XIX Legislatura

III Commissione

COMITATO PERMANENTE SULLA POLITICA ESTERA PER L'ARTICO

Resoconto stenografico



Seduta n. 16 di Mercoledì 14 gennaio 2026

INDICE

Sulla pubblicità dei lavori:
Formentini Paolo , Presidente ... 3 

INDAGINE CONOSCITIVA SULLE DINAMICHE GEOPOLITICHE NELLA REGIONE DELL'ARTICO
Formentini Paolo , Presidente ... 3 
Pistelli Lapo  ... 3 
Formentini Paolo , Presidente ... 7 
Calovini Giangiacomo (FDI)  ... 7 
Loperfido Emanuele (FDI)  ... 7 
Formentini Paolo , Presidente ... 8 
Pistelli Lapo  ... 8 
Formentini Paolo , Presidente ... 9 
Della Vedova Benedetto , intervento in videoconferenza ... 9 
Formentini Paolo , Presidente ... 10 
Porta Fabio , intervento in videoconferenza ... 10 
Formentini Paolo , Presidente ... 10 
Silvestri Francesco , intervento in videoconferenza ... 11 
Formentini Paolo , Presidente ... 11 
Maullu Stefano Giovanni , intervento in videoconferenza ... 11 
Formentini Paolo , Presidente ... 11 
Pistelli Lapo  ... 11 
Formentini Paolo , Presidente ... 14

Sigle dei gruppi parlamentari:
Fratelli d'Italia: FdI;
Partito Democratico - Italia Democratica e Progressista: PD-IDP;
Lega - Salvini Premier: Lega;
Forza Italia - Berlusconi Presidente - PPE: FI-PPE;
MoVimento 5 Stelle: M5S;
Alleanza Verdi e Sinistra: AVS;
Azione - Popolari europeisti riformatori - Renew Europe: AZ-PER-RE;
Noi Moderati (Noi con l'Italia, Coraggio Italia, UDC e Italia al Centro) - MAIE - Centro Popolare: NM(N-C-U-I)M-CP;
Italia Viva - il Centro - Renew Europe: IV-C-RE;
Misto: Misto;
Misto-Minoranze Linguistiche: Misto-Min.Ling.;
Misto-+Europa: Misto-+E.

Testo del resoconto stenografico

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE
PAOLO FORMENTINI

  La seduta comincia alle 8.30.

Sulla pubblicità dei lavori.

  PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche mediante la resocontazione stenografica e la trasmissione attraverso la web-tv della Camera dei deputati.

Audizione di rappresentanti di Eni S.p.A.

  PRESIDENTE. L'ordine del giorno del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulle dinamiche geopolitiche nella regione dell'Artico, l'audizione di rappresentanti di Eni S.p.A.
  Ricordo che la partecipazione da remoto è consentita a colleghe e colleghi secondo le modalità stabilite dalla Giunta per il regolamento. A tale riguardo, comunico che sono collegati da remoto i deputati Dimitri Coin, Fabio Porta e Francesco Silvestri.
  Anche a nome dei componenti del Comitato, saluto e ringrazio per la disponibilità a prendere parte ai nostri lavori il dottor Lapo Pistelli, Direttore Public Affairs di Eni, accompagnato dal dottor Francesco Ciaccia, responsabile Multilateral International Public Affairs, e dalla dottoressa Giulia Agliocchi, responsabile rapporti istituzionali centrali. Ricordo che il dottor Pistelli è stato deputato alla Camera e al Parlamento europeo e Viceministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale dal 2013 al 2015.
  Segnalo anche che Eni è la compagnia energetica italiana più rilevante nella regione artica, dove opera attraverso la società norvegese Vår Energi, fondata nel 2018, nei settori dell'esplorazione e produzione di gas e petrolio nel Mare di Barents, Mar di Norvegia e Mare del Nord. Le attività di sviluppo procedono grazie ai progetti Goliat, Balder X e Johan Castberg. Goliat, per esempio, prevede l'estrazione, la produzione e lo stoccaggio di petrolio nel Mare di Barents tramite una struttura galleggiante dalla forma circolare, progettata per ridurre le emissioni di anidride carbonica ed affrontare le criticità dell'ambiente artico.
  Considerati i tempi stretti dell'audizione, cedo subito la parola al dottor Pistelli affinché possa svolgere il proprio intervento.

