Sulla pubblicità dei lavori:
Bonetti Elena , Presidente ... 3
Audizione di Nazareno Panichella, professore ordinario di sociologia economica presso l'Università degli Studi di Milano:
Bonetti Elena , Presidente ... 3
Panichella Nazareno , professore ordinario di sociologia economica presso l'Università degli Studi di Milano ... 3
Bonetti Elena , Presidente ... 9
Panichella Nazareno , professore ordinario di sociologia economica presso l'Università degli Studi di Milano ... 10
Bonetti Elena , Presidente ... 10
Panichella Nazareno , professore ordinario di sociologia economica presso l'Università degli Studi di Milano ... 10
Bonetti Elena , Presidente ... 10
Panichella Nazareno , professore ordinario di sociologia economica presso l'Università degli Studi di Milano ... 11
Bonetti Elena , Presidente ... 12
Panichella Nazareno , professore ordinario di sociologia economica presso l'Università degli Studi di Milano ... 12
Bonetti Elena , Presidente ... 12
ALLEGATO: Memoria presentata dal professor Nazareno Panichella ... 13
PRESIDENZA DELLA PRESIDENTE
ELENA BONETTI
La seduta comincia alle 8.35.
Sulla pubblicità dei lavori.
PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della presente audizione sarà assicurata anche tramite l'impianto audiovisivo a circuito chiuso e la trasmissione in diretta sulla web-tv della Camera dei deputati.
Non essendovi obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto.
Audizione di Nazareno Panichella, professore ordinario di sociologia economica presso l'Università degli Studi di Milano.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del professor Nazareno Panichella, docente di sociologia economica presso l'Università degli Studi di Milano, accompagnato dal professor Stefano Cantalini della stessa università.
Il professor Panichella ha presentato alla Commissione una memoria relativa ai contenuti della presente audizione, che è stata trasmessa ai commissari e che sarà pubblicata, se egli lo concorda, in allegato al resoconto stenografico della seduta.
Ringrazio davvero di cuore il professor Panichella per la disponibilità a partecipare ai lavori della nostra Commissione, anche riconoscendo l'importante lavoro scientifico che verrà esposto e che rientra in un progetto di ricerca di interesse nazionale.
Do la parola al nostro ospite per la sua relazione. Al termine potranno intervenire i commissari che lo richiedano per domande, approfondimenti o chiarimenti.
Prego, professore. Grazie.
NAZARENO PANICHELLA, professore ordinario di sociologia economica presso l'Università degli Studi di Milano. Grazie, presidente, per avermi dato l'opportunità di condividere con voi alcuni dei risultati della mia attività di ricerca e di partecipare ai lavori di questa Commissione.
Presenterò dei lavori che trattano il tema della geografia della stratificazione sociale in Italia e naturalmente mi concentrerò soprattutto sul tema dello spopolamento delle aree interne. Lo farò con un approccio prettamente sociologico, analizzando lo spopolamento non solo dal punto di vista quantitativo, ma mettendolo in relazione con alcuni processi di stratificazione sociale, quindi di creazione di disuguaglianze sociali sia all'interno dei territori che tra i territori.
Questo approccio, che vorrei enfatizzare, è molto importante per comprendere la natura e i meccanismi dello spopolamento, perché permette di studiare come i territori cambiano nella composizione, quindi come muta la struttura sociale e come questi cambiamenti influenzano un ulteriore spopolamento. Quindi, lo spopolamento e le disuguaglianze sono due fenomeni che si alimentano e si intrecciano spesso in maniera anche complessa e contraddittoria.
Prima di condividere con voi i risultati della mia ricerca, vorrei fare due precisazioni doverose che riguardano sostanzialmente l'approccio utilizzato nella nostra ricerca. In primo luogo, come ben sappiamo, il tema dello spopolamento delle aree marginali non è tipicamente italiano. In molti Paesi e in molte economie avanzate si è osservato, a partire dagli anni Pag. 4Ottanta, un processo di divergenza territoriale: la crescita economica ha iniziato a concentrarsi in un numero limitato di regioni, spesso in alcune specifiche città, mentre altri territori hanno iniziato a conoscere un periodo di stagnazione e di declino. Sono stati elaborati diversi studi e sono state coniate diverse definizioni per questi territori, ma tutte condividono una dinamica comune, ovvero si tratta di territori in via di forte spopolamento, spesso si tratta di uno spopolamento di tipo selettivo. Questo è un punto molto importante. A spostarsi sono in media persone più istruite, più qualificate e dotate di miglior capitale umano e soprattutto da territori che rendono difficile la creazione di quelle che in letteratura vengono definite istituzioni inclusive, ovvero contesti in grado di creare e valorizzare il capitale umano.
