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PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.
MASSIMO SCALIA, Presidente della Commissione di inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse. Signor Presidente, onorevoli colleghi, voglio anzitutto ringraziare il Presidente della Camera ed esprimere la soddisfazione mia personale e di tutti i componenti della Commissione per l'odierno dibattito.
dedicando ad un settore, quello dei rifiuti, che può apparire marginale solo a chi guardi con occhio superficiale le vicende di questo paese.
negativi anche sull'impegno dei cittadini che rispondono in maniera seria a questo tipo di raccolta.
questo fenomeno ne stiamo registrando un altro, anch'esso di sicura rilevanza: nel sistema di gestione dei rifiuti italiani pare formarsi una sorta di cartello tra le aziende che vi operano. Lo studio della composizione dei capitali sociali e degli amministratori delle imprese porta infatti in questa direzione e su quest'argomento la Commissione, che vi sta da tempo lavorando, produrrà nelle prossime settimane una prima documentazione.
soggetti interessati; in qualità di presidente della Commissione d'inchiesta, assicuro che tutti noi seguiremo ed accompagneremo tale processo cercando le soluzioni affinché la strada possa essere la più breve possibile (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Gerardini. Ne ha facoltà.
FRANCO GERARDINI. Signor Presidente, colleghi, ringrazio il Presidente della Camera, alla cui sensibilità istituzionale dobbiamo la sollecitudine con la quale è stata calendarizzata la discussione della nostra relazione. L'evento, che rappresenta una novità nella storia del Parlamento repubblicano, consente di affermare che il lavoro delle Commissioni d'inchiesta avrà in futuro conseguenze procedurali significative e coinvolgerà anche le priorità del Governo.
il cosiddetto MUD (modello unico di dichiarazione ambientale). Purtroppo, anche per la mutevole normativa relativa ai rilevamenti statistici, spesso i dati non sono confrontabili con quelli dell'anno precedente; oltre al fatto che questo strumento viene oggi fortemente osteggiato per la sua ponderosa articolazione che aggrava il peso della burocrazia, degli adempimenti da parte dei soggetti interessati; e quindi anche i costi da sopportare.
per i marchi di qualità ecologica in cui si registrano ritardi anche in questo caso molto pesanti.
dei materiali e di energia dai rifiuti. Aumentare la capacità di smaltimento e colmare il deficit impiantistico significa tagliare i ponti alle attività illegali.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Marengo. Ne ha facoltà.
LUCIO MARENGO. Signor Presidente, mi auguravo che in aula vi fosse qualcuno a rappresentare il Governo: è bene rilevare, invece, che questa diventa una chiacchierata fra noi e il Presidente della Camera, tanto cortesemente e pazientemente in ascolto. L'assenza di un rappresentante del Governo è tuttavia un fatto grave, anche se non voglio minimamente pensare che si stia sottovalutando l'importanza e la gravità del problema in esame.
Tuttavia, vi sono alcuni aspetti negativi, quali ad esempio la critica al Governo nazionale a causa della mancata emanazione dei decreti attuativi del decreto legislativo n. 22 del 1997, che dovrebbe essere più decisa, dal momento che si può facilmente constatare, che, ad appena due anni dall'emanazione del suddetto decreto legislativo, sono già intervenute tre modifiche: i cosiddetti decreti legislativi Ronchi-bis, Ronchi-ter e Ronchi-quater ancora in itinere. Sono troppe le modifiche per un decreto che, al momento della sua emanazione, veniva salutato come estremamente innovativo e ritenuto una bibbia nella gestione dei rifiuti.
una forte limitazione allo svolgimento di un'efficace ed efficiente attività di controllo in campo ambientale.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Collavini. Ne ha facoltà.
MANLIO COLLAVINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho la fortuna, rispetto a colleghi che sono intervenuti precedentemente, di essere ascoltato dal rappresentante del Governo. La ringrazio, signor sottosegretario, per essere presente.
se in sede comunitaria fossero rivisti troppo precocemente gli obiettivi, sarebbe un danno per l'Italia e per le sue imprese e vi sarebbe anche una caduta di credibilità per la Commissione europea, giacché verrebbero fissati obiettivi non realistici.
«sono preposte al controllo periodico su tutte le attività di gestione (...), ivi compreso l'accertamento delle violazioni». Vi sono poi autorità preposte al controllo del traffico e del movimento delle merci, le quali controllano i documenti di trasporto dei rifiuti tossici e nocivi. Sono previsti controlli sui registri di carico e scarico delle imprese produttrici, di stoccaggio e di trasporto dei rifiuti tossici e nocivi. Poteri di controllo sono attribuiti anche alle regioni. Esistono, insomma, molte autorità, per ottenere in fin dei conti risultati di scarso rilievo, se non altro in talune grandi regioni.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione.
Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Scalia, presidente della Commissione d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse. Ne ha facoltà.
Non è infatti rituale il fatto che la relazione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sia oggetto di una discussione presso l'aula di Montecitorio; credo che tale fatto sia da considerare un ulteriore segnale della grande attenzione che le istituzioni parlamentari stanno
Come alcuni colleghi ricordano, ho avuto l'onore di presiedere anche nella passata legislatura la Commissione d'inchiesta (avente allora natura monocamerale) su questo stesso tema. Mi appare quindi naturale cominciare col fare un confronto tra la situazione che quella Commissione si trovò ad esaminare e la situazione attuale.
Ebbene, dal 1995 ad oggi sono stati compiuti notevoli passi in avanti se solo si considera che quattro anni fa non esisteva una disciplina organica della materia, giunta nel febbraio del 1997 grazie al decreto legislativo n. 22 (meglio noto come «decreto Ronchi»).
