Seduta n. 163 del 6/3/1997

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Discussione delle mozioni Acciarini ed altri n. 1-00102 e Novelli ed altri n. 1-00110 (pari opportunità) (ore 9,10).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Acciarini ed altri n. 1-00102 e Novelli ed altri n. 1-00110 sulle pari opportunità (vedi l'allegato A).
Avverto che le mozioni all'ordine del giorno, trattando lo stesso argomento, verranno discusse congiuntamente.
Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
Comunico che, secondo quanto previsto nella riunione della Conferenza dei presidenti di gruppo del 5 marzo, il tempo disponibile per la discussione è di 6 ore e 45 minuti, cui si aggiunge un intervento per gruppo di 5 minuti per dichiarazione di voto.
Il tempo complessivo per la discussione è così ripartito fra i gruppi:

sinistra democratica-l'Ulivo: 1 ora e 6 minuti;
forza Italia: 55 minuti;
alleanza nazionale: 49 minuti;
popolari e democratici-l'Ulivo: 44 minuti;
lega nord per l'indipendenza della Padania: 43 minuti;
misto: 40 minuti;
rifondazione comunista-progressisti: 38 minuti;
CCD: 35 minuti;
rinnovamento italiano: 35 minuti.

La prima iscritta a parlare è l'onorevole Pozza Tasca, che illustrerà anche la mozione Acciarini ed altri n. 1-00102, di cui è cofirmataria.

ELISA POZZA TASCA. Prima di entrare nel merito della mozione, vorrei ringraziare la Presidenza per aver sconvocato le Commissioni e per aver riconosciuto cittadinanza a questo nostro lavoro, a questo nostro impegno. Grazie, Presidente.
Vorrei augurare una buona giornata al ministro presente, a tutte le donne presenti e a quelle che ci ascoltano fuori di qui.


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Signor Presidente, signor ministro, onorevoli colleghi, è ormai consuetudine che la settimana di marzo in cui cade il giorno 8 è quella in cui si fa il punto della nostra condizione femminile, di quante cose abbiamo conquistato (di solito l'elenco è molto breve) e di quanta strada dobbiamo ancora fare (e questo è un elenco sempre troppo lungo).
Sono emblematiche in tal senso le parole pronunciate da Nadia Spano, eletta nel 1946 all'Assemblea costituente, in occasione della prima commemorazione parlamentare della giornata della donna. Diceva Nadia Spano: «È doveroso che si ricordi questa data anche nell'Assemblea democratica della Repubblica italiana, dove le donne, per la prima volta nella storia, sono direttamente rappresentate. Esse si sono conquistate questo diritto partecipando con tutto il popolo alla grande battaglia di liberazione ed attendono da noi che gettiamo le basi di un regime solido che voglia pace e fratellanza fra i popoli. Esse chiedono che sia riconosciuta in tutti i campi la piena parità dei diritti: esse, che hanno saputo sostenere la piena parità dei doveri».
Queste parole commuovono, ma lasciano un grande velo di amarezza, perché in cinquant'anni di cittadinanza politica le richieste portate avanti da noi donne non si sono sostanzialmente modificate.
La mozione che andrò di seguito ad illustrare - ci tengo a precisarlo - è frutto di un dialogo comune avviato tra tutte noi per riaffermare il tema di un'adeguata rappresentanza politica delle donne nei centri decisionali; dialogo - ci tengo a ribadirlo - trasversale, peculiarità di tutte le battaglie politiche condotte dalle donne, che intende proseguire il cammino avviato nella scorsa legislatura in occasione della legge sulla violenza sessuale. Tale metodo deve essere di esempio all'interno delle istituzioni ogni qual volta si deve portare avanti una battaglia comune che travalichi gli schieramenti ed è importante per la società civile, quale l'equilibrio di rappresentanza tra i generi.
L'esercizio della cittadinanza politica da parte delle donne nel corso di questi primi cinquant'anni di storia repubblicana ha cambiato molto la realtà economica, sociale e culturale del nostro paese.
Le grandi battaglie per il riconoscimento del valore sociale della maternità, per i diritti dell'infanzia, per lo sviluppo dei servizi sociali, per il diritto al voto, per un nuovo diritto di famiglia basato sulla pari dignità di donne e uomini, per la prevenzione dell'aborto, per il riconoscimento economico e sociale del lavoro di cura non solo hanno esteso i diritti di cittadinanza alle donne, ma hanno cambiato anche la convivenza umana e sociale, gli stili di vita, i valori condivisi.
Dopo tanti anni di vita democratica, dopo tanti anni di successi ottenuti dalle donne italiane, la politica continua tuttavia ad essere per le donne il luogo dell'esclusione e dell'estraneità; esclusione poiché restano forti gli ostacoli affinché le donne da elettrici diventino elette; estraneità poiché le donne si sentono estranee nei confronti delle istituzioni e lo confermano i dati che parlano del loro forte impegno nella società, in gruppi, in associazioni, nei movimenti che agiscono su temi ed obiettivi concreti e, al contrario, della loro scarsa partecipazione alla vita dei partiti e delle istituzioni.
Lo scarto che ancora esiste tra elettrici ed elette - 52 per cento dell'elettorato contro l'8,6 per cento di rappresentanza nei due rami del Parlamento - è la spia di una grande contraddizione della democrazia e pone l'urgente interrogativo di come superare lo stato perdurante di minorità politica di una maggioranza, scarto che perdura sostanzialmente in tutti i paesi democratici, fatta eccezione per quelli scandinavi, ma che nel nostro ha la singolare attitudine di acuirsi costantemente anche perché i successi ottenuti dalle donne non hanno cancellato nel nostro paese l'impronta di una tradizione culturale e sociale sessista.
È vero, è cresciuto in maniera esponenziale l'inserimento delle donne nel mondo del lavoro. Esse rappresentano inoltre la maggior parte dell'elettorato ed

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influenzano in modo determinante i consumi, ma come cittadine sono ancora avvolte nell'ombra. La sproporzione tra elettrici ed elette non si può interpretare come un ritardo delle donne o, come a volte è stato detto, come un fatto che va a loro onore ovvero l'uso obiettivo e non femminista del voto, ma si deve leggere come la spia più evidente di una serie di problemi irrisolti non delle donne - ripeto - ma della democrazia.
Non si può condividere l'opinione che lo stato di minorità politica di una categoria maggioritaria di cittadini costituisce il segno più visibile e più certo dei limiti della democrazia reale. Non va sottovalutato comunque il dato che riguarda le donne stesse come agente politico e che costituisce un fattore cruciale di svantaggio: la riluttanza a considerare quella di genere come un'appartenenza politicamente cruciale, gerarchicamente sovraordinata.
In un periodo di crisi generale - crisi della famiglia, crisi economica, ma anche crisi della gestione politica - le donne si trovano ad essere portatrici delle diffuse aspirazioni al cambiamento. Più vicine per la loro storia e la loro vita alle realtà quotidiane ed umane, esse rappresentano un'alternativa al potere burocratico dell'uomo politico professionista.
La recente esperienza della Conferenza di Pechino ha confermato la specificità delle donne di fare politica, la loro capacità di aprire dei varchi di ragionevolezza anche sui temi di maggior scontro. La Conferenza di Pechino ha offerto alla battaglia delle donne un terreno molto avanzato.
La piattaforma d'azione approvata a Pechino ha infatti segnato il passaggio dalle politiche della parità alla consapevolezza che per raggiungere l'uguaglianza di diritti e di condizione è sempre necessario riconoscere e valorizzare la differenza del genere maschile e femminile, valorizzare dunque l'esperienza, la cultura, i valori di cui le donne sono portatrici.
Storicamente l'attività di educazione e cura sono state un retaggio che ha impedito alle donne l'acquisizione della cittadinanza. Nel mondo attuale queste attitudini vanno considerate come una risorsa e, per affermare una piena cittadinanza economica, sociale e politica delle donne, è necessario che sia riconosciuta, valorizzata ed assunta come fonte di cittadinanza la sfera della riproduzione umana e sociale, del lavoro di cura e famigliare, l'esperienza della maternità.
Empowerment, mainstreaming: sono queste le parole d'ordine che hanno caratterizzato l'appuntamento di Pechino; parole che suggeriscono una strategia di cambiamento sociale a misura delle donne ed orientata alla soggettività femminile. Queste parole sono la sintesi ed il risultato di una nuova consapevolezza e di un nuovo linguaggio. Il potere di scegliere, decidere e realizzare è per le donne lo strumento per costruire una società più giusta, più equilibrata, più responsabile, una società pluralista in grado di rappresentare, senza immaginare, specificità e diversità.
Il nostro paese si è impegnato, sottoscrivendo a Pechino la piattaforma ed il programma d'azione, a realizzare le priorità e gli indirizzi sanciti nella Conferenza. Anche la Commissione europea ha elaborato il quarto programma d'azione per il periodo 1996-2000, al fine di promuovere un reale cambiamento nelle esperienze delle donne e degli uomini sia nella sfera privata sia in quella pubblica, chiedendo con forza che le politiche di pari opportunità divengano elemento integrante della politica economica, della politica del lavoro, della equa condivisione delle responsabilità familiari tra i sessi, per una presenza equilibrata di donne e di uomini in tutti i processi decisionali.
Il 18 maggio 1996, sotto la Presidenza italiana dell'Unione europea, è stata sottoscritta la Carta di Roma in cui le ministre di tutti gli Stati membri hanno impegnato i vari Governi affinché l'uguaglianza tra donne e uomini venga inserita nel nuovo trattato di Maastricht, considerando indispensabile integrare un punto di vista di genere in tutte le politiche dell'Unione europea (mainstreaming) e ri

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tenendo fondamentale agire per il raggiungimento dell'obiettivo urgente di maggior potere delle donne (empowerment).
Onorevole Presidente, colleghi tutti, siamo pochi ma per fortuna che c'è qualcuno! La ringrazio, Presidente. Il nostro paese ha già mosso alcuni passi concreti in attuazione del programma di Pechino, nominando per la prima volta un ministro per le pari opportunità e rafforzando la presenza delle donne al Governo (e di questo noi siamo orgogliose). Ma questo, per le necessità reali di riequilibrio di rappresentanza, se è un buon avvio, è ancora poco, signor ministro.
Sono trascorsi due anni dalla Conferenza di Pechino ed il Governo italiano ha l'obbligo, per ottemperare a quanto prescritto dalla piattaforma, di approvare e soprattutto di dare piena attuazione al piano di azione nazionale. È per questo che chiediamo un impegno formale e sollecito del Governo per la realizzazione di una serie di priorità.
In primo luogo l'adozione di una strategia integrata complessiva volta a favorire la partecipazione equilibrata delle donne e degli uomini nei centri di potere, di influenza e di decisione e a sviluppare o predisporre adeguate misure - legislative, regolamentari o di incentivazione - per realizzare tale obiettivo.
In secondo luogo la sollecita approvazione ed attuazione del piano d'azione nazionale in ordine al paritario processo di inclusione nel mondo del lavoro, ad un più favorevole contesto sociale di organizzazione della vita e dei servizi ed alla promozione della salute e del benessere psicofisico.

PRESIDENTE. Mi scusi se la interrompo, ma vorrei rivolgere un cordiale saluto ad una delegazione del partito popolare del Parlamento europeo e dei vari Parlamenti di paesi europei presente in questo momento in tribuna, alla quale auguro buon lavoro (Vivi, generali applausi).
Prego, onorevole Pozza Tasca.

ELISA POZZA TASCA. Oggi il nostro dibattito ha dunque una cittadinanza europea.

PRESIDENTE. È un fatto positivo.

ELISA POZZA TASCA. Chiediamo altresì che siano resi noti quali provvedimenti siano stati già formalizzati per garantire l'attuazione del mainstreaming e dell'empowerment. Sarebbe auspicabile in tal senso pensare all'istituzione della figura di un garante che vigili sulle fasi di attuazione della piattaforma. Il nostro ordinamento già prevede figure simili in materia di editoria e di tutela e concorrenza del mercato.
In terzo luogo, la predisposizione in maniera sollecita di efficaci iniziative e misure atte a proteggere le bambine e i bambini da ogni forma di violenza e di abuso sessuale.
Abbiamo appreso oggi la triste notizia che è stato ritrovato il corpo di un'altra bambina a Bruxelles. Questo è un impegno grande, ministro, di tutta l'Europa; comunque, l'Italia deve fare la sua parte.
Occorre, inoltre, favorire l'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle bambine nel campo dell'istruzione, dell'acquisizione di capacità e nella formazione, in ottemperanza agli obiettivi strategici L1 e L9 del programma di azione di Pechino.
Occorre altresì favorire la promozione di una maggiore presenza al femminile, valorizzandone le competenze e le esperienze negli incarichi di Governo.
Bisogna promuovere un'immagine delle donne e degli uomini nella pubblicità e nei mezzi di comunicazione, che non rafforzi né confermi gli stereotipi discriminatori.
È necessaria infine la formazione di una cultura delle differenze di genere (obiettivo strategico B4) attraverso il recepimento nell'ambito delle proposte di riforma della scuola e dell'università dei saperi innovativi delle donne e, attraverso la promozione dell'educazione, al rispetto della differenza di genere.
Onorevoli colleghi, mi piace concludere questa mia illustrazione con un appello


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lanciato da una ragazza di diciotto anni e che disvela voglia di cambiamento, ma anche scoramento per l'attuale emarginazione cui sono sottoposte le donne del nostro paese. Raccolgo il suo appello perché è un nostro preciso dovere accogliere le istanze dei giovani e gettare le basi per una società migliore, perché è soprattutto a loro che dovremo rendere conto delle nostre conquiste e anche dei nostri insuccessi. Questo libro è stato inviato la scorsa settimana a tutte le parlamentari: è intitolato Risalire la corrente ed affronta il tema delle pari opportunità. Una ragazza della sezione 4 C dell'istituto magistrale di Sesto San Giovanni ha scritto nel suo tema le seguenti parole: «Come i salmoni che risalgono la corrente, così le donne che lavorano lo fanno contro una società che tende costantemente a spingerle ai gradini più bassi. Fermarsi ora sarebbe come abbandonarsi alla corrente».
Ministro, noi chiediamo anche il suo aiuto (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Poli Bortone, che illustrerà anche la mozione Novelli ed altri n. 1-00110, di cui è cofirmataria.