Non vorrei soffermarmi sulle cause strutturali di questi cambiamenti, che dipendono dalle trasformazioni strutturali dei sistemi economici, quindi industrializzazione, automazione e cambiamento tecnologico e che tendono a concentrare in aree geografiche specifiche capitale umano altamente qualificato.
Vorrei analizzare il caso italiano, precisamente il caso delle aree interne, all'interno di questo macro quadro, che è importante da prendere in considerazione trattandosi di cambiamenti sistemici. Sappiamo tutti cosa sono le aree interne, definite in base alla loro perifericità rispetto all'accesso ai servizi di interesse generale. Non sono in teoria necessariamente zone svantaggiate, ma sappiamo che molte delle aree interne stanno affrontando importanti processi di marginalizzazione. C'è, però, una peculiarità molto importante nel caso italiano da considerare prima di analizzare le evidenze empiriche.
Queste nuove forme di disuguaglianza geografica si inseriscono in un contesto che è già caratterizzato da forti disuguaglianze territoriali, che si manifestano soprattutto lungo l'asse sud-nord. Nelle nostre attività di ricerca – vorrei ricordare che si tratta di attività di ricerca collettive provenienti da un progetto di ricerca finanziato in ambito PRIN 2020 (Progetti di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale) – abbiamo sistematicamente differenziato gli effetti e le cause dello spopolamento nelle aree interne del centro-nord e del sud. Questo è importante per almeno tre ragioni. La prima ha a che fare con l'incidenza delle aree interne. Quando parliamo di aree interne in generale dobbiamo chiederci se effettivamente non stiamo parlando di una questione soprattutto meridionale, perché nel Mezzogiorno l'incidenza dei comuni che sono aree interne e soprattutto della popolazione che vive nelle aree interne è nettamente superiore a quella che si registra nel centro-nord. Nel centro-nord e a nord-ovest, ad esempio, un decimo della popolazione vive in comuni di aree interne, mentre nel sud un terzo.
Vengo alla seconda questione. C'è nel Mezzogiorno una doppia penalizzazione legata alle aree interne. Le aree interne del Mezzogiorno sono penalizzate non solo in quanto tali, quindi aree marginali, ma anche perché si collocano in un contesto già più fragile. Infatti nel Mezzogiorno sono più fragili i meccanismi istituzionali – penso ad esempio alle infrastrutture, ai trasporti, alla possibilità di pendolarismo – che potrebbero in teoria permettere alle persone di compensare gli effetti negativi della marginalità geografica.
C'è poi un terzo fattore, altrettanto importante e spesso sottovalutato: nel Mezzogiorno e nel centro-nord sono diverse le dinamiche dello spopolamento. Lo spopolamento è stato un processo più lungo e sicuramente più intenso nelle aree interne del Mezzogiorno, che pertanto hanno cambiato in maniera profonda la loro struttura sociale. Questo processo si è avviato nel secondo dopoguerra, ha avuto un picco durante gli anni della grande emigrazione interna e poi non si è mai di fatto interrotto. Questo ha implicazioni molto importanti perché, oltre ad aver subito uno spopolamento più lungo e più intenso, il Mezzogiorno ha avuto uno spopolamento di tipo selettivo, cosa che invece non si registra nel centro-nord. Dunque nel Mezzogiorno a spostarsi sono state sistematicamente le persone più istruite, dotate di migliori risorse e più qualificate.Pag. 5
Questo ha cambiato molto la struttura sociale del Mezzogiorno, molto di più rispetto a quanto non si sia registrato nel nord, e questi cambiamenti hanno a loro volta alimentato un processo cumulativo di spopolamento. Come dicevo in precedenza, è importante studiare lo spopolamento dal punto di vista della stratificazione sociale perché lo spopolamento alimenta la stratificazione sociale, quindi la disuguaglianza sociale e, a sua volta, la disuguaglianza sociale incentiva nuovo spopolamento.
Lo spopolamento è stato spesso studiato con indicatori di tipo demografico ed economico, che sono sicuramente molto importanti per studiare l'entità e anche la direzione dei movimenti migratori interni, ma essi ci dicono forse poco sui meccanismi sociali che sottostanno a queste dinamiche. Per capire quali essi siano dobbiamo cambiare il livello di analisi, spostandoci a livello micro e quindi considerare lo spopolamento come l'esito aggregato di decisioni di mobilità geografica prese spesso a livello individuale. Per «mobilità geografica» intendo sia la decisione di spostarsi che quella di tornare, di spostarsi più volte o anche di restare. Sappiamo che queste decisioni, come emerge in maniera molto chiara dai nostri studi, vengono prese soprattutto quando si verifica una situazione cosiddetta di «deprivazione relativa»: si tratta di persone che si collocano in una fascia intermedia della struttura occupazionale e che credono che il contesto di residenza non possa garantire sufficienti possibilità di valorizzare il proprio capitale umano, perciò decidono di spostarsi. Questo spostamento ovviamente è selettivo, quindi a spostarsi non è un campione rappresentativo della società di partenza, ma proprio quelle persone che potrebbero rigenerare i territori. È importante sottolineare che questo tipo di spopolamento selettivo ha poi un effetto sulla struttura sociale delle aree di partenza e questo alimenta ulteriore spopolamento. Per darvi un'idea concreta di questa dinamica, con lo spopolamento selettivo, specialmente in molte aree del Mezzogiorno, è cambiata la struttura del mercato matrimoniale, ci sono diversi gruppi sociali – faccio riferimento soprattutto agli uomini con un titolo di studio molto basso – che sono rimasti spiazzati da questi cambiamenti strutturali. Per loro, quindi, è diventato più difficile creare un'unione e questo naturalmente ha un impatto sia sui livelli di natalità che chiaramente su quelli di deprivazione relativa e questo alimenta nuovo spopolamento.
