SEDE REFERENTE
Giovedì 11 settembre 2025. — Presidenza del presidente Nazario PAGANO, indi del vicepresidente Riccardo DE CORATO. – Interviene il sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale, Giorgio Silli.
La seduta comincia alle 9.35.
Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare.
C. 1917-B cost. Governo, approvato, in prima deliberazione, dalla Camera e dal Senato.
(Seguito dell'esame e rinvio).
La Commissione prosegue l'esame del provvedimento, rinviato nella seduta del 10 settembre 2025.
Nazario PAGANO, presidente e relatore, fa presente che la Commissione prosegue oggi l'esame, in sede referente, del disegno di legge costituzionale C. 1917-B cost., approvata, in prima deliberazione, dalla Camera e dal Senato, recante «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare», rinviato nella seduta del 10 settembre 2025.
Avverte quindi che, come specificato anche nelle convocazioni, secondo quanto stabilito dalla Giunta per il Regolamento, i deputati possono partecipare all'odierna seduta in videoconferenza, non essendo previste votazioni.
Simona BONAFÈ (PD-IDP) sottolinea la contrarietà del Partito democratico ad una riforma costituzionale ritenuta sbagliata tanto nel merito quanto nel metodo.
Con particolare riguardo al metodo, considerato che si discute di un disegno di legge costituzionale e sostenuto che sarebbe buona prassi promuovere riforme di questo genere con la più ampia maggioranza possibile, critica la sostanziale estromissione del Parlamento dalla possibilità di contribuire alla stesura di un testo che, presentato dal Governo, è rimasto del tutto invariato. Rilevando come si parli spesso e tristemente di crisi democratica, ma al contempo si acuisca tale situazione con le concrete scelte politiche, evidenzia come si tratti della prima volta nella storia costituzionale italiana in cui una riforma di tale importanza non viene in alcun modo modificata rispetto al testo base, neppure nei Pag. 3suoi elementi secondari. Cita a tal proposito la questione del sorteggio – su cui ribadisce la posizione contraria del suo Gruppo – rispetto al quale ricorda che non sono state accolte, se non con ordini del giorno, proposte emendative volte quantomeno ad assicurare la parità di genere nella composizione dei due Consigli superiori della magistratura.
Ritiene che una tale scelta di metodo, caratterizzata da una sostanziale indisponibilità al dialogo con le opposizioni, rappresenti una grave forzatura istituzionale, che fa emergere una grande responsabilità dell'attuale maggioranza politica, che ha trattato un disegno di legge costituzionale come se fosse un decreto-legge.
Passando al merito della riforma, intendendo sgombrare il campo da una serie di equivoci, afferma in primo luogo che il disegno di legge costituzionale in esame non attiene in alcun modo al garantismo del nostro sistema giurisdizionale. Basti pensare, in questo senso, alla disciplina dei decreti in tema di sicurezza pubblica approvati dall'attuale maggioranza, che comprimono le libertà e i diritti costituzionali.
In secondo luogo, dichiara che l'obbiettivo di assicurare la separazione delle carriere rappresenta un feticcio ideologico, dal momento che tale misura è già stata disposta e attuata con la riforma Cartabia, come dimostrano i dati statistici relativi agli effettivi passaggi di magistrati da una funzione all'altra, e considerato che si mantiene lo stesso concorso pubblico per l'accesso alle due carriere.
In terzo luogo, avversa la tesi per cui con tale riforma costituzionale migliorerà la giustizia italiana. In questa prospettiva si domanda come si possa migliorare il sistema già solo moltiplicando gli organismi di autogoverno della magistratura.
In quarto luogo, considera un equivoco il ritenere che l'opposizione sia per lo status quo. Afferma infatti che la giustizia italiana necessita di riforme, volte a rafforzare le garanzie per i cittadini nel processo e a rendere più efficiente il sistema, riducendo i tempi per giungere a una sentenza definitiva, nell'interesse tanto della competitività del sistema economico italiano, quanto delle libertà dei cittadini coinvolti nei procedimenti giurisdizionali, che portano per anni pesi gravosi. Constatando quindi come la riforma in esame non intervenga su nessuno di questi aspetti, ritiene che essa non recherà alcun beneficio al sistema giustizia.
Sostiene infatti che tale revisione costituzionale muove dalla precisa volontà di indebolire la magistratura, incidendo sul relativo organo di autogoverno. Se infatti è vero che, come del resto già fatto, va affrontata la questione della degenerazione correntizia all'interno della magistratura, considera il sorteggio dei componenti togati dei Consigli superiori una misura incostituzionale, in aperto contrasto con i criteri di rappresentatività e di merito, che solo formalmente – con la modifica della denominazione del Ministero dell'istruzione – l'attuale Esecutivo intende valorizzare. In conclusione, ribadisce la necessità di una riforma vera, nonché di investimenti – e non di tagli – nel comparto giustizia, per aumentare la qualità del servizio reso ai cittadini ed assicurare loro un giusto processo.
