Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 559 dell'1/7/1999
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(Indagine sui fondi SISDE)

PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza Mancuso n. 2-01851 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 2).
L'onorevole Mancuso ha facoltà di illustrarla.

FILIPPO MANCUSO. Mi riservo di intervenire in sede di replica: farò tesoro dei due «capitalucci».

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la giustizia ha facoltà di rispondere.

FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Spero di non deludere il pubblico presente per la risposta e per l'intervento dell'onorevole Mancuso. Faccio innanzitutto presente che il ministro si scusa di non essere presente. Avrebbe voluto rispondere personalmente ma impegni non rinviabili impediscono la sua presenza.

DOMENICO GRAMAZIO. Se c'era Ocalan veniva!

FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Vedo che la cortesia è apprezzata molto.

PRESIDENTE. Onorevole Gramazio!

DOMENICO GRAMAZIO. Ho detto la verità!

PRESIDENTE. Onorevole Gramazio, non si faccia richiamare all'ordine!

FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. L'interpellanza dell'onorevole Mancuso del 25 maggio 1999 era estremamente articolata e complessa, così come altrettanto approfondita è stata - i colleghi lo ricorderanno - la risposta resa dal ministro il 2 giugno. Ed è vero che uno dei quesiti, come rilevato nell'interpellanza oggi in discussione, non ha avuto piena risposta. Forse la rilevanza di quel quesito nel contesto dell'interpellanza non era centrale ma il Governo chiede comunque scusa per l'omissione e fornisce le informazioni richieste.
La procura della Repubblica presso il tribunale di Roma ha comunicato quanto segue (vado per punti): punto a), nulla risulta a carico di Scalfaro Gianna Rosa.

DOMENICO GRAMAZIO. Dica Marianna, lo sanno tutti che ci si riferisce a Marianna Scalfaro!

PRESIDENTE. Onorevole Gramazio, la richiamo all'ordine per la prima volta. Guardi che alla seconda volta dovrò espellerla dall'aula!

DOMENICO GRAMAZIO. Alla terza, semmai!

PRESIDENTE. Ha ragione. La invito, comunque, a stare tranquillo.
Prego il sottosegretario Corleone di proseguire.

FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Veniamo al punto b). A carico di Salabé Andrea risulta solo il procedimento penale n. 12883/82A.


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FILIPPO MANCUSO. La prego di ripetermi il numero, onorevole sottosegretario.

FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Procedimento penale n. 12883/82A.
La procura ha precisato che in considerazione della vetustà del procedimento, risalente a circa diciassette anni or sono, non è in grado di fornire notizie al riguardo - almeno al momento - a causa della situazione degli archivi che non consente, in un così breve tempo, di avere le notizie richieste.
Veniamo al punto c). A carico di Salabé Adolfo risultano i procedimenti penali che di seguito elencherò.
Risulta procedimento penale 2455/94R...

FILIPPO MANCUSO. Un attimo, onorevole sottosegretario, può ripetere questo numero?

FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Procedimento penale n. 2455/94R per i reati di peculato (articolo 314 del codice penale) e abuso di ufficio (articolo 323 del codice penale e articolo 110 del codice penale) commessi dal 12 marzo 1992 al 23 marzo 1992, definito con richiesta di rinvio a giudizio dinanzi la VI sezione del tribunale di Roma, che all'udienza dell'8 febbraio 1999 ha rimesso gli atti al presidente del tribunale per eventuale riunione al procedimento penale 6030/96R; si tratta di processo avente ad oggetto l'acquisto, da parte del SISDE, di un immobile di proprietà del Salabé, pagato dal SISDE, secondo l'accusa, circa 10 miliardi in più del suo reale valore.

FILIPPO MANCUSO. 40 miliardi, non 10 miliardi!

PRESIDENTE. Onorevole Mancuso! Avrà poi il tempo di replicare! Lasci parlare il sottosegretario.

FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Non mi riferivo alla cifra totale. Ho parlato di 10 miliardi in più del suo reale valore. Il fatto è ascritto al Salabé in concorso con l'ex ministro dell'interno Vincenzo Scotti e con l'allora direttore del SISDE Alessandro Voci. Il processo è in corso di trattazione.
Risulta poi procedimento penale n. 7430/94R per i reati di cui agli articoli 321, 319, 319-bis, 110 e 81 del codice penale, commessi dal 1990 al 1992, definito con richiesta di rinvio a giudizio dinanzi la IV sezione del tribunale di Roma in data 2 febbraio 1999 e ulteriormente rinviato all'udienza del 5 luglio 1999. Si tratta di processo per corruzione operata dal Salabé nei confronti dell'ex ministro dei lavori pubblici Giovanni Prandini e finalizzata ad ottenere appalti per la costruzione di strutture pubbliche (istituti penitenziari e caserme). Il processo è in corso di trattazione.
Risulta, poi, procedimento penale n. 7546/94R per i reati di cui all'articolo 4 della legge n. 516 del 1982 - articoli 314 e 110 del codice penale ed articolo 2621 del codice civile -, commessi dal 1992 al 1993, definito con sentenza della I sezione del tribunale di Roma il 29 ottobre 1996 con condanna a undici mesi di reclusione. Si tratta di un processo per falso in bilancio e false fatturazioni relative a prestazioni effettuate dal Salabé nei confronti del SISDE.
Risulta inoltre il procedimento penale n. 16643/95R per i reati di cui agli articoli 323 e 81 del codice penale, commessi dal 1987 al 1991, definito con sentenza del tribunale di Roma, sezione VI, del 26 gennaio 1999, di non luogo a procedere essendo il reato estinto per prescrizione. Si trattava di processo per abuso di ufficio, in concorso con funzionari del SISDE, relativo a lavori eseguiti in favore del predetto servizio di informazione e sicurezza.
Risulta altresì il procedimento penale n. 19074/95R per i reati di cui all'articolo 3 della legge n. 518 del 1982, commessi nel 1993, definito dal GIP in data 10 maggio 1996 con sentenza di non luogo a procedere per oblazione. Il processo


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riguardava violazioni finanziarie commesse nell'esercizio dell'attività di impresa da parte del Salabé.
Risulta infine il procedimento penale n. 6030/96R per il reato di cui all'articolo 2621 del codice civile, commesso nel giugno 1993, definito con richiesta di rinvio a giudizio del 30 giugno 1996. Si tratta di processo per falso in bilancio avente lo stesso oggetto di cui al procedimento n. 2455/94R ed a quest'ultimo riunito.
Quanto alla richiesta di valutazioni in ordine agli eventuali sviluppi della denuncia che l'onorevole Mancuso riferisce di aver presentato alla procura della Repubblica presso il tribunale di Roma, a nome del ministro chiarisco che una modifica delle valutazioni espresse nella precedente risposta potrà essere fatta solo nell'ipotesi in cui dovessero emergere fatti nuovi rispetto a quelli già discussi.

PRESIDENTE. L'onorevole Mancuso ha facoltà di replicare.

FILIPPO MANCUSO. Signor Presidente, signor sottosegretario, lodo l'impedimento del ministro che impedisce a costui di raccogliere quest'oggi la seconda mortificante avventura. Vede, signor sottosegretario, questo contenitore di carte, se avesse avuto un senso dello Stato e della verità appena appena superiore a quello palesato nella sua risposta, si sarebbe augurato di non aprirsi, ma lei purtroppo mi costringe ad osservare che questa apertura è necessaria.
Passiamo al dettaglio. Lei ha detto che nei confronti di Scalfaro Gianna Rosa, come tale denominata, non risulta alcuna traccia alla procura di Roma. Ne prendo atto, ma lei non ha considerato (o meglio, probabilmente il suo corrispondente della procura non ha considerato) che nella mia interrogazione era anche indicata la grave alternativa che negli atti della procura di Roma, al fine di evitare la reperibilità di questo nominativo originale, esso fosse stato storpiato in Scalfari, come è probabilmente avvenuto. Non mi costringa per favore a presentare una terza interrogazione e si decidano al ministero a dare finalmente dignitose risposte integrali alle interpellanze anche scomode. È penoso che uomini progettati per l'avvenire come lei e l'attuale ministro della giustizia si prestino al compito penoso di coprire malefatte indifendibili e di venire qui o a negare il vero o ad affermare il falso o addirittura a differire a data da destinarsi una risposta definitiva. Quindi, prima o dopo ci si dovrà pur dire se il nome di Scalfaro, storpiato in Scalfari, con il prenome di Gianna Rosa, sia stato inserito, e a quale titolo, negli archivi della procura di Roma. Inoltre, se è stato inserito per essere, questo fantomatico nominativo, percettore di fondi SISDE cospicui. Dunque, a quanto prima la risposta completa che preferirei, come ho detto esordendo, fosse negativa per dignità dello Stato.
Capitolo Salabé. Uno dei due fratelli imprenditori, il primo di cui lei ha parlato, è stato liquidato in un modo che per un ufficio pubblico, ed in specie un ufficio ministeriale, è vergognoso. Infatti, ci si dice della irreperibilità, degli atti che riguardano la posizione giudiziaria, per gravi imputazioni, di un cittadino, ci si risponde con una vaghezza e con una indeterminatezza che non giustificherei nemmeno sul piano individuale dell'interessato, che avrebbe il diritto di tacere sulle proprie sconvenienze. Ma un ufficio pubblico appena appena rispettabile non dovrebbe abbassarsi a rispondere: «forse è così, forse è l'opposto», abbiamo perduto le tracce di un processo il cui contenuto va poi riversato in altri atti, quelli nei quali viene archiviata la posizione individuale di ogni cittadino che abbia subito un giudizio. Non sapete nulla! Non siete in grado di indicare nulla di definitivo sul primo dei due Salabé.
Quanto al secondo, il maggiore, avete elencato una serie tale di precedenti, di condanne che certamente non avrebbe reso degno il personaggio che l'ha conseguite di frequentare i maggiori palazzi dello Stato e di esserne il fornitore, o in proprio o attraverso la sua società denominata Frasa. Eppure questo è noto:


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Salabé e la Frasa sono stati fornitori di servizi e di opere in favore delle massime istituzioni italiane. Questo almeno fino a poco tempo addietro, quando buona parte di quei processi erano iniziati, taluni in corso, altri definiti. Eppure, lo ripeto, un siffatto personaggio perché mai, quando giustamente ferveva il senso collettivo dello sdegno per il malaffare nelle pubbliche forniture, aveva via libera nel procurarsi appalti e nell'averne provvigioni? E quali provvigioni. Io sto parlando, per ora, di quelle cosiddette lecite, quelle, cioè, avute in corrispettivo di lavori e di servizi forniti, tuttavia da non legittimare in un personaggio tale se la prestazione fosse stata, come è stata, in favore di alte istituzioni dello Stato.
Adesso invece parlerò di altre cose, cioè di provvigioni ictu oculi illecite, di veri e propri peculati; favoriti da chi? Questo apparterrà ad un altro tema, ad un altro sfogo di verità, che, vista la totale ottusità del Governo davanti a questi problemi, sarò costretto ad avviare su altri canali legittimi, che soddisfino l'ansia di verità e di probità della nazione.
Mi riferisco adesso a quelle sovvenzioni, a quei continui peculati, che il Salabé Adolfo (che credo sia architetto) ha fruito dai fondi riservati del SISDE.
Ecco perché non volevo, signor Presidente, che si aprisse questo tutt'altro che mozartiano catalogo! Ho qui le copie degli atti dai quali risulta la percezione di miliardi da parte del signor Salabé con i fondi riservati del SISDE. Naturalmente questi atti non li metto a disposizione, per riguardo dell'autorità giudiziaria che li ha ai propri reperti, da anni, e che mentre si attarda sulle pregresse procedure del 1982, del 1983 e via dicendo, ignora, pur avendo la documentazione nelle proprie mani, questi ulteriori fatti, che sono in corrispondenza temporale con la stagione più infelice della nostra Presidenza repubblicana.
Quali sono i cespiti dei quali si è «abbeverato» questo Salabé e per i quali non vi è traccia nella menzione dei procedimenti che lo riguardano? Nel breve termine di 22 mesi, decorrenti dal 23 giugno 1987 al 20 aprile 1989, il Salabé ha percepito dal SISDE 1 miliardo e 256 milioni.
Questi cespiti sono così suddivisi: 506 milioni nel giugno del 1987; 200 milioni nel luglio del 1988; 250 milioni nel marzo del 1989 e 200 milioni nell'aprile del 1989.
Dagli atti, che le leggo ma non mostro perché sono presso l'autorità giudiziaria, risulta che questi quattro cespiti sono suddivisi in due categorie, entrambe accomunate da una caratterizzazione illecita, sebbene la suddivisione di cui ora parlerò tenderebbe a far sembrare lecita almeno una parte. Mentre le somme di 200 e 350 milioni, rispettivamente del 1988 e del 1989, nella indicazione scritta parrebbero riferirsi a lavori, l'altra, quella più cospicua, 506 milioni, del giugno 1987, è senza titolo!
Osservo che anche quelli che hanno un titolo nella indicazione di corrispettivo di lavori sono parimenti illeciti, perché i fondi riservati del SISDE non servono agli adempimenti contrattuali, ma piuttosto agli adempimenti per così dire istituzionali. Quindi l'aver indicato la falsa intitolazione «a lavori», senza però dire quali, è già indice del loro carattere irregolare.
Inoltre, se effettivi lavori fossero stati effettivamente il corrispettivo di questi pagamenti, nulla avrebbe impedito che in questi atti essi fossero indicati, come sono indicati in altri atti (che produrrò a suo tempo e dove dico io) quali, per esempio, i lavori eseguiti in via Serafini con i fondi SISDE. Allora, il signor Salabè, a quanto risulta dagli atti in mio possesso, in questo paese così incline al perbenismo da intitolare una stagione della sua storia «mani pulite», ha percepito dai servizi - senza che si sappia come - contemporaneamente, sotterraneamente e con alta protezione la bazzecola di 1 miliardo 300 milioni. Quei servizi rispetto ai quali, purtroppo per lui, il Salabè non può dire «non ci sto». Ma per lui «non ci sto» lo dice la procura di Roma, non valutando questi fatti gravissimi, almeno alla stessa stregua di quelli che hanno portato il Salabè ai sette-otto processi che sta liquidando.