Perché è importante studiare lo spopolamento da una prospettiva di sociologia economica, che integra quella prettamente demografica? Per due ragioni. In primo luogo perché le disuguaglianze territoriali non sono statiche ma rientrano in un processo dinamico, si creano e si alimentano tramite processi di spopolamento, perché lo spopolamento trasforma la struttura sociale e quindi l'insieme delle opportunità, delle risorse e dei limiti che caratterizzano le società di partenza; in secondo luogo perché questo tipo di spopolamento rende le aree interne socialmente stratificate. È un aspetto importante da prendere in considerazione, perché fattori come la carenza di servizi, la marginalità geografica o altri fattori penalizzanti possono avere effetti diversi, anche contrastanti, a seconda delle risorse sociali, educative ed economiche delle persone, quindi a seconda della struttura del sistema sociale delle aree di partenza.
Questo è importante per leggere le analisi empiriche che vorrei presentarvi, basate su dati sostanzialmente prodotti dal nostro progetto di ricerca, quindi dati quantitativi. Abbiamo raccolto dati di survey su di un campione rappresentativo della società italiana che analizza proprio questi processi di spopolamento. Abbiamo fatto degli studi più dettagliati in alcune aree specifiche, in alcune aree interne sia del nord che del sud. In questa presentazione mi concentrerò soprattutto su tre ambiti: la scuola e quindi le opportunità educative, il lavoro e le opportunità occupazionali che includono anche le opportunità di mobilità sociale e, infine, vi mostrerò alcune analisi riguardo ai regimi di mobilità geografica che spiegano come avvengono in concreto i processi di spopolamento. Questi sono i tre ambiti in cui si forma e si riproduce la Pag. 6stratificazione sociale nel tempo e tra generazioni, per cui sono fondamentali per studiare come avvengono i meccanismi sociali che sottostanno ai processi di spopolamento.
Per quel che riguarda le opportunità educative, mi concentrerò su tre aspetti: le competenze scolastiche, il rischio di abbandono – quindi il rischio di non essere iscritti a un percorso scolastico professionale tra studenti e studentesse di 15-16 anni – e la scelta della scuola superiore. Perché su questi tre outcome? Perché sappiamo, dalla letteratura, che sono i tre outcome dove si forma gran parte della disuguaglianza educativa nel nostro Paese e che evidenziano in maniera più marcata come le opportunità educative si strutturano in diverse aree geografiche.
Questo grafico mostra l'andamento delle competenze in italiano e matematica per grado scolastico, macro-area di residenza e marginalità geografica: la linea orizzontale indica il punteggio mediano osservato in tutti gli studenti italiani, quelli in nero sono gli andamenti del centro-nord, mentre quelli in rosso sono gli andamenti del sud. All'interno del centro-nord e del sud abbiamo differenziato studenti che vivono nelle aree interne e nelle aree non interne. Si vede chiaramente che il divario territoriale cresce soprattutto nel passaggio alla scuola secondaria superiore. Tuttavia, questo divario sembra concretizzarsi soprattutto lungo l'asse sud-nord. È l'asse sud-nord che differenzia i divari, non tanto l'asse aree centrali e aree interne. Anzi, per quanto riguarda le aree centrali e le aree marginali, il differenziale sembra addirittura più alto nel centro-nord, mentre nel sud i due andamenti sono molto simili. Da questo punto di vista, sì, c'è una penalizzazione del sud per quanto riguarda le competenze, mentre è inferiore la penalizzazione legata alla marginalità geografica. Queste sono stime che controllano la composizione socio-demografica degli studenti.
In questo grafico abbiamo analizzato le differenze nelle probabilità di abbandono (barra rossa), iscrizione percorsi professionali triennali (tipo CFP, barra blu) e iscrizione a licei tradizionali (liceo classico e scientifico, barra nera); compariamo le probabilità degli studenti nel nord, nel centro e nel sud, che vivono nelle aree centrali e nelle aree interne; le barre positive indicano un vantaggio o un maggior rischio per gli studenti che vivono nelle aree interne e le barre negative, invece, indicano uno svantaggio.
