CAMERA DEI DEPUTATI
Mercoledì 28 ottobre 2026
XIX LEGISLATURA
Fascicolo di seduta
A.C. 2700-A
ORDINI DEL GIORNO
Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie.

N. 2.

Seduta del 27 ottobre 2026

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge all'esame dell'Assemblea delega il Governo ad avviare un processo di revisione del sistema delle professioni sanitarie, dal punto di vista sia formativo sia ordinamentale, al fine di renderlo più efficiente, inclusivo, attrattivo e adeguato all'evoluzione scientifica e tecnologica;

    in coerenza con tali finalità, l'articolo 3-quater, comma 1, del decreto-legge n. 127 del 2021, convertito con modificazioni dalla legge 19 novembre 2021, n. 165, ha introdotto, per i professionisti sanitari appartenenti al personale del comparto, una deroga al regime delle incompatibilità, consentendo loro di svolgere ulteriori attività professionali al di fuori dell'orario di servizio;

    la disciplina in esame, introdotta in via temporanea, è stata da ultimo estesa fino al 31 dicembre 2027, grazie all'approvazione, nel corso dell'esame parlamentare del decreto-legge n. 200 del 2025 (cosiddetto «Milleproroghe»), dell'emendamento 5.45 presentato dal Gruppo Lega-Salvini Premier;

    la proroga disposta sino al 31 dicembre 2027 ha garantito continuità alla disciplina e un ulteriore periodo utile per valutarne gli effetti, ma non ha superato il carattere provvisorio dell'attuale assetto, che continua a determinare una situazione di incertezza per i professionisti interessati e per le stesse amministrazioni sanitarie;

    il superamento strutturale del regime delle incompatibilità può contribuire a valorizzare le competenze professionali, incrementare l'attrattività del lavoro nel Servizio sanitario nazionale, contrastare la perdita di professionalità verso il settore privato e ampliare la capacità complessiva di risposta ai bisogni di salute;

    nella seduta del 1° aprile 2026, con l'approvazione della mozione n. 1-00562, la Camera ha impegnato il Governo a valutare l'adozione di iniziative, anche normative, volte a rendere strutturale il superamento del vincolo di esclusività per il personale del comparto del Servizio sanitario nazionale,

impegna il Governo

ad accompagnare le misure recate dal provvedimento in esame con ulteriori iniziative, anche normative, volte a rendere permanente e strutturale il superamento del regime delle incompatibilità per i professionisti sanitari di cui all'articolo 1 della legge 1° febbraio 2006, n. 43, appartenenti al personale del comparto sanità, consentendo loro di svolgere ulteriori attività professionali al di fuori dell'orario di servizio, tenuto conto dell'impegno già assunto con l'approvazione della citata mozione n. 1-00562 del 1° aprile 2026.
9/2700-A/1. Loizzo, Giagoni.

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge in esame delega il Governo ad avviare un processo di revisione del sistema delle professioni sanitarie, con particolare riferimento all'aggiornamento dei percorsi formativi e alla valorizzazione delle competenze specialistiche;

    nel corso dell'esame in sede referente, la XII Commissione ha approvato l'emendamento 5.36, presentato dal Gruppo Lega-Salvini Premier, volto a valorizzare la professione sanitaria di psicologo, in particolare nell'ambito dei percorsi assistenziali oncologici, mediante la razionalizzazione e l'aggiornamento dell'attuale assetto dei percorsi formativi;

    il supporto psicologico costituisce una componente importante della presa in carico multidisciplinare dei pazienti oncologici, contribuendo ad affrontare le conseguenze emotive e psicologiche della malattia, a sostenere l'aderenza ai percorsi terapeutici e a migliorare la qualità della vita dei pazienti e dei loro familiari;

    l'assistenza psicologica in ambito oncologico richiede competenze specifiche, correlate alla complessità dei percorsi di diagnosi, cura e riabilitazione, nonché alla necessità di assicurare un'adeguata integrazione tra le diverse figure professionali coinvolte nella presa in carico;

    il riordino dei percorsi formativi e delle specializzazioni sanitarie previsto dal disegno di legge rappresenta un'importante occasione per valorizzare tali competenze e favorire la definizione di percorsi formativi specificamente orientati alla psiconcologia,

impegna il Governo

a prevedere, in sede di attuazione della delega legislativa, di cui all'articolo 5, comma 1, lettera b) del provvedimento in esame, l'istituzione di uno specifico corso di specializzazione in psiconcologia ovvero l'attivazione di appositi indirizzi nell'ambito delle scuole di specializzazione di area psicologica e di area medica, ivi comprese quelle in psichiatria, al fine di favorire l'acquisizione e la valorizzazione di competenze specialistiche nell'assistenza psicologica ai pazienti oncologici e ai loro familiari.
9/2700-A/2. Cattoi, Loizzo, Nisini.

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge in esame reca una delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie;

    nell'ambito delle professioni sanitarie, lo specialista in fisica medica e sanitaria costituisce una figura altamente specializzata, essenziale per garantire la sicurezza, la qualità e l'appropriatezza delle applicazioni delle radiazioni ionizzanti in ambito sanitario;

    la direttiva 2013/59/Euratom ha individuato nel Medical Physics Expert il professionista di riferimento per gli aspetti di fisica delle esposizioni mediche, attribuendogli specifiche responsabilità nell'ottimizzazione, nella dosimetria, nella garanzia della qualità e nella radioprotezione del paziente;

    il decreto legislativo 31 luglio 2020, n. 101, di recepimento della citata direttiva, individua nello specialista in fisica medica il professionista chiamato a svolgere le funzioni di esperto di fisica medica nelle esposizioni mediche, nell'ambito delle competenze previste dalla normativa vigente;

    nel corso degli ultimi anni sono stati proposti alcuni interventi normativi volti ad estendere ad altre figure professionali competenze proprie dello specialista in fisica medica, con il rischio di generare sovrapposizioni di ruoli e incertezze applicative in un settore direttamente connesso alla sicurezza delle cure, oltre ad attribuire competenze a figure professionali che non godono di un percorso specialistico appropriato ad acquisire quelle specifiche competenze;

    appare pertanto opportuno assicurare che eventuali interventi di riordino delle professioni sanitarie rispettino il principio della chiara individuazione delle competenze professionali, sulla base dei percorsi accademici precedentemente svolti, evitando duplicazioni o sovrapposizioni che possano compromettere l'efficacia del sistema di tutela della salute,

impegna il Governo

ad adottare, nell'attuazione del presente provvedimento e nell'ambito di futuri interventi normativi, ogni iniziativa utile a salvaguardare le competenze proprie dello specialista in fisica medica, nel rispetto della direttiva 2013/59/Euratom e del decreto legislativo 31 luglio 2020, n. 101, evitando sovrapposizioni di attribuzioni con altre figure professionali e garantendo la piena tutela della sicurezza del paziente e della qualità delle prestazioni sanitarie.
9/2700-A/3. Giagoni, Loizzo.

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge in esame delega il Governo ad avviare un processo di revisione del sistema delle professioni sanitarie, anche attraverso il riordino e l'aggiornamento dei relativi percorsi formativi e delle specializzazioni di area sanitaria;

    tale processo di revisione rappresenta un'importante occasione per adeguare la formazione specialistica all'evoluzione delle conoscenze scientifiche e delle pratiche cliniche, valorizzando le competenze professionali richieste nei settori assistenziali caratterizzati da una crescente complessità, tra i quali rientra quello della chirurgia senologica;

    il carcinoma mammario rappresenta la neoplasia più frequentemente diagnosticata nella popolazione femminile e richiede percorsi di diagnosi e cura altamente specializzati, fondati sull'integrazione di competenze multidisciplinari;

    le unità multidisciplinari di senologia, cosiddette Breast Unit, costituiscono un modello organizzativo fondamentale per assicurare una presa in carico appropriata delle pazienti, nell'ambito del quale il chirurgo senologo svolge un ruolo centrale;

    nonostante la crescente complessità degli interventi e delle tecniche chirurgiche impiegate nel trattamento delle patologie mammarie, l'attuale ordinamento della formazione specialistica non prevede uno specifico indirizzo in chirurgia senologica nell'ambito delle scuole di specializzazione in chirurgia generale;

    l'introduzione di un percorso formativo strutturato e riconosciuto a livello nazionale consentirebbe di assicurare una preparazione specialistica adeguata alle esigenze delle pazienti e agli standard europei, favorendo altresì l'omogeneità della qualità delle prestazioni erogate sul territorio nazionale;

    nella seduta del 29 luglio 2025, il Governo ha accolto l'ordine del giorno n. 9/2526/27, presentato dalla prima firmataria del presente ordine del giorno, assumendo l'impegno a valutare l'istituzione di un percorso formativo in chirurgia senologica,

impegna il Governo

a prevedere, in sede di attuazione della delega legislativa, l'istituzione di uno specifico indirizzo in chirurgia senologica nell'ambito delle scuole di specializzazione in chirurgia generale, anche attraverso l'articolazione del percorso formativo in un tronco comune e in una successiva fase di formazione specialistica in chirurgia senologica, dando così seguito all'impegno assunto con l'accoglimento dell'ordine del giorno n. 9/2526/27 del 29 luglio 2025.
9/2700-A/4. Nisini, Cattoi, Loizzo.

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge in esame reca una delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie;

    nello specifico l'articolo 2 reca princìpi e criteri direttivi generali che il Governo osserva nell'esercizio della delega, mentre le norme all'articolo 3, modificate nel corso dell'esame in sede referente, individuano princìpi e criteri direttivi specifici che il Governo osserva nell'esercizio della delega per rafforzare l'attrattività del Servizio sanitario nazionale;

    considerata la necessità di superare le conseguenze disciplinari legate a condotte di professionisti sanitari che, durante l'emergenza COVID-19 e nel periodo degli obblighi vaccinali, hanno contestato le scelte di sanità pubblica di quel periodo, nonché considerata la necessità di tutelare l'autonomia professionale, la libertà di manifestazione del pensiero e di critica scientifica e di superare le conseguenze disciplinari derivanti da tali condotte,

impegna il Governo

ad adottare, in sede di attuazione del presente provvedimento e nell'ambito di futuri interventi normativi, ogni iniziativa, per quanto di competenza, utile a:

  non considerare illecito disciplinare (salvo dolo o colpa grave) le condotte dei sanitari, durante l'emergenza COVID-19 e in vigenza degli obblighi vaccinali di cui al decreto-legge 1 aprile 2021, n. 44, consistenti in:

   a) scelte diagnostiche o terapeutiche difformi dalle indicazioni ministeriali, ma motivate sulla base delle condizioni del singolo paziente;

   b) critiche, riserve o contestazioni motivate all'obbligo vaccinale anti-SARS-CoV-2 e alle relative sanzioni, espresse in ambito professionale, scientifico o divulgativo, nell'esercizio della libertà di manifestazione del pensiero e di critica scientifica nonché nel rispetto della dignità delle persone e senza diffondere consapevolmente informazioni false;

  determinare l'archiviazione d'ufficio, da parte degli Ordini o degli organi disciplinari competenti, dei procedimenti ancora aperti aventi esclusivamente ad oggetto le condotte di cui al punto 1);

  determinare l'estinzione e la cessazione degli effetti dei provvedimenti già inflitti per le stesse condotte e impugnati, alla data di entrata in vigore della legge, davanti alla Commissione centrale per le professioni sanitarie;

  prevedere che, entro 30 giorni dall'entrata in vigore della legge, gli Ordini cancellino dagli albi e dagli archivi ogni annotazione relativa a quei procedimenti e provvedimenti, senza necessità di alcuna istanza di reiscrizione all'interessato;

  mantenere ferme, in ogni caso, la responsabilità disciplinare, civile e penale per condotte dolose o gravemente colpose e per gli altri illeciti non coperti dal punto 1).
9/2700-A/5. Buonguerrieri, Caretta, Ciaburro.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame reca disposizioni in materia di professioni sanitarie, con particolare riferimento alla valorizzazione delle competenze professionali, all'efficienza nell'organizzazione delle attività sanitarie e alla tutela della sicurezza delle prestazioni;

    il decreto legislativo 31 luglio 2020, n. 101, disciplina la protezione dai rischi derivanti dall'esposizione alle radiazioni ionizzanti, prevedendo specifiche disposizioni relative ai servizi di dosimetria individuale e ai controlli di qualità delle attrezzature medico-radiologiche;

    in particolare l'articolo 155, comma 3, del citato decreto legislativo 31 luglio 2020, n. 101, demanda a uno o più decreti del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro della salute e sentiti gli altri soggetti istituzionali competenti, la definizione delle modalità per il riconoscimento dell'idoneità dei soggetti che svolgono attività di dosimetria individuale e degli organismi di misura;

    il successivo comma 3-bis del medesimo articolo individua già puntualmente i requisiti minimi che i servizi di dosimetria e gli organismi di misura riconosciuti idonei sono tenuti a garantire, con particolare riferimento all'organizzazione, alle competenze del personale, all'affidabilità delle misurazioni e alla qualità delle prestazioni;

    la mancata adozione dei predetti decreti attuativi impedisce la piena operatività del sistema di riconoscimento previsto dalla normativa vigente, determinando il protrarsi di un regime transitorio che non assicura la compiuta applicazione dei requisiti minimi già stabiliti dal legislatore, né la garanzia d'adozione dei più elevati standard di affidabilità e sicurezza in un contesto, quale quello dell'esposizione alle radiazioni ionizzanti, particolarmente critico per operatori e popolazione civile;

    l'articolo 163 del citato decreto legislativo disciplina le verifiche e i controlli sulle attrezzature medico-radiologiche, attribuendo allo specialista in fisica medica specifiche competenze e responsabilità nell'ambito delle attività di garanzia della qualità e di controllo delle apparecchiature;

    alcune delle attività previste dal medesimo articolo presentano carattere prevalentemente tecnico ed esecutivo e possono essere svolte, nel rispetto delle necessarie garanzie di sicurezza, anche da personale appositamente individuato e adeguatamente formato, purché operante sotto la responsabilità dello specialista in fisica medica e sulla base di direttive, protocolli e procedure scritte predisposti da quest'ultimo;

    tale possibilità consentirebbe di razionalizzare l'impiego delle competenze professionali, valorizzando il ruolo dello specialista in fisica medica nelle attività a maggiore contenuto tecnico-scientifico e assicurando, al contempo, una più efficace e tempestiva esecuzione dei controlli di qualità, anche presso le strutture sanitarie esterne al Servizio sanitario nazionale;

    i suddetti interventi potrebbero contribuire a migliorare l'efficacia applicativa della disciplina vigente, senza alterare l'attuale assetto delle responsabilità professionali e senza determinare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica,

impegna il Governo

ad adottare, in sede di attuazione del presente provvedimento e nell'ambito di futuri interventi normativi, ogni iniziativa di competenza, utile a:

  provvedere, con la massima tempestività, all'emanazione dei decreti attuativi previsti dall'articolo 155, comma 3, del decreto legislativo 31 luglio 2020, n. 101, al fine di rendere pienamente operativa la disciplina relativa al riconoscimento dell'idoneità dei soggetti che svolgono attività di dosimetria individuale e degli organismi di misura, assicurando l'effettiva applicazione dei requisiti minimi già previsti dal comma 3-bis del medesimo articolo, a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori e della popolazione esposti alle radiazioni ionizzanti;

  modificare l'articolo 163, comma 7, del citato decreto legislativo 31 luglio 2020, n. 101, al fine di consentire che le prove di controllo delle attrezzature medico-radiologiche di cui al comma 3, lettera b), del medesimo articolo possano essere effettuate, oltre che dallo specialista in fisica medica, anche da personale appositamente individuato da quest'ultimo, ancorché non in possesso dei titoli di cui all'articolo 7, comma 1, punto 148), purché operante sotto la sua responsabilità e secondo le direttive, procedure scritte e protocolli di esecuzione predisposti dal medesimo, fermo restando l'attuale assetto delle responsabilità professionali e senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
9/2700-A/6. Squeri.

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge in esame reca una delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie;

    la diffusione della cultura del movimento, dello sport e di corretti stili di vita costituisce uno strumento per contrastare l'obesità e il decadimento fisiologico della popolazione e determina, al contempo, una drastica riduzione della spesa sanitaria pubblica;

    il decreto legislativo 28 febbraio 2021, n. 36, recante l'attuazione dell'articolo 5 della legge 8 agosto 2019, n. 86, ossia il riordino e la riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici, nonché di lavoro sportivo, ha formalmente introdotto e riconosciuto nell'ordinamento nazionale le figure professionali sportive del Chinesiologo di base (ancorato alla classe di laurea triennale L-22) e del Chinesiologo delle attività motorie preventive ed adattate (AMPA, ancorato alla classe di laurea magistrale LM-67),

impegna il Governo

ad accompagnare le misure recate dal provvedimento in esame, valutando l'opportunità di promuovere un tavolo di confronto con il coinvolgimento del Ministero dell'università e della ricerca e del Ministero per lo sport e i giovani volto a definire i requisiti e la disciplina di tali figure professionali.
9/2700-A/7. Frijia, Caretta, Ciaburro.

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge in esame reca una delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie;

    nello specifico l'articolo 4 del provvedimento contiene norme volte alla razionalizzazione e all'aggiornamento della disciplina delle figure ausiliarie delle professioni sanitarie, fermo restando l'inquadramento delle stesse figure secondo la normativa vigente,

impegna il Governo

ad accompagnare le misure recate dal provvedimento in esame, valutando l'opportunità di promuovere un tavolo con il coinvolgimento del Ministero della salute volto a definire in modo univoco il quadro di attività relative al massofisioterapista, tracciandone chiaramente l'ambito di competenza come figura ausiliaria all'interno del sistema sanitario e quello del benessere ma sempre entro il perimetro della normativa vigente.
9/2700-A/8. Maccari.

   La Camera,

   premesso che:

    la medicina e le cure palliative costituiscono una componente essenziale dell'assistenza sanitaria, in particolare nella presa in carico delle persone affette da patologie croniche avanzate, malattie progressive e condizioni caratterizzate da elevata complessità clinica e assistenziale;

    l'evoluzione epidemiologica, l'invecchiamento della popolazione e l'aumento delle patologie cronico-degenerative rendono sempre più necessario un approccio interdisciplinare, capace di integrare le competenze delle diverse specialità mediche e di garantire continuità assistenziale, appropriatezza delle cure e attenzione globale ai bisogni della persona;

    lo specialista in Medicina e Cure Palliative acquisisce competenze cliniche, relazionali e organizzative utili non soltanto nell'ambito degli hospice e dell'assistenza domiciliare, ma anche nella gestione ospedaliera dei pazienti con malattia avanzata e bisogni assistenziali complessi;

    la piena valorizzazione di tali competenze rappresenta un obiettivo rilevante per il Servizio sanitario nazionale, sia sotto il profilo della qualità dell'assistenza sia per quanto riguarda l'attrattività della formazione specialistica e le prospettive professionali dei medici che scelgono questo percorso;

    i dati relativi all'anno accademico 2025/2026 riportati nella documentazione a disposizione dei presentatori indicano, a fronte di 165 posti disponibili nelle scuole di specializzazione in Medicina e Cure Palliative, 64 posti assegnati e 101 non assegnati, con un tasso di copertura pari al 38,8 per cento; tale situazione evidenzia l'opportunità di intervenire sulle condizioni che possono contribuire a rendere maggiormente attrattivo il percorso formativo e professionale;

    l'ampliamento delle opportunità di impiego degli specialisti deve essere perseguito attraverso il riconoscimento delle competenze effettivamente acquisite, una coerente revisione dell'ordinamento delle specialità e l'individuazione di percorsi di collaborazione con le altre discipline cliniche, nel rispetto dei requisiti professionali richiesti per le specifiche funzioni assistenziali;

    la medicina della complessità costituisce un ambito di crescente rilevanza, in quanto orientato alla presa in carico integrata dei pazienti caratterizzati da multimorbilità, fragilità e bisogni clinico-assistenziali articolati, per i quali risulta particolarmente importante il coordinamento tra i diversi professionisti e servizi sanitari;

    nei grandi ospedali, l'integrazione precoce delle cure palliative nei percorsi assistenziali può favorire una migliore gestione dei sintomi, il sostegno al paziente e alla famiglia, la continuità delle cure e una più appropriata pianificazione degli interventi, in collaborazione con le équipe curanti;

    appare pertanto opportuno promuovere modelli organizzativi che riconoscano la funzione trasversale della Medicina e Cure Palliative, attraverso unità dedicate alla medicina della complessità e specifiche funzioni di consulenza nei reparti caratterizzati da un'elevata prevalenza di pazienti con malattia avanzata;

    le misure di valorizzazione professionale e di riorganizzazione assistenziale devono essere definite in coerenza con la programmazione sanitaria e con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica,

impegna il Governo

ad adottare, in sede di attuazione del presente provvedimento e nell'ambito di futuri interventi normativi, ogni iniziativa di competenza, utile a:

  adottare, nel rispetto della normativa vigente, iniziative volte a valorizzare la specializzazione in Medicina e Cure Palliative, riconoscendone le competenze cliniche interdisciplinari nella presa in carico dei pazienti affetti da patologie croniche avanzate e caratterizzati da elevata complessità clinico-assistenziale;

  valutare la revisione e l'ampliamento delle equipollenze della specializzazione in Medicina e Cure Palliative, anche ai fini dell'accesso alle procedure concorsuali del Servizio sanitario nazionale, con particolare riferimento alle discipline della medicina interna, della geriatria, della medicina di comunità e delle cure primarie e dell'oncologia medica, in relazione alle competenze professionali richieste e alle specifiche funzioni assistenziali da svolgere;

  valutare l'individuazione di una specifica categoria di specialità affini nell'ambito della medicina della complessità, che consenta di riconoscere, sulla base di criteri clinici, formativi e professionali definiti, l'affinità tra la specializzazione in Medicina e Cure Palliative e altre discipline cliniche, al fine di valorizzare le competenze trasversali nella gestione delle patologie croniche avanzate e dei pazienti con bisogni assistenziali complessi;

  promuovere, d'intesa con le amministrazioni competenti e nell'ambito della programmazione sanitaria, modelli organizzativi per l'istituzione, nei grandi ospedali, di Unità di Medicina della Complessità e Cure Palliative, con funzioni di supporto interdisciplinare ai reparti e di presa in carico integrata dei pazienti con malattia avanzata e bisogni clinico-assistenziali complessi;

  favorire la previsione di specifiche funzioni di consulenza palliativa nei reparti ospedalieri caratterizzati da un'elevata prevalenza di pazienti con malattia avanzata, al fine di promuovere l'intervento precoce degli specialisti in Medicina e Cure Palliative, l'integrazione delle competenze specialistiche e la continuità dei percorsi assistenziali;

  promuovere l'integrazione della Medicina e Cure Palliative nei percorsi ospedalieri di cura, rafforzando la collaborazione tra specialisti, équipe assistenziali, servizi territoriali e reti di cure palliative, affinché la presa in carico dei bisogni palliativi possa avvenire tempestivamente e in modo appropriato, in coerenza con le condizioni cliniche e le esigenze della persona assistita;

  valutare, nell'ambito delle iniziative di programmazione e monitoraggio della formazione sanitaria specialistica, le ragioni della ridotta copertura dei posti disponibili nelle scuole di specializzazione in Medicina e Cure Palliative e a individuare le misure ordinamentali e organizzative idonee a rafforzarne l'attrattività e a valorizzare le prospettive professionali degli specialisti formati;

  dare attuazione alle eventuali misure organizzative nell'ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e senza automatismi nell'istituzione di nuovi posti in organico o di incarichi remunerati; qualora si rendessero necessarie misure comportanti ulteriori oneri, a valutarne preventivamente la quantificazione e la relativa copertura finanziaria, nel rispetto della normativa vigente.
9/2700-A/9. Cesa.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame reca la delega al Governo per la rimodulazione del sistema delle professioni sanitarie, sotto il profilo sia formativo sia ordinamentale, al fine di renderlo più efficiente, attrattivo e adeguato all'evoluzione scientifica e tecnologica;

    in particolare, prevede, tra i princìpi e criteri direttivi specifici, l'attualizzazione delle competenze professionali rispetto all'evoluzione dei bisogni sanitari della popolazione e la promozione di un sistema nazionale di certificazione delle competenze, nonché la revisione della disciplina degli ordini delle professioni sanitarie, di cui alla legge 11 gennaio 2018, n. 3, valorizzandone il ruolo di organi sussidiari dello Stato;

    l'articolo 3 del provvedimento in esame reca princìpi e criteri direttivi specifici di delega per la definizione di misure relative al personale sanitario, prevedendo altresì il riordino delle specializzazioni della professione di psicologo;

    la medicina estetica è un settore in costante crescita, che comprende prestazioni di carattere medico, diagnostiche e terapeutiche non chirurgiche, volte al miglioramento dell'aspetto fisico e, conseguentemente, al benessere psicofisico della persona;

    il progressivo sviluppo di tale settore rende necessario assicurare elevati standard di sicurezza, appropriatezza delle prestazioni e qualificazione professionale degli operatori, a tutela della salute dei cittadini a partire dalla formazione specifica e dall'esperienza professionale che costituiscono elementi essenziali per garantire la qualità delle prestazioni, anche in relazione all'evoluzione delle tecniche utilizzate e dei dispositivi impiegati;

    la mancanza di garanzie espone i pazienti a rischi significativi per la salute quando i trattamenti sono eseguiti da soggetti privi di un'adeguata formazione ma l'ordinamento vigente non reca una disciplina organica di tale ambito, né un percorso formativo uniforme a livello nazionale, né strumenti di pubblicità che consentano ai cittadini di individuare i professionisti effettivamente qualificati;

    appare quindi opportuno promuovere criteri omogenei sul territorio nazionale per l'individuazione dei requisiti formativi e professionali necessari all'esercizio qualificato di tali attività, valorizzando il ruolo delle università, degli Ordini professionali e delle società scientifiche accreditate;

    sarebbe auspicabile, a tutela della qualità e della sicurezza delle cure, un intervento uniforme sull'intero territorio nazionale che valorizzi il ruolo degli ordini professionali e la qualificazione formativa dei medici,

impegna il Governo

a valutare l'opportunità di accompagnare le misure recate dall'articolo 3 del provvedimento in esame con ulteriori iniziative normative volte a prevedere una disciplina organica della medicina estetica che:

  definisca criteri omogenei per la qualificazione professionale dei medici che esercitano attività di medicina estetica, valorizzando percorsi formativi strutturati, comprensivi di adeguata formazione pratica;

  istituisca, presso gli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, registri provinciali dei medici di medicina estetica, con verifica del possesso dei requisiti da parte di un'apposita commissione costituita in seno all'ordine, e ne preveda la confluenza in un registro nazionale, pubblicato sul sito istituzionale della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri e consultabile dai cittadini;

  stabilisca i requisiti formativi per l'iscrizione ai registri, individuandoli nel master universitario di secondo livello biennale in medicina estetica, con frequenza esclusivamente in presenza e parte pratica su paziente svolta dal discente; nel diploma di formazione quadriennale in presenza, rilasciato da una scuola post-universitaria il cui programma sia validato da una società scientifica accreditata presso il Ministero della salute; nel diploma di specializzazione medico-chirurgica che preveda uno specifico insegnamento di medicina estetica; nonché, per i medici che già esercitano l'attività, nella comprovata esperienza di almeno sette anni nel settore unita alla partecipazione a un apposito corso;

  demandi la definizione dei programmi formativi a decreti del Ministro dell'università e della ricerca, di concerto con il Ministro della salute, previo accordo in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano;

  sia attuata senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, in coerenza con quanto previsto dal provvedimento in esame.
9/2700-A/10. Patriarca, Ciocchetti, Loizzo.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame recante «Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie», si pone l'obiettivo di procedere a una revisione organica del sistema delle professioni sanitarie, al fine di renderlo maggiormente rispondente all'evoluzione scientifica, tecnologica e organizzativa del Servizio sanitario nazionale, anche attraverso la valorizzazione delle competenze professionali e il riconoscimento di nuovi fabbisogni assistenziali;

    nell'ambito del processo di riordino e aggiornamento delle professioni sanitarie previsto dal provvedimento in esame, assume particolare rilievo la questione concernente il riconoscimento della qualificazione professionale dell'attività odontotecnica, anche in considerazione dell'evoluzione delle competenze tecniche, scientifiche e tecnologiche maturate nel settore;

    l'aspirazione a ricondurre dal punto di vista giuridico il profilo professionale dell'odontotecnico nel campo delle professioni sanitarie ex lege riconosciute è giunta ad un passo dal formale perfezionamento, in virtù dell'iniziativa esperita dalle principali associazioni di categoria della predetta area professionale;

    ad esito di un rilevantissimo pronunciamento del supremo consesso della giustizia amministrativa (Cons. St., Sez. III, 30 gennaio 2024, n. 932), il Consiglio di Stato, nel riformare la sentenza del TAR Lazio n. 2891 del 14 marzo 2022, ha ribaltato la tesi della sovrapposizione o parcellizzazione delle figure dell'odontotecnico e dell'odontoiatra, per cui l'odontotecnica può essere considerata a tutti gli effetti una professione sanitaria a sé stante dal momento che l'ambito competenziale dell'odontotecnica, tracciato dall'articolo 11 del regio decreto n. 1334/1928, delinea una expertise («costruire apparecchi di protesi dentaria») concettualmente distinta e autonoma rispetto a quelle dell'esercente la professione odontoiatrica;

    nonostante la surricordata pronuncia del Consiglio di Stato, cui il Ministero della salute è stato chiamato a dare materiale esecuzione, l'ex Direzione generale delle professioni sanitarie ha sin qui omesso di richiedere il parere tecnico-scientifico al Consiglio superiore di sanità, così come prescritto dall'articolo 5, comma 2, della legge n. 43 del 2006;

    posto che l'acquisizione di detto parere costituisce un atto doveroso che la legge impone di compiere, giacché propedeutico alla stipula di accordi da sancire in sede di Conferenza Stato-regioni,

impegna il Governo

ad accompagnare le misure recate dall'articolo 4 del provvedimento in esame, con ogni iniziativa di competenza utile ad agevolare l'iter procedimentale di riesame dell'istanza di riconoscimento della qualificazione professionale dell'attività odontotecnica, così da concludere l'istruttoria ed includere la professione di odontotecnico nel novero delle nuove professioni sanitarie.
9/2700-A/11. Malavasi.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame reca una delega al Governo finalizzata alla revisione dell'assetto delle professioni sanitarie, con l'obiettivo dichiarato di rafforzare il Servizio sanitario nazionale, valorizzare le competenze professionali e rispondere ai nuovi bisogni di salute della popolazione;

    il Servizio sanitario nazionale attraversa una fase di grave criticità determinata dalla persistente carenza di personale medico, sanitario e sociosanitario, dall'aumento dei carichi di lavoro, dalla difficoltà di garantire il ricambio generazionale e dalla crescente perdita di attrattività delle professioni sanitarie;

    tale situazione rischia di compromettere la qualità, l'universalità e l'equità dell'assistenza sanitaria, incidendo negativamente sia sulle condizioni di lavoro degli operatori sia sulla capacità del sistema di garantire livelli essenziali di assistenza uniformi su tutto il territorio nazionale;

    appare necessario riconoscere il personale sanitario e sociosanitario quale risorsa strategica del Servizio sanitario nazionale, valorizzandone il ruolo professionale, le competenze specialistiche, l'autonomia e il contributo essenziale all'organizzazione dei servizi e alla presa in carico delle persone assistite;

    il provvedimento in esame, pur intervenendo su aspetti rilevanti dell'ordinamento delle professioni sanitarie, non affronta in maniera pienamente organica e strutturale il tema della partecipazione delle professioni sanitarie ai processi decisionali, di programmazione e di valutazione delle politiche sanitarie;

    una più ampia partecipazione degli operatori sanitari ai livelli organizzativi, programmatori e valutativi del Servizio sanitario nazionale rappresenta una condizione indispensabile per migliorare l'efficacia delle politiche pubbliche, l'appropriatezza delle prestazioni e la qualità dell'assistenza erogata ai cittadini,