  LAPO PISTELLI. Direttore Public Affairs di Eni S.p.A. Presidente, grazie, anche perché ha anticipato, con il suo intervento introduttivo, alcune delle cose che vi voglio dire. Grazie ai membri di questa Commissione per questo invito, a coloro che sono presenti e a coloro che sono collegati da remoto.
  Il vostro interesse per l'Artico nasce da una constatazione piuttosto evidente agli occhi di tutti: questa regione, che abbiamo per tanto tempo considerato area remota e pacifica, sta diventando un'area con un grande potenziale economico, ma anche con un grande potenziale di competizione. Conseguentemente, le policies, che in passato hanno guardato all'Artico con un orientamento di limitazione e sospensione delle attività, si stanno integralmente riconfigurando in termini di policies per opportunità economiche e, soprattutto, per lotte logistiche.
  Vorrei articolare il mio intervento in questo modo: partirei con alcune considerazioni geografiche sulla regione, per poi Pag. 4illustrare il potenziale energetico e le posture dei Paesi e concludere con un focus su Eni.
  Scusate se comincio da un fatto geografico, ma è un tema che abbiamo affrontato nella Conferenza sull'Artico di fine ottobre, fatta al Centro alti studi per la difesa (CASD), insieme allo Stato maggiore della difesa, che credo produrrà, da qui a venerdì, la presentazione di una «strategia-Paese» sull'argomento.
  Siamo tutti abituati a guardare, da quando frequentiamo le scuole elementari, il planisfero secondo la proiezione di Mercatore, quindi il globo terrestre ridotto a questo grande rettangolo, che ha potentissimi effetti distorsivi: vediamo il continente africano grosso modo grande quanto il continente americano; vediamo un grande schiacciamento della parte nord; scompare sostanzialmente l'Oceano Pacifico – tanto da far sembrare che le coste occidentali degli Stati Uniti d'America quasi tocchino la Nuova Zelanda e la Cina, ma in realtà il Pacifico è vastissimo – e scompaiono i poli. Se voi, invece, guardate le cosiddette «mappe azimutali» – le mappe tonde che guardano i due poli, il Polo Nord e il Polo Sud – vi rendete conto che siamo davanti a due masse geografiche di vastissime dimensioni. L'Antartide, che non è oggetto dell'odierna audizione, cuba quattordici milioni di chilometri quadrati, assimilabili alle dimensioni di Cina e Unione europea messi insieme; mentre l'Artide, che è sottoposta, grazie alla corrente del Golfo, ad un fenomeno estivo/invernale per cui la sua massa ghiacciata può addirittura triplicare negli inverni più rigidi, nella sua dimensione minima è grande quanto l'Unione europea, soltanto che non la vediamo. Convenzionalmente le zone artiche non sono soltanto questa parte bianca ghiacciata che tutti noi immaginiamo, ma è tutto ciò che c'è più o meno al di sopra e al di sotto dei sessantasei gradi – più qualcosa – di latitudine nord e sud. Sostanzialmente, all'interno dell'area artica esiste una parte ghiacciata più o meno permanentemente, una parte che è soggetta a fenomeni stagionali e una parte che è ice-free tutto l'anno.
  Abbiamo otto Paesi che sono tecnicamente Stati artici; con il recente ingresso di Svezia e Finlandia, sette di questi sono membri della NATO e uno è la Russia. Ma voglio segnalare fin da adesso che a partire dal 2017 la Cina si è definita politicamente «near-Arctic State», nonostante il punto più a nord della Cina sia a 1.800 chilometri dal Circolo polare artico, mentre pochi anni dopo il Regno Unito si è definito «il più vicino dei vicini» alla regione artica, ma anche nel loro caso il punto più a nord del Regno Unito è a 600 chilometri rispetto all'inizio del Circolo polare artico.
  Il fascino di queste due regioni nasce dal fatto che, mentre nel caso del Polo Sud questa enorme massa ai primi del Novecento, quando si completarono le grandi esplorazioni umane della terra, vide la corsa a chi arrivava per primo – che fu vinta dall'esploratore norvegese Roald Amundsen nel 1911, quindi il tema era come riuscire ad arrivare in tempo al Polo Sud magnetico per poi tornare indietro prima dell'inverno, con mezzi meccanizzati, o con cani con slitte o a piedi, fu una cosa molto eroica –, nel caso del Polo Nord la vera sfida era altra, ovverosia trovare il passaggio a nord-ovest, dunque riuscire a capire come si poteva passare dall'Oceano Atlantico all'Oceano Pacifico, dallo Stretto di Davis al Mare di Beaufort, con navi dell'epoca, riuscendo a trovare una rotta che permettesse di tagliare i tempi; che è il tema che si ripropone oggi – con mezzi molto diversi, clima molto diverso –, ossia come tagliare le rotte.
  Rispetto a queste considerazioni generali, se guardiamo i dati dell'agenzia United States Geological Survey, che è la fonte che viene quasi sempre considerata per fare queste analisi di scenario, in teoria l'Artico renderebbe disponibili enormi risorse potenziali: 400 miliardi di barili equivalenti di idrocarburi, 70 per cento a gas – ovviamente sono studi geologici –, il 50 per cento dei quali ricadrebbe in territorio russo. Oltre agli idrocarburi, che in genere Pag. 5sono il primo argomento di cui si parla, c'è anche un tema di minerali: già ora l'Artico è produttore di riserve importanti di palladio, il 44 per cento della produzione mondiale di palladio sta in Artico, il 13 per cento di platino e l'11 per cento di nichel. Ma sempre gli stessi dati dell'US Geological Survey dicono che potenzialmente nella zona artica ci sono 130 milioni di tonnellate di terre rare, assortite, anche in questo caso la metà ricadente sotto la sfera russa, circa 40 milioni di tonnellate in Groenlandia e 14 in Canada. Questo rappresenta uno dei motivi di attrazione e attenzione, soprattutto in questi tempi, per questa regione.
  Posture politiche: non faccio considerazioni fuori dal mio campo, mi fermo alle posture politiche rilevanti per questioni energetiche. Il senso di marcia delle posture politiche degli Stati Uniti d'America è cambiato con l'avvicendamento dell'Amministrazione Biden con l'Amministrazione Trump. Al tempo dell'Amministrazione Biden, la National security strategy del 2022 – la penultima – non menzionava l'Artico, ad un certo punto semplicemente conteneva un'espressione dove si diceva «maintain a peaceful Arctic», quindi c'era questo approccio tradizionale, mentre con l'avvento dell'Amministrazione Trump la National security strategy del 2025, che è stata abbondantemente commentata anche da voi come operatori politici, ha un approccio più emisferico, ovvero non c'è l'Artico in quanto tale, ma c'è un approccio a tutto l'emisfero che la riguarda – quindi Alaska, Groenlandia e Canada – con un senso dei provvedimenti e degli annunci che tende a parlare di ripresa di attenzione geostrategica verso questa regione ed eliminazione dei vincoli; eliminazione dei vincoli vuol dire, ad esempio, libertà potenziale per le compagnie americane di rioperare in termini di esplorazione e produzione in Alaska.
  È rilevante, per me, far notare come nell'ottobre dell'anno scorso, quindi pochi mesi fa, gli Stati Uniti abbiano concluso un accordo con la Finlandia per acquisire undici navi rompighiaccio, stringendo il mese dopo, a novembre, un accordo con Finlandia e Canada che ipotizza un raddoppio della capacità industriale della flotta di icebreaker per questa regione. A differenza degli Stati Uniti, il Canada, nonostante il cambio di Primo Ministro, adotta dal 2016 un atteggiamento conservativo: mantiene una moratoria sui progetti oil&gas del Paese e ha di fatto congelato le licenze esistenti nel Mare di Beaufort – undici – fino alla fine di questo decennio.
  In Groenlandia – quindi, Danimarca – esiste dal 2021 una sorta di patto fatto con le comunità Inuit per il divieto di attività, di esplorazione e produzione di oil&gas. Devo dire che le autorità groenlandesi hanno, negli anni recenti, rigettato formalmente proposte di ingaggio di società cinesi, la China national petroleum corporation (CNPC) e la China national offshore oil corporation (CNOOC), che chiedevano, invece, di poter fare attività nella regione.