Si nota che nel centro-nord la marginalità geografica è associata a un leggero maggiore rischio di abbandono ma la magnitudine della differenza è molto piccola, mentre emerge con più chiarezza una maggiore propensione a frequentare percorsi scolastici di orientamento professionale (c'è una differenza di 6 punti percentuali) e, al tempo stesso, una minore propensione a iscriversi ai percorsi liceali (liceo classico e liceo scientifico). Nel sud, invece, la marginalità ha un effetto opposto: innanzitutto ha un effetto parzialmente protettivo, quindi gli studenti che vivono nelle aree marginali hanno un rischio inferiore di abbandonare la scuola a 15-16 anni rispetto agli studenti del sud che vivono nelle aree centrali. L'abbandono scolastico, quantomeno nel Mezzogiorno, è una questione che, a parità di altre condizioni, coinvolge soprattutto gli studenti che vivono nei centri e nelle grandi città, nelle aree urbane, mentre nelle aree interne ci sono fattori protettivi che attenuano questo rischio.
Abbiamo analizzato nel dettaglio quali sono questi fattori protettivi e sono diversi: c'è una maggiore coesione sociale nelle aree interne e un maggiore controllo. Un altro aspetto importante è che la riduzione del numero di studenti ha anche ridotto il rapporto studenti-insegnanti e questo ha ridotto il rischio di abbandono, soprattutto per gli studenti più fragili.
Un dato molto importante riguarda la maggiore propensione degli studenti delle aree marginali del sud a iscriversi a un liceo: hanno un vantaggio di 4 punti percentuali. Le aree interne del sud enfatizzano un modello di scelta della scuola superiore che, in realtà, è tipico del Mezzogiorno: la scelta superiore si struttura lungo una dicotomia molto chiara tra la non iscrizione, da un lato, e l'iscrizione a un liceo, perché l'istruzione tecnico-professionalePag. 7 è storicamente debole nel sud, e questo è stato un tema oggetto di studio e di dibattito anche nel meridionalismo classico. Questo ha effetti sia negativi che positivi. L'effetto negativo è che è un sistema potenzialmente penalizzante per gli studenti più fragili, che sono a maggior rischio di abbandono nel sud, ma al tempo stesso spinge anche studenti di classe media, che hanno risultati scolastici non particolarmente brillanti, verso i licei di tipo tradizionale. Apparentemente questo è un dato positivo perché incentiva la frequenza scolastica ma – come vedremo – potrebbe essere considerato anche uno dei motori principali dell'abbandono.
Per osservare l'abbandono bisogna anche considerare in che modo l'espansione educativa e le disuguaglianze educative, che sono il luogo in cui si formano le competenze e il capitale umano, hanno un riscontro nel mercato del lavoro. È riconosciuto in letteratura che i rendimenti occupazionali dell'istruzione dipendono dalla dinamica del mercato del lavoro, che mette in relazione le caratteristiche dell'offerta e della domanda.
In questo grafico sull'asse delle ascisse è riportato il grado di marginalità delle province di residenza degli studenti e sull'asse delle ordinate il rapporto tra percentuale di laureati a livello provinciale e percentuale di occupati nel decimo decile della distribuzione del reddito. Quando questo rapporto è superiore a 1 vuol dire che ci sono più laureati rispetto ai posti disponibili; quando è inferiore a 1 vuol dire che i posti disponibili sono superiori al numero dei laureati. Abbiamo messo in relazione questo indicatore con il grado di marginalità ed è emersa una chiara correlazione positiva: in tutte le province italiane questo rapporto è superiore a 1, infatti nel nostro Paese i rendimenti occupazionali del titolo di studio, specialmente della laurea, stanno diminuendo per questa dinamica che si definisce in letteratura come «inflazione delle credenziali educative».
Tuttavia, all'interno di questa dinamica generale, le aree interne, specialmente del sud, hanno caratteristiche peculiari: è proprio a sud – le province del sud sono indicate con i pallini bianchi – che si osserva una relazione positiva tra grado di marginalità e mismatch tra domanda e offerta di lavoro ed è proprio questa relazione positiva che traina tutta la correlazione, mentre la relazione positiva all'interno delle altre macro-aree è nettamente inferiore.
Tirando le somme, esiste una relazione tra grado di marginalità e difficoltà nel valorizzare la credenziale educativa? La risposta è sì, esiste, ma questa relazione è trainata soprattutto dal fatto che la marginalità geografica ha un effetto negativo soprattutto nel sud. Questo emerge in maniera più chiara quando mettiamo in relazione il grado di marginalità: questi grafici riportano le differenze nel reddito atteso rispetto agli studenti che vivono nella provincia di Torino, presa come categoria di riferimento. Anche qui emerge una chiara relazione negativa, trainata soprattutto dalle province del Mezzogiorno. Anche in questo caso, la correlazione si attenua all'interno delle singole macro-aree.