impegna il Governo

a promuovere, nell'ambito dell'attuazione della delega oggetto del provvedimento in esame e dei successivi provvedimenti di riforma del Servizio sanitario nazionale, iniziative normative volte a rafforzare la valorizzazione del personale medico, sanitario e sociosanitario, garantendo forme strutturate, permanenti e trasparenti di partecipazione e coinvolgimento delle professioni sanitarie nei processi di programmazione, organizzazione, monitoraggio e valutazione delle politiche della salute, anche attraverso strumenti di concertazione istituzionale, al fine di riconoscerne pienamente competenze, autonomia professionale e ruolo strategico nella tutela del diritto alla salute.
9/2700-A/12. Stumpo.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame recante «Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie», attribuisce al Governo ampie deleghe legislative destinate a incidere profondamente sull'organizzazione del Servizio sanitario nazionale, sulla disciplina delle professioni sanitarie, sui percorsi formativi, sulle condizioni di lavoro e sul regime della responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie;

    in particolare, il provvedimento interviene su aspetti centrali per il personale sanitario, quali: l'utilizzo di forme di lavoro flessibile e il coinvolgimento degli specializzandi nel Servizio sanitario nazionale; l'introduzione di misure organizzative e incentivi per il personale operante nelle aree disagiate; la revisione dei percorsi di formazione specialistica e delle competenze professionali; la definizione di sistemi di valutazione delle prestazioni e di meccanismi premiali; il riordino degli ordini professionali sanitari e la disciplina della responsabilità civile e penale degli esercenti le professioni sanitarie;

    si tratta di ambiti che incidono direttamente sulle condizioni lavorative, sulla qualità dell'assistenza, sulla sicurezza degli operatori sanitari e sull'attrattività del Servizio sanitario nazionale, anche alla luce delle criticità richiamate nella relazione illustrativa del provvedimento, relative alla carenza di personale, alla disomogeneità territoriale dei servizi e al crescente fenomeno dell'abbandono del sistema pubblico;

    il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative costituisce elemento essenziale per garantire l'efficacia delle riforme, valorizzare il contributo dei professionisti sanitari e assicurare un equilibrato contemperamento tra esigenze organizzative, tutela del lavoro e qualità dell'assistenza;

    appare pertanto necessario rafforzare gli strumenti di partecipazione e confronto istituzionale nella fase di predisposizione dei decreti legislativi attuativi e dei successivi interventi normativi in materia sanitaria,

impegna il Governo

a garantire, nella predisposizione dei decreti legislativi attuativi del provvedimento in esame e nei successivi interventi normativi riguardanti il personale del Servizio sanitario nazionale, il preventivo coinvolgimento delle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, attraverso forme strutturate di consultazione e confronto, al fine di assicurare una più efficace attuazione della riforma, la tutela delle professionalità sanitarie e il miglioramento della qualità dei servizi erogati ai cittadini.
9/2700-A/13. Scotto.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame, recante «Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie», individua tra le principali criticità del Servizio sanitario nazionale la carenza di personale sanitario, la distribuzione non omogenea dei professionisti sul territorio e le diseguaglianze territoriali nella fruizione delle prestazioni sanitarie;

    la relazione illustrativa evidenzia come tali criticità incidano negativamente sulla capacità del Servizio sanitario nazionale di garantire in maniera uniforme i livelli essenziali di assistenza, con particolare riferimento alle aree interne, disagiate, periferiche e insulari;

    il disegno di legge richiama inoltre la necessità di rafforzare l'attrattività del Servizio sanitario nazionale, contrastare il crescente abbandono del sistema pubblico da parte dei professionisti sanitari e promuovere una più efficace programmazione del fabbisogno di personale;

    persistono tuttavia profonde disuguaglianze territoriali nell'accesso ai servizi sanitari, che si manifestano attraverso l'aumento delle liste d'attesa, la riduzione dell'offerta sanitaria pubblica, la crescente mobilità sanitaria tra regioni e il progressivo ricorso alla sanità privata da parte dei cittadini;

    la carenza di personale medico, infermieristico e sanitario, aggravata dal sottofinanziamento del Servizio sanitario nazionale, rischia di compromettere il pieno esercizio del diritto alla salute di cui all'articolo 32 della Costituzione e l'effettiva garanzia dei livelli essenziali di assistenza su tutto il territorio nazionale;

    appare pertanto necessario accompagnare gli interventi di riordino delle professioni sanitarie previsti dal provvedimento con adeguate misure finanziarie e organizzative volte a rafforzare strutturalmente il Servizio sanitario nazionale,

impegna il Governo

ad accompagnare le misure recate dal provvedimento in esame, con l'adozione di ulteriori iniziative urgenti finalizzate a garantire l'effettiva uniformità nell'erogazione dei livelli essenziali di assistenza su tutto il territorio nazionale, attraverso un adeguato finanziamento del Fondo sanitario nazionale, il rafforzamento della sanità pubblica territoriale e ospedaliera e la predisposizione di un piano straordinario di assunzioni del personale sanitario, con particolare attenzione alle aree caratterizzate da maggiore carenza di servizi e di professionisti.
9/2700-A/14. Furfaro.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame, recante «Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie», interviene in modo organico sulla riforma delle professioni sanitarie, con particolare riferimento alla revisione dei percorsi formativi, alla valorizzazione delle competenze professionali, al potenziamento del Servizio sanitario nazionale e al riordino degli assetti ordinistici e organizzativi;

    il provvedimento riconosce espressamente la necessità di far fronte alla crescente carenza di personale sanitario, alla disomogenea distribuzione delle risorse umane sul territorio e alle difficoltà strutturali che incidono sulla capacità del Servizio sanitario nazionale di garantire in modo uniforme i livelli essenziali di assistenza;

    in tale contesto, la figura dell'infermiere riveste un ruolo centrale e insostituibile nell'erogazione delle cure e nella tenuta complessiva dei servizi sanitari, soprattutto nell'ambito dell'assistenza territoriale, dell'emergenza-urgenza e della gestione delle cronicità, settori che risultano particolarmente sollecitati dalle trasformazioni demografiche ed epidemiologiche in atto;

    nonostante ciò, il Servizio sanitario nazionale registra una crescente e strutturale carenza di personale infermieristico, aggravata da condizioni di lavoro spesso gravose, da carichi assistenziali elevati e da livelli retributivi e di riconoscimento professionale non sempre adeguati rispetto alla media europea, con conseguente rischio di riduzione dell'attrattività della professione e di progressivo depauperamento del capitale umano;

    la stessa relazione illustrativa del provvedimento richiama la necessità di rafforzare l'attrattività del Servizio sanitario nazionale e di valorizzare le diverse professioni sanitarie, anche attraverso l'aggiornamento delle competenze e la definizione di percorsi formativi coerenti con l'evoluzione dei bisogni di salute e delle innovazioni scientifiche e tecnologiche;

    la mancata piena valorizzazione della professione infermieristica, anche in termini di autonomia, competenze avanzate e riconoscimento economico e organizzativo, rischia di compromettere la qualità e la continuità dell'assistenza, nonché la capacità del sistema sanitario di rispondere efficacemente alla domanda di salute dei cittadini,

impegna il Governo

ad adottare, nell'ambito dell'attuazione della delega e della più ampia riforma delle professioni sanitarie, iniziative normative volte alla revisione della disciplina della professione infermieristica, con particolare riferimento al riconoscimento e allo sviluppo delle competenze avanzate, al rafforzamento dell'autonomia professionale, alla valorizzazione economica e contrattuale del personale infermieristico e al miglioramento delle condizioni organizzative e lavorative, al fine di garantire la piena funzionalità del Servizio sanitario nazionale e la qualità dell'assistenza erogata.
9/2700-A/15. Ferrari.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame, recante «Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie», muove dalla constatazione di una crescente criticità strutturale del Servizio sanitario nazionale, rappresentata in particolare dalla carenza di personale sanitario, dalla disomogenea distribuzione delle risorse umane sul territorio e dalla difficoltà di garantire in modo uniforme i livelli essenziali di assistenza;

    la relazione illustrativa del provvedimento evidenzia la necessità di rafforzare la programmazione del fabbisogno formativo e professionale, al fine di assicurare un numero adeguato di professionisti sanitari, con competenze aggiornate e coerenti con l'evoluzione scientifica, tecnologica e organizzativa del sistema sanitario;

    il disegno di legge interviene altresì sul tema dell'attrattività del Servizio sanitario nazionale e sul fenomeno del progressivo abbandono del sistema pubblico da parte degli operatori sanitari, anche a causa di condizioni di lavoro non sempre sostenibili e di una programmazione del personale non sufficientemente strutturata e continuativa;

    in tale contesto, la carenza di medici, infermieri e operatori sociosanitari sta determinando un progressivo incremento dei carichi di lavoro, un aggravamento delle liste d'attesa e una riduzione della capacità complessiva del sistema di garantire in modo tempestivo e uniforme le prestazioni sanitarie;

    appare pertanto necessario rafforzare gli strumenti di programmazione strategica delle risorse umane del Servizio sanitario nazionale, in coerenza con gli obiettivi di riordino e potenziamento delle professioni sanitarie delineati dalla riforma,

impegna il Governo

a predisporre, nell'ambito dell'attuazione della delega e della più ampia riforma del Servizio sanitario nazionale, in raccordo con le regioni e le amministrazioni competenti, un piano nazionale pluriennale delle risorse umane sanitarie fondato su indicatori oggettivi relativi alla densità del personale sanitario, alla permanenza in servizio, al benessere organizzativo, alla sostenibilità dei carichi di lavoro e ai fabbisogni assistenziali territoriali, al fine di garantire una programmazione strutturale e continuativa delle risorse umane e il pieno rispetto dei livelli essenziali di assistenza su tutto il territorio nazionale.
9/2700-A/16. Vaccari.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame, recante «Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie», si inserisce in un contesto caratterizzato da profonde criticità del Servizio sanitario nazionale, tra cui la carenza strutturale di personale sanitario, la disomogenea distribuzione degli organici sul territorio e le crescenti difficoltà organizzative delle strutture sanitarie e sociosanitarie;

    la relazione illustrativa del provvedimento evidenzia come tali criticità incidano direttamente sulla capacità del sistema di garantire i livelli essenziali di assistenza, nonché sulla qualità e sicurezza delle prestazioni erogate, determinando un sovraccarico operativo del personale in servizio e un incremento del rischio di burnout e di abbandono del sistema pubblico;

    il disegno di legge delega interviene altresì sul tema della valorizzazione del personale sanitario, della sicurezza degli operatori e dell'efficienza organizzativa, prevedendo misure finalizzate alla razionalizzazione delle attività amministrative, al miglioramento delle condizioni di lavoro e all'introduzione di meccanismi di valutazione delle performance anche in relazione alla qualità dell'assistenza e alla riduzione delle criticità sistemiche;

    in tale quadro, il benessere organizzativo del personale sanitario costituisce un elemento imprescindibile per la tenuta del Servizio sanitario nazionale, incidendo direttamente sulla qualità delle cure, sulla sicurezza dei pazienti e sulla capacità di attrarre e mantenere le professionalità necessarie;

    le attuali condizioni operative, aggravate dalla carenza di organico e dall'aumento della domanda assistenziale, rendono necessario un rafforzamento delle politiche di tutela del lavoro sanitario e l'introduzione di strumenti strutturati di monitoraggio e prevenzione del disagio lavorativo,

impegna il Governo

ad adottare, nell'ambito dell'attuazione della delega e della più ampia riforma del Servizio sanitario nazionale, iniziative volte alla definizione di standard minimi nazionali di dotazione organica per il personale sanitario e sociosanitario, alla garanzia di condizioni organizzative sostenibili nelle strutture pubbliche e accreditate e all'introduzione di sistemi strutturati di monitoraggio del benessere organizzativo e del rischio di stress lavoro-correlato, al fine di tutelare gli operatori e assicurare la qualità e la sicurezza delle prestazioni sanitarie.
9/2700-A/17. Romeo.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame, recante «Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie», interviene anche sui percorsi formativi e sull'integrazione tra formazione e attività assistenziale, nell'ambito della più ampia riorganizzazione delle professioni sanitarie e del Servizio sanitario nazionale;

    il Servizio sanitario nazionale continua a fare ricorso in modo strutturale ai medici in formazione specialistica per garantire la continuità dei servizi e sopperire alle carenze di personale;

    permane una condizione di incertezza giuridica e contrattuale nello status dei medici in formazione specialistica, che incide sulla valorizzazione del loro ruolo assistenziale e sulla chiarezza delle responsabilità esercitate;

    tale condizione determina criticità sia sul piano organizzativo sia su quello della tenuta del sistema formativo e sanitario,

impegna il Governo

ad accompagnare l'intervento recato dal provvedimento in esame con ogni iniziativa di competenza atta a realizzare una riforma organica dello status dei medici in formazione specialistica, valorizzandone il ruolo assistenziale, definendo un inquadramento coerente con le responsabilità progressivamente assunte e superando le attuali ambiguità tra formazione e attività lavorativa, in coerenza con gli obiettivi di riordino delle professioni sanitarie.
9/2700-A/18. Iacono.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame, recante «Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie», muove dalla necessità di rafforzare la programmazione del fabbisogno di personale sanitario, al fine di garantire un più efficace coordinamento tra formazione, accesso alle professioni e reali esigenze del Servizio sanitario nazionale;

    il provvedimento individua, tra le principali criticità del sistema, la carenza strutturale di personale sanitario e la disomogenea distribuzione delle risorse umane sul territorio, che incidono sulla capacità del sistema di garantire in modo uniforme i livelli essenziali di assistenza;

    l'attuale programmazione del fabbisogno di personale sanitario risulta tuttora caratterizzata da frammentazione e da una limitata integrazione tra livello nazionale e regionale, nonché da una non sempre adeguata corrispondenza tra formazione specialistica e fabbisogni assistenziali effettivi;

    tale disallineamento contribuisce a determinare carenze in specifiche discipline mediche e professionali e difficoltà nella copertura dei servizi ospedalieri e territoriali, con conseguenti ripercussioni sulla continuità e sulla qualità dell'assistenza;

    appare pertanto necessario rafforzare gli strumenti di pianificazione strategica delle risorse umane del Servizio sanitario nazionale, in coerenza con gli obiettivi di riforma e razionalizzazione del sistema delle professioni sanitarie delineati dal provvedimento,

impegna il Governo

ad adottare ogni opportuna iniziativa atta a definire, in attuazione dei principi contenuti nella delega e nell'ambito della più ampia riforma del Servizio sanitario nazionale, un sistema nazionale strutturato e continuativo di programmazione del fabbisogno di personale sanitario e medico, pienamente integrato con le regioni e le università, che assicuri la coerenza tra i percorsi di formazione specialistica, il numero dei professionisti formati e le effettive esigenze assistenziali del Servizio sanitario nazionale, al fine di garantire la sostenibilità del sistema e l'uniforme erogazione dei livelli essenziali di assistenza su tutto il territorio nazionale.
9/2700-A/19. Ciani.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame, recante «Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie», interviene tra le altre cose sulla riorganizzazione delle professioni sanitarie e sulla necessità di rafforzare l'attrattività del Servizio sanitario nazionale, con particolare attenzione alla carenza di personale e alla sua disomogenea distribuzione sul territorio;

    la relazione illustrativa del provvedimento evidenzia come le criticità del sistema sanitario risultino particolarmente accentuate nelle aree interne, periferiche e disagiate, nonché nei territori insulari, dove la difficoltà di reclutamento e permanenza del personale sanitario incide direttamente sulla garanzia dei livelli essenziali di assistenza;

    tale situazione determina da anni carenze croniche di organico, con effetti negativi sulla continuità assistenziale, sulla qualità dei servizi erogati e sulla stessa equità di accesso alle cure, compromettendo il principio di universalità del Servizio sanitario nazionale;

    in tale contesto, il rafforzamento delle politiche di fidelizzazione e permanenza del personale sanitario costituisce un asse strategico delle finalità di riforma contenute nel provvedimento, da perseguire attraverso interventi integrati di natura organizzativa, contrattuale e formativa, nonché mediante percorsi strutturati di valorizzazione delle competenze e di sviluppo di carriera, modulati in relazione alle specifiche criticità dei diversi contesti territoriali, con particolare riferimento alle aree interne, periferiche e disagiate, al fine di garantire continuità assistenziale e omogeneità nell'erogazione dei livelli essenziali di assistenza,

impegna il Governo

ad adottare, nell'ambito dell'attuazione della delega di cui all'articolo 3 del provvedimento in esame, misure strutturali di carattere economico, contrattuale e organizzativo finalizzate a garantire la stabilità e la permanenza del personale sanitario nelle aree disagiate, prevedendo sistemi di incentivazione permanenti, percorsi di carriera dedicati e strumenti di valorizzazione professionale, al fine di superare logiche emergenziali e frammentarie e assicurare la piena tutela del diritto alla salute su tutto il territorio nazionale.
9/2700-A/20. Sarracino.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame, recante «Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie», si inserisce nel più ampio processo di riforma del Servizio sanitario nazionale volto a rafforzarne la capacità di risposta ai bisogni di salute della popolazione attraverso la valorizzazione delle competenze professionali, l'adeguamento dei percorsi formativi e il potenziamento delle specializzazioni sanitarie in relazione all'evoluzione scientifica e tecnologica;

    l'evoluzione delle scienze biomediche e delle tecnologie applicate alla medicina ha determinato un significativo ampliamento delle conoscenze e delle responsabilità professionali nei settori della biologia clinica, della biologia della riproduzione, dell'embriologia clinica e dell'anatomia patologica, ambiti sempre più centrali nei percorsi diagnostici, terapeutici e di medicina personalizzata;

    tali discipline richiedono elevati standard di qualificazione professionale e percorsi formativi strutturati e coerenti con la crescente complessità delle attività di laboratorio e cliniche, nonché con le innovazioni tecnologiche che incidono in modo diretto sulla qualità e sulla sicurezza delle prestazioni sanitarie;

    permane tuttavia l'esigenza di un più adeguato riconoscimento ordinamentale delle specializzazioni sanitarie innovative, al fine di rafforzare l'attrattività delle relative professioni e assicurare la disponibilità di competenze altamente qualificate all'interno del Servizio sanitario nazionale, in un contesto segnato da crescente fabbisogno di personale specializzato,

impegna il Governo

a dare concreta attuazione, nell'ambito delle deleghe di cui all'articolo 4 e 5 del provvedimento in esame, alla revisione e al potenziamento dell'assetto delle specializzazioni sanitarie nelle aree della biologia clinica, della biologia della riproduzione, dell'embriologia clinica e dell'anatomia patologica, attraverso l'istituzione e il rafforzamento di percorsi di specializzazione universitaria strutturati, organici e riconosciuti a livello nazionale, assicurando standard formativi uniformi ed elevati su tutto il territorio, coerenti con la crescente complessità delle attività diagnostiche e di laboratorio e con le responsabilità professionali connesse, al fine di colmare le attuali carenze di competenze specialistiche nel Servizio sanitario nazionale e garantirne la piena sostenibilità scientifica, tecnologica e organizzativa.
9/2700-A/21. Manzi.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame, recante «Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie», si colloca nell'ambito di un più ampio processo di riforma del Servizio sanitario nazionale finalizzato a rafforzarne l'efficienza, la sostenibilità e la capacità di risposta ai bisogni di salute della popolazione attraverso la valorizzazione delle professioni sanitarie;

    il Servizio sanitario nazionale è oggi interessato da un crescente fenomeno di fuoriuscita di professionisti sanitari verso il settore privato o verso sistemi sanitari esteri, determinato da una pluralità di fattori che includono condizioni economiche, organizzative e contrattuali non sempre adeguate rispetto alla complessità, alla responsabilità e all'intensità del lavoro svolto;

    tale dinamica produce effetti rilevanti sulla tenuta complessiva del sistema sanitario pubblico, aggravando le carenze di organico, aumentando le disomogeneità territoriali nell'erogazione dei servizi e incidendo sulla continuità e sulla qualità dell'assistenza;

    il provvedimento in esame non affronta in modo strutturale il tema della competitività del lavoro sanitario pubblico nel contesto europeo e internazionale, con particolare riferimento alla capacità del Servizio sanitario nazionale di trattenere e valorizzare le proprie risorse professionali,

impegna il Governo

a definire, nell'ambito dell'attuazione della delega di cui all'articolo 3 del provvedimento in esame, un insieme di misure organiche e strutturali finalizzate a rafforzare in modo significativo l'attrattività del Servizio sanitario nazionale, attraverso il miglioramento delle condizioni economiche e contrattuali, la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, la valorizzazione delle carriere professionali e il potenziamento delle condizioni organizzative e di benessere lavorativo, al fine di contrastare in modo efficace e duraturo il fenomeno della fuga dei professionisti sanitari e garantire la piena tenuta del sistema pubblico di tutela della salute.
9/2700-A/22. Simiani.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame, recante «Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie», interviene su profili ordinamentali e organizzativi del Servizio sanitario nazionale con l'obiettivo di rafforzarne l'efficienza e la capacità di risposta ai bisogni di salute;

    permane tuttavia, nel sistema sanitario nazionale, una condizione strutturale di progressivo allungamento delle liste d'attesa per l'accesso alle prestazioni sanitarie, che incide direttamente sull'effettività del diritto alla salute e determina, in molti casi, un ricorso non programmato al settore privato da parte dei cittadini;

    tale fenomeno rappresenta uno dei principali elementi di criticità del Servizio sanitario nazionale, in quanto riflette squilibri nella programmazione dell'offerta, nella disponibilità di personale e nell'organizzazione complessiva dei servizi, con conseguenze rilevanti in termini di equità di accesso e uniformità delle prestazioni sul territorio nazionale;

    il provvedimento in esame non prevede strumenti organizzativi vincolanti né indicatori di risultato specificamente orientati al contenimento dei tempi di attesa, lasciando tale ambito strategico privo di una disciplina strutturale all'interno dell'impianto di riforma,

impegna il Governo

ad adottare ogni iniziativa di competenza, nell'attuazione della delega e nell'ambito della più ampia riforma del Servizio sanitario nazionale, volta all'introduzione di meccanismi organizzativi, programmatori e di monitoraggio strutturale finalizzati alla riduzione delle liste d'attesa, attraverso il rafforzamento dell'offerta pubblica di prestazioni, il potenziamento della programmazione del personale sanitario e l'individuazione di obiettivi misurabili di accesso tempestivo alle cure, al fine di garantire l'effettività del diritto alla salute su tutto il territorio nazionale.
9/2700-A/23. Forattini.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame, recante «Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie», si inserisce nel più ampio processo di riforma volto a rafforzare il Servizio sanitario nazionale sotto il profilo organizzativo, professionale e della capacità di risposta ai bisogni di salute;

    negli ultimi anni si è assistito, in modo progressivo e non uniforme sul territorio nazionale, a un crescente ricorso al settore privato accreditato per l'erogazione di prestazioni sanitarie, con dinamiche che in diversi contesti assumono un carattere non più meramente integrativo ma sostitutivo rispetto alla capacità produttiva del servizio pubblico;

    tale tendenza può determinare squilibri strutturali nell'assetto del sistema sanitario, incidendo sulla tenuta del principio di universalità, sull'equità di accesso alle cure e sulla omogeneità dei livelli di assistenza garantiti ai cittadini;

    il provvedimento in esame non affronta in modo organico il tema del riequilibrio tra erogazione pubblica e privato accreditato, né definisce criteri espliciti di salvaguardia e rafforzamento della capacità produttiva pubblica quale asse portante del Servizio sanitario nazionale,

impegna il Governo

a garantire, nell'attuazione della delega, che l'evoluzione del sistema sanitario avvenga nel pieno rispetto del principio di centralità del Servizio sanitario nazionale, evitando ulteriori processi di sostituzione strutturale dell'offerta pubblica da parte del settore privato accreditato e orientando le politiche di programmazione e organizzazione al rafforzamento della capacità produttiva pubblica e alla tutela dell'universalità e dell'equità di accesso alle cure.
9/2700-A/24. Filippin.

   La Camera,

   premesso che:

    la tutela della salute, riconosciuta dall'articolo 32 della Costituzione quale fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, rappresenta uno dei principi fondanti dell'ordinamento repubblicano e richiede che l'esercizio delle professioni sanitarie sia improntato a elevati standard di competenza, responsabilità e rispetto delle regole deontologiche. La professione medica, in ragione della particolare delicatezza delle decisioni che incidono sulla salute e sulla vita delle persone, comporta obblighi specifici nei confronti dei pazienti e della collettività, il cui rispetto costituisce un presupposto essenziale per garantire la qualità delle cure e la fiducia dei cittadini nel Servizio sanitario nazionale;

    gli Ordini professionali rivestono un ruolo di rilevanza pubblicistica nella tutela della collettività, in quanto sono chiamati a vigilare sul corretto esercizio delle professioni, sul rispetto dei codici deontologici e sull'osservanza degli obblighi che regolano il rapporto tra professionista e paziente. L'autonomia degli organi ordinistici e disciplinari costituisce una garanzia affinché le condotte individuali siano valutate sulla base di criteri di competenza, imparzialità e proporzionalità, nel rispetto delle procedure previste dall'ordinamento. Tale autonomia non può essere considerata un elemento secondario dell'organizzazione sanitaria, poiché contribuisce a preservare la credibilità delle professioni e a impedire che valutazioni di natura tecnica e disciplinare siano condizionate da contingenti orientamenti politici;

    l'articolo 8 dell'A.C. 2700, intervenendo sulla possibilità di ottenere la reiscrizione agli Albi professionali da parte di medici radiati per fatti connessi alla pandemia, introduce una disciplina specifica che solleva rilevanti perplessità sotto il profilo dell'opportunità istituzionale e della coerenza del sistema disciplinare. Anche in presenza di condizioni e procedure per la valutazione delle singole richieste, la previsione di un percorso normativo dedicato a una particolare categoria di professionisti rischia di essere interpretata come un intervento volto a ridimensionare le conseguenze di provvedimenti disciplinari adottati nell'ambito delle competenze degli organi preposti, con possibili ripercussioni sull'autorevolezza degli Ordini e sulla percezione di imparzialità delle regole professionali;

    il rispetto dei diritti individuali, del diritto di difesa e del principio di proporzionalità delle sanzioni costituisce un elemento imprescindibile dello Stato di diritto e non esclude la possibilità di riesaminare provvedimenti che risultino illegittimi, ingiusti o non più sostenibili alla luce delle circostanze concretamente accertate. Tuttavia, la tutela di tali garanzie deve essere assicurata mediante strumenti ordinari, trasparenti e applicabili sulla base delle specificità dei singoli casi, evitando che l'intervento legislativo si traduca nell'introduzione di percorsi privilegiati o di forme di rivalutazione generalizzata di condotte precedentemente sanzionate. È necessario, pertanto, distinguere tra la legittima revisione di una decisione individuale e una disciplina speciale che rischi di indebolire il principio di responsabilità professionale;

    la fiducia dei cittadini nella classe medica costituisce un presupposto essenziale per l'efficacia delle politiche sanitarie, per l'adesione consapevole agli interventi di prevenzione e per il corretto funzionamento del Servizio sanitario nazionale. Tale fiducia si fonda sulla qualità delle prestazioni, sull'affidabilità delle informazioni sanitarie e sulla certezza che le regole deontologiche siano applicate in maniera coerente e imparziale. Un intervento normativo che faciliti la revisione di sanzioni disciplinari di particolare rilievo, al di fuori di una riforma generale e organica delle procedure di valutazione, rischia di trasmettere un messaggio di discontinuità rispetto ai principi di responsabilità e di tutela della salute collettiva che devono orientare l'azione delle istituzioni;

    la libertà di espressione, il confronto scientifico e l'autonomia del professionista devono essere tutelati, ma devono altresì accompagnarsi alla responsabilità derivante dall'esercizio di una professione che incide direttamente sulla salute delle persone;

    l'introduzione di disposizioni speciali per il reintegro o la reiscrizione di professionisti radiati rischia di alimentare una contrapposizione politica su una materia che dovrebbe essere affrontata con rigore giuridico, responsabilità istituzionale e attenzione prioritaria alla salute dei cittadini,

impegna il Governo

a valutare gli effetti applicativi delle disposizioni recate dall'articolo 8 del provvedimento, al fine di adottare ogni iniziativa, anche normativa, di propria competenza, volta a prevederne la soppressione, allo scopo di impedire l'introduzione di una disciplina speciale che consenta la reiscrizione agli Albi professionali dei medici radiati per fatti connessi alla pandemia da COVID-19, salvaguardando l'autonomia e le prerogative degli Ordini professionali, il rispetto delle norme deontologiche e il principio di responsabilità nell'esercizio della professione medica, fermo restando il diritto di ciascun professionista di avvalersi degli ordinari strumenti di tutela giurisdizionale previsti dall'ordinamento.
9/2700-A/25. Girelli.

   La Camera,

   premesso che:

    l'attività fisica e l'esercizio fisico strutturato rappresentano strumenti fondamentali per la promozione della salute, la prevenzione delle patologie croniche, il miglioramento della qualità della vita e il mantenimento dell'autonomia funzionale della persona. La promozione di stili di vita attivi assume particolare rilevanza in una società caratterizzata dall'invecchiamento della popolazione e dalla crescente incidenza di patologie croniche e condizioni di fragilità, rendendo necessario rafforzare le politiche di prevenzione e integrare maggiormente l'attività motoria nei percorsi di tutela della salute;

    l'articolo 4, comma 1, lettera d-ter), del provvedimento in esame prevede l'individuazione di criteri per la costruzione di un sistema integrato di collaborazione interdisciplinare tra specialisti in medicina dello sport, medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e fisioterapisti, finalizzato al riconoscimento e alla promozione dell'esercizio fisico strutturato quale strumento per il benessere fisico e mentale della persona, attraverso specifici protocolli basati sulle linee guida definite dalla Federazione medico sportiva italiana e convalidate dall'Istituto superiore di sanità;

    nell'ambito delle attività di prevenzione e promozione della salute, risulta opportuno valorizzare anche le competenze dei chinesiologi, con particolare riferimento al chinesiologo delle attività motorie preventive e adattate, la cui formazione specialistica consente di progettare, attuare e valutare programmi di esercizio fisico rivolti a persone di diverse fasce d'età, nonché a soggetti con patologie croniche stabilizzate, limitazioni funzionali o specifiche esigenze motorie, nel rispetto delle rispettive competenze professionali e senza sovrapposizioni con gli atti propri delle professioni sanitarie;

    il decreto legislativo 28 febbraio 2021, n. 36, all'articolo 41, riconosce le figure del chinesiologo di base e del chinesiologo delle attività motorie preventive e adattate, individuandone gli ambiti di attività connessi alla promozione del benessere psicofisico, alla prevenzione mediante l'esercizio fisico e alla programmazione di attività motorie adattate per persone in condizioni di salute clinicamente controllate e stabilizzate;

    l'inclusione strutturata dei chinesiologi nei percorsi interdisciplinari di promozione dell'esercizio fisico consentirebbe di rafforzare la continuità tra prevenzione, indicazione clinica e realizzazione dei programmi motori, favorendo una più efficace collaborazione tra professionisti e una maggiore appropriatezza degli interventi, con particolare attenzione alle persone anziane, ai soggetti sedentari e alle persone con patologie croniche stabilizzate;

    appare pertanto opportuno aggiornare le linee guida e i protocolli previsti dalla disposizione in esame, affinché contemplino espressamente il contributo professionale dei chinesiologi, definiscano criteri di accesso e presa in carico, modalità di collaborazione interdisciplinare, requisiti formativi e strumenti di monitoraggio e valutazione dei risultati, assicurando l'impiego delle competenze professionali in relazione ai titoli posseduti e nel rispetto delle attribuzioni previste dalla normativa vigente,

impegna il Governo

ad adottare, nell'ambito delle proprie competenze e in sede di attuazione dell'articolo 4, comma 1, lettera d-ter), le iniziative necessarie affinché i criteri di collaborazione interdisciplinare, le linee guida e i relativi protocolli per la promozione dell'esercizio fisico strutturato siano aggiornati prevedendo espressamente il coinvolgimento dei chinesiologi, con particolare riferimento ai chinesiologi delle attività motorie preventive e adattate in possesso della laurea magistrale LM-67, definendone le modalità di integrazione con i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, gli specialisti in medicina dello sport e i fisioterapisti, nel rispetto delle competenze di ciascuna figura professionale e con l'obiettivo di rafforzare la prevenzione, la continuità degli interventi e la qualità dei programmi di attività motoria destinati alla popolazione.
9/2700-A/26. Berruto.

