito? Lo chiedo perché è stato un caso clamoroso, quando è scoppiato allora e poi nel tempo...

GIAMPAOLO PILLITTERI. Quando è scoppiato?

CARMEN MOTTA. Quando le navi vennero sequestrate.

GIAMPAOLO PILLITTERI. L'ho letto sui giornali. Io non ne sapevo nulla.

CARMEN MOTTA. Quindi lei non ha avuto nessuno tra i suoi conoscenti della Somalia che le potesse riferire specificatamente su questo fatto?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Le posso garantire che ne ho soltanto letto sui giornali.

CARMEN MOTTA. Lei non deve garantire niente, perché io le credo, soprattutto se lo afferma in questa sede.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Quello che ricordo io lo dico, perché penso che sia utile. Anzi, dovremmo tutti ricostruire le cose, senza lasciare che la barbarie lì vada avanti, però sarà difficile.

CARMEN MOTTA. Non ho altre domande, presidente.

ROBERTA PINOTTI. Vorrei manifestarle una curiosità, più che altro per capire come funzionassero i meccanismi allora. Lei ci ha raccontato che la camera di commercio italo-somala di fatto chiude i suoi lavori nel 1986, quando lei comincia a svolgere un'attività molto impegnativa, qual è quella di sindaco. Io vorrei capire come un progetto di collaborazione, che avrebbe potuto essere importante, anche per tutta la situazione che lei ha rappresentato, si concluda perché una persona viene impegnata in altra attività. Non esisteva una modalità per la quale un progetto di questo tipo potesse proseguire, a prescindere dal fatto che lei fosse stato eletto sindaco? Lo chiedo perché mi


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sfugge come potessero nascere e chiudersi progetti solo sulla base della disponibilità di una persona, piuttosto che di una organizzazione che avrebbe potuto sostenerli.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Mi scusi, onorevole, ma ho detto una cosa un po' diversa. Io decisi di sciogliere la camera di commercio intanto perché non avevo più tempo, ma poi perché fui raggiunto a Milano da quel personaggio che era Aidid, il quale mi disse che era lì per riscuotere una percentuale di dieci miliardi. Rimasi allibito: dissi «Ma per quale motivo?», mi sembra di averlo già raccontato, e credo di aver chiamato Bearzi per chiedergli se avesse fatto dei pasticci con lui, cose che io non sapevo. «Comunque sia, da oggi non c'è più la camera, l'ho sciolta» e avvertii il Presidente Siad Barre, avvertendolo altresì che Aidid era un uomo pericolosissimo. Gli dissi: «Guarda che ti farà qualche cosa di grave», perché uno che viene a fare un ragionamento del genere a me, dopo che era stato uomo di fiducia di un Presidente della Repubblica, è chiaro che stava preparando qualche cosa, come poi è successo. È per questo che non me ne sono più voluto occupare, anche perché poi avrei fatto un altro mestiere e non avrei avuto più tempo.
Mi scusi, ma aggiungo ancora una cosa: nel frattempo, da due anni funzionava la cooperazione, che era quella che eseguiva i progetti. Non c'era bisogno di camere di commercio. Ogni tanto Forte mi chiedeva cosa pensassi di qualche cosa ed io gli davo la mia opinione, ma era tutto un altro meccanismo: era lo Stato italiano che ufficialmente si occupava, con un ministero ad hoc.

ROBERTA PINOTTI. Ho seguito perfettamente la ricostruzione con la quale lei rappresentava quella proposta come inaccoglibile, ma avevo capito, ascoltando la prima parte del suo racconto, che il motivo per il quale venne chiusa la camera di commercio fosse legato all'assunzione da parte sua di un diverso impegno. Questo mi pareva fosse stato inizialmente detto da lei. Poi è stata aggiunta una serie di cose, ma la prima motivazione che lei ha dato alla Commissione questa sera era legata ad un suo impegno diverso. Nel seguito delle domande sono emersi altri problemi e, quindi, successivamente anche altre modalità di cooperazione, ma io avevo inteso - nella prima parte della sua esposizione - che lei avesse indicato quello come primo motivo. Se non è così è bene che lo specifichi.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Adesso ho chiarito. Tra l'altro, io lasciai anche il consolato. Lo lasciai subito, perché non potevo più farlo. Però mi ero accorto che c'era qualcosa che era assolutamente contro ogni regola.

