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PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza Lucidi n. 2-01876 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 8).
MARCELLA LUCIDI. Signor Presidente, signor sottosegretario, la questione che è stata sottoposta al Governo con la nostra interpellanza urgente potrebbe far pensare che si tratti di situazioni particolari, di storie familiari esattamente individuate e limitate all'esperienza dei soggetti coinvolti: riteniamo invece che, per il modo in cui si presenta ed in cui viene vissuta non solo dalle famiglie, ma dalle comunità coinvolte, essa presenti un grande rilievo sociale. Bisogna infatti considerare le dimensioni che sta assumendo (faccio presente al Governo che solo nella zona dei Castelli romani sono stati sottratti alle famiglie affidatarie 31 bambini) ed il fatto che quanto sta accadendo certamente non favorisce l'affermazione di una cultura dell'affidamento e delle adozioni così come il legislatore l'ha voluta e la società l'ha accolta, ossia una cultura di solidarietà e di amore verso quelle bambine e quei bambini che si trovano in una situazione di sofferenza personale, di abbandono, di difficoltà, anche transitoria, insieme ai loro genitori.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la giustizia ha facoltà di rispondere.
FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, il problema posto dall'onorevole Lucidi è
reale e molto serio in quanto nelle vicende che hanno dato origine all'interpellanza sono coinvolte la vita, le speranze ed i sentimenti dei più deboli all'interno della società.
maggiore coinvolgimento dei genitori naturali del bambino, la verifica del loro rapporto perché non si celi dietro l'affidamento uno stato di abbandono.
della famiglia affidataria, ritenendo che il minore si fosse ormai ambientato nel nuovo contesto dal momento che aveva dichiarato di voler restare con la madre in Olanda. In relazione a questo caso è attualmente in corso una nuova istanza, questa volta per il diritto di visita, presentata dai coniugi affidatari. Per quanto riguarda l'altro caso, le ricerche sono ancora in corso in Olanda. Nonostante le informazioni fornite - in particolare è stato segnalato che il minore parla italiano ed è stata data una dettagliata descrizione -, dallo scorso marzo ad oggi non è stato possibile localizzarlo. Appare peraltro opportuno sottolineare che l'eventuale restituzione del bambino alla famiglia affidataria non determinerebbe comunque, automaticamente, una soluzione definitiva di tipo adottivo. Infatti, permarrebbe la situazione di incertezza del bambino fra madre naturale ed affidataria. Anche con riferimento a questi casi restano valide, a mio parere, le soluzioni prospettate - quelle legislative - le uniche in grado di porre rimedio a tali situazioni o, quantomeno, di contenere il loro verificarsi.
PRESIDENTE. L'onorevole Lucidi ha facoltà di replicare.
MARCELLA LUCIDI. Ringrazio il sottosegretario per la premura che ha dimostrato nell'addurre, in risposta all'interpellanza, l'impegno del Ministero che rappresenta, nonché degli altri dicasteri interpellati. Di fatto, l'obiettivo di questa interpellanza era appunto quello di sensibilizzare ciascun ministero ad agire non solo per quanto di competenza, ma anche in sinergia con gli altri, nel tentativo di capire e di reagire al fenomeno oggetto dell'interpellanza.
Voglio essere messa in grado di poter dire che cosa è accaduto, cosa sta accadendo e quale sarà il futuro di quei bambini e bambine.
L'onorevole Lucidi ha facoltà di illustrarla.
Quello che si registra, quindi, è un dato di scoraggiamento nell'affrontare questa realtà, uno scoraggiamento che definirei contagioso, perché poi la demotivazione e la disperazione delle famiglie si trasmettono alla comunità.
Nell'interpellanza abbiamo ricordato come queste famiglie decidano poi di costituire associazioni, coinvolgendo nella loro sofferenza le realtà locali all'interno delle quali non solo loro, ma gli stessi bambini affidati sono inseriti.
