TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 520 di Mercoledì 30 luglio 2025
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MOZIONI CONCERNENTI INIZIATIVE VOLTE A CONTRASTARE L'AUMENTO DELLE SPESE MILITARI A FAVORE DI POLITICHE IN CAMPO SOCIALE E AD ADERIRE AL TRATTATO SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI
La Camera,
premesso che:
1) il 24 e 25 giugno 2025 si è svolto a L'Aja il vertice Nato, definito da molti «vertice del riarmo». Nella dichiarazione finale si legge: «Noi, Capi di Stato e di Governo dell'Alleanza Atlantica (...) Riaffermiamo il nostro ferreo impegno per la difesa collettiva, come sancito dall'Articolo 5 del Trattato di Washington: un attacco a uno è un attacco a tutti (...). Gli Alleati si impegnano a investire il 5 per cento del Pil all'anno in requisiti di difesa fondamentali, nonché in spese relative alla difesa e alla sicurezza, entro il 2035, per garantire i nostri obblighi individuali e collettivi, in conformità con l'articolo 3 del Trattato di Washington (...). Gli Alleati concordano che questo impegno del 5 per cento comprenderà due categorie essenziali di investimenti per la difesa. Gli Alleati stanzieranno almeno il 3,5 per cento del Pil all'anno, sulla base della definizione concordata di spesa per la difesa della Nato entro il 2035, al fabbisogno di risorse fondamentali per la difesa e al raggiungimento degli Obiettivi di Capacità della Nato. Gli Alleati concordano di presentare piani annuali che indichino un percorso credibile e progressivo per raggiungere questo obiettivo. E gli Alleati contribuiranno fino all'1,5 per cento del Pil all'anno per, tra l'altro, proteggere le nostre infrastrutture critiche, difendere le nostre reti, garantire la nostra preparazione e resilienza civile, liberare l'innovazione e rafforzare la nostra base industriale di difesa. La traiettoria e l'equilibrio della spesa nell'ambito di questo piano saranno rivisti nel 2029, alla luce del contesto strategico e degli Obiettivi di Capacità aggiornati. Gli Alleati riaffermano il loro impegno sovrano duraturo a fornire supporto all'Ucraina, la cui sicurezza contribuisce alla nostra, e, a tal fine, includeranno i contributi diretti alla difesa dell'Ucraina e alla sua industria della difesa nel calcolo della spesa per la difesa degli Alleati»;
2) il target del 5 per cento è una vittoria significativa per Trump, che già nelle settimane precedenti il vertice aveva chiesto agli alleati europei e al Canada, con la consueta arroganza, d'impegnarsi in tal senso. Una vittoria politica per Trump e anche un enorme affare per l'industria bellica americana. Secondo il think tank Sipri (Stockholm international peace research Institute), infatti, e tenendo in conto che le importazioni di armi da parte dei membri europei della Nato sono più che raddoppiate tra il 2015-19 e il 2020-24 (+105 per cento), gli Stati Uniti hanno fornito il 64 per cento di queste armi, una quota di gran lunga maggiore rispetto al periodo 2015-19 (52 per cento);
3) ma, a beneficiare del riarmo continentale saranno anche le aziende europee che più hanno saputo sostenere le necessità militari emerse con la lunga guerra in Ucraina: produttori di carri armati e blindati, munizioni, droni e sistemi di difesa aerea. La Germania dispone del complesso militare-industriale più attrezzato del continente (si pensi solo ai carri armati Leopard, che anche l'Italia sta acquistando, e ai missili aria-superficie a lungo raggio stealth Taurus). E va poi tenuto in conto che, a ottobre 2024, è nata la Joint Venture di Leonardo e Rehinmetall, la maggiore industria tedesca di armi da fuoco, con l'obiettivo prioritario «di dotare le Forze Armate italiane di veicoli da combattimento: il Main Battle Tank (Mbt) e il Lynx come sistema di combattimento della fanteria corazzata (Aics)», ma con «promettenti prospettive future di esportazione». Nella conferenza stampa di presentazione della Joint Venture, l'Amministratore delegato di Rehinmetall, Armin Papperger, e quello di Leonardo, Roberto Cingolani, hanno molto insistito sulle importanti prospettive di mercato nel settore dei mezzi corazzati che si attestano, secondo le stime, intorno ai 50 miliardi di euro nei prossimi 10-15 anni. Ciò, in particolare, per quel che riguarda l'Europa dell'Est, per la necessità che questa avrà di rimpiazzare i mezzi corazzati, sia carri armati che mezzi per la fanteria. Stime confermate dallo stesso Cingolani in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera il 27 ottobre 2024;
4) mentre il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al vertice dell'Aja, ha sottoscritto l'accordo sul target del 5 per cento, e lo ha fatto senza averlo previamente sottoposto alla discussione parlamentare, il Governo spagnolo è stato l'unico a esprimersi in maniera fermamente contraria, tanto da aver strappato una sorta di clausola di opt out: per il Governo guidato da Pedro Sánchez le forze armate spagnole riusciranno a raggiungere i capability targets della Nato spendendo solo il 2,1 per cento. Segno che anche l'Italia, se avesse voluto, avrebbe potuto agire diversamente;
5) la spesa militare globale è in crescita da oltre due decenni, come dimostrano tutti i dati internazionali più attendibili: una tendenza ulteriormente rafforzata negli ultimi anni a seguito dell'invasione russa dell'Ucraina. Il continuo aumento della spesa militare mondiale è estremamente preoccupante: una corsa agli armamenti non creerà maggiore sicurezza, ma al contrario aumenterà il rischio di conflitti violenti;
6) il vertice Nato dell'Aja si è tenuto pochi giorni dopo l'attacco di Israele all'Iran e la conseguente reazione iraniana, eventi che hanno segnato il drammatico avvio della guerra cosiddetta dei «dodici giorni», e qualche settimana prima che i droni israeliani prendessero di mira il quartier generale delle forze armate e il Ministero della difesa di Damasco, e il governatorato meridionale di Suwayda, dove si concentra la minoranza drusa siriana. Questo uso scellerato della forza al posto della politica e della diplomazia è un'ulteriore violazione del diritto internazionale da parte del Governo Netanyahu e destabilizza ulteriormente l'intero Medio Oriente;
7) il già citato Sipri ha diffuso ad aprile 2025 le nuove stime sulla spesa militare globale per il 2024. Il totale ha raggiunto i 2.718 miliardi di dollari, con un aumento del 9,4 per cento in termini reali rispetto all'anno precedente. Si è di fronte al maggiore aumento delle spese per eserciti e armi su base annua almeno dalla fine della Guerra Fredda, con un incremento di quasi il 20 per cento in soli tre anni;
8) secondo l'Istituto, tra l'altro, la spesa militare è aumentata in tutte le regioni del mondo, anche se i primi cinque Paesi che spendono in armi ed eserciti, Stati Uniti, Cina, Russia, Germania e India, rappresentano il 60 per cento del totale globale;
9) le scelte politiche che privilegiano l'approccio militare e armato stanno guadagnando terreno in particolare in Medio Oriente (+15 per cento della spesa militare) e in Europa (+17 per cento). A guidare la crescita nel Vecchio Continente è l'Europa occidentale, che ha visto crescere il proprio budget militare totale del 24 per cento. Aumentando le spese anche in Asia orientale e sudorientale, rispettivamente del 7,5 per cento e del 7,8 per cento. I Paesi della Nato continuano a essere leader della spesa militare a livello globale. I 32 Stati membri dell'Alleanza Atlantica rappresentano il 55 per cento della spesa militare totale mondiale (pari a 1.506 miliardi di dollari). Da notare come i membri europei della stessa Nato abbiano speso complessivamente 454 miliardi di dollari, pari al 30 per cento del totale dell'Alleanza;
10) per quanto riguarda l'Unione europea, la spesa militare aggregata dei Paesi membri ha raggiunto nel 2024 i 370 miliardi di dollari, la seconda più alta dopo quella degli Stati Uniti, con un livello complessivo superiore a quello registrato alla fine della Guerra Fredda. La Germania, in particolare, ha aumentato la sua spesa militare del 28 per cento nel 2024, diventando il Paese a più alta spesa militare dell'Europa centrale e occidentale per la prima volta dalla riunificazione;