ADRIANA POLI BORTONE. Onorevole ministro, onorevole Presidente, illustrerò anche una mozione che è stata presentata a seguito della partecipazione dei componenti del Parlamento italiano alla Conferenza interparlamentare di Nuova Delhi svoltasi dal 14 al 18 febbraio sul tema della presenza femminile nella società. Tale Conferenza ha visto un confronto molto interessante tra i rappresentanti di 78 paesi del mondo.
Devo ringraziare soprattutto il collega Novelli - che tra l'altro mi consente di illustrare al suo posto la mozione presentata - che è stato il capo della nostra delegazione alla Conferenza interparlamentare ed ha partecipato, come al solito, in maniera attiva, presente, interessante e critica ai lavori della Conferenza stessa, consentendoci di essere presenti come parlamentari italiani in modo intelligente e propositivo.
Di questo gli sono particolarmente grata; così come sono grata ai colleghi dell'interparlamentare per aver ritenuto di dover far partecipare ad una Conferenza di così elevato spessore la sottoscritta ed un'altra collega appartenente ad un diverso gruppo politico. In tal modo si è cercato di colmare una lacuna attualmente esistente nell'interparlamentare; infatti, per la prima volta, la rappresentanza femminile in quel contesto è inesistente a livello di presidenza dell'interparlamentare stessa. So che è intenzione del Presidente Violante e dei colleghi parlamentari (che hanno semplicemente dimenticato, credo, questa presenza femminile) colmare la lacuna, certamente non attinente alla quantità di presenza, ma alla volontà che vorrà esprimere il Parlamento italiano che siano paritariamente presenti uomini e donne a tutte le conferenze interparlamentari, con quelle differenze di sensibilità e di modi di intendere che rappresentano la base, la sostanza e la qualità di una reale democrazia partecipativa.
Credo che la Conferenza di Nuova Delhi possa essere intesa come un interessantissimo momento del profondo dibattito aperto tra tutti i paesi del mondo. Se dovessi emotivamente rappresentare in quest'aula - e mi farebbe anche piacere - la nostra presenza in quella Conferenza, dovrei dire che a parte l'ovvio interesse per i temi trattati, è stato veramente importante potersi confrontare con culture così diverse, con paesi così lontani dal modo di essere e di vivere la presenza femminile in Italia, nel nostro Parlamento, nelle nostre istituzioni, nella nostra vita sociale e democratica. Si sono «scontrate», direi anzi meglio confrontate, culture molto diverse tra di loro.
Pensate che vi sono paesi nei quali le donne non hanno diritto di voto e quindi non avevano neppure una rappresentanza femminile. In quel momento mi sono chiesta quanti passi in avanti abbia fatto il nostro paese nel tempo ed ho dovuto registrare con grande soddisfazione - non soltanto mia, ma dell'intera delegazione - che la nostra legislazione è certamente


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molto avanzata. Di questo dobbiamo essere grati a tutti i Parlamenti che si sono succeduti dal dopoguerra in poi, che hanno proposto ed anche attuato una legislazione molto attenta ai diritti costituzionali delle donne.
Se vogliamo che il dibattito odierno sia propositivo, attivo, calato nella nostra realtà, dobbiamo partire da quello che oggi siamo, da quello che vogliamo essere, da come intendiamo essere presenti. Peraltro, il dibattito di oggi viene a calarsi in un momento particolarmente importante della vita politica italiana. Abbiamo avuto l'insediamento della Commissione bicamerale che si occuperà essenzialmente di rivedere la seconda parte della Costituzione. Già su questo credo si debba fare un'annotazione. Io ritengo, ministro - lei sa che non la chiamo «ministra» - che anche la prima parte della nostra Costituzione dovrebbe essere rivista, proprio in rapporto alla presenza femminile.
Era giusto che la Costituzione fosse redatta in quel modo, con quei principi, in quel particolare momento della vita politica e della storia italiana; ma non so quanto oggi possa avere senso che nella Costituzione sia previsto un articolo 36, che sancisce i diritti del lavoratore, ed un articolo 37, che sancisce i diritti della lavoratrice. Credo che oggi - certamente non allora, quando erano validi questi principi - questo sia un non senso. Mi sembra infatti che sia ormai acquisita a livello concettuale, nella cultura comune oltre che nella prassi e nella produzione legislativa del nostro Parlamento, la parità sostanziale dei diritti tra uomini e donne. In questo senso ritengo che, anche attraverso la sua presenza, si possa intervenire per determinare azioni positive, più qualificate, come d'altra parte, ministro, lei già fa quando si interessa per esempio dell'imprenditoria femminile, cercando di dare sostanza a quella che era soltanto - mi si consenta - «una legge manifesto», un'espressione di volontà in qualche modo teorica da parte del Parlamento italiano, in assenza di un'attuazione sostanziale della legge stessa.
Ebbene, quando lei fa una cosa del genere, credo che anche noi, così come allora fummo tutte insieme (quella legge venne approvata all'unanimità), così dobbiamo e possiamo essere insieme nel momento in cui vogliamo dare sostanza ad una norma che altrimenti rimarrebbe soltanto scritta.
Mi pongo allora in termini problematici rispetto alla nostra presenza nel momento in cui il Parlamento italiano vuole darsi nuove regole, conferendo sostanza e credibilità ad una seconda Repubblica che emerge da una fase particolarmente turbolenta della vita politica, sociale ed economica italiana; nasce da vicende che hanno caratterizzato in negativo la società italiana agli occhi del mondo intero e di quanti in Italia avrebbero voluto vivere in una società giusta che non fosse nota per Tangentopoli, bensì per la correttezza dei comportamenti, per regole ben precise, per una presenza paritaria, fondamentalmente democratica.
Penso che in questo momento noi donne, insieme a quanti credono - e sono tantissimi - in una reale partecipazione paritaria femminile, dobbiamo cercare di stabilire delle regole.
Sono firmataria di una mozione che non si pone certamente in alternativa alla mozione n. 1-00102, sottoscritta esclusivamente da donne; si pone invece quasi a suo completamento, perché insieme al collega Novelli ed a tanti altri, di tutti i gruppi politici, abbiamo inteso sottoscrivere una mozione, appunto uomini e donne, per dare un segnale anche visivo di una forma di partecipazione e di un modo di portare avanti certe azioni che vogliamo siano concordate non solo fra le donne per le donne, ma nell'ambito dell'intero Parlamento per la nostra società, con una maggiore partecipazione femminile.
In questo senso, ministro, ritengo che qualche notazione critica vada fatta sulla nostra presenza. Insieme al collega Novelli abbiamo sollevato - in effetti è stato il collega a porre la questione - un problema sul quale ci siamo affannati per molto tempo, quello delle quote. È stato

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posto nella sede e nell'ambito del dibattito giusti, perché ci trovavamo a confrontarci con altri 78 paesi che non hanno quella presenza femminile che noi abbiamo. Il collega Novelli sottolineava la necessità di una presenza in quote a termine, come una sorta di fase transitoria per intervenire con una specie di azione positiva, determinando un riequilibrio delle presenze, senza però considerarlo un intervento stabile, poiché noi riteniamo che la presenza in quote non possa essere un fattore di crescita realmente democratica.
Dunque, solo una fase transitoria che l'Italia - lo ricordavamo - ha già superato. L'ha superata, però, a seguito di una sentenza della Corte costituzionale e non perché il Parlamento lo abbia deciso. Possiamo ricordare brevemente quel testo legislativo, a proposito del quale ci siamo scontrati in aula. Io non ero d'accordo, probabilmente neanche lei, ministro, certamente non lo era la collega Sbarbati. Ma vi erano tante altre colleghe che ritennero di procedere in quel senso, così da sancire per legge una presenza femminile in quote. Diciamo che è stata un'esperienza, prendiamola come tale e releghiamola nell'ambito delle esperienze passate, senza riproporla perché ormai, appunto, appartiene al nostro passato.
Crediamo, invece, di dover essere presenti in maniera differente, cercando di determinare momenti di riflessione e poi, naturalmente, una produzione attiva, al fine di creare condizioni di reale partecipazione alla vita democratica ed alla vita politica del nostro paese. In questo senso, ministro, va la nostra nota critica. Proprio nel momento in cui abbiamo superato il tema delle quote, non starò a riferire in questa sede i dati numerici, perché poco importano. Credo però che forse vi sia un dato numerico interessante in un sistema elettorale maggioritario quale quello che stiamo cercando di costruire, per qualcuno con molte difficoltà ed in modo traumatico. Tutti dobbiamo contribuire a dar vita ad un reale sistema bipolare, per chi ci crede, elettorale maggioritario per chi ne è convinto fino in fondo ed io, personalmente, ci credo fino in fondo. Ebbene, quando valutiamo il dato numerico, dobbiamo sottolineare che con il sistema maggioritario, sia nella precedente sia nell'attuale legislatura, è stato eletto lo stesso numero di donne, il che significa che, evidentemente, viene eletto chi ha radici nella società, chi ha qualcosa da esprimere nella società, chi riesce a partecipare in tutti i settori della vita pubblica e politica, chi non ha una settorialità di interessi, ma si occupa dei problemi che affliggono la nostra società, di tutte le nostre nuove povertà, che non sono soltanto quelle connesse ad una emarginazione di carattere sociale, ma che si estrinsecano in tante altre sfumature.
Quindi, come dicevo, viene eletto chi ha radici nella società. Quale può essere, allora, ministro, un'azione positiva, se non quella di intervenire, ad esempio - così come abbiamo dibattuto a Nuova Delhi - attraverso i mass media, la stampa, la televisione e, soprattutto, attraverso il servizio pubblico radiotelevisivo per creare le condizioni di una maggiore presenza?
Qual è il deficit che viviamo? Secondo me un deficit di presenza non in quanto donne, ma in quanto espressione di categorie, di momenti, di emozioni, di bisogni e di istanze della nostra società. Come facciamo a rappresentarli ed a crescere, anche in termini numerici, come personale politico, se non abbiamo gli spazi di presenza nel tempo, non soltanto in occasione delle campagne elettorali? Anche la nostra legge sulla par condicio, ad esempio, propone una par condicio tra poli, ma non tra sessi. Mi chiedo, allora, perché non rivedere anche in questo caso, nella sostanza, come viviamo la nostra legge sulla par condicio e cosa consentiamo effettivamente, ma non a tutte le donne in quanto tali. Infatti, ministro, se un soggetto non sa esprimere qualche cosa non è giusto che vada a rappresentare le istanze sociali e politiche, mentre è giusto che lo facciano tutti quelli che hanno qualcosa da dire e io credo che vi siano tante donne che hanno qualcosa da dire e che possono farlo nel tempo, senza attendere le campagne elettorali.

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Questa potrebbe essere un'azione positiva ed io, insieme ai colleghi che hanno partecipato alla Conferenza interparlamentare di Nuova Delhi, ho proposto nella Commissione di vigilanza sulla RAI un indirizzo proprio perché al servizio pubblico (non perché gli altri non siano tenuti a fare la stessa cosa, ma ad essi, in questo sistema, non possiamo imporlo e lo sappiamo benissimo) possiamo e dobbiamo dare un indirizzo affinché faccia crescere la presenza femminile anche nella coscienza dell'elettorato italiano.
Sappiamo infatti - abbiamo fatto tanti dibattiti - che non è assolutamente un fatto automatico che quel 52 per cento di elettorato che è costituito da donne vada a votare per le donne. Bisogna allora creare delle forme di presenza che siano mezzi di conoscenza, affinché le donne possano essere viste come il portato di istanze sociali nel tempo e, dunque, nel momento delle elezioni possano andare a rappresentare sostanzialmente qualcosa per tutto l'elettorato italiano.
Mi permetto inoltre di chiederle, ministro, perché non considerare anche come viviamo la legge sul finanziamento dei partiti. Credo infatti che anche questo aspetto debba essere in qualche modo valutato, non certamente - come pure qualcuno aveva suggerito nella Conferenza di Nuova Delhi - incentivando economicamente i partiti che presentano più donne. Direi che nella realtà italiana, invece, rispetto al budget attuale - già sufficiente per mantenere i partiti politici - dovremmo penalizzare quei partiti che non hanno la sensibilità sia di presentare alle elezioni il personale femminile (come una sorta di manifesto) sia soprattutto di sostenerlo perché sia eletto e possa rappresentare in maniera sostanziale la fetta di società che in esso si identifica.
Anche un intervento sul finanziamento dei partiti credo non sarebbe male.
Se dovessimo verificare la rilevanza numerica della nostra presenza nella attuale legislatura, non dovremmo essere eccessivamente soddisfatti. Non ho niente da dire sul Presidente Violante: per carità, credo rappresenti benissimo la nostra Camera dei deputati. Però nessuna donna riveste l'incarico di Vicepresidente: una donna è Vicepresidente del Senato, ma nessuna alla Camera. Mi sembra non sia un elemento di crescita culturale e democratica (Applausi), soprattutto se analizziamo i dati della partecipazione.
In proposito vorrei fare una provocazione. Se il Presidente Scàlfaro si trovasse di fronte ad una crisi di Governo, nominerebbe una donna con un mandato esplorativo? Potrebbe immaginare una donna Presidente del Consiglio? Qualcuno sarebbe disponibile a pensare che il prossimo Presidente della Repubblica sia una donna? Mi auguro che qualcuno lo possa pensare, così come mi auguro che una donna all'altezza della situazione possa reggere la direzione complessiva dell'Italia. Non si tratta di eleggere un Presidente della Repubblica o un Presidente della Camera donna in quanto tale: credo che ormai nessuna di noi sarebbe d'accordo su un'ipotesi del genere. Concordiamo invece, semplicemente, per creare nella sostanza tutte le possibilità di partecipazione femminile.
Per esempio, non ci lamentiamo dei dati quantitativi relativamente alla presenza femminile nella Commissione bicamerale (soltanto sei donne): lamentiamo, piuttosto, che nella sostanza non siano stati trovati reali spazi partecipativi per consentire anche alle donne - in un momento delicatissimo della vita politica italiana - di dire la loro nientemeno che sulla Carta dei diritti che sarà scritta per i prossimi cinquant'anni. Ecco il deficit di democrazia reale che sottolineiamo nel momento in cui - oggi - ci incontriamo qui, non certo per assolvere ad un rito ma per essere presenti in maniera attiva e fattiva per il futuro.
In questo senso, ministro, riteniamo che il suo ministero debba produrre qualche riflesso nell'organizzazione dei lavori di Camera e Senato. È giusto che un Ministero per le pari opportunità, se viene istituito, sia profondamente attivo ed abbia la possibilità di agire con un riscontro nell'organizzazione dei lavori del Parlamento. Così come esiste la Commissione

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per l'Unione europea, allo stesso modo può esistere una Commissione per le pari opportunità, attraverso la quale passino tutte le leggi, per essere assoggettate ad una sorta di filtro: si tratta di verificare se effettivamente in tutte le norme prodotte dal Parlamento italiano si trovino le reali condizioni di pari opportunità. Questa è una richiesta che noi avanziamo.
Non voglio entrare in polemica sul fatto che esiste un Ministero per le pari opportunità e che continua ad esistere una commissione per le pari opportunità presso la Presidenza del Consiglio. Ma (voglio dirlo perché anche questo sia un eventuale elemento di dibattito e di riflessione) che senso ha, ministro, una commissione per le pari opportunità presso la Presidenza del Consiglio, tra l'altro composta solo da donne, quando esiste, opportunamente, un Ministero per le pari opportunità, che saprà certamente agire in maniera tale da garantire che la partecipazione femminile sia reale e che i diritti delle donne costituzionalmente previsti siano garantiti in tutte le leggi? Ritengo che sarebbero più efficaci Commissioni per le pari opportunità all'interno della Camera e del Senato, evitando una sorta di duplicazione di presenze, anche perché, come sappiamo, non soltanto in questo campo ma in tutti gli altri, laddove esistono più presenze nello stesso settore, si possono generare anche elementi di conflittualità.
Credo che in Italia sia stata superata ampiamente la fase di un certo tipo di riflessioni ed anche quella concettuale delle quote; siamo in una fase in cui vogliamo che vi siano forme di presenza di una parte della nostra società, che è abbondantemente cresciuta in termini culturali, di formazione, di scolarità, di socialità. Oggi, nel momento in cui da un lato con la bicamerale ci apprestiamo a rivedere il dettato costituzionale e dall'altro ci poniamo il problema di come rivedere lo Stato sociale, credo che una forte presenza femminile sia del tutto necessaria. Come ci poniamo di fronte ad una revisione dello Stato sociale se non rivediamo nella sostanza il ruolo della donna, anche della donna casalinga? Non vogliamo fare assistenzialismo ma, quando si parla di minimo vitale (e ormai se ne parla per tutti; prima era un parametro cui si faceva riferimento soltanto per le pensioni, oggi vale per qualunque cittadino), vogliamo riconoscere, in termini non di assistenzialismo e di solidarietà ma di riconoscimento economico, il valore sociale del lavoro della donna casalinga, non per riportarla in casa ma per determinare le condizioni di sostanziale scelta tra due lavori ugualmente retribuiti, un lavoro domestico oggi sancito dalla Costituzione ma non retribuito ed un lavoro extradomestico retribuito? Questo, ripeto, non per la volontà di riportare le donne in casa, ma per consentire alle stesse di attuare una libera scelta.
E quando parliamo di situazioni che attengono allo Stato sociale e che riguardano, per esempio, la condizione delle donne separate, vogliamo cominciare a pensare all'istituzione di una cassa famigliare, come avviene in altri paesi?

