Sulla pubblicità dei lavori:
Formentini Paolo , Presidente ... 3
INDAGINE CONOSCITIVA SULL'IMPEGNO DELL'ITALIA NELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE PER LA PROMOZIONE E TUTELA DEI DIRITTI UMANI E CONTRO LE DISCRIMINAZIONI
Formentini Paolo , Presidente ... 3
Oppizzi Vittorio , responsabile dei progetti per il Sudan di Medici senza Frontiere, intervento in videoconferenza ... 4
Formentini Paolo , Presidente ... 7
Dalle Carbonare Diego , missionario comboniano, intervento in videoconferenza ... 7
Formentini Paolo , Presidente ... 10
Soffientini Antonio , missionario comboniano ... 10
Ricci Brando , rappresentante della Fondazione Nigrizia ... 11
Formentini Paolo , Presidente ... 15
Quartapelle Procopio Lia , intervento in videoconferenza ... 15
Boldrini Laura (PD-IDP) ... 15
Formentini Paolo , Presidente ... 18
Ricci Brando , rappresentante della Fondazione Nigrizia ... 18
Formentini Paolo , Presidente ... 20
Dalle Carbonare Diego , missionario comboniano, intervento in videoconferenza ... 20
Formentini Paolo , Presidente ... 22
Oppizzi Vittorio , responsabile dei progetti per il Sudan di Medici senza Frontiere, intervento in videoconferenza ... 22
Formentini Paolo , Presidente ... 23
Audizione di rappresentanti dell'Associazione Italia-Birmania Insieme sulla situazione dei diritti umani e politici in Myanmar:
Formentini Paolo , Presidente ... 23
Scotti Vincenzo , Presidente dell'Associazione Italia-Birmania Insieme ... 25
Brighi Cecilia , Segretaria Generale dell'Associazione Italia-Birmania Insieme ... 28
Formentini Paolo , Presidente ... 35
Boldrini Laura (PD-IDP) ... 35
Formentini Paolo , Presidente ... 36
Brighi Cecilia , Segretaria generale dell'Associazione Italia-Birmania Insieme ... 37
Formentini Paolo , Presidente ... 39
Fassino Piero (PD-IDP) ... 40
Formentini Paolo , Presidente ... 40
Sigle dei gruppi parlamentari:
Fratelli d'Italia: FdI;
Partito Democratico - Italia Democratica e Progressista: PD-IDP;
Lega - Salvini Premier: Lega;
Forza Italia - Berlusconi Presidente - PPE: FI-PPE;
MoVimento 5 Stelle: M5S;
Alleanza Verdi e Sinistra: AVS;
Azione - Popolari europeisti riformatori - Renew Europe: AZ-PER-RE;
Noi Moderati (Noi con l'Italia, Coraggio Italia, UDC e Italia al Centro) - MAIE - Centro Popolare: NM(N-C-U-I)M-CP;
Italia Viva - il Centro - Renew Europe: IV-C-RE;
Misto: Misto;
Misto-Minoranze Linguistiche: Misto-Min.Ling.;
Misto-+Europa: Misto-+E.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE
PAOLO FORMENTINI
La seduta comincia alle 14.45.
Sulla pubblicità dei lavori.
PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche mediante la resocontazione stenografica e la trasmissione attraverso la web-tv della Camera dei deputati.
Audizione, anche in videoconferenza, di rappresentanti della Fondazione Nigrizia e missionari comboniani.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sull'impegno dell'Italia nella Comunità internazionale per la promozione e tutela dei diritti umani e contro le discriminazioni, l'audizione di rappresentanti della Fondazione Nigrizia e missionari comboniani.
Ricordo che la partecipazione da remoto è consentita a colleghe e colleghi secondo le modalità stabilite dalla Giunta per il regolamento.
Segnalo che, in un'audizione informale di una delegazione del Sudan Liberation Movement, svoltasi questa mattina, abbiamo già avuto modo di approfondire gli ultimi sviluppi della situazione in Sudan.
La presente audizione ha l'obiettivo di acquisire il punto di vista di organizzazioni che da tempo operano in Sudan e possono, dunque, offrire il valore aggiunto di una esperienza diretta della drammatica evoluzione in corso.
Anche a nome dei componenti della Commissione, saluto e ringrazio per la disponibilità a prendere parte ai nostri lavori Pag. 4il dottor Brando Ricci, giornalista di Nigrizia, fratello Antonio Soffientini, missionario comboniano, e il dottor Adam Nor Mohammed, portavoce della comunità sudanese di Roma. Saluto, altresì, collegati in videoconferenza, padre Diego Dalle Carbonare, missionario comboniano, e il dottor Vittorio Oppizzi, responsabile dei progetti per il Sudan di Medici senza Frontiere.
Ricordo che la Commissione Affari esteri ha approvato all'unanimità, in data 14 maggio 2024, la risoluzione n. 700215, a firma del collega Provenzano, che impegnava il Governo: a continuare ad attivarsi presso le sedi europee e nei consessi internazionali per sollecitare le due fazioni contendenti ad una tregua nel conflitto che consenta gli accessi umanitari, per dare assistenza alla popolazione; ad adottare iniziative, in coordinamento con l'Unione europea e partner internazionali, nei confronti sia delle due fazioni contendenti sia dei Paesi terzi, volte a contribuire agli sforzi di de-escalation e pervenire al più presto alla cessazione delle ostilità e al riavvio di un dialogo nazionale che garantisca la reale partecipazione della società civile sudanese al ristabilimento di istituzioni civili democratiche che supportino le legittime aspirazioni democratiche della popolazione sudanese.
Considerati i tempi stretti dell'audizione, lascio subito la parola ai nostri ospiti. Chi interviene per primo? Vogliamo far intervenire prima da remoto? Ditemi voi. Prego, chi ritenete che debba intervenire per primo da remoto?
VITTORIO OPPIZZI, responsabile dei progetti per il Sudan di Medici senza Frontiere, intervento in videoconferenza. Buongiorno. Sono Vittorio Oppizzi, responsabile dei programmi in Sudan di Medici senza Frontiere. Vi ringrazio innanzitutto per l'opportunità.Pag. 5
L'attualità, purtroppo, della guerra in Sudan è stata ricordata dagli eventi che si sono sviluppati ad El-Fasher nell'ultima settimana, per fortuna riportati sulle prime pagine, nel senso che c'è di nuovo una rinnovata attenzione su quella che è l'estrema violenza della guerra in Sudan, che purtroppo continua da due anni e mezzo e resta una guerra contro le persone; una guerra che non ha risparmiato e non risparmia la popolazione civile e le infrastrutture civili, da entrambe le parti. Questo è stato visto in tutte le zone combattute.
Ciò che abbiamo visto ad El-Fasher è terribile: massacri indiscriminati, persone uccise in un ospedale. I nostri operatori che lavorano, al momento, appena fuori da El-Fasher hanno sentito racconti allucinanti; una popolazione – chiaramente coloro che sono riusciti a scappare – che ha vissuto violenze estreme e massacri e che ha subìto le conseguenze di una città assediata da oltre un anno. Inoltre, si registra un 30 per cento di malnutrizione acuta nei bambini, ma anche negli adulti, che è un segno ancora più preoccupante. Queste sono cose che confermano, di fatto, quello che era già stato definito da diversi mesi, ossia la dichiarazione dello stato di carestia ad El-Fasher, ma anche in altre zone del sud. Come dicevo, purtroppo questo è solo il ripetersi della stessa violenza che abbiamo visto prima, appena fuori da El-Fasher, quando il campo degli sfollati di Zamzam era stato attaccato; purtroppo, un altro evento che ha riassunto quello che abbiamo visto in questi due anni e mezzo; attacchi, in quel caso, e uccisione di nove operatori sanitari di un'altra organizzazione non governativa, attacchi indiscriminati alla popolazione.
Ciò che sta succedendo ad El-Fasher fa sì che ritorni, purtroppo, nella mente della società civile sudanese quello che è successo negli ultimi due anni in alcune aree del Darfur, quindi violenze di stampo etnico, ma anche quello che si è visto Pag. 6nel resto del Paese. Non dimentichiamo che nella capitale, Khartoum, da dove il conflitto è iniziato e ha generato milioni di sfollati, anche lì si è vista una città divisa da una linea del fronte, quindi con estrema violenza ed estremi danni, anche alle infrastrutture civili.
Ho detto questo per descrivere in breve quello che è stato l'impatto diretto del conflitto. Dall'altro lato, abbiamo visto, in più di trenta strutture che supportiamo in più di dieci stati del Paese, quello che è l'impatto indiretto rispetto alla popolazione. Parlo di impatto indiretto perché c'è una parte del sistema sanitario che è completamente tagliato fuori dalle forniture, tutto quello che non passa attraverso la linea del fronte. Sentiamo dagli operatori sanitari con cui lavoriamo che spesso non ricevono neanche il semplice salario e, quindi, si trovano in estrema difficoltà. Non ricevono forniture mediche, non ricevono vaccini, quindi dobbiamo pensare che sono due anni e mezzo in cui i bambini non ricevono vaccinazioni. Per questa ragione, quest'anno abbiamo visto epidemie di morbillo – che sono mortali per i più piccoli – epidemie di colera, con numeri impressionanti. Non c'è stato nessun progetto dei Medici senza Frontiere che non abbia dovuto aggiungere una risposta al colera e lavoriamo da Port Sudan a El Geneina, quindi da est ad ovest del Paese. Al momento stiamo rispondendo a un'epidemia di dengue soprattutto a Khartoum.