Da poco tempo si cominciava allora ad affermare il neologismo «ecomafia», per indicare quella parte della criminalità organizzata che dagli smaltimenti illeciti dei rifiuti trae grandi benefici economici a fronte di rischi pressoché nulli per quanto riguarda le sanzioni comminabili. Era, insomma, un argomento quasi esoterico, per iniziati, che cominciava soltanto allora a sollecitare l'attenzione delle istituzioni.
Quella Commissione, al di là del lavoro svolto, contribuì ad elevare la soglia di attenzione di quanti hanno responsabilità in questo settore: dal Governo nazionale agli enti regionali e locali, alla magistratura, alle forze di contrasto, e a rendere nota anche nella pubblica opinione la rilevanza del tema.
Quando si è insediata questa Commissione bicamerale esisteva quindi una legislazione organica della materia ed era aumentata la sensibilità generale: due elementi che hanno contribuito a rendere più proficuo il nostro lavoro.
Come emerge già dal nome della Commissione che presiedo, il nostro compito è assai ampio; non è limitato alla sola fase di inchiesta sugli aspetti di illegalità ma riguarda l'interno ciclo dei rifiuti. Il Parlamento ci ha assegnato il compito di verificare come il nostro paese, in tutte le sue articolazioni, stia adeguando l'intero ciclo dei rifiuti ad un sistema di gestione che risponda a criteri di modernità ed efficienza nel rispetto dell'ambiente.
Negli anni passati ho più volte avuto modo di affermare che il ciclo dei rifiuti in Italia era un vero e proprio far west. Fino a non molto tempo fa l'unica destinazione possibile per i nostri rifiuti era la discarica, un sistema che ormai l'Europa ha sostanzialmente posto al bando, individuandolo come residuale rispetto ad altre opzioni: riciclaggio, termodistruzione. Inoltre, gran parte delle discariche esistenti non era stata realizzata tenendo in considerazione i necessari presidi tecnologici e ambientali. Insomma, il consumo, il degrado del territorio e i danni alla salute dei cittadini erano la diretta conseguenza di un sistema che si proponeva unicamente di liberare i produttori dei rifiuti (fosse un comune o un'azienda) da un fastidioso problema.
Oggi possiamo cominciare a dire che non è più così, anche se purtroppo esiste tuttora una forte disomogeneità tra le diverse realtà territoriali esaminate dalla Commissione. Nella relazione abbiamo parlato di un'Italia a tre velocità. L'Italia settentrionale, infatti, appare quasi ovunque in linea con quella gestione moderna ed efficiente dei rifiuti solidi urbani, prevista dalla legge. Nell'Italia centrale esistono dei ritardi ma le diverse regioni stanno compiendo i passi necessari per voltare pagina nella gestione dei rifiuti. L'Italia meridionale presenta invece tuttora gravi ritardi, testimoniati peraltro dal permanere dello stato di emergenza dichiarato dal Governo e dai commissariamenti per Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.
Tale giudizio deve essere ulteriormente articolato giacché non basta avviare la raccolta differenziata e raggiungere importanti risultati in questo campo se, nel contempo, non si sviluppa l'impiantistica necessaria ad accogliere i materiali da destinare al riciclaggio. Esiste, infatti, un deficit di impianti di recupero tale che discrete quantità di materiale raccolto in maniera differenziata vanno, comunque, a finire in discarica con evidenti effetti
Serve, da questo punto di vista, un impegno più ampio soprattutto da parte del settore pubblico. Nel corso delle nostre missioni, abbiamo spesso registrato una tendenza da parte degli enti locali a vedere nella realizzazione dei termodistruttori la soluzione ad ogni problema. Ritengo che non sia questa la strada; se si dovesse passare dal sistema «tutto in discarica» al sistema «tutto al termodistruttore», avremmo fatto davvero pochi passi in avanti. Non si tratta certo di un rifiuto del contributo che può venire dalla termodistruzione; nel corso degli anni, infatti, le tecnologie hanno consentito di fare grandi progressi e di dare, quindi, assicurazioni sulle emissioni di questi impianti, tanto che l'ultima generazione di termodistruttori è ormai meno inquinante di una discarica anche ben controllata.
L'affermazione che facevo nasce, però, da altre constatazioni. La prima è il dettato della legge che individua la termodistruzione come un'opzione successiva al recupero dei materiali e a ciò si lega la seconda constatazione: importanti studi scientifici hanno evidenziato che rilevanti aree agricole del nostro paese e del nostro territorio nazionale sono ormai allo stato di predesertificazione. L'utilizzo in tali aree di un compost di qualità consentirebbe un arricchimento organico di questi terreni e, dunque, un allontanamento del rischio di desertificazione. Per produrre un compost di qualità occorre una seria raccolta differenziata che potrebbe far raggiungere in tempi brevi i risultati fissati dalla legge. Infine, scegliere con decisione la strada del recupero dei materiali consente di raggiungere risultati occupazionali assai superiori a quelli che si otterrebbero dando invece la priorità alla termodistruzione.
Spetta quindi al settore pubblico, dall'amministrazione centrale agli enti regionali e locali, avviare una programmazione che tenga conto di questi elementi, nonché adottare strategie che consentano all'industria dei prodotti di riciclo di affermarsi. Lo sviluppo delle tecnologie dedicate alla gestione dei rifiuti e la loro diversificazione è, inoltre, uno degli elementi che può consentire di sconfiggere gli evidenti fattori di devianza e di illegalità che tuttora si registrano in questo settore.
Nel corso dei nostri lavori abbiamo infatti rilevato come le attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti non abbiano subito cali sensibili, anzi, semmai si sono anch'esse evolute. Esistono tuttora gli smaltimenti in discariche abusive e, spesso, in aree controllate dalla criminalità organizzata, ma il sistema è cambiato. Ad esempio, durante l'audizione di un collaboratore di giustizia, abbiamo appreso che la camorra casertana ha deliberatamente scelto di non utilizzare una cava dalle capacità di 1 milione di metri cubi per l'eccessiva attenzione delle forze di contrasto: adesso il sistema adottato prevede la creazione di piccole buche o lo smaltimento di quantitativi di rifiuti in più soluzioni.
