TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 658 di Martedì 12 maggio 2026

 
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MOZIONI SUL RILANCIO DELLA STRATEGIA NAZIONALE
DELLE AREE INTERNE

   La Camera,

   premesso che:

    1) una parte preponderante del territorio italiano è caratterizzata da un'organizzazione spaziale fondata su «centri minori», spesso di piccole dimensioni, che in molti casi sono in grado di garantire ai residenti soltanto una limitata accessibilità ai servizi essenziali. Le specificità di questo territorio possono essere riassunte utilizzando l'espressione «aree interne» le quali si distinguono per essere significativamente distanti dai principali centri di offerta di servizi essenziali (istruzione, salute e mobilità); per una disponibilità elevata di importanti risorse ambientali (idriche, sistemi agricoli, foreste, paesaggi naturali) e culturali (beni archeologici, insediamenti storici, abbazie, piccoli musei, centri di mestiere) e, infine, per costituire dei territori profondamente diversificati in quanto esito delle dinamiche dei vari e differenziati sistemi naturali e dei peculiari e secolari processi di antropizzazione;

    2) parte rilevante delle aree interne ha subito, a partire dagli anni Cinquanta dello scorso secolo, un processo di marginalizzazione che, anzitutto, si è manifestato attraverso intensi fenomeni di de-antropizzazione quali la riduzione della popolazione sotto la soglia critica, l'invecchiamento demografico e la riduzione dell'occupazione e del grado di utilizzo del capitale territoriale. Tale processo si è manifestato, inoltre, con una progressiva riduzione quantitativa e qualitativa dell'offerta locale di servizi pubblici, privati e collettivi – i servizi, cioè, che definiscono nella società europea contemporanea la qualità della cittadinanza;

    3) porre l'attenzione sulla grande estensione delle aree interne – in termini demografici e territoriali – rende immediatamente evidente quanto sia consistente il potenziale di sviluppo che esse oggi esprimono nel loro insieme, e quanto sia quindi importante il loro contributo a stabilizzare la traiettoria di sviluppo economico nazionale. Lasciare inutilizzato un capitale territoriale così vasto, eterogeneo e specifico è dunque incoerente anche da un punto di vista economico;

    4) peraltro, le aree interne sono oggetto di audizioni specifiche svolte in relazione ai lavori della Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica in atto, come riportato anche dal Doc. XXII-bis, n. 3, approvato lo scorso 5 novembre 2025;

    5) l'ultima mappatura delle aree interne ha ricompreso quasi il 60 per cento della superficie nazionale, ricomprendendo circa 4 mila comuni (all'incirca la metà del totale) e interessando il 22 per cento della popolazione italiana. Anche in considerazione di tali percentuali, le aree interne devono essere considerate una «questione nazionale». Oltre al tema del potenziale di sviluppo di cui dispongono – appena richiamato – tali zone hanno un rilievo nazionale anche per i costi sociali determinati dalla condizione in cui versano. L'instabilità idro-geologica è un esempio dei costi sociali che si associano alle modalità attuali di uso dei paesaggi umani nelle aree interne. Si possono poi indicare altri esempi altrettanto rilevanti come la perdita di diversità biologica o la dispersione della conoscenza pratica detenuta da coloro lì residenti;

    6) un ulteriore elemento da considerare in una prospettiva nazionale è il basso grado di accessibilità ai beni di base – sanità, istruzione, mobilità, cui oggi si deve aggiungere la connettività virtuale (accesso ad internet) – per la popolazione residente. La scarsa accessibilità ai servizi di base e ai servizi sociali di interesse generale, riduce grandemente il benessere della popolazione di tali territori e limita il campo di scelta e di opportunità degli individui (nonché dei nuovi potenziali residenti). Considerando quanto sia elevata la quota della popolazione che vive nelle aree interne, questa situazione di disparità ha un evidente rilievo sociale e politico;

    7) al 1° gennaio 2024, secondo l'ultima rilevazione Istat, nelle aree interne risiedono circa 13 milioni e 300 mila individui, circa un quarto della popolazione residente in Italia; nei centri, invece, la popolazione è pari a 45 milioni e 700 mila individui. In particolare, risiedono nei comuni intermedi 8 milioni di persone (pari al 13,6 per cento del totale dei residenti in Italia), nei comuni periferici 4,6 milioni (7,8 per cento) e, infine, nei comuni ultraperiferici, i più svantaggiati in termini di accessibilità ai servizi, 700 mila individui (1,2 per cento);

    8) come in molti altri ambiti di comparazione, il Mezzogiorno sperimenta perdite più accentuate. Infatti, la perdita di popolazione nelle aree interne del Mezzogiorno (-6,3 per cento, -483 mila individui) è più intensa rispetto a quella nelle aree interne di Nord e Centro dove la diminuzione è, rispettivamente, del 2,7 per cento e del 4,3 per cento (oltre -100 mila individui per entrambe);

    9) nel Mezzogiorno, tra i comuni in declino, oltre due terzi sono comuni delle aree interne, mentre nel Centronord i comuni interni sono oltre un terzo. Se nel Centro-nord, il calo demografico coinvolge quasi in egual misura i comuni interni e quelli centrali, nel Mezzogiorno la diminuzione della popolazione riguarda per lo più comuni appartenenti alle aree interne e risulta, inoltre, più intensa rispetto a quanto accade per la stessa tipologia di comuni nel Centro-Nord;

