Sulla pubblicità dei lavori:
Semenzato Martina , Presidente ... 2
Audizione della Consigliera Paola Di Nicola Travaglini, giudice della Sesta Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione, con riferimento al filone di inchiesta sulla violenza economica:
Semenzato Martina , Presidente ... 2
Di Nicola Travaglini Paola , giudice della Sesta Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione ... 3
Semenzato Martina , Presidente ... 5
Bonetti Elena (AZ-PER-RE) ... 5
Semenzato Martina , Presidente ... 6
D'Elia Cecilia ... 6
Semenzato Martina , Presidente ... 6
Ascari Stefania (M5S) ... 6
Semenzato Martina , Presidente ... 7
Almici Cristina (FDI) ... 7
Semenzato Martina , Presidente ... 7
Valente Valeria ... 7
Semenzato Martina , Presidente ... 7
Ferrari Sara (PD-IDP) ... 8
Semenzato Martina , Presidente ... 8
Lancellotta Elisabetta Christiana (FDI) ... 8
Semenzato Martina , Presidente ... 8
Valente Valeria ... 8
Semenzato Martina , Presidente ... 9
Di Nicola Travaglini Paola , giudice della Sesta Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione ... 9
Semenzato Martina , Presidente ... 12
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE
MARTINA SEMENZATO
La seduta comincia alle 8.40.
Sulla pubblicità dei lavori.
PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche mediante l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso e la trasmissione diretta sulla web-tv della Camera dei deputati.
Audizione della Consigliera Paola Di Nicola Travaglini, giudice della Sesta Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione, con riferimento al filone di inchiesta sulla violenza economica.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento dell'audizione della consigliera Paola Di Nicola Travaglini, giudice della sesta sezione penale della Corte Suprema di Cassazione, con riferimento al filone di inchiesta sulla violenza economica.
Ricordo che la seduta si svolge nelle forme dell'audizione libera ed è aperta alla partecipazione da remoto dei componenti della Commissione. Ricordo, inoltre, che i lavori potranno proseguire in forma segreta, a richiesta sia dell'audita sia dei commissari, sospendendosi in tal caso la partecipazione da remoto e la trasmissione sulla web-tv.
A nome di tutte le commissarie e i commissari, do il benvenuto alla consigliera Di Nicola Travaglini, ringraziandola per la disponibilità a contribuire in presenza ai lavori della nostra Commissione.
La consigliera Di Nicola Travaglini, che è raffinata e prestigiosa giurista, può essere a buon diritto considerata una pioniera nelle materie di competenza della nostra Commissione, di cui è senza dubbio tra i magistrati più esperti. Le sue sentenze sono oggetto di studio e hanno anche ispirato spettacoli teatrali. È stata insignita di diversi premi tra cui il Premio dell'Unione europea «Women Inspiring Europe» 2014 dall'EIGE (European Institute For Gender Equality). Sui temi della violenza di genere la consigliera Di Nicola Travaglini tiene corsi di formazione destinati a magistrati, forze dell'ordine, avvocati, assistenti sociali, psicologi, nonché lezioni a livello accademico.
La sua audizione odierna è da correlare alla sentenza n. 1268 del 2025, che reca la sua firma in qualità di estensora e che riconduce la violenza economica al reato di maltrattamenti in famiglia, di cui all'articolo 572 del codice penale, la cui nozione viene così ampliata in linea con gli standard internazionali di protezione delle vittime. In particolare, la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione, in tema di delitti contro la famiglia, ha affermato che «integra il delitto di maltrattamenti contro familiari o conviventi la condotta di chi impedisce alla persona offesa di essere economicamente indipendente, nel caso in cui i comportamenti vessatori siano suscettibili di provocare in quest'ultima un vero e proprio stato di prostrazione psico-fisica e le scelte economiche e organizzative assunte in seno alla famiglia – in quanto non pienamente condivise, ma unilateralmente imposte – costituiscano il risultato di comprovati atti di violenza o di prevaricazione psicologica».
Sono elementi – e mi avvio alla conclusione – qualificanti della pronuncia innanzituttoPag. 3 il radicamento nella Convenzione di Istanbul e nella Direttiva europea n. 2012/29/UE e anche il fatto che non sia necessaria la reciprocità delle offese né la soggezione totale della vittima, bastando le condotte abitualmente vessatorie e coercitive. La sentenza rappresenta, pertanto, un punto di riferimento per la giurisprudenza italiana e certamente anche per questa Commissione, che si accinge a elaborare una relazione sul tema della violenza economica, che – Le anticipo, consigliera – troverà la luce questa settimana.
Do quindi la parola alla consigliera Di Nicola Travaglini, rinnovando il ringraziamento per il suo contributo. Prego, dottoressa.
PAOLA DI NICOLA TRAVAGLINI, giudice della Sesta Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione. Grazie infinite, presidente, per questa importante occasione.
Per me tornare nella Commissione femminicidio è un momento culturalmente e istituzionalmente significativo.
Presidente, grazie intanto di avere deciso di porre il focus sulla violenza economica, questa sconosciuta. Vorrei partire da un elemento giuridico e di fatto: la violenza economica non è definita. Abbiamo le fonti sovranazionali che la indicano e la elencano insieme ad altre forme di violenza tipiche della modalità maltrattante e discriminatoria nei confronti delle donne.