Ma il salto di qualità che più ci deve preoccupare riguarda il fatto che ormai la criminalità organizzata pare interessata a gestire anche le altre fasi del ciclo dei rifiuti condizionando anche l'assegnazione degli appalti. È stato il prefetto di Napoli, sotto il cui controllo operano tutte le discariche della Campania, a dirci che la quasi totalità delle aziende che raccolgono rifiuti presenta elementi di rilevante preoccupazione proprio dal punto di vista della legalità. Sarebbe, tuttavia, sbagliato e riduttivo affermare che l'illegalità nel ciclo dei rifiuti sia tutta riconducibile all'azione della criminalità organizzata. Presso la Commissione abbiamo avviato un accurato monitoraggio a livello nazionale delle imprese operanti del settore.
Ebbene, esistono personaggi che proprio su un'illecita gestione dei rifiuti sembrano aver fondato le loro attività imprenditoriali. Si tratta di soggetti che ritroviamo ad amministrare società che nascono e muoiono in tempi rapidissimi, sufficienti tuttavia ad ottenere contratti di smaltimento dei rifiuti ed a realizzare in maniera illecita il loro business. Accanto a
È dunque prioritario riuscire a contrastare questi aspetti di devianza nel ciclo dei rifiuti, responsabili di effetti gravemente distorsivi del mercato. Su questo tema la Commissione, già nel marzo 1998, ha approvato all'unanimità un documento che propone l'introduzione del delitto ambientale nel codice penale italiano. Si tratta di una modifica già adottata da molti altri paesi, anche assai vicini come cultura al nostro (ad esempio la Spagna) e di un'innovazione proposta non certo da una vis giustizialista, ma dalla constatazione - e direi anche dall'imperativo - che reati che causano gravissimi ed a volte irreversibili danni all'ambiente ed alla salute dei cittadini non possono essere più sanzionati con mere previsioni amministrative e con tempi di prescrizione che nella pratica garantiscono l'immunità. Servono sanzioni commisurate all'entità del reato e, soprattutto, è necessario dotare l'autorità giudiziaria e le forze di contrasto di strumenti - quali le intercettazioni telefoniche e ambientali - oggi non utilizzabili, ma indispensabili per condurre indagini difficili ed estese.
Non si può però certo immaginare di risolvere e di sconfiggere rilevanti fenomeni di devianza che riguardano il ciclo dei rifiuti solo affrontando il problema dal punto di vista penale e giudiziario. Serve un rapido completamento degli istituti di controllo amministrativo previsti dalla legge. Il sistema ANPA-ARPA, ormai presente su gran parte dell'intero territorio nazionale, presenta però ancora ritardi ed un'insufficienza di organico che rischia di minarne l'operatività. Inoltre, il sistema ANPA-ARPA potrebbe perdere efficacia qualora la terzietà dell'Agenzia non dovesse essere confermata nell'ambito delle riforme che stanno interessando le strutture ministeriali.
Anche chi produce rifiuti, però, deve fare la sua parte, innanzitutto gli enti locali, verificando attentamente i soggetti cui si affidano. Ancora in queste settimane vengono rinvenuti in Lombardia capannoni industriali dismessi colmi di rifiuti raccolti in maniera differenziata dalle province del nord. È un fenomeno che la Commissione aveva già studiato in occasione delle sue indagini su Abruzzo e Lazio e che ora si ripete e che rischia di ingenerare nei cittadini un senso di sfiducia nei confronti di un sistema che invece sta cercando di affermarsi.
Allo stesso modo l'imprenditoria deve guardare alla gestione dei propri rifiuti non solo come ad un elemento di costo, affidandoli quindi a chi garantisce minori prezzi. Serve uno sforzo di sensibilità da parte di tutti i soggetti interessati.
Rimangono poi sul tappeto ulteriori elementi, su cui la Commissione sta producendo un grande sforzo. Mi riferisco, ad esempio, alla gestione dei rifiuti radioattivi, per i quali abbiamo proposto la creazione di un'agenzia, sulla scia di quanto già fatto, ad esempio, in Francia, in Spagna, in Svezia, che garantisca la maggiore efficienza e la maggiore sicurezza per un compito che durerà alcune centinaia di anni. Mi riferisco ancora alla questione dei trasporti transfrontalieri di rifiuti, per i quali stiamo verificando una situazione certo non tranquillizzante.
Come si vede l'ampiezza delle competenze e dei problemi non può certo essere tutta riassunta né nella relazione oggetto del dibattito odierno né, tantomeno, da questo mio intervento. Abbiamo voluto concludere la nostra relazione con una nota di ottimismo, ribadendo come l'epoca del far west sembri ormai in via di superamento; anzi, appare decisamente segnata la strada, ancora difficile, ancora in salita, verso una gestione efficiente e tecnologicamente avanzata del ciclo dei rifiuti. Sottolineo, però, che l'impegno verso questo obiettivo deve essere massimo da parte di tutti, proprio di tutti, i
La relazione che esaminiamo oggi è frutto di un lavoro lungo, vasto per oggetto ed obiettivi, analitico e, per molti aspetti, nuovo nel suo genere; mi soffermerò, pertanto, su alcuni punti fondamentali.