    10) lo spopolamento è la minaccia di maggiore portata che interessa i territori della montagna e delle altre aree interne. Agire e investire nella capacità di attrazione dei centri non urbani – in special modo, per i più giovani, in considerazione dell'attuale contesto di globalizzazione e di alta mobilità della popolazione – è fondamentale. La pandemia, che ha messo sotto scacco due dei principali fattori attrattivi delle città quali la densità e la mobilità, è sembrata aprire nuove opportunità per questi territori, materialmente generate dalla diffusione dello smart working, che necessitano ora più che mai di essere colte;

    11) con particolare riferimento a quest'ultimo punto, il lavoro agile svolto risiedendo in piccoli comuni e in quelli delle aree interne può rappresentare uno strumento importante per ripensare complessivamente i rapporti del mondo del lavoro, garantendo una migliore qualità del benessere dei lavoratori e delle lavoratrici, e al tempo stesso di riorganizzazione aziendale, ma ancora di più di ripopolamento e di nuovi servizi per garantire i diritti di cittadinanza nei luoghi marginali, favorendo coesione sociale, territoriale ed economica e riducendo le attuali crescenti disuguaglianze. La promozione di tale strumento lavorativo non è finalizzato solamente ad arrestare il declino demografico caratterizzante le zone remote e per riqualificarne il mercato del lavoro, ma anche per creare un nuovo sistema cittadino grazie alla versatilità che il digitale garantisce;

    12) al fine di invogliare famiglie e giovani a risiedere in queste aree, il tema dei servizi educativi e di un rinnovato investimento sul capitale umano della montagna e delle aree interne assume un rilievo centrale. Va, infatti, attivata e valorizzata la connessione diretta tra la volontà delle famiglie di risiedere in ambienti dove la qualità della scuola resti comunque elevata e dove ci siano comunque i servizi essenziali, la volontà dei giovani di esplorare orizzonti differenti di formazione post secondaria e la volontà delle imprese finalizzata a ricercare in questi territori risorse umane di grande interesse;

    13) non contrastare l'abbandono di queste zone significa sia indebolire le attività economiche – quali agricoltura, allevamento e turismo – che in questi contesti trovano la vocazione più naturale possibile sia, al tempo stesso, esporre il territorio a rischi ambientali (incendi, dissesti idrogeologici, incuria del paesaggio) che si ripercuotono sull'intera collettività;

    14) assume rilievo l'esigenza di considerare, accanto alle politiche per i servizi essenziali, anche strumenti nuovi capaci di sostenere la tenuta demografica e socio-economica dei territori. In tale prospettiva, sono numerose le evidenze scientifiche indicanti che la presenza di cittadini stranieri, ove accompagnata da scelte locali e nazionali coerenti, può concorrere al rilancio di contesti marginali, anche in termini di rafforzamento del tessuto economico e imprenditoriale. Ciò è documentato, per citarne alcuni, dall'ultimo progetto di ricerca Sett dell'istituto indipendente Fieri (Forum internazionale ed europeo ricerche sull'immigrazione), che segnala miglioramenti di indicatori economici (reddito e imprese) nei territori osservati in serie temporale dopo l'insediamento di popolazione straniera, fermo restando – chiaramente – che tali dinamiche non operano in modo automatico ma dipendono dall'azione delle amministrazioni e degli attori territoriali. Analogamente, uno studio realizzato recentemente da ricercatori del Gran Sasso Science Institute, con il sostegno dell'organizzazione internazionale delle migrazioni, basato su approcci quantitativi e qualitativi e focalizzato su aree interne appenniniche (Valle Subequana, Alta Irpinia, Madonie), ha evidenziato come la migrazione possa concorrere a mitigare gli effetti dello spopolamento e dell'abbandono e a rafforzare la resilienza locale se subordinato a politiche che valorizzino i migranti quali soggetti liberi e attivi, partecipi allo sviluppo sostenibile dei territori assieme alle comunità locali, e su cui investire maggiormente in termini di coesione (sociale ed economica) e di crescita delle competenze, abbandonando narrative e politiche di carattere securitario;

    15) in Italia, e in Europa, non si può affrontare l'attuazione dell'Agenda Onu 2030 senza occuparsi di aree interne e montagna, poiché è in queste realtà – fragili per condizioni fisico-geografiche, ambientali e per processi modificativi della vita sociale intervenuti nel tempo – che si gioca il futuro della conservazione e rigenerazione di biodiversità e di patrimonio umano del nostro continente. Si tratta di territori in cui sono certamente presenti sia limiti ma anche nuove opportunità da cogliere; per cogliere il loro potenziale di sviluppo è necessario, però, saper riconoscere specificità differenti (come quelle che distinguono territori alpini da quelli appenninici, o quelli che si propongono tra Appennino centro-settentrionale e centro-meridionale, oppure ancora, quelle delle zone insulari), sia per dare valore alle tante forme di imprenditorialità intergenerazionale sia per adattarvi strumenti di programmazione, pianificazione, progettazione futuri;

    16) si rende quindi necessaria la diffusione tra i decisori pubblici della consapevolezza che lo sviluppo di questi territori, così diversificati ed eterogenei, non può seguire un sentiero uniforme e tracciato da forze estranee ai sistemi locali. Il futuro di queste aree si gioca nell'essere un processo generativo di possibilità, che può affermarsi nella capacità di dare risposta locale alle molteplici istanze che emergono;

