Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 794 del 19/10/2000
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(Modifiche normative in materia di ricostruzione e riassetto idrogeologico in conseguenza di alluvioni)

PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza Massa n. 2-02653 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 7).
L'onorevole Massa ha facoltà di illustrarla.

LUIGI MASSA. Signor Presidente, l'interpellanza ha anche lo scopo di interloquire con il Governo e nell'ambito del sindacato ispettivo, che è compito proprio del Parlamento, io credo sia utile anche per il Governo acquisire informazioni di prima mano dai parlamentari che conoscono i territori interessati. Per questo, d'intesa con i numerosi firmatari, non posso rinunciare ad illustrare l'interpellanza: il sottosegretario, ovviamente, risponderà soltanto alle eventuali sollecitazioni non comprese nella risposta precedentemente data ed io considererò l'insieme delle relazioni.
Come ha giustamente detto il sottosegretario, questo eccezionale evento atmosferico ha colpito pesantemente il nord del paese, provocando, in particolare in Piemonte e nella Valle d'Aosta, un disastro tale da imporre al Governo, a poche ore dall'intervento, l'emissione della dichiarazione di stato di calamità naturale, con misure emergenziali certamente rilevanti.
Abbiamo apprezzato il lavoro svolto nella fase della prima emergenza, abbiamo apprezzato lo sforzo compiuto dallo Stato, dalle regioni, dalle autonomie locali e da tutte le relative articolazioni, servizi e uffici con celerità e senza sovrapposizioni. Abbiamo apprezzato e apprezziamo il ruolo svolto dalle forze di polizia, dalla protezione civile, dal corpo forestale, dai vigili del fuoco, dai tanti volontari, migliaia, che hanno lavorato senza sosta.
Permetta, Presidente, ad uno che proviene da una zona alpina fatta di piccoli comuni, che lei conosce, di apprezzare il ruolo dei sindaci e delle amministrazioni comunali, senza la cui abnegazione, ma anche senza la cui conoscenza e attività di presidio del territorio la situazione sarebbe stata davvero più grave. Spesso in quest'aula non c'è grande considerazione per questo pezzo importante delle istituzioni: ci sono pochi abitanti e quindi hanno poco peso elettorale, ma quale importanza abbia la loro esistenza lo si scopre solo in questi momenti.
Veniamo ai problemi. Sentiamo fare stime di 1.000, 1.500, 2.000 miliardi: ecco, vorrei invitare il Governo e tutte le autorità coinvolte ad una particolare prudenza. I sindaci dei nostri territori ci inviano segnali allarmanti, signor sottosegretario: siamo in zone di montagna e, quando si è tolto il fango, non si è affatto superata l'emergenza, perché è in atto un fenomeno franoso che ogni giorno colpisce infrastrutture viarie essenziali in quelle zone.
Il quadro è quindi in evoluzione e se è pur vero che l'esperienza concreta ci dimostra che le prime stime sono spesso sopradimensionate, non possiamo dimenticare che l'alluvione del 1994 costò qualcosa come 11 mila miliardi. Temo, purtroppo, che questo evento non sia da meno.
Seconda questione. In diverse zone - penso ad esempio alla mia val di Susa, che conta danni pesantissimi - la situazione avrebbe potuto essere decisamente più grave se, dopo il 1994, non avessimo proceduto a costosi ma decisivi interventi di sistemazione idrogeologica. Quelle opere hanno tenuto e hanno salvato vite umane, infrastrutture, case e fabbriche. Dove non si è intervenuto per ritardi, per mancanza di fondi o per la sottovalutazione dei problemi, i danni sono stati ingenti. Ciò significa che occorre pensare che, insieme alla ricostruzione, e non in un secondo tempo, sia necessario avviare


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la progettazione di un piano importante per la messa in sicurezza delle zone a rischio.