  La Norvegia – territorialmente ice-free tutto l'anno, perché siamo nella parte bassa del Circolo polare artico – ha istituito dei divieti alquanto severi per il deep-sea mining, che non è oggetto di questa conversazione, ma ha una intensissima attività di idrocarburi, che, come sapete, costituisce la spina dorsale delle attività economiche del Paese; soltanto nel Mare di Barents c'è oltre il 60 per cento delle risorse del Paese. Nel maggio 2025 sono state assegnate settantasei licenze esplorative, un nuovo round di licenze è stato fatto verso la fine dell'anno e si attendono ancora i risultati, altri ancora sono annunciati. Quindi, c'è un'attività molto fiorente, le cui caratteristiche vorrei approfondire rapidamente dopo, quando parleremo di noi in Norvegia e noi in Artico.
  Arrivando all'ultimo, ma non ultimo, dei Paesi «rilevanti», la Russia è il principale Paese artico per superficie e, dal punto di vista energetico, svolge attività importanti. Ha due grandi hub di stoccaggio e transhipment a Murmansk e in Kamchatka e due grandi progetti a Yamal: il progetto LNG, che cuba ventiquattro miliardi di Pag. 6metri cubi di gas, e il progetto Arctic LNG 2, che ne cuba altri dieci. Per effetto delle attività degli ultimi anni – ovvero i meccanismi sanzionatori europei ed americani – le attività gas del Paese oggi sono tendenzialmente orientate verso flussi diretti all'oriente, quindi verso la Cina; sostanzialmente, la Cina prende dall'LNG (liquefied natural gas) artico russo l'11 per cento del gas che le serve per le proprie necessità.
  Chiudiamo con la Cina, il primo a definirsi «near-Arctic State» nel 2018. La cosa rilevante, che ha fatto discutere e che immagino sarà già emersa nelle precedenti audizioni, è che, prima ancora di quella definizione, aveva immaginato l'esistenza di una polar silk road, ovvero una via artica a nord che permetta, all'interno del progetto strategico Belt and road initiative (Nuova Via della seta), di avere un punto di arrivo all'emisfero occidentale che passa dal nord, ma che soprattutto permette di decongestionare uno dei chokepoint più affollati del pianeta, che è lo Stretto di Malacca. Ha fatto notizia, nell'estate 2023, l'apertura di una prima linea regolare di porta-container con la Union Shipping e ha fatto notizia, nel settembre 2025, l'inaugurazione, da parte della compagnia Sea Legend, del servizio «China-Europe Arctic Express», riuscendo ad arrivare in Polonia in ventisei giorni, contro i quaranta o cinquanta che sarebbero serviti passando dal Canale di Suez o circumnavigando il continente africano. Questo evidentemente comporta un risparmio logistico importante in termini di giorni, ma anche in termini di consumi stretti e, dunque, di costi, perché ovviamente un viaggio più corto costa di meno.
  Dal punto di vista energetico l'80 per cento delle comunità che vivono in zona artica produce energia con generatori a diesel, nonostante potenzialmente, come potete immaginare, potrebbero sfruttare altre fonti. Considerate che vento ce n'è quanto ne volete, sole per almeno sei mesi all'anno ce n'è quanto ne volete. Tuttavia, le condizioni ambientali in cui questa energia può essere sfruttata sono a dir poco proibitive. Parliamo di temperature per le quali servono lubrificanti che non congelano e sistemi di riscaldamento per evitare ghiaccio e brina sulle pale; serve – poiché eventuali pale eoliche non vengono messe in prossimità della comunità, ma laddove soffia il vento – garantire l'accesso a zone remote per manutenzione e controllo; quindi, il potenziale c'è tutto, ma le condizioni per sfruttare questo potenziale sono ancora estremamente proibitive.
  Noi abbiamo, fra l'altro, insieme ad altri, alcuni progetti offshore in Norvegia e ce ne sono altri onshore in Lapponia per l'utilizzo di parchi eolici, ma sono tutti ancora fatti a scopo dimostrativo. La loro fattibilità – non dico profittabilità –, la loro sostenibilità economica è ancora tutta da dimostrare; il paradosso è di avere un grande potenziale, ma le condizioni estreme rendono molto difficile poterlo utilizzare.
  Vengo all'ultimo punto, che è quello relativo all'Eni e l'Artico. Rispetto ai Paesi che vi ho menzionato, l'Eni aveva attività in Alaska, a Nikaitchuq e a Oooguruk, che abbiamo però venduto nel 2024 ottimizzando il nostro portafoglio. Considerando gli asset non strategici, abbiamo venduto, anche le policy erano molto oscillanti: sì, no, eccetera. Per cui, abbiamo semplificato il portafoglio americano. Siamo usciti dalla Groenlandia nel 2022, dove avevamo delle licenze esplorative non esercitate, mentre, invece, abbiamo, come il presidente ricordava prima, una posizione molto forte in Norvegia tramite Vår Energi di cui Eni ha il 63 per cento. Vår è il terzo player nel Paese, dopo Equinor, ed è anche uno dei principali supplier di gas per l'Unione europea. All'interno della zona artica abbiamo, grosso modo, il 20 per cento delle nostre produzioni del Paese, che è una percentuale in aumento, stante alcuni sviluppi che abbiamo su uno dei campi che il presidente prima ha richiamato.
  Ci tengo molto a dire che la combinazione fra le nostre policies di HSE (Health, Safety & Environment) e le policies della Norvegia – che sono molto proattive sul settore, ma molto restrittive sulle condizioni con cui si lavora, quindi di grande tutela – fanno sì che produciamo idrocarburi, ma lo facciamo avendo già azzerato le emissioni Scope 2 e azzerando le emissioni Pag. 7al 2030 Scope 1, perché le attività sono rette da energie rinnovabili.
  Sostanzialmente, abbiamo piattaforme che producono idrocarburi, ma sono alimentate da fonti rinnovabili. È una cosa molto bella. Questi campi norvegesi per noi in Vår sono, proprio per standard internazionali, nel gruppo di testa delle migliori performances al mondo del settore. Sono attività estremamente pulite nel loro svolgimento, nonostante le condizioni sfidanti. Il presidente prima citava Goliat. Goliat, che è un capolavoro tecnologico grazie ai contrattisti italiani che hanno prodotto questa gigantesca piattaforma circolare, è una piattaforma che regge condizioni di corrente e di vento veramente proibitive; eppure riesce a stare stabilizzata e a lavorare in condizioni ottimali.
  Le policies sono molto severe, ma noi siamo molto fieri dei risultati in termini di sostenibilità. A questo noi aggiungiamo le nostre policies interne, per cui qualsiasi attività è sottoposta a valutazione preventiva di impatto ambientale; abbiamo politiche di prevenzione degli sversamenti, tutela della biodiversità, operiamo secondo la regola zero flaring di gas zero discharge, cioè nessuna produzione di rifiuti, e coinvolgiamo ogni volta le comunità circostanti prima di ogni attività.
  C'è una piena consapevolezza della delicatezza e vulnerabilità della regione.
  Per chiudere, abbiamo avuto per un po' di anni – abbiamo terminato l'anno scorso – delle attività comuni con il CNR in Italia, perché stante gli asset che avevamo in Alaska e nella regione norvegese – ma prima anche dei punti nella parte siberiana –, utilizzavamo le nostre stazioni di osservazione per diventare stazioni nivometriche alle Svalbard o in Alaska per poter studiare l'andamento dei ghiacci, l'atlantificazione – cioè l'effetto delle correnti del Golfo e lo spostamento delle masse ghiacciate – la possibilità di fare la retrodatazione dei dati e capire come questa cosa si è evoluta nel corso degli ultimi cento anni, il mutamento dei modelli climatici. Abbiamo utilizzato per i dati i nostri HPC5 e HPC6, che conoscete, la nostra struttura di supercomputer.
  Quando abbiamo lasciato le attività, abbiamo lasciato gli asset, cioè le stazioni, a disposizione della comunità scientifica, così come i dati che avevamo raccolto nel frattempo.
  Eni partecipa ai lavori del Tavolo Artico creato dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale che, come sapete, credo sia ancora attualmente coordinato dal consigliere Pinna che, se non ho capito male, avete già audito durante questo vostro ciclo di lavori.
  Con questo mi fermerei e sono a disposizione per le vostre osservazioni o domande. Grazie.