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge in esame dichiara, tra le proprie finalità, il potenziamento del Servizio sanitario nazionale e il rafforzamento delle risorse umane necessarie a garantire i livelli essenziali di assistenza, nel rispetto della dignità della persona e della centralità dei bisogni del paziente;

    il provvedimento delega il Governo a intervenire su aspetti decisivi dell'organizzazione delle professioni sanitarie, dalla formazione alla valorizzazione delle competenze, dalle condizioni di lavoro alla disciplina degli Ordini professionali;

    l'articolo 10 stabilisce tuttavia che dall'attuazione della delega non debbano derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, ponendo una contraddizione tra gli obiettivi dichiarati e le risorse effettivamente destinate a conseguirli;

    la crisi del Servizio sanitario nazionale non dipende soltanto da problemi ordinamentali o burocratici, ma anche dalla carenza di personale, dalla difficoltà di reclutamento, dai carichi di lavoro, dalla perdita di attrattività del lavoro pubblico e dalle diseguaglianze territoriali nell'accesso alle cure;

    l'adozione di nuove regole, obblighi formativi, sistemi di certificazione e procedure organizzative senza adeguate risorse rischia di tradursi in ulteriori adempimenti per professionisti e amministrazioni, senza un corrispondente miglioramento dei servizi erogati ai cittadini;

    il diritto alla tutela della salute, riconosciuto dall'articolo 32 della Costituzione, richiede una programmazione coerente tra obiettivi normativi, fabbisogni assistenziali e risorse disponibili;

    la sostenibilità finanziaria non può essere perseguita trasferendo sulle strutture sanitarie, sui professionisti o sui cittadini il costo dell'inadeguatezza delle risorse e dei decisori pubblici,

impegna il Governo:

   a valutare gli effetti applicativi del richiamato articolo 10 del provvedimento in esame, al fine di adottare ulteriori iniziative normative volte a individuare, nell'ambito della prossima programmazione economico-finanziaria, le risorse necessarie al rafforzamento strutturale del Servizio sanitario nazionale, con particolare riguardo alle assunzioni stabili, alla formazione, alla sicurezza dei luoghi di lavoro, alla valorizzazione professionale e al potenziamento dei servizi territoriali;

   a trasmettere alle Camere, prima dell'adozione dei decreti legislativi attuativi, una relazione che illustri gli effetti attesi sui livelli di assistenza, sugli organici, sui carichi di lavoro e sulla spesa pubblica.
9/2700-A/27. Caso.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento interviene sulle professioni sanitarie dichiarando di voler rendere il sistema più attrattivo e adeguato ai bisogni assistenziali, ma non affronta in modo strutturale il complesso delle condizioni che spingono una parte crescente dei professionisti ad abbandonare il Servizio sanitario nazionale;

    l'articolo 3 del provvedimento in esame declina i princìpi e criteri direttivi specifici per l'adozione di misure in favore del personale sanitario finalizzati a al riordino delle forme di lavoro flessibile dei medici in formazione specialistica, alla regolamentazione di tempi di permanenza minima obbligatoria nelle aree disagiate, al mantenimento in servizio del personale sanitario, alla semplificazione delle attività amministrative che gravano sul personale sanitario, alla garanzia della sicurezza, alla premialità anche con riguardo alla riduzione delle liste d'attesa, al fabbisogno dei medici specializzandi in relazione a ciascuna specializzazione medica; il tutto ad invarianza finanziaria;

    la carenza di personale non si traduce soltanto in posti vacanti, ma anche in turni aggiuntivi, ricorso allo straordinario, difficoltà nella conciliazione tra vita professionale e vita privata, riduzione del tempo dedicato ai pazienti e maggiore esposizione al rischio di errori;

    il fenomeno delle dimissioni volontarie e della mobilità verso il settore privato o verso altri Paesi non può essere contrastato esclusivamente attraverso misure ordinamentali, procedure amministrative o interventi sulla formazione;

    il riconoscimento del valore delle professioni sanitarie deve tradursi in retribuzioni adeguate, prospettive di carriera, stabilità occupazionale, sicurezza, formazione continua e condizioni di lavoro compatibili con la responsabilità delle funzioni svolte;

    l'eventuale ricorso a forme di lavoro flessibile per i medici in formazione specialistica non deve diventare uno strumento per coprire stabilmente carenze di organico, né compromettere la qualità della formazione e la supervisione dei professionisti in formazione;

    la programmazione del personale deve tenere conto non soltanto dei pensionamenti e dei posti disponibili, ma anche delle dimissioni, della distribuzione territoriale, dei bisogni epidemiologici e dell'evoluzione della domanda di assistenza,

impegna il Governo

nell'ambito della delega di cui all'articolo 3 del provvedimento in esame, richiamato in premessa:

  ad adottare ogni iniziative di competenza atta a privilegiare le assunzioni a tempo indeterminato e a circoscrivere il ricorso al lavoro flessibile a esigenze temporanee ed eccezionali, favorendo il confronto con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative;

  a prevedere misure di valorizzazione economica e professionale, sviluppo delle competenze, progressione di carriera e miglioramento delle condizioni di lavoro, anche attraverso la riduzione dei carichi incompatibili con la sicurezza delle cure e la promozione del benessere organizzativo;

  a definire indicatori nazionali per monitorare le cessazioni dal servizio, le dimissioni volontarie, le vacanze di organico, il ricorso alle esternalizzazioni e la capacità delle aziende di trattenere il personale, rendendo pubblici i risultati con periodicità definita.
9/2700-A/28. Carotenuto.

   La Camera,

   premesso che:

    l'articolo 3 del provvedimento in esame declina i princìpi e criteri direttivi specifici per l'adozione di misure in favore del personale sanitario finalizzati a al riordino delle forme di lavoro flessibile dei medici in formazione specialistica, alla regolamentazione di tempi di permanenza minima obbligatoria nelle aree disagiate, al mantenimento in servizio del personale sanitario, alla semplificazione delle attività amministrative che gravano sul personale sanitario, alla garanzia della sicurezza, alla premialità anche con riguardo alla riduzione delle liste d'attesa, al fabbisogno dei medici specializzandi in relazione a ciascuna specializzazione medica; il tutto ad invarianza finanziaria;

    il provvedimento contempla, dunque, anche misure relative alla permanenza dei professionisti sanitari presso strutture situate in aree disagiate, comprese le isole minori, con l'obiettivo di contrastare la distribuzione disomogenea del personale;

    la carenza di medici e degli altri professionisti sanitari nelle aree interne, montane, insulari e periferiche compromette la continuità assistenziale e determina diseguaglianze nell'accesso ai servizi, particolarmente gravi per le persone anziane, con disabilità o affette da patologie croniche;

    la difficoltà di reclutamento in tali territori è spesso collegata a fattori strutturali: isolamento geografico, carenza di servizi, limitate possibilità di sviluppo professionale, insufficienza degli organici e condizioni lavorative meno attrattive;

    l'introduzione di obblighi di permanenza, se non accompagnata da adeguati incentivi economici, logistici e professionali, rischia di affrontare soltanto formalmente il problema, senza favorire una scelta consapevole e duratura dei professionisti;

    la continuità dell'assistenza non può essere garantita esclusivamente attraverso vincoli individuali, ma richiede servizi funzionanti, équipe multidisciplinari, alloggi adeguati, collegamenti efficienti e opportunità formative;

    le politiche per le aree disagiate devono rispettare la proporzionalità degli obblighi eventualmente previsti, la tutela dei diritti dei lavoratori e la necessità di evitare che le aree periferiche diventino sedi di assegnazione temporanea dalle quali il personale si allontana appena possibile,

impegna il Governo

a definire, in sede di attuazione della delega, un programma nazionale per il rafforzamento dei servizi sanitari nei territori carenti, privilegiando strumenti di attrazione e permanenza del personale basati su condizioni concrete e verificabili, attraverso:

  incentivi economici aggiuntivi e differenziati in relazione alla gravità della carenza e alle caratteristiche territoriali;

  misure per garantire alloggi, trasporti e servizi essenziali ai professionisti assegnati alle aree più isolate;

  percorsi di carriera, formazione specialistica e aggiornamento professionale compatibili con il lavoro nei territori periferici;

  il potenziamento delle équipe territoriali, della medicina di prossimità e dei servizi di emergenza-urgenza.
9/2700-A/29. Di Lauro.

   La Camera,

   premesso che:

    nel corso dell'esame in sede referente del provvedimento è stata introdotta, all'articolo 3, comma 1, la nuova lettera h), volta a prevedere, per i professionisti stranieri autorizzati a esercitare temporaneamente un'attività professionale sanitaria in deroga al riconoscimento delle qualifiche professionali, l'obbligo di iscrizione in appositi elenchi speciali e la verifica della conoscenza della lingua italiana da parte dei rispettivi Ordini professionali;

    la disposizione interviene su una materia particolarmente delicata, nella quale devono essere garantiti contemporaneamente il diritto alla salute, la sicurezza dei pazienti, la qualità delle prestazioni e il rispetto dei requisiti che regolano l'accesso alle professioni sanitarie;

    il riconoscimento delle qualifiche professionali conseguite all'estero costituisce una procedura finalizzata a verificare la corrispondenza dei titoli e dei percorsi formativi ai requisiti previsti dall'ordinamento italiano, anche attraverso eventuali misure compensative nei casi in cui emergano differenze sostanziali;

    le deroghe al riconoscimento delle qualifiche professionali, introdotte e prorogate negli anni per far fronte a situazioni emergenziali e a carenze di personale, avrebbero dovuto mantenere carattere eccezionale, temporaneo e strettamente collegato alle condizioni che ne avevano giustificato l'introduzione;

    la reiterazione di tali deroghe rischia, invece, di trasformare una misura straordinaria in uno strumento ordinario di reclutamento, rinviando indefinitamente la verifica dei titoli e delle competenze e indebolendo la distinzione tra l'autorizzazione temporanea all'esercizio e il pieno riconoscimento della qualifica professionale;

    l'introduzione dell'obbligo di iscrizione agli elenchi speciali e della verifica della conoscenza della lingua italiana da parte degli Ordini professionali rappresenta un elemento di garanzia, ma non può essere considerata, di per sé, sufficiente a compensare l'assenza o il differimento della procedura di riconoscimento della qualifica, né a dimostrare l'equivalenza della formazione ricevuta e delle competenze professionali possedute;

    la conoscenza della lingua italiana costituisce, in ambito sanitario, un requisito importante per comprendere la documentazione clinica, comunicare efficacemente con i pazienti e i colleghi, acquisire il consenso informato, gestire le situazioni di emergenza e prevenire errori che possano compromettere la sicurezza delle cure; tale verifica deve pertanto essere effettiva, rigorosa e adeguata alla specifica professione esercitata;

    gli Ordini professionali, chiamati a verificare la conoscenza linguistica e a vigilare sul rispetto delle regole deontologiche, devono poter disporre di criteri omogenei, procedure trasparenti e strumenti adeguati, senza che l'introduzione degli elenchi speciali si traduca in una riduzione delle garanzie rispetto al regime ordinario;

    il ricorso reiterato alle deroghe non può diventare una risposta strutturale alle carenze di personale del Servizio sanitario nazionale, che richiedono invece politiche organiche di reclutamento, stabilizzazione, valorizzazione economica e professionale degli operatori, nonché il miglioramento delle condizioni di lavoro,

impegna il Governo:

   a chiarire e delimitare rigorosamente l'ambito applicativo dell'articolo 3, comma 1, lettera h), affinché l'autorizzazione temporanea all'esercizio in deroga al riconoscimento delle qualifiche professionali sanitarie mantenga carattere realmente eccezionale, temporaneo e motivato, evitando che la reiterazione delle deroghe determini un progressivo svuotamento delle procedure ordinarie di riconoscimento dei titoli;

   ad assicurare procedure di riconoscimento dei titoli accessibili e tempestive, prevedendo, ove necessario, misure compensative, percorsi integrativi o verifiche delle competenze, affinché il ricorso alle deroghe non si traduca nel rinvio indefinito dell'accertamento dei requisiti professionali;

   ad adottare ogni iniziativa di competenza atta ad affrontare le carenze di personale sanitario attraverso un piano strutturale di rafforzamento del Servizio sanitario nazionale, fondato su assunzioni, stabilizzazioni e valorizzazione delle professionalità, affinché le deroghe al riconoscimento delle qualifiche non diventino la risposta ordinaria alle insufficienze delle politiche di programmazione e reclutamento.
9/2700-A/30. Marianna Ricciardi.

   La Camera,

   premesso che:

    l'articolo 5 del provvedimento all'esame declina i princìpi e criteri direttivi specifici per il potenziamento della formazione sanitaria specialistica per «favorire» la ridefinizione del percorso formativo nella medicina generale, «valorizzare» le specializzazioni sanitarie, «anche» di chimico, odontoiatra e di biologo;

    in sede referente, tra i princìpi e criteri direttivi specifici volti a valorizzare le specializzazioni sanitarie ai fini dell'esercizio dell'attività professionale, sono state introdotte la professione sanitaria di psicologo, per rispondere alla necessità di disporre di professionisti che abbiano competenze specifiche riconosciute, anche nell'ambito dei percorsi assistenziali oncologici e la professione sanitaria di ostetrica, anche nell'ambito dei presìdi territoriali di comunità, che opera, con autonomia professionale, in cooperazione con le strutture ospedaliere e con i presìdi sanitari del territorio, per la prevenzione, la cura e la tutela della salute della donna e del puerperio mediante una razionalizzazione e un aggiornamento dei percorsi formativi già esistenti;

    il disegno di legge interviene dunque sulla formazione sanitaria specialistica e sulla programmazione del numero dei professionisti in formazione, con l'obiettivo di adeguare l'offerta formativa alle esigenze del sistema sanitario; tuttavia la disposizione rileva tuttavia un approccio assolutamente frammentario e non sistemico, laddove non definisce una strategia complessiva della formazione specialistica; si limita infatti a enunciare obiettivi generici, ad elencare alcune professioni e a suggerire interventi senza criteri strutturali;

    la programmazione dei posti universitari e delle borse di specializzazione rappresenta uno strumento fondamentale per prevenire carenze di personale, ma deve essere coerente con i bisogni assistenziali, la distribuzione delle specialità e la capacità effettiva delle strutture di garantire una formazione di qualità;

    l'aumento dei posti disponibili, se non accompagnato da un numero adeguato di docenti, tutor, strutture accreditate, spazi e risorse, rischia di tradursi in un ampliamento quantitativo privo di un corrispondente miglioramento della preparazione professionale;

    la formazione sanitaria non può essere ridotta a uno strumento di copertura delle esigenze immediate degli organici, poiché il suo obiettivo primario deve rimanere la preparazione di professionisti competenti, autonomi e capaci di garantire prestazioni sicure;

    la carenza di alcune specialità non può essere affrontata soltanto aumentando i posti, senza intervenire sulle condizioni di lavoro, sulle prospettive professionali e sull'organizzazione dei servizi che rendono alcune discipline meno attrattive;

    la programmazione deve comprendere tutte le professioni sanitarie e considerare l'evoluzione demografica, epidemiologica e tecnologica, nonché il rafforzamento dell'assistenza territoriale,

impegna il Governo

a definire, nell'attuazione della delega, un sistema nazionale di programmazione della formazione sanitaria fondato su dati aggiornati, trasparenti e condivisi con regioni, università, enti del Servizio sanitario nazionale e rappresentanze professionali, tramite l'adozione di iniziative di competenza volte a prevedere:

  una rilevazione periodica dei fabbisogni per professione, specialità, fascia d'età e territorio;

  la verifica della capacità formativa delle strutture prima dell'incremento dei posti;

  il rafforzamento del tutoraggio, della supervisione clinica e della valutazione delle competenze acquisite;

  misure per rendere attrattive le specialità e i percorsi maggiormente carenti, intervenendo anche sulle condizioni di lavoro e sulle prospettive di carriera;

  la tutela dei tempi e dei contenuti della formazione, evitando che i professionisti in formazione siano utilizzati come sostituti ordinari del personale strutturato.
9/2700-A/31. Aiello.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento delega il Governo a rivedere anche la disciplina degli Ordini delle professioni sanitarie e delle relative federazioni nazionali, intervenendo sulla composizione e sul funzionamento degli organi e sul riconoscimento degli Ordini quali organi sussidiari dello Stato;

    più in particolare, l'articolo 6 declina i principi e criteri direttivi specifici per la revisione della disciplina degli ordini delle professioni sanitarie di cui alla legge 11 gennaio 2018, n. 3, con lo scopo di intervenire sulle competenze e sulla scadenza dei mandati degli organi e di introdurre misure volte a valorizzare il ruolo degli ordini professionali quali organi sussidiari dello Stato;

    in sede referente, con specifico riferimento ai mandati degli organi ordinistici, è stato ampliato l'ambito della delega anche agli organi straordinari, tuttavia la disposizione continua a non indicare la durata, i limiti, i criteri e soprattutto lascia aperta alla possibilità di «ampliare» i mandati degli organi;

    l'articolo continua pertanto a presentare indeterminatezza normativa e ambiguità terminologica;

    gli Ordini professionali svolgono funzioni di rilevanza pubblica, tra cui la tenuta degli albi, la verifica dei requisiti per l'esercizio professionale e l'esercizio delle competenze disciplinari previste dalla legge;

    la loro funzione è strettamente connessa alla tutela della salute dei cittadini e richiede autonomia di giudizio, imparzialità, trasparenza e rispetto delle garanzie procedurali;

    le regole sulla composizione degli organi, sulla durata dei mandati, sulle eventuali gestioni straordinarie e sui sistemi di voto devono essere definite in modo chiaro, rispettando rappresentatività, democraticità e parità di trattamento tra gli iscritti,

impegna il Governo

   a garantire, nell'esercizio della delega relativa agli Ordini professionali di cui all'articolo 6 del provvedimento in esame, un quadro normativo che tuteli effettivamente l'autonomia e l'indipendenza degli organi ordinistici, assicurando:

    la predeterminazione dei presupposti, dei limiti temporali e delle garanzie procedurali per eventuali gestioni straordinarie;

    la trasparenza delle procedure elettorali e deliberative, nonché la tutela della rappresentatività degli iscritti;

    l'indipendenza degli organi disciplinari da interferenze politiche, amministrative o economiche estranee alle finalità istituzionali;

   ad adottare ogni iniziativa normativa di competenza atta a:

    prevedere adeguate garanzie di partecipazione democratica degli iscritti, trasparenza delle procedure elettorali e accessibilità delle informazioni sulle decisioni degli organi;

    salvaguardare l'indipendenza dell'esercizio della funzione disciplinare, assicurando la distinzione tra funzioni di rappresentanza, amministrazione e giudizio disciplinare, nonché garanzie di imparzialità e di tutela del diritto di difesa.
9/2700-A/32. Tucci.

   La Camera,

   premesso che:

    l'articolo 8, introdotto in sede referente, reca modifiche al regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 5 aprile 1950, n. 221 disponendo che il sanitario radiato dall'Albo per fatti non dolosi commessi durante la pandemia da Covid che sono diretta conseguenza della limitatezza delle conoscenze scientifiche al momento del fatto sulle patologie da SARS-CoV-2 e sulle terapie appropriate, della scarsità delle risorse umane e materiali concretamente disponibili in relazione al numero dei casi da trattare e del minore grado di esperienza e conoscenze tecniche possedute dal personale non specializzato impiegato per far fronte all'emergenza, può chiedere la reiscrizione alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie;

    la predetta istanza di reiscrizione deve essere proposta entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della disposizione all'esame e se la radiazione dall'Albo sia derivata da condanna penale, ai fini della reiscrizione, deve essere intervenuta la riabilitazione; si precisa inoltre che nei casi di reiscrizione è escluso il diritto a ogni forma di risarcimento o indennizzo;

    la disposizione è molto critica poiché produce un effetto di riabilitazione normativa di condotte che, nella realtà dei procedimenti disciplinari, non sono state sanzionate per la mera mancata vaccinazione (come taluni affermano), bensì per la diffusione di informazioni prive di fondamento scientifico, idonee a compromettere la salute pubblica e il rapporto di fiducia tra paziente e professionista;

    l'articolo in esame introduce una disciplina eccezionale che consente al sanitario radiato dall'albo per fatti non dolosi commessi durante l'emergenza pandemica di chiedere la reiscrizione, qualora tali fatti siano ricondotti alla limitatezza delle conoscenze scientifiche dell'epoca, alla scarsità di risorse disponibili o all'impiego di personale non specializzato;

    le radiazioni adottate durante il periodo pandemico non sono state generalmente motivate dalla scelta personale del sanitario di non vaccinarsi, né dalla mera adesione a posizioni critiche nei confronti delle campagne vaccinali; le sanzioni espulsive sono intervenute, nella maggior parte dei casi, nei confronti di professionisti che hanno posto in essere condotte ritenute incompatibili con i doveri deontologici della professione, consistenti nella diffusione sistematica di informazioni scientificamente infondate, nella promozione di terapie prive di validazione scientifica, nella dissuasione dei pazienti dall'aderire a trattamenti raccomandati dalle autorità sanitarie o nella divulgazione di messaggi suscettibili di compromettere la salute pubblica;

    la norma proposta, pertanto, finisce per assimilare situazioni profondamente diverse, creando una rappresentazione normativa che non corrisponde alle ragioni effettive che hanno giustificato l'adozione delle misure disciplinari più gravi;

    la disposizione introduce, di fatto, un meccanismo straordinario di riesame di provvedimenti disciplinari definitivi attraverso una legge generale e, sotto il profilo sistematico, tale scelta interviene ex post su decisioni adottate dagli Ordini professionali nell'esercizio della loro autonomia disciplinare, attribuendo al legislatore una funzione sostanzialmente rivalutativa di vicende individuali; si tratta di una scelta che rischia di alterare il principio dell'autonomia ordinistica, riconosciuto agli Ordini quali enti pubblici sussidiari dello Stato, la cui funzione disciplinare è finalizzata alla tutela dell'interesse pubblico e della sicurezza delle cure;

    ne deriva dunque una significativa interferenza del legislatore in un ambito che dovrebbe rimanere affidato agli strumenti ordinari di impugnazione e revisione previsti dall'ordinamento;

    l'aspetto più problematico della disposizione tuttavia risiede anche nel messaggio istituzionale che essa trasmette laddove, richiamando la «limitatezza delle conoscenze scientifiche» e la «contraddittorietà delle conoscenze» quale elemento idoneo a giustificare la reiscrizione dei sanitari radiati, il legislatore sembra suggerire che le condotte disciplinarmente rilevanti siano state una conseguenza dell'incertezza scientifica esistente durante la pandemia;

    questa impostazione rischia di produrre un effetto profondamente distorsivo; la fisiologica evoluzione delle conoscenze scientifiche, che rappresenta una caratteristica propria del metodo scientifico, non può essere confusa con la diffusione di affermazioni prive di qualsiasi validazione scientifica;

    esiste infatti una differenza sostanziale tra il legittimo dissenso scientifico, fondato su evidenze, studi e confronto metodologico e la diffusione di teorie prive di supporto scientifico o apertamente contrarie alle evidenze disponibili; la norma in esame sembra invece collocare entrambe le situazioni sul medesimo piano, contribuendo a legittimare, almeno sul piano simbolico, condotte che gli Ordini professionali avevano ritenuto incompatibili con i doveri di correttezza scientifica e di tutela del paziente;

    gli Ordini professionali esercitano il potere disciplinare non nell'interesse della categoria, bensì nell'interesse della collettività e le sanzioni disciplinari più gravi sono destinate a tutelare la sicurezza delle cure, l'affidamento dei cittadini, il prestigio della professione e il rispetto delle conoscenze scientifiche accreditate e l'articolo in esame rischia invece di depotenziare questa funzione; si tratta di un messaggio istituzionale dunque che rischia di compromettere l'autorevolezza degli organismi ordinistici;

    la disposizione introduce una disciplina eccezionale limitata esclusivamente ai sanitari radiati durante la pandemia, generando peraltro un disuguaglianza sostanziale di non poco conto laddove, ad esempio, non prevede analoghi meccanismi per altre ipotesi di radiazione disciplinare conseguenti a contesti emergenziali o caratterizzati da analoghe difficoltà organizzative;

    la scelta legislativa appare quindi selettiva e difficilmente riconducibile a un criterio generale, con possibili dubbi di compatibilità con il principio di uguaglianza e di ragionevolezza di cui all'articolo 3 della Costituzione;

    l'articolo 8 è una disposizione dall'evidente impatto propagandistico, con l'effetto pericolosissimo di legittimazione indiretta di condotte antiscientifiche e di compromissione sostanziale sull'autonomia disciplinare degli Ordini professionali e sulla funzione pubblicistica loro attribuita, introducendo un meccanismo straordinario di riesame legislativo che appare difficilmente conciliabile con i principi di certezza del diritto, di autonomia ordinistica e di tutela dell'affidamento dei cittadini nei confronti del sistema delle professioni sanitarie;

    la pandemia ha rappresentato una situazione eccezionale, caratterizzata da difficoltà assistenziali e da una rapida evoluzione delle conoscenze, e le condotte professionali adottate in quel contesto devono essere valutate alla luce delle circostanze concrete e delle evidenze disponibili al momento dei fatti; tuttavia, la valutazione degli errori commessi in condizioni emergenziali deve essere distinta dalla legittimazione di condotte disciplinarmente rilevanti che abbiano compromesso il rapporto fiduciario con i pazienti o comportato la diffusione, nell'esercizio della professione, di affermazioni sanitarie prive di adeguato fondamento scientifico;

    la radiazione dall'albo non coincide certamente con la mera mancata adesione a una misura sanitaria, deriva da specifiche condotte accertate nell'ambito di procedimenti disciplinari individuali;

    la disciplina ordinaria già contempla la possibilità di reiscrizione in presenza di determinati presupposti: l'introduzione di un percorso straordinario richiede pertanto criteri rigorosi, individualizzati e coerenti con la tutela della salute pubblica,

impegna il Governo

a valutare gli effetti applicativi delle disposizioni recate dall'articolo 8 del provvedimento in esame, al fine di rivederne la portata e comunque ad adottare ogni iniziativa di competenza affinché:

  la valutazione delle conoscenze scientifiche disponibili all'epoca non sia utilizzata come presunzione automatica di irrilevanza disciplinare delle condotte;

  non si determini alcuna equiparazione tra il legittimo confronto scientifico e la diffusione di informazioni sanitarie ingannevoli o prive di adeguato fondamento nell'ambito del rapporto professionale;

  il Parlamento sia informato, nel rispetto della riservatezza dei dati personali, sul numero delle istanze presentate, sugli esiti e sui criteri applicativi adottati, così da consentire una valutazione trasparente degli effetti della disposizione sulla tutela dei pazienti e sulla credibilità delle istituzioni sanitarie.
9/2700-A/33. Alfonso Colucci.

   La Camera,

   premesso che:

    l'articolo 4 del provvedimento all'esame declina i princìpi e criteri direttivi specifici per lo sviluppo delle competenze professionali del personale sanitario, individuandoli nell'attualizzazione delle competenze professionali rispetto all'evoluzione dei bisogni sanitari della popolazione e alle nuove tecnologie, in un sistema nazionale di certificazione delle competenze, in un sistema di gestione dell'uso dell'intelligenza artificiale nel settore sanitario e nei criteri aggiornati per la formazione manageriale del personale del Servizio sanitario nazionale;

    il provvedimento contempla dunque interventi sulla valorizzazione delle competenze sanitarie, sulla digitalizzazione e sull'intelligenza artificiale in ambito sanitario, nonché sull'accesso dei professionisti ai dati del paziente;

    in sede referente, tra i princìpi e criteri direttivi specifici per lo sviluppo delle competenze professionali del personale sanitario, è stata introdotta la nuova lettera e), volta a promuovere l'attivazione di corsi regionali di formazione in materia di digitalizzazione della sanità pubblica e IA;

    indubbiamente, le tecnologie digitali possono contribuire a migliorare la continuità assistenziale, l'integrazione delle informazioni cliniche e l'appropriatezza delle prestazioni, ma il loro utilizzo comporta riconosciuti rischi connessi alla riservatezza, alla sicurezza dei sistemi e alla qualità dei dati e alla correttezza e affidabilità della divulgazione scientifica;

    l'impiego di strumenti algoritmici nei processi clinici non può sostituire la valutazione professionale né trasferire su sistemi automatizzati decisioni che incidono direttamente sulla salute delle persone e l'accesso alle informazioni sanitarie deve essere limitato a quanto necessario per finalità assistenziali legittime e svolto nel rispetto della disciplina sulla protezione dei dati personali, del segreto professionale e dei principi di sicurezza informatica;

    l'adozione di nuove tecnologie senza formazione adeguata e senza investimenti nelle infrastrutture può aggravare le diseguaglianze tra strutture e territori, anziché ridurle;

    la trasformazione digitale della sanità non costituisce una questione esclusivamente tecnologica o organizzativa, ma investe direttamente la tutela di un diritto fondamentale, l'organizzazione del Servizio sanitario nazionale e la capacità delle istituzioni pubbliche di governare strumenti che incidono sulla diagnosi, sulla prevenzione, sulla cura e sull'accesso alle informazioni sanitarie;

    la crescente presenza di piattaforme digitali e sistemi di intelligenza artificiale sviluppati e gestiti da imprese private pone l'esigenza di assicurare che le scelte relative alle infrastrutture, agli algoritmi, alle modalità di raccolta e trattamento dei dati e ai criteri di utilizzo delle tecnologie siano sottoposte a un effettivo indirizzo e controllo pubblico, nell'interesse generale e non sulla base di logiche esclusivamente commerciali;

    la dipendenza delle strutture sanitarie pubbliche da fornitori privati per infrastrutture digitali, software, sistemi di intelligenza artificiale e servizi di gestione dei dati può determinare rischi di concentrazione del potere tecnologico, opacità dei processi decisionali, vincoli contrattuali e difficoltà nel trasferimento dei dati e dei servizi, riducendo l'autonomia delle amministrazioni e la loro capacità di verificare le soluzioni adottate;

    i dati sanitari, in ragione della loro particolare sensibilità e del loro valore per la ricerca, la prevenzione e la programmazione sanitaria, non possono essere considerati una risorsa da sfruttare prevalentemente per finalità commerciali, ma devono essere governati secondo regole pubbliche trasparenti, con rigorose garanzie di protezione dei dati personali e con un controllo effettivo sugli accessi, sugli utilizzi e sugli eventuali riutilizzi;

    la digitalizzazione della sanità deve inoltre accompagnarsi al rafforzamento della divulgazione scientifica e dell'informazione sanitaria corretta, accessibile e comprensibile, anche attraverso i social network e le altre piattaforme digitali, che costituiscono ormai uno dei principali canali attraverso cui una parte significativa della popolazione acquisisce informazioni su malattie, prevenzione, terapie e stili di vita;

    la diffusione sui social network di contenuti sanitari non verificati, informazioni fuorvianti, teorie prive di fondamento scientifico e messaggi che presentano come certe terapie non validate può compromettere la capacità dei cittadini di compiere scelte consapevoli, alimentare sfiducia nei confronti della comunità scientifica e dei professionisti sanitari e determinare conseguenze concrete sulla salute individuale e collettiva;

    il contrasto alla disinformazione sanitaria deve fondarsi sulla trasparenza delle fonti, sulla verifica delle evidenze, sulla valorizzazione del confronto tra competenze qualificate e sulla capacità delle istituzioni pubbliche di rendere tempestivamente disponibili informazioni scientificamente fondate;

    le istituzioni sanitarie pubbliche, le università, gli enti di ricerca e i professionisti del Servizio sanitario nazionale devono poter svolgere un ruolo centrale nella produzione e nella diffusione di contenuti scientifici verificabili, anche attraverso canali digitali e social network, senza dipendere esclusivamente da iniziative occasionali o da strategie comunicative determinate da soggetti privati;

    la promozione dell'alfabetizzazione digitale e scientifica dei cittadini e la formazione dei professionisti sanitari alla comunicazione sui social network costituiscono strumenti necessari per favorire la comprensione delle evidenze scientifiche, distinguere le informazioni attendibili dai contenuti ingannevoli e rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadini, professionisti e istituzioni;

    la governance pubblica dell'innovazione digitale deve quindi comprendere non soltanto la regolazione dell'impiego clinico dell'intelligenza artificiale e la protezione dei dati, ma anche la capacità di garantire un'informazione sanitaria di qualità, contrastare la disinformazione e assicurare che le tecnologie digitali siano orientate alla tutela della salute e alla riduzione delle disuguaglianze,

impegna il Governo:

   a definire, nell'attuazione della delega di cui all'articolo 4, comma 1, lettere d) ed e) del provvedimento in esame, un quadro di garanzie per l'uso delle tecnologie digitali e dell'intelligenza artificiale in sanità, assicurando:

    la formazione obbligatoria e aggiornata dei professionisti sui rischi, sui limiti e sulle corrette modalità di utilizzo degli strumenti di intelligenza artificiale;

    la trasparenza delle funzioni degli strumenti impiegati nei processi clinici e la tracciabilità delle decisioni assistite da sistemi automatizzati;

    la permanenza in capo al professionista della responsabilità delle decisioni cliniche, secondo le regole applicabili, e la possibilità di verificare e contestare risultati algoritmici inappropriati;

    il rispetto dei principi di minimizzazione, limitazione delle finalità, sicurezza e riservatezza nell'accesso ai dati sanitari;

    investimenti adeguati affinché la digitalizzazione non produca ulteriori disparità nell'accesso alle cure tra aree urbane, aree interne e territori con minori dotazioni tecnologiche;

   ad adottare ogni iniziativa, anche normativa, di competenza atta a:

    garantire che la governance dei processi di digitalizzazione e di impiego dell'intelligenza artificiale in sanità rimanga saldamente in capo alle istituzioni pubbliche, assicurando al Servizio sanitario nazionale un ruolo effettivo di indirizzo, programmazione, controllo e valutazione in tutte le fasi del processo, dalla definizione dei fabbisogni alla selezione e acquisizione delle tecnologie, dalla gestione dei dati alla verifica dei risultati e alla sorveglianza sui rischi;

    sostenere lo sviluppo e il rafforzamento di infrastrutture digitali pubbliche, interoperabili e sicure, nonché l'adozione di standard aperti e di condizioni contrattuali idonee a prevenire dipendenze tecnologiche ingiustificate da singoli fornitori privati, garantendo alle amministrazioni sanitarie la possibilità di verificare il funzionamento dei sistemi utilizzati e di mantenere il controllo sui dati e sui processi decisionali;

    garantire che l'accesso e il riutilizzo dei dati sanitari per finalità di ricerca, innovazione e sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale siano sottoposti a regole pubbliche, trasparenti e verificabili, prevedendo adeguati meccanismi di autorizzazione, tracciabilità e controllo e assicurando che gli eventuali benefici derivanti dall'utilizzo di tali dati siano coerenti con l'interesse pubblico e con il miglioramento della salute collettiva;

    sostenere la presenza e la capacità comunicativa delle istituzioni pubbliche e dei professionisti sanitari sulle piattaforme digitali, attraverso formazione specifica, strumenti divulgativi accessibili e campagne di prevenzione, affinché la diffusione dell'informazione sanitaria corretta non sia lasciata prevalentemente alle dinamiche di visibilità, profilazione e monetizzazione dei contenuti proprie degli operatori commerciali;

    sostenere, nel rispetto della libertà di espressione e dell'autonomia della ricerca, iniziative coordinate di contrasto alla disinformazione sanitaria sui social network, basate sulla verifica delle fonti, sulla trasparenza dei criteri di attendibilità scientifica e sulla collaborazione con le piattaforme digitali, garantendo la possibilità di un confronto scientifico libero, documentato e responsabile.
9/2700-A/34. Sportiello.