Vorrei proporvi alcuni argomenti, alcune questioni, e se ci sono domande ho piacere di potervi aiutare rispetto all'esperienza che ho maturato. Io attualmente, da alcuni anni, sono giudice della Corte di Cassazione e per ventott'anni sono stata giudice di merito. La violenza economica ho cominciato a vederla molto tardi, perché non avevo gli strumenti culturali per vederla. Vorrei partire proprio da un dato istituzionale e culturale che mi ha riguardato personalmente. Sono arrivata a maturare il tema della violenza economica dopo aver lavorato nella precedente Commissione femminicidio, cioè dopo aver studiato e letto 274 fascicoli relativi a femminicidi. Qui abbiamo il rappresentante delle forze dell'ordine che opera quotidianamente su questo. Dallo studio e dalla lettura di questi fascicoli relativi ai femminicidi commessi in Italia nel 2017-2018 abbiamo accertato che nella gran parte dei casi c'era una forma di violenza economica che nessuno aveva letto. Nessuno. Nessuno, a partire dalle vittime di questo reato.
Qual è il tema che noi riscontriamo nei processi? Innanzitutto dobbiamo disvelare la violenza economica tramite forze di polizia e pubblici ministeri formati. Nessuno lo chiede a una donna vittima di violenza. È presente la Ministra precedente, l'onorevole Bonetti, che ha lavorato su questo. Venne fatto un lavoro fondamentale. Disvelare e sapere che esiste la violenza economica è qualcosa che nessuno vede perché appartiene a tutte le nostre famiglie, in cui è stato preteso dalle donne di rinunciare, dal punto di vista professionale, a qualcosa nel nome della famiglia. Noi non siamo buone madri, buone mogli, buone figlie se non abbiamo rinunciato, professionalmente prima ed economicamente poi, a qualcosa. Questo è il tema culturale per cui non vediamo la violenza.
Sulla base dell'esperienza maturata in questi anni, posso dirvi che parliamo di professioniste di livello, donne con tre-quattro lauree, donne con master presi alla Harvard University. Stiamo parlando di livelli alti, non stiamo parlando soltanto di donne che non riescono ad accedere addirittura all'istruzione, ma c'è anche questo. Mi è capitato proprio l'altro ieri un processo in cui un ragazzino ventenne impediva alla giovanissima compagna di studiare sui libri, di comprare i libri. Stiamo parlando del 2025-2026.
È molto attesa la vostra relazione a livello nazionale, dai giudici, dagli avvocati, dall'accademia, perché oggi noi, non avendo una nozione, ci dovremmo arrivare a contrario (se sappiamo che ci sono botte, che ci sono violenze, che ci sono umiliazioni, che ci sono limitazioni della libertà personale, impedimenti a uscire di casa).
La mia esperienza, purtroppo, mi porta a dover rappresentare una cosa. Al di là del fatto che, come sa la presidente e lo dice in ogni occasione, le donne non hanno un conto corrente nella metà dei casi, addirittura – e questo sarebbe davvero auspicabilePag. 4 – lo stipendio, la retribuzione viene accreditata sul conto comune o sul conto di un marito.
Ci sono donne – ribadisco il tema delle donne professioniste, perché dimostra l'assoggettamento soprattutto di donne che hanno una grande competenza e una grande prospettiva lavorativa o economica – che sono costrette a portare gli scontrini fiscali ogni sera per dimostrare quanto e come hanno speso il denaro, ci sono donne che non possono comprare gli assorbenti. Queste sono forme di assoggettamento e di violenza che noi giudici e pubblici ministeri quotidianamente osserviamo e che non ci vengono raccontate, non ci vengono rappresentate, non ci vengono denunciate, perché sono ritenute questioni interne alla dinamica familiare. È la normalizzazione dell'assoggettamento discriminatorio nel contesto familiare.
Chiudo, perché ho piacere veramente di poter rispondere – se ci sono – alle vostre domande. In Italia auspichiamo che ci possa essere una definizione. Penso, ad esempio, a una donna oggi costretta o manipolata psicologicamente. Parliamo sempre di contesti maltrattanti, ovviamente, quando non c'è libera scelta, quando c'è l'induzione ad arrivare a determinati assetti familiari. Non pensiamo che la violenza economica sia una questione tra moglie e marito: richiede un assetto familiare complesso e complessivo, quindi abbiamo la suocera, abbiamo il suocero, abbiamo la cognata e il cognato, tutti che spingono affinché quella donna resti a casa a occuparsi dei figli e rinunci alle proprie ambizioni lavorative. Rinunciare all'ambizione lavorativa vuol dire avere posto il primo step per l'assoggettamento successivo.
Gran parte delle donne che vediamo nei nostri processi non si chiede mai, ma dice: «Io ho rinunciato alla mia carriera, nonostante investimenti economici e intellettuali importanti, ho rinunciato ad avere un'autonomia e un'indipendenza economica, perché tutti mi dicevano che altrimenti sarei stata una cattiva moglie, una cattiva madre». In Italia continua a essere così: imprenditrici, commercialiste, donne di straordinario spessore hanno dovuto abbandonare anche aziende di famiglia attraverso le cosiddette «intestazioni fittizie», attraverso la gestione concreta dell'azienda da parte dei mariti. Donne che portano come contributo professionale ed economico nel contesto familiare un importante assetto che proviene da storie familiari e se lo vedono completamente svuotato. Completamente.