11) sempre secondo i dati Sipri, anche l'Italia, nel 2024, ha visto crescere la propria spesa militare dell'1,4 per cento (totale complessivo di 38 miliardi di dollari). E a maggio 2025 il Governo ha annunciato di aver raggiunto l'obiettivo del 2 per cento del Prodotto interno lordo destinato alla difesa. Il Ministro della difesa ha dichiarato che: «il risultato l'abbiamo raggiunto ed è già una cosa importante». Ma, al tempo stesso, che «sappiamo benissimo che questo è un punto di partenza. Il nostro obiettivo non è raggiungere un risultato numerico ma quello di avere le capacità che la Nato ci chiede di dare all'Alleanza e di avere la capacità di mettere in sicurezza e difendere questo Paese»;
12) secondo Milex, l'Osservatorio sulle spese militari italiane, incrociando i dati del Ministero della difesa sulla spesa attuale, che sarebbe all'1,57 per cento del Prodotto interno lordo e quelli sul valore dello stesso Prodotto interno lordo contenuto dal documento di finanza pubblica 2025 (2.256,8 miliardi di euro Pil 2025), il bilancio difesa «in chiave Nato» – che conteggia cioè anche i fondi del Ministero delle imprese e del made in Italy per le armi, i fondi del Ministero dell'economia e delle finanze per le missioni all'estero, le spese Inps per le pensioni, ma non i costi per i carabinieri se non quelli disgregabili all'estero – quest'anno si aggirerebbe sui 35,4 miliardi di euro. Più dei 32 miliardi di euro previsti nella legge di bilancio per il 2025. Partendo da una spesa di 35,4 miliardi di euro, per raggiungere subito il 2 per cento del Prodotto interno lordo – ovvero 45,1 miliardi di euro considerando il valore odierno dichiarato – sarebbe necessario un investimento aggiuntivo di almeno 9,7 miliardi di euro, circa un terzo della manovra per l'anno in corso che, tra spese e riduzione delle entrate, è stata di 30 miliardi di euro. È attraverso un gioco contabile, ovvero conteggiando le spese correnti in ambito cyber, spazio, telecomunicazioni, mobilità militare e quelle per altri corpi militari, come Guardia costiera e Guardia di finanza (stipendi, pensioni, armi e mezzi), che il Governo si è presentato al vertice dell'Aia con l'obiettivo del 2 per cento dato per conseguito;
13) sempre secondo Milex, dando per buono il gioco contabile di cui sopra nonché un accordo sulla dilazione in dieci anni dell'obiettivo, per raggiungere il 5 per cento l'Italia deve passare dai 45 miliardi di euro di oggi (35 in difesa e quasi 10 in sicurezza) a ben 145 miliardi di euro nel 2035 (oltre 100 in difesa e quasi 44 in sicurezza), cioè oltre il triplo di oggi, con un salto di 100 miliardi di euro: circa 66 miliardi in più per la difesa e 33 in più per la sicurezza. Saranno dunque necessari aumenti annui dell'ordine di 9-10 miliardi di euro (6-7 miliardi in difesa 3-4 miliardi in sicurezza), per un ammontare complessivo decennale di 100 miliardi di euro di risorse finanziarie aggiuntive (cifra cumulativa, da non confondere con la stessa cifra citata sopra come differenziale di spesa annua tra oggi e il 2035). Secondo questa scellerata direzione progressiva, nei prossimi dieci anni l'Italia spenderà, in totale, quasi mille miliardi di euro in difesa e sicurezza (quasi 700 miliardi in difesa e quasi 300 in sicurezza);
14) con l'aumento vertiginoso della spesa militare le risorse pubbliche che dovrebbero servire ad affrontare sfide sociali urgenti, dalla crisi climatica alla povertà, dalla salute pubblica all'istruzione e la ricerca, vengono dirottate nel potenziamento dell'industria bellica. Ogni euro speso per gli armamenti è un euro che non viene investito per i servizi pubblici essenziali, gli unici investimenti che possono migliorare la vita di tutte e tutti, garantendo vera sicurezza e costruendo le condizioni per la pace necessaria. Dare priorità alle spese belliche, sacrificando i bisogni fondamentali della società, fa divampare la sofferenza, approfondisce l'insicurezza economica e amplia le disuguaglianze sociali. Non si tratta di semplici previsioni. Lo afferma in parte il Ministro della difesa Guido Crosetto, con il parere consegnato (il 15 luglio 2025) dal Governo alle Commissioni affari europei e difesa di Camera e Senato, alle prese, proprio in queste settimane, con il Piano «Readiness 2030». Nella nota, il Ministro della difesa e il Governo sostengono pienamente la nuova norma europea, ma sollecitano anche modifiche; tra queste, «la possibilità per gli Stati membri di riallocare le risorse non utilizzare per il Recovery and Resilience Facility come contributi nazionali volontari agli strumenti industriali europei per la difesa»;
15) di fronte alla scelta di investire ulteriori risorse in armi e difesa, urge ricordare che in Italia la spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,2 per cento del Prodotto interno lordo, percentuale inferiore sia rispetto alla media Ocse del 6,9 per cento, sia rispetto alla media europea del 6,8 per cento e la spesa pubblica italiana per l'istruzione rappresenta circa il 4,1 per cento del Prodotto interno lordo. L'Italia si colloca al 22° posto in Europa in termini di qualità del sistema sanitario, con Paesi Bassi, Svizzera e Norvegia in testa. Sono 15 i Paesi europei dell'area Ocse che investono una percentuale del Prodotto interno lordo maggiore dell'Italia, con un gap che va dai +3,9 punti percentuali della Germania (10,1 del prodotto interno lordo) ai +0,6 della Norvegia (6,8 per cento del Prodotto interno lordo). In Italia nel 2023 la spesa sanitaria pubblica pro capite era pari a 3.574 dollari, ben al di sotto sia della media Ocse di 4.174 dollari con una differenza di 600 dollari, sia soprattutto della media dei Paesi europei dell'area Ocse (4.470 dollari) con una differenza di 896 dollari. In Europa ben 15 Paesi investono più dell'Italia, con un gap che va dai +410 dollari della Repubblica ceca (3.984) ai +3.825 dollari della Norvegia (7.399). Un raffronto con gli altri Paesi europei circa la spesa destinata alle politiche del lavoro mostra uno scarto notevole a vantaggio delle politiche «passive» che raggiungono, in Italia, il 2,6 del Prodotto interno lordo rispetto una media europea del 2 per cento. Mentre per le politiche «attive» si spende lo 0,22 per cento del Prodotto interno lordo contro una media europea dello 0,6 per cento. La spesa per la ricerca pubblica è tra le più basse in Europa, spesso oscillante intorno all'1,5 per cento del Prodotto interno lordo mentre la media europea si attesta intorno al 2-2,5 per cento;
16) l'aumento programmato delle spese militari, anche se dilazionato, comporterà necessariamente maggiore austerità e tagli ai servizi pubblici essenziali. Alle politiche di austerità e al definanziamento del welfare si accompagneranno sempre di più politiche, a giudizio dei firmatari del presente atto di indirizzo, repressive e liberticide, in Italia emblematicamente evidenti con la recente approvazione del «decreto-legge sicurezza»;
17) lo spostamento massiccio di fondi ed energie verso la militarizzazione sta già tragicamente esacerbando, e rischia di esacerbare sempre di più, le tensioni globali, alimentando l'instabilità e il caos geopolitici e minando gli sforzi per una risoluzione pacifica dei conflitti, per l'affermazione di relazioni internazionali cooperative, di un ordine globale compiutamente multilaterale;
18) più si spinge l'acceleratore sul riarmo e più il mondo continua ad assistere a una tragica escalation di violenza: il nuovo attacco israeliano all'Iran, il genocidio a Gaza, la guerra in Ucraina, la guerra civile in Sudan, il conflitto nella Repubblica democratica del Congo, la guerra civile in Myanmar, il conflitto nel Maghreb e nel Sahel e più di 30 altri conflitti armati nel Sud globale (la metà dei quali in Africa) continuano a portare alla morte, al ferimento, alla perdita dei mezzi di sussistenza o allo sfollamento forzato di milioni di persone;
19) in un contesto internazionale di crescenti sfide e crisi, la politica della cooperazione allo sviluppo non solo in Italia non viene rafforzata, ma è drammaticamente indebolita, e si riducono così il peso e la credibilità della politica estera italiana nello scenario globale;
20) le disuguaglianze tra i Paesi sviluppati e quelli arretrati o in via di sviluppo rimangono tuttora drammatiche e, anzi, continuano ad aumentare. Fame, guerre, indisponibilità di acqua, espropriazione di terre costringono ancora oggi milioni di donne e di uomini a vivere in condizioni di povertà e deprivazione. Nella convinzione che non possano esserci libertà e pace senza giustizia sociale, è importante, anche in una logica di restituzione, destinare tempo e risorse ad azioni che mirino a ridurre queste diseguaglianze, che incidano anche sulla effettiva possibilità di sviluppo di questi Paesi;
