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PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza Sbarbati n. 2-01414 (vedi l'allegato A - Interpellanze ed interrogazioni sezione 3).
LUCIANA SBARBATI. Mi riservo di intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la sanità ha facoltà di rispondere.
ANTONINO MANGIACAVALLO, Sottosegretario di Stato per la sanità. Signor Presidente, cercherò di attenermi strettamente al testo dell'interpellanza e ai quesiti in essa contenuti. Non vorrei che, come nella precedente occasione riferibile all'onorevole Neri, venissero in un secondo momento posti i quesiti che non compaiono nel testo del documento presentato.
affetto da oligofrenia riferibile ad un quadro cronico di grande male epilettico su cerebropatia infantile.
Ultimamente, contando sulla gestione comune di una casa di riposo e di un centro psico-pedagogico per handicappati gravi da parte di un'unica équipe medico-psico-pedagogica, è stato tentato l'inserimento del paziente nella casa di riposo di Montelparo, in provincia di Ascoli Piceno. Purtroppo, l'inserimento, anche in questo caso non ha dato i suoi frutti a causa delle difficoltà di adattamento del paziente riscontrate presso il relativo centro diurno.
PRESIDENTE. L'onorevole Sbarbati ha facoltà di replicare.
LUCIANA SBARBATI. Vorrei dire all'onorevole Mangiacavallo che la risposta fornita alla mia interpellanza arriva molto in ritardo - la risposta è del Ministero e tale colpa non può essere imputata al sottosegretario - poiché i dati che ha fornito sono a mia disposizione da molto tempo. È chiaro, infatti, che se sollevo un problema come questo, che rappresenta un caso limite che fa testo, perché la situazione dei malati mentali in Italia è dovunque e comunque questa, purtroppo per loro e per le loro famiglie, mi sento moralmente, personalmente e politicamente tenuta a seguirlo. Così, ho seguito questa vicenda attentamente, cercando di essere vicina alle tensioni della famiglia e di vedere se si riusciva a muovere qualcosa, visto che la stampa si è interessata più volte di questo caso.
Non è possibile che, di fronte a questi drammi incredibili e insopportabili, le famiglie possano essere lasciate sole. Abbiamo chiuso i manicomi e abbiamo fatto bene, ma non abbiamo messo in campo tutto ciò che a livello territoriale poteva essere di aiuto, in casi di effettiva necessità, per i soggetti affetti da determinate patologie, più o meno gravi, e per le loro famiglie.
ma purtroppo anche tante altre persone. È ora di capire come ci si debba comportare in questo settore. Dobbiamo rivedere la delicata e complessa disciplina che riguarda l'handicap, contenuta nella famosa legge n. 104, sulla quale abbiamo disquisito moltissimo facendo riferimento all'Organizzazione mondiale della sanità per quanto riguarda l'handicap psichico, fisico e sensoriale.
MARIA LENTI. Brava!
LUCIANA SBARBATI. È meglio sbagliare in favore che sbagliare in difetto perché, in questo caso, non è soltanto il paziente che non è tutelato in un suo diritto, ma è l'intera comunità che soffre le ricadute assolutamente negative anche sotto il profilo della cultura e della sensibilità civile.
L'onorevole Sbarbati ha facoltà di illustrarla.
Dai dati acquisiti dal commissariato del Governo nella regione Marche presso le competenti autorità sanitarie regionali risulta che il signor Otello Cerioni è
Il paziente per questo motivo non è classificabile come pschiatrico, bensì come minorato psichico. Già in una precedente certificazione, risalente al 6 marzo 1993, i mali del signor Cerioni venivano descritti come derivanti da un problema psichico - cioè dalla sua minorazione intellettiva - e non psichiatrico (disturbi del pensiero e dell'umore). Dalla sua minorazione psichica derivano disturbi comportamentali caratterizzati fondamentalmente da difficoltà di inserimento sociale quali, ad esempio, l'estrema limitatezza e fatuità degli interessi, la povertà dell'eloquio e di capacità relazionali.
Il soggetto è molto dipendente dall'ambiente e le sue iniziative sono estremamente ridotte, con necessità di provocarlo per avere delle reazioni di accettazione o di rifiuto, senza possibilità di rielaborazione relazionale o emozionale.