Tutto questo non viene denunciato. Cosa viene denunciato, presidente? Vengono denunciate le botte, il trauma cranico, vengono denunciate quelle modalità primordiali della violenza nei confronti delle donne, ma ciò che precede è l'assetto economico controllante.
La Sesta Sezione della Corte di Cassazione, di cui faccio parte, si è occupata della violenza economica. La prima sentenza è del 2015, che ancora la vedeva in una relazione molto connessa alla violenza fisica o psicologica. Adesso, grazie all'evoluzione interpretativa che sta assumendo la Corte di Cassazione da alcuni anni, siamo arrivati con più sentenze – ad oggi ce ne sono tre – nelle quali, invece, riteniamo che la violenza economica assuma un proprio autonomo statuto, però è una lettura interpretativa che richiede una formazione molto importante innanzitutto del fenomeno, perché questa parte non viene denunciata, perché per le donne è normale non avere un conto, perché per le donne è normale che se si hanno figli non si lavori, perché per le donne è normale mettere tutto completamente nelle mani del marito, per ragioni di carattere esclusivamente culturale, secondo cui gli uomini sono più bravi ad amministrare un'azienda, sono più bravi ad amministrare un negozio. Ci sono stereotipi incardinati in ciascuna di noi. Se guardiamo anche le nostre esperienze familiari, credo che nessuno di noi possa dire di non essere stato in qualche modo vittima o comunque di aver omesso la violenza economica di cui ha fatto parte.
La giurisprudenza della Cassazione sta spingendo molto in avanti, perché casi pratici comprovano questo, però vi dico che c'è un ritardo enorme. C'è un ritardo enorme da parte dei professionisti nella lettura della violenza economica. Se voi non ce la Pag. 5scrivete, non ce la delineate, non ci fate comprendere che la rinuncia a un'attività lavorativa, la rinuncia a un'attività di studio è il primo passaggio della violenza economica ed è un tassello fondamentale, noi non ci arriviamo da soli. Abbiamo bisogno di forze di polizia che svolgano questo tipo di domande, ma non abbiamo una formazione a tappeto tale da farlo, non abbiamo una avvocatura adeguata, capace di cogliere questo come un segno fondamentale. La violenza economica ha una sua autonomia.
Una relazione come questa farà compiere un passo importantissimo al nostro Paese.
Nei casi che noi leggiamo gli imputati ostacolano l'emancipazione economica negando soprattutto i percorsi di formazione, di istruzione, di miglioramento dal punto di vista della capacità di assumere uno statuto, da parte delle donne, di competenza tale da consentire di assumere attività lavorative importanti.
L'argomento – ve lo leggo testualmente, perché in tutte le nostre sentenze lo troviamo – è che «è meglio che lei rimanga a casa con i propri figli». Questo è il mantra delle nostre famiglie. Quindi, se tu non ti assoggetti a una condizione di ruolo moralmente e socialmente riconosciuta e riconoscibile, sei una cattiva madre, ed essere una cattiva madre in Italia per chiunque di noi, madri o non madri, come potete comprendere, è un senso di colpa talmente grave, che ferisce così tanto da far sì che tutto il resto non venga visto.
Ultima questione, poi sono a vostra disposizione per le domande. Pensate che neanche le fonti sovranazionali sostanzialmente offrono una definizione. L'Italia è uno dei pochi Paesi, direi l'unico – ci tengo a rappresentare anche con un certo orgoglio questo dato – che sta lavorando specificamente sulla violenza economica da tempo. Adesso, attraverso questa Commissione, sta lavorando con un focus specifico.
Noi stiamo consegnando non all'Italia, presidente, ma all'Europa un lavoro che non ha fatto nessuno. La Corte di Cassazione, di cui anch'io su questo mi onoro di essere parte, è la prima a interpretare in questi termini, non ci sono altre corti supreme che abbiano posto un focus sulla violenza economica, nonostante ancora oggi non ci sia una definizione.
Addirittura, pensate, neanche nell'ultima direttiva europea – che pure avrebbe avuto buon agio per poterlo fare; si tratta della direttiva n. 1385/2024, che entro giugno 2027 ci dobbiamo organizzare (e si sta già lavorando) per recepirla formalmente nel nostro Paese – viene data una definizione di violenza economica. Abbiamo dei «considerando», viene indicata tra le modalità controllanti dell'uomo nel contesto della violenza domestica, viene più volte citata, però non viene individuata la modalità attraverso la quale si sviluppa.
Questa relazione, quindi, sarà il tassello che servirà anche – e chiudo su questo – per il nostro Paese per acquisire questa direttiva, perché si sta lavorando in questi termini. Avete una grande responsabilità e sono molto onorata di essere qui.
PRESIDENTE. Ci ha caricato di responsabilità. Grazie, dottoressa.
Do la parola ai colleghi e alle colleghe che intendono intervenire per fare delle domande. Onorevole Bonetti, prego.
ELENA BONETTI. Grazie, presidente.
Se mi permette, presidente, partirei con un ringraziamento, non formale, ma profondamente sentito, alla consigliera Di Nicola per essere in questa audizione e per il supporto fattivo e costante che sta dando a questa Commissione, nonché – se mi posso permettere – per il lavoro che sta facendo nelle istituzioni, nella promozione anche di un'assunzione di responsabilità e di iniziative nell'ambito dell'istituzione, anche dal punto di vista governativo e legislativo, e anche per il coraggio messo nell'interpretare e nel cogliere piste nuove e nel renderle anche sentenze, cosa non scontata.