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge in esame delega il Governo a intervenire sull'ordinamento delle professioni sanitarie, sulla valorizzazione delle competenze professionali e sull'organizzazione dei servizi, con l'obiettivo dichiarato di rafforzare la capacità del sistema sanitario di rispondere ai bisogni assistenziali della popolazione;

    l'articolo 4 del provvedimento all'esame, in particolare, declina i princìpi e criteri direttivi specifici per lo sviluppo delle competenze professionali del personale sanitario individuandoli nell'attualizzazione delle competenze professionali rispetto all'evoluzione dei bisogni sanitari della popolazione e alle nuove tecnologie, in un sistema nazionale di certificazione delle competenze, in un sistema di gestione dell'uso dell'intelligenza artificiale nel settore sanitario e nei criteri aggiornati per la formazione manageriale del personale del Servizio sanitario nazionale;

    il provvedimento contempla dunque, interventi sulla valorizzazione delle competenze sanitarie e in sede referente, tra i princìpi e criteri direttivi specifici per lo sviluppo delle competenze professionali del personale sanitario, è stata introdotto l'approccio europeo One Health finalizzato alla prevenzione, alla diagnosi e alla gestione delle malattie attraverso la considerazione congiunta della salute umana, animale e ambientale, con particolare attenzione alla tutela delle fasce di popolazione più esposte a rischi sanitari e ambientali;

    il dietista è un professionista sanitario il cui profilo è disciplinato dal decreto ministeriale 14 settembre 1994, n. 744, che gli attribuisce competenze in materia di alimentazione e dietetica, elaborazione e attuazione delle diete prescritte dal medico, educazione alimentare, trattamento multidisciplinare dei disturbi del comportamento alimentare e pianificazione dei servizi di alimentazione per le comunità di sani e malati;

    la prevenzione e il trattamento delle patologie croniche non trasmissibili, dei disturbi del comportamento alimentare, della malnutrizione, dell'obesità e delle complicanze nutrizionali associate a numerose condizioni cliniche richiedono interventi strutturati, continuativi e multidisciplinari, nei quali la competenza specifica del dietista può contribuire alla qualità e all'appropriatezza dell'assistenza;

    la valorizzazione delle professioni sanitarie non può limitarsi a interventi ordinamentali o a generici richiami all'aggiornamento delle competenze, ma deve tradursi in una presenza effettiva dei professionisti nei servizi pubblici, in dotazioni organiche adeguate e in percorsi assistenziali chiaramente definiti;

    l'insufficiente integrazione della competenza dietistica nei servizi ospedalieri e territoriali ovvero la sovrapposizione inappropriata con le competenze di altri professionisti, rischia di determinare interventi nutrizionali frammentari, ritardi nella presa in carico e un ricorso non sufficientemente strutturato alla prevenzione, con possibili conseguenze sulla qualità della vita delle persone e sull'appropriatezza dell'impiego delle risorse sanitarie;

    la nutrizione clinica assume particolare rilievo nei percorsi oncologici, nelle patologie metaboliche e cardiovascolari, nella gestione della cronicità, nell'assistenza geriatrica, nei disturbi del comportamento alimentare e nella prevenzione della malnutrizione ospedaliera e territoriale;

    la carenza di personale e l'assenza di criteri omogenei di programmazione possono determinare significative differenze tra regioni e aziende sanitarie, compromettendo l'equità nell'accesso ai servizi nutrizionali,

impegna il Governo

nell'ambito dell'attuazione della delega di cui all'articolo 4, richiamata in premessa, e in raccordo con le regioni, a promuovere il pieno riconoscimento delle competenze del dietista e il rafforzamento del suo ruolo nei percorsi di prevenzione, diagnosi, trattamento e riabilitazione, nel rispetto delle competenze delle altre professioni sanitarie, prevedendo:

  la rilevazione nazionale del fabbisogno di dietisti nelle strutture del Servizio sanitario nazionale, con particolare riferimento agli ospedali, ai servizi territoriali, ai distretti, alle strutture residenziali e ai percorsi dedicati alla cronicità;

  l'adozione di indirizzi per favorire l'inserimento dei dietisti nelle équipe multidisciplinari, nei servizi di nutrizione clinica e nei percorsi assistenziali relativi alle patologie croniche, oncologiche, metaboliche e ai disturbi del comportamento alimentare;

  il potenziamento degli interventi di prevenzione e di educazione alimentare rivolti alla popolazione, con particolare attenzione ai minori, alle persone anziane, alle persone con disabilità e ai soggetti in condizioni di fragilità socioeconomica;

  l'integrazione della competenza dietistica nella presa in carico territoriale delle persone con patologie croniche, assicurando la continuità tra ospedale, servizi territoriali e medicina di prossimità;

  la valutazione, d'intesa con le regioni, delle misure necessarie a garantire organici adeguati, aggiornamento professionale e accesso effettivo alle prestazioni dietistiche, affinché la valorizzazione della professione non resti una mera enunciazione normativa, ma contribuisca concretamente alla prevenzione delle malattie e al miglioramento della qualità delle cure.
9/2700-A/35. Quartini.

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge in esame interviene sulla disciplina delle professioni e delle competenze operanti nei settori connessi alla salute, alla prevenzione e all'assistenza, rendendo necessario un quadro normativo capace di valorizzare le diverse professionalità sulla base della formazione acquisita e delle rispettive competenze;

    l'articolo 4 del provvedimento all'esame, in particolare, declina i princìpi e criteri direttivi specifici per lo sviluppo delle competenze professionali del personale sanitario individuandoli nell'attualizzazione delle competenze professionali rispetto all'evoluzione dei bisogni sanitari della popolazione e alle nuove tecnologie, in un sistema nazionale di certificazione delle competenze, in un sistema di gestione dell'uso dell'intelligenza artificiale nel settore sanitario e nei criteri aggiornati per la formazione manageriale del personale del Servizio sanitario nazionale;

    il provvedimento contempla dunque, interventi sulla valorizzazione delle competenze sanitarie e in sede referente, tra i princìpi e criteri direttivi specifici per lo sviluppo delle competenze professionali del personale sanitario, è stata introdotta la nuova lettera h) volta a individuare criteri per la costruzione di un sistema integrato di collaborazione interdisciplinare tra gli specialisti in medicina dello sport, i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta e i fisioterapisti, ai fini del riconoscimento e della promozione dell'esercizio fisico strutturato quale strumento per il benessere fisico e mentale della persona, prevedendo linee guida definite dalla Federazione medico sportiva italiana e convalidati dall'Istituto superiore di sanità;

    il decreto legislativo 28 febbraio 2021, n. 36, disciplina le figure del chinesiologo, compreso il chinesiologo delle attività motorie preventive e adattate, attribuendo a quest'ultimo compiti relativi alla progettazione e all'attuazione di programmi di attività motoria per il benessere psicofisico, alla prevenzione, al miglioramento della qualità della vita e alla programmazione di attività motorie adattate per persone con disabilità o in condizioni di salute clinicamente controllate e stabilizzate;

    l'attività fisica strutturata e adeguata alle caratteristiche individuali può svolgere un ruolo rilevante nella promozione della salute, nella prevenzione della sedentarietà e nella conservazione dell'autonomia funzionale, soprattutto tra le persone anziane, le persone con disabilità e i soggetti con patologie croniche stabilizzate;

    la promozione dell'attività motoria non può essere affidata esclusivamente a campagne informative generiche, ma richiede interventi continuativi, professionisti adeguatamente formati, percorsi accessibili e collaborazione tra servizi sanitari, enti locali, istituzioni scolastiche e strutture sportive;

    l'assenza di un quadro sufficientemente organico di raccordo tra le competenze dei chinesiologi e quelle delle professioni sanitarie può generare incertezza nell'organizzazione dei percorsi, disomogeneità territoriali e difficoltà nel garantire ai cittadini interventi appropriati e sicuri;

    è necessario distinguere l'attività motoria preventiva e adattata e strutturata dalle prestazioni sanitarie di diagnosi, trattamento e riabilitazione riservate ai professionisti abilitati, assicurando che la collaborazione interdisciplinare non comporti sovrapposizioni di competenze né improprie sostituzioni professionali;

    la valorizzazione dei chinesiologi deve essere accompagnata da criteri trasparenti in materia di formazione, qualificazione, responsabilità, aggiornamento e collaborazione con i servizi pubblici, senza creare nuove qualifiche meramente formali o introdurre percorsi privi di adeguate garanzie per gli utenti,

impegna il Governo:

   nell'ambito dell'attuazione della delega di cui all'articolo 4, richiamata in premessa, ad includere e valorizzare la figura professionale del chinesiologo, con specifico riferimento alla individuazione dei criteri per la costruzione di un sistema integrato di collaborazione interdisciplinare tra tutti i professionisti coinvolti nonché per la predisposizione di specifici protocolli da adottarsi, come previsto dal provvedimento in esame, sulla base delle linee guida definite dalla Federazione medico sportiva italiana e convalidati dall'Istituto superiore di sanità, ai fini del riconoscimento e della promozione dell'esercizio fisico strutturato quale strumento per il benessere fisico e mentale della persona;

   in raccordo con le regioni, le università e le rappresentanze delle professioni interessate, a valutare l'adozione di un quadro nazionale per valorizzare il contributo dei chinesiologi, con particolare riferimento alle attività motorie preventive e adattate e le attività strutturate, prevedendo la definizione di indirizzi omogenei per l'integrazione dei chinesiologi nei programmi territoriali di promozione della salute e di prevenzione della sedentarietà nonché la definizione di criteri adeguati per la qualificazione professionale, la formazione continua e la verifica delle competenze.
9/2700-A/36. Donno.

   La Camera,

   premesso che:

    l'articolo 3, comma 1, lettera e), del provvedimento in esame, prevede, tra i principi e i criteri direttivi per l'esercizio della delega, interventi atti a «garantire la sicurezza dei professionisti sanitari nello svolgimento dell'attività lavorativa»;

    la sicurezza degli operatori sanitari costituisce una condizione essenziale per garantire la continuità dei servizi e la qualità dell'assistenza;

    le aggressioni fisiche e verbali nei confronti del personale sanitario e sociosanitario possono determinare conseguenze sulla salute dei lavoratori, sul clima organizzativo e sulla capacità delle strutture di erogare prestazioni;

    la prevenzione richiede misure organizzative, formazione, sistemi di segnalazione e valutazione dei rischi, oltre all'applicazione effettiva delle disposizioni vigenti,

impegna il Governo

a promuovere protocolli di prevenzione, formazione del personale, supporto psicologico agli operatori coinvolti e collaborazione tra aziende sanitarie, forze dell'ordine e servizi territoriali, con particolare attenzione alle situazioni di maggiore vulnerabilità.
9/2700-A/37. Carmina.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame interviene sulla disciplina delle professioni sanitarie e sulla responsabilità degli operatori sanitari;

    l'articolo 32 della Costituzione riconosce la salute come diritto fondamentale della persona e interesse della collettività;

    ogni cittadino deve poter ricevere cure tempestive, sicure e di qualità, indipendentemente dal reddito, dal luogo in cui vive e dalla possibilità di rivolgersi alla sanità privata a pagamento;

    la qualità delle cure dipende dalla preparazione, dall'attenzione e dalla responsabilità dei professionisti sanitari, ma anche dalla disponibilità di personale sufficiente, attrezzature adeguate e strutture ben organizzate;

    la carenza di medici, infermieri e altri professionisti negli ospedali e nei servizi pubblici può causare ritardi nelle visite, negli esami e nelle cure, oltre a compromettere la continuità e la sicurezza dell'assistenza;

    il provvedimento prevede misure per valorizzare le professioni sanitarie e favorire la permanenza del personale nelle strutture sanitarie, comprese, in alcune ipotesi, quelle private accreditate;

    è necessario evitare che tali misure producano un indebolimento degli ospedali e dei servizi pubblici o favoriscano lo spostamento di personale e risorse dal pubblico al privato;

    le disposizioni in materia di responsabilità sanitaria prevedono che, nella valutazione della condotta del professionista, si tenga conto anche delle condizioni concrete nelle quali opera, comprese le eventuali carenze di personale, attrezzature e organizzazione;

    tali circostanze devono essere valutate per accertare correttamente le responsabilità individuali, senza trasformarsi in una giustificazione generale per prestazioni inadeguate o in un ostacolo all'accertamento delle responsabilità di chi è tenuto a garantire un'organizzazione sanitaria sicura ed efficiente;

    il rispetto delle linee guida e delle buone pratiche clinico-assistenziali deve accompagnarsi alla necessaria attenzione, prudenza e competenza richieste dalle condizioni del singolo paziente;

    la tutela del diritto alla salute richiede che gli errori e gli eventi dannosi siano esaminati con trasparenza, che i pazienti ricevano informazioni chiare e che siano garantiti gli strumenti previsti dalla legge per accertare le responsabilità e ottenere il risarcimento dei danni quando ne ricorrono i presupposti,

impegna il Governo

nell'esercizio delle deleghe previste dal provvedimento e nelle ulteriori iniziative di propria competenza:

  a dare priorità al rafforzamento degli ospedali e dei servizi sanitari pubblici, promuovendo interventi per affrontare le carenze di personale e migliorare i tempi di accesso a visite, esami e cure;

  a favorire la permanenza di medici, infermieri e altri professionisti nel Servizio sanitario nazionale pubblico, attraverso misure volte a migliorare le condizioni di lavoro, la sicurezza del personale e le opportunità di crescita professionale;

  a evitare che l'attuazione della riforma favorisca lo spostamento di personale e risorse dalle strutture pubbliche verso quelle private, verificando che le misure adottate non riducano la capacità degli ospedali e dei servizi pubblici di garantire le prestazioni ai cittadini;

  a promuovere verifiche periodiche sulle carenze di personale, attrezzature e organizzazione che possono mettere a rischio la sicurezza dei pazienti, utilizzando anche gli strumenti di controllo già previsti dalla legge e favorendo interventi per affrontare le criticità individuate;

  a garantire la piena applicazione delle norme sulla trasparenza e sui diritti dei pazienti, affinché, in caso di errori o eventi dannosi, i pazienti e gli altri soggetti aventi diritto possano ricevere informazioni chiare, ottenere la documentazione sanitaria e conoscere gli strumenti di tutela previsti dalla legge;

  ad adottare iniziative volte a garantire che l'attuazione della riforma non riduca gli standard di sicurezza e qualità delle cure né indebolisca gli strumenti di tutela dei pazienti, assicurando che siano pienamente rispettati i diritti dei pazienti all'informazione, all'accesso alla documentazione sanitaria e alla tutela risarcitoria secondo la normativa vigente;

  a trasmettere al Parlamento, entro dodici mesi dall'entrata in vigore dell'ultimo decreto legislativo di attuazione, una relazione sugli effetti della riforma, indicando, sulla base dei dati disponibili: l'andamento del personale negli ospedali e nei servizi sanitari pubblici; le iniziative adottate per contrastare le carenze di personale e favorirne la permanenza nel pubblico; gli eventuali spostamenti di personale e risorse tra strutture pubbliche e private accreditate; le principali carenze organizzative rilevate e le misure adottate per affrontarle; i risultati disponibili in materia di sicurezza dei pazienti, qualità delle cure e tutela dei loro diritti.
9/2700-A/38. Lomuti.

   La Camera,

   premesso che:

    gli articoli 4 e 5 del provvedimento in esame recano principi e criteri direttivi concernenti rispettivamente lo sviluppo delle competenze del personale sanitario;

    la qualità della formazione sanitaria richiede una stretta integrazione tra università, strutture assistenziali e servizi territoriali;

    l'attività di tutoraggio clinico svolta dai professionisti del Servizio sanitario nazionale (SSN) è essenziale per trasferire competenze operative, capacità decisionali e conoscenze maturate nella pratica;

    la formazione della medicina generale deve essere adeguata alla crescente complessità dei bisogni assistenziali, al ruolo dei servizi territoriali e alla necessità di garantire continuità nella presa in carico;

    la carenza di docenti, tutor e strutture formative adeguate può incidere negativamente sul rapporto tra studenti e formatori e sulla qualità dell'esperienza clinica,

impegna il Governo

con riferimento ai richiamati articoli 4 e 5 del provvedimento in esame, ad adottare ogni iniziativa di competenza atta a:

  promuovere un rafforzamento della formazione universitaria e specialistica delle professioni sanitarie, assicurando il coordinamento tra programmazione formativa e fabbisogni del Servizio sanitario nazionale;

  valorizzare giuridicamente ed economicamente il tutoraggio clinico e la docenza svolti dal personale sanitario, anche riconoscendoli nei percorsi di sviluppo professionale e nell'attribuzione degli incarichi;

  favorire modelli di collaborazione tra università e Servizio sanitario nazionale che consentano l'interscambio tra personale accademico e professionisti dei servizi, nel rispetto dei requisiti di qualificazione e delle responsabilità assistenziali;

  valutare il rafforzamento del percorso universitario e formativo della medicina generale, assicurando un confronto con le rappresentanze professionali interessate e garantendo che ogni revisione sia accompagnata da adeguate risorse, tutoraggio e formazione pratica;

  promuovere l'armonizzazione dei percorsi formativi con gli standard europei applicabili e a monitorare la qualità dei tirocini e degli esiti formativi.
9/2700-A/39. L'Abbate.

   La Camera,

   premesso che:

    l'organizzazione dei servizi territoriali richiede chiarezza in merito ai profili professionali, agli ambiti di intervento e alle modalità di collaborazione tra le diverse figure coinvolte nei percorsi assistenziali;

    l'integrazione delle competenze professionali deve avvenire nel rispetto delle disposizioni vigenti, delle attribuzioni previste per ciascuna professione e della sicurezza delle cure;

    l'osteopatia è stata oggetto di riconoscimento nell'ordinamento delle professioni sanitarie e richiede un'attuazione coerente con il quadro normativo e formativo applicabile;

    il profilo professionale definito dal decreto del Presidente della Repubblica n. 131 del 2021 colloca l'osteopata nell'area della prevenzione e del mantenimento della salute e sono emerse interpretazioni applicative non omogenee, anche con riguardo ai livelli della prevenzione (primaria, secondaria, terziaria e quaternaria) in cui l'osteopata opera, in raccordo con la diagnosi di competenza medica;

    l'avvio dei corsi di laurea nelle professioni sanitarie di recente istituzione, tra cui l'osteopatia, rende necessario assicurare la qualità e l'omogeneità della formazione clinico-pratica, anche attraverso sedi di tirocinio adeguate;

    l'assenza di indirizzi organizzativi uniformi può determinare difformità territoriali nell'integrazione dei professionisti e incertezze sulle modalità di raccordo con i servizi sanitari,

impegna il Governo

ad adottare ogni iniziativa di competenza volta a:

  promuovere, nel rispetto del quadro normativo vigente, indirizzi applicativi che favoriscano una chiara definizione degli ambiti di intervento e delle modalità di collaborazione tra le professioni sanitarie, anche mediante indirizzi di chiarimento del profilo professionale dell'osteopata, definiti d'intesa con la Conferenza permanente Stato-Regioni, che ne confermino la collocazione lungo i livelli della prevenzione (primaria, secondaria, terziaria e quaternaria), ferma restando la competenza medica della diagnosi;

  valutare, d'intesa con le regioni e le province autonome e sentite le rappresentanze professionali interessate, l'adozione di indirizzi nazionali per l'inserimento progressivo dell'osteopata nei setting territoriali e ambulatoriali, ove appropriato, in coerenza con il decreto ministeriale n. 77 del 2022 e nel rispetto delle competenze attribuite dalla legge;

  favorire modelli organizzativi di collaborazione con i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta e gli altri professionisti coinvolti nei percorsi assistenziali, con particolare attenzione alla prevenzione, nei suoi diversi livelli, e alla presa in carico delle persone con bisogni complessi;

  valutare, d'intesa con le regioni e in raccordo con le amministrazioni competenti, l'individuazione di criteri uniformi per le sedi di tirocinio clinico-pratico dei corsi di laurea delle professioni sanitarie di recente istituzione, ivi compresa l'osteopatia, nel rispetto dell'autonomia universitaria;

  valutare l'inclusione dell'osteopata nella pianificazione del fabbisogno di cui all'articolo 3, comma 1, lettera g), del provvedimento in esame anche mediante un sistema di monitoraggio e censimento dei professionisti;

  garantire che le eventuali indicazioni attuative assicurino chiarezza delle responsabilità, appropriatezza degli interventi e tutela della sicurezza delle cure, evitando sovrapposizioni con le competenze riservate ad altre professioni.
9/2700-A/40. Dell'Olio.

   La Camera,

   premesso che:

    le professioni sanitarie presentano competenze, responsabilità e ambiti di autonomia differenti, che devono essere adeguatamente riconosciuti nell'organizzazione del lavoro e nei percorsi di carriera;

    la stabilità occupazionale e la qualità dei rapporti di lavoro costituiscono condizioni rilevanti per la continuità assistenziale, la trasmissione delle competenze e la sicurezza dei pazienti;

    l'impiego strutturale di personale attraverso forme temporanee o di intermediazione può compromettere la continuità dei gruppi di lavoro e la programmazione delle attività;

    una riforma delle professioni sanitarie dovrebbe accompagnarsi a politiche di valorizzazione delle competenze e delle responsabilità professionali, nel rispetto della contrattazione collettiva e delle specificità dei diversi profili,

impegna il Governo

ad accompagnare l'intervento recato dal provvedimento in esame con ogni iniziativa di competenza atta a:

  promuovere, nel rispetto delle competenze della contrattazione collettiva e delle prerogative delle regioni, misure finalizzate a migliorare la qualità e la stabilità del lavoro nel Servizio sanitario nazionale;

  favorire il ricorso ordinario a rapporti di lavoro stabili per le esigenze permanenti delle aziende sanitarie, limitando le forme flessibili a necessità temporanee ed eccezionali adeguatamente motivate;

  promuovere il confronto con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative per valorizzare le specificità delle diverse professioni, le responsabilità effettivamente esercitate, le competenze specialistiche e le funzioni di coordinamento, tutoraggio e leadership clinica;

  sostenere percorsi di progressione professionale basati su criteri trasparenti, formazione continua, esperienza e qualità dell'attività svolta, evitando che l'avanzamento di carriera sia subordinato esclusivamente a funzioni amministrative o manageriali.
9/2700-A/41. Amato.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento all'esame interviene sulla disciplina della responsabilità penale e civile degli esercenti le professioni sanitarie, attribuendo rilievo, ai fini dell'accertamento della colpa e della sua gravità, anche alla scarsità delle risorse, alle carenze organizzative, alla complessità delle patologie e alle situazioni di urgenza ed emergenza;

    più in particolare, l'articolo 7 interviene sulla responsabilità penale del personale sanitario, introducendo due principali novità: la limitazione della responsabilità penale per colpa lieve quando il professionista segue linee guida o buone pratiche cliniche (articolo 590-sexies sostituito) e l'introduzione di fattori attenuanti oggettivi e contestuali per la determinazione della colpa e del suo grado (articolo 590-septies);

    l'obiettivo dichiarato della predetta disposizione è quello di ridurre la medicina difensiva e garantire maggiore sicurezza giuridica ai professionisti sanitari;

    l'articolo 9 interviene quindi sulla responsabilità civile del personale sanitario modificando la cosiddetta legge Gelli (legge n. 24 del 2017) che disciplina la responsabilità civile e penale del personale sanitario, la sicurezza delle cure e le linee guida e buone pratiche clinico-assistenziali; le modifiche proposte riguardano il riferimento alle buone pratiche clinico-assistenziali e loro applicabilità caso per caso (articolo 5), la revisione dei criteri di responsabilità civile e colpa, inserendo fattori contestuali simili a quelli già previsti dall'articolo 7 del disegno di legge (articolo 7) e la ridefinizione dei concetti di norma inderogabile (comma 5);

    la responsabilità professionale deve dunque essere valutata tenendo conto delle condizioni concrete nelle quali il sanitario opera, delle conoscenze scientifiche disponibili e delle caratteristiche del caso sottoposto alle sue cure; ciò per evitare che la paura del contenzioso determini una medicina difensiva;

    le carenze di personale, strumenti e organizzazione possono incidere concretamente sulla possibilità di garantire cure tempestive e appropriate, senza tuttavia diventare una giustificazione generalizzata per condotte individuali negligenti, imprudenti o gravemente imperite;

    la sicurezza delle cure richiede anche l'individuazione delle responsabilità delle strutture, la raccolta dei dati sugli eventi avversi, l'analisi delle cause e l'adozione di misure correttive;

    l'attività svolta in numerose strutture, come ad esempio nei DEA, si caratterizza per l'elevata complessità clinica e organizzativa, la necessità di assumere decisioni tempestive, la gestione di situazioni di emergenza e urgenza e l'esposizione a carichi di lavoro spesso particolarmente gravosi;

    l'individuazione della struttura sanitaria quale unico destinatario dell'azione risarcitoria diretta può contribuire a ricondurre la gestione del rischio clinico e delle conseguenze economiche degli eventi avversi nell'ambito dell'organizzazione sanitaria, valorizzando la responsabilità della struttura per le condizioni nelle quali vengono erogate le prestazioni e al contempo abbattendo i costi correlati alla medicina difensiva;

    è necessario infatti tutelare il professionista da iniziative risarcitorie individuali che possano incidere sulla serenità dell'esercizio professionale, pur preservando ovviamente l'accertamento delle condotte, l'eventuale responsabilità individuale nei rapporti con la struttura e il diritto del paziente a una tutela piena ed effettiva,

impegna il Governo:

   a valutare l'opportunità di accompagnare le misure recata dal provvedimento in esame con ulteriori iniziative normativa volte a disciplinare l'azione risarcitoria in materia di responsabilità sanitaria prevedendo, con particolare riferimento al personale operante presso i dipartimenti di emergenza e accettazione e previa verifica della compatibilità con il quadro normativo vigente, che l'azione risarcitoria diretta del paziente sia esperibile nei confronti della struttura sanitaria, pubblica o privata, presso cui è stata resa la prestazione, anziché direttamente nei confronti del singolo professionista, senza che sia pregiudicato il diritto del paziente all'accertamento dei fatti, alla piena tutela giurisdizionale e al risarcimento del danno, assicurando adeguati strumenti di trasparenza, tracciabilità e gestione dei sinistri;

   ad adottare ogni iniziativa di competenza al fine di promuovere il rafforzamento dei sistemi di gestione del rischio clinico e di prevenzione degli eventi avversi, nonché la chiara individuazione delle responsabilità organizzative delle strutture sanitarie, affinché le criticità derivanti da carenze di personale, sovraccarichi di lavoro o insufficienze organizzative non ricadano esclusivamente sui singoli professionisti.
9/2700-A/42. Alifano.

   La Camera,

   premesso che:

    il Servizio sanitario nazionale è interessato da una persistente e crescente carenza di personale infermieristico che incide negativamente sulla capacità delle strutture sanitarie di garantire livelli adeguati di assistenza, continuità dei servizi e riduzione dei tempi di attesa;

    la carenza di infermieri rappresenta una criticità strutturale che interessa l'intero territorio nazionale e determina significative difficoltà organizzative per le aziende sanitarie e ospedaliere;

    tale situazione ha favorito negli anni il crescente ricorso a forme di reclutamento temporaneo attraverso i cosiddetti «gettonisti», con effetti distorsivi sull'organizzazione del lavoro, maggiori oneri per il Servizio sanitario nazionale e minore continuità assistenziale;

    l'attuale quadro normativo non definisce chiaramente la possibilità per gli enti del Servizio sanitario nazionale di ricorrere, in modo diretto, a collaborazioni libero-professionali con infermieri titolari di partita IVA, rendendo spesso necessario il ricorso a soggetti intermediari, quali soggetti terzi o altri operatori esterni, con conseguenti maggiori costi organizzativi e gestionali;

    per il personale medico, invece, l'ordinamento già consente alle aziende e agli enti del Servizio sanitario nazionale di conferire incarichi di lavoro autonomo e di collaborazione libero professionale, favorendo un reclutamento più rapido e diretto delle professionalità necessarie;

    l'estensione di analoghi strumenti di reclutamento diretto al personale infermieristico attraverso rapporti libero-professionali contribuirebbe a rafforzare la capacità di risposta delle strutture sanitarie, assicurando maggiore flessibilità organizzativa e una più efficiente gestione delle risorse umane;

    tale soluzione determinerebbe altresì una riduzione del costo complessivo del lavoro per gli enti del Servizio sanitario nazionale, in ragione della diversa incidenza degli oneri contributivi rispetto ad altre forme di collaborazione, consentendo di destinare maggiori risorse all'ampliamento del numero delle professionalità reclutabili,

impegna il Governo

ad accompagnare l'intervento recato dal provvedimento in esame con ulteriori iniziative normative di competenza volte a disciplinare, nel primo provvedimento utile e nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica, il ricorso, da parte degli enti del Servizio sanitario nazionale, al reclutamento diretto del personale infermieristico libero professionale mediante incarichi di lavoro autonomo e di collaborazione libero-professionale, secondo modalità analoghe a quelle già previste per il personale medico, prevedendo tali modalità in aggiunta a quelle di reclutamento già disciplinate dall'ordinamento, anche al fine di contenere il ricorso al reclutamento tramite soggetti intermediari e di ridurre il fenomeno dei cosiddetti «gettonisti».
9/2700-A/43. Ciocchetti.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame interviene in materia di formazione sanitaria specialistica, con l'obiettivo di valorizzare le competenze professionali e favorire la disponibilità di professionisti adeguatamente formati per rispondere ai bisogni di salute della popolazione;

    l'evoluzione del quadro epidemiologico, l'incremento delle patologie croniche e il progressivo invecchiamento della popolazione determinano bisogni assistenziali sempre più complessi, che richiedono lo sviluppo di competenze specifiche e percorsi formativi adeguati;

    la professione sanitaria di infermiere riveste un ruolo centrale nell'organizzazione e nell'erogazione dell'assistenza sanitaria, contribuendo alla presa in carico della persona lungo l'intero percorso assistenziale, dalla prevenzione alla gestione della cronicità, fino all'assistenza territoriale e domiciliare;

    il rafforzamento delle competenze infermieristiche costituisce un elemento rilevante per l'evoluzione dei modelli organizzativi e assistenziali, anche alla luce della necessità di assicurare una risposta appropriata e continuativa ai bisogni di salute e di favorire una maggiore integrazione tra ospedale e territorio;

    la crescente complessità dei bisogni assistenziali rende necessario promuovere percorsi di formazione avanzata e specialistica anche per la professione infermieristica, al fine di sviluppare professionalità dotate di competenze specifiche nei diversi ambiti dell'assistenza;

    la valorizzazione delle specializzazioni infermieristiche può contribuire a rafforzare la qualità e l'appropriatezza delle prestazioni, a sostenere l'innovazione dei modelli assistenziali e a rispondere in modo più efficace alle esigenze emergenti del Servizio sanitario nazionale;

    il riconoscimento e la valorizzazione delle competenze specialistiche rappresentano, altresì, un'opportunità per favorire lo sviluppo professionale degli infermieri, accrescere l'attrattività della professione e promuovere una più efficace utilizzazione delle competenze all'interno del sistema sanitario;

    sia opportuno estendere alla professione sanitaria di infermiere gli interventi volti al potenziamento della formazione sanitaria specialistica, promuovendo percorsi formativi coerenti con l'evoluzione dei bisogni di salute della popolazione e con le esigenze organizzative e assistenziali del Servizio sanitario nazionale,

impegna il Governo

ad accompagnare gli interventi recati dal provvedimento in esame con l'adozione, nell'ambito delle proprie competenze e nel rispetto della normativa vigente, di iniziative volte a valorizzare e sviluppare la formazione specialistica della professione sanitaria di infermiere, promuovendo percorsi formativi finalizzati all'acquisizione di competenze avanzate e specifiche, in coerenza con l'evoluzione del quadro epidemiologico, con il progressivo invecchiamento della popolazione e con la crescente complessità dei bisogni assistenziali, al fine di rafforzare la qualità e l'appropriatezza dell'assistenza e rispondere in maniera sempre più efficace alle esigenze di salute dei cittadini.
9/2700-A/44. Pretto.