PRESIDENTE. Onorevole Poli Bortone, mi permetta di interromperla. Voglio ricordarle che il suo gruppo ha a disposizione 49 minuti e che lei ha già parlato per 26 minuti, quindi ha utilizzato più della metà del tempo attribuito al suo gruppo.

ADRIANA POLI BORTONE. Come firmataria della mozione non sono fuori quota?

PRESIDENTE. Ahimè no, onorevole Poli Bortone!

ADRIANA POLI BORTONE. Allora sono in quota anche su questo! Mi dispiace aver penalizzato il mio gruppo!
Concludo, Presidente, perché non voglio sottrarre tempo a nessuno dei miei colleghi.
Credo, ministro, di avere offerto qualche elemento di riflessione sul quale non ci possiamo dividere; penso invece che potremo trovare i modi, le forme e le opportunità per essere presenti, non sol


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tanto come donne. Mi dispiace che oggi lei sia l'unico ministro presente; avrei molto gradito che il Presidente Prodi, così come è stato presente quando si è trattato di sostenere altri ministri in sede di discussione di mozioni di sfiducia individuale, fosse stato presente anche oggi, per sottolineare la valenza di un dibattito al quale crediamo profondamente (Applausi - Congratulazioni).

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Poli Bortone e mi scusi per l'interruzione.
È iscritta a parlare l'onorevole Sbarbati. Ne ha facoltà.

LUCIANA SBARBATI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole ministro, ho apposto la mia firma su entrambe le mozioni in quanto ritengo che non siano assolutamente contraddittorie e che abbiano invece la possibilità di integrarsi in un testo unico. L'una e l'altra partono infatti dagli stessi principi e dalle stesse considerazioni, seppure fanno riferimento a momenti diversi e contengono elementi di caratterizzazione estremamente positivi - che indicherò - che potrebbero convergere in un testo unico certamente più completo e rispondente alle attese di tutti i parlamentari di questa Camera.
Ho salutato davvero con piacere e con simpatia la sua nomina a ministro per le pari opportunità, ma ho avuto uno scatto di indignazione quando mi sono accorta che questo Governo non ha fino ad oggi dimostrato nella sostanza la dovuta sensibilità nei confronti di un ministero nuovo, istituito per la prima volta, che ha grandi compiti, grandi spazi di intervento e che deve avere una capacità di penetrazione in tantissimi settori per poter portare avanti gli interventi radicali e positivi di cui c'è bisogno; questo Governo non ha ritenuto di dover dotare il suo ministero di un budget all'altezza di un compito così gravoso. Desidero sottolineare questo aspetto perché voglio ricordare che in quest'aula sia dalla maggioranza sia dall'opposizione si è levato il disappunto nei confronti di quanto sto denunciando; vi è stata una vera e propria cordata di solidarietà trasversale proprio perché lei, ministro, potesse lavorare. Non lo dico per piaggeria; lei sa come la penso e quanto sono dura quando devo esserlo, ma quando credo nelle cose e nelle persone la mia sincerità è assoluta. Poiché ritengo che lei possa fare molto, che abbia le capacità personali per fare molto, sono convinta che il Governo debba fare un passo avanti non solo formale con riferimento alla presenza in quest'aula (come ha notato la collega Poli Bortone è infatti oggi presente lei sola), ma soprattutto per dimostrare nella sostanza che crede nella politica della parità, delle pari opportunità, che crede nel ministro e nel ministero che ha istituito. Per farlo, come avviene per tutte le cose, un Governo deve finanziare quel ministro e quel ministero per l'attività che vuole e deve intraprendere.
Badate, infatti, che vi è anche un significato etico ed un significato morale nella crescita di tutti i cittadini ed in particolare nella crescita delle donne. Questa crescita civile e democratica è oggi in gran parte affidata alle possibilità radicali che il suo ministero può e deve avere in tanti settori, non ultimo quello della formazione e dell'istruzione, al quale tengo molto perché se non eliminiamo stereotipi culturali che, badate, iniziano fin dalla prima e dalla seconda infanzia e condizionano la vita degli uomini e delle donne, non riusciremo mai a portare avanti un'autentica politica della parità.
Come lei ben sa, sono sempre stata contraria alle quote. L'ho affermato in modo forte in quest'aula quando eravamo pochissimi a non crederci. Feci allora un richiamo alla costituzionalità della norma che non venne ascoltato e alla fine mi sono trovata ad avere ragione. Questo non mi conforta; probabilmente sarebbe stato meglio se avessi avuto torto, se questo fosse stato un passo necessario per avere ulteriori successi. Ritengo tuttavia che il primo intervento radicale da porre in essere sia quello di razionalizzare, onorevole ministro, in tema di commissioni per la parità e per le pari opportunità.


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Perché, vede, esistono tra l'altro commissioni ai vari livelli, presso i vari ministeri, alcune delle quali non stanno facendo più nulla. Mi risulta, per esempio, che quella istituita presso il Ministero della pubblica istruzione, da qualche anno ormai non si riunisce più, non sta facendo proprio nulla, quando avrebbe compiti estremamente delicati e importanti. Ne cito uno per tutti, come esempio, quello di verificare e incidere sulla produzione dei testi scolastici, proprio per eliminare all'origine quegli stereotipi che poi possono intaccare la formazione dei bambini e delle bambine; stereotipi culturali riguardo ai sessi, ma anche riguardo alla cultura del potere, della forza, quella che si esprime attraverso la violenza delle posizioni, quella che si esprime attraverso la sopraffazione del numero, del sesso e così via. Era un tema delicato e affascinante, che aveva cominciato ad impegnare la commissione parità del Ministero della pubblica istruzione, che aveva avuto anche alcuni sbocchi, aveva prodotto circolari diramate alle scuole, aveva prodotto consiglieri di parità all'interno delle scuole, ma il lavoro iniziato non ha avuto più nessun tipo di prosecuzione. Se lei nota, vedrà che nei libri di testo alcune cose sono scomparse, ma altre permangono, a testimoniare che c'è una resistenza forte al decollo reale di una cultura per la parità, che io credo non possa che passare attraverso la formazione, quella scolastica, quella familiare (quindi, come si diceva bene prima, di aiuti alla famiglia), quella del cittadino, attraverso un sano rapporto con la nostra Costituzione, che purtroppo fin dalla formazione scolastica viene disattesa e legata ad una fase assolutamente marginale dell'istruzione.
Queste considerazioni preludono a un discorso che incide invece nel merito della nostra realtà di parlamentari e di una situazione che è abbastanza significativa. Tutte le denunce della collega Poli Bortone trovano il mio consenso e la mia considerazione più profonda, ma c'è qualcosa di più che forse bisognerebbe avere il coraggio di dire. Ritengo che si debba non tanto e non solo recriminare sulle possibilità, perché chiunque sia democratico, laico o liberale - comunque lo vogliate chiamare - deve ispirarsi al principio «nessuno più di me e nessuno meno di me». Non si tratta più di distinguere uomo e donna, ma di esigere che comunque ci siano persone capaci.
Poiché le donne sono persone capaci, poiché le donne stanno facendo un progresso enorme in tutti i settori della vita civile, della vita culturale, del mondo produttivo, e lo testimoniano giorno per giorno, dobbiamo chiederci perché nel nostro paese questo successo non si estenda in politica.
In una delle due mozioni, quella di cui è primo firmatario l'onorevole Novelli, c'è un riferimento - anche se per me troppo sottile e nello stesso tempo anche troppo leggero - ai partiti politici. Signor ministro, credo che il primo passo perché qui si possa essere più presenti numericamente, oltre che sul piano della qualità, debba essere quello nei confronti dei partiti politici e, congiuntamente, quello sulla formazione di una coscienza civile autentica delle donne, una coscienza democratica verso la partecipazione.
Solo se le donne impareranno che fare politica è comunque un dovere - come lo è essere una buona madre, una buona insegnante, un'onesta e buona lavoratrice - perché dal modo di fare politica dipende poi il futuro dei nostri figli, il futuro delle giovani generazioni, allora sì che le cose potranno cambiare. Voglio perciò denunciare che finora non è stato affermato, perlomeno nella stragrande maggioranza del mondo femminile, il concetto che fare politica ha un significato etico e che è essenzialmente un dovere per tutti, per l'uomo ma anche e soprattutto per la donna. Se questo concetto passasse e se lei, ministro, potesse incidere in tal senso nella sua politica, forse farebbe l'opera più meritoria, ma soprattutto la più significativa perché le donne possano intraprendere un cammino nuovo, cioè imparare che non si deve soffrire soltanto per quelle cose per cui abbiamo sofferto fino ad oggi, ma che è necessario soffrire anche per fare politica.

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Le donne devono imparare a soffrire, a lottare, a farsi avanti per fare politica. Le donne devono imparare, non dico a sgomitare ma certamente ad essere dure, battagliere, per poter realizzare obiettivi che non sono solo nostri ma sono della comunità umana; sono gli obiettivi della comunità di donne e di uomini che vogliono essere diversi, migliori, per la pace, per il progresso, per un futuro di dignità e perché vi sia lavoro per tutti. È questo ciò che devono imparare le donne e se non assumeranno questo valore nel loro modus vivendi, nel loro essere, diventa allora vano sottolineare qui costantemente il fatto che siamo poche, che non riusciamo a diventare Presidente della Repubblica, Vicepresidenti della Camera, perché comunque saranno gli uomini che faranno le pastette dietro le quinte e si metteranno d'accordo perché il potere è maschile, e lo è stato fino ad oggi!
Se vogliamo spezzare questa catena è evidente che dobbiamo imparare a soffrire anche per fare politica. Le donne soffrono per tutto; soffrono per la questione sociale, per la famiglia, per i portatori di handicap, per i bambini, per la loro crescita; soffrono la vita quotidiana minuto per minuto. È la donna, infatti, che patisce e soffre la crescita della società civile, a tutti i livelli! Senza generalizzare, nella stragrande maggioranza dei casi la donna non ritiene che soffrire per fare politica sia un valore. Solo se la cultura cambierà e si comincerà a percepire veramente, sulla propria carne, che questo è un dovere vi sarà una svolta; diversamente proseguiremo con politiche che saranno dei palliativi.
Ministro, credo che il suo ministero possa e debba avere compiti grandi, coraggiosi e abbia una sfida aperta nel sistema formativo, nella scuola, nella società e nei partiti politici. Noi del gruppo di rinnovamento italiano crediamo in tutto ciò e saremo disponibili a darle non una ma entrambe le mani affinché lei possa avere effettivamente la possibilità di incidere. Soltanto se riusciremo a ragionare in questi termini sarà veramente possibile parlare di pari opportunità.
È chiaro che tutto ciò non basta, è chiaro che se noi facessimo un'azione unilaterale e non guardassimo alla complessità del problema avremmo fatto un ragionamento monco ed eccessivamente rigido.
Con riferimento al contenuto delle due mozioni in discussione, anch'io sottolineo l'esigenza di creare in Parlamento una Commissione che verifichi nel merito se le leggi che produciamo siano autenticamente rispettose della parità dei sessi, dei cittadini, degli individui. La creazione di questa Commissione è un primo passaggio importante perché se la legislazione viene sottoposta non dico ad un controllo ma ad una valutazione che incide nel merito, allora noi riusciremo a produrre delle buone leggi.
Certo, non sempre la legge fa decollare un processo di evoluzione della società, anzi spesso è vero il contrario ossia che la società fa decollare le leggi. Sono però convinta che ci troviamo in un momento di congiuntura in cui le due cose possono essere bilanciate. La società spinge per questo e le leggi dovrebbero aiutare il mondo delle donne e favorire la crescita della cultura della parità.
A mio avviso il punto che ho appena accennato e quello relativo ai partiti politici meritano un'attenta considerazione, e ciò vale anche (mi riferisco in particolare alla mozione Acciarini ed altri) relativamente all'aspetto della tutela dell'infanzia, delle bambine e dei bambini. Ritengo che sia importante non parlare solo ed esclusivamente di donne quando si parla della cultura della parità anche perché, onorevole ministro, sappiamo benissimo che oggi in termini di specularità c'è una debolezza, che non dico sia diventata quasi genetica (e so bene quello che sto dicendo), dell'uomo nei confronti della donna. Se dal punto di vista della politica non si soffre e non si lotta, in altri settori la donna forse ha fatto molto di più ed ha messo l'uomo in difficoltà. A tale riguardo parlo di un rapporto psicologico, di un rapporto individuale, di un rapporto tra persone e società e tra persone e comunità. Ciò è tanto vero che

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vi sono dei pericoli anche nel processo di identificazione del maschio come della femmina. Questo unisex sventagliato da tutte le parti non fa bene; noi dovremmo puntare ad una cultura della parità sottolineando e valorizzando le differenze anche sessuali. Non c'è nulla di male e di riprovevole nel dire quali sono le connotazioni al femminile e quali al maschile, purché tutte siano considerate un valore e sul piano della parità.
Io dico che vi sono difficoltà nel sociale e che occorre una politica della parità che comprenda anche i problemi del sesso maschile, problemi che non sono da poco e che stanno mettendo in crisi - se ne è parlato prima - anche il modello familiare, che se non è accettabile negli stereotipi del nostro passato non può neanche divenire quello che qualcuno vorrebbe: una situazione in cui vi sia gioco e confusione di ruoli.
Dicevo, ministro, che una politica della famiglia è importante e non può essere lasciata soltanto al ministro per la famiglia. Vorrei che in questo settore vi fosse una possibilità di lavoro interministeriale efficace che si interessi dell'uomo, della donna, dei bambini e delle bambine; una politica efficace che guardi al ruolo nuovo che la famiglia deve svolgere, anche perché è da essa che vengono i primi rudimenti di una formazione alla parità.
Se questo è il nostro obiettivo, bisogna incidere sulla famiglia per una politica per la casa, per una politica per il lavoro, per una politica che sia di aiuto efficace alla crescita civile e democratica di entrambi i coniugi, con la possibilità che vengano forniti aiuti concreti. La famiglia non può essere più il terminale delle politiche governative, ma deve essere il soggetto con cui il Governo interloquisce, un soggetto attivo e partecipe per politiche di tipo diverso.
Purtroppo nel nostro paese non è così e lei lo sa molto bene, signor ministro. Quello che noi chiediamo come gruppo di rinnovamento italiano è che vi sia la possibilità di attivare un intervento, che finora non si è registrato, di entrambi i ministeri, riarticolato con obiettivi precisi e condivisibili, sui quali io credo la maggioranza e l'opposizione faranno ciascuna la propria parte.
Concludo ribadendo l'impegno preciso che si chiede al Governo sulla base dei risultati della Commissione europea rispetto al quarto programma di azione per il periodo 1996-2000: un impegno per l'inserimento delle donne ai vertici decisionali attraverso l'integrazione delle politiche delle pari opportunità in tutti i campi.
Signor ministro, io credo che la via da seguire sia quella dell'istituzione alla Camera di una Commissione per la parità che, in tutte le occasioni in cui si faranno nomine, controlli che esse verranno fatte per merito e sulla base di requisiti (o di quant'altro prevederemo nella legge), potendo altresì dire la sua in termini di equilibrata posizione nei confronti dei sessi. Occorre un riequilibrio delle posizioni di potere rispetto alla possibilità delle donne stesse di essere ad esse preposte.
Se così non sarà, continueremo a parlare, a prenderci in giro e saremo sempre dei «panda» che circoscrivono i propri problemi e continuano a piangersi addosso: non realizzeremo senz'altro una politica della parità coraggiosa e, soprattutto, moderna che - lo ripeto - consideri la donna non disarticolata dal contesto sociale ma in esso inserita e la valuti contemporaneamente alla sua specularità maschile; altrimenti avremo fatto di nuovo un'operazione di basso profilo ed avremo segnato un passo indietro nella modernità della cultura (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole D'Ippolito. Ne ha facoltà.
Onorevole collega, le ricordo, per non interromperla successivamente, che il suo gruppo ha stabilito che ciascun deputato abbia a disposizione 9 minuti.