    17) con particolare riferimento ai territori montani, i quali rappresentano gran parte delle aree interne, la loro propria specificità e varietà va studiata e interpretata nell'interazione con i territori di pianura e città, incrociando le rispettive domande sia di servizi ecosistemici sia di consumo di risorse naturali. Da qui la necessità di riscrivere il patto tra territori urbani e metropolitani e aree interne e montane per rendere, come recita il Goal 11 dell'Agenda Onu le città e gli insediamenti umani «inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili», con ciò sollecitando le istituzioni pubbliche, rappresentative e di governo a programmarne e guidarne l'attuazione. Decisiva è, quindi, la disponibilità di una governance adeguata alle specificità territoriali: rilanciare l'autogoverno locale, misurato con la realtà delle piccole comunità interne e montane alle quali fornire una dimensione d'area, diventa un'esigenza ineludibile. Senza questa dimensione, le strategie di intervento rischiano di essere vanificate;

    18) in un Paese a demografia debole e in contrazione quale l'Italia dove l'urbanizzazione relativa e la progressiva concentrazione della popolazione nei centri maggiori diventano un preoccupante moltiplicatore delle fragilità territoriali, la crescita dei poli urbani non rappresenta un fenomeno neutro quanto, piuttosto, produce concreti effetti territoriali come l'attrazione selettiva di giovani e di capitale umano, la concentrazione dei servizi specialistici, la polarizzazione del mercato del lavoro e delle opportunità nonché l'aumento delle rendite immobiliari e infrastrutturali. Nei fatti, molti di tali poli coincidono con le città maggiori e spesso con i capoluoghi, tuttavia, nelle strategie dedicate alle aree interne, il capoluogo compare come «luogo di servizio» (polo) e non come soggetto con doveri di cooperazione territoriale. Le politiche pubbliche organizzano la strategia «per le aree interne» senza costruire o promuovere un «patto» istituzionale esplicito con i centri attrattori (capoluoghi/città medie) che sono parte del meccanismo territoriale che genera flussi, rendite e concertazioni;

    19) in un contesto tale, la rigenerazione territoriale non può affidarsi esclusivamente a un sistema di finanziamenti «riparativi» ma deve introdurre strumenti capaci di contenere le forme più squilibrate di attrazione e concentrazione dello sviluppo urbano entro limiti di sostenibilità territoriale e di coesione nazionale;

    20) l'articolo 174 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea dispone che l'Unione debba provvedere a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni riferendosi, tra l'altro, alle aree che presentano permanenti svantaggi naturali o demografici, quali le zone rurali, le aree montane e quelle periferiche;

    21) l'articolo 44 della Costituzione italiana prevede espressamente che la legge disponga provvedimenti a favore delle zone montane;

    22) nell'ambito della politica regionale di coesione per il ciclo 2014-2020, è stato dato avvio, in attuazione delle norme primarie sopra descritte, alla Strategia nazionale per le aree interne (Snai) diretta al sostegno della competitività territoriale sostenibile, al fine di contrarre, nel medio periodo, il declino demografico che caratterizza talune aree del Paese, definite come quelle più lontane dai servizi di base. La strategia aveva individuato 72 aree interne di intervento, comprendente 1.077 comuni, per 2.072.718 abitanti e un territorio di 51.366 chilometri quadrati, circa un sesto del territorio nazionale;

    23) la Snai trova attualmente continuità nella programmazione 2021-2027, in base a quanto indicato nell'Accordo di partenariato per l'Italia, adottato con decisione di esecuzione della Commissione C (2022)4787 del 15 luglio 2022, che conferma la Snai all'interno delle più complessive strategie territoriali collegate prevalentemente all'obiettivo strategico di policy 5 «Un'Europa più vicina ai cittadini». Sono state così previste ulteriori nuove 56 aree interne e confermate 67 delle 72 aree interne individuate nel ciclo 2014-2020. Complessivamente dunque, la Snai 2021-2027 riguarda 124 Aree di progetto, che coinvolgono 1.904 comuni, in cui vivono 4.570.731 abitanti;

    24) tuttavia, a più di dieci anni dal concepimento della Snai, possono svilupparsi varie riflessioni;

    25) in primo luogo, va sottolineata la drammaticità dei numeri di spesa della Strategia pubblicati sul portale Open Coesione. Dal 2014 a oggi, le percentuali non sono quelle auspicate. È chiaro che ci sia qualche punto del meccanismo tale da non permettere un reale decollo della Strategia: il quadro attuativo che emerge si caratterizza per lentezza e frammentazione, con percentuali significative di progetti «in corso» (56 per cento), una quota di progetti «conclusi» pari al solo 26 per cento e un livello di liquidazione contenuto (7 per cento) (dati aggiornati al 31 agosto 2025). Ciò è riconducibile a ritardi nell'attuazione derivanti da complessità burocratiche (iter di approvazione lenti e frammentazione della governance multilivello), emergenze esterne (come la pandemia da COVID-19 che ha congelato il 20-30 per cento delle attività) e carenze di capacità amministrativa locale (come piccoli comuni senza risorse per la partecipazione ai bandi);

    26) tuttavia, casi virtuosi esistono: le performance migliori si associano a sistemi regionali con maggiore maturità amministrativa e integrazione dei fondi, nonché a strategie territoriali integrate incentrate su servizi essenziali e sviluppo locale. Si collocano, tra le esperienze più significative, il Trentino-Alto Adige, che evidenzia un livello particolarmente avanzato di attuazione, anche in ragione dell'autonomia organizzativa e del ricorso a interventi connotati da innovazione e digitalizzazione dei servizi; la Toscana, che si distingue per l'impostazione di strategie territoriali integrate e per un contenimento delle iniziative non andate a buon fine; nonché l'Emilia-Romagna, che risulta tra le realtà più efficaci per coesione istituzionale e per capacità di impiego efficiente ed integrato delle risorse;