21) l'Italia ha ratificato il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) nel 1975, impegnandosi a non sviluppare armi nucleari e a promuovere il disarmo nucleare. Tuttavia, l'Italia non ha aderito al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw) e questo tema torna oggi di grande attualità: le armi nucleari minacciano l'esistenza stessa dell'umanità e l'intera vita sul nostro pianeta. I loro effetti travalicano i confini nazionali e si protraggono per generazioni. Il 7 luglio 2017, 122 Stati hanno votato per adottare un accordo globale storico di messa al bando delle armi nucleari: il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari proibisce agli Stati di sviluppare, testare, produrre, realizzare, trasferire, possedere, immagazzinare, usare o minacciare di usare gli armamenti nucleari, o anche permettere alle testate di stazionare sul proprio territorio. Inoltre, impedisce loro di assistere, incoraggiare o indurre altri Paesi ad essere coinvolti in tali attività;
22) la difesa della pace, della democrazia e dei diritti umani nel mondo sono elementi costitutivi dell'Italia e dell'Unione europea e su questi deve basarsi la sua azione esterna e la sua autonomia strategica, determinata innanzitutto dalla capacità di una propria e autonoma iniziativa politica nelle relazioni internazionali, ma anche dalla costruzione di un sistema di difesa europeo ispirato e basato sulla deterrenza,
impegna il Governo:
1) a recedere dall'accordo sottoscritto dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni all'Aja, gli scorsi 24 e 25 giugno, che impegna i Paesi aderenti all'Alleanza Atlantica ad investire il 5 per cento del Prodotto interno lordo per spese relative alla difesa e alla sicurezza entro il 2035, spese militari che nel nostro Paese hanno già raggiunto purtroppo il 2 per cento del Prodotto interno lordo per spese, coinvolgendo, per quanto di competenza, il Parlamento in una adeguata discussione e determinazione di indirizzi nel merito, nonché promuovendo e sostenendo, nelle competenti sedi europee, la creazione di una difesa comune europea, attraverso un percorso opposto a quello scelto anche in Europa dell'aumento delle capacità militari nazionali, percorso che consiste in una razionalizzazione nonché integrazione della spesa esistente;
2) anziché portare la spesa militare al 5 per cento del Prodotto interno lordo, ad adottare iniziative per finanziare, sin dal prossimo disegno di legge di bilancio, il Fondo sanitario nazionale per almeno 8 miliardi di euro aggiuntivi al fine di raggiungere almeno la media europea;
3) in questo quadro, al fine di raggiungere entro il 2030 uno stanziamento annuale pari allo 0,70 per cento del reddito nazionale lordo per finanziare interventi a favore delle politiche di cooperazione allo sviluppo, in linea con quanto stabilito dalle Nazioni Unite e dall'Unione europea, ad adottare, già nei prossimi provvedimenti utili, iniziative per un adeguamento degli stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo;
4) ad adottare le iniziative di carattere normativo di competenza per la sottoscrizione e ratifica del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw).
(1-00462) (Nuova formulazione) «Zanella, Fratoianni, Bonelli, Borrelli, Dori, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti, Zaratti».
(17 giugno 2025)
La Camera,
premesso che:
1) il recente vertice Nato, tenutosi a l'Aja il 24 e 25 giugno 2025, si è svolto in un contesto geopolitico drammatico: dal conflitto russo-ucraino, ai crimini a Gaza, fino all'escalation in Iran, le tensioni internazionali rischiano di sfociare in un conflitto di portata globale, allontanando sempre più, in assenza di iniziative concrete di dialogo e diplomazia, le prospettive di una pace duratura;
2) il fallimento collettivo nel perseguire le soluzioni diplomatiche necessarie per rispondere alle tensioni internazionali e garantire la pace è racchiuso nella decisione assunta, nell'ambito del vertice dell'Alleanza, di innalzare al 5 per cento del Prodotto interno lordo il contributo europeo per la difesa entro il 2035 (3,5 per cento da destinarsi alle cosiddette spese militari «tradizionali» mentre il restante 1,5 per cento da investire in sicurezza e cybersicurezza), con l'eccezione della Spagna che ha concordato un obiettivo di spesa decisamente più contenuto al 2,1 per cento del proprio Prodotto interno lordo, subordinato al rispetto degli obiettivi tecnici e operativi stabiliti dall'Alleanza;
3) oltre ad allontanare le prospettive di pace, il nuovo target del 5 per cento in dieci anni, concordato in sede Nato, avrà ripercussioni potenzialmente disastrose per il welfare italiano, con un incremento sulle spese in difesa stimato in termini assoluti di 100 miliardi di euro aggiuntivi fino al 2035, cioè oltre il triplo di oggi – circa 66 miliardi in più per la difesa e 33 in più per la sicurezza – né è chiaro quali investimenti il Governo intenda computare nel novero delle voci di spesa rientranti nella difesa, sacrificando spesa sanitaria, istruzione, welfare, ambiente, sostegno alle imprese, occupazione e diritti sociali, priorità che appaiono inconciliabili con un impegno finanziario pluriennale di questa portata;
4) audito in Parlamento lo scorso 3 luglio 2025 sugli esiti del vertice Nato, il Ministro della difesa Crosetto ha affermato, in merito al prospettato raggiungimento del nuovo target per la difesa che «quanto all'1,5 per cento destinato alla sicurezza, questo comprende attività già presenti oggi, ieri, nel bilancio nazionale»: queste affermazioni confermerebbero l'intenzione del Governo di conteggiare la spesa per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina all'interno dell'aumento delle spese militari, facendo rientrare il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina nel Military mobility action plan e dunque nelle opere strategiche per la difesa nazionale, con ripercussioni inaccettabili e nessuna tutela ambientale dei siti coinvolti, come peraltro ampiamente confermato, a giudizio dei firmatari del presente atto di indirizzo, dalle recenti modifiche normative introdotte con il decreto-legge 21 maggio 2025, n. 73, convertito, con modificazioni, con la legge 18 luglio 2025, n. 105;
5) a quanto esposto si aggiungono le perplessità in merito all'attuale metodo di calcolo del bilancio in chiave Nato. Alcuni recenti studi americani hanno sollevato dei dubbi rispetto all'adeguatezza del solo parametro finanziario per misurare il reale contributo di ogni alleato alla sicurezza collettiva, valutando la possibilità di inserire nuovi parametri che vadano oltre il mero input finanziario, misurando, invece, l'output capacitivo di ogni alleato;
6) il prestigioso think tank californiano Rand Corporation ha elaborato nuovi sistemi di misura denominati Burdensharing Index e Burdensharing Ratio che tengono conto del livello quantitativo e qualitativo di truppe, dei mezzi e sistemi di difesa, di comando, comunicazione e intelligence, delle infrastrutture di mobilità, del livello di contribuzione alle missioni internazionali, delle perdite economiche legate alle sanzioni;
7) applicando il metodo sopra descritto, l'Italia risulterebbe il primo alleato Nato, dopo Usa e Giappone, in termini di contribuzione assoluta con un Burdensharing Index di 4,75 superando in ambito Nato la Francia (4,61), il Regno Unito (3,54), la Germania (2,51) e l'Olanda (2,23) e il settimo alleato Nato in termini di contribuzione rapportata alla sua capacità di spesa con un Burdensharing Ratio di 1,12 posizionandosi in ambito Nato dopo Grecia (5,29), Lituania (4,19), Bulgaria (2,4), Slovacchia (1,86), Ungheria (1,46) e Olanda (1,35) e davanti a Turchia (1,11), Polonia (1,08), Francia (0,88), Estonia (0,8), Danimarca (0,76), Regno Unito (0,67), Belgio (0,65), Canada (0,39) e Germania (0,33). Se si applicasse questo sistema di calcolo, il nostro Paese non dovrebbe essere chiamato ad ulteriori aumenti della spesa per la difesa in chiave Nato, neanche alla luce del nuovo obiettivo del 5 per cento;
