XIX Legislatura

III Commissione

COMITATO PERMANENTE SUI DIRITTI UMANI NEL MONDO

Resoconto stenografico



Seduta n. 31 di Giovedì 8 maggio 2025

INDICE

Sulla pubblicità dei lavori:
Boldrini Laura , Presidente ... 2 

INDAGINE CONOSCITIVA SULL'IMPEGNO DELL'ITALIA NELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE PER LA PROMOZIONE E TUTELA DEI DIRITTI UMANI E CONTRO LE DISCRIMINAZIONI
Boldrini Laura , Presidente ... 2 
Borello Federico , Direttore esecutivo ... 2 
Boldrini Laura , Presidente ... 6 
Borello Federico , Direttore esecutivo ... 7 
Boldrini Laura , Presidente ... 8

Sigle dei gruppi parlamentari:
Fratelli d'Italia: FdI;
Partito Democratico - Italia Democratica e Progressista: PD-IDP;
Lega - Salvini Premier: Lega;
Forza Italia - Berlusconi Presidente - PPE: FI-PPE;
MoVimento 5 Stelle: M5S;
Alleanza Verdi e Sinistra: AVS;
Azione - Popolari europeisti riformatori - Renew Europe: AZ-PER-RE;
Noi Moderati (Noi con l'Italia, Coraggio Italia, UDC e Italia al Centro) - MAIE - Centro Popolare: NM(N-C-U-I)M-CP;
Italia Viva - il Centro - Renew Europe: IV-C-RE;
Misto: Misto;
Misto-Minoranze Linguistiche: Misto-Min.Ling.;
Misto-+Europa: Misto-+E.

Testo del resoconto stenografico
Pag. 2

PRESIDENZA DELLA PRESIDENTE
LAURA BOLDRINI

  La seduta comincia alle 8.30.

Sulla pubblicità dei lavori.

  PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche mediante la resocontazione stenografica e la trasmissione attraverso la web-tv della Camera dei deputati.

Audizione di Federico Borello, Direttore esecutivo ad interim di Human Rights Watch .

  PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sull'impegno dell'Italia nella Comunità internazionale per la promozione e tutela dei diritti umani e contro le discriminazioni, l'audizione di Federico Borello, Direttore esecutivo ad interim di Human Rights Watch.
  Ricordo che la partecipazione da remoto è consentita alle colleghe e ai colleghi secondo le modalità stabilite dalla Giunta per il Regolamento.
  Anche a nome dei componenti del Comitato, saluto e ringrazio per la disponibilità a prendere parte ai nostri lavori il dottor Borello, che è accompagnato dalla dottoressa Judith Sunderland.
  Ricordo che Human Rights Watch è stata fondata nel 1978 come Helsinki Watch, con l'obiettivo di indagare sulle violazioni dei diritti umani nei Paesi firmatari degli Accordi di Helsinki. Da allora, le sue attività si sono estese a tutto il mondo, con indagini su massacri e genocidi, ma anche sulle violazioni dei media da parte dei Governi e sugli arresti infondati di attivisti e oppositori politici. Allo stesso tempo, il raggio di azione si è ampliato alle violazioni perpetrate a danno dei soggetti più vulnerabili, tra cui donne, disabili e persone LGBTQ+. Pur basandosi in larga parte su interviste di persone, anche i metodi di ricerca sono cambiati nel tempo, e oggi gli operatori di Human Rights Watch utilizzano immagini satellitari e big data per individuare e portare all'attenzione dell'opinione pubblica i casi di arresti ingiustificati o le deportazioni ai danni dei migranti.
  Per garantire la massima indipendenza, Human Rights Watch rifiuta finanziamenti governativi e valuta attentamente tutte le donazioni per assicurarsi che siano coerenti con la sua missione e con i suoi valori.
  Forniti questi elementi, sono molto lieta di dare la parola al dottor Borello affinché svolga il suo intervento.