Questo per tornare al fatto che l'impatto generale sulla popolazione sudanese è stato tremendo. I numeri, purtroppo, rischiano di farci perdere la vera essenza di quello che succede, ma a noi di Medici senza Frontiere non piace confrontare una crisi rispetto a un'altra. Ogni azione umanitaria è importante per ogni singolo individuo che cerchiamo di supportare. Allo stesso tempo, qui ci sono più di dieci milioni di sfollati da due anni e mezzo, un sistema sanitario al collasso e rinnovate Pag. 7violenze, come quelle che abbiamo visto ad El-Fasher. La risposta umanitaria è assolutamente al di sotto delle necessità. Abbiamo fatto più volte appello ai tanti Governi che supportano le Nazioni Unite di aumentare questa risposta. Purtroppo l'appello umanitario, come spesso succede, è sottofinanziato, quello del Sudan in particolare. Ciò che succedeva prima della crisi è che c'era, comunque, almeno un sistema di supporto umanitario che garantiva di far fronte alle emergenze più importanti e dal punto di vista sanitario garantiva un supporto alla salute primaria. Oltre a questo, organizzazioni come la nostra supportavano la salute secondaria, cercando di portare un miglioramento alle condizioni generali della popolazione. Tutto questo non c'è più, quindi ci troviamo in estrema difficoltà a dover fare anche noi stessi, ovviamente, delle scelte. Quindi, per questo continuiamo ad appellarci, da un lato, alle parti del conflitto per il rispetto della popolazione civile, ma vediamo che questi appelli, ovviamente, non vengono assolutamente ascoltati; dall'altro lato, ai Governi di continuare a supportare le Nazioni Unite e far sì che ci sia un aumento della risposta sanitaria per far fronte ai bisogni della popolazione sudanese. Con la rottura dell'assedio di El-Fasher abbiamo visto più violenze e adesso ci sono altre linee del fronte che continueranno a essere importanti, e temiamo un ripetersi di queste situazioni negli Stati e nel Kordofan.
Io concluderei qui il mio intervento e resto a disposizione per eventuali domande. Vi ringrazio.
PRESIDENTE. Grazie mille. Prego, per il secondo intervento da remoto.
DIEGO DALLE CARBONARE, missionario comboniano, intervento in videoconferenza. Innanzitutto grazie a tutti per questa occasione. Vi parlo da Port Sudan, sono padre Diego, Pag. 8superiore provinciale dei comboniani in Egitto e Sudan. Qui a fianco a me c'è il nostro superiore generale, padre Luigi Fernando Codianni, che è venuto da Roma proprio ieri per visitare le nostre missioni qui, in Sudan, che vuole esprimere il suo appoggio al discorso che stiamo portando avanti oggi.
Il nostro appello, come comboniani, è stato scritto anche prima di quello che è accaduto ad El-Fasher. Purtroppo gli eventi che sono accaduti, appunto, ad El-Fasher negli ultimi giorni credo abbiano aperto gli occhi della Comunità internazionale per vedere finalmente la gravità estrema di una situazione che si protrae ormai da più di due anni e mezzo. Continui sono stati i richiami ai più alti livelli, anche delle Nazioni Unite, e ieri stesso Guterres, da Doha, è tornato a denunciare le terribili violazioni dei diritti umani ad El-Fasher e in tutto il Sudan e ad invocare la fine dei combattimenti.
Per noi missionari comboniani – lo dico a nome dell'Istituto – il Governo italiano sicuramente può fare di più. Non siamo esperti di diritto internazionale, ma crediamo ci siano gli strumenti istituzionali per garantire che siano osservati gli embarghi che a più riprese sono stati imposti sul Sudan e sul Darfur in particolare; crediamo ci siano strumenti per fare pressione sugli Emirati Arabi Uniti e sulle altre potenze regionali, che stanno giocando con la vita del popolo sudanese, perché si ponga fine all'armamento di entrambe le fazioni.
Per dirla in termini veramente semplici, perché siamo persone semplici, noi crediamo che, se la guerra continua, a guadagnare siano solo le industrie delle armi; invece, se la guerra finisce, ci guadagniamo tutti: ci guadagna il Sudan, ci guadagna l'Italia, ci guadagna l'Europa. Per noi non è una questione politica di destra o di sinistra, ma crediamo veramente sia una questione dove sarebbe veramente bello poter unire tutte le forze politiche del Paese, perché dalla pace tutti Pag. 9hanno da guadagnare. Poi, il nostro collega della Fondazione Nigrizia parlerà dell'aspetto migratorio, che sicuramente è un aspetto che va a toccare la sensibilità e, credo, l'urgenza delle politiche anche in Italia e in Europa.
Il nostro appello è quello di chiedere all'Italia che promuova in tutti i consessi internazionali una discussione per il raggiungimento di una tregua, innanzitutto una tregua umanitaria e poi un cessate-il-fuoco, e si stabilisca un processo per andare a parlare anche di fine del conflitto. Ci permettiamo di proporre al Governo italiano di riaprire o di rendere nuovamente presente in Sudan, qui a Port Sudan, una presenza diplomatica. Stare fisicamente fuori dal Sudan, in un certo senso, viene percepito come un vedere le due parti del conflitto come eguali, ma opposte. Ebbene, per noi che siamo qui sul campo non è questa la lettura. Io capisco che il Governo sudanese ha un passato difficile, un passato caratterizzato dall'islamismo – io sono un prete, quindi fidatevi di me se ve lo dico – ma non possiamo mettere i due contendenti in questo conflitto sullo stesso livello. La violenza con cui gli RSF (Rapid Support Forces) stanno documentando sé stessi, stanno documentando ciò che stanno facendo in Darfur e in altre parti del Sudan, ci fa capire che, da una parte, c'è uno Stato che, con i suoi limiti e le sue difficoltà, sta cercando di portare avanti il Paese e, dall'altra parte, c'è un uso della violenza che è incontenibile e indescrivibile. Quindi, questa potrebbe essere una nostra proposta.
Il nostro Paese, anche alla luce della proposta del cosiddetto «QUAD» – formato da Stati d'America, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita –, può farsi promotore di una più ampia iniziativa europea, essere uno dei Paesi europei che portano avanti gli sforzi, anche per le Nazioni Unite e gli organismi internazionali, e intavolare negoziati fra le parti belligeranti. Quindi, il nostro appello è quello che il Governo tenti forse Pag. 10anche di animare, di spronare l'Europa stessa per intraprendere e per facilitare rapporti di dialogo e procedure che aprano al negoziato, in vista della tregua, mantenendo chiaro che, sicuramente, il futuro del Sudan non deve appartenere alle forze militari, ma deve appartenere a un Governo civile. Quella dovrebbe essere la visione a lungo termine.
Mi fermo qua. Se ci sono domande, sono a vostra disposizione. Grazie.
PRESIDENTE. Grazie. Passiamo adesso agli auditi in presenza. Come volete organizzarvi, ditemi voi. Vi chiedo soltanto di presentarvi quando prendete la parola.
ANTONIO SOFFIENTINI, missionario comboniano. Buon pomeriggio a tutte e a tutti. Sono fratel Antonio, missionario comboniano. Ringrazio della possibilità di essere qui, dell'audizione di oggi e della conferenza stampa che abbiamo potuto svolgere ieri.
Padre Diego, dal Sud Sudan, sviluppava il primo punto dell'appello che abbiamo scritto qualche settimana fa, che era quello dell'azione diplomatica per la tregua. Io vorrei rapidamente mettere in evidenza gli altri due punti dell'appello e cercare di rivedere alcune piste. Il primo punto è quello di garantire per i civili dei passaggi sicuri. Come abbiamo ascoltato, la città di El-Fasher è caduta sotto il controllo delle RSF dopo più di cinquecento giorni di assedio. Ciò che succede ad El-Fasher, come diceva padre Diego, è assolutamente indescrivibile. Sappiamo che, dal 26 ottobre ad oggi, sono riusciti a uscire dalla città circa 71 mila persone, ma la città ha una popolazione di 260 mila persone. Quindi, la maggioranza delle persone è ancora all'interno della città, il che fa sì che queste diventino bersaglio di tutte quelle violazioni che abbiamo appena ascoltato. Crediamo ci sia la possibilità che organismi Pag. 11indipendenti, penso in questo caso al Comitato internazionale della Croce Rossa, che si era già offerto per questo, possano pensare e creare dei corridoi umanitari sicuri, per fare in modo che le persone possano, perlomeno, uscire da questo assedio e trovarsi in zone più sicure. Quindi, l'appello che facciamo è che il Governo italiano appoggi e faccia leva sul Comitato internazionale della Croce Rossa in modo tale che si possano aprire questi corridoi umanitari e le persone possano uscire. Credo che la prima risposta che dobbiamo dare a questa situazione sia una risposta umanitaria; prima ancora di pensare ad altri interventi, la prima cosa che dobbiamo fare è questa.