Se il Parlamento ha istituito una Commissione d'inchiesta per indagare sul ciclo dei rifiuti, se almeno 15 milioni di cittadini vivono oggi in regioni nelle quali è stata dichiarata l'emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti, come la Campania, la Puglia, la Calabria e la Sicilia, dove si concentra il 42 per cento dei 31 mila illeciti penali in campo ambientale che sono stati accertati nel 1998, se registriamo una persistente precarietà nel campo dello smaltimento dei rifiuti, con intere aree del paese costrette ad esportare fuori dalla regione i propri rifiuti, al punto che sarebbe ipotizzabile una ventunesima regione fantasma in cui si concentrano ben 2 milioni di tonnellate di residui industriali, se siamo costretti oggi a spendere centinaia di miliardi per bonificare i siti inquinati e l'Italia detiene il non invidiabile primato del maggior numero di discariche abusive, significa che ci troviamo di fronte ad un drammatico fallimento del sistema paese in tale comparto ambientale. È fallita, infatti, una politica di pianificazione ai diversi livelli istituzionali ed è mancata l'attivazione dell'imprenditoria privata e pubblica; è mancata, inoltre, una politica dei controlli che garantisse il rispetto della normativa esistente. Non vi è stato, inoltre, un coordinamento con le altre politiche ambientali e la politica di spesa è stata tardiva ed insufficiente.
Lo smaltimento dei rifiuti è stato sempre considerato come un cosiddetto accidente finale del ciclo economico, adesso esterno e, come tale, un «non costo»; non se ne valutava, cioè, l'impatto ambientale. Tutto ciò è avvenuto anche perché alcuni principi fondamentali della strategia comunitaria in tale settore, come il «chi inquina paga» oppure la «responsabilità condivisa», sono stati recepiti nella nostra legislazione in ritardo; è per questo che il decreto legislativo n. 22 del 1997, il cosiddetto decreto Ronchi, costituisce una riforma dal valore storico, di svolta, e grazie alla quale si intravedono i primi positivi cambiamenti.
I dieci capitoli del nostro rapporto costituiscono, forse per la prima volta, un'analisi organica ed approfondita dei fenomeni interessanti il ciclo dei rifiuti nel nostro paese, come è stato riassunto molto bene poco fa dal presidente Scalia. Non ci si sofferma, infatti, soltanto sul capitolo delle cosiddette ecomafie, ma si avanzano proposte operative per la soluzione dei diversi problemi, primo fra tutti quello relativo alle strategie di intervento per la disattivazione degli impianti nucleari e per la sistemazione dei rifiuti radioattivi.
Sulle proposte avanzate, è chiaro che ci aspettiamo un'attenta considerazione da parte del Governo; si possono comunque elencare alcune priorità. Una politica di gestione dei rifiuti presuppone la disponibilità di informazioni accurate sulla loro quantità e tipologia; i dati sulla produzione dei rifiuti sono stati pubblicati in diversi documenti, come quelli elaborati dal Ministero dell'ambiente, dall'ISTAT, dall'ANPA, dall'osservatorio nazionale dei rifiuti. Dal 1994, la legge n. 70 ha previsto
Vi è bisogno di qualche aggiustamento nella direzione di una maggiore semplificazione del sistema, in attesa di poter disporre di metodologie più avanzate come i bilanci di materia, di energia e di rifiuti per il maggior numero possibile di cicli di produzione e di consumo. In sostanza, occorre migliorare le indagini statistiche ed attuare strumenti e metodologie di rilevamento nuove ed avanzate!
Un secondo ordine di problemi è costituito dalla diminuzione della produzione dei rifiuti. Il decreto legislativo n. 22 del 1997 indica chiaramente questa priorità-necessità. La produzione dei rifiuti è determinata dall'efficienza con cui vengono utilizzate le risorse nei processi produttivi, nonché dalla quantità dei beni che produciamo e che consumiamo. Si tratta quindi di un indicatore socio-economico: ciò serve a rilevare, infatti, il grado di interazione tra le attività umane ed i sistemi ambientali.
Ebbene, in Italia nel 1997 sono stati generati 26,6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, pari al 14 per cento dell'ammontare complessivo riscontrato nell'ambito dell'Unione europea: circa 462 chili per abitante annuo; un valore che ci pone alla settima posizione rispetto ai quindici paesi dell'Unione europea, dove la media è di 506 chili per abitante annuo. La situazione, quindi, non sarebbe tanto grave, se non ci caratterizzassimo per alcuni aspetti evidenziati nella relazione, purtroppo fortemente negativi! Abbiamo infatti oltre l'80 per cento di rifiuti urbani che finiscono in discarica: un gap tecnologico drammatico; ciò significa che lo schema raccolta indifferenziata - discarica è ancora fortemente prevalente rispetto ai sistemi integrati di gestione. In Francia, siamo al 46 per cento; in Germania, al 66 per cento; nei Paesi Bassi a meno del 50 per cento! La raccolta differenziata in alcune regioni (cito, ad esempio, la Calabria e la Campania) purtroppo si attesta al 2-3 per cento sul totale dei rifiuti. In gran parte del paese non esiste una cultura della separazione dei materiali da parte dei cittadini! Molte regioni, infatti, non aggiornano ancora i loro piani per la gestione dei rifiuti, previsti dall'articolo 22 del decreto legislativo Ronchi. Tarda quindi l'allocazione degli impianti!
Un sistema industriale di recupero e riciclo dei materiali è stato avviato solo recentemente, con i consorzi obbligatori e con il Conai (consorzio nazionale imballaggi), per eliminare globalmente il loro impatto ambientale.
La Commissione ha approfondito questi temi con due documenti molto importanti ed ha avanzato anche delle proposte per politiche finalizzate alla diminuzione dei rifiuti. Esse riguardano in modo particolare la diffusione dei sistemi di gestione ambientale ISO ed EMAS, per migliorare le performance ambientali delle imprese; accordi di programma per stimolare l'innovazione ambientale, il cambiamento dei comportamenti ed il miglioramento dei processi produttivi e di consumo.
Sui sistemi di gestione ambientali siamo a livelli bassissimi: si pensi che nei circa 2800-3000 siti industriali che hanno avuto la certificazione EMAS 2085 si trovano in Germania e appena 18 in Italia! Siamo inoltre penultimi per il sistema ISO; ci segue solo il Portogallo!