Ciò che accade è descritto nell'interpellanza: dopo anni di affidamento familiare di questi bambini somali, accade che durante il tempo che trascorrono con la madre venga attuata la loro sottrazione alle famiglie cui erano stati affidati; i minori scompaiono, vengono portati all'estero, prevalentemente in paesi come l'Olanda o il Canada. Si perdono le tracce del minore, il tempo passa e la famiglia affidataria si scontra contro un muro che le fa toccare con mano la propria impotenza: il rischio serio, ma, purtroppo, anche la realtà, è che tale impotenza non sia tanto delle famiglie coinvolte quanto l'impotenza di tutte le istituzioni e della società nel suo complesso nel cercare di capire cosa questi fenomeni vogliano dire o, meglio, nascondano.
Da parte di queste famiglie ci arriva non solo un grido di dolore, a fronte dell'esperienza vissuta, ma anche una sensazione di sospetto che si trasforma in sfiducia nei confronti delle istituzioni. Infatti, non si sa - ed è quello che cerchiamo di sapere - cosa ci sia dietro questo fenomeno. Restano molti interrogativi: si tratta di un traffico o di una compravendita di minori? Ci sono organizzazioni malavitose che operano? Potrebbe esserci anche una situazione di sfruttamento minorile? Io credo che di fronte a queste domande e alla sofferenza che il vissuto di queste famiglie ci comunica abbiamo il dovere di dare una spiegazione e di individuare soluzioni.
Per questo motivo abbiamo interpellato il Governo. Crediamo che vi sia la possibilità di dare risposte e di trovare soluzioni che evitino, in futuro, il ripetersi di situazioni di questo tipo e che vi sia la possibilità di porre fine a tale fenomeno proprio perché abbiamo bisogno di diffondere, nella società italiana, una cultura di solidarietà e di amore, la stessa con la quale abbiamo accompagnato la formulazione di una legislazione sull'adozione e sull'affidamento.
In primo luogo, i bambini, figli di persone che hanno dovuto lasciare il loro paese a causa delle persecuzioni politiche alle quali erano soggette e che hanno trovato rifugio in Italia, senza però avere le condizioni economico-sociali per potersi occupare dei propri figli: questo, non lo dimentichiamo, è la prima questione.
In secondo luogo le madri di questi bambini, costrette ad una separazione forzata dai propri figli.
Infine, le famiglie affidatarie che, per un lungo periodo, hanno coltivato affetti e relazioni che vengono improvvisamente e traumaticamente recisi. Quindi, abbiamo tre momenti di sofferenza, tre difficoltà successive nel tempo, ma tutte meritevoli di considerazione e riflessione.
Devo dire subito che una soluzione per questi casi, in realtà, non esiste, a meno che non sia illusoria, in quanto queste vicende sono il frutto di un'applicazione distorta della normativa vigente in materia e dalla quale, alla fine, derivano effetti indesiderati e traumatici. A volte può succedere che una donna straniera, come le madri somale di cui si parla nell'interpellanza, quelle che partoriscono nel nostro paese o che vi giungono con bambini piccoli, preferisca non mettere i bambini in istituto per evitare che le ridotte possibilità di occuparsene - di tempo, economiche o di altro genere - possano determinare la dichiarazione dello stato di abbandono con il conseguente avvio della procedura di adottabilità. Gli istituti sono, infatti, tenuti a riferire ogni sei mesi, al giudice tutelare, notizie sul minore ricoverato e sulle sue condizioni.
Si preferisce allora accedere all'affidamento familiare consensuale perché ciò permette loro di assicurare al figlio una famiglia che se ne prenda cura in modo totalmente gratuito e che non denuncerà mai il disinteresse del genitore perché, nel protrarsi dell'affidamento, intravede la possibilità di una adozione che da taluni è definita atipica, motivata dalla situazione affettiva che si determina di fatto.