  PRESIDENTE. Grazie mille, davvero. Nel frattempo si sono aggiunti parecchi colleghi collegati on line: Naike Gruppioni, di Fratelli d'Italia; Elisabetta Gardini, sempre di Fratelli d'Italia; Benedetto Della Vedova, già sottosegretario agli esteri con delega sull'Artico (vediamo se vorrà intervenire); e Giulio Centemero, della Lega.
  Do la parola ai colleghi che intendono intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

  GIANGIACOMO CALOVINI. Ringrazio il dottor Pistelli per la sua presenza questa mattina e per la spiegazione. Lei è stato molto chiaro dicendo che non vuole fare considerazioni fuori dal campo energetico, considerazioni politiche, visto il momento che stiamo vivendo e quindi non Le farò giustamente domande di questo tipo.
  Mi limito semplicemente a chiederle in futuro, dal suo punto di vista, dal punto di vista di una delle più grandi aziende energetiche, non soltanto italiane, come Eni, quanto bisogna puntare dal punto di vista geopolitico, dal punto vista strategico, sulla zona artica, quanto siamo indietro magari rispetto ad altri Paesi, quanto l'Italia ha fatto recentemente, visto che Lei ha un doppio cappello, e che cosa si può fare ancora per migliorare la presenza italiana in quella zona. Grazie.

  EMANUELE LOPERFIDO. Grazie, dottor Pistelli. È tutto molto interessante. GraziePag. 8 anche per essere stato in grado di esporre tutto in breve tempo.
  Cercando di riassumere, se dal punto di vista strategico e logistico la rotta artica è molto interessante, dal punto di vista energetico è molto più complessa la questione, date le difficoltà che ci possono essere. Chiederei una valutazione su quelle che, invece, possono essere le aree più interessanti per l'Italia e quindi per Eni, i Paesi magari legati al Piano Mattei oppure il Sud America, dove magari già siamo presenti ed esistono anche giacimenti minerari interessanti e forse anche di più facile o meno impattante investimento per l'estrazione e l'utilizzo.

  PRESIDENTE. Chiuderei qui con le domande dei colleghi in presenza, ma ne ho già due da remoto. Magari intanto risponda a queste.