Emerge in maniera ancora più chiara in quest'altro grafico che studia le differenze percentuali di reddito degli occupati (in questo caso non sono studenti) nelle province del centro-nord che si caratterizzano per un basso grado di marginalità geografica. Se compariamo le province del centro-nord con marginalità media e alta c'è una penalizzazione in termini di reddito, ma è nettamente inferiore rispetto a quella che si osserva nel sud. Quindi, il Mezzogiorno è particolarmente svantaggiato e la marginalità geografica si somma allo svantaggio territoriale preesistente. Esiste una sorta di doppia penalizzazione delle aree interne del Mezzogiorno che invece non emerge quando studiamo le aree interne del centro-nord.
Abbiamo rilevato che le aree interne del Mezzogiorno non sono particolarmente svantaggiate dal punto di vista educativo, anzi svolgono per alcuni segmenti della società un effetto protettivo: incentivano per alcuni gruppi sociali l'iscrizione ai licei tradizionali. Al tempo stesso è emerso che le aree interne sono doppiamente penalizzate in termini di rendimenti occupazionali.Pag. 8 Analizziamo ora la mobilità residenziale, che rappresenta l'outcome finale e che innanzitutto sottostà ai processi di spopolamento (decisioni individuali di mobilità) che, come dicevo all'inizio della mia relazione, dipendono anche da queste dinamiche legate alla deprivazione relativa dei territori di partenza.
Questi sono dati nuovi che abbiamo raccolto in una survey rappresentativa della popolazione italiana, chiamata iMOB (indagine sulla mobilità geografica in Italia). Sono dati raccolti nel 2025, che coinvolgono circa 10 mila persone e con i quali abbiamo ricostruito la storia migratoria degli italiani e come la migrazione interna si intreccia anche ai processi di riproduzione delle disuguaglianze geografiche.
In questo grafico abbiamo studiato la probabilità di aver cambiato comune di residenza, quindi di essersi spostati dal comune di residenza di origine (definito come il comune di residenza a 14 anni, questo è standard in letteratura): l'abbiamo distinto per macro-area e tipo di territorio, quindi aree interne versus aree non interne. Osserviamo come nel centro-nord la mobilità residenziale sia più elevata rispetto al sud. Vi è un'altra differenza importante: nel centro-nord ci si sposta di più dalle aree interne, mentre nel sud ci si sposta di meno da esse. Questo è legato a quello che ho detto in precedenza: le aree interne del sud hanno avuto un processo di spopolamento più intenso e più lungo, quindi il bacino delle persone che potenzialmente potrebbero abbandonare quei luoghi si è ridotto, per cui hanno una popolazione molto residuale, più anziana, meno istruita e, quindi, meno mobile. Questo dato riflette la diversa storia dello spopolamento delle aree interne del sud e del nord.
Quando, invece, distinguiamo la mobilità residenziale dalla mobilità tra ripartizioni geografiche emerge che la mobilità tra ripartizioni è un fenomeno sostanzialmente meridionale, quindi dal centro e dal nord verso il sud è quasi inesistente, mentre dal sud ci si sposta frequentemente nel centro-nord. Anche in questo caso, la mobilità tra ripartizioni è maggiore nei centri rispetto alle aree interne, quindi confermiamo ancora una volta che c'è stato un processo di spopolamento nelle aree interne che è già in stato molto avanzato.
Questo, invece, è un dato molto importante. Dopo aver esaminato l'entità dello spopolamento, questo grafico studia la selezione dei flussi migratori, quindi riporta le differenze nelle probabilità predette di aver avuto almeno uno spostamento residenziale rispetto al comune di origine a 14 anni, per macro-area e anche per tipo di area (interna o non interna). Le differenze negative indicano uno svantaggio, una minore probabilità dei laureati (in blu) o diplomati (in rosso) rispetto a chi ha una licenza media o meno; le barre positive, invece, indicano un vantaggio. Emerge in maniera molto chiara che nel centro-nord questa selettività dello spopolamento è molto debole – anzi i laureati delle aree interne, rispetto a chi ha una licenza media, hanno meno probabilità di spostarsi dal luogo di origine – mentre nel sud esiste una fortissima selezione delle dinamiche di spopolamento. Nelle aree interne del sud, ad esempio, chi ha conseguito una laurea ha 20 punti percentuali in più di probabilità di spostarsi da quel comune rispetto a chi non ce l'ha, ed è un dato molto forte, quindi una differenza sostanziale, che emerge solo quando guardiamo le aree del Mezzogiorno. Questo dato è ulteriormente confermato quando si guarda soltanto alla mobilità tra ripartizioni, dato che anche in questo caso non c'è differenza per titoli di studio nelle possibilità di spostarsi da nord, ma abbiamo visto che la mobilità tra ripartizione al nord è molto limitata, mentre dal sud esiste, ancora una volta, una maggiore selezione basata sull'istruzione. Questo sta a significare che le dinamiche di spopolamento, anche se in alcuni casi possono essere quantitativamente simili, sono qualitativamente diverse da nord a sud, perché al sud portano con sé processi di selezione molto più intensi, che cambiano in maniera molto più pervasiva la struttura sociale delle aree di partenza.