In sostanza, chiediamo concretamente al Governo tre cose: sostegno nella fase emergenziale ancora in corso, come ella ha già detto, senza pensare a commissari speciali, ma usando regioni, province e comuni, che hanno dimostrato di saper ben lavorare in questo frangente (questo ci è stato garantito ieri dal ministro dell'interno e credo sia importante ribadirlo); indennizzi rapidi ai cittadini ed alle imprese, imparando però dall'esperienza del 1994, vale a dire maggiore rapidità e minore burocrazia soprattutto per le imprese - signor sottosegretario, la pregherei di segnalarlo al ministro, cosa che ho già fatto in separata sede -, evitando di affidare il ruolo istruttorio esclusivamente al sistema bancario, che spesso, anziché aiutare le imprese, ha risolto i problemi delle proprie esposizioni finanziarie: tutto ciò deve essere fatto naturalmente senza imporre nuove tasse, come ieri il ministro ha autorevolmente detto; infine, il piano di messa in sicurezza del bacino del Po, elaborato dalla autorità competente, indica una spesa di 20 mila miliardi: siccome penso che non sia possibile realizzarlo in un solo colpo - tra l'altro non ci sarebbero le competenze concrete per farlo -, dobbiamo pensare di creare uno strumento annuale certo - perché registriamo un andamento ballerino nelle cifre dei bilanci - che ne consenta la realizzazione in dieci anni. Occorre accelerare da subito le procedure per l'approvazione dei progetti, mettendo attorno al tavolo autorità di bacino, regioni, province e comuni interessati.
Queste sono le questioni che vogliamo sentirci ribadire dal Governo al fine di rassicurarci. Il nord riveste un ruolo centrale nell'economia del paese e crediamo che in questo frangente al nord vada dato un segnale forte. Ho inteso dalla precedente risposta che il Governo sembra condividere questi obiettivi: vorrei quindi una cortese ed esplicita conferma e vorrei altresì sapere, se il sottosegretario è già in grado di accennarmelo, con quali strumenti intenda attuarli, ad esempio se si pensa concretamente di collegare la normativa emergenziale al recente decreto su Soverato, che potrebbe consentire di rispondere concretamente in tempi rapidi.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di stato per l'interno ha facoltà di rispondere.

ANIELLO DI NARDO, Sottosegretario di Stato per l'interno. Signor Presidente, onorevole collega, a distanza di due giorni, tre distinte interpellanze, iscritte all'ordine del giorno secondo la procedura di urgenza, ripropongono le stesse questioni. L'onorevole Massa introduce tuttavia un ulteriore quesito.
Per quanto riguarda gli aspetti generali, ho già ribadito quanto detto martedì, fornendo tutti i necessari aggiornamenti. Martedì ricordai che il Consiglio dei ministri del 16 ottobre aveva già deciso di coinvolgere anche le regioni non ancora interessate, perché non avevamo ancora la stima dei danni e non sapevamo quale tipo di ulteriore ordinanza emanare. Il Consiglio dei ministri, con il decreto del 18 ottobre, ha ripreso il discorso inserendovi anche le altre regioni interessate. Come ho detto prima, per quanto riguarda il decreto concernente Soverato si intende riproporlo con gli stessi quesiti e le stesse tecniche. Vorrei soffermarmi brevemente sui passi in avanti che sono stati compiuti su tutto il sistema della protezione civile negli ultimi anni, visto che abbiamo preso spunto anche dalla situazione dell'alluvione nel Piemonte del 1994.
L'intero servizio nazionale della protezione civile a quell'epoca era sostanzialmente «cieco»; non vi era una rete di monitoraggio idropluviometrico in telemisura tale da consentire una verifica puntuale e continua dell'evoluzione delle precipitazioni e della propagazione delle onde di piena sulle principali aste fluviali interessate; allo stesso tempo, la qualità delle previsioni metereologiche era decisamente scarsa e troppo generica.