IDA D'IPPOLITO. La ringrazio, Presidente, ne sono al corrente.
Signor Presidente, signor ministro, colleghi, esiste oggi un denominatore comune alla questione femminile ovvero, nell'arci


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pelago complesso dell'universo donna, più problemi o diverse facce del problema occupano spazi e tempi differenti, rendendo difficile trovare la sintesi?
Un sano femminismo, necessario ieri a riequilibrare un divario profondo e reale superato dal grado di consapevolezza media oggi raggiunta dai più nel paese, torna d'attualità ogni volta che si tratti di superare un ghetto: quello del pregiudizio, quello dell'emarginazione, quello di una vera, magari nuova povertà.
Condizione femminile, questione femminile: termini di individuazione di divari oggettivi ancora esistenti nel paese e tra i paesi nel mondo. Consapevolezza sempre attuale e diffusa che nelle differenze e nelle specificità dei traguardi individuati e, in parte o in tutto, raggiunti il cammino va continuato e sostenuto. Un linguaggio al femminile che non suona separatezza, ma che significa volontà di obiettivi diversi, quelli di volta in volta necessari, minimali o più ambiziosi, tutti diretti a determinare il valore dell'uguaglianza e della specificità; un valore di genere che ha la dignità del valore universale legato all'essere ed alla persona, al rispetto delle culture, al superamento dei pregiudizi e delle differenze - che proprio la globalizzazione non solo del mercato e delle economie, ma soprattutto delle conoscenze e delle civiltà può consentire, anzi impone - rappresenta una necessità storica, un diritto-dovere da recuperare, da rilanciare, da ricordare a sé ed agli altri.
Del resto l'osmosi dei processi di comunicazione culturale, accelerata dalla dimensione multimediale dei linguaggi, non può che favorire una sintonia attiva su determinati valori universali e condivisibili, sicché oggi diventa sfida del futuro per la donna la sua capacità di essere profetica, di individuare un percorso comune di base su cui articolare i binari delle divaricazioni esistenti, speculari a geografie, ad antropologie, a fattori sociali complessi e differenti.
Discutere oggi sui contenuti e sulle ragioni delle mozioni Acciarini ed altri e Novelli ed altri significa, per un verso, ritrovare le ragioni di un disagio profondo delle donne - quello che nasce dalla necessità di richiamare ancora una volta al rispetto di impegni assunti e non ancora mantenuti, quello che si accompagna al dato sperimentale, talvolta occasionale, talaltra strutturale, della esclusione, della sottovalutazione o della sottorappresentanza negli snodi decisionali del paese - ma significa anche recuperare tutta intera la consapevolezza storica del rischio, mai superato, di una marginalizzazione che si fa più evidente allorché la crisi del sistema diventa stringente, si riducono gli spazi di disponibilità, di intervento e si rende necessario individuare chi sacrificare prima.
Diventa perciò quasi battaglia di principio la proposta Finocchiaro, la sua proposta, onorevole ministro, sul cognome ai figli o l'ipotesi di delega al Governo per una qualificata presenza delle donne nell'esercito se rimangono di fatto sistematicamente inattuate le condizioni di pari opportunità alle donne da tutti formalmente riconosciute, ma in concreto solo marginalmente attuate.
Vorrei fare un esempio recente, quello della composizione della Commissione bicamerale, rispetto alla quale, rifuggendo da qualsiasi rivendicazione polemica, pure va sottolineata l'esigua rappresentanza del mondo femminile nella possibilità di dibattito sull'avviato processo di riforme istituzionali del paese. Sarà compito delle brave colleghe presenti contribuire per tutte ad esso, manifestando quel genio femminile che qualcuno - mi riferisco al Pontefice - ha profeticamente ed autorevolmente indicato quale vera risorsa per il nuovo sviluppo ed il risanamento della società prima ancora che della politica.
Non si può ritenere in buona fede che una democrazia sia compiuta senza che davvero a tutti siano garantiti pari diritti ed uguali doveri e tanto naturalmente sulla base di pari meriti e qualità e non di rivendicati ed acritici privilegi a vantaggio dell'una o dell'altra parte.
La portata innovativa dell'abolizione della quota di rappresentanza politica riservata per legge alle donne nelle liste elettorali è significativa se parametrata

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alla volontà di affermare un'uguaglianza che non ha bisogno di essere ghettizzata e negata proprio attraverso una riserva ed un privilegio che sottolineano e ribadiscono la necessità della tutela e della differenza. Non può però costituire l'atto liberatorio dell'egoismo non superato e la possibilità rinnovata di dimenticare un dato che, se è di coscienza collettiva, deve diventare fattore di riferimento costante e non occasionale.
Così, richiamare il Governo alla memoria del cammino compiuto a livello nazionale ed internazionale ed impegnarlo sui contenuti delle mozioni significa dire ad alta voce che c'è bisogno di fatti, più che di parole, c'è necessità di rendere visibile la volontà - se c'è - diretta a creare una società di uguali e liberi, un diritto alla cittadinanza che non può essere ritmato sul connotato di genere ma sulla uguale, consapevole responsabilità di essere e di dover essere, nella diversità dei ruoli e delle identità, tutti partecipi e coattori del nostro destino come quello delle future generazioni (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Bianchi Clerici. Ne ha facoltà.

GIOVANNA BIANCHI CLERICI. Signor Presidente, signor ministro, colleghe e colleghi, a pochi giorni dalla ricorrenza dell'8 marzo la Camera è riunita per discutere le tradizionali mozioni sulle pari opportunità sottoscritte da molti parlamentari, ma non da quelli e da quelle della lega nord per l'indipendenza della Padania, secondo una formula di trasversalità a quanto pare assai di moda quando si affronta la cosiddetta questione femminile. È questo - diciamocelo francamente - un rito un po' stantio che si ripete ormai da anni in tutti gli organismi istituzionali del paese allo stesso modo in cui si celebra la festa del papà o san Valentino, utili tutt'al più per vendere cioccolatini.
La forte connotazione di rivendicazione femminile e femminista, che la giornata dell'8 marzo aveva sino ad alcuni anni or sono, si è ormai stemperata, nel sentire comune, nell'usanza del dono della mimosa e nella cena con le colleghe di lavoro (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania). In tale contesto le deputate firmatarie, con un pizzico di snobismo, quest'anno focalizzano la propria attenzione sulle difficoltà per le donne in carriera e in politica ad accedere ai posti di comando, lasciando in secondo piano tutte le altre problematiche relative alla qualità della vita al femminile, quasi come se non esistessero ancora oggi donne che scelgono con soddisfazione di fare le casalinghe o di dedicarsi in primo luogo alla cura della propria famiglia.
In ogni caso, stante la scelta unilaterale delle firmatarie, debbo innanzitutto rilevare che la mozione è, in alcune parti, un piccolo gioiello dell'ovvietà. È infatti ovvio che in un qualunque paese civile si chieda al Governo di fare il possibile per proteggere i bambini dagli abusi sessuali o di attivarsi per promuovere un'immagine non stereotipata dei ruoli maschile e femminile nella pubblicità e sui mezzi di comunicazione.
Un po' meno ovvio è quando, con un linguaggio accademizzante e forse oscuro, di primo acchito, per molti cittadini si chiede al Governo di impegnarsi per la realizzazione puntuale, ai vari livelli, del principio delle pari opportunità e, in particolare, per la partecipazione equilibrata di entrambi i sessi ai centri di potere, di influenza e di decisione.
Tutte cose giuste in teoria, ma retoriche ed ipocrite nei fatti. Non è con una mozione, agevolmente recepibile dal Governo, che si possono aiutare le donne lavoratrici ad infrangere quello che qualcuno ha felicemente definito «il soffitto di cristallo», ossia quell'invisibile barriera che si materializza come per incanto ad un certo punto della carriera professionale o politica della maggioranza delle donne, impedendone l'accesso ai vertici.
Questi ostacoli non si rimuovono per legge o per decreto, e neppure serve istitutire un Ministero per le pari opportunità o farsi chiamare, con un orribile neologismo, «ministra» o «sindaca», fan


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tasticando nel contempo di improbabili iniziative come i francobolli ricordo o il cambio dei cognomi dei nostri figli (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania). Sono pure operazioni di immagine, soprattutto per un Governo di sinistra!
Ma le donne con le quali noi viviamo (penso in particolare alle donne volitive della mia Padania) hanno bisogno di ben altro per cambiare in meglio la qualità della vita e concedersi il lusso di pensare alla carriera. Le professioniste, le imprenditrici, le artigiane e le operaie della Padania hanno necessità di asili e scuole fidati, dove i figli non siano solo parcheggiati, magari in balìa di insegnanti impreparati e di bidelli menefreghisti. Hanno bisogno di un sostegno reale nella cura degli anziani di famiglia, di servizi efficienti per addolcire i ritmi affannosi di una giornata in corsa tra lavoro e famiglia. Devono potersi fidare dei programmi televisivi per i bambini e potere andare al parco senza essere scippate dal primo delinquentello di passaggio.
Creare queste condizioni è l'unico atto davvero utile per l'universo femminile; il resto sono parole a vuoto, che fanno sentire importante ed emancipato chi le pronuncia. Ma tutto ciò significa agire sulle cose concrete e ci sembra che questo Governo e questo Stato unitario non possano permetterselo (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania) per mancanza di fondi e di comunità di intenti.
Da ultimo, vorrei sottolineare un passo nella mozione maliziosamente rilevatore delle reali intenzioni dei firmatari o delle firmatarie. Mi riferisco a quel punto della stessa nel quale si chiede, o si pietisce, un equilibrio adeguato tra i sessi, a tutti i livelli, nelle funzioni di Governo. Abbiamo registrato la stessa imbarazzante scenetta poche settimane fa nella vicenda della presenza femminile nella Commissione bicamerale. Noi in Padania sappiamo bene che i posti importanti, colleghe, non si possono chiedere, si devono conquistare con la fatica e i sacrifici quotidiani; allo stesso modo con cui si conquistano i diritti e la libertà (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).

PRESIDENTE. Onorevole Bianchi Clerici, vorrei farle presente che la mozione Acciarini ed altri n. 1-00102 reca anche la firma dell'onorevole Gambato, del gruppo della lega nord.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Valetto Bitelli. Ne ha facoltà.

MARIA PIA VALETTO BITELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, la mozione Acciarini che stiamo discutendo impegna il Governo a garantire e promuovere iniziative per l'effettiva parità tra uomini e donne. Il Governo dell'Ulivo ha fatto proprio questo impegno innanzitutto nella sua composizione: a donne sono, infatti, affidati non solo il Ministero per le pari opportunità, ma anche quello della sanità e quello della solidarietà sociale, che afferiscono in modo diretto alla costruzione del sistema di sicurezza sociale e quindi al patto fiduciario reciproco tra Stato e cittadini e al senso di partecipazione e di appartenenza ad una comunità civile. Questa scelta riconosce valore ad una particolare sensibilità femminile; non sensibilità più grande, ma certo sensibilità diversa, maturata anche attraverso la capacità dimostrata dalle donne di coniugare - senza soluzione di continuità - attività professionale e lavoro di cura.
Il Governo, però, onorerà questo impegno nei confronti delle cittadine e dei cittadini italiani se, al riconoscimento del principio delle pari opportunità e degli ambiti in cui esso può applicarsi, si affianchino azioni concrete che inverino il dettato della nostra Costituzione di pari dignità sociale ed uguaglianza dinanzi alla legge nei rapporti sociali e nella vita professionale.
Le donne italiane sono diventate più forti che nel passato nel lavoro, nell'istruzione e nella consapevolezza di sé. Il tasso di scolarizzazione è cresciuto e nel 1996 il 52,2 per cento dei laureati italiani sono


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donne. È cresciuto anche il tasso di occupazione fino al 25 per cento; un dato altamente significativo è il contemporaneo aumento del dato sulla disoccupazione, che è cresciuto del 2,5 per cento. Sempre più le donne ritengono importante poter coniugare il lavoro e la famiglia ed il tasso di femminilizzazione delle donne imprenditrici e libere professioniste è aumentato anch'esso di oltre quattro punti percentuali. Ma le donne continuano anche ad essere anelli deboli della società nel nostro paese se è vero, come sottolineava un rapporto della Commissione di indagine sulla povertà, che entrano nell'area della povertà soprattutto le famiglie con a capo una donna e le donne anziane sole.
Nell'ambito professionale permane un'intrinseca debolezza femminile nell'entrare sul mercato del lavoro e nel permanere nel mercato stesso. Anche iniziative politiche sui tempi del lavoro e i tempi delle città, che consentano di coniugare più facilmente il lavoro di cura e attività professionale, sono ormai improcrastinabili.
Come giovane mi sento di dover e voler ringraziare tutte le donne che nelle generazioni che mi hanno preceduto hanno combattuto una battaglia spesso conflittuale e antagonista con gli uomini e nelle istituzioni per promuovere la parità. La conquista di questo principio e le modifiche intervenute nella società italiana ci hanno aperto una stagione nuova: quella di poter diventare a pieno titolo classe dirigente del paese, collaborando con la sensibilità specifica del femminile a riscrivere il patto sociale tra Stato e cittadini e a renderlo lettera viva, mettendo in moto le intelligenze e le capacità delle donne italiane.
Come parlamentari dell'Ulivo, del centro e della sinistra, riteniamo fondamentale unire e distinguere al tempo stesso l'effettiva partecipazione democratica e paritaria delle donne alla vita sociale e politica del nostro paese e, dall'altra parte, l'autorevolezza che si acquisisce dimostrandosi capaci di interpretare i bisogni di tutti i cittadini italiani, oltre che quelli delle donne in particolare.
In un momento in cui il Parlamento si accinge a modificare il patto costituzionale nella sua seconda parte, che attiene al funzionamento delle istituzioni - patto costituzionale che è il legame tra Stato e cittadini - con mutua assunzione di responsabilità, ben sappiamo e vogliamo far sapere che la migliore riforma che riusciremo ad attuare deve essere affiancata da una valorizzazione dei principi e dei valori della prima parte della Costituzione, per contribuire a ricostruire il senso di appartenenza ad una comunità civile, la fiducia tra Stato e cittadini, la promozione del pieno e consapevole diritto di cittadinanza, e cioè pari opportunità non solo tra uomini e donne ma tra poveri e ricchi, tra giovani e anziani, tra nord e sud nel nostro paese (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Lenti (Commenti del deputato Roscia). Ne ha facoltà.

