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PRESIDENTE. Passiamo all'interrogazione Giovanni Bianchi n. 3-06473 (vedi l'allegato A - Interrogazioni a risposta immediata sezione 5).
GIOVANNI BIANCHI. Signor Presidente, è evidente ormai a tutti gli osservatori, ed è motivo di apprensione ed anche di angoscia per la nostra opinione pubblica, la situazione di stallo drammatico creatasi in Israele, a Gerusalemme, a Gerico, a Hebron, a Gaza, tra israeliani e palestinesi. La diplomazia è al lavoro, se è vero che anche il Presidente Clinton ha programmato di incontrare separatamente a Washington sia Arafat sia Barak: tuttavia, il diffondersi dello scontro armato giorno dopo giorno assume il profilo di una guerra civile sanguinosissima, in una contesa che peraltro non può finire che con il riconoscimento, in qualche modo già programmato, di due popoli e due Stati.
che riguarda non soltanto Israele ma evidentemente tutto il Medio Oriente, e come il nostro paese intende aiutare un maggiore ingresso diplomatico e politico dell'Unione europea nella contesa.
PRESIDENTE. Il Presidente del Consiglio dei ministri ha facoltà di rispondere.
GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Bianchi, non possiamo essere decisivi per quella decisiva vicenda che riguarda due popoli - come lei dice - e le difficoltà enormi che essi incontrano, pur convivendo da anni su quel territorio, per definire stabilmente e definitivamente i presupposti e la cornice della loro coesistenza su quella terra. Ciò che potevamo fare, insieme ad altri, insieme all'Europa, lo stiamo facendo. Da mesi intrattengo rapporti, se non quotidiani molto frequenti, tanto con il Presidente Arafat, quanto con il Primo ministro Barak ed altri amici, che ho in entrambi i campi, per indurli comunque a cercare una soluzione. La mia convinzione è che probabilmente il negoziato di Camp David è stato caricato di un significato ultimativo: l'ultimo negoziato attraverso il quale risolvere tutti i problemi che non ha giovato alla conclusione.
PRESIDENTE. L'onorevole Giovanni Bianchi ha facoltà di replicare.
GIOVANNI BIANCHI. Signor Presidente, se si usa ancora, direi che sono soddisfatto della risposta per le due note: da una parte, un grande realismo che si combina con una grande passione e determinazione a lavorare per la pace dall'altra. Le difficoltà sono sotto gli occhi di tutti e la situazione di Gerusalemme è spinosissima. Del resto ha ragione il Papa Giovanni Paolo II quando, con passo profetico, ci dice che non ci sarà pace nel mondo se non ci sarà pace a Gerusalemme. Credo sia una frase sulla quale meditare molto attentamente. La difficoltà è anche evidente nei due campi, grosso modo due anatre un po' zoppe: da un lato il movimento Hamas e la jihad che incalzano Arafat e, dall'altro il problema degli arabi di cittadinanza ebraica, addirittura un milione di persone che si trovano a dover fronteggiare Barak.
propria parte e ad essere, per così dire, la punta di lancia di questa Europa che si proietta sul Mediterraneo e sul Medio Oriente, nonché a tenere conto di un altro elemento che vorrei aggiungere. È comparsa in questi giorni una lettera di alcuni intellettuali italiani: finalmente la nostra intellighenzia riesce a battere un colpo, dopo un silenzio su alcuni argomenti, non soltanto di politica estera, che stupisce perché assorda da questo punto di vista. Lì si dice che questo dolore non può essere confiscato nazionalisticamente e neppure le ragioni delle religioni possono essere così condotte.
L'onorevole Giovanni Bianchi ha facoltà di illustrarla.
Ebbene, a fronte di questa situazione, interrogo lei, signor Presidente del Consiglio, per sapere quali passi ha già compiuto e quali passi intende compiere il nostro Governo dopo alcuni atteggiamenti, mi lasci dire, non tutti univoci e non tutti fortunati della nostra diplomazia, per promuovere questo processo di distensione,
Probabilmente, se ci fosse stata l'umiltà e la modestia di risolvere le cose al momento risolvibili e di continuare a negoziare in un clima pacifico sui temi più spinosi, quello dei rifugiati da un lato e quello dello status di Gerusalemme dall'altro, registrando i passi in avanti, ma senza voler chiudere immediatamente, forse questa situazione non si sarebbe determinata. Le cose sono andate come sono andate ed è stato proprio sullo status di Gerusalemme che le tensioni reciproche hanno portato alla riesplosione della violenza. Da quel momento ci siamo tutti adoperati perché si fermasse la riesplosione della violenza, non la si ricaricasse in modo tale da non fare andare avanti il negoziato, ma non solo, addirittura farne venire meno le premesse, rischio che ancora corriamo.
In questa fase, posso dirle che è stata l'Italia, insieme alla Spagna, a fare in modo che all'incontro che si è svolto, e che ha portato al cessate il fuoco, fosse presente anche l'Europa. L'Europa non era mai stata presente a questo tipo di incontri. Considero questo un passo in avanti utile e importante: l'Europa può giocare un ruolo. Nella prospettiva dovremo saperlo giocare non soltanto in senso mediatorio, ma anche contribuendo decisamente e concretamente allo sviluppo della regione. A noi è stato chiesto - me lo ha chiesto anche Simon Perez l'ultima volta che l'ho visto - perché l'Italia non riprende in mano quel noto progetto per l'acqua, che connette Giordania, Palestina e Israele e che fa da ponte, comunque, sul quale corrono e si cementano interessi pacifici, interessi civili. È qualcosa che dovremo fare e continueremo a seguire con attenzione e trepidazione l'evoluzione della situazione.
Vi sono poi problemi pratici sul territorio. Lei ricordava l'acqua da trasferire alla Giordania e alla quale anche i paesi circonvicini sono evidentemente interessati; ebbene, tutto ciò ci dice che fa bene il nostro paese a fare fino in fondo la
Questo per dirle che c'è un movimento per la pace in termini realistici che sta crescendo: il Governo sappia capitalizzarlo (Applausi dei deputati dei gruppi dei Popolari e democratici-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).