    27) i due periodi di programmazione (2014-2020 e 2021-2027), nonostante le riflessioni critiche – interne o esterne alla strategia – che alimentano il dibattito sul tema, evidenziano una pressoché totale continuità tra le due fasi in termini di definizione e classificazione delle aree interne, indirizzi di governance, ripartizione finanziaria e monitoraggio;

    28) in secondo luogo, non sono stati messi in discussione i princìpi e i criteri che hanno guidato la classificazione delle aree interne: la certificazione di marginalità è ancora guidata da indicatori di natura spaziale che hanno più volte generato processi di esclusione di aree caratterizzate da altre forme di marginalità non identificabili dal solo criterio della distanza fisica o da forme di fragilità socio-economiche e demografiche non dovute alla mancanza dei servizi essenziali. La nuova programmazione ha mancato l'occasione per riaprire il dibattito e proporre modifiche per un metodo di classificazione rinnovato e capace di guardare alle interdipendenze tra i territori;

    29) per quanto riguarda la traduzione della politica su scala locale, invece, con la nuova programmazione si assiste a una centralizzazione della pianificazione e gestione delle strategie a livello superiore. Un cambio di direzione che sembra porre le basi per un rallentamento del percorso di associazionismo tra realtà locali auspicato dalla Snai e un indebolimento della capacità di cooperazione multi-livello. L'introduzione di nuovi organismi di governance a livello regionale potrebbe in parte rispondere alle difficoltà di progettazione manifestate dalle amministrazioni locali – dovute anche al fatto che le strategie sono state sviluppate sulla base della disponibilità di risorse e competenze nelle varie aree interne, a volte non sufficienti a sostenere il processo di progettazione, producendo un quadro eterogeneo di risultati – durante la prima fase e quindi, giovare all'intero sistema. Tuttavia, all'atto pratico, ciò si è tradotto in un ulteriore irrigidimento burocratico;

    30) in terzo luogo, ulteriore nodo critico e non sciolto nella nuova programmazione è la complessa integrazione dei vari fondi (nazionali, comunitari, altri fondi pubblici e privati) a supporto delle aree interne. Nel caso della Snai 2021-2027, oltre ai fondi nazionali per il rafforzamento dei servizi essenziali e quelli europei dedicati ai progetti di sviluppo locale, si sovrappongono misure che hanno obiettivi molto diversi tra loro (dal fondo per la prevenzione degli incendi boschivi al progetto speciale per il rafforzamento dei servizi nelle isole minori, dal fondo per i comuni marginali alle misure del PNRR. Appare chiara la necessità di mettere le realtà locali in condizioni di operare una concreta integrazione tra politiche e ottenere una più efficace ricaduta degli interventi;

    31) alla Strategia nazionale per le aree interne si deve il merito di aver indirizzato il dibattito pubblico e politico sulle problematiche della marginalità territoriale e dello spopolamento e di continuare a mettere in luce le istanze e le domande latenti presenti sui territori. Quest'ultime, tuttavia, solo se adeguatamente ascoltate e sistematizzate, potranno condurre verso la reale strutturazione di politiche ordinarie a supporto della coesione territoriale;

    32) l'intero Paese, attraverso un'azione congiunta tra Governo, Parlamento ed enti locali, deve promuovere e sostenere lo sviluppo economico, sociale, ambientale e culturale dei piccoli comuni, garantire l'equilibrio demografico del Paese favorendo la residenza in tali comuni, nonché tutelarne e valorizzare il patrimonio naturale, rurale, storico-culturale e architettonico;

    33) favorire l'adozione di misure in favore dei cittadini residenti nei piccoli comuni e delle attività produttive e commerciali ivi insediate, con particolare riferimento al sistema dei servizi territoriali, in modo da contrastarne lo spopolamento e, al contempo, valorizzare un patrimonio economico-culturale composto da competenze tecniche-gestionali ed esperienze lavorative e incentivare un modello di turismo equilibrato e sostenibile, rappresenta un'esigenza – oltre che un'immensa opportunità – non più rinviabile a favore dell'intera collettività. È una questione non riguardante solo i 1.904 comuni delle 124 aree di progetto, in cui vivono 4.570.731 abitanti, ma l'Italia intera,

impegna il Governo:

1) a promuovere ogni necessaria iniziativa istituzionale, normativa, economica, finanziaria e organizzativa finalizzata allo sviluppo locale, alla perequazione infrastrutturale e alla inversione delle dinamiche demografiche dei territori in via di spopolamento e sui quali sono evidenti fenomeni di forte disagio abitativo creando opportunità concrete di sviluppo e realizzazione di nuovi contesti familiari e sociali;

2) ad adottare ogni iniziativa, anche normativa, utile ad agevolare il ritorno e la nuova residenzialità nelle aree svantaggiate e interne in forte calo demografico ma con grandi potenzialità sotto il profilo dello sviluppo economico locale e a promuovere il ripopolamento dei suddetti territori, anche attraverso l'introduzione di un reddito di insediamento come misura di incentivazione alla residenza negli stessi, rivolta a specifici target di soggetti (come coloro che si trovano in una condizione di precarietà lavorativa, disoccupazione o stato di inoccupazione permanente o temporaneo, di povertà e di esclusione sociale tale da determinare un rischio di marginalità sociale) e strutturata come strumento azione di «welfare generativo»;