MARIA LENTI. Signor Presidente, ministra onorevole Finocchiaro, colleghi e colleghe, in uno dei Racconti di Gorionkino, Puskin narra che in questo villaggio vi era la consuetudine che le donne, a vent'anni, si sposassero con dei giovani tredicenni, così potevano batterli perché docili facessero la loro volontà. Questi mariti, usciti poi dall'adolescenza e giunti a vent'anni, a loro volta battevano le mogli, con lo stesso fine: quello dell'esecuzione della loro volontà. Così termina l'inizio di quel racconto: uomini e donne erano pari.
Dalla metafora puskiniana noi oggi siamo fuori; anzi, per quel che ci riguarda abbiamo scavato all'interno delle uguaglianze, per farne la cernita, lasciar cadere quelle che erano false uguaglianze, portare la nostra differenza nella ricerca e nell'affermazione di diverse uguaglianze; meglio, nell'apporto differente nel costume, nel sociale, nell'esterno, nella riflessione culturale e politica, nell'agire politico. Superato anche il tempo delle mie - di donna - necessarie e utili solitudini, oggi sono consapevole che nella realtà si agisce e si incide con una


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determinazione forte di autorevolezze e non di potere autoritario: certamente tanto più si può essere autorevoli, quanto più la proposta nasce da un differente modo di agire rispetto alla verticalità dell'imposizione. Questo mio pensiero è forse in contrasto con l'impegno che chiedo al Governo anche con la mia firma in calce alla mozione, la quale, infatti, chiede, forse rivendica? Direi di no, dal momento che delle donne, di cui la mozione parla, delle bambine, dei soggetti che la Conferenza di Pechino ha visto nella proiezione sia del passato sia del futuro con l'indagine sul presente, di questi soggetti l'energia e la forza sono proprio nel loro essere tali. Così l'illusione o il tentativo di credere ad un pensiero che non cada nel vuoto mi fa aprire ancora la porta sulla differente ricchezza, frutto di una storia rivissuta, dunque elaborata, che ha avuto un momento nella cernita di cui parlavo.
Mi chiedo perciò anche, con sorpresa e con sgomento, nonché con un po' di gioviale ilarità, quanto costi - e lo sottolineo - all'uomo mantenersi in strutture, powers, posti, sempre nella stessa maniera, con il medesimo ritmo spesso privo di armonia; quanto gli costi in fatica ed in sterile contenimento di sé, nell'ambito di modalità pubbliche mai variate e variabili da secoli.
Mi chiedo poi anche perché ancora oggi l'uomo voglia farsi difensore, falso - lo dico tra parentesi -, della donna e dunque occupare ed agire come se il mondo fosse solo suo e non contenesse quello che per me è chiaro da moltissimo tempo: due soggetti differenti.
Allora l'impegno che personalmente chiedo al Governo è anche un impegno a vedere, a cercare di trovare vie che contengano non solo aperture di accessi e di status, ma anche il mio apporto di donna, che oggi ha una qualche chiarezza di ciò che non vuole, ripetendo modalità già affermate di potere, di stravolgimenti di tempi e di spazi e di annullamenti di desideri, e di ciò che invece vuole, anzi desidera.
Questo è il mio bagaglio, non desidero che per malintesa parità - ricordo il racconto di Puskin - l'altra metà debba prendere questo desiderio, il mio, variando il suo. Per ora desidero che questo bagaglio sia presente e non venga annullato o per ignoranza del suo contenuto o per contrattazione di entrata attraverso quelle porte. Meglio sarebbe simbolicamente uscire, tutti e due i soggetti, da quella porta, sostare per riflettere sui propri bagagli, scegliere per costruire altro e oltre.
Per una fortunata coincidenza ieri sera ho avuto l'occasione - un'esperienza improvvisa e bella, quelle esperienze che producono pensiero - di ascoltare un uomo ed una donna che hanno improvvisato un duo di canti. Canti vari, corali ed anche canzoni, canzonette: la voce dell'uomo forte, proiettata molto sull'esterno, alta e pastosa; la voce della donna un po' velata, profonda, calata sulla pausa. Bene, in questa mezz'ora ho ascoltato ritmo ed armonia ed ho provato la gradevole sensazione che anche le note fossero nuove nella reinvenzione di quel canto a due.
Ecco, l'impegno del Governo, contenuto nella mozione, vorrei riempirlo di una presenza non sussunta né assunta, ma tale proprio per la sua energia, le chiare possibilità dei due soggetti; in questo caso di un soggetto femminile. Grazie (Applausi - Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Francesca Izzo. Ne ha facoltà.

FRANCESCA IZZO. Signor Presidente, onorevoli deputate, onorevoli deputati, ministra, ritengo che questa occasione di dibattito e di voto sulle mozioni Acciarini ed altri n. 1-00102 e Novelli ed altri n. 1-00110 sia un atto di grande responsabilità e di rilievo politico per questa Assemblea.
È stato ricordato, anche in altri interventi, che siamo alla vigilia dell'8 marzo. Come sappiamo, questa ricorrenza, ormai entrata nel calendario delle feste popolari, è spesso occasione per celebrare solo dei riti


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intorno all'importanza che le donne rivestono nella nostra società, per fare bilanci critici su quanto poco invece esse pesino nelle scelte politiche e nei luoghi della decisione ed ancora per prendere solenni impegni per modificare lo stato di cose esistente. Conclusa la festa, però, prevale l'ordinaria routine e cioè quella nella quale tutto ciò viene considerato un aspetto marginale della nostra vita pubblica o, al più, come rivendicazioni od affari di donne, che non toccano la cosiddetta politica generale.
Ebbene, la mozione Acciarini, che è stata sottoscritta da deputate appartenenti a tutti i gruppi presenti in Parlamento e che mira a coinvolgere l'intera Assemblea, i deputati e le deputate, intende contrastare esattamente questa tendenza e proporre di adottare una prospettiva molto differente. Ciò senza alcuna intenzione né celebrativa né, tanto meno, di autocommiserazione delle donne e neppure rivendicativa. Con questa mozione si intende, invece, richiamare il Governo al rispetto di impegni che sono stati assunti dal nostro paese alla Conferenza di Pechino del 1995, con la Carta di Roma del 1996 e con la formulazione di un piano di azione nazionale da parte della commissione per le pari opportunità presso la Presidenza del Consiglio. Si tratta di impegni che si ispirano a due principi fondamentali, contenuti nella piattaforma di Pechino, assolutamente innovativi da questo punto di vista, cioè quello dell'acquisizione di poteri e responsabilità da parte delle donne in tutti i luoghi della decisione politica e l'integrazione del punto di vista delle donne in tutte le politiche governative.
Questi due principi corrispondono non a rivendicazioni di una parte della società - fosse anche quella maggioritaria -, ma ad elementi essenziali, fondamentali per assicurare un governo delle nostre società fondato sui criteri di uguaglianza, sviluppo equilibrato, benessere e democrazia per tutti, per le donne e per gli uomini. Non si tratta più, cioè, di rivendicare solo diritti e garanzie o di difendere e salvaguardare identità e specifiche condizioni - timore che ho sentito esprimere anche in alcuni interventi -, ma di ridefinire ed orientare l'insieme delle politiche, a partire dal presupposto che, ormai, i popoli europei e di tutto il mondo occidentale, ma anche di altre parti del mondo (la Conferenza di Pechino è una data importante perché indica che il processo è a carattere mondiale), sono composti di donne e di uomini.
Certo, questa sembra un'affermazione banale, un'ovvietà, ma non lo è. Affermare che i nostri popoli sono formati ormai da donne e da uomini significa prendere atto che un grande processo è già avvenuto, un processo in cui le donne hanno acquisito la piena cittadinanza, uguali diritti sul piano civile, sociale e politico e non sono più legate ad un ruolo particolare né sono più segregate all'interno di un ruolo domestico che le definiva come parte della società a cui indirizzare politiche specifiche, ma sono ormai una componente a tutti gli effetti della popolazione. Tutto questo, l'acquisizione di un senso di identità e di libertà con un essere uguale ma differente dall'uomo, esattamente questo fatto, un fatto sconvolgente, una grande rivoluzione che ha avuto una lunga storia e che oggi abbiamo sotto i nostri occhi, richiede cambiamenti: soprattutto, richiede che a cambiare siano la politica ed il governo delle nostre società.
Ritengo sia una delle colpe più gravi delle nostre classi dirigenti non aver inteso che le donne del nostro paese sono già una grande forza produttiva, sociale e culturale, non più cittadini deboli da tutelare. Il grande fatto storico della libertà femminile è stato invece ridotto - ed anche oggi ho avvertito questi toni - ad una pura questione privata e di costume. Sta in questo scarto, nella non comprensione di ciò che è avvenuto, una delle principali ragioni della modernizzazione senza sviluppo del nostro paese, dei caratteri particolarmente distorti ed iniqui del nostro Stato sociale, della sostanziale impermeabilità e vecchiezza delle nostre istituzioni rappresentative, di un clima culturale - tra il frivolo e lo sprezzante - verso il grande moto della libertà femminile

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che ha non poco influito sull'assenza di serie politiche di pari opportunità in questo paese, a differenza di altri paesi europei.
Richiamerò in proposito alcuni elementi che appartengono ai dati della realtà della nostra società. In Europa l'Italia fa registrare nello stesso tempo il più alto tasso di disoccupazione femminile (insieme a Grecia e Portogallo) - con il più alto differenziale rispetto agli uomini - ed un fenomeno, diffuso in tutte le classi di età, di drastica diminuzione della percentuale delle donne casalinghe (l'11 per cento dal 1983 al 1995). Ormai le giovani donne - anche questo è stato ricordato - hanno acquisito livelli di istruzione superiori ai loro coetanei maschi. Nello stesso tempo, però, le italiane sono tra le prime al mondo per la quantità di lavoro giornalmente erogato; ed il primato sale se considerato in rapporto agli uomini. Infine, il nostro paese è al primo posto nel mondo per tasso negativo di natalità. Il che vuol dire una cosa molto semplice: alla libertà di scelta non corrispondono condizioni per esercitarla. Di ciò fa le spese, insieme con le donne, l'intera collettività.
Le questioni sollevate dalle donne, in definitiva, riguardano l'insieme della società italiana, l'insieme delle politiche governative, l'insieme della politica: non sono un aspetto settoriale.
Il Governo Prodi - nato con lo scopo di modernizzare il nostro paese, di superare questi tratti di modernizzazione senza sviluppo che l'hanno caratterizzato nel corso degli ultimi vent'anni, di riformare le sue istituzioni e di superare le terribili diseguaglianze ed i terribili squilibri territoriali e generazionali che affliggono il paese - non può non avere tra i suoi obiettivi quello di una maggiore equità fra i sessi. Che sia stato creato un Ministero per le pari opportunità e che a lei, onorevole Finocchiaro, sia stato dato l'incarico di guidarlo a noi (ed a me in particolare) dà la fondata speranza che l'azione del Governo sia ispirata a tale obiettivo. Noi ci aspettiamo - io mi aspetto -, onorevole ministro, che lei agisca in questo senso. So che non è facile, so che il compito richiede grandi innovazioni sul piano culturale e sul piano politico.
Insisto: anche sul piano culturale. Si tratta di modificare mentalità che hanno radici secolari e qui mi sento di esprimere il mio sostegno alla proposta che lei, signor ministro, ha avanzato in merito alla modifica del nome. Vorrei dire soltanto qualche parola al riguardo.
Questa proposta è stata variamente ed anche aspramente criticata, in quanto non se n'è colto il carattere simbolico. Le nostre società - vorrei ricordarlo alle colleghe e ai colleghi - si fondano su strutture simboliche; è nel nome del padre che sono state costruite e per millenni siamo stati iscritti esattamente nel nome del padre. Provare a modificare ciò richiede un processo molto lungo, riuscire a superare le strutture patriarcali che sono innestate nelle nostre società è un processo duro, difficile, complesso. Anche in quest'aula è stata ricordata l'azione che bisogna compiere nelle scuole, nell'insieme della società, l'azione di formazione ed educazione delle coscienze. Ebbene, una di queste azioni, che ha un valore simbolico che attiene alle coscienze, alla legislazione, alla vita normativa e ai rapporti, è quella riguardante il cambiamento del nome. Essa, certo, non ha un immediato riscontro nella vita materiale, ma riesce a cambiare le coscienze, e credo che nella materia di cui stiamo parlando cambiare le coscienze sia molto importante.
Vorrei aggiungere che noi ci aspettiamo molto (le indicazioni contenute nella nostra mozione si muovono in questa direzione) dall'azione diretta alla riforma della pubblica amministrazione, alla riforma dello Stato sociale e ai prossimi piani per l'occupazione, temi presenti nell'agenda del Governo. In tutti questi campi ci aspettiamo la valorizzazione dell'esperienza, dei bisogni e delle esigenze delle donne, ci aspettiamo che esse siano poste al centro, a cominciare dalla valorizzazione del lavoro di cura, che può consentire una più equa ripartizione

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dei carichi familiari (un problema drammatico nel nostro paese), una più moderna organizzazione dello Stato sociale e può rappresentare una risorsa straordinaria per nuova occupazione maschile e femminile.
Ci aspettiamo molto per quanto riguarda la riorganizzazione del tempo e degli orari, che mostrano sempre più la loro irrazionalità rispetto alle attuali esigenze sia del mondo del lavoro, che è in rapida mutazione, sia delle nuove realtà delle famiglie italiane. Ci aspettiamo molto anche per quanto concerne la riforma della scuola e dell'università (insisto su questo), perché vogliamo non solo che siano valorizzate competenze e presenze femminili ma anche che da qui si cominci ad affermare una nuova cultura, più rispettosa dell'uguaglianza e insieme della diversità dei sessi.
Il compito, lo sappiamo, onorevole ministra, è arduo. Sono molte le difficoltà e gli ostacoli, di carattere sia normativo, sia burocratico, sia legislativo, sia di mentalità, che si trovano su questo cammino. Per quanto ci riguarda, possiamo darle indicazioni, suggerimenti e tutto l'appoggio di cui il suo lavoro e il lavoro del Governo Prodi hanno bisogno (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Mussolini. Ne ha facoltà.

ALESSANDRA MUSSOLINI. Presidenti (in Italia ormai sono tutti presidenti!), ministro, colleghi (pochi), avevo preparato un intervento scritto, ma non lo leggerò perché, per un disguido, una collega del mio gruppo ha utilizzato più tempo. Invito quindi la collega Sandra Fei a tirarmi la giacca se utilizzerò più di dieci minuti!

PRESIDENTE. Se vuole posso avvertirla io, forse è più rituale!

ALESSANDRA MUSSOLINI. Grazie, Presidente.
Nel mio intervento scritto avevo citato a proposito il termine donna per ben ventuno volte, quante erano le componenti femminili nell'Assemblea costituente del lontano 1946. Desidero sollevare innanzitutto il dato politico già ricordato dalla collega Izzo: la mozione è stata firmata da moltissime parlamentari di tutti i gruppi. Per quanto mi riguarda è una semplice coincidenza - anche felice - quella con l'8 marzo; una coincidenza che non significa assolutamente associazione alle celebrazioni dell'8 marzo perché, signor Presidente e ministro, qui c'è poco da celebrare per quanto riguarda le donne. Ho sentito affermare da alcune colleghe che non si tratta di rivendicazioni; facciamole, invece, un po' di rivendicazioni, perché è bene parlare della piattaforma di Pechino, dell'Europa, degli altri continenti, ma dobbiamo anche pensare a qual è la condizione della donna in Italia, condizione che tutti viviamo quotidianamente.
Certo, non è questo il luogo ove chiedere. Anche perché nel corso dell'audizione del ministro Finocchiaro presso la Commissione affari sociali sono stati usati termini inglesi quali empowerment (potere delle donne), mainstreaming, follow up e così via che in lingua italiana possono essere sintetizzati con le parole prendiamoci ciò che ci spetta di diritto, non chiediamolo. Già il fatto di chiedere la presenza delle donne, chiedere una maggiore partecipazione, chiedere l'inserimento delle donne nelle liste, ci pone di per sé ad un gradino inferiore. Così non è nel modo più assoluto e dobbiamo dirlo con allegria, perché questa è la forza delle donne. Non vogliamo dunque chiedere, ma ottenere ciò che ci spetta.
Il fatto che stiamo parlando in un'aula vuota - anche se certamente vi sarà eco di tale dibattito all'esterno - rappresenta un dato significativo ed importante. Quanto accade in Parlamento è infatti un segnale per tutte le donne che ci seguono; ed anche per gli uomini, perché non dobbiamo mai fare l'errore di dividere l'uomo dalla donna. Quando si parla della «questione donna» è come se si ponesse l'accento sull'uomo, come se l'uomo fosse sempre considerato il nemico. Secondo me non è così e a volte il vero nemico della donna è la donna stessa, la donna