Più di una volta ci siamo trovati con la saggezza che ha anticipato l'esigenza legislativa, quindi di questo le siamo davvero grati, non solo personalmente, ma come istituzioni.
Parto da qui per sottolineare – eventualmente Le chiedo se ho ben compreso – Pag. 6nel suo intervento l'invito, la necessità di portare a termine questa relazione (che è importante che venga portata a termine) e di attivare anche un processo di introduzione normativa del concetto di violenza economica, affinché possa essere codificata in modo non interpretativo, ma con un ancoraggio normativo chiaro nel nostro codice.
Le confesso che proprio in questi anni di lavoro sul tema ho colto una difficoltà, che credo avremo come legislatore da questo punto di vista, della distinzione estremamente labile tra un atto di violenza esercitato nei confronti delle donne e il frutto di una discriminazione di genere, che è molto presente e radicata. Dico questo pensando al rischio di ampliare troppo. La disparità salariale, il fatto che una donna debba rinunciare a lavorare per tante ragioni (ad esempio perché non è compatibile), cioè tutti gli elementi di cui tutti i giorni ci occupiamo, sono elementi gravissimi, incostituzionali da un certo punto di vista. Qual è il suo suggerimento per codificare bene questo punto? Altrimenti, se tutto è violenza, alla fine nulla lo sarà nelle sentenze, quindi non facciamo il nostro lavoro.
Lei ha richiamato due punti, sui quali vorrei tornare, oltre a questo. Lei ha citato la questione del conto corrente. Io ho depositato una proposta di legge che introduce la necessità dell'erogazione dello stipendio su un conto – il dubbio era su questo – intestato o cointestato rispetto alla donna. Non le nascondo forti resistenze rispetto al togliere la libertà alle famiglie, all'aumentare i costi, al lavoro sulle banche. Vorrei una Sua lettura su questo, proprio per aiutare, anche nell'ottica – lo dico alle colleghe – che su questa iniziativa penso si possa trovare una convergenza trasversale, perché vi è una sensibilità ampia.
Insieme a questo introduco un altro elemento di cui sono venuta a conoscenza e vorrei capire quanto Lei lo ha incontrato nei casi che ha trattato. Mi riferisco a situazioni nelle quali, al contrario, l'utilizzo del conto corrente intestato alla donna diventa il luogo di scarico dei debiti acquisiti dal marito. Quanto, per esempio, sarebbe utile un'iniziativa parlamentare con cui, a fronte di una evidenziata violenza, la situazione debitoria di una donna, assunta a volte in modo inconsapevole o come atto coercitivo da parte del compagno, possa essere estinta o scaricata dall'altra parte. Grazie.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Bonetti. Sensibilizzo sempre sulla lunghezza delle domande, perché sono tante. Senatrice D'Elia, prego.
CECILIA D'ELIA. Grazie, presidente.
Anch'io voglio ringraziare, non formalmente, per il lavoro che svolge da molti anni e anche per l'approccio. Nella sua esperienza fa vedere molto bene quanto la consapevolezza culturale sia dirimente nella capacità di vedere una discriminazione o un reato, in questo caso la violenza economica.
Insisterei sulla questione posta adesso dalla collega Bonetti. Noi stiamo parlando di un dominio, di una forma di comportamenti che attengono a una modalità discriminatoria fortemente diffusa. Se nella definizione andiamo a ipotizzare un reato autonomo, delle condotte, chiedo quanto possiamo affidare al penale e alla definizione di un reato e quanto stia dentro una trasformazione delle relazioni. Non possiamo chiedere al penale di risolvere un problema di questo tipo.
Passo alla seconda domanda. Ci sono condotte come, e io sono molto d'accordo, ci stavo pensando anch'io, l'obbligo di un conto corrente in un contratto di lavoro o altre cose simili che possiamo suggerire, a partire dalla Sua esperienza, che non sono reati, ma vincoli che dobbiamo dare alle aziende per tutelare dalla violenza economica e l'autonomia delle donne?
PRESIDENTE. Grazie, senatrice D'Elia. Onorevole Ascari, prego.
STEFANIA ASCARI(intervento in videoconferenza). Grazie, presidente.
Ringrazio per il contributo. È importante dare una definizione, come ci ha Pag. 7suggerito. Se Lei ha già lavorato, visti gli anni di esperienza, sarebbe importante averla.
Le chiedo, magistrata, se non ritiene che si debba lavorare in primis su una formazione seria dei magistrati e delle magistrate. La riforma delle separazioni delle carriere, tra l'altro, manca di questo punto fondamentale. In merito al bisogno non più rinviabile di una formazione sulla violenza a trecentosessanta gradi, parlando in termini concreti, oltre la definizione del concetto di violenza economica, Le chiedo, oltre alla formazione obbligatoria, continua e costante, se non ritenga non più rinviabile introdurre proprio dei percorsi di educazione.
Io ho presentato una proposta di legge che prevede due percorsi, di educazione affettiva e sessuale, ovviamente contemplando l'aspetto della violenza economica, così come, a trecentosessanta gradi, tutte quelle violenze che ruotano attorno a questo fenomeno criminale strutturato. Vorrei capire se ci sono soluzioni concrete.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Ascari. Onorevole Almici, prego.
CRISTINA ALMICI. Grazie, presidente.