Gli stessi avvisi di allarme che la protezione civile diffondeva con grande


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frequenza risultavano il più delle volte eccessivamente vaghi e non consentivano di individuare le aree dove si prevedevano le precipitazioni più intense. Da tale avviso, peraltro, non derivavano specifiche azioni da parte delle varie strutture operative e tecniche (statali centrali e periferiche, regionali e locali) e il messaggio restava, il più delle volte, lettera morta. Il livello della qualità della preparazione dell'emergenza e il livello provinciale e comunale era sostanzialmente insignificante; non esistevano piani di emergenza finalizzati alla specificità di rischio idrogeologico né raccordi funzionali tra le varie strutture amministrative competenti lungo i corsi d'acqua.
La conseguenza fu che l'allarme della protezione civile diramato nel 1994 risultò generico; era peraltro anche l'ultimo di una lunga serie. Esso non fece, di fatto, scattare una misura operativa e tutti vennero colti di sorpresa dal degenerare delle condizioni atmosferiche e dalla progressiva esondazione dei corsi d'acqua della parte meridionale della regione. Le città andavano sott'acqua una dopo l'altra senza che le ore necessarie per la propagazione dell'onda di piena fossero impiegate per l'evacuazione preventive per il rinforzo dei punti critici, cosa che abbiamo fatto in questi giorni.
Ad oggi la situazione è radicalmente cambiata. La qualità delle previsioni metereologiche della protezione civile è migliorata, grazie anche al concorso dei servizi meteo originali, in particolare, dell'Emilia-Romagna, della Liguria e del Piemonte. Oggi le previsioni contengono indicazioni areali più precise e - cosa che più conta - previsioni quantitative in termini di precipitazioni al suolo che consentono di valutare le misure da adottare. Nel 1995 - ribadite in via definitiva nel 1996 - sono state emanate direttive operative che precisano tempi e modalità di reazione a tutti i livelli di responsabilità ai messaggi della protezione civile. Tali misure sono coordinate a livello di bacino. Le reti di monitoraggio idropluviometrico in telemisura sono state implementate e, soprattutto nella regione Piemonte, consentono una verifica costante e puntuale dell'evoluzione delle piene nei principali bacini. Tali dati sono accessibili, anche alle strutture nazionali di protezione civile che operano in piena e consolidata collaborazione con le strutture regionali. Non va dimenticato, infine, che il livello di sicurezza delle opere di difesa idraulica realizzate in alcuni bacini, in particolare in quelli colpiti nel Piemonte meridionale, è sicuramente maggiore che nel 1994, grazie all'opera di pianificazione compiuta dall'autorità di bacino del fiume Po e agli interventi realizzati dalle regioni e dal magistrato per il Po.
Il sistema, quindi, oggi non è più «cieco», ma sa prevedere le situazioni e agire conseguentemente, secondo piani predisposti in «tempo di pace».
Questi progressi sono confermati dai resoconti offerti dai mezzi di informazione in relazione all'evoluzione degli eventi sin dalla giornata di sabato 14 ottobre. Le numerosissime evacuazioni precauzionali e la chiusura preventiva di linee di comunicazione effettuata in previsione dei passaggi delle piene ne sono uno dei segni più concreti.
Certamente, molta strada resta ancora da fare.
Va rafforzato l'ultimo anello della catena, vale a dire la capacità di reazione e di mobilitazione dei comuni, soprattutto di quelli di piccole dimensioni, estremamente diffusi in Piemonte e in Lombardia. La rete di monitoraggio idropluviometrica deve essere ulteriormente rafforzata e deve coprire anche quelle zone del paese, come il Mezzogiorno, dove oggi è quasi inesistente. Al riguardo ricordiamo che il recente decreto-legge emanato dal Governo dopo i tragici fatti di Soverato ha stanziato ben 50 miliardi di lire per il completamento della copertura del territorio nazionale con radar metereologici ed altri 30 per il potenziamento delle reti in telemisura. Un importante passo in avanti sarà compiuto con la costituzione del servizio meteorologico nazionale distribuito previsto dal decreto legislativo n. 112 del 1998 nell'ambito del trasferimento a regioni e ad enti locali dei


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compiti statali interessati dalla riforma della pubblica amministrazione avviata con la legge n. 59 del 1997, (cosiddetta «legge Bassanini»).