  FEDERICO BORELLO, Direttore esecutivo ad interim di Human Rights Watch. Onorevole presidente Boldrini, onorevoli deputate e deputati, ringrazio per l'opportunità di intervenire dinanzi a questo Comitato, in un momento cruciale in cui l'Europa, e l'Italia in modo particolare, sono chiamati a dimostrare i propri valori e la propria determinazione.
  Consentitemi di iniziare dal fronte che oggi ci tocca più da vicino: l'Ucraina. Con l'inizio del quarto anno di guerra su vasta scala, la popolazione ucraina continua a subire gravi sofferenze a causa delle azioni delle forze russe, responsabili anche di crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Tra gennaio e marzo di quest'anno le vittime civili sono aumentate di oltre il 40 per cento rispetto allo stesso periodo del 2024. La Russia continua a detenere migliaia di civili ucraini, in violazione del diritto internazionale. Molti sono stati torturati, trasferiti con la forza o sono scomparsi.Pag. 3 Migliaia di bambini sono stati deportati in Russia o Bielorussia. I prigionieri di guerra ucraini sono sistematicamente maltrattati e torturati in quello che la Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite ha dichiarato essere un crimine contro l'umanità. La Russia ha imprigionato centinaia di propri cittadini per essersi espressi contro la guerra.
  Grazie alla sua crescente influenza come intermediario tra l'Unione europea e gli Stati Uniti, l'Italia si trova oggi in una posizione privilegiata e, allo stesso tempo, investita di una crescente responsabilità per la promozione della giustizia e della tutela dei civili come pilastri essenziali della politica europea per la costruzione di una pace duratura, anche nel quadro di eventuali negoziati per un cessate-il-fuoco.
  Questo impegno si traduce, innanzitutto, nel garantire il rilascio dei civili ucraini detenuti illegalmente, compresi coloro che sono stati trasferiti in Russia. Inoltre, questo impegno si traduce nell'esclusione dell'amnistia per i crimini più gravi; i tavoli di negoziato non devono mai trasformarsi in scorciatoie per l'impunità; coloro che si sono resi colpevoli di atrocità contro i civili, prigionieri di guerra o minori deportati devono essere chiamati a rispondere delle proprie azioni davanti alla giustizia.
  In questa direzione l'Italia ha il dovere di sostenere apertamente i meccanismi internazionali di accertamento delle responsabilità, inclusi i procedimenti giudiziari nazionali, l'applicazione della giurisdizione universale e il lavoro della Corte penale internazionale. La giustizia non è una scelta politica, è un imperativo giuridico ed è, soprattutto, la via più solida e credibile verso una pace autentica e duratura, in Ucraina come altrove.
  Ma l'impegno per la giustizia non termina in Ucraina. Affinché la Corte penale internazionale possa operare efficacemente nel contesto ucraino, è essenziale che i Governi si impegnino a tutelarne l'indipendenza e la legittimità, a prescindere da dove avvengono i crimini, anche quando ciò comporta scelte politicamente scomode.
  Questo principio trova oggi una delle prove più difficili nel contesto delle ostilità tra Israele e Palestina. Il drammatico bilancio delle vittime civili a Gaza, così come le sofferenze persistenti dei civili sia a Gaza sia nel sud d'Israele, dimostrano le conseguenze devastanti di un'applicazione selettiva – o del tutto assente – del diritto internazionale da parte di Governi e di gruppi armati.
  Interi quartieri della Striscia di Gaza sono stati completamente distrutti. La quasi totalità della popolazione – oltre 2 milioni di persone – è stata sfollata, molti di loro più e più volte. Servizi essenziali come sanità, acqua ed elettricità sono stati deliberatamente compromessi o negati. Tuttavia, molte dichiarazioni ufficiali dell'Unione europea descrivono la crisi umanitaria a Gaza come se fosse frutto di un disastro naturale piuttosto che una crisi creata dalle decisioni e dalle politiche di un Governo. Ciò avviene nonostante siano state emesse tre decisioni giuridicamente vincolanti della Corte internazionale di giustizia, ignorate da Israele, che continua a usare la fame come arma di guerra. Ciò avviene nonostante il Primo Ministro israeliano sia ricercato per crimini di guerra e contro l'umanità dalla Corte penale internazionale.