Anch'io mi unisco ai ringraziamenti alla consigliera. Nel momento in cui parlava facevamo un minimo di autoanalisi familiare rispetto alle situazioni, che effettivamente ci colgono e ci vedono in un ruolo prioritario, di estrema responsabilità, ma anche un'analisi interna di situazioni che abbiamo vissuto.
Lei ha parlato di difficoltà di denunciare e di riconoscere le violenze come prioritarie. Le chiedo se ci sono azioni che Lei ritiene prioritarie da poter attuare per accorciare i tempi e i ritardi che abbiamo oggi riscontrato. Anche se siamo avanti, come Italia, rispetto all'analisi, sicuramente è necessario velocizzare.
Dal Suo punto di vista, sarebbe possibile una tipicizzazione delle condotte al fine di poter attuare il riconoscimento più immediato possibile delle condizioni di violenza, partendo magari dalla violenza economica, che è una di quelle più insidiose che abbiamo vissuto, al fine di poter davvero aiutare le donne anche nella fase della denuncia? Una delle difficoltà che si riscontrano è proprio mettere nelle condizioni le donne di riconoscere la violenza e di arrivare fino alla denuncia.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Almici. Senatrice Valente, prego.
VALERIA VALENTE. Grazie, presidente.
Dovremmo fare un ringraziamento per la vita spesa, per chi ha deciso di fare di una professionalità anche una missione – è difficile trovarne altre, quindi grazie sempre – mi vorrei appellare in questo caso alla doppia figura della giudice e dell'esperta che ha lavorato anche con la precedente Commissione, per darci e dare soprattutto alla presidente, che su questo si interroga, avrà fatto centinaia di audizioni e giustamente a un certo punto vuole arrivare, no?
Alla luce della Sua esperienza, come Commissione parlamentare di inchiesta, oltre a mettere degli indirizzi, se i componenti della Commissione li valuteranno utili, e anche l'indicazione di un ancoraggio normativo per definire meglio il tutto, che cosa ancora possiamo cercare come inchiesta? Probabilmente, avendone conoscenza per gli studi, avrà visto anche quelli che noi abbiamo ascoltato. Cosa possiamo andare a vedere nei fascicoli, nei processi per tentare di denunciare in maniera più forte o comunque ancorata a dati e a numeri quanto sia diffusa e penetrante questa violenza economica per essere inattaccabili, per fare una relazione che denunci con chiarezza? Che cosa dobbiamo andare ancora un po' a cercare? Che cosa possiamo ancora denunciare? Oltre a una cultura strisciante, che c'è, dove dobbiamo andare a cercare? Alla luce della Sua esperienza doppia – cioè quello che ha visto nelle aule di tribunale e quello che, visto che Lei le ha fatte le inchieste, è andata a cercare e ha visto i fascicoli per altri temi, sempre sulla violenza – che cosa possiamo provare a vedere?
PRESIDENTE. Grazie, senatrice Valente. Onorevole Ferrari, prego.
Pag. 8 SARA FERRARI. Grazie, presidente. Vorrei ringraziare la nostra illustre ospite, anche per aver detto di un ruolo che lei ha svolto nella Commissione precedente come mezzo per accrescere la sua stessa consapevolezza. Questo credo che faccia piacere a tutte noi che siamo qui da un po' di tempo a lavorare in questa direzione. Dà altra motivazione anche a noi, senz'altro.
Vivo sempre con molto dubbio quale possa essere il ruolo pubblico nella prevenzione di ciò di cui stiamo parlando. Voi magistrati arrivate al termine di un processo, di un percorso di vita delle persone con cui voi poi vi interfacciate. Io mi interrogo sempre su quali debbano essere le azioni della responsabilità pubblica sulla prevenzione. Le chiedo, rispetto a un intervento sull'origine di questi fenomeni, di questo fenomeno in particolare specifico di oggi, soprattutto per l'auto-riconoscimento da parte delle donne di essere vittime di violenza economica nella sua forma più originaria, quella della discriminazione che Lei ci ha tenuto a illustrarci oggi, perché magari poi non arriva a livello del reato subito, ma è l'humus su cui Lei ci ha detto poi si innesta una potenzialità di quel genere. Grazie.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Ferrari. Onorevole Lancellotta, prego.
ELISABETTA CHRISTIANA LANCELLOTTA(intervento in videoconferenza). Grazie, presidente. Ringrazio la consigliera per il lavoro che svolge costantemente e quotidianamente svolge, oserei dire una vera e propria missione a sostegno e a tutela dei diritti delle donne. Poi, sarò breve nella domanda da porle. Vorrei chiederle quanto può essere utile introdurre una autonoma fattispecie di reato come quella sul controllo coercitivo francese e belga. Grazie.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Lancellotta.
Consigliera, concludo con due domande velocissime. Uno è il grande tema dell'educazione economica e finanziaria fin dalla materna. Questa è un'educazione specifica sul tema della violenza economica, giusto per non distrarsi, perché poi noi donne accediamo poco a percorsi specifici sull'educazione economica finanziaria fin da piccolissime, forse perché culturalmente respingenti, ma non solo nel percorso scolastico, anche interventi di educazione economica e finanziaria per le donne adulte. Lì abbiamo il grande tema, e questo lo abbiamo visto nel corso delle audizioni, delle relazioni con le aziende, con le associazioni di categoria, con gli istituti finanziari. Questo penso sia un percorso che lavora sulla prevenzione, cioè rendere effettivamente autonome le donne dal punto di vista economico-finanziario conoscendo prima. Questo è il primo punto sull'educazione.