Uno schema di decreto legislativo in materia sarà presto portato all'esame della Presidenza del Consiglio dei ministri. Anche le capacità globali di risposta alla fase dell'emergenza vanno rafforzate e migliorate e la costituzione dell'Agenzia di protezione civile costituirà un passo in avanti determinante in questo senso: una struttura agile e tecnicamente qualificata che sarà in grado di operare meglio e in migliori condizioni di come fino ad oggi hanno saputo e potuto lavorare le strutture amministrative che vi confluiranno.
Le strutture operative nazionali devono essere ulteriormente potenziate; l'imminente emanazione del nuovo regolamento per l'impiego del volontariato di protezione civile consentirà a questa forza, ormai professionalmente più che matura ed assolutamente insostituibile, di operare sempre più agevolmente ed incisivamente.
Il potenziamento del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, già avviato con la recente conversione in legge di un provvedimento varato dal Governo Prodi, dovrà proseguire ulteriormente per portare il Corpo nazionale ad un livello di efficienza sempre maggiore.
Il vero nodo cruciale del sistema, tuttavia, anche in questo caso è risultato essere lo stato del territorio e la simbiosi fra i sistemi naturali e le strutture create dall'uomo.
Lo stato del dissesto idrogeologico in Italia è ben noto. Le elaborazioni effettuate dai tecnici e dai ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche con il progetto AVI (il cosiddetto progetto aree vulnerate italiane) hanno offerto, già da qualche anno, una prima efficace fotografia del dissesto in Italia. Le azioni delle autorità di bacino di rilievo nazionale, interregionale e regionale, finalmente costituite ed avviate, in alcuni casi con ritardo, hanno iniziato ad offrire pianificazioni a livello di bacino idrografico qualitativamente validissime ed impensabili fino a pochi anni fa; di particolare valore è senz'altro l'attività svolta dall'autorità di bacino nazionale del Po.
Le misure introdotte con la legge n. 267 del 1998 (la cosiddetta legge Sarno), proprio a seguito del disastro di Sarno, iniziano a dare frutti. In alcune aree del paese sono stati avviati programmi di risanamento di ampio respiro ed indipendentemente dal verificarsi di situazioni di emergenza; basti rammentare gli eccellenti risultati del programma di interventi urgenti di protezione civile, varato con finanziamento europeo nelle regioni dell'obiettivo 1, che ad oggi fa registrare una delle migliori performance di spesa di tutti i progetti della precedente agenda comunitaria, oppure l'incremento che finalmente si registra oggi nella delocalizzazione di aziende a rischio avviate, proprio in Piemonte, grazie al riutilizzo di risorse in eccesso stanziate dopo l'alluvione del 1994. Al momento, si stima che verranno attivati finanziamenti per circa 400 miliardi di lire, già interamente coperti, nelle sole zone interessate dall'alluvione del novembre 1994, destinati a consentire lo spostamento di impianti dalle aree a rischio identificate dal cosiddetto piano delle fasce fluviali adottato dall'autorità di bacino del Po.
Il risanamento del territorio, tuttavia, è un percorso ancora lungo ed impegnativo. La finanziaria, attualmente all'esame del Parlamento, ha confermato l'incremento delle risorse destinate alla difesa del suolo, già avviato lo scorso anno, ma è necessario compiere ogni sforzo per incrementare tali ulteriori stanziamenti. È bene sottolineare, inoltre, che già nell'ambito degli interventi di emergenza adottati negli ultimi anni abbiamo registrato un'inversione di tendenza nella spesa che merita di essere sottolineata: se nel 1994 solo meno del 40 per cento delle risorse complessivamente stanziate era destinato al territorio (la restante parte era finalizzata al ripristino dei danni infrastrutturali dei privati e delle imprese), dal 1996 in poi (alluvioni della Versilia e del Friuli-Venezia


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Giulia del giugno 1996) tale percentuale è cresciuta fino al 60 per cento delle risorse globali.