Il paziente, tra l'altro, non è assolutamente pericoloso; diventa provocatorio di fronte ad un comportamento di rifiuto o di squalifica. In virtù della sua corporatura massiccia, la sua mimica e i suoi atteggiamenti possono essere interpretati come minacciosi da interlocutori che non lo conoscono, o che non lo conoscono a fondo. Non presenta, comunque, atteggiamenti di reale aggressività. Le condizioni del paziente escludono categoricamente ogni ipotesi di proficuo inserimento lavorativo, né appare realistico che possa trarre ulteriori, significativi benefici da un percorso di riabilitazione psicomotoria o cognitiva.
Si ritiene, tuttavia, che la sua gestione - anche nelle sole ore diurne - in un ambiente professionale ove egli possa ricevere adeguati stimoli ed essere impegnato in attività ludiche o in terapia occupazionale, possa produrre un generale miglioramento dei suoi problemi comportamentali, rendendo più semplice il suo adattamento all'ambiente e l'organizzazione della sua assistenza.
Al fine di garantire la necessaria continuità assistenziale, il paziente è stato sempre seguito dai servizi psichiatrici dell'azienda sanitaria locale n. 5 di Jesi. Di conseguenza, anche per venire incontro ai problemi assistenziali della famiglia, in tutte le occasioni in cui si sono verificate situazioni di tensione, il paziente è stato ricoverato nel servizio psichiatrico di diagnosi e cura ospedaliera. Il servizio psichiatrico si è fatto, inoltre, carico di promuovere numerosi tentativi di inserimento sociale in strutture e centri diurni che, comunque, non si sono dimostrati idonei allo scopo, a causa della mancanza di servizi di supporto che permettessero al paziente di trascorrere la giornata impegnato in attività ricreative.
Si è tentato in un primo tempo di gestire il paziente a domicilio con il supporto del servizio educativo del comune di Jesi; tuttavia, in seguito, venuta meno la capacità assistenziale della famiglia per una grave malattia della madre, si è tentato l'inserimento del paziente in istituti specializzati, registrando la sostanziale impossibilità degli istituti della regione Marche di accogliere altri pazienti, specie se affetti da quadri di oligofrenia non suscettibile di recupero a fronte di interventi riabilitativi.
Si è anche preso atto della contrarietà della famiglia all'inserimento del proprio congiunto in istituti molto lontani dalla sua sede di residenza. Il servizio psichiatrico, quindi, ha tentato di inserire il paziente in strutture socio-assistenziali del circondario, come ad esempio le case di riposo di Filottrano e di Jesi.
Al fine di affrontare in modo specifico il problema della sua assistenza, sono state organizzate attività ricreative diurne presso tali strutture. Ciò è avvenuto coinvolgendo le energie sociali - quali, ad esempio, educatori e obiettori di coscienza - che le strutture potevano, di volta in volta, mettere a disposizione. Tuttavia, la precarietà degli operatori sociali disponibili non ha consentito di ottenere, in verità, risultati significativi e duraturi e i comportamenti del paziente hanno indotto i dirigenti delle case di riposo a chiederne la dimissione.
Attualmente, in seguito al fallimento dell'ennesimo tentativo di inserimento, il paziente è ospite del servizio psichiatrico di diagnosi e cura ospedaliero dell'azienda sanitaria n. 5 di Jesi in quanto la famiglia non è disponibile a tenerlo a casa e, allo stato attuale, non esistono in loco strutture sociali adeguate e disponibili ad accettarlo.
L'unità valutativa dell'handicap dell'adulto della stessa ASL, da poco costituita, è stata investita del caso e, in collaborazione con il servizio psichiatrico, sta organizzando l'inserimento del paziente, in tempi successivi, nelle seguenti strutture: in una prima fase presso una struttura residenziale di accoglienza per pazienti psichiatrici (il centro residenziale di via Tabano, di imminente apertura, realizzato dall'ASL ed affidato in gestione ad una cooperativa di servizi); in un secondo momento, e comunque in via definitiva, presso un centro di accoglienza per disabili da realizzarsi in collaborazione con il comune di Jesi e l'ANFFAS. La realizzazione di quest'ultima struttura si rende necessaria a fronte della precaria ed incompleta rete di servizi assistenziali regionali per pazienti portatori di handicap, specie per quelli in età adulta. Infatti, considerando l'indisponibilità ad accettare nuovi pazienti da parte della maggioranza degli istituti di riabilitazione - peraltro presenti solo in alcune aree della regione -, si evidenzia una crescente domanda di assistenza continuativa legata all'aumento dell'attesa di vita dei soggetti portatori di handicap ed al progressivo venir meno del tessuto familiare composito che, fino ad oggi, ne ha consentito la permanenza a domicilio.