Abbiamo chiesto – anche questo è un dato interessante – a chi non si è spostato, quindi a chi è rimasto a vivere nelle aree di origine, di dichiarare se un eventuale trasferimentoPag. 9 avrebbe migliorato la propria condizione socioeconomica. Anche in questo caso emerge una differenza netta tra chi vive nel Mezzogiorno e chi vive nel centro-nord: nel Mezzogiorno, in particolare nelle aree interne, la probabilità di rispondere in maniera positiva a questa domanda è nettamente più elevata. Questo è un altro indicatore indiretto di questo senso di deprivazione relativa che caratterizza soprattutto le aree del sud.
Un altro dato importante è che questa selezione positiva – positiva nel senso che è influenzata dal titolo di studio – non è un fenomeno nuovo nel Mezzogiorno. Anche per questo motivo, le dinamiche di spopolamento del Mezzogiorno sono sostanzialmente diverse rispetto a quelle del centro-nord e creano strutture di disuguaglianza diverse. Come potete vedere in questo grafico, dove abbiamo studiato la probabilità di spostarsi dal sud verso il centro-nord per livello di istruzione e per coorti di nascita, le probabilità di mobilità si stanno riducendo perché si sta svuotando il bacino di persone che potrebbero spostarsi dal sud al nord, ma la probabilità dei laureati rimane costante. Si conferma anche nel 2025 un dato che era già presente negli studi del meridionalismo classico degli anni Cinquanta, ovvero che la migrazione delle persone istruite dal Mezzogiorno è una componente strutturale dei flussi migratori; ciò trasforma in maniera molto importante le strutture sociali del sud, soprattutto nelle aree interne. Questo tipo di selezione positiva diventa ancora più importante quando guardiamo alla mobilità studentesca, dunque di diplomati e diplomate del sud che si spostano nel centro-nord per frequentarvi le università. Ho inserito questo grafico perché la mobilità studentesca è un fenomeno che può essere letto all'interno della dinamica più ampia e di più lungo periodo relativa alla migrazione strutturale dei laureati dal sud al nord. Quindi, anche questo non è un fenomeno nuovo. È invece parzialmente nuovo il fatto che dal sud ci si sposta per frequentare l'università al nord. Questo, sì, è un fenomeno più recente, in passato era meno diffuso, mentre la migrazione dei laureati, come abbiamo visto, è una componente strutturale.
La mobilità studentesca è un fenomeno molto interessante, perché è un tipo di mobilità innanzitutto molto costosa per le famiglie di origine. Del resto, finanziare uno spostamento territoriale per studiare è notoriamente qualcosa di molto costoso. Pertanto, è molto selettivo e si basa sull'estrazione sociale di origine. Inoltre, come emerge da diversi studi in materia, è una mobilità che garantisce i migliori percorsi occupazionali nelle regioni di destinazione rispetto ad altri percorsi e strategie di mobilità geografica interna.
In questo caso si osserva una tripla selezione degli studenti che si spostano dal sud al nord lungo tre dimensioni, che sono origine sociale – perché spostarsi per studiare è una strategia molto costosa – tipo di scuola e competenze scolastiche. Quando incrociamo queste tre dimensioni, ovvero quando calcoliamo la probabilità di spostarsi per studenti provenienti da famiglie i cui genitori hanno alti titoli di studio (sono entrambi laureati) e si sono iscritti al liceo classico o scientifico, la probabilità di spostarsi al centro-nord supera il 70 per cento. Quindi, per questo segmento specifico della popolazione lo spostamento verso il centro-nord è qualcosa che non dico si è normalizzato ma è un comportamento molto diffuso. Per capire meglio questa peculiarità, dobbiamo tornare al grafico in cui ho mostrato che la marginalità incentiva l'iscrizione al liceo. Quel dato è solo apparentemente positivo dal punto di vista dello spopolamento, perché è emerso dai nostri studi che l'iscrizione al liceo è incentivata ma spesso include anche la decisione di iscriversi alla scuola superiore e spesso nelle aree interne del sud si iniziano a pianificare strategie di mobilità geografica già nel momento della scelta della scuola superiore. Quindi, la maggior propensione a iscriversi al liceo può essere vista come un canale che rinforza queste dinamiche di spopolamento selettivo.
Mi concentro, adesso, sulle conclusioni.