In quest'ottica, più volte sono state rimodulate le risorse destinate al risarcimento dei danni subiti dai privati dopo l'alluvione del 1994, risultate eccedenti. Con una norma introdotta nella legge per la ricostruzione post-sisma in Umbria e nelle Marche, ben 33 miliardi di lire sono stati recuperati e destinati al rifacimento di ponti giudicati critici in base agli studi delle autorità di bacino del Po. Gli interventi sono in corso ed interessano, in principal modo, i bacini meridionali del Piemonte. Sempre con la stessa norma, altri 28 miliardi recuperati sono stati destinati ad interventi di miglioramento strutturale e messa in sicurezza della viabilità di fondovalle del Tanaro, tra le province di Asti e Cuneo, rimuovendo alcune situazioni di pericolosità grave. I relativi interventi sono prossimi alla conclusione della fase progettuale, curata dall'amministrazione provinciale di Cuneo, ed è imminente l'avvio dei cantieri.
La protezione civile interviene sempre più tempestivamente, ricorrendo ad un maggiore uso dell'efficace strumento delle ordinanze di protezione civile, e vincola il massimo possibile delle risorse al miglioramento delle condizioni di sicurezza delle zone colpite da calamità, in un'ottica di prevenzione del rischio idrogeologico. Il coinvolgimento diretto delle regioni e degli enti locali nella gestione degli interventi, senza il ricorso ai supercommissari statali, che tante difficoltà e guai hanno causato nel passato meno recente, non è stato solo un passo obbligato sulla strada del federalismo, ma ha anche garantito, in linea generale, interventi più celeri e di migliore qualità.
La recente novità promossa dal ministro Bianco, con la previsione esplicita di poteri sostitutivi nei riguardi dei soggetti inadempienti, costituisce, inoltre, un elemento di cautela nei confronti di quelle amministrazioni che per insufficienza tecnico-operativa o per inerzia non riescono a dare riscontro alle disposizioni di protezione civile in tempi rapidi.
A seguito degli eventi alluvionali del novembre 1994, il Governo adottò tre decreti-legge nell'arco di un mese. La conversione in legge di tali provvedimenti intervenne solo nel gennaio 1995. Di fatto, nel lasso di tempo intercorso ben poco poté essere fatto, anche perché i provvedimenti vennero sostanzialmente modificati in Parlamento.
Tali provvedimenti stanziarono, su proiezione pluriennale, come è stato poc'anzi ricordato, circa 11 mila miliardi di lire ricorrendo anche all'introduzione di diverse «addizionali» ed una tantum. La ripartizione di tali risorse tra le diverse finalità avvenne, necessariamente, prima che fosse possibile disporre di un quadro sufficientemente affidabile delle esigenze e del reale livello di danneggiamento.
La principale novità del sistema avrebbe dovuto consistere nel coinvolgimento - per i soli finanziamenti alle imprese - degli istituti di credito privati. Fu questo, al contrario, il particolare più negativo.
In realtà, anche vari mesi dopo il varo dei menzionati decreti-legge, la situazione verteva in uno stato di sostanziale paralisi, soprattutto per quanto riguarda i finanziamenti delle attività economiche. Il modello delineato per altri tipi di intervento, inoltre, risultò essere, alla prova dei fatti, uno dei più fortemente centralizzati mai applicati nell'Italia repubblicana.
Sono stati necessari ripetuti interventi legislativi per sbloccare e garantire la funzionalità dei canali di intervento, gli ultimi dei quali sono in corso di definizione tramite correzioni emendative da inserire nel decreto-legge emanato dopo la tragedia di Soverato. Praticamente ogni anno si è intervenuti con correzioni ad hoc (specifici decreti-legge) o con l'inserimento di misure finalizzate al postalluvione in provvedimenti per altri eventi calamitosi o nei provvedimenti «collegati» alle varie manovre finanziarie.