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che non crede nei propri valori, nella propria coscienza e nella propria diversità, che va mantenuta.
È allora importante che questa mattina alla Camera si stia svolgendo questo dibattito e sarebbe brutto ed avvilente per quest'aula che ci si limitasse a prendere la parola sulla questione chiedendo di intervenire sull'ordine dei lavori. Ricorderà infatti, Presidente, che quando lei ha enunciato la composizione della Commissione bicamerale per le riforme costituzionali ho preso la parola sull'ordine dei lavori. Ciò non è bene perché dobbiamo discutere di questi problemi sulla base dell'ordine del giorno e non di straforo intervenendo sull'ordine dei lavori.
Chiedo allora al ministro: lei ha una sede? Di quanto organico dispone? Quali sono i suoi contatti con le associazioni, con le categorie di donne? Queste donne hanno avanzato proposte? Abbiamo parlato della questione anche nel corso di un incontro e so che lei ha potuto fare poco per quanto riguarda la composizione della Commissione bicamerale; ha infatti giustamente sostenuto - principio alla base della democrazia - che si trattava di un compito del Parlamento e che le competenze del Governo erano ben diverse. Ma poiché il ministero è stato istituito, è chiaro che deve avere una funzione un po' più elastica rispetto agli altri. Dovendo operare una sorta di rivoluzione, anche e soprattutto culturale, vi sono canali che devono essere utilizzati, non è possibile una distinzione così netta. Mi aspettavo - e mi aspetto per il futuro perché non è detto che ciò non si possa fare - la sua influenza per dare una mano a tutto il Parlamento.
Per scendere alle questioni pratiche, in occasione delle prossime elezioni amministrative non dovremo cominciare di nuovo a dire che non ci sono donne a disposizione e che purtroppo i partiti non le potranno candidare. Chiediamoci perché non ci sono donne. Perché il partito non le vuole trovare o perché realmente non ci sono donne che si candidano, che si rendono disponibili? Dove vogliamo cercare le cause di tutto ciò? All'interno della famiglia, che è il primo nucleo della società, nell'educazione scolastica, nei luoghi di lavoro? O nelle caratteristiche territoriali? Ecco, io credo che questo debba essere anche il compito del suo ministero.
Signor Ministro, non voglio assolutamente svilire il suo ruolo ma credo che lei sia un esempio di come a volte si trattano le donne, perché l'avrei vista benissimo come ministro di grazia e giustizia e Flick l'avrei visto bene anche come ministro delle pari opportunità. Invece, così non è stato e lei ha un compito arduo, difficile, se veramente vogliamo attuare qualcosa di diverso, perché tutti questi bei paroloni inglesi che lei ha pronunciato nell'audizione (empowerment, mainstreaming, follow-up; mi sembrava di sentire Malcom X e mi piace quel personaggio) poi devono essere concretizzati, resi pratici nella realtà.
Diamo veramente una mano a tutte quelle donne - ma direi a uomini e donne - che vogliono contare di più e che pretendono di contare di più: quindi, nelle elezioni amministrative, nei ruoli e nei posti decisionali. Noi non ci fermiamo - non so quello che pensano le mie colleghe - a questa mozione; essa è un primo passo e ha dato a lei anche l'opportunità di venire in aula e di spiegare i compiti del suo ministero. Ma dobbiamo andare avanti anche con la bicamerale, perché ci siamo prefisse di ottenere un risultato in quella sede, anche minimo, perché sarebbe un segnale fondamentale all'esterno.
Vorrei concludere dicendo che il futuro è di tutti, uomini e donne, ma senza la donna termina l'umanità (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Aprea. Ne ha facoltà.

VALENTINA APREA. Signora ministro, colleghe e colleghi, alla vigilia dell'8 marzo questa occasione di dibattito parlamentare diventa per noi elette alla Camera un motivo in più per crescere nella consapevolezza del compito che ci attende come donne che, avendo raggiunto posizioni rilevanti negli organismi rappresentativi


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nazionali, devono appunto impegnarsi per favorire in percentuali sempre maggiori la presenza femminile nelle istituzioni. Ma è anche momento di chiarimento tra noi degli obiettivi che intendiamo perseguire con la nostra azione politica e nella vita di tutti i giorni.
La nostra mozione ha riproposto con urgenza quei punti che, in modo così travagliato e qualche volta contraddittorio, sono stati affrontati a Pechino. Potremmo limitarci a rilanciare con forza gli imperativi di Pechino - che sono stati ricordati dalla collega Mussolini: il mainstreaming (mettere al centro il punto di vista della differenza di genere nella progettazione e nell'attuazione di tutte le politiche governative) o l'empowerment (l'acquisizione di potere delle donne individuando strategie e percorsi efficaci) - oppure, ed è la strada che scelgo, tentare di valutare se e come sia cambiato qualcosa dalla Conferenza di Pechino ad oggi, in modo da contestualizzare meglio i tentativi di contribuire concretamente ad una sempre più consapevole presenza delle donne nella società italiana.
Certo, non si può ignorare che, rispetto al tempo in cui si è svolta la Conferenza di Pechino, oggi registriamo la presenza nella compagine governativa di un Ministero per le pari opportunità, che ha precedenti in Europa solo in Germania e in Austria. È anche vero però che proprio con il Governo Berlusconi nacque nel nostro paese il primo Ministero per la famiglia e la solidarietà sociale, con un'evidente volontà di riportare al centro delle scelte di governo politiche sociali e familiari maggiormente rispondenti alle esigenze affermatesi negli ultimi decenni. Il cammino intrapreso dal Governo Berlusconi, proseguito nel Governo Dini con la stessa denominazione, è ripreso ora, con il Governo Prodi, a due teste, nel senso che se ne occupano il Ministero per le pari opportunità e il Ministero della solidarietà sociale. È troppo presto per dire se si sia trattato di una scelta demagogica, per certi aspetti, di una sorta di riconoscimento al femminismo storico della sinistra o peggio di un calcolo numerico per dimostrare che nel Governo Prodi c'erano più donne o viceversa di una strategia vincente. Per ora, ci limitiamo a giudicare l'operato dei due ministeri che, vorrei ricordare, sono senza portafoglio e quindi con scarsa possibilità di incidere sul panorama economico più generale.
Pertanto, nel richiamare quei punti che, anche sulla scia di Pechino, devono contribuire sempre di più a favorire il passaggio da una cultura della parità prima maniera, che si avvaleva di norme di carattere eminentemente protettivo, ad una cultura più raffinata ed avanzata delle pari opportunità, esprimerò valutazioni anche sulle proposte che, per così dire, bollono in pentola nel Ministero per le pari opportunità.
Allora, signora ministro, dichiariamo subito di essere molto deluse dell'attività di governo svolta da parte di questi ministeri in questi mesi. In particolare, ci saremmo aspettate molto di più in occasione della prima legge finanziaria del Governo Prodi. Non abbiamo riscontrato l'impatto qualitativo delle scelte di spesa che hanno tenuto conto, soltanto in minima parte, del ruolo peculiare e dei luoghi di mediazione sociali strutturati secondo il genere, in primo luogo la famiglia.
Certo, qualcosa si sta muovendo ma è ancora troppo poco; troppo poco se si tiene in considerazione ciò che noi donne siamo realmente in questo paese. Intendo dire che attraverso gli strumenti sociologici e statistici abbiamo la possibilità di conoscere dati e situazioni che devono costituire il punto di partenza di ogni politica per le pari opportunità.
Vorrei allora sottoporvi una prima riflessione. In questi anni il tasso di scolarizzazione femminile è diventato mediamente più alto di quello maschile, conseguentemente l'indice di evasione dall'obbligo scolastico delle bambine e delle ragazze si presenta più basso. Non solo, ma le donne si offrono sul mercato del lavoro con livelli di qualificazione più elevati, proseguono gli studi con successo e costituiscono di solito la percentuale più

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alta tra coloro che superano i concorsi. Sempre maggiore è la loro presenza nelle libere professioni; in più sono portatrici di competenze diverse rispetto agli uomini proprio perché improntano la loro vita ad un «modello multiruolo» (lavoro esterno insieme a quello domestico e di cura).
In particolare le donne nel nostro paese sono sempre più essenziali nell'educazione dei giovani e delle giovani e non solo in famiglia nella relazione con le figlie e i figli, ma anche, ad esempio, nella scuola. Questo settore si è tinto di rosa in maniera sempre più progressiva, ovviamente con vantaggi e svantaggi. Questo vale anche nelle altre istituzioni dove si svolge la trasmissione del sapere e la formazione di migliaia di ragazzi e ragazze ma anche nei settori della prevenzione e dell'assistenza. Eppure, come ha denunciato un recente rapporto del Senato e della Commissione lavoro, nel mondo del lavoro persistono fenomeni di segregazione settoriale, variazione del tasso di femminilizzazione in relazione al tipo di attività, esistenza di aree fortemente femminilizzate con conseguenti svantaggi nei periodi di crisi ma anche di dequalificazione relativa (lentezza di carriera, difficoltà di accesso alle posizioni dirigenziali) e persino di discriminazione retributiva.
In misura ancora marginale le donne accedono alle carriere dirigenziali; si registrano inoltre preoccupanti fenomeni di arretramento. Come ha ricordato il ministro Finocchiaro Fidelbo durante l'audizione presso la Commissione affari sociali, negli ultimi quattro anni non una sola donna è entrata in polizia; l'accesso ai ruoli è stato favorito ai giovani che avevano prestato servizio di leva come ausiliari ma soprattutto la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno e il rapporto di lavoro a tempo parziale in alcuni settori della pubblica amministrazione incontrano insormontabili difficoltà pur in presenza di specifiche previsioni contrattuali.
In realtà tutto questo accade (e questo si verifica anche nel dibattito politico) perché la rappresentazione che spesso si offre del mondo femminile è ancora quello di soggetti deboli, bisognosi di tutela. Uno stereotipo che certamente contribuisce a perpetuare anche la disaffezione delle donne verso i luoghi in cui si esercita il potere democratico e che produce la conseguenza di una scarsa presenza femminile nelle istituzioni rappresentative. Come spiegazione di queste difficoltà si potrebbe addurre anche quella, come ha ripetuto in più occasioni la signora ministro, che noi donne siamo portatrici di una domanda complessa, che investe il mercato del lavoro, le istituzioni, l'intera organizzazione della società. È una domanda che riguarda direttamente e strettamente il rapporto tra i tempi della vita, scanditi non solo biologicamente dai tempi della riproduzione ma anche dai lavori domestici, della cura e i tempi invece delle città e dell'organizzazione produttiva.
Al momento questa istanza femminile finisce inevitabilmente per tradursi in una evidente discriminazione rispetto agli uomini nonché in uno straordinario aumento del carico di lavoro delle donne italiane che risultano aggravate da un orario di lavoro esterno e domestico che supera la media europea.
Dunque il fattore tempo appare centrale nella progettazione di politiche generali che abbiano una valenza di acquisizione del potere. È dunque intorno a questo fattore che dovremmo cominciare a fare delle riflessioni perché non sia solo il Governo o solo la Commissione delle pari opportunità presso la Presidenza del Consiglio a fare proposte e a ricercare soluzioni ma l'intero Parlamento e soprattutto la società civile.
Si potrebbe, per esempio, predisporre una piattaforma da sottoporre agli amministratori e cominciare ad individuare delle soluzioni a livello locale che modifichino in senso positivo i tempi di lavoro e di vita. Siamo peraltro a conoscenza del fatto che il ministero sta lavorando sulla questione dei tempi delle città, di intesa col Ministero dell'interno, e che è allo studio una modifica della legge n. 142 che consente ai sindaci di coordinare e organizzare

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l'intero sistema degli orari allo scopo di costruire una politica che tenga conto delle esigenze connesse con la pluralità delle responsabilità e dei lavori della donna. Seguiamo con molta attenzione l'esito di questi lavori.
Ma anche le politiche sociali vanno ripensate da un punto di vista di genere con riguardo alla centralità della relazione genitoriale e materna in particolare. La simmetria della posizione dei sessi in rapporto alla procreazione va posta alla base di una riflessione e di una iniziativa conseguente sulle politiche riguardanti la separazione, il divorzio, i minori, gli abusi sessuali sui minori e, più in generale, il diritto di famiglia, oltre che fronti nuovi di regolazione, come quelli afferenti alle tecniche di riproduzione assistita e, più in generale, alla bioetica.

PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Aprea: lei ha terminato il tempo che il suo gruppo le ha assegnato.

VALENTINA APREA. La ringrazio, Presidente. Allora mi avvio a conclusione e le chiedo di autorizzare la pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna di considerazioni integrative del mio intervento.

PRESIDENTE. La Presidenza lo consente senz'altro.

VALENTINA APREA. Sono temi di una delicatezza estrema che attengono alla libertà di coscienza, ma anche a scelte valoriali che non possono ignorare le tradizioni ed il senso comune della nostra gente.
Per queste ragioni, mentre confermiamo il nostro impegno politico per dare al paese una legge di tutela dei minori contro la violenza sessuale e contro il turismo sessuale, precisiamo che ci convince poco la proposta avanzata dalla signora ministro del passaggio dalla discendenza maschile a quella femminile, soprattutto se essa coinvolge direttamente i figli: non si può chiedere ad un figlio di scegliere tra il padre e la madre. Non è contaminando l'equilibrio dei rapporti coniugali che si avanza sul piano dell'emancipazione femminile.
Così pure non ci convincono le deliberazioni votate nelle sedi congressuali su questi temi che pesano come macigni e che di fatto condizioneranno il dibattito parlamentare, lì dove il confronto deve avvenire tra persone libere, responsabili, al di là di ogni rapporto di forza numerico o ideologico (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Procacci. Ne ha facoltà.

ANNAMARIA PROCACCI. Innanzitutto, Presidente, voglio ringraziarla per aver organizzato i nostri lavori in modo da dare la possibilità della più ampia partecipazione possibile ai colleghi, uomini e donne, per poter portare il loro contributo ed anche per poter ascoltare le cose importanti, oggetto di riflessione per tutti noi, che sono state e che verranno dette questa mattina.
Il timore che nutrivo in occasione di questo dibattito è che esso potesse svolgersi all'insegna della ritualità e che lasciasse quindi, ancora una volta, almeno in molte di noi, una sensazione di disagio per non poter rispondere in modo adeguato ai problemi che la questione delle donne pone. Insomma temevo che potesse trattarsi soltanto di un adempimento formale alla vigilia dell'8 marzo. Io credo che oggi con il nostro lavoro questo timore possa essere superato.
Sono firmataria della mozione Acciarini 1-00102, che ha raccolto numerosissime firme, perché ne condivido in pieno le affermazioni, a cominciare dalla necessità dell'introduzione nella ristesura del Trattato di Maastricht del principio di uguaglianza tra uomini e donne, di parità piena.
Però, colleghe e colleghi, condivido anche i contenuti della seconda mozione: li condivido tutti e tre, ma in modo particolare, ministra Finocchiaro, il primo che invita il Governo «a razionalizzare gli organismi di parità attualmente presenti a livello nazionale e periferico, al fine di evitare inutili duplicazioni».