Gianmauro DELL'OLIO (M5S) considera il disegno di legge costituzionale del tutto errato ed inidoneo a migliorare il sistema della giustizia in Italia.
Rimarcando come, di fatto, già vi sia una separazione delle carriere nella magistratura, ritiene che l'obbiettivo del Governo – come dichiarato da un esponente di maggioranza in primavera – sia quello di porre la magistratura requirente sotto il controllo della politica, con grave lesione della tripartizione dei poteri che dovrebbe caratterizzare il nostro ordinamento giuridico, nel quale già ad oggi l'Esecutivo ricopre un ruolo preminente.
Rispetto al contenuto della riforma, critica la duplicazione dei Consigli superiori della magistratura, nonché l'adozione del sistema del sorteggio per la selezione delle relative componenti togate. Al riguardo, richiamate le considerazioni sul merito svolte dalla collega Bonafè e sostenuto che in tali organi dovrebbero sedere i migliori magistrati, reputa assurda e aberrante la decisione di non optare per il sorteggio anche Pag. 4per la componente non togata, ma di ricorrere in tal caso a un elenco predisposto dal Parlamento in seduta comune – con inevitabile incidenza della relativa maggioranza politica.
Richiamando poi alcuni passaggi della relazione illustrativa, concernenti le finalità della riforma, dubita che tra queste vi possa essere un miglior funzionamento del sistema giurisdizionale, nel quale si dovrebbe intervenire per rendere i processi più celeri ed efficaci. Osserva invece come l'attuale Esecutivo ed il Ministero della giustizia non stiano lavorando in tal senso, come a suo giudizio dimostra una norma di carattere ordinamentale approvata indebitamente in sessione di bilancio, che non consente di iscrivere la causa a ruolo laddove non venga pagato il contributo unificato.
Per altro verso, alla luce delle statistiche sulle archiviazioni e sulle assoluzioni, evidenzia come non vi sia alcuna connivenza tra magistratura giudicante e magistratura requirente tale da giustificare il ricorso alle soluzioni proposte con il disegno di legge costituzionale in questione.
Auspica dunque che con il prossimo referendum venga bocciata questa riforma costituzionale, che non migliora il sistema della giustizia italiana, ma implica piuttosto una forzatura istituzionale, compromettendo la separazione dei poteri.
Toni RICCIARDI (PD-IDP) ritiene che quella posta in essere dalla maggioranza sia un'operazione più mediatica che sostanziale, costruita sul presupposto della denigrazione scientifica di un potere dello Stato di fronte all'opinione pubblica.
Ritiene che non sia sostenibile una riforma sostanzialmente importante come quella in esame ad invarianza di bilancio, e che ci sia altresì una tendenza ad imitare ordinamenti giuridici di altri Paesi che prevedono la nomina dei componenti di organi giudiziari. Giudica ipocrita e scorretto l'aumento dei soggetti facenti parte dei Consigli superiori, dovuto appunto alla loro duplicazione, senza che ve ne sia il bisogno e ad invarianza finanziaria.
Giudica contraddittorio il sistema basato su due Consigli superiori, che però devono sottostare ad un unico organismo – ossia la Corte disciplinare –, nonché il fatto che le carriere della giustizia militare non vengano separate.
Esprime le sue critiche anche per l'istituto del sorteggio, considerato dalla maggioranza come la panacea dei problemi legati alle correnti interne alla magistratura, come se, esemplificando, sorteggiare il segretario di un partito potesse evitare le dinamiche correntizie e politiche nel Paese.
Sostiene che questo provvedimento acuisca la torsione democratica che sta investendo l'Italia, con rischi evidenti legati anche alla fragilità politico-istituzionale di questo determinato periodo storico, in quanto è senza precedenti – e lesivo del principio della separazione dei poteri – il fatto che il funzionamento di un potere dello Stato venga modificato in assenza di interlocuzione con il potere stesso. Inoltre, siccome una riforma come quella in esame richiederebbe una concertazione e un confronto tra le varie forze politiche, le modalità preoccupanti con cui la maggioranza sta procedendo delegittimano anche una presunta ed eventuale buona fede dei sostenitori del provvedimento, con inevitabili – ma forse ignoti – effetti sulla tenuta democratica del Paese.