  LAPO PISTELLI. Direttore Public Affairs di Eni S.p.A. Grazie delle domande.
  Parto da una valutazione ovviamente personale: io credo che l'Italia sia messa bene, perché, in virtù della storia che voi conoscete bene e che ci ha resi anche, pur non essendo uno Stato artico, uno Stato molto interessato all'Artico e anche considerato per motivi storici – e più recentemente per motivi scientifici –, l'Artico è sicuramente una zona a cui guardare con interesse. Io credo che la strategia che verrà presentata dal Governo da qui ai prossimi due giorni – se non sbaglio venerdì – farà stato esattamente delle intenzioni del nostro Paese dai tre punti di vista che mi paiono ben colti dal trittico di Ministri che presenterà la strategia, ovvero il Ministro degli esteri, il Ministro della difesa – abbiamo asset militari idonei per la regione, nonostante siamo un Paese mediterraneo – e il Ministro dell'università, quindi la parte di ricerca scientifica su cui credo noi siamo, come Paese, molto ben posizionati.
  Ovviamente, tutto questo avviene in un contesto nel quale noi non siamo un Paese artico, quindi non abbiamo una proiezione diretta o un interesse diretto da quel punto di vista, però credo sia una di quelle aree su cui è corretto che il Paese punti e guardi con l'interesse che i Ministeri coinvolti hanno fino a qui dimostrato.
  Cosa possiamo fare, invece, in termini energetici? Ribadisco quello che ho detto: sul Paese che con policies precise ha puntato sul mantenimento di produzioni e di esplorazioni della parte oil&gas, cioè la Norvegia, abbiamo fatto e continuiamo a fare un forte investimento. Lo facciamo perché le risorse ci sono, e lo testimonia il numero di licenze e il numero di compagnie che operano; lo facciamo perché la Norvegia è diventata uno dei principali fornitori della sicurezza strategica energetica europea, e dunque anche italiana; lo facciamo perché abbiamo una posizione robusta nel Paese, peraltro già testimoniata, se non sbaglio, dai due Ambasciatori norvegesi – l'ex, Johan Vibe, e l'attuale, che avete audito – e anche dall'Ambasciatore Nicoletti, che rappresenta il Paese ad Oslo; noi, quindi, proseguiremo in questo cammino.
  Credo che non ci siano, al momento, altre aree di interesse nella regione artica, considerando i rilasci che abbiamo avuto e considerando che negli ultimi anni, ovviamente, l'area principalmente impattata dalla regione, cioè la Russia, resta fuori sostanzialmente dal radar delle possibilità, per tante ragioni che è inutile stare a spiegare.
  Dal punto di vista degli interessi più generali dell'azienda, ci tengo a dire questo. Se voi guardate il portafoglio di asset detenuto da Eni trovate grosso modo questo tipo di fotografia. Trovate, come origine consolidata della storia progressiva di espansione di Eni, una forte spina dorsale africana. Siamo a tutt'oggi la prima compagnia internazionale, la prima IOC (International Oil Company) in termini mondiali come presenza in Africa. Questo vuol dire una percentuale molto rilevante in termini di produzioni, di riserve e di investimenti. È vero, però, che negli ultimi undici anni, sotto la guida dell'Amministratore delegato Descalzi, vi è stata una progressiva e continua diversificazione del portafoglio che ci ha portati, innanzitutto, ad entrare con posizioni molto forti in Pag. 9una parte del pianeta che quando io facevo un'altra vita, venti anni fa, era sostanzialmente precluso all'Italia per questo tipo di attività, che è il Golfo; abbiamo attività molto forti negli Emirati, in Qatar, una presenza in Oman. Una volta le compagnie italiane non c'erano; oggi noi ci siamo e con una posizione forte e molto riconosciuta. Evidentemente, abbiamo dovuto – perché quella è la tendenza dei consumi e delle produzioni del futuro – assumere una presenza forte sui mercati dell'Asia e del Pacifico. Pensate ai recenti annunci di Business Combination fatti con Malesia e Indonesia, abbiamo attività in Australia, abbiamo attività molto forti nel Pacifico. Abbiamo poi allargato e differenziato la nostra presenza sull'area più propriamente occidentale: avevamo attività tradizionali negli Stati Uniti e in Alaska e ne abbiamo ancora nel Golfo, ma abbiamo allargato negli Stati Uniti l'attività di rinnovabili, di ricerca, la fusione, come sapete; siamo entrati in Messico, abbiamo presenze in America Latina, alcune più problematiche, note alle cronache recenti tipo il Venezuela, e alcune nuove – vi preannuncio – come quelle in Argentina.
  Oggi la presenza dell'azienda è una presenza larga, diffusa, con attività commerciali ed operative in oltre sessanta Paesi, con uno zoccolo duro che ha questa spina dorsale africana, una grande componente nella regione accanto, cioè nel Golfo, e queste proiezioni sia sul continente americano e latino-americano sia in Asia.
  Onestamente, essendo il mondo così ricco di opportunità, dove dunque il tema di un'azienda è scegliere le opportunità che permettono una sostenibilità del business, quindi un prezzo compatibile, torno ad un tema che ho affrontato anche ad ottobre alla Conferenza della Difesa: gli scenari che parlano dell'Artico e delle sue potenzialità sono molto suggestivi, però uno poi deve fare i conti fra la suggestione dei numeri suggeriti dagli scenari e la sostenibilità economica dell'operazione da fare laggiù. Un conto è tracciare, per chi si occupa di logistica, le rotte, portare altri beni tagliando i chilometri, utilizzare le nuove rompighiaccio; altro conto è fare attività nelle zone a quelle latitudini, che sono oggettivamente abbastanza proibitive.

  PRESIDENTE. Grazie mille.
  Adesso darei la parola ai colleghi da remoto, partendo dal collega Benedetto Della Vedova che, come ricordavo, è stato anche sottosegretario agli esteri con delega sull'Artico.

  BENEDETTO DELLA VEDOVA, intervento in videoconferenza. Grazie, presidente. Mi scuso con Lei e con il vicepresidente Pistelli per non essere in presenza, ma non ce l'ho fatta.
  Ho ascoltato con grande attenzione l'esposizione – sintetica, ma compiuta – che l'ex collega Pistelli ha fatto. Interessantissime anche le ultime annotazioni sulla diversificazione della presenza di Eni a livello globale e sulle prospettive, che sono diverse, tra l'elemento delle nuove rotte di trasporto e di operatività degli asset militari e le prospettive di attività per quanto riguarda l'estrazione di idrocarburi o, addirittura, come è stato detto, le energie rinnovabili.
  C'è un punto che mi ha interessato – oltre a tutto il resto, naturalmente –, a proposito della presenza di Eni in Norvegia: quello delle pratiche, sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista sociale, il coinvolgimento delle comunità e tutte quelle best practices che i norvegesi in qualche modo impongono a sé stessi e anche a tutti gli altri operatori.
  Mi chiedevo se nel vento che spira, soprattutto da ovest, che è di tutt'altra natura – drill, drill senza grandi precauzioni o attenzioni – questo fattore resiste solo in Norvegia o se, nelle prospettive sull'Artico, e non solo, questi elementi, così presenti nell'importante attività Eni in Norvegia, altrove finiscono per essere un handicap competitivo oppure no.
  Questo è un elemento che mi interesserebbe capire, che naturalmente – lo dico al presidente Formentini, altrimenti mi rimprovera – non è centrale nel quadro dell'Artico,Pag. 10 ma su quello ho poco da aggiungere alle cose che ha detto il dottor Pistelli.