8) il Consiglio europeo del 26 e 27 giugno 2025 ha d'altra parte certificato, nelle proprie conclusioni, la decisa svolta militarista e la corsa al riarmo dell'Europa: in particolare, l'invito rivolto agli Stati membri di continuare a incrementare considerevolmente la spesa per la sicurezza e la difesa, compresi gli impegni assunti in sede Nato, per gli Stati che ne sono parte, risuona come una resa politica dell'Unione europea, incapace di esprimere una propria strategia, se non quella fondata su un'economia di guerra sterile e non incentrata sulla reale identificazione e valutazione delle minacce alla sicurezza dei singoli Stati membri;
9) l'intento politico di militarizzare l'economia europea è contenuto esplicitamente nel Piano di riarmo «Rearm Europe» sostenuto dal Governo Meloni: fondato su una logica prettamente nazionale che incoraggia i singoli Stati membri al riarmo – già sedici Paesi europei hanno chiesto alla Commissione europea di autorizzare il ricorso alla clausola di salvaguardia per aumentare gli stanziamenti per la difesa, con evidenti disparità a seconda delle disponibilità di bilancio – Rearm si pone in netta antitesi con i principi del mercato comune europeo, consentendo anche l'utilizzo delle risorse residue dei fondi di Next Generation Eu e dei Fondi di coesione destinati a rinforzare il modello sociale europeo per investimenti militari, a vantaggio esclusivo di quei Paesi con elevata capacità fiscale e intensificando ulteriormente le disuguaglianze sia tra gli Stati membri sia all'interno di essi, creando un progetto di investimento industriale disorganico, che potrebbe falsare la concorrenza interna, in luogo di una sana e ordinata competizione intra-Ue;
10) il piano di riarmo europeo troverà un sostegno finanziario anche nel nuovo bilancio europeo post 2027, in via di definizione: se la proposta per il Quadro finanziario pluriennale 2028-2035 formulata dalla Commissione europea lo scorso 16 luglio 2025 dovesse venire accolta dagli Stati membri, i fondi per la difesa verrebbero quintuplicati a scapito di una parte rilevante dei fondi per la coesione che sarà destinata al riarmo e all'industria militare, in linea con le nuove priorità strategiche dell'Unione europea, segnando, di fatto, la fine degli strumenti storici di sviluppo e coesione territoriale per le regioni del Mezzogiorno;
11) mentre a l'Aia era in corso il vertice Nato, nella stessa sede si è svolta parallelamente l'iniziativa trasversale promossa dal Movimento 5 Stelle «No Rearm, No War» per denunciare il piano di riarmo europeo, in totale contrasto con i principi e i valori comuni fondanti della stessa Unione e costruire un'alternativa alla militarizzazione dell'Unione europea basata sulla promozione della sicurezza attraverso il dialogo e la pace fra i popoli e per difendere il futuro di tutti i cittadini europei;
12) allarmante è, altresì, l'intenzione manifestata da alcuni Paesi europei, tutti membri dell'Alleanza atlantica – Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Finlandia – di ritirarsi dalla Convenzione di Ottawa, aprendo di fatto alla possibilità di utilizzo, produzione, stoccaggio e il trasferimento di mine antiuomo, decisione che rischia di indebolire la protezione dei civili e di compromettere due decenni di un quadro normativo che ha permesso di salvare innumerevoli vite;
13) negli scenari di guerra attualmente in corso il tema delle armi nucleari è drammaticamente tornato in auge. Durante il logorante conflitto russo-ucraino il Presidente Putin ha più volte minacciato l'uso delle armi nucleari e nel conflitto in Medioriente lo scorso giugno 2025 Israele ha sferrato un attacco a due siti nucleari iraniani e, in seguito, gli Stati Uniti hanno attaccato infrastrutture nucleari iraniane;
14) in tale fase storica contraddistinta da un'elevata instabilità dello scacchiere internazionale, la presenza di armi nucleari, la minaccia del loro utilizzo nonché i rischi connessi ad incidenti o attacchi militari ai siti nucleari dovrebbe agevolare una seria riflessione circa la necessità di intraprendere un percorso in linea con il diritto internazionale umanitario volto alla non proliferazione e al disarmo totale;
15) dal report pubblicato dalla International campaign to abolish nuclear weapons (Ican) sui costi degli arsenali nucleari nel 2024 emerge che le potenze nucleari sono intente a modernizzare i propri arsenali al fine di aumentare la capacità distruttiva delle atomiche, tanto che i nove Stati dotati di tali micidiali ordigni (Cina, Francia, India, Israele, Corea del Nord, Pakistan, Russia, Regno Unito e Stati Uniti) hanno speso complessivamente oltre 100 miliardi di dollari, con un aumento di circa l'11 per cento rispetto all'anno precedente;
16) il report sopra citato ha analizzato i costi sostenuti dai Paesi che ospitano le armi nucleari di altri Stati, tra cui l'Italia, dove sarebbero presenti testate nucleari statunitensi, per la quale è stato stimato un costo indiretto di circa 500 milioni di euro l'anno. Dato presunto e non certo considerato il riserbo e l'opacità circa le informazioni inerenti tali testate;
17) l'Italia, dunque, è il Paese europeo con la presenza del maggior numero di ordigni nucleari statunitensi sul proprio territorio nonché l'unico a disporre di due basi operative nell'ambito della condivisione dell'Alleanza. Secondo il rapporto Nuclear weapons ban monitor 2024, presentato a marzo 2025 a New York alla Conferenza degli Stati Parti del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, gli ordigni succitati si troverebbero nelle basi di Aviano e Ghedi: nella prima base sarebbero stoccate tra le 20 e le 30 testate, mentre nella seconda tra le 10 e le 15, testate B61-12 facenti parte del programma di ammodernamento dell'arsenale nucleare statunitense;
18) l'articolo VI del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), ratificato dall'Italia con la legge 24 aprile 1975, n. 131, stabilisce che «ciascuna Parte si impegna a concludere in buona fede trattative su misure efficaci per una prossima cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare, come pure per un trattato sul disarmo generale e completo sotto stretto ed efficace controllo internazionale», e in tal senso è ormai fondamentale che il nostro Paese proceda con l'adesione al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw);
19) lo scenario descritto e la grave crisi geopolitica in corso hanno destabilizzato le economie mondiali con pesanti ripercussioni sui Paesi più svantaggiati. Il contesto internazionale attuale, segnato da logoranti conflitti, ha un impatto negativo diretto sui Paesi in via di sviluppo con forti conseguenze sulle politiche di cooperazione allo sviluppo, strumento fondamentale per i processi di pace, per la stabilità e la crescita,
impegna il Governo:
1) a scongiurare qualsiasi ipotesi di aumento della spesa in difesa e sicurezza in riferimento al raggiungimento dei nuovi target Nato, adottando contestualmente iniziative urgenti volte al progressivo aumento annuale delle risorse del Fondo sanitario nazionale fino al raggiungimento del completo reintegro delle medesime risorse sottratte alla sanità pubblica;
2) a manifestare, in tutte le sedi istituzionali, nazionali, europee ed internazionali, la ferma contrarietà del Governo italiano al piano di riarmo europeo «Rearm Europe», sostituendolo integralmente con un piano di rilancio e sostegno agli investimenti che promuova la competitività, gli obiettivi a lungo termine e le priorità politiche dell'Unione europea quali: spesa sanitaria, sostegno alle filiere produttive e industriali, incentivi all'occupazione, istruzione, investimenti green e beni pubblici europei, per rendere l'economia dell'Unione più equa, competitiva, sicura e sostenibile;
3) a fronte delle proposte formulate all'esito del vertice Nato di giugno 2025, a sospendere qualsivoglia determinazione definitiva in merito all'aumento delle spese per la difesa, alla tipologia di spese rientranti in tale categoria, nonché all'attivazione della clausola di salvaguardia in deroga ai vincoli del Patto di stabilità e crescita per le spese della difesa fintanto che non sia consentito al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo che indichi la posizione da mantenere nelle sedi internazionali ed europee;
4) ad intraprendere le opportune iniziative in ambito Nato volte a proporre il superamento del criterio meramente finanziario della spesa per la difesa in percentuale rispetto al Prodotto interno lordo, a favore dell'adozione di un nuovo e più corretto indice di misura del contributo nazionale alla sicurezza collettiva sul modello del Burdensharing Index e Burdensharing Ratio, di cui in premessa;