  Anche in Cisgiordania la situazione sta rapidamente peggiorando. Lo scorso anno la Corte internazionale di giustizia ha emesso un parere storico, affermando l'illegalità dell'occupazione israeliana e denunciandone la natura oppressiva, contrassegnata da gravi violazioni dei diritti umani, incluso il crimine di apartheid. La Corte ha chiaramente indicato che gli insediamenti devono essere smantellati, che gli Stati non devono riconoscere né sostenere l'occupazione, anche attraverso attività commerciali, e che ai palestinesi spetta un risarcimento.
  Eppure, tutto ciò che accade in Cisgiordania racconta un'altra storia. L'Unione europea continua a rilasciare dichiarazioni, ma, al di là di qualche sanzione isolata contro una manciata di coloni, resta inerte, mentre le autorità israeliane continuano ad uccidere, sfollare e assediare i palestinesi. Alcuni Governi dell'Unione europea parlano di voler riconoscere la Palestina,Pag. 4 ma nei fatti continuano ad intrattenere rapporti economici con gli insediamenti e a fornire armi e sostegno militare al Governo israeliano.
  Non è dunque soltanto ipocrisia, si tratta di complicità in queste violazioni dei diritti umani. È tempo che l'Unione europea prenda sul serio il diritto internazionale e passi dalle parole ai fatti. Questo significa vietare il commercio con gli insediamenti, fermare la vendita di armi, applicare sanzioni mirate contro i funzionari implicati in violazioni e abusi e valutare seriamente la sospensione dell'Accordo di associazione con Israele.
  Non si tratta di prendere posizione a favore di una parte o dell'altra, ma di difendere i princìpi fondamentali che tutelano i civili e che impongono responsabilità ogni qualvolta tali princìpi vengono infranti. Per questo l'Unione europea, con l'Italia in prima linea, deve sostenere in modo fermo e coerente i meccanismi della giustizia internazionale, inclusa la Corte penale internazionale, senza eccezioni né ambiguità.
  Sfortunatamente la Corte penale si trova oggi sotto forti pressioni. A febbraio gli Stati Uniti hanno introdotto sanzioni contro il procuratore, in base ad un ordine esecutivo concepito per ostacolarne il lavoro, incluse le indagini contestate dall'Amministrazione di Donald Trump, come quella sulla Palestina. Si prevedono ulteriori misure in tal senso da parte del Governo americano. Queste sanzioni non solo mettono a rischio l'indipendenza e l'operatività della Corte, ma hanno un effetto dissuasivo su chi collabora con essa: vittime, testimoni e organizzazioni della società civile.
  L'Italia dovrebbe far valere la propria influenza diplomatica a Washington per difendere l'autonomia della Corte e l'Unione europea dovrebbe agire senza indugio per includere queste sanzioni nello statuto di blocco. La cooperazione e il sostegno dell'Unione alla Corte penale internazionale non possono essere subordinate alla politica interna degli Stati Uniti. Tuttavia, difendere la Corte non significa soltanto fare da contrappeso a Washington. Si tratta anche di un'azione di principio da parte di Roma, dove è stato adottato il Trattato istitutivo della Corte.
  All'inizio di quest'anno Osama Al Masri, oggetto di un mandato d'arresto della Corte penale per crimini di guerra e contro l'umanità commessi in Libia, anche a danno di migranti, è stato arrestato a Torino. Tuttavia, due giorni dopo le autorità italiane lo hanno rimpatriato in Libia su un volo di Stato. Mentre la magistratura italiana ha avviato un'indagine sulla vicenda e la Corte penale sta valutando il mancato rispetto della richiesta di consegna, il segnale lanciato è stato chiaro: la convenienza politica ha prevalso sull'obbligo giuridico.