Le principali autorità pubbliche chiamate in causa sono i servizi sociali dei comuni e il giudice tutelare competente per territorio. Ai sensi dell'articolo 4 della legge 4 maggio 1983, n. 184 (la famosa legge sull'adozione e sull'affidamento dei minori), la competenza per gli affidamenti familiari consensuali è distribuita tra i servizi sociali del comune e il giudice tutelare che rende esecutivo con decreto il provvedimento del servizio locale e poi dovrebbe esercitare la sorveglianza sull'andamento dell'affido.
In realtà il sistema previsto dalla legge, sommariamente descritto, non funziona sempre nel migliore dei modi, sicché in molti casi l'affidamento viene strumentalizzato a fini diversi dal reale interesse del minore, anche se nel momento iniziale correttamente valutato. Soprattutto non emerge l'effettivo stato di abbandono del bambino, che consentirebbe al tribunale per i minorenni di iniziare la procedura per la dichiarazione di adottabilità.
Contribuisce a ciò anche il comportamento delle famiglie affidatarie le quali, come si è accennato, sperano di tenere con loro il bambino, di fatto ponendo in essere una adozione anomala. Tutto ciò determina il verificarsi anche di situazioni del genere di quelle denunciate dagli interpellanti, il cui numero (ben trentanove) testimonia l'interesse e la sensibilità per questo tema.
Come stavo dicendo, tutto ciò determina il verificarsi anche di situazioni del genere di quelle denunciate dagli interpellanti, relative ad affidamenti protrattisi per oltre dodici anni. È evidente che un affidamento protrattosi per così lungo tempo fuoriesce dai limiti entro i quali l'istituto deve trovare applicazione. Si tratta cioè di fenomeni di cattiva amministrazione e di applicazione distorta della legge. Occorre quindi lavorare sul piano della formazione per rendere più efficace l'azione dei servizi sociali territoriali e utile potrebbe essere anche un intervento legislativo che modifichi la normativa sull'affidamento familiare per garantire un
In tal senso si muove il testo predisposto dalla Commissione speciale per l'infanzia (disegno di legge n. 130-bis e abbinati in materia di adozione, all'esame del Senato), il quale, nel ribadire che il minore ha diritto ad essere educato nell'ambito della propria famiglia e che solo nel caso in cui risulti temporaneamente privo di adeguata assistenza familiare può essere affidato ad un'altra famiglia, apporta alcune modifiche alla disciplina sull'affidamento familiare di cui alla legge n. 184 del 1983.
In particolare i punti di novità sono i seguenti. Anzitutto l'articolo 4 della legge appena citata viene modificato nel senso che la durata dell'affidamento familiare non può essere superiore a ventiquattro mesi; tale periodo è prorogabile una sola volta per non oltre dodici mesi. Inoltre, è previsto che al fine di favorire il reinserimento nella famiglia di origine, il servizio sociale, ove richiesto, debba svolgere opera di sostegno educativo e psicologico agevolando i rapporti con la famiglia di provenienza e il rientro del minore nella stessa, curando che ciò avvenga nel modo più opportuno.
Questo sarebbe testualmente il comma 2 della legge n. 184 del 1983 secondo le modifiche previste dal testo unificato che ho ricordato. In tal modo si intende dare una risposta corretta proprio alle problematiche sollevate dagli interpellanti evitando, da una parte, che l'affidamento porti ad un insediamento stabile del minore nella famiglia affidataria, dall'altra, restituendo all'affidamento la sua funzione fondamentale che è quella di un atto di solidarietà - mi sembra che l'onorevole Lucidi abbia detto di amore - nei confronti dei minori che siano temporaneamente privi di adeguata assistenza familiare.
La vigilanza del servizio sociale (tenuto a presentare una relazione ogni sei mesi in base alla modifica contenuta nel testo unificato all'esame del Senato) dovrebbe evitare un uso improprio dell'affidamento quale surrogato dell'adozione, segnalando quelle situazioni che denunciano uno stato di abbandono e che legittimano, quindi, l'apertura di un procedimento di adozione. Tali modifiche completeranno e renderanno più agevole l'applicazione della legge sull'affidamento e, soprattutto, più efficace la fase del controllo.