5) a non adottare iniziative normative volte a derogare ai controlli preventivi di Corte dei Conti e Ragioneria generale dello Stato previsti dal codice degli appalti della difesa di cui al decreto legislativo 15 novembre 2011, n. 208, dei contratti nel settore difesa, relativi alla produzione o al commercio di armi, munizioni e materiale bellico nonché alla secretazione dei contratti citati;
6) ferma restando la assoluta contrarietà alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, a non procedere con la classificazione di tale opera tra le infrastrutture ad uso militare, evitando altresì di drenare ulteriori risorse da infrastrutture urgenti e necessarie per le regioni Sicilia e Calabria, quali quelle idriche, ferroviarie, stradali e ospedaliere e in ogni caso a dare priorità alle infrastrutture utili per colmare i fabbisogni territoriali delle varie regioni italiane e non quelle strumentalmente riconducibili a scopi militaristi e bellicisti;
7) ad adottare le opportune iniziative volte alla adesione nonché alla ratifica del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw), al fine di intraprendere un percorso in linea con il diritto internazionale umanitario volto alla non proliferazione e al disarmo totale;
8) in luogo dell'aumento delle spese per la difesa, ad aumentare le risorse per le politiche di cooperazione allo sviluppo al fine di garantire il raggiungimento degli obiettivi dello sviluppo sostenibile globale in sintonia con l'Agenda 2030, con una particolare attenzione all'efficacia degli aiuti e dello sviluppo, alla massima integrazione delle politiche e degli strumenti ed al coordinamento e la collaborazione degli attori della cooperazione;
9) a censurare altresì, nelle medesime sedi, l'adozione di strumenti volti ad un aumento esponenziale della spesa per la sicurezza e la difesa dell'Europa, declinata esclusivamente nel senso di un rafforzamento della capacità militare, in assenza di un progetto di difesa comune europeo e contestando il ricorso all'articolo 122 Tfue da parte della Commissione europea quale base giuridica per l'adozione del Piano, sostenendo – al contempo – la necessità di un pieno coinvolgimento delle Assemblee Parlamentari – nazionali ed europee – in ogni passaggio del processo politico e decisionale, ispirato alla necessaria e costante interlocuzione con il Parlamento, nel rispetto delle sue prerogative sovrane, a tutela dei diritti di tutti i cittadini, al fine di scongiurare il rischio di grave pregiudizio per la stessa democraticità e rappresentanza dell'Unione;
10) ad intraprendere – in netta contrapposizione con l'assetto attuale dei sistemi di difesa frammentati degli Stati membri che comporta una dispersione e una duplicazione di risorse e mezzi – le opportune iniziative nelle sedi unionali volte a sostenere un progetto di difesa comune europea, ispirata ai principi di razionalizzazione ed efficientamento della spesa militare, al fine di garantire il rafforzamento dell'autonomia strategica dell'Unione;
11) ad escludere la possibilità di utilizzare i fondi del Dispositivo per la ripresa e la resilienza (Rrf) a favore del riarmo e di nuove spese militari e a manifestare in tutte le sedi decisionali la ferma contrarietà del Governo italiano in relazione alla possibilità per gli altri Paesi membri dell'Unione europea di ricorrere all'utilizzo distorto di tali risorse destinate a rinforzare il modello sociale europeo, in netta antitesi con le finalità proprie del Next Generation Eu;
12) ad escludere altresì, in ogni caso, nell'ambito di Rearm Europe, il ricorso da parte del nostro Paese al dirottamento dei fondi di coesione per il finanziamento delle spese per la difesa, con inevitabili ricadute negative sui bilanci delle regioni destinatarie dei suddetti finanziamenti, assicurando altresì l'originario impiego e le finalità proprie dei Fondi di coesione europei, destinati alle regioni italiane per rimuovere gli squilibri socio-economici e territoriali, escludendo in ogni caso il loro utilizzo per la difesa, anche con riferimento alla possibilità di ricorrervi per gli altri Stati membri, così da scongiurare effetti distorsivi nell'intreccio tra spesa degli armamenti e successivi riparti dei fondi per la coesione;
13) a scongiurare, altresì, il rischio che, nell'ambito delle interlocuzioni in corso sul riordino del quadro finanziario pluriennale dell'Unione, le risorse a valere su un futuro Fondo unico europeo – al posto delle otto linee di finanziamento che compongono i Fondi di coesione, i Fondi strutturali e i fondi per la Politica agricola comune – vengano distratte per altri flussi di spesa, in particolare relativi alla difesa, con grave pregiudizio per la politica agricola comune e la coesione territoriale;
14) ad intraprendere in tutte le opportune sedi istituzionali e consessi internazionali le necessarie iniziative volte a ribadire l'esigenza del pieno rispetto della Convenzione di Ottawa, accogliendo a tal fine le azioni a sostegno per l'attuazione della convenzione sul divieto d'impiego, di stoccaggio, di produzione e di trasferimento delle mine antipersona e sulla loro distruzione, per rafforzare i valori di pace che quella convenzione incarna.
(1-00481) «Riccardo Ricciardi, Lomuti, Francesco Silvestri, Scerra, Pellegrini, Bruno, Baldino, Cantone, Auriemma, Ilaria Fontana, Alifano, Quartini, Santillo, Perantoni, Carotenuto».
(25 luglio 2025)
INTERROGAZIONI A RISPOSTA IMMEDIATA
FRATOIANNI, BONELLI, ZANELLA, BORRELLI, DORI, GHIRRA, GRIMALDI, MARI, PICCOLOTTI e ZARATTI. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:
il Presidente Macron ha annunciato che la Francia riconoscerà lo Stato di Palestina, già riconosciuto da 11 Paesi europei e da 147 dei 193 Stati membri dell'Onu;
la Presidente Meloni ha affermato di non essere contraria al riconoscimento dello Stato di Palestina, ma che arrivare a quel punto «senza che ci sia uno Stato della Palestina possa addirittura essere controproducente per l'obiettivo. Se qualcosa che non esiste viene riconosciuto sulla carta, il problema rischia di sembrare risolto quando non lo è»;
il Ministro interrogato ha sottolineato: «il riconoscimento dello Stato palestinese deve avvenire in contemporanea con il riconoscimento da parte loro dello Stato di Israele.», omettendo o non conoscendo gli accordi di Oslo;
38 ex ambasciatori italiani hanno rivolto un appello alla Presidente Meloni, mentre ieri il Segretario di Stato Vaticano, Cardinal Parolin, ha dichiarato «Riconoscere lo Stato di Palestina. È questa la soluzione»;
neanche più Trump nega che a Gaza si muore di fame. Dopo 22 mesi di combattimenti, raid aerei, sfollamenti ripetuti, spari sulla folla affamata davanti ai centri di distribuzione degli aiuti, è la fame l'ultima arma di sterminio scatenata dal Governo del criminale di guerra Netanyahu contro i palestinesi;
ieri la presidente dell'organizzazione non governativa israeliana B'Tselem ha affermato: «Non avremmo mai immaginato di scrivere questo rapporto, ma negli ultimi mesi abbiamo visto una realtà che non ci ha lasciato nessuna scelta se non quella di riconoscere la verità: Israele sta commettendo un genocidio»;
in Cisgiordania si susseguono gli attacchi dei coloni e dell'esercito israeliano nei confronti dei villaggi palestinesi;
a giudizio degli interroganti il criminale Governo di Netanyahu non cela più la sua reale intenzione, né a Gaza né in Cisgiordania: annettere i territori occupati e porre le condizioni per il trasferimento forzato dei gazawi e di tutti i palestinesi;
il Governo italiano ha sinora rifiutato qualsiasi sanzione e sospensione di accordi con Israele e ancora non ha assunto posizione verso la sospensione dell'accesso di Israele al programma Horizon Europe, proposto dalla Commissione europea e che sarà sottoposto al voto del Consiglio dell'Unione europea;
il riconoscimento dello Stato palestinese è un atto divenuto indispensabile per affermare l'esistenza non solo della Palestina, ma dello stesso popolo palestinese –:
se non ritenga indifferibile e necessario riconoscere ora lo Stato di Palestina, prima che non esista più il popolo palestinese, nonché assumere ogni altra iniziativa sanzionatoria nei confronti dello Stato di Israele, a partire dal voto favorevole sulla sospensione della partecipazione di questo al programma Horizon.