3) a intraprendere azioni volte a incentivare le attività produttive nelle zone in forte decremento demografico, con particolare riferimento alla tutela attiva del territorio, e delle comunità locali, nonché alla valorizzazione delle risorse naturali e culturali, dei sistemi agroalimentari e tipici, delle filiere di energia rinnovabile, dei saperi e dell'artigianato e del turismo sostenibile, adottando le necessarie misure ai fini del contrasto ad eventuali squilibri ambientali e sociali (come gli incrementi non sostenibili dei costi abitativi o l'attuazione di opere a grande impatto) a discapito della preservazione del capitale locale;

4) a garantire la permanenza e/o il ripristino, nelle aree territoriali caratterizzate da decremento demografico e disagio abitativo, dei presidi sociali, culturali e di legalità come asili nido, scuole, biblioteche e ad adottare iniziative volte all'attribuzione di un nuovo ruolo urbanistico agli istituti scolastici qualificandoli come spazi e servizi aperti oltre il tempo scolastico come presidi formativi, aggregativi, e di socialità per la cittadinanza come misura per sostenere la residenzialità;

5) a realizzare una regia coordinata ed efficiente capace di attivare sinergie interistituzionali e le governance territoriali multilivello al fine di dare concreta attuazione alle Strategie e ai Piani elaborati a favore delle aree interne, rafforzando il ruolo dei comuni riconoscendone il loro ruolo strategico nell'attuazione dei progetti e sostenendo i piccoli enti, sia attraverso assistenza tecnica ad hoc che attraverso piattaforme condivise di supporto progettuale;

6) a garantire, per la programmazione 2021-2027 e successive, la piena operatività del sistema di monitoraggio della Snai e la pubblicazione periodica, in formato aperto e aggregato per regione e per area-progetto, dei dati relativi ad avanzamento fisico, procedurale e finanziario (ivi inclusi avvio, conclusione, revoca/non avvio, pagamenti), nonché a trasmettere al Parlamento relazioni periodiche, sullo stato di attuazione e sulle misure correttive adottate, prevedendo, ove necessario, iniziative mirate di semplificazione procedurale e di coordinamento della governance, unitamente al rafforzamento della capacità amministrativa degli enti locali mediante assistenza tecnica qualificata, al fine di ridurre i ritardi, prevenire revoche e assicurare l'effettività degli interventi nei territori interessati;

7) ad assumere iniziative di competenza volte a modificare i princìpi e i criteri alla base della classificazione e dell'individuazione delle aree interne valutando l'opportunità di individuare tali aree utilizzando indicatori che definiscano le aree interne in modo più completo, quali i fattori climatici, biografici, fisiografici, e idrogeologici (classificazione necessaria anche per valutare l'impatto degli investimenti sullo sviluppo sostenibile), ivi incluso il paesaggio quale concetto giuridico-normativo di riferimento per la definizione dei confini operativi e del valore di ricaduta dei progetti finanziati, incorporando obiettivi di preservazione della biodiversità, dei servizi ecosistemici e la valorizzazione del capitale naturale, decisivi per l'equilibrio territoriale tra città e aree interne e montane, e includendo, più in generale, indicatori demografici e di fragilità socio-territoriale;

8) a riconoscere e valorizzare la pluralità delle specificità territoriali – quali quelle che distinguono i territori alpini da quelli appenninici, l'Appennino centro-settentrionale da quello centro-meridionale, nonché le montagne insulari – adattando conseguentemente gli strumenti di programmazione, pianificazione e progettazione alle differenti potenzialità di sviluppo sostenibile, superando un'impostazione meramente geografica della Strategia nazionale per le aree interne incentrata esclusivamente sulla distanza dai poli di servizio e su una lettura binaria centro-periferia, e integrando i criteri di analisi e di intervento con indicatori multidimensionali di fragilità, anche avvalendosi dell'Indice di fragilità comunale (Ifc) introdotto da Istat nel rapporto annuale 2024, al fine di intercettare in modo più aderente la complessità delle vulnerabilità demografiche, socio-economiche, occupazionali, ambientali e infrastrutturali e, al contempo, di riconoscere le dinamiche di resilienza, innovazione e valorizzazione del capitale naturale, culturale e sociale presenti nei territori più periferici;

9) ad assumere iniziative volte a introdurre un sistema di premialità a favore di quei territori che conseguono i migliori risultati nella qualità dell'offerta di servizi pubblici e nella creazione di nuova occupazione nelle aree interne al fine di rendere più solidi i miglioramenti ottenuti;

10) a promuovere patti di corresponsabilità tra i centri maggiori e i territori fragili, volto a prevedere che i capoluoghi e i centri urbani maggiori contribuiscano in modo strutturato e verificabile, anche mediante specifici obblighi e condizionalità, alla rigenerazione delle aree interne e dei contesti a maggiore vulnerabilità, assumendo una responsabilità esplicita rispetto agli impatti territoriali, sociali e ambientali connessi ai propri processi di sviluppo e alle conseguenti dinamiche di concentrazione di risorse, servizi e opportunità;

11) ad adottare iniziative, anche normative, per disciplinare, promuovere, potenziare e sostenere la diffusione del lavoro agile e dei modelli organizzativi «da remoto» nelle aree interne, anche attraverso interventi volti a garantire connettività adeguata, spazi e servizi di prossimità (quali presìdi digitali e luoghi di lavoro condivisi), nonché misure di accompagnamento per imprese e pubbliche amministrazioni;