   La Camera,

   premesso che:

    il riordino delle professioni sanitarie deve essere orientato alla tutela della salute, alla qualità e sicurezza delle prestazioni, alla valorizzazione delle competenze e al riconoscimento del contributo che ciascuna professione apporta al funzionamento del Servizio sanitario nazionale;

    le professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione, rappresentate dalla Federazione nazionale degli Ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione, svolgono funzioni essenziali nell'ambito della diagnostica, della riabilitazione, della prevenzione, dell'assistenza e della promozione della salute;

    la legge 26 febbraio 1999, n. 42, e la legge 10 agosto 2000, n. 251, hanno contribuito a definire l'autonomia professionale e il campo proprio di attività e di responsabilità delle professioni sanitarie, superando una concezione meramente ausiliaria delle relative funzioni;

    l'evoluzione dei bisogni di salute e delle tecnologie richiede un aggiornamento delle competenze professionali, che deve tuttavia essere fondato su criteri trasparenti, sull'individuazione delle attività interessate, sulla verifica della formazione necessaria e sul rispetto dei titoli abilitanti;

    il riordino delle professioni sanitarie non può determinare sovrapposizioni di competenze, attribuzioni improprie di attività o nuove riserve professionali a danno di professionisti già abilitati, né può consentire che certificazioni dell'esperienza o disposizioni organizzative aziendali si traducano in un'estensione surrettizia delle attività esercitabili in assenza dei necessari requisiti formativi e abilitanti;

    la definizione dei decreti legislativi attuativi della delega deve essere accompagnata da un confronto effettivo con le Federazioni nazionali, gli Ordini professionali e le Commissioni di albo interessate, affinché le scelte normative siano fondate sulla conoscenza delle attività concretamente svolte e delle relative responsabilità, senza attribuire agli organismi rappresentativi un potere di veto, ma assicurando che le loro osservazioni siano acquisite e valutate in modo trasparente;

    la valorizzazione delle professioni sanitarie richiede, inoltre, percorsi di carriera coerenti con le competenze acquisite e con le responsabilità esercitate, attraverso un'articolazione della dirigenza delle professioni sanitarie per aree professionali e un'offerta di formazione specialistica post-base che consenta lo sviluppo di competenze cliniche, tecnico-diagnostiche, tecnico-assistenziali, riabilitative e preventive,

impegna il Governo

ad adottare in sede di attuazione del presente provvedimento e nell'ambito di futuri interventi normativi, ogni iniziativa di competenza, volta a:

  garantire la tutela dell'autonomia professionale e del campo proprio di attività e di responsabilità delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione, prevedendo che ogni modifica delle attribuzioni professionali individui espressamente le attività interessate, i titoli abilitanti richiesti e gli eventuali percorsi formativi integrativi, sulla base dei bisogni di salute e delle evidenze scientifiche;

  escludere che il riordino delle professioni sanitarie, la ricognizione delle competenze o la certificazione dell'esperienza possano sostituire il titolo abilitante e l'iscrizione all'Albo quando prescritti, ovvero consentire l'esercizio di attività proprie di una diversa professione sanitaria senza i necessari requisiti, salvaguardando al contempo la possibilità di aggiornare e sviluppare le competenze attraverso percorsi formativi adeguati;

  prevedere l'acquisizione del parere delle Federazioni nazionali e degli Ordini nazionali interessati sugli schemi dei decreti legislativi attuativi, con il coinvolgimento delle rispettive Commissioni di albo nazionali per le professioni appartenenti a Ordini articolati in più albi, assicurando tempi certi per la consultazione e la trasmissione alle Camere dei pareri acquisiti, unitamente a una relazione sulle motivazioni dell'eventuale mancato accoglimento delle osservazioni formulate;

  promuovere una più chiara articolazione della dirigenza delle professioni sanitarie per aree professionali, prevedendo funzioni di direzione tecnico-professionale coerenti con le aree tecnico-sanitaria, della riabilitazione e della prevenzione, affidate a professionisti in possesso dei requisiti previsti e appartenenti all'area di riferimento, assicurando la loro partecipazione alle decisioni aziendali relative ai fabbisogni, all'organizzazione del lavoro, alla formazione e alla valutazione della qualità delle prestazioni;

  favorire lo sviluppo di percorsi universitari magistrali a indirizzo specialistico e clinico pertinenti ai singoli profili professionali, distinti dai percorsi prevalentemente gestionali e orientati alle competenze tecnico-diagnostiche, tecnico-assistenziali, riabilitative e preventive, definendo in modo trasparente gli esiti professionali dei percorsi e il loro valore ai fini dell'accesso agli incarichi specialistici, nel rispetto dei titoli abilitanti già conseguiti e dell'autonomia organizzativa regionale;

  promuovere criteri uniformi e procedure selettive trasparenti per il conferimento degli incarichi di direzione, valorizzando la formazione post-base pertinente e assicurando che l'organizzazione delle funzioni dirigenziali e specialistiche avvenga senza pregiudicare la qualità dei servizi erogati;

  emanare un atto di indirizzo nazionale concordato con la Conferenza Stato-regioni che definisca criteri uniformi per la valorizzazione di tutte le professioni coinvolte nei percorsi di emergenza-urgenza, al fine di evitare differenziazioni economiche sproporzionate tra professionisti che operano nello stesso contesto organizzativo e sono sottoposti alle medesime condizioni di disagio e pressione lavorativa;

  istituire presso il Ministero della salute un Tavolo nazionale permanente sulle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione, con la partecipazione della Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP, delle regioni e delle organizzazioni sindacali;

  predisporre un Piano straordinario di valorizzazione delle professioni sanitarie tecniche, comprendente misure economiche, percorsi di carriera e incentivi per le aree maggiormente esposte alla carenza di personale.
9/2700-A/45. Iaria.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame conferisce al Governo una delega in materia di professioni sanitarie e di responsabilità professionale, offrendo l'opportunità di aggiornare la disciplina degli ordinamenti professionali in coerenza con l'evoluzione delle competenze, dei percorsi formativi e dei bisogni di salute della popolazione;

    l'articolo 6 declina i principi e criteri direttivi specifici per la revisione della disciplina degli ordini delle professioni sanitarie di cui alla legge 11 gennaio 2018, n. 3, con lo scopo di intervenire sulle competenze e sulla scadenza dei mandati degli organi e di introdurre misure volte a valorizzare il ruolo degli ordini professionali quali organi sussidiari dello Stato;

    in sede referente, tra i princìpi e criteri direttivi specifici volti alla revisione della disciplina degli ordini delle professioni sanitarie, è stata introdotta la nuova lettera a-bis), in base ad un emendamento presentato dal gruppo del M5S, che introduce il voto ponderato per il Consiglio nazionale degli psicologi, già previsto per le professioni sanitarie di cui al decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato del 13 settembre 1946, n. 233;

    sarebbe stato auspicabile, sempre con riguardo alla professione di psicologo, il superamento della distinzione dell'Albo in sezione A e sezione B, prevedendo una sola sezione A e la collocazione degli attuali iscritti alla Sezione B in un elenco a esaurimento presso il Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi;

    la questione dell'articolazione dell'Albo nasce alla luce dell'evoluzione della professione dello psicologo, della necessità di rendere più chiara la distinzione tra i percorsi formativi e le competenze professionali e dell'esigenza di assicurare un ordinamento coerente con le responsabilità connesse all'esercizio delle attività proprie della professione di psicologo;

    un eventuale riordino dell'Albo deve essere accompagnato da una disciplina chiara, che salvaguardi le posizioni degli iscritti, definisca le modalità di collocazione nell'elenco a esaurimento e garantisca certezza rispetto ai titoli posseduti, alle competenze esercitabili e ai diritti professionali già acquisiti, garantendo anche che i trattamenti economici risultino coerenti con l'evoluzione delle attività professionali e con i principi di equo compenso,

impegna il Governo

ad adottare, in sede di attuazione del presente provvedimento e nell'ambito di futuri interventi normativi, ogni iniziativa di competenza, utile a:

  procedere a un riordino della disciplina della professione di psicologo, considerando il superamento dell'attuale articolazione dell'Albo in sezione A e sezione B e l'eventuale istituzione di un elenco a esaurimento per gli iscritti alla sezione B, previa verifica degli effetti ordinamentali, formativi e professionali della misura e nel rispetto dei diritti acquisiti, della certezza giuridica e della tutela degli utenti;

  promuovere, a tal fine, un confronto con il Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi, le rappresentanze professionali e le istituzioni formative interessate, per individuare una disciplina transitoria che chiarisca le condizioni di permanenza nell'elenco a esaurimento, le competenze esercitabili e le garanzie applicabili agli iscritti già presenti nella sezione B;

  valutare, inoltre, l'aggiornamento dell'Allegato 1, Tabella C, di cui al decreto 19 luglio 2016, n. 165, richiamato dalla legge 21 aprile 2023, n. 49, verificando la congruità dei relativi riferimenti economici rispetto all'evoluzione delle prestazioni professionali.
9/2700-A/46. Ferrara.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame reca una delega al Governo per intervenire in materia di professioni sanitarie, con l'obiettivo di valorizzare il personale, migliorare l'organizzazione dei servizi e rafforzare l'efficienza del Servizio sanitario nazionale;

    la carenza di personale sanitario e la difficoltà di garantire un'equa distribuzione dei professionisti sul territorio rappresentano criticità particolarmente rilevanti nelle aree interne, nei territori montani e nei comuni caratterizzati da maggiori difficoltà di accesso ai servizi;

    le province di Caserta e Benevento presentano realtà territoriali differenti, con particolare riferimento alle aree interne del Sannio e dell'Alto Casertano, nelle quali la distanza dalle strutture sanitarie e la disponibilità di personale possono incidere concretamente sulla tempestività e sulla continuità dell'assistenza;

    il rafforzamento dell'attrattività delle professioni sanitarie e la valorizzazione delle competenze devono accompagnarsi a misure che favoriscano la permanenza dei professionisti nelle sedi maggiormente disagiate e garantiscano ai cittadini livelli adeguati di assistenza;

    è altresì necessario assicurare che il miglioramento dell'organizzazione sanitaria contribuisca alla riduzione delle liste d'attesa e a una più equilibrata distribuzione delle risorse umane disponibili,

impegna il Governo

a valutare l'opportunità di adottare, in sede di attuazione del presente provvedimento e nell'ambito di futuri interventi normativi, ogni iniziativa di competenza, compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica, nell'ambito delle risorse disponibili e nel rispetto delle competenze delle regioni e delle province autonome, volta a:

  prevedere criteri e strumenti volti a rafforzare la presenza e la permanenza del personale sanitario nelle aree interne e nelle sedi assistenziali maggiormente esposte a carenze di organico, anche attraverso percorsi di valorizzazione professionale e organizzativa che tengano conto delle distanze dalle strutture ospedaliere e delle specificità demografiche e orografiche dei territori;

  promuovere, nell'ambito degli strumenti di monitoraggio del Servizio sanitario nazionale, una rilevazione periodica delle carenze di personale e delle criticità nell'accesso alle prestazioni, con particolare attenzione alle aree interne quali le province di Caserta e Benevento, al fine di orientare la programmazione del personale e l'organizzazione dei servizi verso il miglioramento della continuità assistenziale e la riduzione dei tempi di attesa, affinché i benefici della riforma siano percepibili anche dai cittadini residenti nei territori più distanti dai principali poli ospedalieri.
9/2700-A/47. Cerreto.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame reca una disciplina di delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie;

    nello specifico, i princìpi e i criteri direttivi di delega concernono, tra l'altro, il riordino delle specializzazioni della professione di psicologo, nonché la formazione sanitaria specialistica, con particolare riferimento, tra l'altro, alla stessa professione di psicologo, per la quale si enuncia l'obiettivo di soddisfare la necessità di disporre di professionisti che abbiano competenze specifiche riconosciute – in coerenza con le esigenze del Servizio sanitario nazionale – mediante la razionalizzazione e l'eventuale aggiornamento dell'attuale assetto dei percorsi formativi;

    la riforma delle professioni sanitarie rappresenta oggi un passaggio strategico e fondamentale per la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale e, in quanto tale, necessita di essere affrontata adottando un approccio sistemico e sistematico rispetto al tema della salute, il quale riconosca tra le priorità sanitarie esistenti a livello nazionale, europeo e internazionale la salute psicologica;

    al contrario, nel provvedimento in esame non risulta presente alcuna analisi relativa ai nuovi bisogni di salute, tra i quali assumono un ruolo emergenziale la salute mentale, il benessere psicologico e la dimensione socio-affettiva della persona, bisogni sempre più demandati alla libera professione, generando importanti disuguaglianze di accesso alle cure;

    la legge n. 3 del 2018 ha ricompreso a pieno titolo la professione di psicologo tra le professioni sanitarie, in quanto finalizzata alla tutela della salute mentale, al benessere psicofisico e al miglioramento della qualità della vita delle persone. Tuttavia, le discipline psicologiche hanno maturato competenze, strumenti e ambiti di intervento specifici, non sovrapponibili a quelli di altre professioni sanitarie mediche o non mediche. Inoltre, la professione psicologica non costituisce una declinazione della professione medica e, in quanto tale, non può essere assimilata a modelli di cura esclusivamente biologici, mentre richiede di essere inserita strutturalmente nel Servizio sanitario nazionale, con funzioni proprie e specifiche in materia di tutela della salute mentale, del benessere psicofisico e della qualità della vita della persona;

    il rilievo progressivamente maggiore ricoperto dalla professione dello psicologo richiede, altresì, un potenziamento della formazione psicologica, la quale appare oggi caratterizzata da una sovrapproduzione di laureati, dalla svalutazione della professione, nonché dall'assenza di specializzazioni psicologiche riconosciute nel Servizio sanitario nazionale oltre alla psicoterapia ed a quelle equipollenti. Ciò rende pertanto necessario un riordino complessivo del percorso formativo, in piena coerenza con i bisogni del sistema sanitario pubblico,

impegna il Governo

ad accompagnare le disposizioni previste dal provvedimento in esame con ulteriori iniziative di competenza volte a:

  completare la riforma delle professioni del Servizio sanitario nazionale attraverso il pieno riconoscimento della salute psicofisica e del benessere psicologico quali componenti essenziali della salute umana e l'integrazione strutturale della professione psicologica nel SSN, quale condizione necessaria per garantire l'equità di accesso alle cure, la qualità e la completezza dell'assistenza, nonché la sostenibilità del sistema sanitario nel medio e lungo periodo;

  strutturare, nel Servizio sanitario nazionale, la figura degli psicologi specializzandi in psicoterapia o in altri corsi post laurea equipollenti, in piena coerenza con gli obiettivi di potenziamento della formazione psicologica recati dal provvedimento in esame, nonché dei bisogni del sistema sanitario pubblico, anche mediante l'istituzione di corsi di formazione che favoriscano l'acquisizione delle soft skill e delle competenze trasversali.
9/2700-A/48. D'Alessio.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame interviene per potenziare il Servizio sanitario nazionale e assicurare la disponibilità delle risorse umane necessarie a garantire i livelli essenziali di assistenza nel rispetto dei princìpi della dignità e della centralità della persona e dei bisogni del malato;

    il provvedimento contiene princìpi e criteri direttivi specifici per l'adozione di misure in favore del personale sanitario, per lo sviluppo delle sue competenze professionali e per il riconoscimento del suo valore;

    il personale del SSN è parte di aziende altamente complesse, guidate da direttori generali, sanitari e amministrativi ai quali la legge impone enormi responsabilità e richiede qualifiche di altissimo livello;

    il compenso economico di queste figure gestionali non viene rideterminato da oltre venticinque anni, non è mai stato adeguato all'inflazione ed è bloccato alle indicazioni di importo massimo fissato nel 2001 da disciplina statale;

    il protrarsi di tale mancato aggiornamento ha determinato una progressiva erosione del valore reale del trattamento economico di queste figure altamente specializzate sul piano manageriale;

    la nomina dei direttori generali delle aziende sanitarie è in capo alle regioni, che possono selezionare i professionisti tra gli idonei all'incarico facenti parte dell'Elenco nazionale istituito presso il Ministero della salute e regolato dal decreto legislativo 4 agosto 2016, n. 171, e successive modificazioni;

    il limite del compenso dei direttori generali è fissato dall'articolo 1, comma 5, secondo alinea, primo periodo, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 19 luglio 1995, n. 502 (poi modificato dall'articolo 1, comma 1, lettera c)), del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 31 maggio 2001, n. 319);

    appare pertanto necessario consentire alle regioni di adeguare i suddetti compensi alle responsabilità connesse all'incarico, alle responsabilità e alle esigenze di gestione delle aziende e degli enti interessati,

impegna il Governo

ad accompagnare le misure recate dal provvedimento in esame, nei successivi interventi sulla riorganizzazione del personale sanitario o auspicabilmente nella prossima sessione di bilancio, con ulteriori iniziative, anche normative, volte a:

  rideterminare il trattamento economico complessivo dei direttori generali delle aziende sanitarie, dei policlinici universitari, delle aziende con facoltà di medicina, delle aziende istituite ai sensi del decreto legislativo 21 dicembre 1999, n. 517, degli Irccs, delle aziende di coordinamento e delle agenzie sanitarie regionali;

  mantenendo ferma l'autonomia regionale nella determinazione dei trattamenti economici, consentire alle regioni di superare il limite previsto dalla disciplina statale, senza fissare un nuovo importo massimo nella disposizione proposta;

  valorizzare le figure manageriali di aziende altamente complesse, nelle quali i dirigenti responsabili sono quotidianamente chiamati a coniugare la tutela della salute pubblica con rigidi vincoli economici, gestendo al contempo una rete altamente differenziata di professionisti e tecnologie.
9/2700-A/49. Ciancitto.

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge in esame delega il Governo ad avviare un processo di revisione del sistema delle professioni sanitarie, al fine di adeguarlo all'evoluzione dei bisogni assistenziali e valorizzare le competenze dei professionisti;

    l'incidenza delle patologie croniche e l'invecchiamento della popolazione, unitamente alle difficoltà di accesso all'assistenza primaria, anche a causa della carenza di medici di medicina generale, determinano una crescente pressione sui servizi sanitari, in particolare su quelli di emergenza-urgenza;

    in tale contesto, anche alla luce delle esperienze maturate in altri Paesi, la figura del farmacista clinico di pronto soccorso può contribuire a migliorare l'appropriatezza e la sicurezza delle terapie farmacologiche, favorendo l'integrazione delle competenze professionali e una più efficiente gestione dei percorsi assistenziali, nonché la riduzione degli accessi impropri al pronto soccorso e delle visite specialistiche ed esami diagnostici non necessari,

impegna il Governo

ad adottare, in sede di attuazione del presente provvedimento e nell'ambito di futuri interventi normativi, ogni iniziativa di competenza, volta al riconoscimento e alla valorizzazione della figura del farmacista clinico di pronto soccorso, anche attraverso l'aggiornamento della disciplina recata dal regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265, e la definizione di specifici percorsi formativi.
9/2700-A/50. Matone, Loizzo.

   La Camera,

   premesso che:

    l'articolo 4 prevede, alla lettera a) tra i principi e criteri direttivi specifici per lo sviluppo delle competenze professionali del personale sanitario, l'attualizzazione delle competenze professionali rispetto all'evoluzione dei bisogni sanitari della popolazione;

    la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), ratificata dall'Italia con legge n. 77 del 2013, costituisce un riferimento giuridico vincolante;

    la Convenzione di Istanbul, all'articolo 15 impegna gli Stati a fornire o rafforzare un'adeguata formazione alle figure professionali che entrano in contatto con le vittime di violenza, con particolare riguardo alla prevenzione di tali violenze, ai bisogni e i diritti delle vittime, e alla prevenzione della vittimizzazione secondaria;

    la legge n. 181 del 2 del dicembre 2025 (Introduzione del delitto di femminicidio e altri interventi normativi per il contrasto alla violenza nei confronti delle donne e per la tutela delle vittime), all'articolo 8, comma 2, prevede che l'aggiornamento periodico dei professionisti sanitari sia realizzato anche attraverso il conseguimento di crediti formativi per acquisire una specifica conoscenza professionale in materia di contrasto alla violenza sulle donne e alla violenza domestica;

    esperienze già adottate nell'ambito del Servizio sanitario nazionale, quali, tra le altre, il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica (SVSeD) della Clinica Mangiagalli della Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, lo Sportello Donna H24 all'interno del Pronto soccorso dell'Ospedale San Camillo di Roma, gestito dalla cooperativa Be Free, il Centro antiviolenza S.O.S. LEI del Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma, gestito dall'associazione Assolei, e il Codice Rosa, nato presso l'Ospedale Misericordia di Grosseto – la cui «Stanza Rosa» è stata visitata dal Presidente della Repubblica il 17 settembre 2026 – e successivamente sviluppato come rete regionale in Toscana, evidenziano quanto l'efficacia della risposta sanitaria nei casi di violenza sessuale e domestica dipenda dalla formazione del personale preposto al primo contatto, dalla presenza di équipe multidisciplinari e dalla collaborazione con i centri antiviolenza e i servizi territoriali, al fine di garantire alle persone che hanno subito violenza percorsi individualizzati di accoglienza, assistenza e presa in carico,

impegna il Governo

ad accompagnare le disposizioni previste dal provvedimento in esame con ulteriori iniziative di competenza volte a:

  dare piena attuazione alle disposizioni previste dall'articolo 8, comma 2, della legge n. 181 del 2 del dicembre 2025, al fine di rafforzare la diffusione della formazione del personale sanitario in materia di contrasto alla violenza sulle donne e alla violenza domestica;

  promuovere, anche attraverso la valorizzazione di esperienze già sviluppate nell'ambito del Servizio sanitario nazionale e d'intesa con le regioni, la diffusione di programmi formativi e di percorsi multidisciplinari di presa in carico su tutto il territorio nazionale.
9/2700-A/51. Zanella, Bonelli, Borrelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti, Zaratti.

   La Camera,

   premesso che:

    l'articolo 4 del provvedimento in esame, reca principi e criteri direttivi specifici per lo sviluppo delle competenze professionali del personale sanitario, l'aggiornamento delle stesse competenze professionali rispetto all'evoluzione dei bisogni sanitari della popolazione, nonché alla lettera h) l'individuazione di un sistema integrato di collaborazione interdisciplinare tra gli specialisti in medicina dello sport, i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta e i fisioterapisti, per la promozione dell'esercizio fisico strutturato quale strumento per il benessere fisico e mentale della persona;

    l'articolo 41 del decreto legislativo 28 febbraio 2021, n. 36, riconosce al chinesiologo delle attività motorie preventive e adattate, in possesso della laurea magistrale LM-67, la progettazione e la conduzione di programmi di esercizio fisico finalizzati alla prevenzione, al mantenimento dell'efficienza fisica e al recupero funzionale post-riabilitativo in condizioni clinicamente controllate e stabilizzate;

    secondo quanto riferito dal Comitato Italiano Scienze Motorie (CISM), nel 2022 è stata avviata, presso la Direzione Generale delle professioni sanitarie delle risorse umane del Ministero della salute, la procedura per l'individuazione del Chinesiologo LM-67 quale nuova professione sanitaria;

    nel marzo 2023 il Comitato sarebbe stato audito dal Consiglio Superiore di Sanità e, nel luglio 2023, la Commissione Salute della Conferenza delle Regioni avrebbe espresso parere favorevole,

impegna il Governo

ad adottare, in sede di attuazione del presente provvedimento e nell'ambito di futuri interventi normativi, ogni iniziativa utile a dare seguito e portare a conclusione, per quanto di competenza, il procedimento relativo all'individuazione del chinesiologo delle attività motorie preventive e adattate quale professione sanitaria.
9/2700-A/52. Borrelli, Bonelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti, Zanella, Zaratti.

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge in esame prevede all'articolo 3, lettera h), per i professionisti sanitari autorizzati, in base alla vigente normativa temporanea, all'esercizio dell'attività professionale – presso strutture sanitarie o socio-sanitarie, anche con incarico inquadrato come lavoro autonomo – sulla base di un riconoscimento regionale (o della provincia autonoma) e in deroga alla disciplina sul riconoscimento delle qualifiche conseguite all'estero, la definizione sia dell'obbligo di iscrizione in elenchi speciali straordinari, presso i relativi ordini professionali, sia della condizione del previo accertamento delle necessarie conoscenze linguistiche, da svolgersi presso l'ordine territorialmente competente ovvero presso la regione o provincia autonoma territorialmente competente;

    la norma di delega pone i suddetti obbligo e condizione quali requisiti necessari per l'avvio o la prosecuzione dell'attività lavorativa in deroga;

    tale disposizione rischia quindi di intervenire rispetto a situazioni giuridiche in essere, facenti capo a professionisti che operano in deroga al riconoscimento delle qualifiche professionali oramai già consolidate sulla base della normativa straordinaria di contenuto derogatorio di cui all'articolo 15 del decreto-legge n. 34 del 2023;

    sulla base della predetta normativa sono attualmente vigenti centinaia di contratti a tempo determinato sino al 31 dicembre 2029 concernenti professionisti che stanno svolgendo prestazioni sanitarie commissionate dalle strutture sanitarie locali in termini coerenti con il quadro normativo vigente;

    è quindi di tutta evidenza la difficoltà di applicazione di una disposizione che sottopone detto personale medico extra UE ad accertamenti inerenti la conoscenza della lingua rispetto a contratti in corso, come detto aventi durata sino al 31 dicembre 2029, e concernenti personale che, tra l'altro, in molti casi, ha già seguito specifici corsi di formazione – soprattutto linguistica nel caso dei professionisti che operano in alcune regioni – e che forniscono prestazioni di assoluta eccellenza, garantendo la sicurezza delle cure e l'adeguata comunicazione con i pazienti. L'esperienza maturata in questi anni ha infatti già dimostrato il livello assolutamente elevato delle prestazioni professionali rese;

    l'iscrizione agli Ordini professionali comporterebbe poi – nei confronti del personale che oggi già opera in deroga al riconoscimento delle qualifiche professionali – oneri finanziari rilevanti non previsti in ambito contrattuale, e rispetto a cui sarebbero molteplici le criticità che dovrebbero affrontare professionisti che hanno pianificato la permanenza nel nostro Paese sulla base di corrispettivi e di oneri preventivamente concordati;

    è inoltre importante rilevare che la disciplina ordinamentale della professione sanitaria dettata dagli stessi Consigli dell'Ordine, potrebbe non attagliarsi alla specificità delle prestazioni richieste al predetto personale, anche tenuto conto che non è chiarita la stessa disciplina che si vorrebbe imporre nell'ambito della riconduzione di detto personale agli elenchi speciali;

    è quindi importante chiarire che l'iscrizione all'Ordine abbia comunque prevalentemente una finalità informativa e di trasparenza, che non incida sul riconoscimento regionale (o della provincia autonoma), come da disciplina derogatoria prevista dalla normativa vigente,

impegna il Governo

nell'esercizio della delega, a tenere conto di quanto riportato in premessa, escludendo dalla disciplina prevista dall'articolo 3, comma 1, lettera h), i contratti già formalizzati prima dell'entrata in vigore della nuova normativa, non incidendo quindi su situazioni già consolidate sulla base della normativa straordinaria di contenuto derogatorio di cui all'articolo 15 del decreto-legge n. 34 del 2023, e prevedendo in ogni caso opportune iniziative volte a chiarire la finalità dell'iscrizione agli elenchi speciali straordinari degli Ordini, prevalentemente di tipo organizzativo e informativo, salvaguardando appieno la vigente disciplina derogatoria prevista dall'articolo 15 del decreto-legge n. 34 del 2023, che assegna alle regioni e alle province autonome il riconoscimento dei titoli.
9/2700-A/53. Bagnasco.

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge in esame conferisce al Governo una delega in materia di professioni sanitarie, finalizzata anche a rafforzare il Servizio sanitario nazionale e ad assicurare un'adeguata disponibilità di personale sanitario sull'intero territorio nazionale;

    l'articolo 3, comma 1, lettere b) e c), prevede misure relative alla permanenza e alla valorizzazione professionale del personale sanitario che presta servizio nelle aree disagiate, richiamando espressamente i territori delle isole minori marine;

    anche le isole lagunari e lacustri possono presentare condizioni di particolare disagio connesse alle difficoltà dei collegamenti, alla mobilità del personale sanitario e all'accessibilità dei servizi, con conseguenze sulla continuità dell'assistenza alle comunità residenti;

    il Comitato per la legislazione, nel parere espresso sul provvedimento, ha segnalato l'opportunità di precisare se nell'ambito delle aree disagiate di cui all'articolo 3, comma 1, lettere b) e c), siano comprese, oltre alle isole minori, anche le isole lagunari e lacustri;

    il disegno di legge A.S. 1837, recante misure per la tutela e lo sviluppo delle isole minori, distingue espressamente le isole marine da quelle lagunari e lacustri, riconoscendo le specificità territoriali di queste ultime,

impegna il Governo

a prevedere, nell'esercizio della delega legislativa di cui all'articolo 1, che nell'individuazione delle aree disagiate ai fini dell'applicazione delle misure previste dall'articolo 3, comma 1, lettere b) e c), siano espressamente considerate anche le isole lagunari e lacustri che presentino particolari difficoltà di collegamento e di accessibilità ai servizi sanitari, al fine di favorire la permanenza del personale sanitario e garantire la continuità dell'assistenza alle comunità residenti, nel rispetto delle risorse disponibili a legislazione vigente.
9/2700-A/54. Gardini.