(3-02120)
(29 luglio 2025)
BRAGA, SCHLEIN, PROVENZANO, AMENDOLA, BOLDRINI, PORTA, GHIO, FERRARI, BONAFÈ, CIANI, TONI RICCIARDI, CASU, FORNARO, DE LUCA, MORASSUT, ROGGIANI, DE MARIA, BAKKALI, BERRUTO, EVI, IACONO, MARINO, PRESTIPINO, SARRACINO, SCARPA, SCOTTO, STUMPO e VACCARI. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:
riconoscere la Palestina, quale Stato democratico e sovrano entro i confini del 1967 e con Gerusalemme quale capitale condivisa, è il presupposto necessario per preservare la prospettiva dei «due popoli, due Stati», di fronte all'esplicita negazione di questa soluzione da parte della leadership al Governo in Israele e dell'organizzazione terroristica Hamas;
il Partito democratico e altre forze di opposizione italiane hanno ribadito con forza questa posizione, da adottare anche in sede europea, forti dell'impegno assunto dal Parlamento italiano nel 2015 e dal Parlamento europeo già nel 2014;
ad oggi, lo Stato di Palestina è riconosciuto da 147 Paesi, tra cui lo Stato del Vaticano e recentemente da tre grandi democrazie europee come Spagna, Irlanda e Norvegia: da ultimo il Presidente Macron ha annunciato che la Francia riconoscerà ufficialmente la Palestina;
il 9 maggio 2024 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto la Palestina come «qualificata per diventare membro a pieno titolo», con 143 voti a favore, 9 contrari e 25 astenuti, tra cui l'Italia;
il Governo si è distinto per una serie di astensioni alle Nazioni Unite sulla Palestina, che negano la tradizione diplomatica dell'Italia, e ha concorso a giudizio degli interroganti all'intollerabile ignavia dell'Unione europea su Gaza: sono mancati i voti dell'Italia per la sospensione dell'Accordo di associazione tra Unione europea e Israele;
le formule ambigue e dilatorie del Governo sul riconoscimento della Palestina rivelano un'assenza di visione politica che indebolisce il ruolo storicamente svolto nel Mediterraneo e in Medio Oriente, a vantaggio di altri attori;
del tutto infondata è l'obiezione avanzata dal Ministro interrogato secondo cui lo Stato palestinese debba «riconoscere Israele»: l'Autorità nazionale palestinese, unico interlocutore istituzionale per la Palestina, lo ha già fatto fin dagli Accordi di Oslo, con il mutuo riconoscimento tra Israele e Olp nel 1993;
a giudizio degli interroganti l'ostinato rifiuto del Governo di riconoscere la Palestina è incompatibile con i nostri principi e «controproducente» per i nostri interessi, come confermano gli appelli della società civile: appare come l'ennesima prova di una passiva complicità con il Governo Netanyahu, lasciando la popolazione palestinese vittima di un disegno di sterminio a Gaza e di annessione della Cisgiordania, priva di una prospettiva politica e di tutela internazionale –:
quando l'Italia riconoscerà, in sede nazionale ed europea, lo Stato di Palestina per la costruzione di una pace giusta, duratura e sicura, fondata sulla reale coesistenza tra due popoli e due Stati.
(3-02121)
(29 luglio 2025)
DELLA VEDOVA e MARATTIN. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
il 25 novembre 2024 Unicredit ha ufficializzato un'offerta pubblica di scambio sull'intero capitale di Banco Bpm;
in data 18 aprile 2025, facendo seguito a numerose dichiarazioni politiche (Salvini disse «mi sta a cuore che Bpm e Monte dei Paschi di Siena non vengano messe in difficoltà»), il Governo ha esercitato il golden power sull'offerta pubblica di scambio di Unicredit su Banco Bpm, imponendo all'istituto una serie di prescrizioni e limitazioni;
il golden power, introdotto dal decreto-legge n. 21 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 56 del 2012, e successivamente aggiornato, è uno strumento pensato per tutelare interessi strategici nazionali, non per interferire con le ordinarie dinamiche del mercato bancario interno, a maggior ragione in operazioni tra istituti italiani;
il 12 luglio 2025 il tribunale amministrativo regionale del Lazio ha accolto il ricorso con cui Unicredit ha contestato la legittimità di buona parte delle misure del golden power sull'operazione sopra citata;
il 14 luglio 2025 la Commissione europea ha formulato una serie di obiezioni sull'utilizzo del golden power nel caso citato, evidenziando il contrasto con la normativa dell'Unione europea;
il 22 luglio 2025, a otto mesi dalle prime dichiarazioni del Governo e a tre dalla concreta applicazione del golden power, Unicredit ha rinunciato all'operazione su Banco Bpm, resa impraticabile e non conveniente dall'intervento governativo;
nel frattempo, come previsto, la francese Crédit Agricole ha chiesto di salire al 25 per cento di Banco Bpm;
il Ministero dell'economia e delle finanze, artefice dell'utilizzo del golden power, è il primo azionista di Monte dei Paschi di Siena e, insieme ad altri soci dell'istituto senese, quali lo stesso Banco Bpm, Caltagirone e Delfin, è attualmente impegnato nella scalata a Mediobanca, agendo quindi sia da arbitro che da giocatore nel cosiddetto «risiko bancario»;
il Ministero dell'economia e delle finanze, nel novembre 2024, contrariamente a quanto accaduto in precedenza, ha affidato alla piccola banca Akros — peraltro controllata da Banco Bpm e senza esperienze specifiche — l'incarico di gestire la vendita del 15 per cento di Monte dei Paschi di Siena, cessione che si è conclusa in modo sorprendentemente rapido con il trasferimento dell'intera quota proprio a Banco Bpm e alla sua controllata Anima, unitamente a Caltagirone e Delfin, per coincidenza gli stessi soci che, insieme al Ministero dell'economia e delle finanze, stanno conducendo l'offerta pubblica di scambio di Monte dei Paschi di Siena su Mediobanca;
il 25 luglio 2025 la Presidenza del Consiglio dei ministri, accogliendo la proposta del Ministero dell'economia e delle finanze, ha comunicato la decisione di non esercitare – diversamente da quanto avvenuto con Unicredit – il golden power sull'operazione di Monte dei Paschi di Siena su Mediobanca –:
come giustifichi l'esercizio del golden power nell'offerta pubblica di scambio di Unicredit su Banco Bpm e non nelle altre operazioni analoghe, in particolare quella Monte dei Paschi di Siena-Mediobanca in cui il Ministero dell'economia e delle finanze è direttamente coinvolto.
(3-02122)
(29 luglio 2025)
BOSCHI, GADDA, DEL BARBA, FARAONE, BONIFAZI e GIACHETTI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
domenica 27 luglio 2025 il Presidente degli Stati Uniti d'America Trump e la Presidente della Commissione europea von der Leyen hanno annunciato l'accordo sui dazi statunitensi sui prodotti europei;
l'accordo prevedrebbe l'imposizione di dazi al 15 per cento, il mantenimento dei dazi al 50 per cento su acciaio e alluminio, l'azzeramento dei dazi europei su alcuni prodotti statunitensi, l'impegno dei Paesi europei ad acquistare prodotti energetici statunitensi per un valore pari a circa 639 miliardi di euro, a investire negli Usa oltre 500 miliardi di euro e non meglio precisati impegni all'acquisto di armamenti statunitensi –:
quali iniziative di competenza il Ministro interrogato abbia adottato o intenda adottare per contrastare gli effetti dei nuovi dazi statunitensi sulle imprese italiane e sui livelli occupazionali e quale ritenga sia il loro impatto sulla crescita e sulla finanza pubblica.