PRESIDENTE. Vorrei soltanto segnalarle che a breve è convocata l'Aula, per cui le chiederei una maggiore sintesi.
Pag. 10NAZARENO PANICHELLA, professore ordinario di sociologia economica presso l'Università degli Studi di Milano. Va bene, mi è sufficiente un minuto per le conclusioni.
PRESIDENTE. Più che altro per lasciare spazio a eventuali domande e richieste di approfondimento.
NAZARENO PANICHELLA, professore ordinario di sociologia economica presso l'Università degli Studi di Milano. Certamente.
Mi concentro brevemente su due questioni. La prima riguarda la necessità di guardare questi processi di stratificazione sociale alla base dello spopolamento che sono molto importanti perché, se non vengono compresi, non si può intervenire tenendo conto delle disuguaglianze preesistenti e delle risorse effettivamente disponibili nelle popolazioni, perché i cambiamenti strutturali influenzano anche l'efficacia degli interventi.
La seconda questione sulla quale occorre fare una riflessione riguarda la formazione tecnica e professionale, che al sud è storicamente molto debole ma che rappresenta un punto cruciale per rafforzare le opportunità occupazionali locali e anche per ridurre le disuguaglianze educative di alcuni strati della popolazione.
Come emerso in diverse analisi condotte dal nostro gruppo di ricerca, è necessario smorzare questa forte dicotomia che esiste nelle scelte scolastiche nel sud, che può essere premiante ma, al tempo stesso, come abbiamo visto, la spinta verso il liceo, se non si trasforma il percorso educativo e non lo si affianca a reali opportunità educative, può diventare anche un canale di emigrazione definitiva. Quindi, bisogna prestare attenzione al ruolo dell'istruzione perché, diversamente, si rischia di cadere in un paradosso: l'espansione dell'istruzione e gli investimenti in essa, soprattutto in istruzione generalista, senza interventi che cambino il processo di upgrading e la struttura occupazionale, possono essere un elemento che, paradossalmente, può rinforzare le dinamiche di spopolamento, già storicamente presenti nel sud.
Vengo a un ultimo aspetto, anch'esso molto importante. Una risorsa spesso sottoutilizzata che si crea con lo spopolamento riguarda le reti sociali, che in letteratura definiamo «catene migratorie». Con le migrazioni, sia interne che internazionali, si creano ponti sociali tra le aree di partenza e le aree di destinazione. Anche in questo caso è emersa una sostanziale differenza tra le aree interne del sud e quelle del nord. Le aree del sud hanno reti sociali molto più chiuse e localizzate, dove scambi verso l'esterno, quindi anche con aree vicine, sono limitati, e le connessioni con chi è emigrato sono molto deboli. Anche questo è un aspetto spesso trascurato, che potrebbe essere affrontato e che penalizza ulteriormente le aree interne del sud.
Vi ringrazio per l'attenzione.
PRESIDENTE. Sono io a ringraziarla, anche a nome dei colleghi, per la sua solida e ampia relazione, corroborata dalle slide che ha illustrato. Le ho chiesto una maggiore sintesi nella parte finale per lasciare spazio a eventuali domande e richieste da parte dei colleghi che volessero intervenire, che eventualmente permetteranno, poi, di approfondire ulteriormente alcuni temi. Poiché non vi sono richieste di intervento da parte dei colleghi parlamentari, torno io su due punti, uno dei quali mi ha particolarmente colpita. In conclusione del suo intervento lei ha sottolineato che nel Mezzogiorno del nostro Paese c'è quella che lei ha definito una maggiore inflazione del degree, del grado educativo delle persone rispetto al riconoscimento occupazionale, elemento che mi sembra confermato anche da questi ultimi dati. Però, mi chiedo quanto in realtà potremmo dedurre che il tema non sia il focus di istruzione ma la mancanza di un contesto lavorativo in grado di essere competitivo per il numero di laureati.
Mi ha colpito anche il fatto che questa inflazione in generale nel nostro Paese stia aumentando, a fronte del fatto che nel contesto europeo siamo tra i Paesi con un più basso livello di istruzione generalizzata. Quindi, ancor di più sembra che la questione sia che il mondo del lavoro non ha un trend e non si sta adeguando a quei livelli di qualificazione anche formativa necessariPag. 11 per renderlo competitivo. Questo potrebbe essere correlato, dall'altro lato, a un nuovo slancio dell'Italia rispetto forse alla natura della manifattura italiana o dei servizi, penso, ad esempio, al turismo, comunque a quei lavori a basso profilo di competenze e salariale.
Vorrei, inoltre, che lei approfondisse la questione di genere, tema che lei non ha trattato. Adesso sicuramente i tempi per fare un approfondimento non ci sono, per cui le chiederei di farci pervenire una risposta scritta o, eventualmente, di rivederci in un'ulteriore audizione in Commissione.