Il secondo punto – tema richiamato sia dal rappresentante di Medici senza Frontiere che da padre Diego – riguarda la necessità di garantire un accesso umanitario. Il rischio di una carestia è grave ed imminente. Anzi, forse una carestia si è già sviluppata ad El-Fasher. Quindi, vi è la necessità che le Nazioni Unite, attraverso il programma alimentare mondiale (PAM), e le altre organizzazioni possano accedere alla città. Questo è un punto del diritto internazionale umanitario. Anche qui, credo che il Governo italiano, con tutta la sua autorità e tutta la sua capacità, possa e debba mettersi in moto per garantire tutto questo.
Mi fermo qui, anche perché credo che poi ci sarà la possibilità di aprire alle domande, quindi lascio spazio agli altri interventi. Grazie.
BRANDO RICCI, rappresentante della Fondazione Nigrizia. Salve. Sono Brando Ricci, sono un giornalista della Fondazione Nigrizia. Con Fondazione Nigrizia e i missionari comboniani abbiamo presentato questo appello. I primi tre punti vi sono stati presentati ora, quindi l'impegno italiano per una tregua umanitaria, l'impegno italiano per la creazione di corridoi umanitari ad El-Fasher, con la collaborazione del Comitato Pag. 12internazionale della Croce Rossa, che si è detto disponibile, già una settimana fa, a fare da mediazione fra le parti per garantire l'uscita sicura dalla città, e il ripristino dell'accesso umanitario.
È la seconda volta che lanciamo un appello affinché il Governo italiano si possa mobilitare per il Sudan. Il primo l'avevamo lanciato a marzo e, all'interno di questo primo appello, facevamo riferimento ad altri due elementi che sono, secondo noi, molto importanti nel contesto del conflitto in Sudan: il primo è relativo alle armi, il secondo è relativo ai migranti.
Per quanto concerne le armi, ci uniamo all'appello che è stato lanciato – mi è arrivata adesso la email – dalla Rete Italiana Pace e Disarmo per chiedere all'Italia di valutare la possibilità di sospendere l'autorizzazione di export militare agli Emirati Arabi Uniti, a cui noi aggiungeremmo anche l'Egitto, che sono rispettivamente il settimo e l'ottavo Paese per concessioni autorizzate l'anno scorso. Lo sappiamo, si parla in totale di 1 miliardo 300 milioni di euro fra i due Paesi. Siamo consapevoli dei rapporti privilegiati degli Emirati Arabi Uniti con l'Italia, siamo consapevoli che oggi gli Emirati Arabi Uniti sono l'unico Paese che ha contribuito economicamente al «Piano Mattei» con 25 milioni di euro per il Fondo bilaterale congiunto con la Banca africana di sviluppo e siamo consapevoli delle decine di miliardi di investimenti che si vogliono fare con questo Paese. Quindi, non siamo ingenui rispetto a questo. Allo stesso modo, pensiamo che sia necessario cambiare il modo in cui vengono visti questi Paesi, ma soprattutto il modo in cui viene visto il conflitto in Sudan. Tra il 2021 e il 2023 si è riusciti a sospendere l'autorizzazione all'export di armi all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti nel contesto del conflitto in Yemen. Sappiamo che, ad oggi, gli Emirati Arabi Uniti, l'Egitto, l'Arabia Saudita e la Turchia non sono coinvolti nel conflitto Pag. 13tanto quanto gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita lo erano nel conflitto in Yemen; allo stesso modo, abbiamo il panel di esperti delle Nazioni Unite nel penultimo rapporto di gennaio, abbiamo resoconti di stampa (The Guardian, Wall Street Journal, Middle East AI News) e abbiamo Amnesty International che ci dicono che gli Emirati Arabi Uniti stanno vendendo armi al Sudan e lo stanno facendo nel modo più pericoloso possibile, ovvero servendosi di vie di approvvigionamento e di basi logistiche nei Paesi confinanti, in modo particolare Ciad, Sud Sudan e Libia, con il rischio – direi impellente – di regionalizzazione del conflitto. Già mesi fa le forze armate sudanesi hanno minacciato di bombardare gli aeroporti di Am Djarass e N'Djamena in Ciad, qualora il Paese avesse continuato a ricevere armi dagli Emirati Arabi Uniti. Quindi, quando parliamo di regionalizzazione del conflitto, con il coinvolgimento di Paesi che sono già in una grave crisi dal punto di vista umanitario – come Ciad, Sud Sudan o Libia – parliamo di un rischio estremamente concreto, di un rischio che non conviene a nessuno, come evidenziava in precedenza padre Diego. Questo è un elemento centrale. Quindi, bisogna valutare seriamente la possibilità di sospendere quantomeno le autorizzazioni all'export per Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Ci sarebbero altri Paesi, ma faccio riferimento a questi due Paesi che sono particolarmente rilevanti per l'Italia. Ci sentiamo di fare questo appello e di unirci, in un caso di sincronicità, anche alla Rete Italiana Pace e Disarmo, che lo ha appena fatto, in linea con la sua attività storica.
Per quanto concerne i migranti, al momento in Sudan ci sono sette milioni e mezzo di persone sfollate e più di quattro milioni di persone rifugiate si trovano tra Ciad, Sud Sudan, Egitto, Libia, Etiopia e Repubblica Centrafricana. Sappiamo che ci sono circa un milione di rifugiati che provengono dal Corno Pag. 14d'Africa (Etiopia, Eritrea, Somalia). Insomma, il Sudan è potenzialmente la fonte di un grosso afflusso di migranti. Ciò che chiediamo all'Italia è che l'Italia affronti l'eventuale aumento dell'afflusso di migranti; peraltro, 410 mila persone sono andate in Libia dall'inizio del conflitto, la metà della popolazione rifugiata che si trova in Tunisia al momento è sudanese, quindi parliamo di Paesi da cui già partono molti migranti che cercano di arrivare in Italia. Quindi, chiediamo all'Italia di affrontare l'eventuale aumento del flusso di persone migranti dal Sudan tenendo saldi i princìpi del diritto internazionale, in modo particolare la Convenzione di Ginevra del 1951 e la Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Già in passato sappiamo che questo non è avvenuto: faccio riferimento al Memorandum d'intesa del 2016 fra i corpi di polizia di Sudan e Italia, che ha prefigurato la violazione del principio di non respingimento e di espulsione di massa, ad esempio. Inoltre, sappiamo che, nell'ambito del processo di Khartoum, fra il 2014 e il 2015 è possibile – non è sicuro, ma è possibile – che le RSF abbiano ricevuto finanziamenti europei per via indiretta, peraltro in una fase estremamente delicata, perché era la fase di integrazione delle RSF all'interno della struttura securitaria sudanese. Al-Bashir, nel 2017, le ha formalizzate come forza armata e le ha messe sotto il suo controllo diretto. Quindi, era una fase particolarmente delicata. Peraltro, sappiamo che, nell'ambito di questa fase delicata, su 100 milioni di euro qualche decina di milioni potrebbe essere finita direttamente alle RSF, perché quelle forze erano il corpo deputato al controllo delle frontiere. Ebbene, vogliamo che questo non si ripeta più e vorremmo che l'Italia spingesse affinché i princìpi del diritto internazionale e la priorità dei diritti dell'uomo, che dovrebbero informare tutte le politiche europee, restino saldi, anche qualora si dovesse affrontare una nuova crisi migratoria dal Sudan.Pag. 15
Questi, quindi, sono i due elementi a corredo dei tre precedenti interventi umanitari richiesti, che sono estremamente urgenti e che hanno la possibilità di essere attuati, rispetto a cui – lo ripeto, anche se chiaramente non sto dicendo cose nuove per voi – la sponda del Comitato internazionale della Croce Rossa può diventare immediatamente un appoggio importante per intervenire sul campo.
Mi limito a questo e vi ringrazio.
PRESIDENTE. Grazie. Abbiamo ancora un quarto d'ora, per cui do la parola ai colleghi che intendono intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.
LIA QUARTAPELLE PROCOPIO, intervento in videoconferenza. Ringrazio gli auditi per i contributi, che è importante che restino agli atti della Commissione. C'è un aspetto che, secondo me, non è stato toccato, ma che credo sia altrettanto importante da toccare per le implicazioni che può avere per la politica estera, ovvero il contagio della situazione in Sudan in altri Paesi di quella regione. Abbiamo ragionato sul dramma umanitario in corso e sono d'accordo con quanto diceva il dottor Oppizzi, non va bene fare le classifiche, ma la situazione del Sudan richiede un'attenzione particolare, perché è la più grande crisi umanitaria in corso in questo momento. Tuttavia, ripeto, c'è anche un aspetto regionale, su cui, se avete modo, sarebbe opportuno spendere qualche parola.
Grazie.
LAURA BOLDRINI. Colgo l'occasione per ringraziare il dottor Oppizzi, che ci ha dato il quadro, padre Diego, fratel Antonio, il dottor Ricci e il dottor Adam Nor Mohammed per essersi rivolti alla nostra Commissione. Li ringrazio perché penso e mi auguro che questa loro presenza sia da stimolo nei Pag. 16confronti della Commissione per addivenire anche ad un atto parlamentare condiviso. Questa mattina abbiamo sentito il dottor Al-Nur del Sudan Liberation Movement e ciò che emerge è che, di fatto, l'Unione europea, che dovrebbe avere un ruolo non solo di fornitore di aiuti, ma anche di mediatore tra le parti in causa, non sta facendo quello che dovrebbe fare. Quindi, gli Stati membri forse sarebbero tenuti a battere un colpo. Si diceva che il tentativo in Sudan oggi è di militarizzare la politica, fare in modo che la politica venga sostituita dall'esercito: due fazioni che sono in lotta per la supremazia del Paese, o forse parte del Paese. E qui vengo alla domanda. L'obiettivo qual è, continuare a dividere il Sudan? Già il Sud Sudan se ne è andato. Qual è l'obiettivo finale, fare un'altra scissione del Paese? Quindi, è minacciata la sovranità territoriale del Paese? Ci vuole un Governo civile, io penso.