(3-02123)
(29 luglio 2025)
RICCARDO RICCIARDI, AURIEMMA, ILARIA FONTANA, ALIFANO, QUARTINI, SANTILLO, ALFONSO COLUCCI, D'ORSO, FRANCESCO SILVESTRI, LOMUTI, TORTO, CASO, MORFINO, IARIA, PAVANELLI, CAROTENUTO, MARIANNA RICCIARDI, CARAMIELLO e SCERRA. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
domenica 27 luglio 2025 Stati Uniti e Unione europea hanno raggiunto un accordo che prevede l'introduzione da parte di Washington di un cosiddetto «dazio reciproco» del 15 per cento sulle merci europee: in realtà, il dazio è totalmente sbilanciato e l'Unione europea, che applicava un dazio medio dello 0,9 per cento sulle merci americane, ha deciso per ora di non reagire, lasciando in sospeso sia i contro-dazi su 93 miliardi di euro di beni statunitensi, sia le misure sui servizi offerti da aziende Usa in Europa;
i dazi americani penalizzano i Paesi europei con una forte esposizione commerciale verso gli Stati Uniti, come Italia e Germania. Il prodotto interno lordo tedesco potrebbe subire una contrazione dello 0,3 per cento, quello italiano dello 0,2 per cento, mentre l'impatto per la Francia resterebbe più contenuto, intorno allo 0,1 per cento;
l'export dell'Unione europea sconta, altresì, la svalutazione del dollaro Usa che, dall'insediamento di Trump, ha perso il 13 per cento del suo valore rispetto all'euro: una sorta di «dazio aggiuntivo» che rischia di minare fortemente la competitività delle imprese europee;
l'accordo include impegni europei a maggiori acquisti di energia, semiconduttori e forniture per la difesa negli Usa, oltre a investimenti nell'economia americana (+600 miliardi di dollari): in particolare, l'Unione europea si è impegnata ad acquistare 750 miliardi di dollari di energia dagli Stati Uniti entro il 2028 e una quantità «significativa» di attrezzature militari americane;
nel 2024 l'Italia ha già importato oltre 10 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto statunitense, con un costo in crescita del 18 per cento annuo. Nel primo semestre del 2025 gli acquisti di gas naturale liquefatto importati in Italia dagli Stati Uniti hanno subito un incremento del 35 per cento sul periodo corrispondente;
Confindustria ha espresso preoccupazione per l'impatto dei dazi del 15 per cento sulle esportazioni italiane, stimando una perdita di circa 22,6 miliardi di euro per le imprese e una riduzione di circa 200 mila posti di lavoro;
la Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministro Tajani definiscono l'intesa raggiunta «positiva» e l'aliquota del 15 per cento «sostenibile»;
il Ministro interrogato ha lanciato l'allarme per l'export e l'occupazione già con una tariffa del 10 per cento, definendoli «non sopportabili» –:
se ritenga sostenibile l'accordo sui dazi per il sistema economico del Paese, nel valutare le misure che intenda tempestivamente predisporre per limitarne i disastrosi effetti su consumatori ed imprese.
(3-02124)
(29 luglio 2025)
LUPI, BICCHIELLI, BRAMBILLA, CARFAGNA, CAVO, ALESSANDRO COLUCCI, PISANO, ROMANO, SEMENZATO e TIRELLI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
l'articolo 47 della Costituzione italiana recita: «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito»;
la sintesi della Relazione annuale 2024 della Banca d'Italia afferma che «la dinamica del credito in Italia è rimasta debole, seppure con segnali di ripresa favoriti dal progressivo allentamento della politica monetaria. I prestiti alle imprese hanno continuato a contrarsi, soprattutto per effetto di una domanda fiacca. Le condizioni di offerta si sono mantenute orientate alla prudenza, specialmente verso le imprese di minore dimensione. I prestiti alle famiglie, invece, sono tornati a crescere; la riduzione dei tassi ha in particolare stimolato la domanda di mutui per l'acquisto di abitazioni. Nel primo trimestre del 2025 queste tendenze sono state confermate»;
nel mese di novembre 2024 Unicredit aveva presentato un'offerta di scambio volontaria per Banco Bpm, per un corrispettivo totale di circa 10,1 miliardi di euro, interamente in azioni;
il 22 luglio 2025 Unicredit ha annunciato il ritiro dell'offerta pubblica di scambio per Banco Bpm, dichiarando che «il processo di offerta è stato influenzato dalla clausola di golden power, insistentemente invocata dai vertici di Bpm, che ha impedito a Unicredit di dialogare con gli azionisti di Bpm nel modo in cui un normale processo di offerta avrebbe consentito»;
sempre nel mese di luglio 2025, Bper Banca ha portato a termine un'offerta pubblica di scambio totalitaria volontaria promossa sulle azioni di Banca Popolare di Sondrio, con un'adesione pari all'80,62 per cento dei titoli messi a disposizione;
il 14 luglio 2025 si è aperto il periodo di adesione all'offerta pubblica di scambio volontaria totalitaria di Banca Monte dei Paschi di Siena nei confronti di Mediobanca;
l'11 luglio 2025 il Ministro interrogato ha dichiarato all'assemblea annuale dell'Associazione bancaria italiana: «Le banche italiane sono e continueranno ad essere il braccio operativo dell'economia del Paese, degli imprenditori che ogni giorno rischiano per fare impresa e rendere il nostro Paese competitivo. (...) Per questo voglio ribadire l'importanza che le banche continuino a meritare e coltivare la fiducia dei risparmiatori ed erogare credito attraverso le loro capacità di analisi e valutazione del merito creditizio» –:
quali ulteriori iniziative di competenza intenda assumere per garantire la stabilità del sistema bancario e l'accesso al credito da parte dei cittadini e delle imprese, nel rispetto delle prerogative del settore e dei mercati finanziari.
(3-02125)
(29 luglio 2025)
BIGNAMI, AMBROSI, ANTONIOZZI, GARDINI, MONTARULI, RUSPANDINI, VIETRI, CIANCITTO, CIOCCHETTI, GABELLONE, LANCELLOTTA, MACCARI, MORGANTE, ROSSO e SCHIFONE. – Al Ministro per le disabilità. – Per sapere – premesso che:
fra meno di un anno si svolgeranno a Milano e a Cortina d'Ampezzo i XIV Giochi paralimpici invernali, nelle stesse località che ospiteranno i XXV Giochi olimpici invernali, con la partecipazione di circa 600 atleti con disabilità che competeranno in 79 eventi con medaglia in sei discipline;
tale evento internazionale prevede il coinvolgimento di diversi territori, estendendosi in un'area di 22 mila chilometri quadrati suddivisi tra le regioni Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige. Un modello innovativo che include, pertanto, più aree territoriali, mettendo in mostra le diversità paesaggistiche e culturali dell'Italia;
in materia di politiche per la disabilità, il Governo Meloni, sin dall'inizio della XIX legislatura, si è impegnato nel sostegno delle fasce più fragili: dalla revisione e il riordino delle disposizioni vigenti in materia di disabilità, in attuazione della legge delega 22 dicembre 2021, n. 227, all'istituzione del Fondo unico per l'inclusione delle persone con disabilità, previsto dalla legge 30 dicembre 2023, n. 213 – legge di bilancio per il 2024, con una dotazione di oltre 552 milioni di euro per il 2024, con l'obiettivo di semplificare e razionalizzare le risorse, superando la frammentazione dei fondi precedenti;
in particolare, le politiche per la disabilità in Italia stanno evolvendo verso un approccio sempre più inclusivo, volto a garantire, tra gli altri, il diritto di tutti alla pratica sportiva, sia a livello amatoriale che agonistico, il cui un impegno si sta manifestando attraverso diversi provvedimenti normativi, iniziative e la collaborazione tra istituzioni;
a tal fine, l'organizzazione delle Paraolimpiadi di Milano Cortina 2026 rappresenta indubbiamente una manifestazione internazionale che richiederà sforzi e una preparazione complessa e strutturata, con l'obiettivo di promuovere e gestire lo sport per persone con disabilità, il cui esito in termini di impatto sociale e culturale, a giudizio degli interroganti, sarà indubbiamente straordinario per l'Italia –:
quali misure di competenza il Ministro interrogato intenda intraprendere al fine di garantire un successo organizzativo per le Paraolimpiadi di Milano Cortina 2026 e un lascito duraturo in termini di accessibilità, inclusione sportiva e sostegno agli atleti con disabilità.