In definitiva, la democrazia del nostro sistema sta subendo una destrutturazione, ma non per mano di minacce esterne, bensì per via di azioni politiche irresponsabili interne.
Francesco MARI (AVS) fa presente che, a seguito dell'approvazione del provvedimento in analisi, e in attesa del conseguente referendum costituzionale, la maggioranza procederà senza dubbio ad una campagna elettorale basata sull'idea che questa riforma risolva le disfunzioni del sistema giudiziario. Tuttavia, questa riforma non ha niente a che vedere con i veri problemi della giustizia, bensì è frutto di ideologie identitarie e di impegni elettorali della maggioranza.
Osserva che, da un punto di vista lessicale, sarà necessario d'ora in poi riferirsi alla magistratura utilizzando il plurale, cambiando altresì il testo costituzionale e sostituendo la parola «magistratura» con Pag. 5«magistrature», in coerenza con la separazione e la spaccatura interna causata dalla maggioranza.
Sostiene che, contrariamente agli obiettivi che si prefigge la riforma, la separazione delle carriere produrrà un'esasperazione del fenomeno corporativo, creando addirittura due macro-corporazioni.
Sottolinea che la qualità del sistema giudiziario dipende in gran parte dall'equilibrio dello stesso, e che tale equilibrio venga meno a seguito della separazione delle carriere dei magistrati, causando altresì danni alla formazione degli stessi, elemento fondamentale del nostro sistema, che lo ha reso capace di sostenere sfide notevoli come il terrorismo, la criminalità organizzata e la corruzione. È di primaria importanza che ogni potere dello Stato svolga i suoi compiti integralmente; in caso contrario si determinerebbero squilibri anche tra i poteri stessi, come probabilmente avverrà a seguito della frattura inferta al potere giudiziario dalla riforma in oggetto. Nota poi che non ci sono evidenze di altri Paesi che abbiano adottato un sistema giudiziario basato sulla separazione delle carriere dei magistrati e che funzionino qualitativamente meglio del nostro.
Ritiene che le modifiche alla Costituzione debbano essere condivise e non politicamente violente. Per quanto riguarda il primo elemento, sostiene che la riforma sia contestata dalla quasi totalità dei giuristi italiani; per quanto riguarda il secondo elemento, si percepisce una sorta di imposizione e di dovere storico inderogabile riferito alla riforma in esame, che ricorda tratti caratteristici dei sistemi autoritari.
Sottolinea la responsabilità degli attori politici di maggioranza che non sono mai stati disponibili al dialogo o alla possibilità di modificare il testo del provvedimento, determinando palesi forzature.
Andrea QUARTINI (M5S), intervenendo in videoconferenza, ricorda l'intento della maggioranza di operare sulla Costituzione con tre distinti provvedimenti, ossia la riforma sull'autonomia differenziata, voluta dalla Lega, la riforma del premierato, voluta da Fratelli d'Italia, e infine la riforma sulla separazione delle carriere, voluta da Forza Italia. Ritiene che con quest'ultima si sta procedendo ad un sistemico indebolimento del potere giudiziario, guidato da un'ostilità di fondo nei confronti della magistratura.
Sottolinea che mentre per modifiche costituzionali di questa portata è imprescindibile la ricerca della condivisione più ampia possibile, come lo spirito e la logica del nostro sistema costituzionale impone, l'attuale maggioranza sta all'opposto evitando di collaborare, dividendo di fatto il Paese e sostituendo una «democratura» alla nostra democrazia. Anche la stessa maggioranza, infatti, evita di intervenire, considerando sostanzialmente blindato ogni provvedimento.
Rileva come numerosi esperti abbiano più volte ribadito che riforme costituzionali di questo tipo non dovrebbero essere operate dal Governo – come invece sta avvenendo –, bensì dal Parlamento, in quanto è evidente il forte conflitto di interessi che i Governi hanno nella volontà di orientare l'assetto istituzionale del Paese.
Sostiene che, a fronte della richiesta dei cittadini in ordine ad una giustizia efficiente, certa e veloce, questa riforma non migliori in alcun modo la situazione attuale, che è attanagliata da problemi differenti rispetto a quelli individuati dal provvedimento in analisi, primo fra tutti la carenza di organico. Da questo punto di vista, ricorda le vacanze del sistema, tra cui 1800 magistrati, 15000 funzionari amministrativi e 7100 agenti di polizia giudiziaria, che però non saranno sanate dal provvedimento in esame, anche a causa della necessaria invarianza finanziaria.