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Ritengo infatti che oggi vi sia in molte di noi, in quest'aula e forse ancora più fuori di essa, una stanchezza per le commissioni, i comitati e le consulte.
C'è invece, colleghi, ministro Finocchiaro, soprattutto un desiderio di altre cose più rilevanti, quelle che alcune colleghe hanno giustamente definito i fatti, le azioni. Che cosa vogliamo? Quello che io voglio, ad esempio, è responsabilità, poteri decisionali, competenze, risorse finanziarie. Ritengo questi siano i punti nodali per affermare, nei fatti, davvero la politica delle pari opportunità fra donne e uomini. Inoltre vogliamo tempi precisi per gli interventi.
Ricordo che durante la discussione della legge finanziaria venne approvato un ordine del giorno, che recava per prima la mia firma, indirizzato in tale direzione. Esso tendeva a dare gambe più lunghe al dicastero che era nato in attesa di ali perché potesse davvero volare alto.
Ministro Finocchiaro, ho accolto con grande soddisfazione come cittadina e come donna, ancora prima che come parlamentare, la nascita di questo dicastero e seguo con attenzione e con interesse il lavoro che lei sta svolgendo. Spesso mi sono sentita in sintonia con tale lavoro e ritengo che lei abbia rivelato una capacità di capire e di guardare alla società che cambia; e quando parlo di cambiamenti non mi riferisco soltanto a quelli nelle donne e per le donne, ma anche ai cambiamenti per gli uomini.
Certo, ci sono provvedimenti piccoli ma significativi, come, ad esempio, la trasmissione del cognome ai figli, che venivano richiamati pochi minuti fa in quest'aula. I grandi cambiamenti che noi donne e uomini richiediamo e vogliamo per giungere davvero alla parità sono cambiamenti che passano attraverso nuovi, piccoli gesti quotidiani. Credo che così si compiano anche le grandi rivoluzioni. Per questo reputo che cambiare nelle cose che appaiono marginali sia un fatto importante per tutti.
Quello che mi vorrei chiedere con totale franchezza questa mattina è se questo Governo, tutto intero, nella sua complessità, faccia abbastanza per le pari opportunità. La risposta che mi sento di dare è no. Questo Governo nella sua complessità non fa abbastanza, eppure in Parlamento si compie lo sforzo per impegnarsi maggiormente in tale direzione.
Voglio ricordare ai colleghi qualcosa che forse nella mole di lavoro di ogni giorno abbiamo dimenticato. Mi riferisco ad un episodio avvenuto qualche mese fa quando in Commissioni riunite affari sociali e lavoro alla Camera si affrontò l'esame di un decreto legislativo di recepimento della direttiva in materia di lavoro. Ebbene, il Governo in quella occasione fu vittima di una mortificazione, se vogliamo chiamarla così, perché noi parlamentari ritenemmo di difendere la legislazione italiana sulla maternità dando alle donne che attendono un bimbo non maggiore tutela, ma garanzie dal punto di vista della salute. Facevamo perciò riferimento alla possibilità di esclusione dal lavoro notturno. Anche questo non è un episodio rivoluzionario né grandioso, però ha rappresentato un segnale chiaro del modo in cui il Parlamento vuole muoversi.
Fa abbastanza allora il Governo per le politiche delle pari opportunità? Lo ripeto: credo di no.
Certamente l'obiettivo non è facile, tutt'altro, e io credo di saperlo cogliere, come tutti voi, nella sua complessità perché le politiche per le pari opportunità sono le politiche trasversali per eccellenza che passano, per esempio, per una forte, incisiva, efficace, per certi aspetti anche nuova politica del lavoro. Mi riferisco ad una politica del lavoro per tutti gli uomini e le donne in Italia, per le tantissime donne che soprattutto nel nostro Mezzogiorno nella stragrande maggioranza non lo hanno.
A volte penso che la questione femminile rischia di essere un po' come la questione ambientale, una nobile, grande battaglia sulla quale - credo di poterlo affermare serenamente - tutti si dichiarano completamente d'accordo poiché tutti ne condividono l'analisi delle cause, i problemi, le soluzioni e i principi; una questione che però incontra grandi difficoltà

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a diventare una politica concreta. Non voglio che Pechino sia come Rio de Janeiro; lavorerò, spero con tutti voi, affinché Rio de Janeiro e Pechino siano due punti fondamentali di non ritorno, non per le affermazioni di principio, ma per la capacità di tradurre in una politica vera, nazionale e sovranazionale, quello che a Rio de Janeiro e Pechino è stato affermato.
Per certi aspetti noi viviamo ancora una forma di discriminazione delle donne. Condivido pienamente questa immagine bella e spaventosamente amara del «soffitto di cristallo» che è stata richiamata dalla Commissione europea per indicare in modo molto gentile e dolce, ma anche terribilmente feroce, l'apparente prospettiva piena, di totale esplicazione delle proprie capacità per tutte le donne di fronte all'impossibilità di portare fino in fondo il processo di esplicazione di competenze e di capacità a beneficio di tutta la collettività. Ciò vale nel settore della sanità, della giustizia e in altri ancora.
Credo che qui si ponga un problema politico, colleghe e colleghi, in quest'aula dove noi donne siamo in numero inferiore rispetto alla scorsa legislatura. Tanto per parlare con il linguaggio dei numeri, che è sempre estremamente chiaro, siamo il 14,4 per cento rispetto ai colleghi uomini, e al Senato le colleghe sono ancora di meno perché raggiungono solo il 9 per cento. Perché abbiamo fatto questo passo indietro che, peraltro, è anche controtendenza rispetto agli altri settori della società? Non ho il tempo, non dico per dare risposte efficaci, ma per analizzare questo problema di natura politica che investe tutti i gruppi.
Quali sono dunque le soluzioni? La questione femminile è problema così complesso che io mi sento soltanto di accennare alla necessità di un impegno totale e pieno del Governo su tutti i settori, a cominciare da quello del lavoro fino a quello della scuola, dell'informazione e quindi dell'attenzione per tutti i cittadini, perché dobbiamo continuare a compiere un grande mutamento culturale.
Vorrei accennare ad un elemento importante di cui non possiamo fare a meno di parlare; mi riferisco al coordinamento di queste politiche con tutte le politiche delle donne a livello internazionale (non mi riferisco solo a Maastricht e al resto d'Europa, ma a livello mondiale). La Conferenza di Pechino è nata proprio attraverso questa capacità di coordinamento.
A me piace molto pensare ad un'alleanza tra le donne. Noi stringemmo un'alleanza in occasione dell'esame della legge sulla violenza sessuale e ritengo che, pur nel rispetto delle reciproche diversità, quella fosse una splendida alleanza, perché ha dato al paese una legge importante.
Mi piace inoltre pensare ad un'alleanza tra le donne anche su altri temi: cito, ad esempio, quello della bioetica. A tale riguardo, vorrei ricordare l'importante provvedimento annunciato ieri in aula da Rosy Bindi per una sospensione della sperimentazione riguardante la clonazione degli umani e degli animali. Lo voglio davvero ricordare con grande condivisione e con estrema soddisfazione.
Mi piace altresì pensare ad un'alleanza tra le donne anche per quanto riguarda i temi ambientali. Una delle questioni più belle ed importanti - nonché più trascurate e misconosciute - è ciò che avviene in numerosi paesi del terzo mondo, nei quali sono le donne a capire quanto i mutamenti portati all'ambiente - per motivazioni legate alla produzione - possano distruggere i loro paesi dal punto di vista economico ed ambientale, con riferimento al patrimonio della biodiversità.
Tanti di voi lo conosceranno, ma consentitemi di ricordarlo: vorrei richiamare l'episodio delle donne indiane che a lungo lottarono per impedire la distruzione di una foresta che doveva essere sostituita da altri alberi, a fini di produzione industriale, determinando un'alterazione notevole all'intero ecosistema. Quelle donne si legarono agli alberi e vinsero una battaglia che non apparteneva solo a loro, ma anche ai loro uomini e ai loro figli. Fu una grande battaglia ambientale!

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Dicevo che mi piace questa grande alleanza tra le donne, non perché io abbia dimenticato - mi rivolgo alla collega Izzo - che questo pianeta, questo paese e quest'aula sono composti da uomini e da donne, ma perché ritengo che spesso queste ultime abbiamo sia una maggiore sintonia con tutto ciò che riguarda l'ambiente e, cioè, la qualità del nostro vivere, sia la voglia di un diverso senso del tempo; e quindi anche la voglia di vivere diversamente i rispettivi affetti, la loro qualità ed il loro essere delle persone!
Presidente, colleghi, l'augurio più grande che io posso rivolgere a tutti noi indistintamente è quello di ottenere risposte piene nell'azione di Governo. Ritengo, infatti, che questo sia l'obiettivo prioritario del nostro lavoro di questa mattina. In tal senso, rinnovo tutta la disponibilità dei deputati verdi, donne e uomini, e in questo senso credo che dovremo continuare a lavorare con molto impegno affinché la giornata di dopodomani non sia solo legata ad un rametto di mimose all'occhiello. Rivolgo a tutto il Governo i miei auguri e, con una grande attestazione di solidarietà, il mio augurio ad una «ministra» che ci rappresenta (Applausi).

PRESIDENTE. Colleghe, colleghi, vi informo che sospenderemo i nostri lavori alle 12 per consentire al ministro di partecipare ad una importante iniziativa che avrà luogo a mezzogiorno. La seduta riprenderà alle 14 con gli altri interventi.

PRESIDENTE. È ora iscritta a parlare l'onorevole Burani Procaccini. Ne ha facoltà.

MARIA BURANI PROCACCINI. Signor Presidente, signora ministro, anzi «ministra»... Intendo sottolineare l'uso del femminile perché vorrei ricordare ai colleghi che nella civilissima Francia del 1100 tutte le professioni che oggi nominiamo al maschile erano esercitate anche dalle donne. Non solo, ma Luigi IX il Santo si portò alla crociata una miresse, una «medichessa», perché di lei si fidava. Poi, con l'avvento dell'università, quando le donne furono cacciate dagli alti studi, da quel momento cominciò il maschilismo nel mondo occidentale; quel mondo che adesso noi siamo qui a rappresentare, sia pure nella sezione italiana, in quest'aula.
Ebbene, io mi rivolgo a voi, e mi rivolgo in particolare al Governo, degnamente rappresentato, affinché la risoluzione di Pechino, con tutte le sue implicazioni, venga finalmente applicata. Vorrei svolgere una piccola riflessione su due punti di quella risoluzione. Mi piace che si rifletta sul punto di vista femminile da ravvisare ovunque. Cos'è questo misterioso punto di vista femminile? È quello che ha portato, nel giro di breve tempo, le nostre campagne - c'è chi ha parlato della Padania, io parlo delle campagne delle mie parti, del Lazio - a chiamare le donne con il pronome «essa», senza che le si desse un nome, oppure «la signora», «la mia signora», quella che, avendo i cordoni della borsa, dispone dell'acquisto del campo o delle migliorie da apportare all'attrezzatura agricola. È un passaggio grossissimo, ma è stato raggiunto veramente con lacrime e sangue!
Il punto di vista femminile deve essere ristabilito ovunque, è questo che chiedo fortemente; esso è la capacità di smussare gli angoli, ma di essere forti, è la capacità di dire le cose come stanno e di farle, senza aspettare che ci si metta d'accordo, che ci si scontri, come purtroppo spesso accade a livello maschile, in una maniera che rende delicato e fragile questo nostro mondo, soprattutto quello delle nostre istituzioni. Queste ultime hanno bisogno di un autentico cambiamento, nel quale il punto di vista femminile diventerà importantissimo perché è il punto di vista delle cose concrete, della semplicità, che non è semplicismo, della concretezza, che non significa semplificare troppo e rendere la cosa sciatta, ma significa agire con la moralità che le cose stesse richiedono, con la concretezza che le cose richiedono nel loro insieme.
Richiamo anche l'altro punto della risoluzione di Pechino, quello con il quale si chiede che le donne possano accedere a tutti gli alti livelli dell'amministrazione.


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Mi soffermo sul livello politico. Qui dentro siamo poche, signora ministro, siamo troppo poche e trovo senz'altro positivo il fatto che nel Governo Prodi vi siano tre ministri donna, mentre nel Governo Berlusconi vi era una sola donna ministro. Però siete, per la maggior parte, ministri di politiche sociali: sarò contenta quando vedrò una donna ministro dell'interno e dei lavori pubblici. In Parlamento e in Italia abbiamo grosse professionalità e non trovo giusto che a noi si dica, in un modo diverso, di rimanere a far la calza. Anche se ci si affida l'incarico di ministro, ciò accade generalmente per le politiche familiari, per le politiche sociali e, con grande sforzo, per la sanità. Peraltro, come lei sa, signora ministro, la nostra Commissione parlamentare è chiamata affari sociali, quindi torniamo sempre allo stesso ambito.
Vorrei allora che lei affermasse fortemente anche presso gli ordini professionali che noi, che siamo chiamate dalla natura - ed è un fatto meraviglioso - ad essere il ventre della nascita, il luogo deputato dove l'uomo si forma, dobbiamo avere la possibilità di non essere penalizzate in quegli anni di fertilità, che vanno soprattutto dai 30 ai 40 anni, quando la nostra professionalità viene umiliata da quegli stessi uomini che ci dicono di voler farci accedere in parità a tutte le professioni, ma quando poi mettiamo al mondo i nostri figli, immediatamente ci pongono in una posizione di secondo piano e ci è difficile, se non impossibile, andare avanti.
Signora ministro, anche nelle dirigenze dei partiti, quante sono le donne? Ai livelli decisionali quante sono? E noi non abbiamo meno cervello e minori capacità. Israele può dire di essersi fondato su una donna, Golda Meir; ed anche i laburisti inglesi riconoscono che il periodo thatcheriano ha avuto grandi meriti di civiltà. Queste cose bisogna ricordarle perché non è pensabile che arriviamo anche ad indossare la divisa del carabiniere se poi rimaniamo appuntati o veniamo mandate alla fureria. Francamente, non è questo che vogliamo, non è questo che chiede la Convenzione di Pechino, signora ministra.
Avrei voluto preparare anch'io il mio interventino scritto, ma ho pensato che invece occorre dimostrare che le donne hanno concretezza anche nelle parole. Bisogna dimostrare che noi non ci parliamo addosso, che non siamo qui per fare i compitini; siamo qui per chiedere e chiedere con dignità, quella dignità che ci viene dalla capacità di essere contemporaneamente - e sfido gli uomini ad esserlo - madri e professioniste.
Noi, parlo per me e per tante altre che hanno famiglia con molto piacere e dignità, abbiamo anche il piacere e la dignità della nostra professione, signora ministra. E lei ci deve aiutare a far sì che queste professioni possano essere percorse sino ai più alti gradi, perché è questo che chiede la società. È su tale terreno che si vedrà il cambiamento di civiltà; noi infatti porteremo in quel cambiamento il nostro punto di vista di moderazione e di cose concrete, quella capacità di smussare gli angoli, senza venire a compromessi, che ci contraddistingue.
Signora ministra, lei ha un compito grandissimo, ma noi le siamo accanto e, come vede, da tutte le parti politiche (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Servodio. Ne ha facoltà.