Per far fronte a tale situazione, l'ASL n. 5 ed il comune di Jesi stanno studiando un progetto di organizzazione e gestione di un centro residenziale di circa 20 posti letto da realizzarsi su iniziativa e con il contributo dell'ANFFAS.
Onorevole Mangiacavallo, dire che questo soggetto non è un malato di mente, ma semplicemente affetto da epilessia, oligofrenia e turbe del comportamento - come diagnosticato dal dipartimento territoriale di salute mentale - nonostante la complessa fenomenologia delle turbe che ha avuto, con comportamenti violenti e profondamente aggressivi manifestati sia in famiglia sia nella casa di riposo, mi sembra veramente azzardato. Questa è una questione culturale più che politica.
Nella nostra cultura e secondo la concezione politica generale del nostro Ministero della sanità il problema della malattia mentale deve trovare spazio e campo diversi da quelli che ha avuto sino ad oggi. Era questo il senso della mia interpellanza a cui non è stata data risposta.
Questa è una realtà che non riguarda soltanto la regione Marche, la quale peraltro ha varato in questi giorni il piano socio-assistenziale. Mi auguro che, al di là delle benemerenze del comune di Jesi che si è fatto carico fino in fondo del problema con le strutture territoriali, vi sia anche una complessa visione politica del problema della malattia mentale da parte dell'assessorato regionale alla sanità e delle strutture del comune di residenza.
Si tratta comunque di un problema che deve trascendere la competenza territoriale, a livello regionale, ed arrivare ad una valutazione più generale, in sede nazionale.
Onorevole Mangiacavallo, lei che è medico conosce meglio di me l'ambiguità delle certificazioni che oggi non definiscono bene la malattia mentale. Lo stesso concetto di malattia mentale è talmente indefinibile, in particolare nella nostra cultura occidentale, che lascia grandi margini a speculazioni. Mi dispiace doverlo dire, ma qui si tratta proprio di speculazioni sulla pelle di chi sta male, di chi ha patologie gravissime che sono pericolose per sé e per gli altri.
Ricordo che il paziente di cui si parla nella mia interpellanza è stato ricoverato nella casa di riposo di Filottrano, ma poi è stato dimesso e la sua famiglia è stata chiamata per riprenderlo perché appariva «pericoloso per sé e per gli altri»; i suoi gesti di violenza e di intolleranza, che avevano avuto conseguenze anche tangibili, erano diventati frequenti, assolutamente imprevedibili e intollerabili per la comunità in cui era stato inserito.
Ricordo che in una certificazione medica (non psicologica o comportamentale) del 1993 il responsabile del dipartimento di salute mentale dichiarava quanto segue: «Il problema organico viene molto complicato da quello psichiatrico». In altre parole, il medico non escludeva le complicanze psichiatriche e comportamentali e concludeva: «Il paziente deve essere considerato non autonomo e abbisognevole di continua assistenza». Questo non l'ha detto Luciana Sbarbati, ma un medico del dipartimento di salute mentale!
Dunque, o i medici si mettono d'accordo o c'è una disciplina di riferimento o c'è un comportamento, una direttiva da parte del Ministero della sanità tale da incidere in questa delicatissima materia. Comprendo che non è facile stabilire se una persona sia affetta da malattia mentale oppure no. A tale riguardo, le vorrei chiedere, signor sottosegretario (mi potrà eventualmente rispondere anche al termine della seduta): qual è il confine tra l'handicap gravissimo di natura psichica e la malattia mentale? E poi: esiste un confine? C'è oggi una specializzazione professionale in grado di dirci quale sia questo confine? No!