Evidenzia il contesto di riforme in cui si inserisce quella in esame, prendendo in considerazione la cancellazione dell'abuso d'ufficio, la limitazione all'utilizzo delle intercettazioni, l'introduzione dell'interrogatorio preventivo con relativo avviso di reato, l'indebolimento del ruolo della Corte dei conti e l'introduzione di numerosi nuovi reati.
Ritiene che il ruolo unico dei magistrati sia fondamentale, in quanto il pubblico ministero, pur ricoprendo il ruolo della pubblica accusa, deve essere imparziale e Pag. 6deve avere l'obbligo di ricercare anche le prove a discolpa dell'indagato, obbligo che il suo gruppo ha proposto di inserire anche in Costituzione. La riforma in esame avrà l'effetto di rendere il pubblico ministero un magistrato del tutto separato dai giudici, con l'unico obiettivo di incrementare il numero di indagini e di condanne.
Giudica inoltre contraddittorio l'istituto del sorteggio, che certamente non è meritocratico.
Rileva infine un forte rischio di trasformazione della nostra democrazia in una «democratura», e auspica che il referendum respinga la riforma in esame.
Federico GIANASSI (PD-IDP) ribadisce le obiezioni della sua parte politica al provvedimento in esame, sia sotto il profilo del metodo sia per quanto riguarda il merito.
Sottolinea, in primo luogo, l'esistenza di un rilevante problema di metodo, che diviene anche sostanziale, e come la riforma sia destinata ad avere un enorme impatto sull'assetto del potere giudiziario e sui rapporti tra i poteri dello Stato.
Rileva come il testo sia stato blindato e come non sia stato possibile introdurre modifiche neppure su temi, come la parità di genere, ritenuti meritevoli di attenzione anche da parte della maggioranza. Stigmatizza poi il silenzio, salvo rare eccezioni, da parte dei deputati della maggioranza nel corso della discussione sia in Commissione sia in Assemblea, e la sudditanza politica della maggioranza parlamentare nei confronti del Governo.
Quanto al merito, ritiene che il provvedimento sia mosso essenzialmente da intenti punitivi nei confronti della magistratura e rileva come ciò sia fra l'altro testimoniato dalle affermazioni del Vicepresidente del Consiglio Salvini. Rileva come il Governo non accetti l'autonomia e l'indipendenza della magistratura e come ci si trovi di fronte a un intervento ideologico, che guarda solo al passato e non tiene conto degli interventi legislativi in materia di giustizia susseguitisi nell'ultimo trentennio.
Ribadisce come la riforma in esame non migliori l'efficienza del sistema giudiziario né rafforzi le garanzie e come essa sia pienamente coerente con l'impostazione perseguita anche in altri Paesi dalle destre sovraniste, che avversano gli organi di garanzia e vorrebbero una magistratura mera attuatrice del programma del Governo. Cita, al riguardo, con preoccupazione l'evoluzione del quadro politico e istituzionale in Turchia, Ungheria e Stati Uniti.
Rileva come la riforma in esame porterà inevitabilmente alla sottoposizione del pubblico ministero al potere esecutivo e sia mossa dalla volontà di sottrarre il pubblico ministero alla cultura della giurisdizione. Sottolinea, inoltre, come si produrrà un'eterogenesi dei fini, in quanto il pubblico ministero, anziché essere ridimensionato, aumenterà il suo potere, trasformandosi da organo di giustizia in accusatore seriale, rendendo a quel punto inevitabile la sua sottoposizione al controllo del potere esecutivo.
Ricorda come nell'Assemblea Costituente emersero posizioni diverse sul ruolo del pubblico ministero e come il vigente testo costituzionale sia il frutto della sapiente opera di mediazione condotta da Calamandrei, con la previsione di un organo di autogoverno nel quale la prevalenza della componente eletta dai magistrati è temperata dalla presenza della componente laica eletta dal Parlamento e dalla presidenza attribuita al Presidente della Repubblica.
Sottolinea come l'unico Paese in cui sia stata prevista la separazione delle carriere senza contemporaneamente prevedere la sottoposizione del pubblico ministero al potere esecutivo sia il Portogallo e come l'esperienza di tale Paese non sia felice sotto il profilo delle garanzie, in quanto il Primo ministro Costa fu costretto alle dimissioni a seguito del suo coinvolgimento in un procedimento giudiziario derivante da una mera omonimia.
Ribadisce conclusivamente la netta contrarietà al provvedimento in esame, che sarà ulteriormente e ampiamente motivata nel Parlamento e nel Paese.
Debora SERRACCHIANI (PD-IDP) rileva, in primo luogo, sotto il profilo del metodo, come su una riforma di tale portata, contenuta in un testo del Governo anziché di iniziativa parlamentare, non sia Pag. 7stata consentita alcuna modifica nel corso dell'esame parlamentare, neppure da parte della maggioranza.