Per gli accordi volontari che riguardano settori economici a maggiore impatto ambientale, come il chimico e l'energetico, la situazione non è migliore. In Olanda sono 103; in Germania 93 e in Italia appena 11!
Non parliamo poi dei dati relativi all'analisi del ciclo di vita dei prodotti e
Bisogna recuperare. Vi è bisogno di una maggiore volontà da parte del sistema delle imprese a perseguire obiettivi di sviluppo sostenibile, da una parte, e, dall'altra parte, dobbiamo avere dalla pubblica amministrazione provvedimenti per abbattere i costi per la certificazione ambientale - in particolare, per le piccole e medie imprese - e di introdurre semplificazioni amministrative per chi possiede la certificazione ambientale. Tutto ciò significa benefici per l'ambiente e nuova e qualificata occupazione.
Alcuni provvedimenti sono stati già adottati da questo Governo e altri sono in itinere; penso, per esempio, alla contabilità ambientale. Ma è necessario uno sforzo collettivo più serrato del Parlamento e del Governo: a tale proposito giudico negativamente l'approvazione da parte del Senato, con l'articolo 29 della finanziaria, del rinvio del sistema tassa-tariffa, cioè il passaggio dalla tassa alla tariffa per i rifiuti solidi urbani, che era uno dei pilastri essenziali per l'attuazione del decreto legislativo Ronchi.
Inoltre, sarebbe importante per i primi mesi del 2000 concludere gli accordi di programma per gli inerti (sono circa 20 milioni di tonnellate annue), per i pneumatici, per il compost di qualità, per il combustibile da rifiuti e per i beni durevoli.
Chiedo al Governo che questo risultato ci sia, alla scadenza del terzo anno di applicazione del decreto legislativo n. 22 (ciò significa entro febbraio 2000) per dare al paese una rete ecologica di comportamenti industriali avanzati e di consumi sostenibili. Parimenti, si potrebbero introdurre nel prossimo provvedimento concernente nuovi interventi in campo ambientale (attualmente in discussione al Senato) alcune proposte riguardanti la certificazione ambientale, anche per agevolarne fiscalmente i costi per gli investimenti. Sarebbe necessario, inoltre, introdurre agevolazioni fiscali per la produzione e l'acquisto di merci riciclate, favorendo così lo sviluppo di un loro essenziale mercato.
Se non si percorrerà questa via, saremo condannati per sempre ad un ruolo di secondo piano in Europa nella gara, peraltro globale, della competizione economica.
Un terzo ed ultimo punto riguarda l'illegalità nel ciclo dei rifiuti. È la nota più dolente della nostra relazione. Il rapporto tratta questo aspetto in maniera approfondita ed articolata. Le forze di polizia e i diversi magistrati che si sono occupati delle diverse inchieste giudiziarie hanno fornito uno spaccato drammatico della realtà, ma comunque molto chiaro. Si va dal controllo degli appalti al sistema giro-bolla per declassificare i rifiuti, all'utilizzo di cave dismesse e di capannoni industriali inutilizzati per creare centri di stoccaggio abusivi, al controllo di aree portuali (ne è una testimonianza drammatica la situazione dell'area portuale di Palermo, secondo le indagini della DDA). Anche altri espedienti si possono intravedere nelle attività malavitose per organizzare traffici illeciti e smaltimenti abusivi.
Tutto ciò rivela un salto di qualità che vi è stato in questi anni da parte sia delle ecomafie sia di un'imprenditoria deviata non riconducibile alla criminalità organizzata. Quest'ultima, in questi anni, è stata agevolata da burocrati corrotti e da pubblici amministratori disonesti. Notevoli sono le ripercussioni negative in campo economico-gestionale. Si pensi ai rilevanti fenomeni di distorsione del mercato che compromettono il decollo di un vero e proprio ciclo industriale della gestione dei rifiuti: si calcola che siano oltre 7 mila i miliardi di fatturato mossi in questo settore dalle organizzazioni malavitose.
Comunque, nel documento si avanzano alcune precise proposte per sconfiggere questo cancro economico-ambientale.
Una prima proposta molto importante, che costituisce uno strumento per sconfiggere l'illegalità, è quella di garantire un sistema impiantistico efficiente ed efficace. Abbiamo bisogno di realizzare impianti che garantiscano la selezione e il recupero
È importante che nelle aree inserite nell'obiettivo 1, sostanzialmente nel Mezzogiorno, si finanzino anche iniziative per la costruzione di impianti a tecnologia complessa, cioè all'interno di patti d'area, di contratti, di distretti industriali.
È urgente che le regioni completino il sistema delle agenzie per l'ambiente istituite solo in dieci regioni, e non tutte funzionanti. Il sistema dei controlli è infatti al centro della nostra analisi. Non mancano i presìdi deputati al controllo, che sono purtroppo tanti: si pensi ai vari corpi di polizia che operano nel settore, come il NOE dell'Arma dei carabinieri, la Guardia di finanza, il Corpo forestale, la polizia stradale, i vigili urbani e i vigili ecologici delle province. Quante istituzioni sono presenti? E così vi sono anche gli operatori che agiscono all'interno delle ASL, dei presìdi multizonali, dell'ANPA, delle province stesse. I presìdi di controllo, quindi, sono tantissimi; tuttavia, vi è bisogno di maggiore capacità investigativa, di maggiore presenza sul territorio, di maggiore coordinamento che purtroppo risulta molto debole, soprattutto tra gli uffici giudiziari inquirenti. In queste maglie, spesso troppo larghe, penetrano infatti gli operatori più spregiudicati. Completare l'assetto delle nuove sedi del NOE è ugualmente molto importante; attrezzare meglio le forze di polizia ed i servizi doganali per il controllo dei trasporti di rifiuti, utilizzare meglio i corpi di polizia ecologica delle province dove sono stati istituiti ed istituirli dove mancano, mantenere l'unitarietà del Corpo forestale con funzioni di polizia giudiziaria altamente specializzata in materia ambientale: sono tutte necessità essenziali.