12) a destinare maggiori risorse alle aree montane al fine sia di tutelare le risorse naturali ed ambientali di cui queste dispongono sia di rafforzare il ruolo di prevenzione primaria del dissesto idrogeologico che ricoprono;

13) ad assumere iniziative normative volte a istituire misure a favore delle imprese collocate in aree periferiche affinché possano beneficiare di una fiscalità più vantaggiosa a bilanciamento di tale svantaggio e a promuovere e finanziare strategie innovative per il sostegno a nuove forme di commercio di prossimità, riconoscendo nel commercio un fondamentale presidio per le comunità delle aree interne;

14) ad adottare iniziative di competenza al fine di destinare una quota significativa dei fondi disponibili al rafforzamento dei presìdi sanitari delle aree interne, sostenendo investimenti in infrastrutture, digitalizzazione, servizi di prossimità, telemedicina e interventi per l'accessibilità delle strutture sanitarie alle persone fragili, in coerenza con quanto previsto dalla legge 9 gennaio 1989, n. 13, per favorire il superamento e l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati;

15) ad adottare misure specifiche e differenziate per le aree interne del Mezzogiorno, tenuto conto della maggiore intensità dei fenomeni di spopolamento e declino demografico, assicurando priorità nell'allocazione e nell'integrazione delle risorse disponibili e nel rafforzamento della capacità amministrativa degli enti locali, al fine di garantire il potenziamento dei servizi essenziali e la promozione di opportunità di lavoro e residenzialità stabile nei territori interessati;

16) ad adottare misure specifiche e differenziate per le aree interne insulari, tenuto conto dei peculiari vincoli di insularità e delle connesse criticità di accessibilità e continuità dei servizi, assicurando priorità agli interventi volti a garantire mobilità, connettività digitale e presidi dei servizi essenziali;

17) a sostenere e incentivare, nell'ambito delle politiche di immigrazione regolare e di coesione territoriale, percorsi strutturati di ingresso, inserimento e stabile radicamento di cittadini stranieri nelle aree interne – in raccordo con gli enti locali e accompagnandoli con le opportune risorse umane e finanziarie – concorrendo così al rafforzamento del tessuto economico e imprenditoriale e alla tenuta demografica, anche attraverso progetti di accoglienza e integrazione diffusa e misure che favoriscano l'accesso all'abitare, l'incontro domanda-offerta di lavoro e la continuità dei servizi essenziali, prevedendo altresì strumenti di monitoraggio degli esiti e di supporto amministrativo ai comuni coinvolti;

18) ad assumere le necessarie iniziative normative ai fini dell'estensione del regime agevolativo di cui all'articolo 24-ter del Tuir anche ai pensionati italiani che risultino, alla data del 31 dicembre 2025, residenti all'estero da almeno cinque anni e che percepiscono pensioni di fonte italiana, in considerazione degli effetti positivi che tale misura produrrebbe nel rilancio economico e demografico dei piccoli comuni delle aree interne.
(1-00534) (Nuova formulazione) «Ruffino, Benzoni, Richetti, Bonetti, D'Alessio, Grippo, Sottanelli, Onori, Pastorella, Rosato».

(23 gennaio 2026)

   La Camera,

   premesso che:

    1) secondo l'ultima rilevazione dell'Istat nelle «aree interne», che occupano circa il 59 per cento dell'intera superficie del territorio nazionale e che ricomprendono 3.834 (il 48,5 per cento) dei 7.903 comuni italiani, vivono 13,5 milioni di abitanti (il 23 per cento circa della popolazione italiana);

    2) l'incapacità di prefigurare percorsi di sviluppo per questi territori ha innescato, negli ultimi 30 anni, processi di «svuotamento» in termini di capitale umano e di «desertificazione» sociale ed economica. Si tratta di tendenze destinate ad accentuarsi senza un adeguato intervento pubblico, considerando che, sempre secondo i dati Istat, la quota di comuni che entro dieci anni sarà interessata da fenomeni di declino demografico è pari al 69,9 per cento, un dato che sfiorerà il 90 per cento nelle aree interne del Mezzogiorno;

    3) nel 2014, proprio con la finalità di contrastare questo declino creando nuove possibilità di crescita, il Programma nazionale di riforma introdusse nell'ordinamento una specifica politica place-based: la Strategia nazionale aree interne che ha ridefinito il concetto della «perifericità» in base alla distanza dai principali centri di offerta di servizi di cittadinanza;

    4) la Strategia nazionale aree interne ha indicato la direzione del rilancio basato su progettualità territoriali che intersecano più amministrazioni pubbliche. Nel primo ciclo di programmazione 2014-2020, sono stati finanziati 1.788 progetti che hanno interessato 1.077 comuni ricompresi in 72 aree. Nel secondo ciclo di programmazione 2021-2027, invece, il numero dei comuni è salito a 1.900 comuni ricompresi in 124 aree progettuali;

    5) secondo uno studio dell'Ufficio valutazione di impatto del Senato della Repubblica nel suo primo ciclo la Strategia nazionale aree interne si è dimostrata una strategia promettente nel favorire l'insediamento di nuove attività o la continuità di quelle che avrebbero chiuso senza gli interventi e i progetti finanziati, ma non significativa nella capacità di influenzare la struttura della popolazione. Per questo motivo, fermo restando la validità di quella intuizione, per contrastare il fenomeno dello spopolamento è necessario individuare misure da applicare a tutte le aree interne, superando la selettività della fase di sperimentazione;