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge A.C. 2700-A reca la delega al Governo in materia di professioni sanitarie, al fine di potenziare il Servizio sanitario nazionale e di assicurare la disponibilità delle risorse umane necessarie a garantire i livelli essenziali di assistenza;

    l'osteopatia è stata riconosciuta come professione sanitaria dalla legge 11 gennaio 2018, n. 3; il decreto del Presidente della Repubblica 7 luglio 2021, n. 131 ne ha definito la figura e il profilo professionale; il decreto del Ministro dell'università e della ricerca 29 novembre 2023, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 16 febbraio 2024, ha definito l'ordinamento didattico del corso di laurea abilitante in Osteopatia; in sede di Conferenza Stato-regioni, il 18 dicembre 2025, è stata sancita l'intesa sui criteri per il riconoscimento dei titoli pregressi, con l'istituzione di elenchi speciali ad esaurimento presso la Federazione nazionale degli ordini TSRM e PSTRP;

    nella fase attuativa del profilo professionale sono emerse interpretazioni applicative non omogenee sul territorio nazionale; in particolare, il riferimento di cui all'articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica n. 131 del 2021 al «trattamento osteopatico di disfunzioni somatiche non riconducibili a patologie» è stato talvolta letto in senso riduttivo, anche come limitazione alla sola prevenzione primaria, con il rischio di generare criticità con altre professioni sanitarie, difformità nei percorsi assistenziali e disparità nell'accesso dei cittadini a servizi appropriati;

    tale riferimento attiene all'oggetto dell'intervento (disfunzioni somatiche, ossia alterazioni delle funzioni non equivalenti a diagnosi patologiche) e non al profilo del paziente; lo stesso decreto del Presidente della Repubblica prevede infatti che l'osteopata operi anche in riferimento alla diagnosi di competenza medica e reindirizzi il paziente al medico inviante quando i sintomi persistono oltre i tempi previsti o peggiorano;

    il profilo professionale definito dal decreto del Presidente della Repubblica n. 131 del 2021 colloca l'osteopata nell'area della prevenzione e del mantenimento della salute; tale collocazione, in coerenza con il Piano Nazionale della Prevenzione e con il Piano Nazionale della Cronicità, interessa tutti i livelli della prevenzione (primaria, secondaria, terziaria e quaternaria), dalla promozione della salute nei soggetti sani al contributo al recupero funzionale e al miglioramento della qualità della vita nei pazienti che presentano patologie, in raccordo con la diagnosi di competenza medica;

    attualmente l'attività osteopatica è svolta in larga parte nel circuito privato non convenzionato, e l'assenza di un inquadramento nei setting organizzativi in cui operano le professioni sanitarie, pur a fronte dell'articolo 3 del citato decreto del Presidente della Repubblican. 131 del 2021, ostacola l'integrazione nei percorsi assistenziali e la collaborazione strutturata con i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta e gli specialisti;

    l'avvio dei corsi di laurea in Osteopatia rende urgente assicurare la sostenibilità e la qualità della formazione professionalizzante, la cui componente clinico-pratica è essenziale per la sicurezza dell'utenza; la mancanza di ambulatori e servizi strutturati di osteopatia nelle aziende sanitarie e nei policlinici universitari rende complessa l'individuazione di sedi di tirocinio adeguate, con il rischio di disomogeneità territoriali;

    l'articolo 3, comma 1, lettera g), del provvedimento, come modificato dalla Commissione, prevede una metodologia comune di pianificazione e previsione del numero degli operatori in formazione di tutte le professioni sanitarie, e l'articolo 4 valorizza le competenze professionali e la collaborazione interdisciplinare;

    il decreto del Ministro della salute 23 maggio 2022, n. 77, il Piano Nazionale della Prevenzione e il Piano Nazionale della Cronicità delineano un modello di assistenza territoriale fondato sulla presa in carico integrata, sulla prossimità e sul lavoro in team multiprofessionali, anche nelle Case della Comunità,

impegna il Governo

nell'esercizio della delega di cui all'articolo 1 del provvedimento in esame, o nell'ambito di futuri interventi normativi, e nel rispetto del riparto di competenze tra Stato e regioni e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, ad adottare ogni iniziativa di competenza volta a:

  definire, d'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, indirizzi di chiarimento del profilo professionale dell'osteopata e dei relativi ambiti di intervento, al fine di garantire uniformità applicativa sul territorio nazionale, confermando la collocazione dell'osteopata lungo tutti i livelli della prevenzione (primaria, secondaria, terziaria e quaternaria), in coerenza con il Piano Nazionale della Prevenzione e con il Piano Nazionale della Cronicità, ferma restando la competenza medica della diagnosi;

  prevedere modelli organizzativi per l'inserimento progressivo dell'osteopata nei setting territoriali e ambulatoriali del Servizio Sanitario Nazionale e nelle strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche e private accreditate, in coerenza con il DM n. 77 del 2022, promuovendone l'integrazione nei team multiprofessionali e nei percorsi assistenziali, anche mediante protocolli operativi di raccordo con i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, nel rispetto dei confini di competenza delle altre professioni sanitarie e della sicurezza delle cure, valorizzandone il contributo alle attività di prevenzione, nei suoi diversi livelli, e alla presa in carico della cronicità e della fragilità;

  individuare, in raccordo con il Ministero dell'università e della ricerca, il Ministero della salute e le regioni, criteri e standard nazionali per l'accreditamento di una rete di sedi formative e di tirocinio clinico-pratico, anche mediante l'attivazione progressiva e sperimentale di ambulatori e servizi dedicati o integrati, assicurando requisiti uniformi di qualità, sicurezza, tutoraggio e supervisione multiprofessionale;

  includere la professione di osteopata nella metodologia di pianificazione di cui all'articolo 3, comma 1, lettera g), e promuovere, con le istituzioni competenti, un sistema di monitoraggio e censimento che consenta di conoscere numero e distribuzione territoriale dei professionisti e di programmare in modo coerente l'offerta formativa, la rete dei tirocini e l'integrazione nei servizi.
9/2700-A/55. Panizzut, Loizzo.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame reca una disciplina di delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie;

    nello specifico, i princìpi e i criteri direttivi di delega concernono, tra l'altro, il riordino delle specializzazioni della professione di psicologo, nonché la formazione sanitaria specialistica, con particolare riferimento, tra l'altro, alla stessa professione di psicologo, per la quale si enuncia l'obiettivo di soddisfare la necessità di disporre di professionisti che abbiano competenze specifiche riconosciute – in coerenza con le esigenze del Servizio sanitario nazionale – mediante la razionalizzazione e l'eventuale aggiornamento dell'attuale assetto dei percorsi formativi;

    la tutela della salute psicologica costituisce una componente essenziale del diritto alla salute sancito dall'articolo 32 della Costituzione, e assume una rilevanza crescente nell'ambito delle politiche sanitarie, anche in considerazione dell'incremento dell'attenzione verso il benessere psicologico, della diffusione di situazioni di disagio e fragilità e della necessità di intervenire tempestivamente sui fattori di rischio, prevenendo l'aggravamento delle condizioni di sofferenza e le conseguenti ricadute sanitarie, sociali ed economiche;

    la domanda di prestazioni psicologiche riguarda una pluralità di ambiti e fasce della popolazione e non si esaurisce nel trattamento dei disturbi mentali, comprendendo, al contrario, anche la prevenzione, il sostegno nelle fasi di particolare vulnerabilità, gli interventi in età evolutiva, il supporto alle famiglie e alle persone con patologie croniche o disabilità, nonché la necessità di assistenza nei contesti scolastici, lavorativi e sociali;

    particolare attenzione richiedono, infatti, i minori e i giovani, per i quali l'individuazione precoce delle situazioni di disagio e la tempestività dell'intervento possono contribuire a prevenire l'evoluzione delle difficoltà psicologiche in condizioni più complesse, riducendo il rischio di interruzione dei percorsi scolastici e relazionali e di ricorso tardivo ai servizi specialistici;

    secondo il Rapporto sulla salute mentale del Ministero della salute, nel corso del 2024 sono state assistite dai servizi specialistici 845.516 persone e 272.497 persone sono entrate in contatto per la prima volta nell'anno con i Dipartimenti di salute mentale. Nello stesso periodo, i servizi territoriali hanno erogato oltre 10 milioni di prestazioni, delle quali il 7,4 per cento riconducibile ad attività psicologica e psicoterapica, nell'ambito del complesso degli interventi rilevati;

    il Servizio sanitario nazionale assicura prestazioni psicologiche e psicoterapeutiche attraverso una pluralità di strutture e servizi, tra i quali i Dipartimenti di salute mentale, i consultori familiari, i servizi per l'età evolutiva, le strutture ospedaliere e i servizi territoriali. Tuttavia, la disponibilità concreta delle prestazioni, le modalità di accesso e la continuità dei percorsi assistenziali possono differire tra territori, rendendo necessario un rafforzamento del coordinamento tra le diverse realtà e della capacità di presa in carico;

    in tale contesto, la presenza di professionisti adeguatamente formati costituisce una condizione indispensabile al fine di garantire l'effettiva accessibilità delle prestazioni, mentre si rende necessaria una ricognizione aggiornata dei professionisti impiegati nei servizi pubblici, delle prestazioni erogate, dei tempi di accesso, delle liste di attesa, della distribuzione territoriale delle strutture e dei bisogni assistenziali non soddisfatti, al fine di individuare le principali criticità e orientare gli interventi di potenziamento;

    la continuità e l'efficienza della presa in carico richiedono, inoltre, un coordinamento stabile tra psicologi, medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, neuropsichiatri infantili, psichiatri, consultori e servizi sociali, nonché con gli altri professionisti coinvolti nei percorsi assistenziali, con particolare riferimento alle situazioni di maggiore complessità, quali i minori, i giovani e le persone che necessitano di interventi prolungati o multidisciplinari,

impegna il Governo:

   a promuovere, nell'attuazione della delega di cui al presente provvedimento e nel rispetto delle competenze regionali, una ricognizione aggiornata del fabbisogno di psicologi nel Servizio sanitario nazionale, con particolare riferimento ai servizi territoriali, ai consultori, ai Dipartimenti di salute mentale, ai servizi per l'età evolutiva e alle strutture ospedaliere, al fine di orientare la programmazione formativa alle esigenze rilevate e favorire percorsi integrati di accesso e presa in carico, con particolare attenzione ai minori e ai giovani;

   a favorire l'individuazione di indicatori omogenei e modalità uniformi di rilevazione delle prestazioni psicologiche, al fine di rendere confrontabili i dati tra territori, monitorare la disponibilità dei professionisti, i tempi di attesa, l'accessibilità dei servizi e la continuità dei percorsi assistenziali, nonché valutare periodicamente l'adeguatezza dell'offerta rispetto ai bisogni della popolazione, con specifico riferimento alle risorse e ai piani di aggiornamento necessari al fine di superare eventuali criticità rilevate.
9/2700-A/56. Benzoni.

   La Camera,

   premesso che:

    il disegno di legge in esame, recante «Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie», interviene anche sui percorsi formativi e sulla valorizzazione delle competenze dei professionisti sanitari, offrendo l'occasione per promuovere un aggiornamento delle competenze coerente con i bisogni assistenziali dei pazienti affetti da patologie croniche complesse;

    le bronchiectasie sono una patologia respiratoria cronica caratterizzata da dilatazioni irreversibili dei bronchi, sintomi persistenti e possibili episodi di riacutizzazione, con conseguenze rilevanti sulla qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie;

    la patologia presenta criticità rilevanti sotto il profilo della tempestività diagnostica e della continuità assistenziale. Secondo i dati disponibili, la diagnosi definitiva richiede mediamente circa tre anni e mezzo dall'insorgenza dei sintomi, mentre l'accesso a un centro pneumologico specializzato avviene mediamente dopo circa nove anni;

    i medici di medicina generale rappresentano spesso il primo punto di accesso al Servizio sanitario nazionale per i pazienti con sintomi respiratori persistenti. La difficoltà di riconoscere tempestivamente le bronchiectasie e di distinguerle da altre patologie respiratorie può determinare ritardi diagnostici, peggioramento delle condizioni cliniche e ricorso a trattamenti non appropriati;

    la medicina generale svolge un ruolo essenziale non soltanto nell'individuazione precoce della patologia e nell'orientamento del paziente verso gli accertamenti diagnostici e i centri specialistici, ma anche nella continuità dell'assistenza e nel monitoraggio dell'andamento della malattia cronica;

    la gestione delle bronchiectasie richiede un approccio multidisciplinare, nel quale il medico di medicina generale e lo specialista collaborino nella presa in carico del paziente, nel monitoraggio delle condizioni cliniche, nella gestione delle terapie croniche e nell'attuazione delle indicazioni terapeutiche specialistiche, comprese quelle relative alla fisioterapia respiratoria;

    particolare rilevanza assume la gestione delle riacutizzazioni, che richiede il riconoscimento tempestivo del peggioramento dei sintomi, l'individuazione dei criteri per l'intervento clinico e l'attivazione di percorsi condivisi tra medicina generale e pneumologia, al fine di ridurre il rischio di complicanze e di accessi ospedalieri evitabili;

    la fisioterapia respiratoria costituisce una componente importante della gestione delle bronchiectasie e richiede competenze specifiche, anche in relazione all'individuazione e all'applicazione delle tecniche più appropriate per il paziente, secondo le indicazioni cliniche e specialistiche;

    appare pertanto opportuno rafforzare la formazione dei fisioterapisti respiratori e promuovere una collaborazione continuativa con i medici e gli altri professionisti coinvolti nella presa in carico,

impegna il Governo

a valutare l'opportunità di adottare, nell'ambito delle proprie competenze e in coerenza con il quadro normativo vigente e i contenuti del provvedimento in esame, iniziative volte a:

  promuovere il rafforzamento della formazione specifica dei medici di medicina generale sul riconoscimento precoce delle bronchiectasie, con particolare riferimento ai sintomi suggestivi della patologia, ai criteri che orientano gli approfondimenti diagnostici, all'individuazione dei casi che necessitano di valutazione pneumologica specialistica e alla tempestiva attivazione dei relativi percorsi;

  favorire modelli di presa in carico integrata tra medici di medicina generale e specialisti in pneumologia, anche attraverso percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali e procedure condivise, per assicurare continuità assistenziale, monitoraggio clinico e gestione coordinata delle terapie croniche, nel rispetto delle rispettive competenze professionali e delle indicazioni dello specialista;

  promuovere la definizione e la diffusione di percorsi condivisi per il riconoscimento e la gestione delle riacutizzazioni delle bronchiectasie, prevedendo modalità di raccordo tempestivo con lo specialista, criteri per l'eventuale rivalutazione specialistica e indicazioni per l'accesso ai livelli assistenziali appropriati;

  valorizzare la formazione specialistica dei fisioterapisti respiratori sul trattamento delle bronchiectasie.
9/2700-A/57. Cappellacci.

A.C. 2124-A
QUESTIONI PREGIUDIZIALI
Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e di revoca della cittadinanza.

N. 1.

Seduta del 20 ottobre 2026
QUESTIONI PREGIUDIZIALI
DI COSTITUZIONALITÀ

   La Camera,

   premesso che:

    ad avviso dei firmatari del presente atto, resta ferma la necessità di distinguere tra la legittima esigenza di verificare i requisiti per l'acquisto della cittadinanza e l'introduzione di preclusioni automatiche, fondate sulla mera esistenza di una condanna, senza un'adeguata valutazione della gravità del fatto, della situazione individuale e della finalità della disciplina;

    il testo in titolo interviene sulla legge n. 91 del 1992, introducendo, in particolare, nuove cause ostative per gli stranieri nati in Italia che intendono acquistare la cittadinanza al raggiungimento della maggiore età, ampliando i requisiti di condotta e linguistici e modificando la disciplina della revoca;

    l'equiparazione di situazioni diverse non significa necessariamente realizzare l'uguaglianza, soprattutto quando le modalità di acquisto della cittadinanza hanno presupposti differenti, e quando l'acquisto è subordinato a una valutazione discrezionale dell'amministrazione oppure discende dall'accertamento di requisiti previsti dalla legge;

    l'acquisto e la revoca della cittadinanza intervengono su una materia che incide profondamente sulla condizione giuridica delle persone, sulla loro partecipazione alla comunità politica e sulla possibilità di consolidare un percorso di vita, di formazione e di integrazione sviluppato nel nostro Paese;

    la cittadinanza non costituisce soltanto uno status formale, ma rappresenta il riconoscimento di un legame giuridico e politico con la Repubblica, dal quale discendono diritti, doveri e possibilità di piena partecipazione alla vita democratica. La sua disciplina deve pertanto essere coerente con i princìpi costituzionali di uguaglianza, ragionevolezza, proporzionalità e tutela della dignità della persona;

    il testo in titolo, nel perseguire l'obiettivo dichiarato di rafforzare i requisiti di condotta e di uniformare le condizioni per l'acquisto e la revoca della cittadinanza, introduce ulteriori cause ostative, amplia i requisiti richiesti e interviene sulle fattispecie penali rilevanti, con il rischio di trasformare la verifica individuale dei presupposti per l'acquisto o il mantenimento dello status in un sistema di preclusioni automatiche;

    l'articolo 3 della Costituzione impone che situazioni uguali siano trattate in modo uguale e situazioni diverse in modo ragionevolmente differenziato, vietando tanto le discriminazioni arbitrarie quanto le equiparazioni prive di un'adeguata giustificazione;

    la legittimità di una disciplina differenziata non può quindi essere valutata sulla base della sola esigenza di uniformare formalmente fattispecie giuridiche diverse, ma richiede di verificare la comparabilità delle situazioni e la ragionevolezza dei criteri prescelti;

    le modalità di acquisto della cittadinanza previste dalla legge n. 91 del 1992 rispondono a presupposti differenti. L'acquisto da parte dello straniero nato in Italia, che abbia risieduto legalmente e ininterrottamente nel territorio nazionale fino alla maggiore età, si fonda su una specifica condizione personale e su un percorso di radicamento nel Paese; l'acquisto per matrimonio e quello per naturalizzazione rispondono invece a differenti presupposti e, in particolare per la naturalizzazione, a una valutazione amministrativa caratterizzata da ampi margini di discrezionalità;

    ne consegue che l'estensione indistinta di requisiti e cause ostative concepiti per procedimenti differenti non realizza necessariamente una maggiore uguaglianza, potendo al contrario determinare un trattamento irragionevolmente sfavorevole proprio nei confronti di persone nate e cresciute in Italia, per le quali il legame con la comunità nazionale si è formato sin dall'infanzia. Il legislatore è certamente legittimato a verificare l'effettiva sussistenza dei requisiti previsti per l'acquisto della cittadinanza, ma deve individuare criteri pertinenti rispetto alla specifica fattispecie e proporzionati alla finalità perseguita;

    particolarmente problematica appare l'introduzione di preclusioni collegate alla mera esistenza di una condanna penale, quando la disciplina non assicuri una valutazione adeguata della natura e della gravità del reato, delle circostanze del fatto, della sua risalenza nel tempo, della condotta successiva dell'interessato e del percorso di reinserimento sociale eventualmente intrapreso;

    il sistema penale italiano si fonda sulla responsabilità personale, sulla graduazione della risposta sanzionatoria in relazione alla gravità del fatto e sulle finalità rieducative della pena, secondo quanto stabilito dagli articoli 25 e 27 della Costituzione – una condanna penale può costituire un elemento rilevante nella valutazione dei requisiti per l'acquisto della cittadinanza, ma non dovrebbe tradursi, senza un adeguato giudizio di proporzionalità, in una conseguenza ulteriore e automatica, capace di compromettere indefinitamente le prospettive di integrazione della persona;

    la distinzione tra condanna non definitiva e condanna irrevocabile, nonché tra diverse tipologie di provvedimenti e di esiti del procedimento penale, assume rilievo essenziale – una disciplina che non distingua adeguatamente tali situazioni rischia di attribuire conseguenze sproporzionate a fatti o decisioni che non presentano il medesimo grado di stabilità giuridica e di accertamento della responsabilità;

    l'introduzione di cause ostative generalizzate rischia inoltre di confondere la valutazione di un comportamento passato con un giudizio permanente sull'affidabilità futura della persona, trascurando il tempo trascorso, l'evoluzione individuale e la funzione rieducativa e reintegrativa del sistema penale. In tal modo, la cittadinanza potrebbe assumere la funzione impropria di una sanzione ulteriore, non commisurata alla specifica responsabilità accertata e potenzialmente capace di vanificare percorsi di reinserimento;

    analoghe perplessità riguardano la disciplina della revoca della cittadinanza, rispetto alla quale occorre distinguere la posizione di chi aspira ad acquistare uno status da quella di chi ne è già titolare. La revoca incide su una condizione giuridica acquisita e può produrre conseguenze particolarmente gravi sulla vita personale e familiare, sull'esercizio dei diritti e sulla stabilità del rapporto con lo Stato. Essa richiede pertanto presupposti rigorosi, garanzie effettive e un'attenta verifica della proporzionalità della misura;

    la finalità di assicurare il rispetto della legge e di tutelare la sicurezza della collettività non può giustificare una disciplina che prescinda dalle differenze sostanziali tra le modalità di acquisto della cittadinanza, equiparare situazioni individuali non omogenee o attribuire a qualsiasi condanna conseguenze preclusive automatiche, senza una verifica adeguata della gravità dei fatti e della proporzionalità degli effetti;

    la cittadinanza deve essere disciplinata mediante criteri chiari, verificabili e coerenti con i princìpi costituzionali, garantendo che l'eventuale rilevanza dei precedenti penali sia valutata alla luce della specifica fattispecie, della natura del reato, della definitività della condanna e delle circostanze individuali pertinenti, senza trasformare la disciplina dell'acquisto o della revoca in un improprio prolungamento della risposta punitiva;

    i firmatari stigmatizzano, altresì:

    l'assenza di considerazione per i reati commessi in età minorile, a fronte della specificità del sistema penale minorile, della personalità in evoluzione del minore e della centralità delle finalità educative e di reinserimento sociale; anche in tali casi, la mera condanna non può determinare un'automatica preclusione all'acquisto della cittadinanza, dovendosi valorizzare la condotta successiva, il percorso scolastico e l'effettiva evoluzione personale, escludendo la preclusione qualora risulti positivamente realizzato un percorso di reinserimento sociale e non siano intervenute ulteriori condanne definitive per reati rilevanti ai fini della disciplina;

    l'approccio esclusivamente securitario e sanzionatorio privo di qualunque misura di prevenzione della criminalità giovanile e di promozione della legalità costituzionale che, al fine di salvaguardare la collettività, tutelare la sicurezza pubblica e la sicurezza della Repubblica, promuovere la cultura della legalità, la partecipazione civica e l'inclusione sociale si proponga di contrastare le dipendenze e prevenire il coinvolgimento dei giovani da parte delle organizzazioni criminali con riguardo, in particolare, alle condotte che precludono all'acquisto della cittadinanza e conducono alla sua revoca, con interventi educativi che affianchino alle misure penali previste dalla proposta in titolo con azioni di prevenzione, educazione e rimozione delle condizioni di vulnerabilità;

    per tutte le ragioni esposte,

delibera

di non procedere all'esame della proposta di legge n. 2124-A.
N. 1. Alfonso Colucci, Baldino, Auriemma, Penza.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge A.C. 2124-A, recante «Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e di revoca della cittadinanza» introduce nuove cause ostative all'acquisto della cittadinanza italiana, estende le ipotesi di sospensione dei relativi procedimenti, amplia le fattispecie di reato che possono determinarne la revoca e disciplina ulteriori condizioni per il riacquisto della cittadinanza;

    l'istituto dell'acquisto della cittadinanza da parte dello straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente e senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, disciplinato dall'articolo 4, comma 2, della legge n. 91 del 1992, rappresenta una delle principali modalità attraverso cui le persone nate e cresciute nel nostro Paese possono acquisire la cittadinanza italiana;

    l'acquisto della cittadinanza al compimento della maggiore età incide profondamente sulle traiettorie di vita delle persone interessate, determinando opportunità, diritti e condizioni di partecipazione alla vita sociale, economica e politica del Paese e non produce esclusivamente effetti giuridici poiché incide, in maniera profonda, sulle opportunità educative, lavorative, relazionali e personali delle persone direttamente interessate, contribuendo a determinare percorsi di inclusione oppure, al contrario, condizioni di precarietà che possono protrarsi per molti anni;

    sono differenze e condizioni che emergono in molteplici occasioni della vita quotidiana: possono riguardare la partecipazione a programmi di mobilità internazionale nell'ambito del percorso formativo, la necessità di richiedere visti per viaggiare, l'accesso ad alcune opportunità formative o professionali, la partecipazione a concorsi pubblici o, più in generale, la semplicità con cui è possibile progettare il proprio futuro o indossare i colori dell'Italia in eventi sportivi internazionali. Si tratta di situazioni che, considerate singolarmente, possono apparire circoscritte, ma che nel loro insieme contribuiscono a produrre una progressiva percezione di distanza e differenza rispetto ai propri coetanei;

    il provvedimento all'esame dell'Assemblea contiene profonde e insuperabili criticità di merito, stigmatizzate sia da tutti gli auditi che dal dibattito nella commissione referente, poiché si incide su uno status giuridico fondamentale per la partecipazione dell'individuo alla comunità nazionale, dal quale discendono diritti e doveri costituzionalmente rilevanti che costituiscono il presupposto dell'esercizio dei diritti politici e della piena partecipazione alla comunità;

    benché la disciplina dell'acquisto della cittadinanza rientri nella discrezionalità riconosciuta al legislatore, tale discrezionalità incontra limiti inderogabili nei princìpi di uguaglianza, ragionevolezza e proporzionalità sanciti dalla Costituzione con particolare riguardo alle disposizioni contenute negli articoli 3 e 27;

    l'articolo 1, comma 1, lettere a) e b), introduce nella legge n. 91 del 1992 un nuovo articolo 4-bis, che preclude l'acquisto della cittadinanza italiana allo straniero nato in Italia e che vi abbia risieduto legalmente e senza interruzioni fino alla maggiore età, qualora abbia riportato condanne per determinate categorie di delitti;

    la disposizione stabilisce, in particolare, una causa ostativa per i delitti di cui al libro secondo, titolo I, capi I, II e III, del codice penale, puniti con la reclusione, nonché per i delitti richiamati dall'articolo 10-bis della legge n. 91 del 1992, senza introdurre, per tali fattispecie, una soglia minima di pena o una valutazione individualizzata della gravità della condotta;

    ne consegue che la disposizione attribuisce il medesimo effetto preclusivo a condotte che possono presentare livelli sensibilmente differenti di gravità e offensività, senza consentire di valorizzare adeguatamente le circostanze del fatto, l'età dell'interessato al momento della commissione del reato, il tempo trascorso e il successivo percorso di integrazione sociale;

    pur prevedendo una specifica eccezione nei casi di sospensione condizionale della pena e la cessazione degli effetti preclusivi a seguito di riabilitazione, la disciplina conserva un carattere sostanzialmente automatico che appare suscettibile di determinare conseguenze sproporzionate rispetto alle finalità perseguite;

    tale automatismo solleva pertanto rilevanti dubbi di compatibilità con l'articolo 3 della Costituzione, sotto i profili della ragionevolezza e della proporzionalità, in quanto determina un trattamento indifferenziato di situazioni oggettivamente diverse;

    il comma 3 del nuovo articolo 4-bis prevede la sospensione dell'acquisto della cittadinanza fino alla comunicazione della sentenza definitiva qualora sia stata promossa l'azione penale nei confronti dell'interessato per uno dei delitti individuati dal comma 1;

    la disposizione determina così il differimento dell'acquisto della cittadinanza sulla base della mera pendenza di un giudizio penale, indipendentemente dall'accertamento definitivo della responsabilità dell'interessato;

    la sospensione non è subordinata a una valutazione individualizzata della gravità delle imputazioni, delle concrete circostanze del caso e dell'effettiva sussistenza di esigenze di tutela dell'ordine pubblico, né è accompagnata dalla previsione di un termine massimo di durata;

    tale meccanismo può comportare il protrarsi della sospensione per un periodo particolarmente lungo, anche in presenza di una successiva pronuncia assolutoria, facendo dipendere l'effettivo esercizio della facoltà di acquistare la cittadinanza da circostanze processuali non necessariamente imputabili al richiedente;

    analoghe criticità emergono dall'articolo 1, comma 1, lettera c), che introduce nell'articolo 9.1 della legge n. 91 del 1992 i nuovi commi 1-bis e 1-ter, prevedendo ulteriori preclusioni e la sospensione della concessione della cittadinanza in relazione a procedimenti penali in corso;

    l'espressa previsione, nel comma 1-bis, di una preclusione collegata anche alla pendenza di procedimenti penali, accanto alla distinta disciplina della sospensione contenuta nel successivo comma 1-ter, determina inoltre un'incertezza circa gli effetti giuridici attribuiti alla mera sottoposizione a procedimento penale;

    tali disposizioni presentano profili di possibile contrasto con gli articoli 3 e 27, secondo comma, della Costituzione, nella misura in cui collegano alla pendenza del procedimento penale effetti sfavorevoli potenzialmente prolungati, senza un adeguato bilanciamento tra l'interesse pubblico e il principio di presunzione di non colpevolezza;

    l'articolo 1, comma 1, lettera f), amplia ulteriormente l'ambito applicativo dell'articolo 10-bis della legge n. 91 del 1992, estendendo le ipotesi di revoca della cittadinanza a ulteriori fattispecie delittuose, mediante il richiamo all'articolo 407, comma 2, lettera a), numeri 3), 4) e 7-ter), del codice di procedura penale, agli articoli 270-ter, 270-quinquies.2, 583-bis e 601 del codice penale, nonché all'articolo 12-bis del decreto legislativo n. 286 del 1998;

    la revoca della cittadinanza costituisce una misura di eccezionale gravità, suscettibile di incidere in maniera radicale e duratura sullo status personale dell'individuo, sui suoi rapporti familiari, sulla sua vita privata e sull'esercizio dei diritti derivanti dall'appartenenza alla comunità nazionale;

    la disciplina della revoca continua a operare nei confronti dei cittadini che abbiano acquisito la cittadinanza secondo le modalità indicate dall'articolo 10-bis, determinando una differenziazione rispetto ai cittadini italiani per nascita, ai quali non è applicabile la medesima conseguenza per la commissione degli stessi reati;

    tale distinzione, pur muovendo da condizioni giuridiche originariamente differenti, necessita di una rigorosa giustificazione sul piano della ragionevolezza costituzionale, considerato che, una volta acquisita, la cittadinanza attribuisce uno status comune ai suoi titolari;

    l'ulteriore ampliamento delle ipotesi di revoca accentua pertanto i dubbi di compatibilità della disciplina con l'articolo 3 della Costituzione, nella misura in cui introduce conseguenze differenziate di particolare gravità in ragione delle modalità di acquisto dello status di cittadino;

    la perdita della cittadinanza italiana, qualora l'interessato non sia titolare della cittadinanza di un altro Stato membro, comporta anche la perdita della cittadinanza dell'Unione europea e dei diritti ad essa connessi, riconosciuti dall'articolo 20 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea;

    la Corte di giustizia dell'Unione europea, nelle sentenze Rottmann, causa C-135/08, del 2 marzo 2010, e Tjebbes e altri, causa C-221/17, del 12 marzo 2019, ha affermato che l'esercizio delle competenze nazionali in materia di perdita della cittadinanza deve rispettare il principio di proporzionalità, imponendo, quando ne discenda la perdita della cittadinanza europea, una valutazione delle conseguenze della misura sulla situazione individuale dell'interessato e, se del caso, dei suoi familiari;

    la disciplina oggetto della proposta non introduce, in relazione alle nuove ipotesi di revoca, un'espressa previsione che imponga la valutazione individualizzata delle conseguenze della perdita della cittadinanza nazionale e di quella europea, con particolare riguardo alla vita familiare, alla condizione personale e ai diritti fondamentali coinvolti;

    tale omissione solleva dubbi di compatibilità con l'articolo 117, primo comma, della Costituzione, in relazione agli obblighi derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea, oltre che con i princìpi di ragionevolezza e proporzionalità di cui all'articolo 3 della Costituzione;

    l'articolo 1, comma 1, lettera g), introduce nell'articolo 13 della legge n. 91 del 1992 una nuova ipotesi di riacquisto della cittadinanza successivamente alla revoca, subordinandola, tra l'altro, al decorso di dieci anni dalla definitività del provvedimento adottato a seguito della cessazione della pericolosità sociale e all'assenza di nuove condanne definitive o dichiarazioni di pericolosità sociale per i fatti previsti dall'articolo 10-bis, comma 1;

    la disposizione collega il decorso del termine decennale a un provvedimento relativo alla cessazione della pericolosità sociale, senza disciplinare espressamente la posizione di coloro nei cui confronti non sia mai intervenuta una dichiarazione di pericolosità sociale;

    tale formulazione appare idonea a determinare incertezze applicative e possibili disparità di trattamento tra soggetti sottoposti alla medesima misura di revoca, rendendo non chiaramente individuabile, in alcune ipotesi, il momento dal quale decorre il termine per il riacquisto della cittadinanza;

    le disposizioni del provvedimento, considerate singolarmente e nel loro complesso, introducono limitazioni particolarmente incisive all'acquisto e al mantenimento della cittadinanza italiana, attraverso automatismi preclusivi, sospensioni potenzialmente indeterminate e ulteriori fattispecie di revoca, senza assicurare in ogni caso un adeguato bilanciamento tra le finalità di sicurezza pubblica e la tutela dei princìpi costituzionali;

    le esigenze di prevenzione e repressione dei reati, pur pienamente meritevoli di tutela, non possano giustificare discipline che prescindano dai princìpi di ragionevolezza, proporzionalità e necessaria considerazione delle specifiche condizioni personali;

    la disciplina vigente della revoca opera, inoltre, nei confronti di coloro che abbiano acquisito la cittadinanza secondo determinate modalità, introducendo una differenziazione rispetto ai cittadini italiani per nascita che, pur responsabili dei medesimi reati, non sono soggetti alla perdita del proprio status;

    la perdita della cittadinanza italiana comporta altresì, ove non sussista la cittadinanza di un altro Stato membro, la perdita della cittadinanza dell'Unione europea e dei diritti ad essa connessi;

    ne deriva l'esigenza di assicurare il rispetto dei princìpi di proporzionalità elaborati nell'ordinamento dell'Unione europea, rilevanti nell'ordinamento interno ai sensi dell'articolo 117, primo comma, della Costituzione, con particolare attenzione alla valutazione individuale delle conseguenze della revoca;

    l'introduzione di preclusioni automatiche, sospensioni potenzialmente indeterminate ed ulteriori ipotesi di revoca della cittadinanza, senza un'adeguata valorizzazione delle specifiche circostanze individuali, rischia di alterare il necessario equilibrio tra interesse pubblico e tutela dei diritti della persona;

    la cittadinanza, in quanto status giuridico da cui derivano fondamentali situazioni soggettive, non può essere regolata prescindendo dal rispetto dei princìpi costituzionali che presiedono alla ragionevolezza delle scelte legislative;

    alla luce del quadro complessivo fin qui esposto appare evidente che la proposta di legge A.C. 2124-A presenta, nel suo complesso, significativi profili di contrasto con gli articoli 2, 3, 10, 27 e 117 della Costituzione,

delibera

di non procedere all'esame della proposta di legge n. 2124-A.
N. 2. Zaratti, Zanella, Bonelli, Fratoianni, Borrelli, Dori, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.