Arrivo all'ultimo punto. È impressionante il fatto che la scuola del sud (non so se la scuola o il contesto sociale) sembra essere molto penalizzata rispetto alle competenze in matematica e in particolare nelle materie linguistiche. È vero che è meno grande il gap tra area interna e area centrale, ma è molto ampio il gap tra nord e sud su queste competenze.
Do la parola al professore Panichella per la replica.
NAZARENO PANICHELLA, professore ordinario di sociologia economica presso l'Università degli Studi di Milano. Grazie. Sono tre questioni molto interessanti. Inizio dalla questione di genere, perché è un tema che è stato oggetto di molti studi. Nella mia presentazione non l'ho menzionata per ragioni di spazio, dal momento che servirebbe un'altra audizione per trattare questo tema, che reputo cruciale, ma soprattutto è cruciale il fatto che lo spopolamento intensifica le disuguaglianze di genere. Abbiamo rilevato, infatti, che la mobilità geografica aumenta le disuguaglianze di genere. Quando ci si sposta nel sud, spesso sono le opportunità occupazionali dell'uomo che guidano la migrazione, indipendentemente dal titolo di studio della donna. C'è questo approccio tradizionale secondo il quale sono le opportunità occupazionali degli uomini che guidano quelle delle donne. È una dinamica che abbiamo definito «migranti al seguito», ovvero persone che si spostano al seguito di altre. Naturalmente questo tipo di spostamento ha fortissimi effetti penalizzanti sulle opportunità occupazionali. Peraltro, c'è anche il fenomeno di migranti al seguito di sesso femminile che sono penalizzati dai ritorni, nel caso di uomini che, dopo essersi spostati dal sud, ritornano dal nord, nonostante le donne abbiano buone opportunità occupazionali nelle aree settentrionali.
La mobilità geografica in generale, ma anche la migrazione internazionale, è un fattore che intensifica molto le disuguaglianze di genere, perché le strategie migratorie familiari penalizzano le donne e avvantaggiano soprattutto gli uomini. Quindi, è un tema molto importante.
C'è anche una questione che prima non ho trattato per ragioni di spazio, quella dei NEET (Not in Education, Employment, or Training) nelle aree interne, che a sud riguarda soprattutto le donne. Ancora una volta il sud si differenzia da questo punto di vista. Quindi, è un fattore cruciale, perché l'interrelazione fra disuguaglianze geografiche, mobilità sociale e mobilità geografica tende a intensificare ulteriormente lo svantaggio delle donne.
Con riferimento al tema delle competenze, esiste un abisso tra le competenze degli studenti nel centro-nord e quelle degli studenti nel centro-sud. Per darvi un termine di paragone, le competenze degli studenti del sud che frequentano un liceo classico o scientifico sono simili a quelle degli studenti che nel centro-nord frequentano un istituto tecnico. C'è questa sovrapposizione. Gli studenti che frequentano un istituto professionale nel nord hanno competenze comparabili con gli studenti che frequentano un istituto tecnico del sud. Contestualmente, è importante sottolineare che la marginalità nel sud non ha un effetto negativo, ovvero le aree interne del sud sono penalizzate in quanto sud, non in quanto aree marginali. Questo è un dato importante. Quindi, ci sono dinamiche nelle aree interne del sud che svolgono un effetto protettivo, che probabilmente vale la pena anche di valorizzare.
L'inflazione delle credenziali educative è un processo estremamente importante, perché l'upgrading della struttura occupazionale nel nostro Paese è stato più debole e molto più lento rispetto all'espansione educativa, il che ha creato un mismatch fra Pag. 12domanda e offerta di lavoro a livello nazionale. Infatti, se è vero che gli studenti del sud si spostano al nord per studiare, è altrettanto vero che una quota crescente di studenti del nord inizia a spostarsi verso altri Paesi dopo la laurea, proprio a causa di questo mismatch. Quando si delineano politiche di intervento, occorre prendere in considerazione che, proprio a causa di questo mismatch, toccare la leva dell'istruzione può avere effetti eterogenei, perché paradossalmente può essere anche un'ulteriore leva dello spopolamento, invece l'istruzione professionale, che è già tradizionalmente e storicamente debole nel sud, da questo punto di vista è meno rischiosa.
PRESIDENTE. Grazie, professore.
Non essendovi richieste di intervento da parte dei colleghi parlamentari, la ringrazio nuovamente per questa audizione e accolgo una sua disponibilità implicita a continuare a lavorare sull'approfondimento di questi temi.
NAZARENO PANICHELLA, professore ordinario di sociologia economica presso l'Università degli Studi di Milano. Assolutamente sì.
PRESIDENTE. Grazie di cuore. Dichiaro conclusa l'audizione.
La seduta termina alle 9.25.
Pag. 13ALLEGATO
Memoria presentata dal professor Nazareno Panichella.