  Un messaggio analogo è stato trasmesso quando il Ministro Tajani ha affermato che l'Italia non avrebbe eseguito il mandato di arresto della Corte nei confronti del Primo Ministro israeliano Netanyahu, sostenendo la sua immunità in quanto Capo di Governo, nonostante siano chiare le sentenze della Corte che affermano che tale immunità non esiste ai sensi dello Statuto di Roma e che i Paesi membri della Corte come l'Italia hanno l'obbligo di arrestare anche un Capo di Governo in carica.
  Nel frattempo, il Ministro Tajani e altri esponenti europei hanno incontrato Netanyahu in più occasioni dopo il mandato, in evidente contraddizione con la posizione ufficiale dell'Unione europea sui contatti con individui incriminati dalla Corte.
  In netto contrasto, molti Governi e l'Unione europea hanno accolto con favore il mandato d'arresto contro Vladimir Putin, anch'egli Capo di Stato in carica.
  L'Italia non può permettersi di applicare in modo selettivo i mandati della Corte. Una simile incoerenza mina la credibilità non solo del nostro Paese, ma dell'intera Unione europea, nel promuovere e difendere lo Stato di diritto. Se il principio dello Stato di diritto deve avere un significato concreto, esso deve valere per tutti, senza eccezioni.
  In un momento in cui il mandato della Corte penale è oggetto di attacchi aperti e pericolosi da parte di potenze come gli Stati Uniti e la Russia, un impegno coerentePag. 5 per la giustizia internazionale da parte dell'Italia è più necessario che mai.
  Presidente, onorevoli deputate e deputati, questo ci conduce a riflettere più ampiamente sulla politica estera dell'Italia, in particolare sul suo ruolo nel Mediterraneo e nel Nordafrica. Storicamente l'Italia ha avuto un'influenza significativa nel definire l'approccio dell'Unione europea verso questa regione. Oggi, però, tale ruolo sembra essere sempre più ridotto ad un'unica priorità, il controllo dei flussi migratori. Questa visione ristretta ha condotto alla conclusione di accordi che mettono a rischio la vita e i diritti dei migranti, contribuendo al tempo stesso a silenziare legittime preoccupazioni sul deterioramento della situazione dei diritti umani nella regione.
  In Tunisia stiamo assistendo a un crollo delle libertà civili e politiche. Lo spazio per il dissenso si restringe rapidamente, con decine di oppositori politici, giornalisti e avvocati arrestati arbitrariamente. I procedimenti giudiziari sono spesso sommari e le condanne sproporzionate, arrivando, come in un caso recente, fino a sessantasei anni di carcere. I migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati sono sottoposti a detenzioni arbitrarie, espulsioni collettive illegali e deportazioni forzate verso le zone di confine con la Libia e l'Algeria. Anche chi presta loro assistenza è diventato bersaglio di arresti, intimidazioni e indagini sui finanziamenti, con l'intento di ostacolarne le attività.
  Nonostante tutto questo, l'Italia e l'Unione europea proseguono nel rafforzare i legami economici con il Governo tunisino – un Governo sempre più autoritario –, trascurando completamente le implicazioni in termini di diritti umani.
  L'Italia, forte della sua relazione privilegiata con la Tunisia, dovrebbe invece esercitare la propria influenza per riportare i diritti umani al centro della cooperazione privata e pubblica con le autorità tunisine e vincolare la futura cooperazione al rispetto di autentici parametri di riferimento per i diritti umani.
  In Libia la società civile è sotto attacco. I gruppi armati agiscono con totale impunità. Le autorità, sia a Tripoli sia nell'est del Paese, continuano ad affidarsi a milizie non soggette ad alcuna responsabilità. Molti attivisti sono stati costretti al silenzio o all'esilio. Le prove di abusi contro i migranti in Libia sono ormai schiaccianti: detenzione arbitraria, torture, violenze sessuali, lavori forzati. Le Nazioni Unite hanno documentato la collusione tra la Guardia costiera libica e reti di traffico e contrabbando, arrivando alla conclusione che forze di sicurezza statali e milizie armate hanno commesso crimini contro l'umanità nei confronti dei migranti.