Tutto ciò sarà utile per sconfiggere le ecomafie, ma è indispensabile anche introdurre nel codice penale norme che riescano a tipizzare i delitti e le aggressioni contro l'ambiente. Pure a tale riguardo abbiamo avanzato alcune proposte (vi accennava l'onorevole Scalia) ed auspichiamo un iter veloce dei progetti di legge attualmente all'esame del Senato: è infatti necessario attivare strumenti di legge per intervenire con maggiore efficacia nel contrasto alle attività malavitose. Proprio in questi giorni, la Commissione ha avviato alcune altre importanti iniziative, in particolare sul problema dei commissariamenti delle regioni per l'emergenza rifiuti: i risultati di tali commissariamenti, però, a mio avviso, sono insufficienti. In sostanza, occorre modificare un'impostazione troppo centralistica e dirigistica delle responsabilità e dei poteri, conferendo invece questi ultimi soprattutto agli amministratori locali, al fine di attuare il decreto legislativo n. 22 del 1997 (e di evitare, quindi, di procedere sempre in deroga). Questo aspetto sarà ulteriormente approfondito dalla Commissione nelle prossime riunioni.
In sintesi, quindi, una maggiore capacità per il rilevamento dei dati, politiche per la riduzione, il recupero e il riciclo dei rifiuti, più impiantistica e qualità dei controlli sono le coordinate di una nuova politica ambientale, in un settore che deve basarsi sempre più sulla cultura della responsabilità delle imprese e sull'efficienza della pubblica amministrazione.
In conclusione, signor Presidente, ritengo che il lavoro compiuto dalla Commissione d'inchiesta sia utile al paese per un sano processo di modernizzazione anche nel delicato e complesso ciclo dei rifiuti: tale lavoro potrà essere utile anche per valutare le modifiche e le integrazioni che si stanno apportando al decreto legislativo n. 22, attualmente all'esame della Camera dei deputati, modifiche che sono necessarie per dare certezza agli operatori del settore, rafforzare l'operatività dei consorzi, semplificare alcuni adempimenti burocratici. Si tratta, insomma, di aggiungere un altro importante tassello nella direzione di politiche ambientali più efficaci, in grado di intrecciarsi positivamente con altri grandi bisogni della società italiana, come quelli della legalità e del lavoro (Applausi).
Signor Presidente, nel corso dei lavori della nostra Commissione, grazie anche al contributo dei funzionari, dei consulenti, dei magistrati, ho imparato tante cose che fanno accapponare la pelle. Nel nostro paese si sostengono teorie, si danno suggerimenti, ma la realtà è che la differenza tra il nord e il sud può rinvenirsi solo nell'eleganza con la quale si commettono i crimini: al nord sono più eleganti che al sud, ma sempre crimini sono! I business multimiliardari nella gestione dei rifiuti, tossici o meno, radioattivi o no, rappresentano una realtà spaventosa, un'aggressione continua: lo abbiamo verificato in Lombardia, nella provincia di Bergamo, a Venezia e Porto Marghera.
Soltanto pochi giorni fa, in Puglia, in una cava enorme veniva scaricato un TIR carico di rifiuti, senza sapere cosa contenesse esattamente. Una selezione dovrebbe essere fatta almeno quando i rifiuti arrivano alla discarica perché, per parlare in termini molto pragmatici - dato che le teorie servono fino a un certo punto -, la gente è solita buttare rifiuti di ogni genere nei cassonetti. Tutto ciò finisce nelle discariche con i danni conseguenti che, a volte, sono molto gravi. Nella discarica di Conversano, in provincia di Bari, è stata subito chiara l'assenza di controlli da parte degli organi sanitari latitanti, vergognosamente latitanti. Ciò è accaduto in provincia di Bari, ma succede anche altrove. Devo dire, tra l'altro, che la Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse ha operato sempre in modo rapido, grazie al lavoro del suo presidente, onorevole Scalia, ma anche alla collaborazione di tutti i funzionari. A volte, non si è avuto nemmeno il tempo di mangiare perché, nell'arco di una giornata, ci si è spostati rapidamente da un luogo all'altro proprio per rendersi conto dei danni che, quotidianamente, vengono arrecati all'ambiente. Quando trattano argomenti del genere, le leggi devono essere chiare e non si devono prestare a mille interpretazioni; vi sono motivi di ritenere che l'attuale legislazione in materia sia carente sotto molti aspetti.
In base all'esperienza fatta e dopo l'esame della relazione della Commissione, mi auguro che possa esservi un momento di riflessione al fine di riconoscere la necessità che la stessa prosegua il proprio lavoro, sempre che il Governo abbia interesse a salvaguardare l'ambiente, fermo restando che, comunque, la Commissione ha bisogno di poteri maggiori rispetto agli attuali.
Nella relazione, che tanto diligentemente l'onorevole Scalia e i colleghi della Commissione hanno predisposto, vi sono aspetti positivi e negativi. Tra i suggerimenti legislativi che sono stati elaborati colpisce - ed è da sottolineare - quello relativo alla definizione di rifiuto, sforzo lodevole per meglio chiarire il concetto del «disfarsi». L'impegno della Commissione e dei consulenti è stato sicuramente molto positivo nel chiarire alcuni aspetti tecnici legati al trattamento dei rifiuti. In più occasioni, infatti, si è evidenziato che spesso i trattamenti di inertizzazione sono solo virtuali, ma comportano comunque emissioni da parte degli smaltitori che, in larga parte, riguardano servizi effettivamente non resi al cliente che ha prodotto il rifiuto. Valuto positivamente lo sforzo della Commissione di suggerire al legislatore di incentivare le aziende sulla procedura EMAS, affinché con tale strumento possano allinearsi agli standard europei ambientali, migliorando nel contempo la loro immagine e minimizzando le passività ambientali ancora oggi onerose.