ELETTRA DEIANA. Io vorrei, dottor Pillitteri soltanto un chiarimento. Non avendo seguito tutto l'esame testimoniale, non sono in grado di capire bene quale contributo possa dare ai nostri lavori, ma vorrei comprendere la natura, la genesi di questa camera di commercio italo-somala. Da quanto lei dice circa le modalità con cui è stata chiusa, sembra che si tratti di una cosa privata, per cui vorrei capire in che modo si connetta, poi, con l'istituzionalizzazione di un ministero ad hoc per la cooperazione. In effetti, soltanto il fatto che fosse un ente privato può spiegare la decisione di porre fine a tale esperienza.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Era un'associazione privata, fondata davanti ad un notaio e denominata camera di commercio italo-somala: quindi era totalmente, assolutamente privata. Nata perché in quel periodo - 1978-79 - la Somalia si stava avvicinando a noi: nessuno la conosceva, nessuno se ne occupava; delle persone me ne avevano parlato, anche dei giornalisti della televisione e della carta stampata, e questa camera di commercio doveva servire ad avvicinare la Somalia all'Italia. E effettivamente noi abbiamo fatto molte cose, tra l'altro mandando più volte la nostra televisione e andando io stesso a filmare: emergeva un paese dalle mille potenzialità, che nessuno conosceva.


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C'erano uno o due italiani, che vivevano un tran tran e che speravano che ci fosse un interesse; interesse che poi è arrivato, perché la scelta politica di Siad Barre è stata decisiva. Infatti, lui cambiò campo, si spostò proprio in un momento delicatissimo, in cui c'erano gli euromissili, c'era il grande dibattito mondiale su come collocarsi, e il fatto che lui si collocasse da una parte piuttosto che da un'altra contava. Va visto tutto in questo contesto. Adesso sembrano cose lontanissime, e lo sono, però hanno una loro valenza storico-politica, se ci avviciniamo un po' ai gangli politici della vicenda.

ELETTRA DEIANA. Avevo immaginato che si trattasse di questo, ma vorrei capire in che modo questa impresa privata entri in connessione con lo Stato italiano e quale lavoro propedeutico abbia fatto prima che si costituisse il ministero per la cooperazione. Si tratta di un elemento che mi sfugge e che, invece, ritengo sia importante da chiarire. Chi vi autorizzava ad andare in Somalia a fare trattative con Siad Barre, che era un Capo di Stato?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non c'erano trattative.

ELETTRA DEIANA. Che compiti svolgeva questa camera di commercio, come era organizzata dal punto di vista dell'ente privato?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non era un ente. Era un'associazione di tipo culturale, cui si diede il nome di camera di commercio italo-somala.

ELETTRA DEIANA. Aveva un nome che era un programma, però!

GIAMPAOLO PILLITTERI. Un programma.

ELETTRA DEIANA. Era casuale?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Bisogna ricordare che l'economia somala era una economia sovietica, non è che ci fosse il mercato. Era un'economia socialista, blindata. Noi avevamo il compito di far conoscere questo paese, sperando che diventasse un paese con un mercato. Tra l'altro, eravamo anche dell'opinione, forse sbagliando....

PRESIDENTE. Lei ha detto «avevamo il compito»: ma chi ve lo ha dato questo compito?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Non erano compiti, era un'iniziativa...

ELETTRA DEIANA. Era un progetto che vi eravate dato, ho capito. Avevate appoggi istituzionali?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Sì, certo. Ad esempio, quando si volevano fare delle cose, il comune di Milano ci dava degli appoggi, offriva spazi, abbiamo fatto un «settimana della Somalia» a Milano, che poi è durata quindici giorni, che fu una cosa clamorosa, perché nessuno sapeva niente. Si diceva «ci sono belle ragazze, parlano italiano», però nessuna sapeva cosa facessero, cosa producessero; avevano un loro artigianato, avevano la lavorazione dell'avorio, i loro danzatori, le loro tecniche. È stata un'iniziativa che poi abbiamo ripetuto e, certo, la regione Lombardia ci ha dato una mano, come credo anche la regione Emila-Romagna. In cosa consisteva l'aiuto? Nell'ospitare queste persone, ad esempio. Poi c'era uno scambio.

ELETTRA DEIANA. Nello stesso tempo, si trattava di trasferire degli affari italiani in Somalia, però.

GIAMPAOLO PILLITTERI. Se uno voleva andare a fare un affare, non chiedeva a noi. Andava e lo faceva. Noi non avevamo il compito di far fare gli affari; noi dicevano «la Somalia offre delle opportunità, andate». È quello che succede anche adesso.

ELETTRA DEIANA. Ma tutti i lavori di cui lei prima parlava, ad esempio la strada...


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GIAMPAOLO PILLITTERI. Quelli li ha fatti il Governo italiano.

ELETTRA DEIANA. In quale connessione con voi?

GIAMPAOLO PILLITTERI. Nessuna, assolutamente. Noi non avevamo nessun potere e nessun interesse. Noi volevamo soltanto che la Somalia crescesse. Sono cose completamente diverse: il Governo italiano ha fatto delle grandi opere, secondo me molto importanti, secondo altri no. Ma questa è la storia, la storia è fatta di queste cose. Abbiamo fatto grandi opere in Somalia, in Etiopia, in Angola; ho visto con i miei occhi nell'Angola comunista opere faraoniche, che sono durate l'espace d'un matin.

ELETTRA DEIANA. Non ho altre domande.

PRESIDENTE. Non essendovi altri interventi da parte dei commissari, ringrazio il dottor Pillitteri e dichiaro concluso l'esame testimoniale.

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