Non vogliamo qui alimentare alcuna polemica anche in considerazione del fatto che le correzioni normative apportate sono sempre state approvate all'unanimità dal Parlamento. Le modifiche a


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quel modello, rivelatosi di fatto inapplicabile, sono in effetti sempre state studiate e attuate in piena e costante collaborazione tra Governo centrale, governo regionale e parlamentari locali, senza distinzione di gruppo di appartenenza. La strada che si era scelta sull'onda emotiva del disastro (il decreto-legge emanato all'indomani dei fatti) fu un errore. Ma il sistema reagì in quel modo anche perché quello del ricorso a improvvisati decreti-legge era una costante postcalamità.
La lezione è stata imparata e dal 1996 in poi le strade seguite sono state ben diverse e sono state condivise da tutte le forze politiche, sovente all'unanimità. Il ricorso più frequente allo strumento dell'ordinanza, inoltre, ha assicurato flessibilità e maggiore tempestività agli interventi ed alle eventuali «limature» che via via si rendevano necessarie.
Per rispondere ad una sollecitazione rappresentata dall'interpellanza firmata dall'onorevole Massa e da altri colleghi, chiarisco che l'intervento legislativo subentra, in questo nuovo modello, in una fase successiva, per avviare il vero e proprio risarcimento. Prima le ordinanze e solo dopo, con dati certi, gli interventi più consistenti, con legge. Così è stato fatto sempre dal 1996 in poi e i risultati sono stati riconosciuti unanimemente positivi.
Fondamentale, nell'elaborazione di questo modello, è stata anche l'opera intelligente e attenta dei tanti comitati spontanei sorti per coordinare le popolazioni alluvionate del 1994. Essi hanno saputo rappresentare correttamente e con lungimiranza gli interessi più profondi dei loro aderenti, segnalando problemi e disfunzioni ma anche indicando spesso e volentieri il modo per superarli. Quei comitati hanno saputo segnare in Piemonte il passaggio dalla protesta alla proposta, e tutto il sistema ha potuto giovarsene.
La nuova strada segnata va oggi perseguita con sempre maggiore decisione. Il decreto legislativo n. 112 del 1998 la indica senza esitazioni ed è nostro impegno darvi attuazione piena il più rapidamente possibile.

PRESIDENTE. L'onorevole Massa ha facoltà di replicare.

LUIGI MASSA. Signor sottosegretario, sono ampiamente soddisfatto della sua risposta, così come lo sono dell'azione sin qui compiuta dal Governo in questa vicenda emergenziale. Inoltre sono anche soddisfatto, con riferimento all'ultima parte della sua risposta, per le correzioni sistematiche apportate mentre le questioni si verificavano. Ella ha colto pienamente le preoccupazioni che abbiamo manifestato e che sono le stesse preoccupazioni delle nostre genti, dei nostri amministratori e delle nostre imprese.
Mi permetta, cogliendo l'occasione di questa replica, di fare alcune considerazioni sulle quali richiamo l'attenzione del Governo e del Parlamento. La prima riguarda le zone montane, che hanno una loro peculiarità.
Credo che la città di Torino abbia imparato sulla propria pelle cosa possa accadere ad una grande città posta su un grande fiume e alla confluenza di importanti torrenti che sono delle aste che provengono dalle valli quando la montagna è fragile.
Noi abbiamo approvato recentemente la convenzione internazionale delle Alpi, dove viene indicata la necessità della tutela dell'arco alpino e del sostegno ad un suo sviluppo sostenibile. In questo frangente, tali esigenze appaiono in tutta la loro drammaticità.