GIUSEPPINA SERVODIO. Signor Presidente, colleghe e colleghi, ministro, non sento il disagio di intervenire in un dibattito che si sta sviluppando al femminile, con voci di donne. Spero che anche i colleghi uomini possano trovare motivo ed orgoglio per poter proseguire nel dibattito sulle mozioni all'ordine del giorno.
La nostra mozione non ha solo la pretesa della ritualità e della simbolicità del gesto: lo dicevano altre colleghe prima di me, si approssima infatti l'8 marzo. La presentazione di questa mozione rappresenta a mio giudizio il memoriale di una promessa non mantenuta dalla democrazia italiana. L'opportuna creazione di un Ministero per le pari opportunità, le cui competenze, almeno per un verso, eccedono


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la questione di cui ci stiamo occupando oggi, esprime certo la particolare sensibilità culturale e la volontà politica del Governo nei confronti della questione femminile. A mio avviso, però, si tratta di un'iniziativa necessaria ma non sufficiente. Quello che infatti mi preoccupa in particolare è il consolidamento di un diffuso convincimento nell'opinione pubblica secondo il quale ormai nessun ostacolo si frappone più alla realizzazione della piena uguaglianza tra uomo e donna e pertanto politiche e strumenti di promozione delle pari opportunità costituirebbero una inutile sopravvivenza, una esercitazione retorica.
Possiamo parlare ancora ed a ragione di una cittadinanza limitata per le donne? Ritengo che a questo interrogativo siamo purtroppo costrette a rispondere di «sì». Infatti sotto i nostri occhi sono evidenti alcuni indicatori importanti e preoccupanti, che non sono stati superati e sui quali occorre un impegno coerente del Parlamento e del Governo affinché si individui e si realizzi un piano di azione concreto, efficace. Un piano d'azione, caro ministro, che non può limitarsi all'enunciazione retorica di problemi e di programmi come in un libro dei sogni, ma capace di individuare le cause e gli strumenti idonei a superare le situazioni di disuguaglianza e di non opportunità per le donne.
Quali sono, allora, questi indicatori importanti? Innanzitutto i meccanismi selettivi nell'accesso al mercato del lavoro, anche se tale condizione si collega fortemente alla situazione generale del lavoro, che è grave nel nostro paese e penalizza non solo le donne ma anche le nuove generazioni ed in particolare il Mezzogiorno del paese.
Un altro indicatore è quello della maggiore fragilità della forza lavoro femminile rispetto all'espulsione dal mercato: carriere lavorative meno dinamiche e con minori possibilità di mobilità verso l'alto. Ed ancora: carichi familiari distribuiti in maniera diseguale e con limiti alla libertà di scelta.
Sappiamo che nel mondo, in Europa, in Italia, siamo ben lungi dall'aver raggiunto l'orizzonte di una compiuta uguaglianza di opportunità e di risultato. Vi sono, in particolare, dei luoghi in cui la presenza e la presa di potere femminile sono troppo lontane dalla normalità; sono i luoghi della rappresentanza democratica, il luoghi istituzionali quelli, cioè, che naturalmente dovrebbero costituirsi sulla pluralità dei generi per realizzare un rapporto equilibrato innanzitutto tra presenze femminili e maschili.
Il deficit di rappresentanza femminile nelle istituzioni del Governo democratico non priva solo le donne di voce e di autorità; priva il paese e la politica di un apporto che è determinante per la formazione delle scelte decisionali. Non è immaginabile che si possa fare a meno del pensiero, della sensibilità, dell'esperienza delle donne per rispondere in modo adeguato alle complesse sfide che salgono dal paese.
La recente dichiarazione di incostituzionalità della quota riservata alle candidature femminili fa certo giustizia di una semplificazione che il Parlamento aveva operato, immaginando di poter investire utilmente su quel meccanismo di riequilibrio della rappresentanza. È però preoccupante che, cancellato quello strumento, non si ritenga di riassumere la questione attivando un'offensiva che, come prevede l'obiettivo strategico della piattaforma di Pechino, coinvolga le forze politiche ed elimini le barriere che, direttamente od indirettamente, creano discriminazione nei confronti della partecipazione delle donne.
La Conferenza di Pechino, molto autorevolmente, ha dichiarato che solo se si adotta l'ottica di genere in un mondo sempre più piccolo ed interdipendente si può combattere la povertà, governare lo sviluppo e costruire la pace.
Siamo in una fase storica in cui il dibattito mondiale sulla cittadinanza per molti versi è concentrato sulla questione dei diritti, ma anche sui doveri di cittadinanza, dell'etica civile, dell'educazione al rispetto ed alla legalità. Questa riflessione,

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però, ci porta in modo stringente a mettere in discussione la concezione proprietaria e privatistica del potere.
Il mutamento avvenuto nella cittadinanza non si limita ad introdurre soggetti donne nell'orizzonte della politica e della gestione del potere, ma piuttosto a cambiare complessivamente la gestione del potere, che può e deve realizzarsi con l'apporto originale delle donne, le quali nella storia dell'umanità - voglio ricordarlo - hanno dimostrato di assolvere ai doveri di solidarietà, spesso rinunciando ai propri diritti per il bene della famiglia e della società.
Non si tratta, come si può ben comprendere, di un'azione di pura rivendicazione o di assalto delle donne al potere per esercitarlo con vecchi metodi e vecchie logiche. Il tema del potere incontra ed incrocia il piano originario di un modo diverso di gestire il potere, per il bene comune e per una democrazia autentica sempre più compiuta, partecipata ed utile allo sviluppo, garante della dignità di ciascun uomo, di ciascuna donna e di ogni famiglia.
Sono personalmente convinta che sia indispensabile avviare da subito, signor ministro, colleghi e colleghe, un tavolo di consultazione con il Ministero per le pari opportunità, per studiare ed attivare modalità di intervento, percorsi di formazione e meccanismi di tutela che, tenendo conto anche della peculiarità dei territori locali, mettano in risalto la ricchezza delle espressioni femminili presenti nella società.
Il dibattito sulle riforme costituzionali ed istituzionali rischia di incardinarsi quasi esclusivamente intorno alla forma di Governo ed al superamento del centralismo, eludendo la questione femminile che invece incrocia anche le questioni costituzionali ed istituzionali.
Mi riesce difficile immaginare il lavoro della bicamerale, in cui significativamente la presenza femminile è ridotta ai minimi termini, privato dell'apporto di tutta l'attività che il movimento delle donne ha prodotto sulla riforma dello Stato sociale, sul decentramento del potere, su nuovi percorsi di democrazia. Propongo che sia reso possibile l'incontro con i soggetti femminili, senza i quali la vitalità del nostro paese - credo ne conveniate tutti - sarebbe irrimediabilmente compromessa.
Credo sia stato utile dedicare i nostri lavori parlamentari - e ringraziamo il Presidente ed i capigruppo per aver consentito oggi questo momento di riflessione - al tema delle pari opportunità. Il Governo è impegnato nel suo complesso e nella sua collegialità a farsi carico di questa problematica, assumendo un'azione concreta di iniziativa e di intervento non settoriale, ma riguardante la sua azione complessiva. Signor ministro, non siamo disponibili - ma credo non sia disponibile il paese - a condividere azioni di Governo estemporanee, che abbiano il sapore di un contentino.
Il Parlamento farà la sua parte nella sua legittima iniziativa legislativa, al Governo è affidata la responsabilità di adeguare gli strumenti per la realizzazione di questi obiettivi. Il confronto continuerà e noi donne - mi auguro non soltanto noi donne parlamentari - vigileremo e solleciteremo affinché attraverso di esso si riesca a rispondere alla sfida che le tante donne italiane rivolgono alla classe dirigente politica.
È una sfida alta quella che viene dalle donne e dalla società italiana nel suo complesso, divenuta più matura, più partecipe e più adulta. È una sfida che ci mette di fronte alle nostre responsabilità e ci chiede un supplemento di sensibilità, di comprensione ed un impegno di qualità. Al Parlamento tocca spingere sull'acceleratore di una complessiva iniziativa legislativa adeguata e di cambiamento, all'esecutivo spetta governare il nuovo con un'iniziativa che attraversi tutte le politiche del Governo (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Fei. Ne ha facoltà.

SANDRA FEI. Presidente, vorrei innanzitutto salutare la ministra per le pari opportunità, qui presente ad ascoltarci: ad


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essa noi tutte vogliamo garantire ogni sostegno possibile, perché il suo compito possa essere portato avanti nel modo migliore.
Quando sono arrivata questa mattina in aula, ho incontrato vari colleghi maschi, che hanno commentato in vario modo il fatto che oggi ci troviamo qui a discutere le mozioni sulle pari opportunità, una delle quali interamente firmata dalle donne del Parlamento. Naturalmente c'è stata qualche presa in giro. Poi ho ritrovato tutti fuori, nel Transatlantico: e, come vediamo, in aula la presenza è minima. Ciò dispiace moltissimo. Spero, tra l'altro, che lo stesso non accada con i mezzi di comunicazione: mi auguro che dedichino alla questione qualche spazio in più, anche se la coincidenza con la festa delle donne dell'8 marzo può indurre tutta una serie di critiche alle quali ormai siamo abituati. Sta di fatto che l'argomento di cui ci stiamo occupando con serietà è sicuramente importante. Soprattutto, non riguarda solamente le donne, ma anche gli uomini. Quando si parla di parità, di opportunità, di una struttura maschilista del mondo (dalla famiglia al sociale, allo Stato), anche gli uomini sono chiamati a partecipare, quanto meno a dimostrare disponibilità e comprensione.
Qui a parlarne, però, siamo noi donne. Stiamo cercando di portare avanti l'impegno (che tra l'altro, come alcune hanno ricordato, è un vecchio impegno ancora non attuato e non realizzato), di dare sostegno ad un ministero di importanza fondamentale che non è messo nelle condizioni di realizzare in pieno gli obiettivi ed il lavoro che tutte noi donne - e spero molti uomini - auspicano per il nostro paese.
Per parlare di pari opportunità e del problema femminile bisognerebbe risalire alla storia, non tanto per dare giudizi sul passato, quanto per riuscire a capire il punto in cui ci troviamo. È vero, come ha detto ieri il Presidente della Camera ad un convegno, che esiste tra le donne una confusione di vari femminismi, ma è vero anche che il processo è stato sempre più veloce. Si è passati da un femminismo che ricercava un'eguaglianza giuridica ad un femminismo che andava verso la ricerca dell'applicazione di tale uguaglianza, verso la ricerca di un'uguaglianza effettiva e non soltanto scritta nelle nostre leggi, formale. Ora siamo arrivati, credo, al momento in cui dobbiamo ricercare l'equità.
Perché parlo di equità, termine che tra l'altro preferisco rispetto a parità? Parlo di equità perché penso che dobbiamo prendere coscienza della differenza dei due generi, della diversità che esiste tra loro, rendendoci conto che siamo le due parti di uno stesso mondo e non l'altra metà del mondo, che siamo due parti uniche e complementari, perciò fondamentali, come la collega Mussolini ricordava al termine del suo intervento. Nel portare avanti il nostro lavoro dobbiamo quindi arrivare ad un'equità che si distingua dall'uguaglianza passata.
L'uguaglianza passata cercava di assorbire il sistema maschilista; molte donne si sono proposte e forse, senza rendersene conto e senza volerlo, si propongono tuttora, nel cercare di cambiare, di farsi valere, di avere dei ruoli e di modificare la situazione, secondo parametri maschili, che però, se ci hanno aiutato sicuramente nel passato, adesso non ci aiutano a compiere quel passo avanti che non solo desideriamo nella presa di coscienza di ciascuno di noi, ma che a livello internazionale si richiede perché il mondo possa progredire in senso positivo e perché possiamo riuscire ad adeguarci ai tempi della società, del futuro dei nostri figli.
Qualcuno ha detto che noi donne abbiamo fatto progressi. Penso che dire questo equivalga ad affermare che siamo state brave e che quindi meritiamo di essere premiate. Credo che le donne siano semplicemente, che siano un genere, un'essenza, che facciano parte di questo mondo e non abbiano bisogno di fare progressi. Progressi rispetto a che cosa? Nel cercare di assomigliare di più agli uomini? Nel cercare di avere diritti più equiparabili a quelli degli uomini? Proporre il concetto del fare progressi significa riportarci in una situazione di inferiorità

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o di relatività rispetto all'uomo, mentre il concetto che occorre portare avanti è quello di unicità complementare a quella dell'uomo, e non certo in relazione ad esso.
È stato chiesto in quest'aula di eliminare degli stereotipi; si è parlato di stereotipi, ad esempio, facendo riferimento ai libri (come ha fatto la collega Sbarbati) o a situazioni di questo genere. Sono cose sicuramente molto importanti, ma costituiscono dettagli rispetto a ciò che con le mozioni in esame e con gli interventi svolti in quest'aula vorremmo realizzare. Il cambiamento al quale si cerca di arrivare consiste nel riuscire ad avere rispetto della nostra diversità, quindi della nostra unicità, chiedendo però agli uomini la disponibilità alla comprensione. Sono convinta che questo sia un cambiamento che dobbiamo fare noi donne innanzitutto, un cambiamento che non dobbiamo chiedere agli uomini di fare per noi. È nell'impegno da parte nostra di portare avanti tale cambiamento, nella sensibilità che soltanto noi possiamo avere, che si potrà realizzare il raggiungimento di un obiettivo concreto, di quella equità che ormai è assolutamente necessaria, se non fondamentale, per la nostra esistenza. È proprio sulla base della nostra consapevolezza e della disponibilità e comprensione degli uomini che dobbiamo lavorare.
L'impegno di noi donne che abbiamo avuto il privilegio di essere rappresentanti di istituzioni va al di là della presa di coscienza: è l'impegno a riuscire a passare dalla presa di coscienza ai fatti, di farlo per gli altri, di promuovere azioni in tal senso. Certo, il Governo ha un impegno maggiore; noi possiamo infatti sostenerlo e stimolarlo in determinate azioni e proprio per questo abbiamo organizzato la giornata odierna.
Si è parlato delle quote nelle liste dicendo che sono ormai cosa vecchia. Anch'io una volta mi sentivo in una gabbia a pensare di essere considerata una quota necessaria e indispensabile nell'ambito delle liste di candidati. Riflettendo però mi sono convinta che di fronte ad una situazione quale quella che abbiamo ultimamente constatato (per cui senza le quote ci sono meno donne e le donne che c'erano prima non ci sono più), le quote - concetto ormai sorpassato - rappresentavano un primo passo che poteva essere utile per dare qualche opportunità in più.
Si dice: perché le quote? Non ci sono donne all'altezza della situazione? Ebbene, signori, ritengo, innanzitutto, che se non si danno opportunità è difficile sapere se le donne siano davvero all'altezza della situazione. Siamo proprio sicuri - senza offesa, colleghi - che tutte le persone che hanno resistito in questo Parlamento, che sono qui e che vi sono state, erano davvero all'altezza del loro compito? La risposta a questa domanda non ha nulla a che vedere con il sesso di appartenenza, ma con la qualità.
È vero che quello della quantità delle donne non deve essere il primo obiettivo e che la qualità del Parlamento è ciò che conta, ma è anche vero che se non ci saranno abbastanza donne per poter portare avanti una rappresentanza istituzionale femminile (tenendo conto, oltre tutto, che la maggior parte dell'elettorato nel nostro paese è ormai donna e che le donne non votano più come diceva Gentile come i loro uomini, ma secondo le proprie idee, che sono molto chiare) anche il problema della quantità, oltre a quello della qualità del Parlamento, indipendente dal sesso, sarà significativo.
La collega Mussolini ha ricordato le prossime elezioni amministrative. Auspichiamo che il Governo, nella persona della ministra per le pari opportunità, possa operare con diligenza, assiduità e soprattutto tenacia (ce ne vuole molta). La collega Sbarbati ha parlato di sofferenza. Molti uomini sono convinti che la sofferenza sia parte intrinseca della donna, per cui essere donna equivale a soffrire (si è parlato del parto come una delle maggiori sofferenze, personalmente non l'ho verificato). Sono tuttavia convinta che non dobbiamo attaccarci ad un senso di sofferenza. Dobbiamo smetterla; dobbiamo poter dire che siamo stufe di lottare di più degli uomini per dimostrare di essere

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almeno equivalenti a loro. Siamo noi, siamo donne, abbiamo una nostra diversità; vogliamo questo riconoscimento ma siamo all'altezza dei compiti istituzionali, importanti, di rappresentanza e di potere esattamente come un uomo. Abbiamo le stesse capacità, ma chiediamo anche le stesse opportunità.
Ricordo alla ministra che uno degli aspetti importanti, oltre a quelli contenuti nella mozione, sarà l'impegno per la revisione del Trattato di Maastricht. Sappiamo che nessun principio di tale trattato ha mai riguardato la parità o meglio l'equità della condizione tra uomo e donna. Non ci sono garanzie di nessun genere. Certo, la Presidenza irlandese aveva portato ad un impegno in questo senso, che però è stato naturalmente trascurato da tutti i paesi.
Presidente, in conclusione, auspico anche, come ha detto la collega Poli Bortone, che si possa arrivare a stimolare o a penalizzare - non so fino a che punto e potremo discuterne - i partiti, perché questa diffidenza mascherata che esiste in seno ai partiti stessi nei confronti delle donne possa essere sempre più attenuata fino a scomparire, soprattutto per aiutare a far capire agli uomini che se noi siamo qui, se vogliamo lottare per le donne, per una parte del mondo, per una metà del mondo, non è per andare contro di loro: siamo coscienti che senza di loro questo mondo non potrebbe esistere (Applausi).

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Fei; ha avuto anche un applauso maschile con la sua conclusione.
Sospendo la seduta, che riprenderà alle ore 14 con l'intervento dell'onorevole Parenti.

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