Il secondo punto riguarda il tema della conoscenza. Questo lo abbiamo visto forse analizzando alcuni dei fascicoli: molte donne non conoscono gli strumenti che hanno a disposizione per uscire dalla violenza economica, dal reddito di libertà, al microcredito, all'assegno di inclusione, alla sospensione del mutuo. Però, penso anche forse a un processo educativo che riguarda le nostre aziende, che possono assumere le donne vittime di violenza con gli sgravi fiscali. Chiedo quali strumenti potrebbero essere anche a disposizione per far conoscere e identificare la violenza, perché poi il tema della violenza economica in ambito familiare giustamente è che non viene identificata e di solito è l'inizio di questa escalation che porta alla violenza che potremmo definire invisibile, mentre quella visibile ovviamente è quella fisica. Sono due riflessioni sui percorsi di educazione finanziaria e sugli strumenti per far conoscere gli interventi che si possono fare.
VALERIA VALENTE. Presidente, posso essere indisciplinata? Posso dire solo una cosa? Mi faceva piacere pure dirla alla dottoressa Di Nicola che non so se lo sa, non so se abbiamo avuto modo di comunicarlo. Nella legge di bilancio quest'anno abbiamo approvato una misura che, oltre a rafforzare il reddito di libertà, prevede che per tutte le donne che sono seguite dai centri antiviolenza, che decidono ovviamente di fare un percorso di fuoriuscita dalla violenza, sostanzialmente l'ISEE viene Pag. 9azzerato, in maniera tale che non cumuli né con quello del marito o del compagno. Perché molto spesso, cumulando ISEE, molte donne – questo ci è stato segnalato dai centri antiviolenza – rischiavano di perdere diversi benefici economici: l'assegno, il beneficio per l'asilo o altro, tutto quello che è legato all'ISEE. Perdevano tutto perché restano comunque a fare reddito con il marito, con l'ex compagno, con il convivente, con quelli che volevano lasciare. Si cumulava anche con chi le accoglieva in casa, quindi la madre, la zia, la cugina. Si cumulava. Questa cosa le penalizzava.
Abbiamo messo una norma che, sostanzialmente, per tutte le donne, come quelle che prendono il reddito di libertà, basta un certificato di un centro antiviolenza per dire che sostanzialmente l'ISEE di quella donna è pari a zero, così non cumula e non perde alcun beneficio. Volevo dirlo solo per consapevolezza, anche perché spetterà alla Commissione monitorare che questa norma divenga realtà.
PRESIDENTE. Prego, consigliera.
PAOLA DI NICOLA TRAVAGLINI, giudice della Sesta Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione. Grazie per queste importantissime sollecitazioni. Intanto voglio aggiungere tra tutto quello che questo Paese e questo Parlamento è riuscito a mettere in piedi anche il libro bianco sulla formazione. Presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, come sapete, c'è un tavolo tecnico che ebbe vita proprio grazie all'onorevole Bonetti a suo tempo, che ha prodotto un libro bianco per la formazione per tutti gli operatori e operatrici che si occupano di contrasto alla violenza contro le donne, che ha il titolo inequivoco «Violenza maschile contro le donne», che dedica una parte specifica alla violenza economica, questa sconosciuta. Per questo il tavolo tecnico ha ritenuto più che opportuno che questo venisse fatto.
Il tema che viene posto è la differenza tra discriminazione strutturale che riguarda le donne nel nostro Paese e come distinguerla dalla violenza economica. Questo richiede che voi suggeriate in maniera inequivoca – ho visto che questo è un po' il percorso di gran parte delle domande – l'utilità e l'opportunità di una nozione. Io vi rispondo assolutamente di sì.
Come avete fatto per il femminicidio, noi abbiamo bisogno di norme chiare che indirizzino forze di polizia, avvocatura, accademia e magistratura che non hanno ancora gli strumenti. Chiediamo che voi ci possiate dotare di quello che, attraverso definizioni, poi noi possiamo riempire.
Scusate, io utilizzo questa sede perché è una sede così elevata e così potente dal punto di vista anche culturale. Non c'è – lo ribadisco anche oggi – affatto una contrapposizione tra prevenzione e repressione. È chiaro che il diritto penale non può in alcun modo arginare uno dei fenomeni criminali più diffusi in Italia e nel mondo. Riguarda una donna su tre che è qui dentro, riguarda un uomo su tre che è qui dentro. Come possiamo, con il diritto penale, arginare tutto questo?
Presidente, noi vediamo la punta dell'iceberg delle donne massacrate all'esito di vent'anni di violenze. Questo noi vediamo quando ormai non possiamo fare assolutamente nulla. Però, se voi ci date delle definizioni, iniziate ad avviare un percorso. E questo l'abbiamo visto sul femminicidio. Ora lo stiamo vedendo sul consenso. Si sta interrogando chi prima non sapeva di cosa parlasse.
Nelle aule universitarie voi pensate veramente che abbiamo dei corsi su tutto questo? No. Averlo nelle aule universitarie, che sono il luogo dell'elaborazione, non vuol dire che io poi debba arrivare davanti a un giudice penale, ci auguriamo che questo non avvenga mai, però consente di acquisire quella consapevolezza che, come diceva la senatrice Valente, per esempio io ho acquisito solo stando in Commissione femminicidio, eppure faccio la magistrata da trent'anni. Io non ci sarei mai arrivata a dirvi le cose che vi sto dicendo se non avessi studiato quei 274 femminicidi e qualificato «solo» 211 come femminicidi, perché questo ti mette in moto un meccanismo, come dice Lei, giustamente, onorevole, di consapevolezza che tu non hai. Il mutuo in casa chi l'ha stipulato, io o mio Pag. 10marito, o tutti e due? Chi ha individuato la banca? Chi ha cercato quale fosse il tasso migliore? Questo riguarda le nostre case, le nostre figlie, i nostri figli.