Gli interpellanti fanno poi riferimento ai casi di affidamenti interrotti violentemente con la sottrazione del bambino da parte della madre naturale espatriata in seguito con il figlio in altri paesi europei. Consiglio di usare con cautela i casi di sottrazione del minore da parte della madre naturale che agisce.
L'ufficio centrale per la giustizia minorile, istituzionalmente deputato all'applicazione della convenzione de L'Aja del 25 ottobre 1980 in materia di sottrazione internazionale dei minori, ha comunicato di essere stato investito della trattazione di questi casi soltanto pochissime volte. In particolare, ha seguito la vicenda di due bambini le cui famiglie avevano presentato istanza di rimpatrio. Sono stati interessati il Ministero degli affari esteri, il servizio Interpol e le forze di polizia che hanno tutti attivamente collaborato per il rintraccio dei minori, primo indispensabile passo per proseguire nelle procedure di rimpatrio. Anche su questo punto dobbiamo manifestare molta cautela e riflettere sul fatto che, di fronte a vicende che riguardano minori e bambini, si mettono in campo Interpol e forze di polizia; comunque, le vicende meritano l'attenzione che è stata richiesta. Occorre tenere conto, però, della disparità, a meno che non sia vero quanto dice l'onorevole Lucidi quando afferma che siamo di fronte ad un'attività di tratta internazionale, di commercio. Ma dagli elementi di cui disponiamo non abbiamo certezze di questo e quindi dobbiamo valutare il complesso delle situazioni, che sono molto contraddittorie.
Si è accertato che entrambi i minori erano stati portati in Olanda e uno dei due è stato rintracciato; nei suoi confronti il giudice olandese ha ritrattato l'istanza
Ritornando al problema generale sollevato dall'interpellanza, il Ministero dell'interno ha rappresentato che gli organi di polizia italiana sono attentamente sensibilizzati e svolgono con grande accuratezza sui casi di sottrazione denunciati ogni necessaria indagine, attivando le ricerche anche in campo internazionale, sollecitando la collaborazione degli organi di polizia dei paesi stranieri interessati e mantenendo con essi stretti e continui contatti. Il Ministero degli esteri, a sua volta, ha assicurato che al più presto avvierà un'indagine in relazione alla segnalazione degli interpellanti, onde verificare l'esistenza di altri casi riguardanti minori somali sottratti agli affidatari e portati all'estero, oltre a quelli relativi ai bambini portati in Olanda, di cui si è riferito.
Il Ministero ha anche assicurato che non mancherà di sensibilizzare le rappresentanze interessate affinché prestino ogni possibile assistenza ai connazionali coinvolti in tali vicende. Tale assistenza consiste in visite ai minori residenti nella circoscrizione consolare, in merito alle quali si forniscono tempestive informazioni ai familiari interessati; in interventi mirati alla composizione amichevole delle controversie che oppongono il connazionale al genitore straniero nell'interesse del minore; in suggerimenti relativi alla scelta di legali locali; in interventi presso le autorità locali perché siano rispettate le norme internazionali.
Ecco, una risposta, onorevole Lucidi, di impegno per tutti e per ciascuno, al fine di cambiare una realtà che spesso risulta in conflitto con la coscienza.
La mia soddisfazione è tuttavia parziale perché, a fronte di una parte dell'impegno che si assume in questa sede, il mio orientamento non può che essere legato alla verifica nel tempo dell'esito di quegli impegni.
Quello della sottrazione dei minori affidati è un tema che ci riporta alla modifica, che sta curando il Senato, della disciplina sulle adozioni e per la verità il sottosegretario ha toccato alcuni importanti profili di riforma. Penso, ad esempio, al problema dei tempi dell'affidamento. Quando un affidamento dura dodici anni il mondo delle relazioni che si costruisce intorno ad un bambino o ad una bambina è sicuramente una realtà di intimità, di un rapporto essenziale con due figure che non diventano più responsabili di un reinserimento nella famiglia di origine, ma madre e padre.