Lei sa meglio di me che, a qualunque filone scientifico si faccia riferimento, nessuno è in grado di indicare questo confine. Ed allora soltanto perché c'è una labilità di confini, vogliamo scaricare le competenze da una parte ad un'altra, lasciando le famiglie allo sbaraglio, alle prese con problemi gravissimi?
Ripeto, quello di cui ci stiamo occupando è un caso emblematico che può far testo e che le competenti autorità sanitarie dovrebbero verificare. Se c'è contrasto tra un certificato medico ed un altro, come fa l'ente pubblico ad orientarsi e a dire che il soggetto va inserito in un centro di riabilitazione mentale? Non è possibile. La famiglia della persona di cui abbiamo parlato si trovava nella disperazione; fortunatamente la cosa è stata risolta, come del resto lei stesso ha ricordato, nel migliore dei modi ed io ne ho preso atto seguendo costantemente la situazione; ma, lo ribadisco, si trattava di una situazione disperata e disperante in cui non si trovava soltanto il soggetto a cui ho fatto riferimento, e che conoscevo,
Sull'handicap psichico grave o gravissimo la domanda vera è stabilire quale sia il confine e ad essa il Ministero deve dare risposta. Non può pensare, infatti, di considerare un adulto cinquantenne o sessantenne che è in queste condizioni un semplice portatore di handicap psichico che può essere inserito in una struttura dove ci sono anche ragazzi di 14, 15 o 10 anni, perché questa è la realtà dei centri residenziali per l'handicap. Ma scherziamo? Costui ha bisogno di una struttura adeguata alle sue necessità. Se intendiamo fare operazioni culturali e giuridiche per rivedere la legge n. 104, stiamo attenti a quello che diciamo. Forse è un'occasione e vorrei sapere se l'onorevole Mangiacavallo e il Ministero della sanità pensino che sia un'occasione per rivedere alcune sfumature che riguardano i concetti che la stessa Organizzazione mondiale della sanità ha messo in campo per definire l'handicap psichico e la malattia mentale. Ciò consentirebbe alla famiglia anche un abbassamento dei costi di ricovero perché la famiglia partecipa in solido al mantenimento del congiunto. Mi chiedo se l'indeterminatezza della certificazione e il giocare sull'handicap grave, che è definito non come malattia mentale, ma soltanto come disturbo psichico grave da parte degli stessi medici su influenza di direttive politiche, non rappresentino soltanto una scappatoia affinché la famiglia non ottenga la detrazione del 30 per cento e si carichi tutto l'onere dell'assistenza del congiunto.
Alle soglie del 2000, se parliamo di tutela sociale e non riusciamo a tutelare le vere emergenze della nostra società, siamo in una situazione che, per un Governo di centro-sinistra, è un po' aberrante. Su questo punto avevo chiesto una verifica e la risposta, per la verità, non è stata molto chiara.
I parenti non hanno mai inteso abbandonare il loro congiunto, come nessun genitore o parente intende abbandonare i congiunti che sono in questa situazione - a meno che non vi siano disumanità profonde - e a questo vi sono sempre possibilità aperte perché l'uomo è capace anche di essere bestia qualche volta. Credo, però, che tante situazioni di abbandono dipendano da un abbandono precedente, cioè da un abbandono delle istituzioni nei confronti di famiglie e di soggetti che sono lasciati completamente soli a vivere una realtà drammatica e traumatica che influenza la vita. Questa famiglia non ha abbandonato il signor Otello Cerioni - lo so per certo -, ha lottato con tutte le forze fino a quando ha trovato qualcuno che ha dato eco alla sua disperazione e ha consentito la soluzione del suo problema. Quanti sono quelli che non trovano qualcuno che svolga la funzione di ripetitore delle loro angosce e che non vedono rispettati i loro sacrosanti diritti costituzionali? Parlo del diritto alla vita, alla salute e, se possibile, anche alla gioia. In questo caso la situazione è disperante, ma credo si debba parlare di pienezza del diritto per tutti. Ecco perché credo che il ministro della sanità debba chiarire questo problema, dare una direttiva nel merito, soprattutto nei centri psichiatrici e dire come ci si debba comportare. Vi può essere la possibilità di sbagliare, ma solo in favore dei pazienti, mai contro di loro!