Vengo alle domande. L'appello noi l'abbiamo recepito, perlomeno noi che eravamo in conferenza stampa e che ieri in Assemblea siamo intervenuti per sottolineare alcuni importanti aspetti. Voi avete fatto due appelli, ma quello di marzo mi pare che sia caduto nel vuoto, dato che il Governo non ha reagito. Voi vi siete rivolti al Governo e il Governo non ha reagito. Ma, ovviamente, è compito del Governo reagire per cercare una intermediazione, avviare una trattativa ed intraprendere un processo. Io spesso sento commenti del tipo: che vuoi che faccia l'Italia di fronte a una situazione del genere? No, l'Italia può, eccome, fare qualcosa, perché, essendo in un consesso europeo, può mettere in moto un processo di attivazione delle istituzioni europee, ma anche a livello di Nazioni Unite. Anche il Consiglio di Sicurezza – e lo dico come ex funzionaria delle Nazioni Unite – si dovrebbe attivare per mettere al centro la situazione in Sudan, per fare in modo che ci sia una Commissione di inchiesta per tutti i crimini. Oggi si sta parlando di genocidio, Pag. 17non solo di crimini di guerra e di crimini contro l'umanità. Lo vogliamo sollecitare il Consiglio di Sicurezza?
Io, però, ho sentito anche quello che ha detto Ricci, e arrivo alla domanda: qual è il rapporto dell'Italia con le due fazioni che si contrappongono? C'è chi sostiene – Lei lo diceva – che l'Italia ha partecipato alla fase di transizione, della milizia Janjaweed, che è diventata RSF. A me risulta che ci siano stati accordi per fare la formazione. A me risulta che l'Italia abbia stanziato risorse per gli equipaggiamenti. Non so se questo a voi risulta, ma avrei piacere di saperlo.
Abbiamo visto di che cosa sono capaci queste milizie, queste RSF. In quel momento si poteva pensare di normalizzare i Janjaweed. Come li normalizziamo? Li includiamo, quindi li formiamo. Io vorrei capire se oggi l'Unione europea e l'Italia continuano a mantenere questi rapporti, vorrei capire se c'è una collaborazione di qualche genere. Finora il Governo non ha espresso una parola di condanna e non ha espresso alcuna posizione. Perché questo silenzio? A cosa si deve il fatto che, di fronte alla più grande catastrofe umanitaria, in termini di brutalità, non si sia detta una parola, non ci si sia pronunciati?
Voi state facendo un egregio lavoro e avete anche altri che lo stanno facendo, proprio perché la situazione è drammatica. Vorrei che qualcuno ascoltasse sia il vostro appello che quello del Sudan Liberation Movement. Dire all'UE di fare qualcosa per avviare una coalizione civile che possa essere la risposta al tentativo militare di controllare il Paese a me sembra l'unica via percorribile.
Non si può bloccare la cosiddetta «rivoluzione civile» con le milizie militari, con le milizie islamiste. C'è anche un fattore etnico, c'è un tentativo di far fuori chi è espressione di una cultura non araba.Pag. 18
Alla maggioranza vorrei dire che qui c'è anche un dato oggettivo. Se noi Governo – voi Governo – non stabilizzate il Sudan, il passo successivo è che quei milioni di sfollati e di rifugiati nei Paesi vicini – tra cui l'Egitto, dove c'è un'enorme presenza di rifugiati sudanesi, e anche la Libia – ovviamente cercheranno un luogo dove potersi rimettere in piedi e avere una vita in pace e in dignità; e l'Italia probabilmente è il Paese più vicino.
Non foss'altro per questo motivo, io mi aspetto un'attivazione da parte del Governo italiano, ma finora non l'abbiamo vista.
Grazie, presidente.
PRESIDENTE. Grazie mille.
Ci sono altre domande? Non ne vedo. Chi vuole rispondere di voi per fare delle precisazioni? Prego.
BRANDO RICCI, rappresentante della Fondazione Nigrizia. Intanto, rispetto alla questione della giustizia, ci sentiamo di unirci all'appello che faceva ieri l'onorevole Boldrini, sia durante la nostra conferenza stampa che alla Camera, di ribadire l'importanza di un sostegno dell'Italia all'attività della Corte penale internazionale, che ha un mandato ormai da vent'anni e che ha annunciato proprio in questi giorni che sta raccogliendo prove su quello che sta avvenendo ad El-Fasher. C'è anche un appello della società civile internazionale affinché si istituisca la Missione indipendente d'inchiesta sul Sudan, di cui è stato prorogato il mandato qualche giorno fa, si istituisca un'inchiesta lampo, in modo tale da presentare un rapporto entro il 31 dicembre su quello che sta avvenendo ad El-Fasher.
Ci sentiamo anche di sostenere questo appello e di chiedere a voi di sostenerlo, come già stava indicando ieri l'onorevole Boldrini.Pag. 19
Rispetto ai rapporti tra l'Italia e le RSF, penso ci sia innanzitutto da tenere a mente che il discorso è un pochino trasversale. Non sappiamo esattamente quale sia la natura del rapporto tra il Governo italiano e le RSF. Sappiamo che le RSF, ad esempio, hanno condotto l'evacuazione dei civili italiani da Khartoum dopo il 15 aprile 2023 e sappiamo che ci sono stati incontri tra vertici – non ricordo se delle forze armate o della polizia – e vertici delle RSF negli ultimi due anni.
Al contempo, sappiamo che il Memorandum d'intesa con la polizia sudanese, che nel contesto del Governo Al-Bashir era piuttosto problematico – meno problematico delle RSF ci vuole poco –, è stato siglato nel 2016, quando c'era, se non erro, il Governo Renzi.
Il punto è perché si cerca il sostegno di queste forze di cui si conoscono benissimo le violazioni: si cerca principalmente per contenere i flussi migratori; bisognerebbe cambiare la politica rispetto a questo.
È un processo che si può sviluppare su un medio termine, ma va fatto in vista anche del Patto su migrazione e asilo che entrerà in vigore l'anno prossimo. Siamo ben lontani da questo cambio di approccio. Credo che sicuramente il Governo debba chiarire la natura dei suoi rapporti con le RSF, sia perché non sta, di fatto, prendendo posizione, sia perché le RSF – come peraltro avete sollevato voi stessi nell'interrogazione parlamentare dell'ottobre dell'anno scorso – hanno condotto l'evacuazione dei civili italiani a Khartoum, nell'ambito di un rapporto che sembrava – non voglio dire consolidato, perché non ho prove per questo – quantomeno avviato. Sicuramente questo è un altro aspetto.
È chiaro che la priorità è quella di un Governo civile, è chiaro che la priorità è quella di dare seguito alla rivoluzione del 2018-2019. L'Italia era entrata nel cosiddetto «Gruppo degli Pag. 20amici del Sudan» in quegli anni lì. Sarebbe bello che si desse nuova linfa a quell'iniziativa, che se non sbaglio è tornata a palesarsi solo l'anno scorso in Svizzera, ma con un raggio d'azione molto limitato, e che si esprimesse solidarietà alla società civile sudanese.
Chiaramente, l'Unione europea, il Parlamento europeo, ad esempio, ci permette di poter dialogare anche con la società civile sudanese. La società civile sudanese stessa è frammentata e divisa, però ci sono diverse organizzazioni con le quali dialogare, che sicuramente hanno più legittimità delle due principali parti belligeranti.
Sintetizzando la risposta, un pieno appoggio per quanto concerne le questioni legate al dotarsi di strumenti d'inchiesta per chiarire cosa sta avvenendo ad El-Fasher o di sostenere quelli che già ci sono, per l'appunto la Corte penale internazionale e la Missione d'inchiesta delle Nazioni unite; chiedere al Governo italiano di chiarire i suoi rapporti con le RSF, tenendo presente, però, che finché manterremo un determinato approccio alla questione migratoria è molto probabile che continueremo ad affidarci a forze come le RSF; ce ne sono altre un pochino più a nord che, come ben sappiamo, hanno un curriculum che, tutto sommato, può competere con quello delle RSF.
Penso che questi siano gli elementi principali. Non so se ho risposto, onorevole, ma questi sono gli elementi che mi vengono in mente.
PRESIDENTE. Grazie. Si è prenotato da remoto padre Dalle Carbonare.
DIEGO DALLE CARBONARE, missionario comboniano, intervento in videoconferenza. Grazie.