C'è il tema della differenziazione, della discriminazione sessuale. Come dice la senatrice D'Elia, quello è un problema della politica, quello è un problema strutturale, un problema che richiede interventi che non sono certamente di natura penalistica. Questo richiede, però, che riusciamo a dare degli strumenti.
Lo strumento è che quella definizione ad oggi non c'è da nessuna parte del mondo. Quindi, va fatta attraverso l'esperienza di chi l'ha vissuta. Partiamo dai centri antiviolenza, partiamo delle associazioni che si occupano di violenza economica. Io conosco delle associazioni, Manden e altre, in cui ci sono delle professioniste che hanno vissuto sulle loro spalle cos'è la violenza economica. La violenza economica richiede da parte dell'autore una grande competenza: ci sono proprio dei meccanismi strutturati che le donne che ne sono vittime vi avranno sicuramente raccontato per come avvengono. È lì che noi dobbiamo colpire.
È una definizione che è chiaro che non ha nulla a che fare con la scelta autonoma di decidere di stare a casa a occuparsi dei bambini. Quelle sono scelte libere e autonome che vanno garantite, quando sono libere però, quando sono autonome. Andrebbe scritta una fattispecie nella quale vengano esemplificate per il giudice – cosa che nel codice penale noi abbiamo e che in molte legislazioni straniere c'è – quali sono le modalità attraverso le quali la violenza economica si esprime. Questo è uno strumento che consente anche culturalmente di far crescere il Paese.
La questione del conto corrente, a mio avviso, onorevole Bonetti, è decisiva. Noi abbiamo bisogno di questo tema. Peraltro, in questo modo aiutiamo anche le aziende, perché nelle aziende l'imprenditore non sempre sa che esistono situazioni di violenza economica. Le donne non la raccontano la violenza economica, così come non raccontano mai nessun tipo di violenza. Quindi, se io imprenditore ho questa indicazione di procedere con l'accredito dello stipendio su un conto corrente personale della dipendente, io posso utilizzare questa modalità per fare, ad esempio, come si fa in molte strutture imprenditoriali di un certo livello, corsi che implementino e aiutino nell'educazione. Come si fa per le molestie sessuali sui luoghi di lavoro: il tema delle molestie sessuali, aggiungo, è strettamente collegato a quello della dipendenza economica – parlo sempre di contesti lavorativi – perché la molestia sessuale è uno strumento che porta la donna ad assecondare il datore di lavoro o il collega con cui condivide la stanza – non è necessaria una posizione gerarchica, ma quando è gerarchica ovviamente vale di più – per paura di perdere il lavoro, o di essere trasferita, o di dover abbandonare il proprio contesto professionale. Per questo vi dico che la possibilità di coniugare aiuterebbe moltissimo il miglioramento delle aziende, come aiuterebbe, a mio avviso, prevedere corsi specifici per gli imprenditori, per i datori di lavoro, perché è così che, attraverso una norma penale che ha una finalità esclusivamente repressiva, si attiva un meccanismo virtuoso.
Vengo ora alla questione dei mutui. Molte donne pagano il mutuo rispetto a proprietà di case che sono intestate agli uomini, soltanto agli uomini, o a terzi. Però, il mutuo viene pagato esclusivamente dalle donne. Ma, allora, le banche? Che ruolo hanno le banche? Il commercialista e il notaio sono soggetti fondamentali. Infatti, voi avete fatto tantissime audizioni e loro, notariato e commercialisti, stanno lavorando tantissimo. Purtroppo, però, tutto questo avviene in modo scoordinato. Ognuno fa la sua, ma senza sapere che poi c'è un altro pezzo che fa altro. Quindi, noi abbiamo bisogno delle cabine di regia. Io continuo a ribadirlo, come sa bene la senatrice Valente: abbiamo bisogno di cabine di regia, abbiamo bisogno che ci sia qualcuno che si assuma le responsabilità anche di controllare, abbiamo bisogno che ci sia qualcuno che accerti la concreta applicazione delle vostre leggi, come davvero vengono applicate. Ciò non vuol dire che ci deve essere un'interferenza, assolutamente. Sto dicendo semplicemente che ci deve essere qualcuno che si assuma Pag. 11la responsabilità di dire al legislatore: «tu hai fatto questa legge, io ti dico che questa legge così non funziona». Anche in termini applicativi e di efficacia.
Arrivo al tema della formazione. La formazione è tutto. Voi oggi ci avete consegnato, per esempio, la legge sul femminicidio, che a mio avviso è tra le leggi più potenti che questo Paese abbia ad oggi approvato, perché scardina, per una serie di ragioni che è inutile adesso ripetere e che voi sapete molto meglio di me, che, però, ha una fortissima opposizione nel Paese. Qual è il punto? È che noi dobbiamo fare una formazione che consenta di comprendere il fenomeno criminale e culturale che c'è dietro. Perché è inutile che voi mi consegnate una legge senza sapere dietro cosa c'è, qual è il meccanismo, come si dipana, qual è la modalità dell'accredito o non accredito dello stipendio, qual è la modalità dell'intestazione o non intestazione del mutuo della casa. Io devo sapere dietro cosa c'è, perché ancora oggi si dà per scontato che la donna deve stare a casa e occuparsi dei figli, mentre l'uomo deve detenere la gestione economica, per i bias che sappiamo sulle donne e la gestione economica.