  Di fronte a questo quadro, l'Italia dovrebbe utilizzare il proprio peso diplomatico per chiedere il rispetto delle libertà fondamentali e promuovere riforme legislative in linea con il diritto internazionale. Dovrebbe, inoltre, sospendere ogni forma di cooperazione in materia migratoria con la Libia, fino a quando non saranno osservati progressi concreti nella tutela dei diritti dei migranti.
  Anche in Egitto la situazione resta profondamente preoccupante. Le forze di sicurezza commettono abusi nella più totale impunità. L'assassinio di Giulio Regeni rimane un caso irrisolto, così come lo sono le sistematiche violazioni contro migliaia di cittadini egiziani. Nonostante ciò, l'Italia e l'Unione europea continuano ad aumentare la vendita di armi e il sostegno macrofinanziario, senza vincolarlo a precisi impegni in materia di diritti umani.
  L'Italia e l'Unione europea devono sospendere la vendita di armamenti all'Egitto fino a quando non sarà posta fine all'impunità per questi gravi abusi. È ora di mettere i diritti, e non solo la gestione della migrazione, al centro della politica europea per il Nordafrica.
  Infine, vorrei richiamare l'attenzione anche su una grave crisi dei diritti umani che si sta consumando alle porte dell'Europa. In Sudan la guerra è entrata nel suo terzo anno: le Forze di supporto rapido e le forze armate sudanesi sono responsabili di gravi atrocità, inclusi attacchi indiscriminati contro i civili a Khartoum, Gezira e nel Darfur settentrionale. Intere comunità sono state annientate, mentre donne e ragazze sono vittime di violenze sessuali, inclusi stupri di Pag. 6gruppo e schiavitù sessuale. Gli sfollamenti continuano ad aumentare, mentre il sistema di aiuti umanitari si avvicina al punto di rottura.
  Nell'ultimo mese le Forze di supporto rapido hanno distrutto un campo di sfollati interni che ospitava circa mezzo milione di persone e dove era stata accertata una carestia in corso dall'estate scorsa. Nonostante la gravità della crisi e le sue implicazioni regionali ed internazionali, la risposta dell'Unione europea è stata finora insufficiente. Le sanzioni contro i principali responsabili tardano ad arrivare. Nessuno strumento serio ed efficace di protezione internazionale è stato attivato. Regna l'impunità.
  In questo contesto l'Italia può e deve assumere un ruolo di primo piano, deve spingere per un forte impegno dell'Unione europea a sanzionare i vertici militari coinvolti in gravi crimini e a sostenere le indagini in corso, comprese quelle della Corte penale internazionale, e prendere posizione pubblicamente a favore della protezione dei civili e della giustizia.
  Presidente, onorevoli deputate e deputati, in tutte le crisi che ho richiamato, dall'Ucraina a Gaza, dalla Libia al Sudan, emergono due elementi comuni: la sofferenza delle persone colpite e la necessità di giustizia e di accountability (la parola inglese serve meglio di qualsiasi parola italiana a rendere il concetto). Rispondere a questa necessità richiede coraggio politico; significa prendere posizione non solo quando è facile o conveniente, ma soprattutto quando è difficile e impopolare; significa difendere il diritto internazionale non solo quando coincide con gli interessi dei nostri alleati, ma anche quando implica chiamarli a rispondere delle proprie azioni; e significa mettere al centro della politica estera la giustizia per le vittime, non come ripensamento alla diplomazia, ma come pilastro imprescindibile.
  La voce dell'Europa ha un peso, la voce dell'Italia ha un peso. In un momento così critico, il silenzio e l'ambiguità non aiutano nessuno, soprattutto non aiutano coloro le cui vite dipendono dalla determinazione dell'Unione europea e dell'Italia nel difendere la giustizia e i diritti umani.