QUESTIONE PREGIUDIZIALE
DI MERITO

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame interviene sulla disciplina dell'acquisto della cittadinanza italiana, introducendo nuove cause ostative di natura penale, la sospensione dei procedimenti in presenza di processi penali pendenti e l'ampliamento delle ipotesi di revoca della cittadinanza acquisita, attraverso l'utilizzazione di strumenti normativi eccessivamente rigidi, soprattutto con riferimento alle persone nate in Italia e legalmente residenti, senza interruzioni, fino al compimento della maggiore età;

    il testo che giunge all'esame dell'Assemblea, come emendato all'ultimo momento dagli stessi proponenti durante l'esame in commissione, interviene sulle cause ostative all'acquisto della cittadinanza individuando una categoria di reati preclusivi dell'acquisto, certamente meno ampia di quella inizialmente prevista, senza tuttavia superare le numerose criticità costituzionali emerse durante le audizioni e connesse all'automatismo e alla proporzionalità delle misure previste, anche con riferimento alla disciplina degli effetti della pena sospesa e della pendenza dell'azione penale;

    la proposta assimila in parte la condizione di chi nasce e cresce in Italia a quella di chi richiede la naturalizzazione dopo essere giunto nel territorio nazionale in età adulta, senza riconoscere adeguatamente la diversità delle rispettive situazioni. Tale equiparazione determina un trattamento uniforme di condizioni profondamente differenti e solleva rilevanti dubbi di ragionevolezza, in quanto trascura il radicamento territoriale, sociale, culturale e relazionale maturato nel corso dell'intera vita da parte di chi è nato e cresciuto in Italia, frequentando le nostre scuole;

    il nuovo articolo 4-bis, pur circoscrivendo le cause ostative rispetto alla formulazione originaria, continua a incidere su una fattispecie che richiederebbe una disciplina specifica e proporzionata alla condizione di chi è nato e cresciuto nel territorio nazionale. La differenza tra integrazione originaria e integrazione maturata successivamente all'ingresso in Italia non viene infatti adeguatamente valorizzata, con il rischio di assoggettare persone caratterizzate da percorsi di vita profondamente diversi a meccanismi preclusivi non sufficientemente calibrati;

    il nuovo catalogo delle cause ostative all'acquisto della cittadinanza individua i delitti contro la personalità dello Stato puniti con la reclusione, i delitti in materia di stupefacenti e ulteriori delitti puniti con una pena edittale massima non inferiore a tre anni, quando aggravati ai sensi dell'articolo 604-ter del codice penale. La maggiore selettività del catalogo non elimina, tuttavia, i dubbi di ragionevolezza e proporzionalità: la previsione continua a ricomprendere fattispecie eterogenee per gravità e offensività e non introduce, per tutte le ipotesi, una soglia minima della pena concretamente irrogata né una valutazione individualizzata della condotta, del tempo trascorso dal fatto e del comportamento successivo dell'interessato. La preclusione resta pertanto collegata in larga misura alla tipologia del reato, senza un adeguato bilanciamento con la situazione personale del richiedente;

    particolarmente critica resta la disciplina della sospensione del procedimento di cittadinanza: il testo all'esame dell'Assemblea stabilisce che l'acquisto sia sospeso fino alla comunicazione della sentenza definitiva qualora sia stata promossa l'azione penale per i delitti individuati dal nuovo articolo 4-bis. Con tale previsione permane dunque un automatismo che collega un effetto pregiudizievole alla sola instaurazione dell'azione penale, prima dell'accertamento definitivo della responsabilità. Anche in questa formulazione, la sospensione può protrarsi per anni, con conseguenze incisive sulla posizione del richiedente e con il rischio di trasformarsi, nei fatti, in un diniego differito della cittadinanza;

    tale previsione solleva dubbi di compatibilità con il principio costituzionale di non colpevolezza e con i criteri di ragionevolezza e proporzionalità, poiché non distingue in modo adeguato in relazione alla durata del procedimento, alle circostanze concrete e all'effettiva necessità della sospensione. Il testo non prevede inoltre un termine massimo oltre il quale il procedimento amministrativo debba comunque riprendere, né subordina la sospensione a un provvedimento motivato che valuti individualmente la posizione dell'interessato. Il riferimento alla comunicazione della sentenza definitiva, senza un limite temporale, lascia quindi sussistere il rischio che i tempi della giustizia penale si traducano in un ostacolo prolungato all'acquisto della cittadinanza, anche quando il procedimento si concluda senza una condanna;

    la clausola ostativa relativa ai «comprovati motivi inerenti alla sicurezza della Repubblica» non risulta poi accompagnata da una sufficiente tipizzazione dei presupposti applicativi, dall'indicazione dei criteri di accertamento e da adeguate garanzie procedimentali. L'ampiezza della discrezionalità amministrativa, unita alla scarsa prevedibilità delle decisioni, espone l'applicazione della disposizione a rischi di arbitrarietà e compromette la necessaria determinatezza della disciplina di uno status personale di primaria rilevanza;

    assai grave poi è la circostanza che l'ampliamento delle ipotesi di revoca della cittadinanza, pur mantenendo la condizione che l'interessato possieda o possa acquisire un'altra cittadinanza, non sia accompagnato da un rafforzamento delle garanzie contro il rischio di apolidia né da una più esplicita disciplina della valutazione di proporzionalità. Tale scelta appare particolarmente delicata in un quadro normativo nel quale si amplia contestualmente il ricorso a preclusioni automatiche e a misure incidenti sullo status personale, in palese violazione degli obblighi internazionali già vigenti e della giurisprudenza in materia della Corte di giustizia;

    l'estensione della revoca solleva inoltre un serio problema di uguaglianza tra cittadini per nascita, mai assoggettati a revoca, e cittadini per acquisto, che ora possono essere privati della cittadinanza anche per i reati sopra indicati; la revoca della cittadinanza diventa cioè una sanzione accessoria, ulteriore rispetto alla pena, collegata alla commissione di alcuni delitti, configurando così una vera e propria disparità di trattamento tra «cittadini di serie A» e «cittadini di serie B» e una evidente lesione dell'articolo 3 della Costituzione a fronte di cittadini nati e cresciuti in Italia, e la cui unica differenza risiede nel momento in cui lo status di cittadino viene acquisito;

    nel loro complesso, le disposizioni in esame delineano un sistema che privilegia automatismi, clausole generiche e adempimenti formali, senza un'adeguata graduazione delle conseguenze giuridiche né una sufficiente considerazione delle differenze tra le situazioni disciplinate e senza distinguere adeguatamente tra chi chiede di acquisire la cittadinanza dopo un percorso di permanenza in Italia e chi, essendovi nato e cresciuto, ha già maturato un radicamento originario nel tessuto nazionale. Ne derivano rilevanti dubbi di compatibilità con i princìpi costituzionali di ragionevolezza, proporzionalità e non colpevolezza, nonché con l'esigenza di determinatezza e prevedibilità delle norme che incidono sull'acquisto e sulla conservazione della cittadinanza;

    la selezione dei reati ostativi resta priva di un sistema pienamente individualizzato di valutazione, la sospensione del procedimento continua a operare automaticamente e senza un termine massimo e la revoca della cittadinanza acquisita non viene accompagnata da un rafforzamento delle garanzie contro l'apolidia e da una più rigorosa valutazione di proporzionalità, mentre permane la genericità della clausola relativa alla sicurezza della Repubblica,

delibera

di non procedere all'esame della proposta di legge n. 2124-A.
N. 1. Bonafè, Mauri, Cuperlo, Fornaro.

A.C. 2124-A
EMENDAMENTI
Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e di revoca della cittadinanza.
Relatrice: BORDONALI.

N. 4.

Seduta del 27 ottobre 2026

(Il fascicolo non comprende
gli emendamenti ritirati)

EMENDAMENTI SEGNALATI
PER LA VOTAZIONE

ART. 1.

  Sopprimerlo.
*1.1. Mauri, Bonafè, Cuperlo, Fornaro, Bakkali, Boldrini.
*1.2. Baldino, Alfonso Colucci, Auriemma, Penza.

  Sostituirlo con il seguente:

Art. 1.

  1. Alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, sono apportate le seguenti modificazioni:

   a) all'articolo 4, il comma 2 è sostituito dal seguente:

   «2. Lo straniero nato in Italia acquista la cittadinanza italiana qualora vi abbia risieduto legalmente e ininterrottamente per almeno venti anni, sottoscriva formale dichiarazione di avvenuta assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana e dimostri una conoscenza della lingua italiana, parlata e scritta, pari al livello C1. La dichiarazione di voler acquistare la cittadinanza è resa all'ufficiale dello stato civile del comune di residenza, da parte del richiedente nei cui confronti non pendano procedimenti penali e non siano state pronunciate sentenze irrevocabili di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale per un delitto per il quale sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a sei mesi, ovvero, a prescindere dalla pena edittale, per i reati di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, per i reati in materia di armi, munizioni ed esplosivi, nonché di immigrazione clandestina di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e per i reati di frode o indebita percezione di erogazioni, contributi o sussidi pubblici. La pendenza di un procedimento penale per i reati di cui al presente comma determina la sospensione immediata ed obbligatoria del procedimento di acquisto della cittadinanza fino alla sentenza definitiva di proscioglimento o al decreto di archiviazione irrevocabile.»;

   b) all'articolo 6, comma 1, la lettera b) è sostituita dalla seguente:

   «b) la condanna, con sentenza passata in giudicato o con sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale: per un delitto non colposo per il quale sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a sei mesi; per qualsiasi violazione del decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, ivi compresa ogni fattispecie di cui all'articolo 73, a prescindere dalla pena edittale prevista; per i reati previsti dalle leggi speciali in materia di armi, munizioni ed esplosivi, nonché di immigrazione clandestina di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286; per i reati di frode o indebita percezione di erogazioni, contributi o sussidi pubblici; ovvero per un reato non politico a una pena detentiva da parte di un'autorità giudiziaria straniera, quando la sentenza sia stata riconosciuta in Italia;»;

   c) all'articolo 6, il comma 4 è sostituito dal seguente:

   «4. L'acquisto della cittadinanza ai sensi dell'articolo 5 è obbligatoriamente sospeso qualora pendano procedimenti penali, sia stata promossa l'azione penale o siano in corso indagini per uno dei delitti o dei reati ostativi all'acquisto della cittadinanza previsti dalla presente legge, fino alla comunicazione della sentenza definitiva di assoluzione o del decreto di archiviazione divenuto irrevocabile, nonché per il tempo in cui è pendente il procedimento di riconoscimento della sentenza straniera di cui al medesimo comma 1, lettera b).»;

   d) all'articolo 9, comma 1, la lettera a-bis) è abrogata;

   e) all'articolo 9-ter, il comma 1 è sostituito dal seguente:

   «1. Il termine di definizione dei procedimenti di cui agli articoli 5 e 9 è fissato in sei mesi dalla data di presentazione della domanda, prorogabili per un periodo massimo e non reiterabile di ulteriori sei mesi esclusivamente nei casi di documentata complessità dell'istruttoria concernente la verifica dei requisiti di sicurezza e dei carichi pendenti. Restano ferme le ipotesi di sospensione dei termini previste dall'articolo 4, comma 2, e dall'articolo 6, comma 4.»;

   f) dopo l'articolo 9-ter è inserito il seguente:

   «Art. 9-quater. – 1. Fermo restando quanto previsto dall'articolo 3, non può in alcun caso acquistare né conseguire la cittadinanza italiana, ad alcun titolo, lo straniero che abbia fatto ingresso nel territorio dello Stato eludendo i controlli di frontiera o in violazione delle disposizioni di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, ovvero che abbia soggiornato nel territorio nazionale in condizione di clandestinità o irregolarità.
   2. La preclusione di cui al comma 1 opera in modo assoluto e imprescrittibile, ed è ostativa all'avvio o alla conclusione di qualsiasi procedimento d'acquisto della cittadinanza di cui agli articoli 4, 5 e 9, a prescindere dall'eventuale e successiva regolarizzazione della posizione di soggiorno dell'interessato o dal successivo riconoscimento di misure di protezione nazionale o internazionale.»;

   g) l'articolo 10-bis è sostituito dal seguente:

   «Art. 10-bis. – 1. La cittadinanza italiana acquisita ai sensi degli articoli 4, comma 2, 5 e 9 è revocata di diritto in caso di condanna definitiva o di applicazione della pena su richiesta delle parti ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale per uno qualsiasi dei reati ostativi indicati all'articolo 4, comma 2, e all'articolo 6, comma 1, lettera b), nonché per i reati previsti dall'articolo 407, comma 2, lettera a), numero 4), del codice di procedura penale e per i reati di cui agli articoli 270-ter e 270-quinquies.2 del codice penale. La revoca della cittadinanza è disposta anche qualora da essa derivi lo stato di apolidia dell'interessato, ai sensi e per gli effetti dell'articolo 8, paragrafo 3, della Convenzione di New York del 30 agosto 1961 sulla riduzione dell'apolidia, costituendo le condotte anzidette una grave ed insanabile violazione del dovere di fedeltà alla Repubblica. La cancelleria del giudice che ha emesso la sentenza di condanna ne dà immediata comunicazione al Ministero dell'interno. La revoca è adottata con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell'interno formulata, a pena di decadenza, entro un anno dalla data di ricezione della comunicazione della sentenza di condanna divenuta irrevocabile.».
1.4. Ziello, Davide Bergamini, Bof, Furgiuele, Pozzolo, Pierro, Ravetto, Sasso.

  Al comma 1, sopprimere le lettere a) e b).
1.8. Bonafè, Mauri, Cuperlo, Fornaro, Bakkali, Boldrini.

  Al comma 1, sopprimere la lettera a).
1.10. Bonafè, Mauri, Cuperlo, Fornaro, Bakkali, Boldrini.

  Al comma 1, sopprimere la lettera b).
*1.1013. Baldino, Alfonso Colucci, Auriemma, Penza.
*1.1025. Bonafè, Mauri, Cuperlo, Fornaro, Bakkali, Boldrini.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, lettera a), dopo la parola: condanna aggiungere la seguente: irrevocabile.

  Conseguentemente, alla medesima lettera, medesimo capoverso, medesimo comma, lettera b), dopo la parola: condanna aggiungere la seguente: irrevocabile.
1.1004. Baldino, Alfonso Colucci, Auriemma, Penza.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, lettera a), sopprimere le parole: per uno dei delitti di cui al libro secondo, titolo I, capi I, II e III, del codice penale, puniti con la pena della reclusione, nonché.
1.1017. Bonafè, Mauri, Cuperlo, Fornaro, Bakkali, Boldrini.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, dopo la lettera a) aggiungere la seguente:

   «a-bis) la condanna per alcuno dei delitti di cui agli articoli 336, 337, 340, secondo comma, 341-bis, 419, 583-quater, 635, secondo e terzo comma, e 699 del codice penale nonché per i reati di cui agli articoli 4 e 4-bis della legge 18 aprile 1975, n. 110;».
1.1039. Iezzi, Barabotti, Panizzut.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, dopo la lettera a) aggiungere la seguente:

   «a-bis) la condanna per alcuno dei delitti di cui agli articoli 416-bis, 422, 575, 600 e 613-bis del codice penale;».
1.1040. Iezzi, Barabotti, Panizzut.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, dopo la lettera a) aggiungere la seguente:

   «a-bis) la condanna per alcuno dei delitti di cui agli articoli 558-bis, 572, ultimo comma, 577-bis, 593-ter, sesto comma, 609-bis, 609-octies, 612-bis, quarto comma del codice penale;».
1.1041. Iezzi, Barabotti, Panizzut.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, dopo la lettera a) aggiungere la seguente:

   «a-bis) la condanna per alcuno dei delitti di cui agli articoli 582, nella forma aggravata di cui all'articolo 583, e, in tale ultimo caso, anche di cui all'articolo 585, 603-bis, 604-bis, secondo e terzo comma, 624-bis, terzo comma, 628, terzo comma, 628-bis, 629, secondo comma, 630, secondo comma del codice penale;».
1.1043. Iezzi, Barabotti, Panizzut.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, dopo la lettera a) aggiungere la seguente:

   «a-bis) la condanna per alcuno dei delitti di cui agli articoli 600-bis, 600-ter, 600-octies, 609-quater del codice penale;».
1.1042. Iezzi, Barabotti, Panizzut.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, lettera b) dopo le parole: ai sensi dell'articolo 604-ter del codice penale aggiungere le seguenti: , la condanna per il reato di cui all'articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152.
1.1038. Iezzi, Barabotti, Panizzut.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, lettera b), dopo le parole: agli articoli 73 aggiungere le seguenti: con esclusione delle ipotesi attenuate di cui al comma 5,.
1.1003. Alfonso Colucci, Auriemma, Baldino, Penza.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 2, dopo le parole: non è precluso quando aggiungere le seguenti: il fatto è commesso durante la minore età, né quando.
1.1007. Alfonso Colucci, Auriemma, Baldino, Penza.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», dopo il comma 2, aggiungere il seguente:

   «2-bis. Le condanne per fatti commessi durante la minore età non costituiscono causa ostativa all'acquisto della cittadinanza ai sensi dell'articolo 4, comma 2, qualora, alla data della dichiarazione di volontà di acquistarla, risulti positivamente concluso un percorso di reinserimento sociale, valutato tenendo conto della condotta successiva al fatto, del percorso scolastico, formativo o lavorativo e dell'assenza di ulteriori condanne definitive per i delitti di cui al comma 1».
1.1009. Baldino, Alfonso Colucci, Auriemma, Penza.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», sopprimere il comma 3.
1.1024. Bonafè, Mauri, Cuperlo, Fornaro, Bakkali, Boldrini.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», sostituire il comma 3 con il seguente:

   «3. Qualora sia stata esercitata l'azione penale per uno dei delitti di cui al comma 1, il procedimento di acquisto della cittadinanza è sospeso fino alla definizione del procedimento penale con provvedimento definitivo. La sospensione non pregiudica gli effetti della dichiarazione di volontà tempestivamente resa ai sensi dell'articolo 4, comma 2.».
1.1026. Paolo Emilio Russo, Gentile, Sala.

  Al comma 1, sopprimere la lettera c).
1.44. Mauri, Bonafè, Cuperlo, Fornaro, Bakkali, Boldrini.

  Al comma 1, lettera c), sopprimere il numero 1).
*1.1011. Baldino, Alfonso Colucci, Auriemma, Penza.
*1.1018. Bonafè, Mauri, Cuperlo, Fornaro, Bakkali, Boldrini.

  Al comma 1, lettera c), dopo il numero 1), aggiungere il seguente:

  1-bis) al comma 1 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «L'acquisizione della cittadinanza ai sensi degli articoli 4, comma 2, e 9 è subordinata al superamento di un esame volto a verificare l'effettiva integrazione nonché la conoscenza delle regole sociali e giuridiche minime da parte del richiedente, i cui contenuti e le cui modalità di svolgimento sono stabiliti con decreto del Ministro dell'interno.».
1.52. Morrone, Iezzi, Barabotti, Panizzut.

  Al comma 1, lettera c), sopprimere il numero 2).
1.54. Bonafè, Mauri, Cuperlo, Fornaro, Bakkali, Boldrini.

  Al comma 1, lettera c) numero 2), capoverso 1-bis, sostituire le parole da: , ferma restando fino alla fine del comma, con le seguenti: , fermo restando che, ai fini della valutazione dell'effettiva integrazione sociale del richiedente, non possono assumere, in quanto tali, rilievo a fini preclusivi l'origine nazionale o etnica, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche, il sesso, l'orientamento sessuale o l'identità di genere. Tale valutazione è effettuata esclusivamente sulla base di elementi riferibili alla condizione individuale e alla condotta del richiedente, tenendo conto, ove applicabili, della regolarità del soggiorno e della residenza anagrafica nonché dell'adempimento degli obblighi previsti dalla legge in materia di responsabilità genitoriale, istruzione dei minori, salute, degli obblighi tributari e previdenziali, valutati nel quadro complessivo della condotta del richiedente, e degli obblighi derivanti da provvedimenti dell'autorità giudiziaria.
1.1029. Magi.

  Al comma 1, lettera c), numero 2), capoverso 1-bis, aggiungere, in fine, le parole: , con esclusione di ogni preclusione derivante dalla mera appartenenza del richiedente ad una determinata origine nazionale o confessione religiosa od opinione politica o ad un determinato sesso o orientamento sessuale e verificando soltanto la condizione individuale del richiedente in Italia, il quale sia in possesso di un titolo di soggiorno in corso di validità, sia iscritto nell'anagrafe nazionale della popolazione residente e abbia effettivamente adempiuto gli obblighi previsti dalle norme vigenti in Italia in materia genitoriale, scolastica, sanitaria, tributaria e previdenziale o derivanti da provvedimenti giudiziari italiani.
1.1019. Bonafè, Mauri, Cuperlo, Fornaro, Bakkali, Boldrini.

  Al comma 1, lettera c), numero 2), dopo il capoverso 1-quater, aggiungere il seguente:

   «1-quinquies. Le condanne per fatti commessi durante la minore età non costituiscono causa ostativa all'acquisto della cittadinanza ai sensi dell'articolo 9 qualora, alla data della dichiarazione di volontà di acquistarla, risulti positivamente concluso un percorso di reinserimento sociale, valutato tenendo conto della condotta successiva al fatto, del percorso scolastico, formativo o lavorativo e dell'assenza di ulteriori condanne definitive per i delitti di cui al comma 1-bis.».
1.1016. Baldino, Alfonso Colucci, Auriemma, Penza.

  Al comma 1, sopprimere la lettera d).
1.1020. Bonafè, Mauri, Cuperlo, Fornaro, Bakkali, Boldrini.

  Al comma 1, lettera e), numero 1), aggiungere, in fine, le parole: e sono aggiunte, in fine, le parole: «nonché la Convenzione europea sulla nazionalità».
1.63. Zaratti.

  Al comma 1, sopprimere le lettere f) e g).
1.1045. Bonafè, Mauri, Cuperlo, Fornaro, Bakkali, Boldrini.

  Al comma 1, sopprimere la lettera f).
1.65. Bonafè, Mauri, Cuperlo, Fornaro, Bakkali, Boldrini.

  Al comma 1, lettera f) dopo le parole: di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 aggiungere le seguenti: e per il reato di cui all'articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152.
1.1037. Iezzi, Barabotti, Panizzut.

  Al comma 1, dopo la lettera f), aggiungere la seguente:

   f-bis) all'articolo 10-bis, dopo il comma 1, è aggiunto il seguente:

   «1-bis. La cittadinanza italiana, comunque acquistata, è altresì revocata di diritto nei confronti del cittadino extracomunitario che, nel corso di manifestazioni o riunioni pubbliche di cui all'articolo 18 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, commetta delitti contro l'ordine pubblico, violenza, minaccia o resistenza a pubblico ufficiale, deviazione d'itinerario con pericolo per l'incolumità pubblica, ovvero ponga in essere atti comunque contrari all'ordine pubblico, violenze, devastazioni o minacce concrete alla sicurezza e all'incolumità pubblica o delle Forze dell'Ordine.».
1.1002. Ziello, Davide Bergamini, Bof, Calderone, Furgiuele, Pierro, Pozzolo, Ravetto, Sasso.

  Al comma 1, dopo la lettera f) aggiungere la seguente:

   f-bis) all'articolo 10-bis, è aggiunto, in fine, il seguente comma:

   «1-bis. La revoca della cittadinanza disposta ai sensi del presente articolo è trasmessa alle autorità competenti per l'adozione del provvedimento di espulsione di cui all'articolo 13 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 e di allontanamento dal territorio nazionale ai sensi del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, fatte salve le cause di inespellibilità e i divieti di espulsione previsti dall'articolo 19 del medesimo decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286».
1.1036. Iezzi, Barabotti, Panizzut.

  Al comma 1, dopo la lettera f) aggiungere la seguente:

   f-bis) all'articolo 10-bis, dopo il comma 1 è aggiunto il seguente:

   «1-bis. La revoca della cittadinanza ai sensi del presente articolo è altresì disposta nei casi di condanna definitiva per i reati di cui agli articoli 336, 337, 340, secondo comma, 341-bis, 419, 583-quater, 635, secondo e terzo comma, e 699 del codice penale nonché per i reati di cui agli articoli 4 e 4-bis della legge 18 aprile 1975, n. 110.»
1.1047. Iezzi, Barabotti, Panizzut.

  Al comma 1, dopo la lettera f) aggiungere la seguente:

   f-bis) all'articolo 10-bis dopo il comma 1 è aggiunto il seguente:

   «1-bis. La revoca della cittadinanza ai sensi del presente articolo è altresì disposta nei casi di condanna definitiva per i reati di cui agli articoli 422, 575, 577-bis, 593-ter, sesto comma, 600, 600-bis, 600-ter, 604-bis, secondo e terzo comma, 609-bis, 609-quater, 609-octies del codice penale».
1.1044. Iezzi, Barabotti, Panizzut.

  Al comma 1, dopo la lettera f), aggiungere la seguente:

   f-bis) all'articolo 10-bis dopo il comma 1 è aggiunto il seguente:

   «1-bis. La cittadinanza italiana acquisita ai sensi del comma 1 è revocata altresì in caso di condanna definitiva per il reato previsto dall'articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, a condizione che l'interessato possieda o possa acquisire un'altra cittadinanza.».
1.1000. Kelany.

  Al comma 1, sopprimere la lettera g).
1.1023. Bonafè, Mauri, Cuperlo, Fornaro, Bakkali, Boldrini.

  Aggiungere, in fine, il seguente comma:

  2. Le disposizioni del presente articolo si applicano ai reati commessi successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge.
1.1010. Alfonso Colucci, Auriemma, Baldino, Penza.

(Votazione dell'articolo 1)

  Dopo l'articolo 1, aggiungere il seguente:

Art. 2.
(Norma transitoria)

  1. Salvo quanto previsto al comma 2, le disposizioni di cui all'articolo 1 si applicano ai procedimenti avviati a seguito di domanda presentata successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge.
  2. Le disposizioni di cui all'articolo 1, comma 1, lettera a), nei procedimenti avviati a seguito di domanda presentata ai sensi dell'articolo 4, comma 2 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, si applicano limitatamente ai reati commessi successivamente alla medesima data.
1.01004. Iezzi, Barabotti, Panizzut.

  Dopo l'articolo 1, aggiungere il seguente:

Art. 2.
(Norme transitorie)

  1. Le disposizioni di cui all'articolo 1 si applicano ai reati commessi dalla data di entrata in vigore della presente legge.
1.01. Zaratti.

  Dopo l'articolo 1, aggiungere il seguente:

Art. 2.
(Istituzione del Fondo nazionale per la prevenzione della criminalità giovanile e la promozione della legalità)

  1. In coerenza con le finalità della presente legge, al fine di salvaguardare la collettività, tutelare la sicurezza pubblica e la sicurezza della Repubblica, prevenire il coinvolgimento dei giovani nelle attività criminali con riguardo, in particolare, alle condotte che precludono all'acquisto della cittadinanza e conducono alla sua revoca, promuovere la cultura della legalità, la partecipazione civica e l'inclusione sociale, è istituito, nello stato di previsione del Ministero dell'interno, è istituito, nello stato di previsione del Ministero dell'interno, il Fondo nazionale per la prevenzione della criminalità giovanile e la promozione della legalità costituzionale, con una dotazione di 30 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2026, volto a sostenere interventi educativi che affianchino alle misure previste dalla presente legge azioni di prevenzione, educazione e rimozione delle condizioni di vulnerabilità che favoriscono il coinvolgimento criminale.
  2. Le risorse del Fondo di cui al comma 1 sono destinate al finanziamento di progetti territoriali, promossi dai comuni, singoli o associati, in collaborazione con le istituzioni scolastiche, i servizi sociali e gli enti del Terzo settore, finalizzati a:

   a) prevenire la dispersione scolastica, sostenere i percorsi educativi e contrastare le dipendenze e il reclutamento dei giovani da parte delle organizzazioni criminali;

   b) promuovere la conoscenza dei principi e dei valori della Costituzione, dei diritti e dei doveri, dell'uguaglianza, del rispetto delle donne, del contrasto alle discriminazioni e alle mafie e della cura dei beni comuni;

   c) favorire la partecipazione dei giovani alla vita della comunità attraverso attività di volontariato, iniziative culturali e sociali, incontri con le istituzioni e con le associazioni impegnate nella prevenzione e nel contrasto della criminalità.

  3. I progetti di cui al comma 2 sono rivolti ai giovani italiani e stranieri, con particolare attenzione a quelli che vivono in condizioni di vulnerabilità sociale, educativa o economica, e sono realizzati privilegiando il coinvolgimento attivo dei destinatari e la collaborazione tra i soggetti operanti sul territorio.
  4. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'interno, di concerto con il Ministro dell'istruzione e del merito e con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, da adottare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabiliti i criteri e le modalità di accesso al Fondo, di ripartizione delle risorse, di attuazione dei progetti e di monitoraggio e valutazione dei risultati conseguiti.
  5. Agli oneri derivanti dall'attuazione del presente articolo, pari a 30 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2027, si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo per esigenze indifferibili di cui all'articolo 1, comma 199, della legge numero 190 del 2014.
1.01001. Alfonso Colucci, Baldino, Auriemma, Penza.

EMENDAMENTI NON SEGNALATI
PER LA VOTAZIONE

ART. 1.

  Sopprimerlo.
1.3. Zaratti.

  Al comma 1, sopprimere la lettera a).
*1.9. Zaratti.
*1.1012. Baldino, Alfonso Colucci, Auriemma, Penza.

  Al comma 1:

   1) alla lettera a), sostituire i capoversi da 2-bis a 2-quater con i seguenti:

  2-bis. Il minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età che abbia risieduto legalmente e senza interruzioni in Italia e che, ai sensi della normativa vigente, abbia frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli scolastici presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali idonei al conseguimento di una qualifica professionale, acquista la cittadinanza italiana. La cittadinanza si acquista a seguito di una dichiarazione di volontà in tal senso espressa, entro il compimento della maggiore età dell'interessato, da entrambi i genitori legalmente residenti in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale, all'ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore. La dichiarazione di volontà è annotata nel registro dello stato civile. Entro due anni dal raggiungimento della maggiore età, l'interessato può rinunciare alla cittadinanza italiana se in possesso di altra cittadinanza.
  2-ter. Qualora non sia stata espressa la dichiarazione di volontà di cui al comma 2-bis, l'interessato acquista la cittadinanza se ne fa richiesta all'ufficiale dello stato civile entro due anni dal raggiungimento della maggiore età.