  PRESIDENTE. Grazie mille. Il collega Fabio Porta, che è in collegamento, vuole porre una domanda.

  FABIO PORTA, intervento in videoconferenza. Grazie, presidente. Intanto permettetemi di salutare il collega Lapo Pistelli, che abbiamo avuto – come anche Benedetto Della Vedova – l'opportunità e la fortuna di avere sia come collega qui alla Camera sia come Viceministro. Cercherò di fare una domanda tecnica, ma è chiaro che non ci sfugge la sensibilità e l'attenzione anche al quadro geopolitico che il presidente Pistelli ha fornito. Forse la domanda si incrocia anche con una richiesta di valutazione di scenario.
  È chiaro che l'Artico oggi ha assunto un ruolo centrale, che fino a qualche anno fa – è sotto gli occhi di tutti – non aveva; non solo, ovviamente, per i cambiamenti climatici, che la rendono una possibile strada che prima non era praticabile, ma soprattutto, oggi, per i cambiamenti geopolitici. Presidente Formentini, quando abbiamo iniziato le attività di questo Comitato, ad inizio legislatura, le insidie e le preoccupazioni venivano più dalla Russia e dalla Cina, da questo tipo di attori; oggi, gli Stati Uniti, con l'Amministrazione Trump, si impongono con l'irruenza del Presidente come attore ancora più irrequieto in quest'area.
  Passo alla domanda, se il Direttore Pistelli ci può dare un suo giudizio: intanto, se è possibile, anche nella logica, che purtroppo oggi prevale, di interessi nell'area, una sorta di percorso che porti ad un accordo, soprattutto tra questi grandi players (Russia, USA, Cina), e in che modo l'Unione europea, anche tramite le sue importanti aziende, si può inserire in un percorso virtuoso che eviti che l'Artico diventi soltanto una terra di contesa, ma torni ad essere una grande opportunità.
  Inoltre, non so se, sempre in questo contesto, il Direttore Pistelli ci può rispondere: c'è stato recentemente – non entro nella questione Venezuela, che ovviamente mi stimolerebbe molto – un incontro a Washington con il Presidente Trump, al quale ha partecipato anche Eni con il suo Amministratore delegato, mi pare. Non so se è stato oggetto della discussione più generale, se oltre al Venezuela si è anche parlato di nuovi scenari e se in questi nuovi scenari, in questi nuovi contesti si è parlato anche di Artico e, da questo punto di vista, in che maniera l'Eni si colloca, se ci sono anche con le altre grandi compagnie delle interlocuzioni, delle strategie, per fare in modo che si passi da una visione esclusivamente competitiva ad una strategia che alla fine porti quello che tutti noi aspettiamo, ossia crescita, sviluppo e soprattutto pacificazione, in un pianeta che non ha bisogno di ulteriori aree di fibrillazione.

  PRESIDENTE. Grazie mille. Aggiungo, più che una domanda, un auspicio: oggi abbiamo sentito che, di fatto, mentre c'è una corsa vera e propria alle risorse dell'Artico, Eni ha scelto di non essere più presente in Alaska e in Groenlandia. Senza voler entrare nelle logiche aziendali ed economiche, credo si debba fare un'analisi sull'importanza di esserci, non solo in Norvegia, ben sapendo e comprendendo le ragioni che ci ha esposto sull'economicità della presenza.
  Mi permetto di dire che c'è anche una visione strategica sull'evolversi della situazione in quest'area, dove si confrontano giganti globali, come la Cina e gli Stati Uniti. Ovviamente la Russia è la potenza che ha più coste sull'area artica. Suona un po' stridente, rispetto a tutto questo interesse che dimostra il nostro Paese per l'Artico, se mi posso permettere.
  La domanda vera e propria che Le farei è se ci può dire qualcosa sui rapporti – ci ha parlato degli impianti in Lapponia, del parco eolico – proprio con le comunità locali, come si sviluppano. Sappiamo che alcuni progetti di questo tipo sono stati fortemente avversati dai popoli nativi dell'Artico. Qual è la strategia aziendale per dialogare con la popolazione indigena? Questa è una domanda che potrebbe sembrare di poco conto, ma che tocca un punto che abbiamo avuto occasione di approfondire in questo Comitato, ossia quello del possibilePag. 11 sfruttamento delle comunità indigene da parte di attori quali la Cina.
  Anche l'onorevole Silvestri ha chiesto di intervenire.

  FRANCESCO SILVESTRI, intervento in videoconferenza. Grazie, presidente. Saluto la Commissione, mi scuso di non essere lì e ringrazio per questa esposizione, che è stata molto esaustiva nel poco tempo a disposizione.
  Vengo subito alla domanda per non far perdere tempo. Mi unisco alla premessa che è stata fatta nell'ambito della Groenlandia, perché mi interessava questo focus specifico, anche alla luce della cronaca e della necessità dell'Unione europea di ridurre le proprie vulnerabilità energetiche, quindi diversificare, immagino, anche le fonti di approvvigionamento.
  Vorrei chiedere se in una prospettiva futura, a prescindere dagli investimenti e dagli scenari attuali, ritenete che la Groenlandia possa diventare anche un tassello rilevante per la sicurezza energetica europea e, da questo punto di vista, il ruolo di Eni nella programmazione futura. Questo mi interessa, nello specifico.

  PRESIDENTE. Grazie mille. Si è prenotato anche l'onorevole Maullu.