  PRESIDENTE. Grazie, dottor Borello, per la sua esposizione che, devo dire, lascia poco spazio all'ottimismo. Evidentemente, quello che sta accadendo in molte parti del mondo ci induce a considerazioni di grande preoccupazione. Penso che bisognerebbe capire come invertire la rotta e concentrarsi su questo obiettivo. Le chiedo, in questo quadro di sfaldamento del sistema multilaterale e dunque anche della centralità del rispetto del diritto internazionale, cosa si possa fare per arrestare questa tendenza.
  Inoltre, volevo anche chiederle come vedete lo svilupparsi dell'intelligenza artificiale applicata ai conflitti, alle guerre. A Gaza abbiamo visto un utilizzo completamente sconsiderato dell'intelligenza artificiale, abbiamo visto questo sistema Lavender che viene usato per colpire degli obiettivi e, nel colpire tali obiettivi, mette in conto di colpire anche civili e infrastrutture civili. Penso anche all'utilizzo dei killer robot.
  So che avevate fatto un approfondimento, quindi vorrei sapere come questa nuova dimensione della guerra può portare a una totale mancanza di regole. Eppure sappiamo che anche nei conflitti ci sono le regole, le Convenzioni da rispettare, ma abbiamo visto che a Gaza non vengono assolutamente rispettate. A Gaza è difficile parlare di guerra, perché a Gaza non c'è una guerra; a Gaza c'è un tentativo di sterminio, c'è uno Stato che bombarda sui civili indiscriminatamente e cerca di affamarli, di farli morire di stenti e di privazioni. È una situazione talmente asimmetrica che è anche difficile, in un contesto così, parlare di guerra.
  Penso che le parole debbano sempre essere calate nelle realtà: se l'azione del Governo israeliano è contro Hamas, allora non si capisce perché vengano uccisi indiscriminatamente i civili e perché vengano fatte oggetto di bombardamenti scuole, ospedali, strutture delle Nazioni Unite. Questo dimostra, appunto, un altro intento.
  Le chiedo se possa darmi qualche delucidazione su questo, sull'utilizzo dell'intelligenzaPag. 7 artificiale e dei killer robot, citando magari casi specifici che voi state osservando, e anche su come interrompere questa china devastante dal punto di vista del rispetto del diritto internazionale e su cosa si può fare per non precipitare nel baratro. A me sembra che il passo ulteriore sia quello del baratro e dell'abisso. Grazie.