Mi permetto di insistere su due punti. Quando si parla del rischio del Sudan di spaccarsi in due Paesi, sempre in modo Pag. 21molto semplice vorrei dire che il rischio non è che diventino due Paesi, ma uno e mezzo. Cosa voglio dire? Da una parte – torno a ripetere quello che ho detto prima – il Governo a Port Sudan – con tutti i suoi limiti, con tutta la sua storia fatta di islamismo, di legge islamica – è uno Stato con delle regole, con un sistema; l'altra parte, quella nell'ovest del Paese, che si sta configurando come un'entità diversa, non è uno Stato, non è un sistema, non è un qualcosa di organizzato con il quale si possa interloquire a livello istituzionale.
Queste sono parole semplici, ma, secondo me, importanti da tenere a mente.
L'altra precisazione che ci tengo a fare è che non è che nel Governo – qui parlo del Governo con base a Port Sudan – siano tutti islamisti. Al suo interno ci sono realtà diverse: ovviamente gli islamisti sono una componente forte, con un passato indistruttibile, ma è comunque un Governo che sta facendo un proprio percorso, anche per reinventarsi.
Intanto che l'Europa se ne sta lontana e fa un po' – permettetemi il termine – la preziosa e dice «noi con gli islamisti non dialoghiamo, quindi non facciamo ritornare le Ambasciate in Sudan», in realtà stiamo alimentando proprio la narrativa islamista anti-occidentale, perché l'Occidente sta facendo quella che si dice la «spalla fredda»: si dà una spalla fredda a questo tipo di dialogo.
Se, invece, come Italia e come Europa prendiamo le iniziative, riapriamo i dialoghi, riapriamo una presenza a Port Sudan, secondo me, possiamo dare voce e dare spazio ad un'altra narrativa, che sta crescendo e che deve crescere, che è quella di un Sudan che sia aperto alla pluralità, che sia in mano ai civili e che faccia un passo avanti anche rispetto all'islamismo. Noi missionari siamo i primi ad auspicarlo.Pag. 22
Ci tenevo a fare queste precisazioni. Finché uno vede da fuori e cerca di leggere la guerra, la legge in modo semplice (bianco e nero, buoni e cattivi). Ovviamente non è così la realtà. Speriamo che l'Italia possa porsi come qualcuno che spinge, che prende l'iniziativa, non sempre lì ad aspettare che sia la Germania o che sia la Francia a dettare le politiche europee, ma che anche l'Italia sia propositiva.
PRESIDENTE. Ha chiesto la parola il dottor Oppizzi.
Ricordo che, purtroppo, è l'ultimo intervento, quindi Le chiedo di contenerlo al massimo, perché poi abbiamo un'altra audizione. Grazie.
VITTORIO OPPIZZI, responsabile dei progetti per il Sudan di Medici senza Frontiere, intervento in videoconferenza. Vi ringrazio. Sarò velocissimo.
Sull'aspetto regionale, in risposta alla domanda dell'onorevole Quartapelle, è importante vedere l'impatto. Lascio ad altri le valutazioni politiche, ma è ovvio che non ci sono soluzioni umanitarie a queste crisi umanitarie, bensì soluzioni politiche. L'impatto umanitario è devastante nella regione: più di mezzo milione di rifugiati in Ciad sono il risultato di una violenza che segue l'impianto etnico di quello che vediamo adesso. Il Ciad è uno Stato in cui la popolazione stessa ha bisogno di supporto umanitario.
In Sud Sudan stessa cosa, con – anche lì – più di mezzo milione di persone che sono scappate dal Sudan verso il Sud Sudan. Si parla di partizioni di Paesi vari. Come Medici senza frontiere lavoriamo ancora ad Abyei, una zona tutt'ora disputata dal referendum del 2010, che ha fatto sì che ci sia l'indipendenza del Sudan. Questo solo per sottolineare che già al momento ci sono impatti umanitari molto forti nei Paesi limitrofi, quindi nella regione, dal punto di vista umanitario. Pag. 23Quindi, particolarmente importante è la questione della politica regionale e del supporto a soluzioni che riducano l'impatto umanitario di questa violenza.
Vi ringrazio ancora.
PRESIDENTE. Ringrazio davvero i nostri ospiti per il contributo e dichiaro conclusa l'audizione.
Audizione di rappresentanti dell'Associazione Italia-Birmania Insieme sulla situazione dei diritti umani e politici in Myanmar.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sull'impegno dell'Italia nella Comunità internazionale per la promozione e tutela dei diritti umani e contro le discriminazioni, di rappresentanti dell'Associazione Italia-Birmania Insieme sulla situazione dei diritti umani e politici in Myanmar.
Anche a nome dei componenti della Commissione, saluto e ringrazio per la disponibilità a prendere parte ai nostri lavori il professor Vincenzo Scotti, presidente dell'Associazione Italia-Birmania Insieme, accompagnato dalla Segretaria Generale, dottoressa Cecilia Brighi, e dal dottor Raffaele Morese.
Ricordo che Italia-Birmania Insieme è un'associazione di promozione sociale impegnata a sostenere l'opposizione democratica e sindacale birmana, che opera ormai nella clandestinità, per riportare il Paese sulla strada della democrazia.
Segnalo che il 28 ottobre scorso, nel suo intervento all'ottantesima sessione della Terza Commissione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il capo del Meccanismo investigativo indipendente per il Myanmar, Nicholas Koumjian, ha sottolineato l'aumento dei crimini perpetrati in Myanmar. L'organo delle Nazioni Unite ha raccolto prove che attestano torture Pag. 24e varie forme di violenza sessuale nei riguardi di persone detenute. Sono state, inoltre, documentate esecuzioni sommarie di combattenti e civili catturati da parte di gruppi militari di opposizione.
L'organo delle Nazioni Unite ha, altresì, accertato che abitazioni, attività commerciali e luoghi di culto della minoranza di religione islamica Rohingya sono stati distrutti, spesso sostituiti da basi della guardia di frontiera.
Tali informazioni vanno ad integrare i dati riportati nel rapporto dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, pubblicato a fine agosto, quando l'Arakan Army, una delle organizzazioni etniche armate del Paese, ha preso il potere con il colpo di Stato del 2021, ponendo fine a un decennio di transizione democratica e incarcerando il Presidente, la Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi, membri del Governo, parlamentari e attivisti. Sono state uccise più di 7 mila persone, almeno un terzo delle quali donne e bambini; oltre 29 mila persone sono state arrestate per motivi politici e oltre 22 mila rimangono in detenzione, senza il rispetto del giusto processo e delle garanzie giudiziarie, nei tribunali controllati dall'esercito.
Dall'escalation delle ostilità nello Stato di Rakhine nel novembre 2023 si stima che circa 150 mila Rohingya siano fuggiti in Bangladesh, dove già avevano trovato rifugio oltre un milione di profughi. Peraltro, le atrocità commesse negli ultimi mesi costituiscono una violazione del cessate-il-fuoco negoziato nel marzo scorso da tutti i gruppi armati, all'indomani del tragico terremoto che ha distrutto il Paese e provocato oltre 5 mila vittime.
Da ultimo, segnalo che l'insicurezza alimentare continua ad aumentare a causa del conflitto armato, dell'instabilità economica e dei disastri naturali. Si stima che nel 2025 circa 16 Pag. 25milioni di persone, quasi un terzo della popolazione del Paese, dovranno affrontare elevati livelli di insicurezza alimentare acuta, in netto aumento rispetto ai 13 milioni del 2024.
In questo quadro la decisione della giunta militare di organizzare elezioni generali il prossimo dicembre suscita preoccupazione, tanto più che lo stesso generale Min Aung Hlaing, comandante delle forze armate del colpo di Stato del 2021, ha riconosciuto che l'esercito controlla stabilmente solo il 20 per cento del territorio, mentre il restante 80 per cento è per metà conteso tra le forze armate ribelli e per l'altra metà in mano a vari soggetti, signori della guerra, trafficanti di droga. Peraltro, poiché gran parte degli esponenti democratici sono tuttora in prigione o in esilio, il voto non potrà mai essere considerato libero o credibile.
Forniti questi elementi di contesto, sono lieto di dare la parola al professor Vincenzo Scotti affinché possa svolgere il proprio intervento.
VINCENZO SCOTTI, Presidente dell'Associazione Italia-Birmania Insieme. Grazie, presidente.
Vorrei ringraziare la presidente del Comitato permanente sui diritti umani nel mondo, l'onorevole Laura Boldrini, e la Commissione Affari esteri tutta per averci voluto audire.
Comprendiamo che la gravità dei conflitti internazionali in corso oscura e rende molto complicato affrontare in modo esauriente le molte altre crisi in atto. Il conflitto in Birmania, che dura ormai da quasi cinque anni, è tra quelli completamente dimenticati, nonostante, secondo l'Armed Conflict Location and Event Data Project (ACLED), questo sia, per la sua gravità, il secondo conflitto dopo quello israelo-palestinese, e il terzo a livello mondiale per numero di attacchi aerei e con droni, dietro solo ad Ucraina e Russia.Pag. 26
Da febbraio 2021, oltre 7 mila bombardamenti con aerei e droni hanno distrutto scuole, ospedali, monasteri e comunità, persino nelle aree del terremoto, nonostante il cessate-il-fuoco annunciato dalla giunta militare.
Il 29 ottobre il capo del Meccanismo indipendente ONU sul Myanmar ha dichiarato all'Assemblea Generale che «il Myanmar si trova ad un bivio tra l'impunità e la crisi umanitaria, mentre i crescenti attacchi aerei militari, le diffuse vittime civili e le crescenti prove di crimini di guerra continuano a devastare il Paese».