  STEFANO GIOVANNI MAULLU, intervento in videoconferenza. Grazie, presidente. Mi scuso anch'io di non poter partecipare direttamente a questa audizione estremamente interessante. Faccio i complimenti al dottor Pistelli.
  La mia domanda è molto semplice, rispetto a questo quadro d'insieme che è stato proiettato, dipinto. Credo sia evidente a tutti che Eni non è semplicemente un grande e straordinario operatore energetico, ma è diventato uno strumento concreto per l'autonomia strategica nazionale, e vedremo il documento nei prossimi giorni cosa conterrà anche da questo punto di vista, soprattutto per sostenere il Paese in tutte queste sfide energetiche, che poi sono anche geopolitiche, passano dall'Artico al Mediterraneo allargato, al Medio Oriente e quant'altro.
  La domanda è: esiste, in tema di competitor, una sinergia di questo genere, al netto di Paesi che hanno una dimensione più autonoma, più autarchica – penso alla Russia, con Yukos o Rosneft o altri – che sia simile a quella di Eni come sostegno alla politica energetica nazionale?
  La riformulo in maniera più semplice: nei competitor di Eni esiste questa sinergia Stato-azienda, che può essere quella che abbiamo letto attraverso il suo intervento?

  PRESIDENTE. Do la parola al dottor Pistelli per la replica.