Osserva come si tratti di una riforma divisiva, che incide sulla separazione dei poteri prevista dalla Costituzione, il cui reale obiettivo, come testimoniato dalle dichiarazioni di esponenti del Governo, quali la premier Meloni e i Ministri Nordio e Musumeci, è quello di aprire un conflitto con la magistratura e di ridimensionare il potere giudiziario, il cui compito dovrebbe essere quello di porre limiti al legislatore e di controllare gli altri poteri.
Rileva come per intervenire in materia di separazione delle carriere sarebbe stato sufficiente il ricorso a una legge ordinaria e come la riforma in esame incida anche sul principio di uguaglianza, a garanzia del quale sono posti i principi dell'autonomia e indipendenza della magistratura e dell'obbligatorietà dell'azione penale.
Sottolinea come la riforma abbia lo scopo di indebolire la magistratura, introducendo una separazione non delle carriere ma delle magistrature, e come, per un'eterogenesi dei fini, essa finirà per rafforzare il pubblico ministero, che già oggi, disponendo della polizia giudiziaria ed essendo titolare dell'azione penale, ha un potere, anche mediatico, per certi versi superiore a quello del giudice, innescando meccanismi di competizione fra le procure e rendendo i magistrati del pubblico ministero più facilmente condizionabili dal potere politico. Osserva come tale prevedibile rafforzamento del pubblico ministero, che avrà anche un organo di autogoverno separato, porterà inevitabilmente alla sua sottoposizione al potere esecutivo, come avviene in quasi tutti i Paesi in cui è stata prevista la separazione delle carriere.
Si sofferma, infine, sul meccanismo del sorteggio, esprimendo la propria contrarietà all'eliminazione delle correnti, in quanto l'esistenza di queste ultime è un'esigenza riconosciuta dagli stessi Costituenti per garantire il pluralismo delle diverse aree culturali e la rappresentanza del Paese. Ricorda, al riguardo, come il sorteggio fosse previsto da una proposta di legge del 1971 presentata dall'onorevole Almirante, mossa esplicitamente dall'intento di sottoporre la magistratura alla volontà del legislatore.
Francesca GHIRRA (AVS) ribadisce la contrarietà del suo gruppo al provvedimento in esame, sia per ragioni di metodo sia per ragioni di merito.
Stigmatizza il fatto che si sia trattato di una riforma blindata, senza alcuna possibilità di modifica in sede parlamentare, che costituisce un vero e proprio attacco alla magistratura e che non va incontro alle reali esigenze della giustizia.
Sottolinea come tale riforma fosse il sogno di Berlusconi e completi il quadro della spartizione delle riforme istituzionali tra le forze politiche della maggioranza, nell'ambito di un processo che vede la riduzione del ruolo del Parlamento e il continuo ricorso ai decreti-legge e all'introduzione di nuovi reati, con il rischio di trasformare l'Italia in una «democratura».
Osserva come con il provvedimento in esame si delinei una ridefinizione dei rapporti tra i poteri dello Stato e un assetto del potere giudiziario radicalmente diversi rispetto a quelli previsti dalla Costituzione.
Si sofferma, quindi, sui contenuti specifici della riforma, rilevando, in primo luogo, come non sia necessario modificare la Costituzione per prevedere la separazione delle carriere, che è stata già introdotta, di fatto, per effetto della legge n. 71 del 2022, e come il reale obiettivo sia, in realtà, quello di porre il pubblico ministero sotto il controllo del potere esecutivo.
Per quanto concerne il sorteggio, rileva come l'introduzione di tale meccanismo comprometterà sia la rappresentatività, sotto il profilo del pluralismo culturale, sia la funzionalità degli organi di autogoverno, la cui composizione sarà casuale e che, pertanto, perderanno inevitabilmente autorevolezza.
Sottolinea, quindi, come la previsione di due distinti organi di autogoverno comporti il rischio di una corporativizzazione dei magistrati.
Quanto all'Alta Corte disciplinare, reputa incomprensibile la previsione dell'appello dinanzi alla Corte stessa, anziché alla Corte di cassazione.Pag. 8
Ribadisce conclusivamente come la riforma abbia l'obiettivo di sottoporre il pubblico ministero al controllo del potere esecutivo e come essa, con la creazione di un corpo separato di pubblici ministeri, indebolirà l'ordine giudiziario e la sua indipendenza.
Riccardo DE CORATO, presidente, nessun altro chiedendo di intervenire, rinvia il seguito dell'esame ad altra seduta.
La seduta termina alle 11.05.