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Riguardo all'ultimo di questi processi che lei ha enumerato, signor sottosegretario, osservo che l'ultimo rinvio, quello che lei ha liquidato con la bonarietà di dire «giudizio in corso il 5 luglio», è stato fatto con la finalità di far maturare l'imminente prescrizione: altro favoritismo!
In questa società che voi venite a difendere, corrotta fino al punto di non accorgersi di esser tale, si commettono le iniquità e le irregolarità, poi le si vanta, le si copre, le si nasconde e si tenta di farle dimenticare: una prescrizione è sempre meglio di una condanna!
Questo percettore di benefici monetari, dunque, si appresta a percepire anche il beneficio di una prescrizione. È grave che il Governo non abbia la sensibilità di porsi esso stesso come protagonista o interprete dello sdegno della nazione; tocca a noi farlo e continuare a farlo (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale)!
Signor Presidente, consumerò per intero i miei 25 minuti perché ho altro da dire. Non chiamo in causa persone che in questa sede non posso chiamare nella altissima veste che esse ebbero; li chiamo in causa nella posizione di ministro dell'interno e mi riferisco al ministro dell'interno, onorevole Scalfaro.
È notorio che l'architetto Salabé fosse il frequentatore del Quirinale o degli apparati del Quirinale quando già si era maturata la sua condizione di pregiudicato, ma il protettore vale quanto il protetto. Attenzione. Il ministro Scalfaro lasciò per l'ultima volta la carica di ministro dell'interno con l'ultimo Governo Fanfani - il sesto, mi pare - e questo avvenne in data 27 luglio 1987, quando però il Governo Goria, che successe al Governo Fanfani, si era formato. Il Presidente Goria aveva ricevuto l'incarico il giorno 13, dunque tra il 13 e il 27 si realizzò il momento della moratoria tra il ministro dell'interno uscente, Scalfaro, e il subentrante.
Si è tanto parlato di utilizzabilità lecita dei fondi SISDE - cosa che è da negarsi - in quanto rivolti a fini istituzionali ad opera del ministro dell'interno: ciò non è possibile in principio. Ma ammettiamo, per comodità dialettica, che sia in qualche modo consentito. Ebbene, il 24 luglio del 1987, cioè due giorni prima che il ministro dell'interno Scalfaro lasciasse la carica ministeriale, percepì dal SISDE - e sono qua iscritti - due quantità di denaro tali che avrebbero cambiato la sorte del mio bilancio familiare annuale, anzi di più anni. Egli percepì il 24 luglio, due giorni prima di lasciare quella carica, rispettivamente, 250 e 100 milioni. Che fini istituzionali potevano richiamare queste percezioni, ammesso e non concesso, se l'istituzione, che nella tesi li avrebbe giustificati, era già scaduta?
In questi due giorni il ministro dell'interno, titolare, secondo la tesi, del potere di impiegare egli i fondi che, invece, sono del SISDE e a disposizione del SISDE stesso, li ha percepiti. Risulta qui, è scritto qui per mano del contabile e risulta anche alla procura di Roma: percepì 350 milioni. A quali fini istituzionali se essi più non vigevano?
Quindi: Salabé-Scalfaro, corruzione-Scalfaro, ipocrita indegnità persecutoria-Scalfaro. Fango dello Stato e dentro lo Stato possono o non possono riuscire a scuotere finalmente le coscienze di questo Governo accomodante e imbelle al tempo stesso?
Io, lo ripeto, davanti a cotanta riluttanza a compiere un alto dovere politico da parte del Governo, mi sento in dovere di dare sfogo per altre linee alla necessità che il paese acquisisca quella parte di verità (tutta non essendo mai, purtroppo, acquisibile), particolarmente quella che voi state celando, senza dignità, senza senso dell'avvenire e strutturandovi nella vita politica come meri arnesi del sopruso e del passatismo (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale - Congratulazioni).

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