  LAPO PISTELLI. Direttore Public Affairs di Eni S.p.A. Grazie. Molte domande, alcune anche complicate, ma cerchiamo di smarcarle. Parto da un disclaimer: vi ringrazio per la richiesta di opinioni su temi di carattere più propriamente politico e di valutazione geostrategica complessiva, dalla quale onestamente mi asterrò. Magari ci vediamo a cena quando volete, in una conversazione privata. È oggettivo, lo vediamo tutti: il contesto mondiale negli ultimi anni è sottoposto ad un enorme cambiamento.
  Io mi limito ad un suggerimento molto generale, che proviene dalla mia esperienza passata, più che da quella attuale: non siamo davanti al caos, non siamo davanti alla casualità. Ci sono dei patterns che si stanno riconfigurando, vanno capiti. Sono saltate alcune grammatiche e ne stanno entrando delle altre. All'interno di queste nuove grammatiche è sicuramente un imperativo per voi – per i Governi, per l'Italia, per l'Europa – capire quale ruolo e quali ambizioni assumere, ma è evidente che siamo davanti ad una competizione geostrategica tra Stati Uniti e Cina, che noi siamo in mezzo; tutte cose che voi conoscete abbondantemente.
  Il mio unico suggerimento è non considerare quello che sta accadendo come un segno di casualità. Ci sono dinamiche dentro abbastanza chiaramente leggibili, ma che non sono oggetto di questa conversazione; la possiamo fare in altri termini e in altri contesti. Condivido che questa sia la principale urgenza di un Governo, di un Paese, della Commissione Esteri, per voi, come operatori di politica internazionale.Pag. 12
  Parlo, invece, di un tema che è stato toccato sia da Della Vedova che dal presidente, il tema dei rapporti con le comunità locali, se le politiche di sostenibilità diventano un elemento di competizione e competitività, a seconda dei contesti in cui ci troviamo. Vorrei essere abbastanza chiaro: per avere un quadro complessivo, generale, di come Eni opera nel mondo, con riferimento ai temi di coinvolgimento degli stakeholders eccetera, sarà nostra cura farvi avere – perché penso sia un documento veramente molto interessante – il nostro report di sostenibilità. In genere, le compagnie vengono guardate soltanto per l'andamento del titolo o per la trimestrale, eccetera. Da diversi anni produciamo un report di sostenibilità molto ampio, che racconta il modo con il quale in ogni singolo Paese mettiamo in piedi i nostri programmi insieme ai Governi che ci ospitano, alle comunità locali, eccetera.
  Tendo sempre a dire una cosa, e la voglio ripetere: il ciclo industriale dell'energia è un ciclo lungo, non è un ciclo breve, non è finanza, non è un posto da cui si può entrare e uscire con un click o con una decisione notturna. Si studia un Paese per anni, si entra dentro e ci si rimane per il tempo di un paio di generazioni. Bisogna avere rapporti stabili e profondi. Il primo modo per «de-rischiare» politicamente un Paese è avere un rapporto di partnership e di amicizia di lunga durata. Per cui, per noi non è una cosmesi avere un ottimo rapporto con le comunità e con gli stakeholders locali, è una necessità. Noi siamo ospiti di quelle comunità. Quindi, quello sarà mia cura farvelo avere.
  Con riferimento più specifico all'oggetto di questa audizione, ossia l'Artico, torno sul tema che ho cercato appositamente di puntualizzare: c'è l'Artico immaginato del pack polare e c'è l'Artico dei Paesi che si affacciano sull'Artico, ma sono Paesi come tutti gli altri. È ovvio che il nostro rapporto non è con gli eschimesi o con gli orsi bianchi; siamo in una zona in cui abbiamo a che fare con comunità; la Norvegia è organizzata in un certo modo. Quindi, è un tipo di coinvolgimento con gli stakeholders non diverso da quello che faremo da altre parti del mondo; non è che ci sono delle specificità peculiari dedicate alla presenza artica.
  Rispetto alla questione posta dall'onorevole Della Vedova, vorrei dire una cosa che reputo molto importante: attenzione, il report di sostenibilità spiega che la gran parte di quello che facciamo lo facciamo perché è una nostra policy interna, lo facciamo perché abbiamo deciso che si fa così. E si fa così perché, qualsiasi siano i requisiti che il Paese che ci ospita ci chiede – la Norvegia o l'Angola, la Malesia o il Venezuela, il Messico o l'Oman – noi siamo una compagnia che per il 70 per cento del suo capitale risponde ad investitori ed azionisti che non sono istituzionali. Siamo una compagnia globale che opera con investitori globali. Quindi, la pressione che noi riceviamo dagli stakeholders, dall'accademia, dai media, dalle ONG, dai nostri azionisti, dagli investitori istituzionali e privati è più o meno la medesima in tutto il mondo. Non possiamo spacchettare il mondo in singoli comparti, dobbiamo avere una politica di carattere generale. Aggiungo che questo tipo di politica di carattere generale è un tipo di politica che vedo portano avanti anche le altre grandi compagnie internazionali. Magari si potrà dire che una è più sensibile e una lo è meno; tutti, però, facciamo fronte ad un mercato di investitori e di stakeholders che è globale. Non possiamo nasconderci, da questo punto di vista.
  È ovvio che ci sono Paesi – per questo ho messo l'accento – come la Norvegia – Paese non dell'Unione europea, ma Paese europeo – che per compensare una grande attività proattiva in energie tradizionali mette a fianco una grande attenzione sulle politiche di sostenibilità. Questa può essere un'attenzione sottolineata rispetto ad altri, ma non immaginate che nei Paesi dove operiamo, in Africa o nel Golfo, ci sia un'attenzione minore. Non è così. Non è un mondo a tre velocità diverse. Anzi, talvolta in quei casi il bisogno di parlare con le comunità locali presso cui operiamo è ancora più marcato, è ancora più forte.
  Il rapporto con le altre compagnie. È difficile fare uno snapshot di come funziona il mercato, però vi dico, grossolanamente,Pag. 13 che nel mercato dei grandi players tradizionali – anche noi facciamo tante altre cose nuove, ma fermiamoci ai players tradizionali – ci sono due grandi famiglie, le NOC (national oil company) e le IOC (international oil company), le compagnie nazionali, penso ad Aramco e Sonatrach, per esempio, le compagnie pubbliche dei Paesi detentori di risorse. Le IOC sono compagnie, basate, ad esempio, negli Stati Uniti o in Italia, che non hanno un proprio «giardino di casa» in cui operano esclusivamente, ma collaborano storicamente – da cinquant'anni a questa parte, alcune addirittura anche da più tempo – per sviluppare le risorse dei Paesi che hanno risorse. Dovete immaginare che questo è un mercato nel quale tutti questi soggetti – che non sono un numero infinito, sono un numero abbastanza definito, soprattutto quelli che hanno una certa dimensione – collaborano e competono al tempo stesso, perché tutte le nuove attività vengono in genere assegnate tramite procedure competitive, bid aperti, con offerte eccetera, e noi ci troviamo ad essere, al tempo stesso, ogni giorno, in competizione con le compagnie quando cerchiamo di entrare in un Paese o prenderci nuove licenze, ma spesso e volentieri siamo in compagnia delle medesime aziende laddove il portafoglio del mercato lo rende conveniente. Quindi, non esiste una sola modalità con le quali si sta su questo mercato. Analogamente, le NOC, ad esempio, Saudi Aramco, ADNOC, Qatar Energy e tutte quelle che vi possono venire in mente, hanno nelle loro attività rapporti di collaborazione a geometria variabile con le IOC a seconda delle opportunità che ci sono. È un mercato molto interessante, ma diverso da alcune raffigurazioni un po' hollywoodiane che possiamo ogni tanto vedere che riguardano questo ambiente.
  Questo è anche un pezzo di risposta all'ultima domanda posta dall'onorevole Maullu. La storia di Eni è abbastanza peculiare, perché noi abbiamo una partecipazione pubblica del 30 per cento, lo Stato ha un ruolo importante, determina la governance dell'azienda, ma fin dai tempi della sua privatizzazione l'azienda è per certi aspetti libera di perseguire le proprie strategie, compatibili con il mercato. Comunque, noi ci siamo sempre sentiti e continuiamo a sentirci uno «strumento» di dialogo e di servizio anche con gli interessi del Paese, ovviamente dovendoli conciliare con il 70 per cento di azionisti e di investitori, che non sono necessariamente pubblici e italiani.
  È difficile trovare una configurazione identica per altre aziende, perché ci sono aziende, come, ad esempio, Equinor in Norvegia, che forse sono più direttamente legate alle attività del proprio Paese, ma ci sono altre aziende – come, ad esempio, BPU, Schell o Total – che sono più svincolate. Le aziende americane sono svincolate da sempre. Questo spiega il fatto che, nonostante le politiche delle diverse amministrazioni, che possono consigliare, sconsigliare o incentivare delle attività, queste sono aziende che scelgono abbastanza liberamente rispetto alle proprie strategie aziendali. Quindi, è un rapporto di mutua e interessata osservazione fra aziende ed istituzioni, ma non è un rapporto di legame così stretto come si può immaginare.
  Arrivo agli ultimi due punti che volevo citare: Groenlandia e sicurezza europea. A tal riguardo vorrei essere chiaro: la Groenlandia oggi è un tema che stimola molto sul piano geopolitico, però il mondo è pieno di risorse. Torno ad un tema: le risorse vanno prese dove sono più convenienti e più sostenibili. Oggi ci stiamo cimentando con uno scenario di prezzo del barile a 60 dollari, che mediamente è uno scenario piuttosto basso, il che fa sì che molte produzioni che non sono all'interno di quel tipo di scenario non siano convenienti e non siano sostenibili; in altri termini, non producono profitto. Quindi, onestamente torno a ciò che dicevo prima: potenzialmente gli studi geologici ci dicono che ci sono risorse, ma poi bisogna vedere a che costo. La Norvegia resta per noi il miglior asset all'interno della regione artica ed è la ragione per cui l'abbiamo scelta.
  Rispetto al resto, guarderemo ciò che la strategia del Governo ci dirà, venerdì prossimo, in termini di proiezione politica dell'Artico, come guardiamo con attenzione a Pag. 14tutti i posizionamenti del Paese sulla scena globale.

  PRESIDENTE. Grazie mille. In conclusione voglio ricordare, perché li ha citati, il grande lavoro che abbiamo fatto con il precedente Ambasciatore di Norvegia, che sta continuando con l'attuale, Johan Vibe, e con l'Ambasciatore Stefano Nicoletti, che poi è culminato con una visita del Gruppo di amicizia Italia-Norvegia, che presiedo, che ha incluso, ovviamente, la visita all'impianto della compagina Vår Energi, dove abbiamo potuto toccare con mano quanto sia inserita nel contesto norvegese e le ottime relazioni instaurate ad ogni livello in Norvegia.
  Nel rinnovare il nostro ringraziamento al Direttore Pistelli, dichiaro conclusa l'audizione.

  La seduta termina alle 9.25.