Uno dei punti negativi del decreto legislativo n. 22 del 1997 è la mancata attuazione dell'articolo 17 in tema di bonifiche dei siti contaminati. Su questo punto, signor Presidente, l'approssimazione delle autorità degli enti locali fa paura perché su questi siti autorizzati i controlli dovrebbero essere effettuati dall'azienda sanitaria locale, ma in realtà non vengono eseguiti. Qualche giorno fa il prefetto di Bari - era presente anche il presidente Scalia - ha chiesto maggiori poteri proprio da questo punto di vista. Se però non ci fidiamo - e io non mi fido anche in ragione delle molte esperienze dirette fatte sul territorio - di molte realtà locali, sarebbe opportuno che almeno il prefetto fosse dotato di maggiore autorità nei controlli.
Un altro aspetto negativo è la facilità con cui numerosi operatori dello smaltimento si avvalgono dell'articolo 33 del decreto legislativo n. 22, concernente procedure semplificate di riutilizzo e riciclo, che di fatto permette loro, in assenza di controlli, di ritirare rifiuti da ogni dove - come dicevo prima - e, fingendo di trattarli, di abbandonarli nei prati, sui terreni agricoli, in vecchi capannoni industriali con il risultato che l'onere dello smaltimento e della bonifica ricade sulla comunità.
Un rifiuto che è stato poco trattato è rappresentato dai fanghi dei vari depuratori che sono altamente inquinanti e che spesso vengono prelevati dai depuratori e sparsi sulle campagne.
Un altro aspetto negativo è il difficile «decollo» del Conai - nonostante si parli tanto di raccolta differenziata - che non rende per nulla agevole il collocamento sul mercato dei materiali della raccolta differenziata recuperati dalle filiere.
A tutto questo si aggiunge il mancato «decollo» del consorzio degli oli vegetali usati. Il virtuale albo degli smaltitori non è ancora in grado di garantire la serietà e l'affidabilità degli operatori dello smaltimento. Al riguardo va sottolineata - secondo quanto è emerso nel corso dell'audizione in Commissione di martedì 16 novembre scorso del presidente dell'albo degli smaltitori - la totale inconsistenza delle attività dell'organismo, tant'è che sia l'onorevole Scalia sia l'onorevole Gerardini hanno espresso giudizi molto duri. Si potrebbe dire che l'albo, l'osservatorio dei rifiuti e tutta la pletora degli organismi istituiti con il decreto Ronchi siano serviti finora a distribuire poltrone.
Nella relazione biennale di attività meritava di essere evidenziata con maggiore forza ed incisività la situazione emersa in Sicilia in tema di controlli territoriali. Sul fronte delle strutture tecniche si è avuto modo di verificare, oltre alla carenza di controlli, una disomogeneità negli aspetti organizzativi, accompagnata da una diffusa carenza negli organici dei laboratori di igiene e profilassi, strutture tecniche a cui competono i controlli ambientali. L'impressione è che tali strutture siano relegate in un cantuccio ed in fase di smobilitazione; ciò che desta maggiore preoccupazione, però, è l'atteggiamento dei direttori generali delle aziende sanitarie locali che, in risposta ad una serie di quesiti posti dalla Commissione, hanno dichiarato l'assoluta mancanza di iniziative per la riorganizzazione ed il potenziamento dei laboratori di igiene e profilassi. Se si pensa che in Sicilia non solo non è stata istituita l'ARPA, ma non sono stati istituiti neppure i PMP, ben si comprende come tale stato di cose costituisca
La mancanza di controlli efficaci e continui sui territori siracusano e messinese permette, per esempio, le più diffuse illegalità nel settore dello smaltimento dei rifiuti, cosa che peraltro si verifica anche in altre regione italiane, specialmente in quelle meridionali. Tale sistema privilegia smaltitori di rifiuti industriali che possono comodamente smaltire i rifiuti liquidi pericolosi direttamente in discarica senza trattamento, come per esempio i fanghi di alchilazione della Esso italiana e della Condea di Augusta, di fondami petroliferi semiliquidi dell'AGIP di Milazzo, di Gela, di Priolo e della raffineria Esso di Augusta, quelli della ERG di Priolo e della Condea di Augusta, sottoposti a trattamenti di inertizzazione virtuale, a cui va aggiunto l'amianto, anch'esso trattato virtualmente e poi smaltito in discariche.
A rimetterci, in un sistema siffatto, sono poi - come ha accertato la Commissione - le pochissime aziende locali serie che, avendo investito in qualità e professionalità, si trovano ad essere poco competitive in un mercato che ha tutte le caratteristiche di un oligopolio.
Concludo, nella speranza che il Governo voglia esaminare molto seriamente la relazione, discuterla e, soprattutto, concludere che le leggi debbono essere severe - nel senso indicato - e chiare, senza prestarsi a mille interpretazioni, come fanno quelle vigenti (Applausi).
A nome mio e del gruppo al quale appartengo non posso che esprimere anch'io la soddisfazione per vedere oggi discussa dall'Assemblea una relazione di una Commissione di inchiesta. Per questo unisco i miei ai ringraziamenti già rivolti da chi mi ha preceduto.
La relazione in questione giunge al termine di un lavoro lungo e fruttuoso e - mi piace sottolinearlo - poco politicizzato. Sono rimaste fuori dal nostro lavoro le logiche di parte, le contrapposizioni e le polemiche.
Abbiamo lavorato sempre in concordia su problematiche concrete, dal notevole spessore tecnico. Penso alle relazioni territoriali, che possono considerarsi tutte richiamate dalla relazione generale oggi in discussione. Per queste la Commissione ha viaggiato molto nelle diverse aree del nostro paese: è anche in queste cose che si vede la vicinanza delle istituzioni ai cittadini.