La formazione che si fa è ancora insufficiente. Vi chiedo di essere più coraggiosi, di renderla obbligatoria per tutti, di essere ancora più incisivi. Voi avete inserito nella legge sul femminicidio un corso per la magistratura. Bene, un corso in un anno? In dieci anni? In un mese? E poi che facciamo? E ho parlato della magistratura, che ha la sua scuola ed è attrezzata dal punto di vista economico, culturale, giuridico eccetera, pensiamo a tutti gli altri, avvocatura, commercialisti, forze dell'ordine, sanitari (su cui qualcosa è stato fatto). Però sono tutti che devono sapere.
Voi mi chiedete: «ma cosa ci suggerisce?». Ebbene, la relazione della Commissione femminicidio della precedente legislatura (ce ne sono dodici, tutte approvate all'unanimità), lì si trovano moltissimi spunti rispetto a quello che si può fare. Ma ovviamente ci possiamo lavorare tutti insieme, anzi sarebbe auspicabile che si faccia. Io mi limito a sottolineare che l'assegno di mantenimento per i bambini e le bambine non viene pagato.
Io vi dico che a mio avviso una delle forme più pervasive e più pericolose della violenza economica, che però non viene definita in questi termini, è l'omesso versamento dell'assegno di mantenimento per i figli. Sostanzialmente, è una scelta generosa dei padri. Ve lo dico per esperienza trentennale nelle aule di giustizia. Lasciate perdere adesso le situazioni di fragilità economica, che comunque il padre è tenuto, al di là dei disagi, avendo messo al mondo un figlio o una figlia, a farsene carico. Ce lo dice la Costituzione italiana, ce lo dicono i trattati internazionali. Non è una questione di minima moralità o di etica. Anche questo è un tema di discriminazione sessuale. Abbiamo una legge, quella del 2006, che stabilisce la bigenitorialità, che è un principio sacrosanto nelle condizioni ordinarie e che è un problema immenso nelle condizioni di violenza, soprattutto di violenza economica. Di questo ovviamente ve ne occupate in altro ambito.
Voglio darvi il suggerimento che la pressione principale per una vittima di violenza dal punto di vista economico è non pagarle l'assegno di mantenimento. La legge del 2006 stabilisce, sì, la bigenitorialità, ma se andiamo a vedere i dati dei miei colleghi civilisti vediamo che, pur essendo la responsabilità dei bambini di entrambi i genitori, concretamente i bambini vivono con le loro madri, sono collocati presso le madri. Quindi, di fatto il carico gestionale, affettivo, di cura, di educazione, di appuntamenti sanitari, di impegni sportivi, della festicciola eccetera continua a essere a carico delle madri.
Per questo parlo dei padri. È chiaro che sto parlando in generale sulla base dei dati dell'ISTAT, sto parlando sulla base dei dati che ci dà il notariato, che ci danno i commercialisti, quindi ci sono numeri importanti. Allora, vi dico che è diffusissimo il mancato versamento di questo assegno – lo ripeto, è diffusissimo – e alcuni padri, anche benestanti, preferiscono sostenere avvocati e pagare processi civili e penali di notevole dispendio piuttosto che pagare 200 euro di assegno di mantenimento. Questo è un fenomeno molto diffuso in tutta Italia, che potete leggere in qualsiasi dossier. Ve lo consegno perché lì dovreste lavorare, dal momento che è una norma ormai desueta, che richiede una Pag. 12serie di requisiti che in concreto non sempre ci sono. Rivisitare, alla luce di questa relazione, gli articoli 570 e 570-bis del codice penale consentirebbe anche di risolvere la questione economica.
Mi scuso se ho parlato troppo, ma le domande erano tante. Grazie, presidente.
PRESIDENTE. Ringrazio la consigliera Paola Di Nicola Travaglini. Abbiamo già più volte decantato le sue grandi qualità non solo professionali ma anche umane e la sua dedizione alla lotta alla violenza di genere, quindi la ringraziamo doppiamente – penso di poter parlare a nome di tutti i commissari e di tutte le commissarie – per il suo lavoro straordinario.
Ne approfitto per ringraziare i nostri consulenti e le nostre consulenti, anche coloro che sono collegati da remoto, per il lavoro che svolgono quotidianamente, che magari è un lavoro invisibile. Mi permetto di ringraziare due consulenti, delle voci maschili presenti in Commissione, il dottor De Gioia e il dottor Menditto, e li ringrazio perché è fondamentale il lavoro di competenza che oggi mettono a disposizione sulla trasversalità degli argomenti. Ricordo, infatti, che sono in conclusione il diritto comparato, che è già concluso, la violenza economica e anche i braccialetti elettronici e la violenza on-line, che questa Commissione si è data come obiettivo di chiudere tra gennaio e febbraio, così da poterci poi dedicare al resto dei punti significativi, perché il lavoro è robusto e purtroppo la violenza di genere è tentacolare e di argomenti ce ne sono tanti.
Ringrazio doppiamente la consigliera e dichiaro conclusa l'audizione.
La seduta termina alle 9.35.