    6) nonostante nelle sedute dell'11 e del 12 novembre 2024 la Camera dei deputati abbia discusso e approvato all'unanimità la mozione 1-00354 sul tema delle aree interne sottoscritta da tutti i gruppi di opposizione, l'Esecutivo non solo non ha dato seguito agli impegni, ma ha compiuto scelte di impostazione e di merito che hanno prodotto forti penalizzazioni per questi territori, in particolare, dal primo punto di vista non è condivisibile la scelta di dividere aree interne e comuni montani, adottando politiche, misure e fonti di finanziamento diverse nei confronti di territori che affrontano problemi simili in primo luogo quello dello spopolamento;

    7) al tema delle aree interne sono state dedicate specifiche iniziative legislative che si pongono l'obiettivo di contrastare il fenomeno dello spopolamento attraverso: l'aumento quantitativo e qualitativo dell'offerta locale di servizi essenziali, l'introduzione di forme di fiscalità di vantaggio per iniziative imprenditoriali e attività produttive, in particolare nel settore agricolo e turistico, la promozione del lavoro agile, la valorizzare delle risorse ambientali e culturali e la cura del territorio contro i fenomeni di dissesto idrogeologico;

    8) nella prima versione del Piano Strategico Nazionale per lo sviluppo delle aree interne (Psnai), il Governo non aveva prospettato (obiettivo n. 4) per alcune aree interne altro destino se non quello che i firmatari del presente atto d'indirizzo ritengono un dignitoso «accompagnamento al fine vita». Dopo la protesta dei gruppi di opposizione, amministratori locali, intellettuali, studiosi, categorie sindacali e datoriali e da ultimo, il 26 agosto 2025, anche dalla Conferenza episcopale italiana, il 31 luglio 2025 il testo è stato ripubblicato, stralciando la parti oggetto di critica;

    9) in vero il nuovo documento, nonostante l'intervento di maquillage sulle parti controverse, tradisce una visione distopica ed un'impostazione nichilista e di arretramento dell'ambizione trasformativa di tali aree, apparendo ancora interamente orientato più alla gestione della decadenza che alla promozione del loro sviluppo, finendo per naturalizzare la marginalità come destino;

    10) nella prima proposta di classificazione stabilita in attuazione della legge 12 settembre 2025, n. 131, il numero dei comuni montani era solo di 2844. Dopo la denuncia dei gruppi di opposizione e un serrato confronto con gli enti territoriali, grazie alla revisione dei criteri, il numero è salito a 3715;

    11) nell'attuale quadro legislativo oltre 700 comuni che hanno perso la «qualifica» di montano non potranno più beneficiare di risorse nazionali per garantire servizi e promuovere sviluppo. In particolare, l'impossibilità di applicare le norme sul dimensionamento porterà alla chiusura di centinaia di presìdi educativi;

    12) il 23 aprile 2026, durante lo svolgimento di interrogazioni a risposta immediata in assemblea al Senato della Repubblica, dichiarando «totalmente insoddisfacente» la Strategia nazionale aree interne nel ciclo di programmazione 2014-2020, il Ministro Foti ha prospettato l'ipotesi di definanziamento per i progetti su cui non siano maturate obbligazioni giuridicamente vincolanti: si tratta di circa 600 milioni che erano stati destinati alle aree interne cui il Governo intenderebbe dare «un'utilizzazione» più «proficua»;

    13) sulla base di una recente indagine del Cnel tra il 2011 e il 2024, l'emigrazione dall'Italia di oltre 630.000 giovani nella fascia 18-34 anni ha disperso capitale umano per circa 160 miliardi di euro. Nel triennio 2022-2024, la quota di laureati tra gli emigrati è balzata al 42,1 per cento;

    14) per contrastare lo spopolamento delle aree interne occorrono politiche pubbliche che garantiscano il cosiddetto «diritto a restare» di migliaia di ragazze e ragazzi che ogni anno sono costretti ad abbandonare le comunità in cui nascono;

    15) le aree interne possono giocare un ruolo cruciale nel processo di neo-popolamento, attrattore di flussi di persone che riprogettano la loro esistenza in luoghi che hanno avviato progetti di sviluppo locale e di innovazione, da agevolare con adeguate politiche a sostegno del diritto all'istruzione, alla salute, alla mobilità, all'occupazione femminile, al lavoro ed attraverso una forte connessione dati con accesso gratuito,

impegna il Governo:

1) a dar seguito agli impegni contenuti nella mozione 1-00354 sul tema delle aree interne e in particolare:

  a) ad adottare ogni iniziativa utile per promuovere la crescita economica delle aree interne in coerenza con gli obiettivi di coesione economica, sociale e territoriale previsti, di cui all'articolo 3 del Trattato sull'Unione europea e all'articolo 174 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea;

  b) ad adottare ogni iniziativa utile finalizzata ad agevolare e a sostenere, compatibilmente con il diritto dell'Unione europea l'effettuazione di nuovi investimenti nelle aree interne;

  c) ad adottare, compatibilmente con il diritto dell'Unione europea ogni ulteriore iniziativa finalizzata a promuovere il ricambio generazionale nonché l'insediamento di imprese nei territori del Mezzogiorno svantaggiati sul piano economico-sociale, carenti di infrastrutture e classificati come aree interne, con una particolare attenzione per le piccole imprese e per le micro-imprese;