Penso all'importante documento elaborato sulla problematica dei rifiuti nucleari (Doc. XXIII, n. 27) e penso al documento votato di recente all'unanimità - come sempre, del resto - sulla disciplina degli imballaggi (Doc. XXIII, n. 36).
La relazione in esame, dunque, è una finestra aperta su un mondo che siamo soliti trascurare e che invece, come la Commissione ha potuto constatare, è degno della massima attenzione, non solo per i problemi - talora anche gravi - che pone, ma anche per le opportunità che essa offre. Comincio da queste ultime, giacché occorre essere propositivi e proiettati in avanti. Come peraltro è stato affermato in un altro documento approvato dalla Commissione, vi è la possibilità di fare del settore dei rifiuti un campo di grande sviluppo occupazionale e tecnologico. Così come avanza la tecnologia applicata alla produzione e al commercio, sta avanzando anche quella destinata al trattamento e al riciclo dei materiali.
Per esperienza personale, posso parlare del settore del vetro: l'industria italiana del vetro è talmente avanti nel riciclaggio dei vuoti che, addirittura, li deve importare, sia dalla Germania che da altri paesi europei. Sono sicuro, però, che anche le altre filiere produttive stanno facendo enormi passi avanti. Sottoscrivo, tuttavia, pienamente, quanto è contenuto nel menzionato Doc. XXIII, n. 36, sugli imballaggi:
Le tecnologie per il recupero energetico possono fare ancora passi avanti, come quelle per la selezione dei rifiuti. In Lombardia, come Commissione, abbiamo visto che vi è un impianto dove quasi tutta la selezione e la separazione della frazione secca avviene su un nastro automatico. Su questa strada possiamo fare dei passi avanti.
Voglio menzionare anche il metodo di telerilevamento LARA, approntato con una pregevole ricerca del CNR, con cui si può monitorare il terreno per capire il suo livello di inquinamento. Si tratta infatti di una strumentazione innovativa di ripresa elettronica del territorio dall'aereo, con cui per ogni elemento si acquisiscono circa cento «impronte digitali» che possono esprimere, nella parte rilevata, la lunghezza d'onda, l'«infrarosso termico» e altre informazioni. Si tratta, a quel che risulta, di un metodo unico in Europa.
Come si vede, signor Presidente, la realtà che la Commissione ha ricostruito è una realtà dinamica e promettente. Certo, non mancano i problemi: tenterò di riassumere quelli che mi paiono più urgenti da affrontare.
In primo luogo, occorre che il Governo dia applicazione alle disposizioni del decreto legislativo n. 22 del 1997, in cui è previsto che siano emanati provvedimenti esecutivi di rango secondario. Capisco bene le difficoltà in cui possono versare gli organismi ministeriali chiamati a stabilire limiti e criteri relativi a complicati rapporti tra sostanze e metodi di calcolo o caratteristiche tecniche degli impianti, tuttavia è proprio questo il compito di burocrazie attrezzate e, dunque, ogni ritardo temo sia oggi da considerarsi colpevole. Una normativa completa, chiara e semplice è il presupposto perché imprenditori, cittadini ed istituzioni concorrano alla soluzione dei problemi.
In secondo luogo, è necessario che il sud del paese colmi il suo ritardo nella gestione del ciclo. Ben quattro regioni - Puglia, Campania, Calabria e Sicilia - sono commissariate: la raccolta differenziata è, talora, a livelli anche venti volte inferiori a quelli del nord; vi è un deficit impiantistico e tecnologico; gli uffici tecnici delle amministrazioni locali non riescono a rendersi professionalmente adeguati alla sfida. Vi sono talora politiche miopi o errate. Come abbiamo detto tante volte, occorre che l'Italia entri davvero in Europa, non solo con la moneta unica, e che ci entri tutta intera.
In terzo luogo, anche come esponente del mondo produttivo, vorrei sottolineare il problema della quantificazione dei rifiuti speciali. Quanto ai rifiuti urbani, è noto che le amministrazioni locali, anche con l'aiuto dell'ANCI e del consorzio degli imballaggi, sono pervenute a livelli di informazione sulle quantità prodotte abbastanza attendibili. Per quel che concerne, invece, i rifiuti speciali, non siamo in grado di dire altrettanto. Le dichiarazioni MUD sono un aggravio per le imprese e non forniscono dati affidabili: lo ha affermato, in buona sostanza, anche il ministro Ronchi nella recente conferenza nazionale tenutasi sul tema in Campidoglio. Non poter disporre di informazioni esatte favorisce i traffici illeciti di questi rifiuti: nessuno sa quanti ne siano prodotti e dunque è difficile sapere dove siano trasportati e come siano smaltiti. Non sorprende, allora, che vi siano molte inchieste in corso e che periodicamente vengano scoperte aree totalmente inquinate, la cui bonifica costa alla collettività molto denaro (penso a molte aree della Lombardia e del Veneto, ma anche del meridione).
Vengo all'ultimo punto che intendo evidenziare, quello dei controlli. In materia di rifiuti le autorità preposte sono troppe, scoordinate ed inefficaci. Ai sensi dell'articolo 20, comma 1, lettera c), del decreto legislativo n. 22 del 1997, le province
Una maggiore efficienza nei controlli consentirebbe di arginare i fenomeni illeciti: per questo la Commissione auspica una rapida messa a regime dell'intero sistema ANPA-ARPA, con la costituzione delle agenzie nelle regioni dove queste ancora non esistono; e con la loro entrata in funzione, laddove le agenzie sono state istituite, ma non sono ancora operanti (Applausi).
Avverto che è stata presentata la risoluzione Scalia ed altri n. 6-00120 (vedi l'allegato A - Doc. XXIII, n. 35 sezione 1).
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.