(3-02126)
(29 luglio 2025)
SQUERI, CASASCO, TENERINI e BATTILOCCHIO. — Al Ministro dell'ambiente e della sicurezza energetica. — Per sapere – premesso che:
con l'ultima revisione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, approvata il 20 giugno 2025, il Governo italiano ha annunciato una nuova tornata di incentivi auto legati alla rottamazione, stanziando 597 milioni di euro destinati a sostituire oltre 39 mila veicoli inquinanti con veicoli a zero emissioni;
la nuova misura punta ad accelerare la transizione ecologica del parco circolante, con un'attenzione particolare alle aree urbane più inquinate, alle famiglie a basso reddito e alle microimprese, soprattutto quelle interessate all'acquisto di veicoli commerciali elettrici;
il programma è stato nominato «Rinnovamento della flotta di veicoli privati e commerciali leggeri con veicoli elettrici» e prevede incentivi auto con rottamazione. L'accesso al bonus per i privati sarà regolato in base all'Isee;
il piano deve essere approvato dal Parlamento e poi dalla Commissione europea –:
quali siano presumibilmente i tempi di attuazione della misura e se siano previste norme di maggior favore per l'acquisto di veicoli elettrici o ibridi di produzione europea.
(3-02127)
(29 luglio 2025)
GRIPPO, BONETTI, RUFFINO, BENZONI, D'ALESSIO e SOTTANELLI. — Al Ministro dell'istruzione e del merito. — Per sapere – premesso che:
per le famiglie con studenti in età scolare, il costo dei libri di testo rappresenta una voce di spesa rilevante nel bilancio familiare e, in un periodo di generale aumento del livello dei prezzi, rischia di creare disparità nel diritto allo studio per gli studenti provenienti dai contesti socio-economici più problematici, oltre che inficiare la corretta applicazione dell'articolo 34 della Costituzione sul diritto allo studio e sull'uguaglianza delle opportunità educative a prescindere dalle condizioni economiche di partenza;
solo 14 studenti su 100, infatti, riesce ad accedere al contributo previsto. Il Governo Draghi ha incrementato da 103 a 133 milioni di euro la dotazione del fondo destinato a garantire alle famiglie meno abbienti la gratuità dei libri di testo. Tale somma, che grazie ad un emendamento parlamentare alle ultime leggi di bilancio non è stata ridotta, risulta dunque invariata nonostante il Governo si fosse impegnato ad incrementarla;
in molte regioni si segnalano, inoltre, ritardi nell'erogazione delle risorse agli interessati, dovuti alle complessità burocratiche dei passaggi dal Ministero dell'istruzione e del merito alle regioni, e da queste ai comuni. L'Anci ha, peraltro, più volte segnalato come il costo dei libri della scuola primaria sia in gran parte a carico dei comuni, essendo insufficiente il contributo statale;
sul costo dei libri incide moltissimo, inoltre, la foliazione, che in Italia è ormai fuori controllo, per cui vengono realizzati libri con centinaia di pagine, solo in parte utilizzate, ma che comunque appesantiscono gli zaini e favoriscono una didattica trasmissiva, senza che sia adeguatamente incentivata l'autoproduzione di materiali didattici digitali da parte degli insegnanti;
peraltro, spesso le case editrici modificano parte dei testi da un anno scolastico all'altro, pur mantenendo pressoché invariato il contenuto, impedendone così il riuso, cosa che comporta un aggravio di spesa per le famiglie del 30-40 per cento;
in questo quadro sarebbe opportuna l'introduzione di un'estensione della detrazione fiscale per l'acquisto dei libri di testo scolastici simile a quella prevista per le spese sanitarie, sportive e veterinarie –:
quali iniziative intenda adottare, in vista dell'avvio dell'anno scolastico 2025/2026, per garantire il necessario sostegno a famiglie e studenti, con particolare riferimento alle spese inerenti all'acquisto di libri di testo e di materiale scolastico.
(3-02128)
(29 luglio 2025)
SASSO, MOLINARI, ANDREUZZA, ANGELUCCI, BAGNAI, BARABOTTI, BENVENUTO, DAVIDE BERGAMINI, BILLI, BISA, BOF, BORDONALI, BOSSI, BRUZZONE, CANDIANI, CAPARVI, CARLONI, CARRÀ, CATTOI, CAVANDOLI, CECCHETTI, CENTEMERO, COIN, COMAROLI, CRIPPA, DARA, DE BERTOLDI, DI MATTINA, FORMENTINI, FRASSINI, FURGIUELE, GIACCONE, GIAGONI, GIGLIO VIGNA, GUSMEROLI, IEZZI, LATINI, LAZZARINI, LOIZZO, MACCANTI, MARCHETTI, MATONE, MIELE, MONTEMAGNI, MORRONE, NISINI, OTTAVIANI, PANIZZUT, PIERRO, PIZZIMENTI, PRETTO, RAVETTO, STEFANI, SUDANO, TOCCALINI, ZIELLO, ZINZI e ZOFFILI. — Al Ministro dell'istruzione e del merito. — Per sapere – premesso che:
il 21 marzo 2025 il Ministro interrogato ha inviato a tutte le scuole una circolare per ribadire che nelle comunicazioni ufficiali è imprescindibile il rispetto delle regole della lingua italiana. L'uso di segni grafici non conformi rischia di compromettere la chiarezza e l'uniformità della comunicazione istituzionale;
a parere degli interroganti, questa scelta è stata funzionale ad evitare il tentativo di strumentalizzazione da parte di alcuni gruppi di pressione che vorrebbero superare il dibattito sociale, politico e istituzionale per superare il concetto di binarismo sessuale senza contraddittorio, come accade quando attivisti ideologizzati con la complicità di alcuni docenti, nascondendosi dietro la sacrosanta lotta alle discriminazioni, all'omofobia, al bullismo, promuovono ideologia gender e «teorie queer» nelle aule;
presso la VII Commissione della Camera dei deputati si sono appena concluse le audizioni relative al disegno di legge governativo recante «Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico»;
molte associazioni hanno ribadito la necessità di difendere la libertà di scelta educativa delle famiglie affinché i genitori siano informati e autorizzino in modo esplicito la partecipazione dei figli a iniziative su argomenti considerati delicati e sensibili;
tutti gli intervenuti hanno sottolineato come la trasparenza e il coinvolgimento delle famiglie rappresentino un diritto imprescindibile, soprattutto quando si tratta di tematiche che toccano la sfera personale e valoriale degli studenti;
secondo il sondaggio effettuato di recente dall'istituto di Antonio Noto, l'83 per cento degli intervistati chiede che le famiglie vengano informate preventivamente, nel dettaglio, sui progetti riguardanti la sessualità e l'affettività. Il 76 per cento, poi, ritiene che l'educazione sessuale e affettiva sia responsabilità primaria dei genitori, e non della scuola;
gli interroganti ritengono che, come già delineato nel disegno di legge governativo di cui si auspica una rapida approvazione, solo rafforzando l'alleanza scuola-famiglia, nel rispetto del primato educativo della famiglia, della libertà di insegnamento dei docenti e dell'autonomia riconosciuta alle istituzioni scolastiche, tutte le componenti possano avere un ruolo strategico ed essere parte attiva del processo formativo ed educativo –:
quali ulteriori iniziative il Ministro interrogato intenda adottare per affrontare le numerose sfide che emergono dal dibattito quotidiano e coinvolgono l'intera comunità educante.
(3-02129)
(29 luglio 2025)