  d) ad adottare ogni ulteriore iniziativa volta ad incentivare la fusione dei comuni la cui popolazione sia inferiore a 5.000 abitanti;

  e) a promuovere ogni iniziativa volta a prevedere, misure incentivanti in favore del personale scolastico impiegato nelle aree interne nonché in favore del personale sanitario dei presidi periferici e dei medici di famiglia che coprono gli ambulatori anche per il servizio di guardia medica nelle zone scoperte di dette aree;

  f) ad adottare iniziative normative volte a modificare le disposizioni relative a ruoli e funzioni degli ospedali di area disagiata, con particolare attenzione alle urgenze e alle aree di elisoccorso;

  g) ad adottare ulteriori iniziative volte a rafforzare il sostegno alla non autosufficienza, con particolare riguardo ai servizi integrati sociosanitari, puntando sulla domiciliarità;

  h) ad assumere iniziative volte a rafforzare ulteriormente il sostegno alle biblioteche pubbliche e alle strutture che promuovono cultura;

  i) ad adottare ulteriori iniziative a sostegno dei comuni marginali per sostenere le attività artigianali e commerciali di prossimità in questi territori disagiati;

  l) ad assumere ogni iniziativa volta al rafforzamento della copertura nelle zone irraggiungibili dal segnale di telefonia mobile;

  m) ad assumere ulteriori iniziative finalizzate ad assicurare, nell'impiego delle risorse relative al finanziamento del trasporto pubblico locale, una particolare attenzione alle esigenze di trasporto pubblico nelle aree periferiche e montane, anche incentivando nuove modalità più flessibili ed efficaci, come il trasporto a chiamata (on demand), e il riutilizzo delle linee ferroviarie in disuso ancora esistenti, nonché a garantire collegamenti stabili con aeroporti e linee ferroviarie di alta velocità, incentivando la gratuità dei servizi di trasporto pubblico locale per studenti residenti nelle aree interne;

  n) ad assumere iniziative finalizzate a rafforzare ulteriormente la capacità amministrativa e tecnica degli enti locali situati nelle aree interne periferiche;

  o) ad adottare ulteriori iniziative che, anche al fine di prevenire e contrastare il fenomeno dello spopolamento, consentano di promuovere nelle aree interne il lavoro agile o smart working, nonché la realizzazione di postazioni di coworking;

  p) ad assumere iniziative finalizzate ad agevolare la costituzione di comunità energetiche nelle aree interne e periferiche;

  q) ad assumere iniziative volte a rafforzare ulteriormente gli investimenti relativi alla prevenzione e al contrasto del dissesto idrogeologico, alla manutenzione idraulico-forestale, alla pulizia di alvei e canali, alla piantumazione di alberi e alla lotta agli incendi nelle aree interne;

  r) a promuovere ulteriormente i sistemi di monitoraggio meteorologico e di diffusione sull'allerta meteo nelle aree interne, al fine di aumentare la resilienza nei piccoli centri agli eventi climatici estremi e di proteggere le comunità locali.;

2) ad adottare iniziative normative volte a modificare la legge 12 settembre 2025, n. 131 in modo da rivedere i criteri di classificazione dei comuni montani basati esclusivamente sui parametri di altimetria e pendenza;

3) a non definanziare i progetti della Strategia nazionale aree interne del ciclo di programmazione 2014-2020 ovvero a destinare l'intero ammontare delle risorse a misure di sviluppo socio-economico delle aree interne;

4) ad imprimere un cambio di rotta rispetto a quella intrapresa con il Psnai 2021-2027, avviando un reale e duraturo processo di rigenerazione socio economica delle aree interne, che devono tornare ad essere protagoniste di una nuova narrazione in grado di riconnetterle alla vocazione produttiva agricola, artigianale e pastorale, e dando valore ai numerosi servizi ecosistemici che sono in grado di garantire;

5) a favorire lo sviluppo economico, in particolare nel settore turistico, nelle aree interne attraverso forme di fiscalità di vantaggio sugli immobili;

6) ad adottare iniziative normative volte a tutelare le aree più fragili, prevedendo per gli interventi previsti nell'ambito della Zes Unica Mezzogiorno, un sistema premiale di incentivo, in termini di maggiore intensità d'aiuto e di riduzione dell'importo minimo di spesa (oggi previsto in euro 200.000,00), per gli investimenti realizzati dalle imprese in aree interne, classificate come Snai;

7) ad adottare iniziative normative volte a modificare le disposizioni vigenti in materia di dimensionamento scolastico per evitare la chiusura delle scuole dei piccoli comuni e garantire il diritto all'istruzione nelle aree interne, così come i servizi anche di trasporto, per gli alunni e studenti diversamente abili;

8) ad affrontare il fenomeno dello spopolamento delle aree interne anche attraverso iniziative normative che affrontino la questione dell'emigrazione giovanile garantendo il «diritto a restare» anche con integrazioni salariali per gli under 35, contrastino le proposte che danno seguito ad interventi sulla cosiddetta «remigrazione», sviluppino progetti di accoglienza e integrazione diffusa.
(1-00568) «Sarracino, Alifano, Zaratti, Del Barba, Magi, Braga, Caramiello, Casu, Curti, Ferrari, Fornaro, Ghio, Girelli, Gnassi, Gribaudo, Grimaldi, Iacono, Marino, Provenzano, Toni Ricciardi, Roggiani, Serracchiani, Simiani, Vaccari».

(6 maggio 2026)