L'ACLED ha denunciato, inoltre, che il conflitto di questi quasi cinque anni ha prodotto oltre 80 mila vittime. Quasi 30 mila dissidenti sono stati arrestati; di questi, 22.600 sono ancora detenuti, e tra questi il Presidente della Repubblica Win Myint e la Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi, in isolamento e profondamente malata, senza alcun contatto con i suoi avvocati, medici o familiari.
Oltre 3,6 milioni sono gli sfollati interni, privi di cibo e aiuti umanitari. Quasi il 99 per cento dei Rohingya ha cercato rifugio in Bangladesh, mentre 600 mila sono prigionieri in campi per sfollati in Birmania: nonostante siano apolidi, la Giunta li recluta forzatamente nell'esercito.
Da febbraio 2024 la Confederazione sindacale birmana (CTUM), con il nostro sostegno, ha assistito oltre 216 mila giovani in fuga dalla circoscrizione obbligatoria verso la Thailandia. Solo ad agosto e settembre scorso ne sono stati censiti 42 mila.
Dopo quasi cinque anni di una dittatura che ha commesso reiterati crimini di guerra e contro l'umanità, si presentano due possibili direzioni. La prima – certamente non auspicabile, ma non meno probabile – è caratterizzata dalla collusione tra Cina, Russia, alcuni Paesi dell'ASEAN e la giunta militare, che sostengonoPag. 27 la realizzazione delle elezioni illegali, per liquidare definitivamente questa rivoluzione democratica dal basso e ottenere una resa compromissoria, inaccettabile dall'eroico popolo birmano, così da imporre una rinnovata convivenza con i militari mascherata da pseudo-democrazia. La seconda prevede la scelta di contribuire al rafforzamento delle forze di resistenza democratica, con una decisa pressione politica internazionale, un rafforzamento delle sanzioni economiche e finanziarie e il sostegno materiale e finanziario della cosiddetta «rivoluzione di primavera».
Non ci sono vie di mezzo tra queste due opzioni. Dobbiamo riconoscere che la strada adottata dall'Unione europea, dagli altri Paesi democratici e dalle Istituzioni internazionali, ad oggi, si è rivelata del tutto inadeguata. La Commissione europea e i Governi europei hanno ampiamente ignorato la crisi del Myanmar. Ci si è limitati a una serie di risoluzioni del Parlamento europeo, del G7, dell'Assemblea Generale dell'ONU e a pur importanti, ma del tutto parziali, misure restrittive UE, senza, peraltro, adeguate misure di monitoraggio; senza contare che il veto di Cina e Russia ha bloccato qualsiasi decisione vincolante al Consiglio di Sicurezza.
Infine, la decisione di delegare all'ASEAN la gestione della crisi attraverso il cosiddetto «consenso in cinque punti» – accordo nato morto – ha aggravato la situazione, anziché produrre una soluzione. Nel silenzio europeo, l'ASEAN ha ripetutamente riconosciuto la legittimità della giunta, fornito addestramento al suo esercito e permesso ai criminali di guerra di presiedere importanti vertici e Commissioni ASEAN; questo anche se ora dichiara che le elezioni devono essere libere ed eque.
Come illustrato nel nostro rapporto, pensiamo sia fondamentale contrastare due rischi imminenti. Il primo è il rischio Pag. 28concreto di un consolidamento del potere della giunta militare attraverso le elezioni illegali e la conseguente farsa di una contraffazione democratica; il secondo è il rischio di un crescente controllo del Paese e della regione da parte di poteri autocratici.
Cecilia Brighi parlerà di tali rischi e delle azioni necessarie per evitarli. Ringrazio Lei e il gruppo dell'associazione, che ha avuto la forza e il coraggio di resistere in questi cinque anni facendo appelli in tutte le direzioni e a tutte le parti, facendo anticamere e aspettando che qualcuno si svegli e ci possa aiutare.
CECILIA BRIGHI, Segretaria Generale dell'Associazione Italia-Birmania Insieme. Grazie, presidente.
Il professor Scotti ha indicato i due rischi prioritari che l'Italia e l'Unione europea devono affrontare insieme ai partner internazionali e all'ASEAN. Il primo e più urgente rischio riguarda le prossime elezioni del tutto illegali. La giunta controlla ormai – come Lei ha ben detto – il 20-21 per cento del Paese e, come ha ammesso il generale Min Aung Hlaing alla televisione di Stato, l'amministrazione militare non sarà in grado di tenere le elezioni in tutto il Myanmar. In alcune zone si terranno elezioni suppletive solo dopo la formazione di un nuovo Governo semi-civile.
Nel frattempo, la giunta ha revocato lo stato di emergenza e tutte le funzioni governative sono state trasferite al Consiglio nazionale di difesa e sicurezza. Questa è una strategia di rebranding per aggirare le sanzioni internazionali. Oltre quaranta partiti sono stati sciolti – compreso l'LND, il partito di Aung San Suu Kyi – e buona parte dei candidati alle elezioni sono nella lista dei soggetti sanzionati dall'Unione europea.
La giunta ha imposto un'ulteriore legge marziale in 63 township, roccaforti dell'opposizione, e ha adottato leggi che Pag. 29criminalizzano il dissenso, imponendo a chi si oppone alle elezioni una pena minima di tre anni, fino alla pena di morte. Queste elezioni non puntano alla riconciliazione, ma al consolidamento del predominio militare e al ritorno al 2010, quando i generali inscenarono una farsa simile per assicurarsi la legittimità internazionale, pur mantenendo il potere assoluto; produrranno un peggioramento della crisi umanitaria e di sicurezza, incoraggeranno il regime ad intensificare gli attacchi contro i civili e rafforzeranno l'alleanza del Paese con Cina, Russia, Bielorussia e Corea del Nord, minando la stabilità regionale e internazionale ed alimentando la migrazione forzata, la criminalità internazionale e l'insicurezza transfrontaliera, con impatti gravi sull'ASEAN, ma anche sull'Unione europea.
Il secondo rischio imminente è quello di un crescente controllo sul Myanmar e sulla regione da parte di Cina, Russia, Bielorussia ed India, i principali sostenitori della giunta e delle elezioni illegali, e ora anche della Corea del Nord, che si unisce ufficialmente a loro. Tutti questi Paesi continuano a vendere armi – e la Russia anche petrolio – sia all'esercito birmano e, per suo tramite, anche alla Cina, attraverso petroliere fantasma che navigano in modo occulto verso i porti di Myanmar.
Un nostro team di ricerca ha tracciato un numero allarmante di petroliere – oltre novanta – da febbraio ad agosto scorso, che hanno scaricato carburante nei porti birmani o sono transitati attraverso hub di trasbordo in Malesia, Singapore, Indonesia e Vietnam. I porti e le rotte di transito in fase di sviluppo in Myanmar, come il porto profondo cinese di Kyaukpyu, su un'area di 1.700 chilometri quadrati, potenziale base per la Marina militare cinese, e il porto profondo russo di Dawei, non saranno solo corridoi economici, ma anche potenziali avamposti militari, basi navali o hub logistici, che consentiranno a Cina Pag. 30e Russia di proiettare la loro potenza militare nell'Oceano Indiano e – aggiungo – nel Mar cinese meridionale, trasformando il Myanmar in un trampolino di lancio per operazioni militari di spionaggio informatico verso il Mar cinese meridionale e oltre, mettendo a repentaglio la libertà di navigazione, la stabilità regionale ed il diritto internazionale. Stessa preoccupazione riguarda le operazioni nell'isola di Great Coco, dove si sospetta la costruzione di una base di spionaggio militare.
Il porto russo in acque profonde di Dawei e la zona economica speciale ad esso collegata diventeranno il più grande polo industriale e commerciale del sud-est asiatico, porta d'accesso al commercio nella più ampia regione del Greater Mekong River, che comprende Cambogia, Laos, Thailandia, Vietnam e Cina; una leva strategica e militare per la Russia, che ha finora un'influenza minima nell'area.
In questi cinque anni il Myanmar è rapidamente diventato un epicentro globale di criminalità informatica organizzata. Iniziata come un'attività di gioco d'azzardo off-shore, si è trasformata in una complessa rete di truffe, tratta di esseri umani e frodi, un fenomeno in scala industriale, con impatti internazionali, che rastrella almeno 64 miliardi l'anno di profitti illeciti. Si stima che circa 150 mila persone siano ridotte in schiavitù da organizzazioni criminali che operano in tutto il Myanmar, a cui l'esercito birmano fornisce tutta la copertura. Secondo il Global organized crime index, il Myanmar è oggi il più grande centro di criminalità organizzata del pianeta. Per questo, il 24 ottobre 2025 il Gruppo d'azione finanziaria internazionale (GAFI) ha deciso di mantenere il Myanmar tra i tre Paesi della cosiddetta «blacklist», insieme ad Iran e Corea del Nord.