Le politiche di sostegno al reddito e alle imprese debbono allora tener conto della necessità assoluta di favorire un ritorno dei residenti in montagna perché solo il presidio del territorio - e lo si è dimostrato in questi giorni là dove queste potenzialità sono state sfruttate - può ridurre i costi che le società pagano periodicamente con danni di questa rilevanza.
La seconda notazione: nella mia valle abbiamo un esempio significativo (lo cito


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per tratteggiare un argomento più generale): come ella sa, l'autostrada Torino-Bardonecchia ha tenuto bene (è una delle poche infrastrutture che ha retto) ed è stata per alcune ore di fatto l'unica infrastruttura in grado di garantire tutti i collegamenti. Però quell'autostrada è stata costruita con un processo di concertazione che ha visto, pur tra alti e bassi, insieme i soggetti attuatori, le amministrazioni locali, la regione e le associazioni ambientaliste. E dove l'infrastruttura non ha mai evitato i danni o, addirittura, in qualche caso ha dato qualche contributo al danno di questi giorni, è perché non tutte le opere di ripristino connesse con la costruzione dell'autostrada sono state realizzate.
La morale diventa quindi una sola: la costruzione di nuove infrastrutture, di qualunque genere, non può prescindere da precise indagini di impatto e i progetti debbono mettere in sicurezza opere e territori su cui insistono. Ciò non si può fare senza una seria concertazione in sede locale!
Vorremmo che il Governo e il Parlamento, ma anche le regioni, di ciò tenessero conto! Cito questo caso, signor sottosegretario, perché, casualmente proprio una di queste valli, la valle di Susas, è interessata da uno dei più grandi progetti esistenti: la questione del collegamento ad alta velocità Torino-Lione! Se non concertiamo con le realtà locali, i rischi di non riuscire a fare opere che siano nelle condizioni di reggere il territorio sono poi evidenti! E questo rischio noi oggi non lo vogliamo cogliere, se calcoliamo che proprio il punto d'impatto con l'opera più colossale, che dovrebbe essere un tunnel di 54 chilometri, cade esattamente in uno dei punti che ha subito i maggiori danni in questi giorni.
Signor sottosegretario, mi consenta di rivolgere un piccolo appello al Governo (glielo segnalo perché è un dato di queste ore che mi proviene dai sindaci): abbiamo detto dell'appassionato lavoro dei sindaci di questi piccoli comuni montani; alcuni di essi mi segnalano di essere stati invitati dal prefetto a mantenersi ancora costantemente a disposizione 24 ore su 24. Ebbene, molti di loro sono lavoratori dipendenti che in queste ore si stanno «mangiando» i permessi retribuiti dei prossimi mesi. Credo sia giusto che il Governo emani ai prefetti una circolare tale da consentire di ricomprendere queste spese all'interno dell'emergenza: per un grande comune è una cosa insignificante; per un piccolo comune anche un milione è un peso notevole sul proprio bilancio.
Vorrei infine evidenziare il problema dei disalvei che è già stato trattato. È una questione complessa che non intendo ovviamente trattare qui. Tuttavia, solo un paio di ore fa, presso la Commissione ambiente e territorio della Camera il tema è stato autorevolmente posto dal professor Passino, responsabile dell'autorità del bacino del Po. Credo sia forse giunta l'ora della revisione della normativa in questione e penso si debba agire concertando meglio le concessioni e soprattutto il controllo, se è vero ciò che è stato denunciato autorevolmente qualche ora fa, vale a dire che buona parte dei prelievi di inerti risulterebbe abusivo. E per contro i problemi a livello locale appaiono spesso rilevanti e gli interessi privati, peraltro, pure!
Credo che l'auspicio dell'autorità di bacino di accorciare la catena decisionale con un maggior peso - unito ad una maggiore responsabilità anche individuale, dei livelli locali, con il supporto tecnico della stessa autorità o di altre strutture che si concerteranno adesso nella fase di applicazione della legge n. 59 - comporti anche la necessità che pure la determinazione delle concessioni sia attribuita a livello locale.

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