  FEDERICO BORELLO, Direttore esecutivo ad interim di Human Rights Watch. Grazie, presidente. Alla sua prima domanda, cioè cosa fare per contrastare questa tendenza generale, la risposta per me è avere il coraggio e la visione di capire che il nostro interesse – parliamo come Italia – non è transazionale in ogni specifica situazione in cui vogliamo ottenere qualche vantaggio. Il nostro Paese ha prosperato in pace, dopo secoli e secoli di guerre, grazie ad un sistema internazionale di pace e sicurezza che è stato creato dopo la seconda guerra mondiale. Se noi contribuiamo attivamente a smantellare questo sistema, qual è l'alternativa? Per il momento l'alternativa è l'uso della forza come strumento per ottenere vantaggi politici. Se noi pensiamo che l'Italia possa prosperare in questo mondo, secondo me sbagliamo.
  Questo vuol dire prendere decisioni difficili, vuol dire a volte essere in disaccordo con i propri alleati per mantenere il concetto di giustizia. Molti di noi sono cresciuti dopo la guerra in Jugoslavia, e lì noi abbiamo visto una determinazione dell'Europa e degli Stati Uniti per quindici-venti anni nel portare a giudizio tutti i responsabili dei crimini di quel conflitto, e tutti quelli che sono stati condannati dal Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia sono stati portati a giudizio. Questo dovrebbe essere il nostro metro, il nostro parametro. Purtroppo non lo è, e credo che questa sia una miopia che noi e i nostri figli pagheremo cara in futuro.
  Per quanto riguarda l'intelligenza artificiale, la mia riflessione è in generale sul ruolo tra tecnologia e guerra. In realtà, vent'anni fa, quando venivano usati i droni per la prima volta sul campo di battaglia, ho visto gli entusiasti che dicevano che con i droni sarebbero finite le vittime civili, perché sono strumenti precisi e questa tecnologia è surgical, chirurgica. Ebbene, il risultato lo abbiamo visto. In realtà non è stato così, perché ogni tecnologia viene utilizzata da esseri umani a certi fini. Dunque, abbiamo visto che questa tecnologia è stata, in certi conflitti, devastante.
  L'intelligenza artificiale è estremamente preoccupante, perché portata agli estremi – Lei ha menzionato i killer robots – significa dare la responsabilità di decidere tra vita e morte ad un algoritmo. Una volta che queste macchine di intelligenza artificiale, questi killer robots, sono mandati sul campo di battaglia, decidono loro chi uccidere e chi non uccidere, sulla base di un'esperienza precedente, spesso fondata su discriminazioni. Soprattutto, questo distrugge il concetto di responsabilità. Se vengono uccisi dei civili, chi è responsabile? Colui che ha mandato il killer robot sul campo di battaglia? Colui che ha creato il software? Quindi, andiamo verso un mondo in cui non c'è responsabilità né morale né giuridica per nessuno.
  Noi siamo parte della campagna Stop killer robots proprio perché, nonostante non siamo assolutamente contrari all'uso della tecnologia in tutti gli aspetti della vita, pensiamo che ci debba essere un limite etico e giuridico. Purtroppo, il sistema giuridico internazionale da sempre fa fatica a tenere il passo della tecnologia. Ci sarà un incontro a New York il 12 e 13 maggio e noi abbiamo rilasciato un rapporto la settimana scorsa sui killer robots, proprio perché chiediamo che ci sia lo sviluppo di uno strumento internazionale che possa regolarli e proibirli.
  Infine, qualche parola su Gaza. Noi siamo d'accordo con Lei, presidente: abbiamo pubblicato tantissimi rapporti sull'utilizzo della fame come arma di guerra e sullo sfollamento forzato della popolazione palestinese. Questi rapporti hanno dimostrato che le vittime civili non sono un effetto collaterale della guerra, ma ci sono, purtroppo, degli atti deliberati per attaccare i civili. Abbiamo anche pubblicato un rapporto sulle violazioni del 7 ottobre che chiaramente dimostrava che i crimini commessi dai miliziani di Hamas erano anche quelli crimini Pag. 8contro l'umanità e crimini di guerra diretti verso la popolazione civile.
  Bisogna fermare questa violenza, questo sterminio, questo desiderio di pulizia etnica che sembra essere il fine di questa campagna. Bisogna smettere di vendere armi, bisogna aiutare la Corte penale con i suoi mandati e bisogna isolare coloro che sono accusati di crimini contro l'umanità, da una parte e dall'altra.

  PRESIDENTE. La ringrazio, dottor Borello, anche per queste risposte.
  Auguro a Lei e a Human Rights Watch buon lavoro. C'è molto bisogno, oggi, di questo vostro osservatorio per poter dare tutti gli strumenti anche ai decisori politici, perché non si possa dire che non si sapeva. Invece si sa, e la politica non può non prendere atto e anche correre ai ripari, perché secondo me questa china veramente va nel verso contrario rispetto a quello che è accaduto finora. Noi abbiamo vissuto decenni di pace e di benessere, almeno come Italia e come Europa, perché parte di un sistema multilaterale, di un sistema in cui si cercava comunque di addivenire al rispetto dei diritti umani e alla soluzione pacifica dei conflitti. Se salta tutto questo, la legge del più forte, la legge della giungla non garantisce sicurezza a nessuno.
  Accogliamo dunque con favore la sua esortazione: cercheremo, anche attraverso gli atti parlamentari, di portare avanti questa necessità di fermarsi e di cercare di riprendere in mano un sistema che invece va preservato e, se è possibile, rafforzato in questi momenti molto difficili.
  Ringrazio il dottor Borello e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 9.05.