Per interrompere la catena delle violenze della giunta militare, del traffico di esseri umani e del lavoro schiavo e forzato, Pag. 31grazie al lavoro sindacale internazionale, a giugno 2025 l'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) ha approvato la storica risoluzione in base all'articolo 33 della sua costituzione. L'eliminazione del lavoro schiavo e forzato, delle violenze, delle torture e degli altri trattamenti inumani contro sindacalisti e attivisti del lavoro, nonché del reclutamento forzato dei giovani nell'esercito, sono al centro della risoluzione OIL, che chiede ai Governi e alle imprese di riesaminare i rapporti con il Myanmar, per evitare che possano contribuire al supporto e alla fornitura di equipaggiamenti o mezzi militari, incluso il carburante per gli aerei, o il libero flusso di fondi – lo sottolineo – alle autorità militari, con l'obiettivo di neutralizzare tutti i mezzi che hanno favorito o consentito il perpetuarsi delle predette gravi violazioni.
In tema di eliminazione del supporto alle forniture militari, incluso il carburante, vorremmo sottolineare il collegamento tra i brand della moda – mondiali, europei ed italiani – e l'acquisto di carburante, fondamentale per la repressione e i bombardamenti. Il quotidiano della giunta militare ha confermato che da giugno a fine ottobre 2025 la Banca centrale del Myanmar ha venduto ripetutamente decine di milioni di dollari USA, provenienti dalle esportazioni delle aziende manifatturiere e dell'abbigliamento (cosiddetto «cut, make and package»), a società importatrici di olio combustibile; scelte che rientrano nel tentativo di immettere valuta estera nel settore del carburante. Secondo il quotidiano di stato Global New Light of Myanmar (giornale ufficiale della giunta militare) il volume totale degli scambi commerciali nel 2024 tra l'Unione europea e il Myanmar ammontava a 3,6 miliardi di euro e le importazioni europee dal Myanmar di prodotti tessili e abbigliamento hanno raggiunto, sempre nel 2024, una somma pari a 3,1 miliardi di euro. Le dichiarazioni della Banca centrale del Myanmar mostrano la Pag. 32prova di collegamenti finanziari tra il settore del tessile e abbigliamento e i militari. Attraverso il riciclo di valuta e i ricavi di valuta estera degli esportatori di abbigliamento, vengono assorbiti dalla Banca centrale del Myanmar e successivamente distribuiti agli importatori designati. Il carburante, che la giunta militare può pagare grazie agli introiti in euro del settore abbigliamento, è utilizzato non solo per attività civili, ma anche per il funzionamento di veicoli blindati per il trasporto truppe, per i generatori dei bunker di comando, per i centri di comunicazione, per gli ospedali militari, per gli alloggi ufficiali e – cosa più importante – per le venticinque fabbriche statali che producono gran parte delle armi (pistole, munizioni, bombe a grappolo, bombe a barile).
Questi dati evidenziano il rischio credibile che i proventi delle esportazioni del settore abbigliamento, compresi quelli italiani, finanzino indirettamente le operazioni militari.
Il Myanmar è uno dei principali beneficiari delle preferenze tariffarie europee «everything but arms». Nonostante il Myanmar violi pesantemente i criteri per l'accesso a queste preferenze tariffarie, la Commissione UE si è sempre opposta alla sospensione di tali preferenze, sostenendo che non vi è alcun legame tra la filiera dell'abbigliamento e la giunta militare e che tale sospensione aumenterebbe la disoccupazione e la povertà dei lavoratori.
Ogni legame tra i profitti della vendita di prodotti della moda e i militari appare oggi chiaro. Se i proventi delle esportazioni dell'abbigliamento contribuiscono indirettamente al finanziamento delle importazioni di carburante militare, i brand della moda corrono il rischio di complicità involontaria con le operazioni militari e le relative violazioni dei diritti umani, creando una vulnerabilità reputazionale ed inficiando la credibilità e gli impegni di approvvigionamento etico, esponendoPag. 33 altresì i marchi ai controlli di autorità di regolamentazione, società civile e consumatori.
Infine, dopo quasi cinque anni di misure inefficaci, chiediamo all'Italia, alla Commissione europea, al Parlamento europeo e ai Governi dell'Unione europea di adottare con urgenza programmi per contrastare le azioni illegali e gli obiettivi post-elettorali della giunta militare, rifiutando qualsiasi compromesso con il Governo fantoccio che ne scaturirebbe, promuovendo iniziative politiche e diplomatiche attraverso l'Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN) e le Nazioni Unite, per garantire che eventuali futuri negoziati prevedano il ritiro totale dei militari dalla politica e dall'economia e un effettivo controllo civile sulle forze armate. I negoziati potranno essere possibili solo dopo il rilascio incondizionato di tutti gli oppositori incarcerati. Per strangolare la giunta militare sarà fondamentale, seguendo l'esempio delle misure restrittive adottate con le banche russe, sanzionare le quattro istituzioni finanziarie statali birmane, così da bloccare l'arrivo di valuta pregiata, determinante per l'acquisto di armi e carburante per aerei, attuando una due diligence rafforzata sulle transazioni commerciali, in conformità con le linee guida del GAFI (o del FATF, Financial Action Task Force) e il suo invito all'azione nei confronti del Myanmar. Ciò include il blocco di servizi di messaggistica finanziaria SWIFT (society for worldwide interbank financial telecommunication).
L'Unione europea, al contempo, dovrebbe garantire la protezione delle rimesse dei migranti, che rappresenta uno dei problemi reali. Difatti, bloccando l'entrata dell'euro, le valute dei migranti, che sono milioni dalla Birmania, possono essere bloccate. Chiediamo di adottare sanzioni mirate per bloccare la fornitura e, quindi, il trasferimento anche di carburante, sanzionandoPag. 34 le assicurazioni e le riassicurazioni, le grandi reti di assicurazioni internazionali, soprattutto inglesi.
Il Governo italiano dovrà farsi parte attiva, in coordinamento con le parti sociali, nell'attuazione delle misure previste dalla risoluzione OIL, intensificando il sostegno ai sindacati e ai datori di lavoro – grazie anche a noi, è nata un'organizzazione indipendente e democratica dei datori di lavoro birmani – e al Governo di unità nazionale. Chiediamo al Parlamento italiano di approvare una risoluzione bipartisan, non rituale – perché ne abbiamo viste tante, fatte con il ciclostile – fuori dai tradizionali schemi diplomatici, che non hanno portato a nulla; una risoluzione che impegni l'Italia a non riconoscere elezioni illegali, a non interagire con alcuna autorità derivante da tali elezioni o con i cosiddetti «deputati nominati» da questo processo fraudolento.
Chiediamo, infine, al Parlamento italiano di organizzare una conferenza internazionale per la democrazia in Birmania, con la partecipazione dei Parlamenti di altri Paesi chiave, soprattutto asiatici, e degli attori democratici birmani, che stanno costruendo dal basso un futuro democratico del Paese. Questa proposta nasce dall'ultimo incontro dell'Inter-Parliamentary Union (IPU) e credo che sia un'iniziativa fattibile, su cui possiamo dare il nostro contributo.
L'eroismo delle donne e degli uomini birmani va riconosciuto e sostenuto, se vogliamo che la democrazia rimanga forte anche qui in Europa e non venga sconfitta dai nuovi poteri autocratici. Ogni giorno di ritardo nell'azione politica e diplomatica operativa rischia di compromettere irrimediabilmente il futuro del Myanmar e del suo popolo e di incrinare anche la nostra democrazia.
Grazie.
PRESIDENTE. Grazie mille. Do la parola ai colleghi che intendono intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.
LAURA BOLDRINI. Ringrazio il professor Scotti e la dottoressa Brighi per aver voluto venire in questa Commissione per sollevare una questione tra le più neglette riguardo al Myanmar, alle condizioni che si vivono in quel Paese, al regime di terrore e paura, alle espulsioni di massa, alle deportazioni dei Rohingya verso il Bangladesh. Sappiamo bene che in Bangladesh la persecuzione è continua nei confronti dei Rohingya, persone che, quindi, hanno un destino segnato ovunque vadano a trovare rifugio.
È evidente che qui è necessaria la politica, è necessaria un'azione di pressione nei confronti della giunta militare, che, con le spalle coperte da grandi potenze, come la Cina, ma anche la Russia e la Corea del Nord, intende fare un'elezione farsa per riuscire ad accreditarsi e, dunque, continuare a stare al potere. Per riuscire ad incidere su questo processo è necessaria un'azione di pressione. Dunque, vi chiedo se voi siete al corrente di iniziative che avviate in seno all'Unione europea o alle Nazioni Unite, considerato che queste elezioni si dovrebbero tenere a breve, a fine dicembre. Quindi, mi chiedo e vi chiedo se, vista la vicinanza della data delle elezioni annunciata dalla giunta, se sono in corso dei tentativi fattivi di pressione sulla giunta, cercando anche di mettere queste potenze, come la Cina e la Russia, all'angolo. Del resto, in mancanza di un'alternativa, è evidente che si andrà verso quella direzione.