Il tema dei servizi sociali, che è stato richiamato, non solo richiede una rivisitazione della relativa disciplina per quanto riguarda la prossimità, ma pone anche la necessità di un intervento effettivo che molto spesso manca. Allo stesso modo - lo dico a lei, onorevole Corleone, in qualità di sottosegretario di Stato per la giustizia -, mi domando se in ciò che diceva non si riproponga il tema dell'impossibilità attuale del tribunale per i minorenni di seguire nel tempo casi sparsi sul territorio in relazione ad un posizionamento, ad una sede in unico luogo del territorio del distretto della corte di appello, che impedisce lo svolgimento di un'effettiva giustizia di prossimità nei confronti delle famiglie affidatarie, che avrebbero bisogno di trovare nel giudice un soggetto attento all'evoluzione e al corso delle cose, non un soggetto distante; era questo, almeno, lo spirito della legislazione.
Se agissimo su questo aspetto, aiuteremmo una affermazione della cultura dell'affidamento, rafforzeremmo tale cultura anche in riferimento alle esperienze interessanti che già vi sono; infatti, non tutto è negativo e va male. Penso all'affidamento dei minori presso le comunità familiari, alle single e ai single, che la legge ha introdotto. Credo siano passaggi significativi in favore di quello stesso spirito che porta le donne, le madri naturali, a preferire all'istituto la possibilità che il bambino o la bambina abbia una realtà più personale di confronto con un soggetto adulto.
L'esperienza drammatica che la nostra interpellanza ha portato all'attenzione del Governo suona davvero non direi come una nota stonata, ma come uno spartito sbagliato. Mi domando, quindi, se i profili che involge non siano altri rispetto alla legge sulle adozioni, ossia quelli che sono stati assunti come impegno; mi riferisco alla possibilità di capire cosa accada effettivamente, in una prospettiva che non è più solo nazionale ma inevitabilmente internazionale.
Le convenzioni, gli accordi internazionali, gli strumenti comunitari che ci siamo dati, sono effettivamente adeguati a cogliere il fenomeno nella sua pregnanza? Penso, ad esempio, alla convenzione de L'Aja da lei citata del 1980, una convenzione scritta senza tener conto di fenomeni storici o di guerre che poi si sono verificate e che hanno comportato forti movimenti migratori. In quella convenzione esistono maglie larghe che, probabilmente, non ci aiutano a coniugare la possibilità di ricercare l'effettivo interesse del minore con la realtà che poi il minore vive. Si parla di interessi del minore e, quindi, di un minore calato in un contesto: come si può dire a una famiglia affidataria, pur riconoscendosi che il minore le è stato sottratto - questo, signor sottosegretario, lo dicono le sentenze e non gli interpellanti nel loro atto di sindacato ispettivo -, che non si è in condizioni di restituire il bambino perché questi, come dice la convenzione, si è integrato nel nuovo ambiente? Vogliamo interrogarci e capire cosa significhi integrazione di un minore nel nuovo ambiente? Vogliamo capire se, invece, sia più importante, ad esempio, colpire il fenomeno della sottrazione? È evidente che i minori hanno anche tale capacità; purtroppo, però, essi subiscono l'integrazione nel nuovo ambiente, non la scelgono. Cosa significa questa integrazione? Significa forse che il bambino può essere spostato indifferentemente da un ambiente all'altro, tanto poi si integra? Su questo ritengo che vadano fatte alcune riflessioni.
Nella nostra interpellanza abbiamo formulato l'auspicio che il Parlamento e il Governo, secondo le proprie competenze e responsabilità, affrontino il tema, non solo indipendentemente ministero per ministero, ma anche in collaborazione, per capire quali parole si possano dire in risposta alle domande gravi ed importanti che ci sono state poste.
Signor sottosegretario, a lei, agli altri ministri e ministeri competenti e al Governo, rivolgo un appello: noi dobbiamo dare risposta alle famiglie, ai comuni interessati e, innanzitutto, a noi stessi. Io non sono in grado di dare una risposta quando mi viene sottoposto questo fatto.