Ad ogni modo, dottoressa Brighi, noi normalmente facciamo atti parlamentari con piena convinzione, non con ritualità o perché riteniamo che sia un obbligo farli. Li facciamo nella consapevolezza che il Governo dovrebbe, poi, dare seguito a questi atti; purtroppo non sempre è così: ci siamo trovati di Pag. 36fronte a risoluzioni approvate all'unanimità – badate, atti che dovrebbero dare gli indirizzi al Governo – che il Governo ha disatteso. Domanda: voi avete sentore di quale sia la posizione del Governo rispetto a queste elezioni? Avete avuto, voi o altre realtà della società civile, interlocuzioni con il Governo spiegando la necessità di prendere una posizione e anche di sollevare la questione nelle sedi internazionali, a cominciare dall'Unione europea? C'è una presa d'atto, un impegno che è stato preso? Oppure, non avete avuto riscontri? D'altronde, voi fate a noi l'appello e noi recepiamo questo appello. Mi impegno fin d'ora ad elaborare un'altra risoluzione, anche se i tempi sono stretti, rispetto a ciò che andiamo a chiedere al Governo, e giustamente andiamo a chiedere al Governo di contrastare le elezioni elettorali in Myanmar e aspettare che vengano rilasciati gli oppositori. Solo con il rilascio degli oppositori si può parlare di free and fair elections, altrimenti è una farsa. Quindi, io ritengo giusto questo passaggio. Lo stesso dicasi rispetto alle altre richieste che ci avete fatto sui migranti, sul fatto che le rimesse in euro non possono entrare e quant'altro.
Personalmente vi consiglio un'interlocuzione con il Governo, vi consiglio un'interlocuzione con la maggioranza perché, come vede, qui non ci sono colleghi di maggioranza. C'è il vicepresidente della Lega, che essendo vicepresidente è, dunque, istituzione, in questo momento presiede. Dunque, di fronte a questo vi invito a non fermarvi con questa audizione, ma a sollecitare l'interessamento della maggioranza e, soprattutto, a chiedere al Ministro un incontro per fare in modo che recepisca queste vostre richieste. Da parte nostra cercheremo di fare questa risoluzione, ma il lavoro va fatto su più livelli.
Vi ringrazio.
PRESIDENTE. Grazie davvero, onorevole Boldrini. Nel frattempo non vedo più il presidente Fassino, per cui ne approfitterei,Pag. 37 sfruttando gli ultimi dieci minuti che abbiamo a disposizione, per aggiungere una considerazione geopolitica. Già avete detto tanto sul ruolo della Russia e della Cina, ma in particolare rispetto alla Cina si è parlato di un gioco ambiguo su ambo i fronti, con i cosiddetti «ribelli» e, al contempo, con il Governo. Vi chiedo se potete darci qualche informazione in più. È chiarissimo l'interesse cinese sul porto in acque profonde per aggirare lo Stretto di Malacca e immettersi direttamente nell'Oceano Indiano, come è estremamente chiaro cosa sta succedendo intorno alle isole Andamane. Questo lo sappiamo. Sarebbe interessante capire, invece, il gioco della Cina.
Non essendovi ulteriori richieste di intervento da parte dei colleghi, do la parola ai nostri ospiti per la replica.
CECILIA BRIGHI, Segretaria generale dell'Associazione Italia-Birmania Insieme. Grazie della domanda, che trovo molto interessante e molto utile. La Cina ha sempre giocato la «politica dei due forni», sostenendo le opposizioni presenti soprattutto nel nord della Birmania, nella zona speciale di Wa e nel Kachin, perché ha una serie di interessi strategici di carattere economico e geopolitico, come la questione del porto profondo di Kyaukpyu, ma non solo. Nel nord della Birmania – prima non ne abbiamo parlato per questioni di tempo – c'è tutta la grande area di estrazione delle terre rare e la Cina è il primo produttore di tecnologia con terre rare pesanti, che vengono estratte dalla Birmania, perché le zone cinesi da cui si dovrebbero estrarre le terre rare hanno problemi di carattere ambientale. L'estrazione delle terre rare, infatti, come l'estrazione dell'oro, richiede l'utilizzo di sostanze altamente tossiche, motivo per cui hanno dovuto chiudere molte delle miniere cinesi. Infatti, da dopo il colpo di Stato ad oggi c'è stato un raddoppiamento delle miniere di terre rare nel Kachin. Quella parte di questo stato del nord della Birmania è in mano Pag. 38all'opposizione Kachin, quindi la Cina ha dovuto negoziare e anche rallentare la produzione di terre rare proprio per questo motivo, perché ci sono stati dei contraccolpi dal punto di vista delle tariffe di esportazione delle terre rare verso la Cina. Però, complessivamente la Cina ha bisogno di garantire i propri investimenti, che sono strategici. Sono oltre quaranta investimenti, che riguardano tecnologie, zone industriali e progetti idroelettrici, ma anche la ferrovia che andrà da Kyaukpyu fino allo Yunnan, che è una provincia chiusa della Cina, che ha già il gasdotto e l'oleodotto che permettono il transito di gas e carburante.
La Cina, quindi, è interessatissima ad una stabilizzazione della situazione birmana e ha fatto un accordo con la giunta militare per l'introduzione di un sistema di sicurezza privato. Come il gruppo Wagner per la Russia, ora c'è una sorta di gruppo Wagner cinese in Birmania, che ovviamente crea grandissimi problemi, perché si sono collegati tutti intorno agli investimenti strategici cinesi e questa ferrovia e buona parte degli investimenti attraversano proprio le zone del conflitto. Quindi, la situazione è molto complessa per la Cina e, ovviamente, loro puntano a garantirsi con la giunta militare, che chiaramente non è una giunta democratica, e quindi sono molto più vicini anche da un punto di vista strategico futuro.
Per quanto riguarda la questione sollevata dall'onorevole Boldrini, noi abbiamo chiesto ripetutamente incontri al Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e abbiamo un'interlocuzione con il Ministero e la Direzione generale Asia piuttosto costante; il nodo di fondo – nonostante la Direzione Asia, nei rapporti con le altre amministrazioni europee, abbia assunto un ruolo di guida rispetto alla questione delle sanzioni economiche – è la totale assenza dell'Unione europea e della Commissione europea. Abbiamo tentato ripetutamentePag. 39 e abbiamo avuto incontri con la Direzione generale commercio internazionale della Commissione europea, soprattutto sulla vicenda delle sanzioni, abbiamo avuto incontri con il Parlamento europeo, però i nostri europarlamentari sono completamente assenti. Noi mandiamo costantemente e mensilmente le nostre news ed informazioni, abbiamo anche cercato di fare degli incontri proprio recentemente, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Quindi, c'è un problema di sensibilità complessiva rispetto alla vicenda birmana.
Per quanto riguarda il discorso della maggioranza, abbiamo chiesto, già da un mese, un incontro alla Commissione Affari esteri e difesa del Senato, perché pensiamo che anche lì ci debba essere l'apertura di un dialogo propositivo e pensiamo che sulla vicenda birmana ci debba essere un approccio bipartisan. D'altronde, le tematiche sono trasversali, considerato che qui stiamo parlando di democrazia, stiamo parlando di diritti fondamentali nel lavoro, stiamo parlando di questioni che attengono anche alla democrazia in Italia. La questione degli scam centre (centro di frodi) o della droga – la Birmania è il primo produttore di oppio al mondo – ci tocca da vicino. Quindi, vi è la necessità di trovare un'interlocuzione bipartisan.
La nostra idea di fare una conferenza sulla democrazia in Birmania pensiamo che possa essere importante per produrre una dichiarazione del Parlamento italiano, insieme ai Parlamenti asiatici; proposta, peraltro, emersa nell'ultima riunione dell'Inter-Parliamentary Union. Considerata la facilità con cui riusciamo a lavorare insieme, ritengo che sia una cosa fattibile.
PRESIDENTE. Grazie. Dobbiamo purtroppo chiudere, per cui do rapidamente la parola al presidente Fassino per un breve intervento a chiusura. Ricordo soltanto che, sotto la presidenza Fassino, avevamo approvato alcuni atti parlamentari, sollecitati anche da voi. Prego, presidente.
Pag. 40 PIERO FASSINO. Grazie. Non faccio assolutamente conclusioni, anche perché presiede il presidente Formentini. Ringrazio Cecilia Brighi e Vincenzo Scotti per le loro introduzioni, che ritengo molto utili. Credo che le loro relazioni scritte possano essere messe a disposizione di tutta la Commissione, anche dei membri della Commissione che oggi non hanno potuto essere presenti, perché si abbia una conoscenza adeguata e precisa, come quella indicata, appunto, in queste relazioni.
Faccio solo una proposta: nei giorni scorsi il Presidente Macron ha lanciato un appello per la liberazione di Aung San Suu Kyi, invocando l'ingiustizia della sua detenzione e le condizioni particolarmente precarie di salute della signora. Mi chiedo – lo propongo al presidente Formentini, chiedendogli di parlarne con il presidente Tremonti – se non possa essere promosso da noi un appello, un'iniziativa dei presidenti delle Commissioni Esteri dei Paesi dell'Unione europea – che parta da noi e coinvolga i presidenti delle Commissioni degli altri Paesi –, un appello e un'iniziativa che si congiunga, si accompagni, si affianchi a questa iniziativa del Presidente Macron e che sensibilizzi ogni Parlamento sulla drammatica situazione del Myanmar, di cui la detenzione di Aung San Suu Kyi è un elemento simbolico.
Mi limito a questo e lascio al presidente Formentini di trarre da questa mia proposta una conclusione e di parlarne con il presidente Tremonti per vedere se è praticabile.
Grazie.
PRESIDENTE. Lo faremo senz'altro. Non essendovi ulteriori richieste di intervento da parte dei colleghi, ringrazio nuovamente i nostri ospiti per il contributo e dichiaro conclusa l'audizione.
La seduta termina alle 16.15.