  Conseguentemente:

   al comma 1, aggiungere, in fine, la seguente lettera:

   h) dopo l'articolo 23 è inserito il seguente:

   «Art. 23-bis. – 1. Ai fini della presente legge, il requisito della minore età si considera riferito al momento della presentazione dell'istanza o della richiesta da parte dei genitori o di chi esercita la responsabilità genitoriale.»;

   dopo il comma 1, aggiungere il seguente:

   «2. Gli ufficiali di anagrafe sono tenuti a comunicare ai residenti di cittadinanza straniera, nei sei mesi precedenti il compimento del diciottesimo anno di età, nella sede di residenza quale risulta all'ufficio, la facoltà di acquisto del diritto di cittadinanza ai sensi dell'articolo 4, commi 2 e 2-bis, con indicazione dei relativi presupposti e delle modalità di acquisto. L'inadempimento di tale obbligo di informazione sospende i termini di decadenza per la dichiarazione di elezione della cittadinanza.»;

   aggiungere, in fine, il seguente comma:

  2. Il comma 2 dell'articolo 33 del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, è abrogato.
1.15. Baldino, Alfonso Colucci, Auriemma, Penza.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, lettera a), dopo le parole: la condanna aggiungere le seguenti: , con sentenza passata in giudicato e se il reato è commesso in età penalmente rilevante,.
1.18. Zaratti.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, lettera a), dopo le parole: la condanna aggiungere le seguenti: , se il reato è commesso in età penalmente rilevante,.
1.19. Zaratti.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, lettera a), dopo le parole: la condanna aggiungere le seguenti: , con sentenza passata in giudicato,.
1.20. Zaratti.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, lettera a), dopo la parola: condanna aggiungere la seguente: irrevocabile.
1.1005. Baldino, Alfonso Colucci, Auriemma, Penza.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, lettera a), sopprimere le parole: per uno dei delitti di cui al libro secondo, titolo I, capi I, II e III, del codice penale, puniti con la pena della reclusione, nonché.
1.1027. Magi.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, lettera a), dopo le parole: dei delitti aggiungere la seguente: dolosi.
1.26. Zaratti.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 1, lettera b), dopo la parola: condanna aggiungere la seguente: irrevocabile.
1.1006. Baldino, Alfonso Colucci, Auriemma, Penza.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», sopprimere il comma 3.
1.35. Zaratti.

  Al comma 1, lettera b), capoverso «Art. 4-bis», comma 3, aggiungere, in fine, il seguente periodo: La sospensione cessa con il provvedimento d'archiviazione, di proscioglimento, di sentenza a non luogo a procedere, declaratoria di estinzione del reato a qualunque titolo, e comunque decorsi ventiquattro mesi.
1.38. Zaratti.

  Al comma 1, sopprimere la lettera c).
1.43. Zaratti.

  Al comma 1, lettera c), sopprimere il numero 1).
*1.50. Zaratti.
*1.1028. Magi.

  Al comma 1, lettera c), sopprimere il numero 2.
1.1014. Alfonso Colucci, Baldino, Auriemma, Penza.

  Al comma 1, lettera c), numero 2, capoverso 1-bis, dopo le parole: La concessione della cittadinanza italiana ai sensi dell'articolo 9 è preclusa aggiungere le seguenti: , salvo il caso in cui il fatto sia stato commesso durante la minore età,.
1.1008. Baldino, Alfonso Colucci, Auriemma, Penza.

  Al comma 1, sostituire la lettera e) con la seguente:

   e) all'articolo 10:

    1) al comma 1, è aggiunto il seguente periodo: «Il giuramento non può in ogni caso essere prestato qualora l'interessato non dimostri il possesso preventivo di una certificazione della conoscenza della lingua italiana non inferiore al livello C1 rilasciata da un ente certificatore riconosciuto dalle autorità competenti.»;

    2) sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:

   «1-bis. È esonerata dal giuramento la persona incapace di soddisfare tale adempimento in ragione di una grave condizione di disabilità permanente o patologia invalidante, accertata in via esclusiva da personale medico di ruolo appartenente al Servizio sanitario militare o ai ruoli medici delle Forze di polizia a ordinamento civile o militare, all'esito di diretta visita collegiale o monocratica e con verbale motivato corredato da idonea documentazione clinica.
   1-ter. In sede di prestazione del giuramento o di verifica finale, il Sindaco o l'Ufficiale dello Stato Civile delegato sottopone il richiedente a una prova di accertamento dell'integrazione civica e culturale, consistente in un test basato su quesiti a risposta multipla estratti da un paniere ufficiale. Tali domande vertono rigorosamente sulle seguenti macro-aree fondamentali:

   a) Istituzioni e Politica (Educazione Civica): funzionamento del sistema democratico, principio di separazione dei poteri, ordinamento della Repubblica e autonomie territoriali, ruolo del Parlamento e del Governo, diritti e doveri dei cittadini, strumenti di democrazia diretta e meccanismi di voto;

   b) Storia: tappe fondamentali della formazione e dell'unificazione dello Stato, nascita e principi della Costituzione repubblicana, ed eventi storici di rilevanza nazionale e locale;

   c) Geografia: conoscenza del territorio nazionale, dei confini, dei rilievi, dei bacini idrografici, delle Regioni, delle Province e dei relativi capoluoghi, nonché del contesto geografico del Comune di residenza;

   d) Società e Cultura: tradizioni, festività nazionali e locali, lingua, patrimonio culturale e principi fondamentali della convivenza civile. Ai fini della preparazione alla prova, le competenti autorità pubbliche mettono preventivamente a disposizione dei richiedenti appositi documenti ed estratti di studio istituzionali, unitamente al catalogo ed elenco completo dei quesiti del paniere ufficiale.

   1-quater. Qualora il richiedente non esibisca la prescritta certificazione linguistica di livello C1, manifesti un'evidente incapacità di comprendere o leggere la formula di rito, ovvero fornisca risposte errate o mancate ai quesiti di cui al comma 1-ter in misura superiore alla soglia tollerabile stabilita dal decreto di cui al comma 1-quinquies, oppure ponga in essere condotte manifestamente incompatibili con l'integrazione nel tessuto sociale ed istituzionale della Repubblica, il Sindaco dispone con provvedimento motivato la sospensione dell'iter di acquisto o di concessione della cittadinanza e della somministrazione del giuramento.
   1-quinquies. Nel caso di sospensione adottata ai sensi del comma 1-quater, il Sindaco redige contestualmente verbale dettagliato delle risultanze della prova e ne trasmette immediata copia, unitamente al provvedimento motivato, al Prefetto e al Ministero dell'interno. Il Prefetto, svolti gli opportuni accertamenti, promuove entro novanta giorni il riesame del provvedimento di concessione della cittadinanza ai fini dell'adozione dei conseguenti provvedimenti di revoca, decadenza o rigetto della domanda, ovvero per l'eventuale ripetizione della prova. Nelle more della definizione del procedimento di riesame, il termine per la prestazione del giuramento rimane sospeso. Con decreto del Ministro dell'interno, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Città ed autonomie locali, sono stabiliti i contenuti dei documenti di studio istituzionali, il paniere ufficiale dei quesiti, la percentuale minima di risposte corrette ai fini del superamento della prova, e le modalità uniformi di verbalizzazione e trasmissione degli atti di cui al presente articolo.
   1-sexies. Dall'attuazione delle disposizioni di cui ai commi da 1-bis a 1-quinquies non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni interessate provvedono agli adempimenti ivi previsti con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.».
1.1001. Ziello, Davide Bergamini, Bof, Calderone, Furgiuele, Pierro, Pozzolo, Ravetto, Sasso.

  Al comma 1, lettera e), numero 1), aggiungere, in fine, le parole: e sono aggiunte, in fine, le parole: «nonché le norme dell'Unione europea».
1.64. Zaratti.

  Al comma 1, dopo la lettera f), aggiungere la seguente:

   f-bis) All'articolo 10-bis, dopo il comma 1 è aggiunto il seguente:

   «1-bis. La cittadinanza italiana, comunque acquistata ai sensi della presente legge, è revocata di diritto nei confronti del cittadino che abbia acquistato la cittadinanza per naturalizzazione o concessione che aderisca, promuova, finanzi o partecipi ad associazioni, movimenti, gruppi o centri culturali aventi finalità eversive fondate sull'integralismo teocratico o confessionale, ovvero compia atti di propaganda o esaltazione delle relative ideologie. Costituisce eversione di derivazione teocratica o confessionale l'ideologia o il progetto politico volti a perseguire la sostituzione, il sovvertimento o la subordinazione dell'ordinamento costituzionale della Repubblica, delle sue istituzioni democratiche e delle leggi dello Stato a codici, fonti o giurisdizioni confessionali parallele o sovrapposte. Integrano elementi sintomatici e presuntivi della sussistenza dell'eversione di derivazione teocratica o confessionale: a) la negazione della sovranità popolare, del principio di laicità dello Stato e del primato della legge italiana; b) la promozione, la costituzione o la partecipazione ad organi giurisdizionali, consigli di arbitrato o sistemi sanzionatori confessionali volti a sostituire la giurisdizione dello Stato; c) la promozione o l'attuazione di precetti diretti a sopprimere o limitare la pari dignità sociale dei cittadini, l'uguaglianza davanti alla legge o la parità di diritti tra uomo e donna; d) il ricorso alla coercizione, all'istigazione alla violenza, all'ostracismo sociale o alla privazione di diritti nei confronti di chi eserciti la libertà di coscienza, manifesti opinioni critiche, ovvero intenda modificare o abbandonare l'appartenenza confessionale. La revoca della cittadinanza si applica altresì nei confronti del cittadino di cui al primo periodo che manifesti, con condotte pubbliche, scritti, ostentazione di simboli o partecipazione ad associazioni, la volontà di sovvertire l'ordinamento democratico della Repubblica, la negazione dei diritti fondamentali della persona sanciti dalla Costituzione, o ponga in essere atti di grave ostilità morale o materiale nei confronti degli interessi strategici, diplomatici o di sicurezza nazionale. Ai fini del presente comma è escluso dall'ambito di applicazione della presente disposizione il mero esercizio della libertà di culto, della devozione e della pratica religiosa individuale tutelate dall'articolo 19 della Costituzione.»
1.1046. Ziello, Davide Bergamini, Bof, Calderone, Furgiuele, Pozzolo, Pierro, Ravetto, Sasso.

  Dopo l'articolo 1, aggiungere il seguente:

Art. 2.

  All'articolo 9 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, dopo il comma 1 è inserito il seguente:

   «1-bis. La concessione della cittadinanza italiana è in ogni caso subordinata alla prova, documentata con le certificazioni fiscali e previdenziali degli ultimi cinque anni, che il richiedente disponga di un reddito proprio, stabile e continuativo, derivante da attività lavorativa lecita, tale da garantire il pieno mantenimento di se stesso e degli eventuali familiari a carico, senza aver mai beneficiato, neppure temporaneamente, di sussidi di disoccupazione di lungo corso, assegni di inclusione, redditi di cittadinanza o provvidenze di assistenza sociale erogate dallo Stato o da altri enti pubblici. Il ricorso anche episodico a predette misure di sostegno assistenziale nei cinque anni antecedenti la domanda determina l'inammissibilità della richiesta di naturalizzazione.».
1.01003. Ziello, Davide Bergamini, Bof, Calderone, Furgiuele, Pozzolo, Pierro, Ravetto, Sasso.

A.C. 2124-A
ORDINI DEL GIORNO
Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e di revoca della cittadinanza.

N. 2.

Seduta del 28 ottobre 2026

   La Camera,

   premesso che:

    il testo della proposta di legge A.C. 2124, così come licenziato, non contempla alcuna disposizione che preveda la revoca della cittadinanza per i reati commessi durante manifestazioni o riunioni pubbliche;

    l'attribuzione della cittadinanza comporta non solo diritti inviolabili, ma soprattutto doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale, nonché un dovere assoluto di fedeltà alla Repubblica e di rispetto delle sue leggi;

    l'introduzione di una norma volta a disciplinare la revoca di diritto della cittadinanza italiana nei confronti dei cittadini extracomunitari resisi colpevoli di gravi condotte criminose in occasione di manifestazioni o riunioni pubbliche apporterebbe modifiche di sostanziale importanza alla legge 5 febbraio 1992, n. 91;

    in questo senso, appare opportuno che si pervenga a coniare una disposizione finalizzata a stabilire che la cittadinanza italiana, comunque in precedenza acquistata, sia immediatamente revocata di diritto qualora il cittadino extracomunitario, nel corso di manifestazioni o riunioni pubbliche regolate dall'articolo 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, commetta delitti contro l'ordine pubblico, atti di violenza, minaccia o resistenza a pubblico ufficiale, ovvero ponga in essere atti comunque contrari all'ordine pubblico, violenze, devastazioni o minacce concrete alla sicurezza e all'incolumità pubblica o delle Forze dell'Ordine;

    tale misura risponde a un'esigenza inderogabile di difesa dello Stato democratico e di tutela dell'incolumità degli operatori delle Forze di Polizia e dei cittadini, sanzionando quei soggetti che, pur avendo acquisito lo status civico italiano, si rendono protagonisti di episodi di guerriglia urbana, devastazione e aggressione sistematica alle istituzioni;

    la partecipazione a manifestazioni violente e la commissione di delitti contro l'ordine pubblico rappresentano la più grave lacerazione del patto di cittadinanza;

    la sanzione della revoca di diritto dovrebbe essere teleologicamente diretta verso chi strumentalizza i diritti costituzionali di riunione e manifestazione per perpetrare atti di violenza eversiva o criminale, riaffermando il principio che chi aggredisce lo Stato e le sue Forze dell'Ordine perde il diritto di appartenere alla comunità nazionale;

    la previsione della revoca della cittadinanza, comunque acquistata, elimina qualsiasi disomogeneità, estendendo la sanzione a tutti i cittadini extracomunitari naturalizzati o che abbiano ottenuto lo status attraverso i diversi canali previsti dall'ordinamento, qualora pervengano a macchiarsi di simili condotte criminose in piazza;

    ritenuto che il Governo debba intervenire urgentemente in via normativa per introdurre tale fattispecie di revoca e che il Ministero dell'interno debba coordinare l'immediata attivazione delle procedure non appena intervengano le comunicazioni giudiziarie relative ai fatti commessi in occasione di manifestazioni pubbliche,

impegna il Governo:

   a integrare il quadro delle misure recate dal provvedimento in esame con ogni ulteriore necessario intervento normativo volto a introdurre la previsione secondo cui la cittadinanza italiana, comunque acquistata, è revocata di diritto nei confronti del cittadino extracomunitario che, nel corso di manifestazioni o riunioni pubbliche di cui all'articolo 18 del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, commetta delitti contro l'ordine pubblico, violenza, minaccia o resistenza a pubblico ufficiale, ovvero ponga in essere atti comunque contrari all'ordine pubblico, violenze, devastazioni o minacce concrete alla sicurezza e all'incolumità pubblica o delle Forze dell'Ordine;

   a dare piena, immediata e incondizionata attuazione a tale misura, assicurando che nei confronti dei soggetti condannati per i suddetti reati commessi durante manifestazioni o riunioni pubbliche sia avviata senza indugio la procedura di revoca di diritto della cittadinanza;

   a rafforzare la cooperazione informativa tra le autorità giudiziarie inquirenti e l'Amministrazione dell'interno, affinché le sentenze di condanna o i provvedimenti definitivi relativi ai reati commessi in piazza da cittadini extracomunitari siano comunicati tempestivamente agli uffici competenti ai fini dell'adozione del decreto di revoca presidenziale su proposta del Ministro dell'interno.
9/2124-A/1. Ravetto, Davide Bergamini, Ziello, Bof, Calderone, Furgiuele, Pierro, Pozzolo, Sasso.

   La Camera,

   premesso che:

    nel quadro delle modifiche recate dalla proposta di legge A.C. 2124 alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, si rileva come il testo licenziato non preveda alcuna disposizione che inibisca l'acquisto della cittadinanza per coloro che abbiano fatto ingresso nel territorio dello Stato eludendo i controlli di frontiera, ovvero che abbiano soggiornato nel territorio nazionale in condizione di clandestinità o irregolarità;

    l'introduzione di uno sbarramento rigoroso, assoluto e imprescrittibile all'acquisto o al conseguimento della cittadinanza italiana, a qualsiasi titolo, per lo straniero che si sia reso responsabile di violazioni delle norme sull'immigrazione assume una valenza istituzionale di primario rilievo;

    tale preclusione dovrebbe operare in modo tassativo, precludendo l'avvio o la conclusione di qualsiasi procedimento di acquisto della cittadinanza, a prescindere dall'eventuale e successiva regolarizzazione della posizione di soggiorno dell'interessato o dal successivo riconoscimento di misure di protezione nazionale o internazionale;

    la norma costituirebbe un caposaldo fondamentale nella lotta all'immigrazione illegale e nell'affermazione del principio di legalità, sottolineando che l'accesso al massimo vincolo di appartenenza alla comunità nazionale non possa in alcun modo premiare chi ha violato ab origine le frontiere dello Stato o ha vissuto in condizione di irregolarità e clandestinità;

    il principio secondo cui il rispetto delle regole d'ingresso e soggiorno costituisce il presupposto indefettibile per qualsiasi percorso di integrazione e riconoscimento di diritti civili e politici trova piena rispondenza nei principi costituzionali di sovranità, sicurezza e controllo del territorio;

    l'irrilevanza della successiva regolarizzazione o del riconoscimento di forme di protezione impedirebbe che il superamento della condizione di irregolarità possa fungere da sanatoria retroattiva ai fini del conseguimento dello status civico, tracciando una netta linea di demarcazione tra chi entra legalmente e rispetta le leggi dello Stato e chi si colloca al di fuori della legalità costituzionale,

impegna il Governo:

   ad integrare il quadro delle misure recate dal provvedimento in esame con ogni ulteriore necessario intervento normativo volto a prevedere che non possa in alcun caso acquistare né conseguire la cittadinanza italiana, ad alcun titolo, lo straniero che abbia fatto ingresso nel territorio dello Stato eludendo i controlli di frontiera, ovvero che abbia soggiornato nel territorio nazionale in condizione di clandestinità o irregolarità, e che la preclusione operi in modo assoluto e imprescrittibile, e sia prevista come ostativa all'avvio o alla conclusione di qualsiasi procedimento d'acquisto della cittadinanza, a prescindere dall'eventuale e successiva regolarizzazione della posizione di soggiorno dell'interessato o dal successivo riconoscimento di misure di protezione nazionale o internazionale;

   a impartire direttive tassative ai competenti uffici del Ministero dell'interno, delle Questure e delle Prefetture affinché, nell'istruttoria di qualsiasi istanza di cittadinanza, venga effettuata una rigorosa verifica retrospettiva volta ad accertare l'assenza di precedenti ingressi irregolari, elusioni dei controlli di frontiera o periodi di soggiorno in condizione di clandestinità o irregolarità;

   a dare piena e incondizionata attuazione alle disposizioni volte a negare l'avvio o la conclusione di qualsiasi procedimento di acquisto della cittadinanza nei confronti dei soggetti che siano incorsi nelle anzidette violazioni, indipendentemente dall'avvenuta regolarizzazione amministrativa o dal riconoscimento di misure di protezione.
9/2124-A/2. Ziello, Bof, Calderone, Davide Bergamini, Furgiuele, Pierro, Pozzolo, Ravetto, Sasso.

   La Camera,

   premesso che:

    la cittadinanza italiana non è un timbro apposto su un modulo, né una pratica che si archivia allo sportello: è un patto solenne di appartenenza a una comunità di destino forgiata da secoli di storia, di sacrificio e di civiltà;

    l'articolo 54 della Costituzione impone a tutti i cittadini il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi: non un ornamento retorico, ma la pietra angolare dell'intero edificio della cittadinanza;

    chi diviene italiano per elezione, per matrimonio o per concessione riceve dalla Nazione un dono, e un dono non è una conquista irrevocabile: esige lealtà, rispetto, adesione sincera e quotidiana ai valori della comunità che lo ha accolto;

    l'articolo 10-bis della legge 5 febbraio 1992, n. 91, introdotto dall'articolo 14 del decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° dicembre 2018, n. 132, ha infranto un tabù, prevedendo la revoca della cittadinanza acquisita ai sensi degli articoli 4, comma 2, 5 e 9 in caso di condanna definitiva per i delitti di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale, catalogo di delitti ora integrato con l'odierna proposta di legge;

    le disposizioni formate progressivamente al fine di integrare il compendio dei reati ostativi, tuttavia costituiscono un argine troppo basso dinanzi alla marea: circoscritta a un catalogo angusto di reati e affidata a un decreto adottabile fino a tre anni dopo il passaggio in giudicato della sentenza, essa lascia fregiarsi del titolo di cittadino italiano chi ha comunque commesso reati, calpestando le leggi, tradendo la Nazione, non meritando lo status civico: la cittadinanza si guadagna onorando la comunità, non violando il patto che la sostiene;

    la revoca deve pertanto operare di diritto, quale conseguenza necessaria della condanna definitiva o dell'applicazione della pena su richiesta delle parti ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale, perché la fermezza dello Stato non può dipendere dalla solerzia di un ufficio;

    l'Italia, nell'aderire alla Convenzione di New York del 30 agosto 1961 sulla riduzione dei casi di apolidia, giusta legge 29 settembre 2015, n. 162, si è avvalsa della facoltà di cui all'articolo 8, paragrafo 3, che consente di privare della cittadinanza, anche quando ne derivi l'apolidia, chi in violazione del dovere di fedeltà abbia tenuto una condotta gravemente pregiudizievole per gli interessi vitali dello Stato; e nulla è più pregiudizievole per una Nazione del tradimento di chi ne ha ricevuto l'onore della cittadinanza,

impegna il Governo:

   ad integrare il quadro delle misure recate dal provvedimento in esame, adottando con urgenza ogni ulteriore iniziativa, anche di carattere normativo, volta a stabilire che la cittadinanza acquisita ai sensi degli articoli 4, comma 2, 5 e 9 della legge n. 91 del 1992 sia revocata di diritto in caso di condanna definitiva, o di applicazione della pena su richiesta delle parti, non soltanto per i delitti di terrorismo e di eversione, ma anche per coloro che hanno commesso un reato per il quale sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a sei mesi, ovvero, a prescindere dalla pena edittale, per i reati di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, per i reati in materia di armi, munizioni ed esplosivi, nonché di immigrazione clandestina di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e per i reati di frode o indebita percezione di erogazioni, contributi o sussidi pubblici;

   a prevedere che la revoca operi anche qualora ne derivi l'apolidia dell'interessato, nei limiti della facoltà esercitata ai sensi dell'articolo 8, paragrafo 3, della Convenzione di New York del 1961, promuovendo ove occorra le necessarie iniziative in sede internazionale;

   a garantire tempi certi, prevedendo la comunicazione immediata della sentenza irrevocabile al Ministero dell'interno e l'adozione del decreto di revoca entro un anno, affinché il nome d'Italia torni a essere un titolo d'onore, non un salvacondotto per chi la tradisce.
9/2124-A/3. Furgiuele, Ziello, Davide Bergamini, Bof, Calderone, Pierro, Pozzolo, Ravetto, Sasso.

   La Camera,

   premesso che:

    nell'ambito dell'iter di esame della proposta di legge A.C. 2124, recante modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e revoca della cittadinanza, non hanno assunto un particolare rilievo le disposizioni volte a sanzionare severamente le condotte fraudolente e l'indebita percezione di provvidenze pubbliche, tali da violare il dovere di lealtà economica e fiscale a fondamento dello status civitatis;

    il patto di cittadinanza si fonda sull'osservanza rigorosa delle leggi della Repubblica e sulla correttezza nei rapporti con la pubblica amministrazione, escludendo in modo assoluto che il sistema di welfare e di assistenza sociale possa essere sfruttato mediante frodi, falsità documentali o occultamento di redditi e beni patrimoniali posseduti all'estero;

    coloro che si rendono responsabili di truffe aggravate ai danni dello Stato, rilasciando dichiarazioni mendaci, esibendo documentazione falsa in materia di beni immobili o redditi esteri, ovvero simulando una condizione di indigenza per percepire indebitamente sussidi di disoccupazione, assegni di inclusione, redditi di cittadinanza o prestazioni di edilizia residenziale pubblica, compiono un atto gravissimo contro la solidarietà nazionale e di frode istituzionale;

    la gravità di tali condotte criminose, lesive dei principi costituzionali di giustizia sociale e correttezza fiscale, giustifica pienamente una reazione drastica dell'ordinamento che non si limiti al mero recupero delle somme indebitamente percepite e alla sanzione penale, ma comporti l'immediata revoca dello status di cittadinanza italiana per chi abbia ottenuto o conservato benefici pubblici attraverso l'inganno sistematico e la frode ai danni della collettività;

    l'introduzione di un simile meccanismo di revoca rappresenta un presidio indispensabile di equità, legalità e tutela delle risorse pubbliche destinate effettivamente ai cittadini bisognosi e rispettosi delle regole;

    peraltro, va sottolineato come la truffa ai danni dello Stato e la percezione indebita di fondi pubblici assistenziali siano in grado di infliggere un danno diretto all'intera comunità, sottraendo risorse preziose ed essenziali destinate a sostenere le fasce di popolazione in effettivo e comprovato stato di bisogno;

    l'occultamento delle reali condizioni patrimoniali o la falsificazione di documenti per accedere ingiustificatamente a sussidi statali o locali costituiscono una manifesta violazione del dovere inderogabile di solidarietà economica e sociale imposto dall'articolo 2 della Costituzione;

    in conseguenza, chi tradisce la fiducia della Repubblica mediante condotte fraudolenti e parassitarie dimostra una totale incapacità di integrarsi ristabilendo un rapporto di lealtà con lo Stato e la previsione della revoca della cittadinanza rappresenta una misura di giustizia sostanziale volta a sanzionare chi ha speculato sulle risorse pubbliche violando il patto sociale,

impegna il Governo

ad adottare ulteriori e tempestive iniziative, anche normative, volte a prevedere espressamente la revoca della cittadinanza italiana nei confronti di coloro che si rendano colpevoli di frode, rilascio di false attestazioni o documentazioni mendaci per l'ottenimento di sussidi, provvidenze economiche, prestazioni di assistenza sociale o edilizia residenziale pubblica, stabilendo che la violazione del patto di lealtà fiscale e la truffa aggravata ai danni dello Stato costituiscano causa di decadenza e revoca immediata dello status civitatis.
9/2124-A/4. Calderone, Ziello, Davide Bergamini, Bof, Furgiuele, Pierro, Pozzolo, Ravetto, Sasso.

   La Camera,

   premesso che:

    nell'ambito dell'iter di esame della proposta di legge A.C. 2124, recante modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e revoca della cittadinanza, non è stato dato un particolare rilievo alle disposizioni volte a tutelare i principi fondamentali, la laicità e la sicurezza dell'ordinamento costituzionale repubblicano contro ogni forma di eversione ideologica e confessionale;

    la cittadinanza italiana rappresenta non solo uno status giuridico di appartenenza, ma un patto di indivisibile fedeltà ai valori democratici, alla sovranità popolare e al primato della legge sanciti dalla Costituzione della Repubblica;

    si rende quanto mai improcrastinabile introdurre strumenti normativi netti e rigorosi volti alla revoca di diritto della cittadinanza nei confronti di quei soggetti, già cittadini stranieri o extracomunitari, che aderiscono, promuovono, finanziano o partecipano ad associazioni, movimenti, gruppi o centri culturali riconducibili all'Islam politico, inteso quale ideologia totalitaria e progetto di governo volto a sovvertire l'ordinamento secolare dello Stato;

    l'ordinamento democratico salvaguarda rigorosamente la mera professione di fede, la devozione, la preghiera e il rispetto dei precetti personali e della pratica religiosa individuale tutelati dall'ordinamento costituzionale ma non può tollerare la coesistenza di codici confessionali paralleli, editti teocratici, sharia o giurisdizioni d'ombra (compresi il Fiqh e fatwe coercitive) che mirino a sostituire la giurisdizione dello Stato italiano e a comprimere i diritti inalienabili della persona umana;

    costituiscono inequivocabili elementi sintomatici e presuntivi di tale eversione la negazione esplicita o implicita della laicità statale, la partecipazione a corti o consigli di arbitrato confessionali, l'imposizione di norme limitative della pari dignità sociale e della parità di diritti tra uomo e donna, nonché il ricorso alla coercizione o all'ostracismo contro la libertà di coscienza;

    inoltre, si evidenzia che l'affermazione di strutture associative o di centri culturali affiliati all'islam politico costituisce, ad avviso dei firmatari, un pericolo concreto per la tenuta socioculturale del paese, in quanto essi promuovono un modello di società parallela fondato sulla segregazione valoriale e sul rifiuto delle più elementari regole sociali e civili;

    la tolleranza verso tali derive comprometterebbe irreparabilmente i conquistati standard di diritto civile e umano del nostro ordinamento. L'applicazione rigorosa della sanzione ablativa della cittadinanza risponde di conseguenza alla necessità imperativa di proteggere il corpo sociale da infiltrazioni integraliste e da progetti totalitari volti alla progressiva erosione delle istituzioni democratiche; è manifesto che chiusura e parassitismo ideologico non possono trovare asilo nello status di cittadino, il quale richiede l'assoluto e inviolabile rispetto dei pilastri fondanti della nostra Repubblica,

impegna il Governo

a adottare ogni opportuna iniziativa di carattere normativo volta a prevedere la revoca della cittadinanza italiana nei confronti del cittadino che abbia acquistato la cittadinanza per naturalizzazione o concessione qualora egli aderisca, promuova, finanzi o partecipi ad associazioni, movimenti, gruppi o centri culturali aventi finalità eversive fondate sull'Islam politico, ovvero compia atti di propaganda o esaltazione delle relative ideologie.
9/2124-A/5. Sasso, Ziello, Davide Bergamini, Bof, Calderone, Furgiuele, Pierro, Pozzolo, Ravetto.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge A.C. 2124 interviene sulla disciplina del giuramento e delle verifiche finali per l'acquisto della cittadinanza italiana, ma il testo licenziato non prevede alcuna disposizione finalizzata a prevedere che il Sindaco possa disporre la sospensione della prestazione del giuramento o dell'iter di acquisto e concessione della cittadinanza nelle ipotesi in cui il richiedente non esibisca la certificazione C1 o manifesti incapacità di comprendere o leggere la formula di rito;

    la prestazione del giuramento non costituisce un mero rituale formale, solenne e svuotato di contenuto, ma l'atto culminante in cui il nuovo cittadino giura di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato;

    il testo all'esame dell'Assemblea subordina l'efficacia e la prestazione del giuramento al possesso preventivo di una certificazione della conoscenza della lingua italiana, prevedendo esenzioni per soggetti affetti da gravi disabilità permanenti o patologie invalidanti accertate;

    peraltro, le disposizioni contenute nella proposta di legge non disciplinano in alcun modo l'accertamento dell'integrazione civica e culturale dei richiedenti;

    in conseguenza, si rileva la necessità imprescindibile di pervenire all'attribuzione al Sindaco del potere di disporre con provvedimento motivato la sospensione immediata dell'iter di acquisto o di concessione della cittadinanza e della somministrazione del giuramento, nei casi di carenze linguistiche, fallimento di un test di accertamento dell'integrazione civica e culturale, perciò conferendo alle autorità locali un ruolo attivo e di primario controllo sulla qualità dell'integrazione del richiedente, valorizzando il presidio democratico dei Comuni e impedendo che vengano naturalizzati soggetti privi di un bagaglio minimo di conoscenza delle istituzioni e della cultura della Repubblica;

    le disposizioni dovrebbero inoltre prevedere che il Sindaco trasmetta immediata copia del verbale e del provvedimento motivato al Prefetto e al Ministero dell'interno affinché, entro novanta giorni, promuovano il riesame del provvedimento di concessione ai fini della revoca, della decadenza o del rigetto della domanda;

    si ritiene, in conseguenza, che l'Esecutivo debba tempestivamente intervenire in via normativa per introdurre tali poteri di sospensione in capo ai Sindaci,

impegna il Governo:

   ad integrare il quadro delle misure recate dal provvedimento in esame con ogni ulteriore necessario intervento normativo volto a prevedere espressamente che il Sindaco, qualora il richiedente non esibisca la prescritta certificazione linguistica di livello C1, manifesti un'evidente incapacità di comprendere o leggere la formula di rito, ovvero fornisca risposte errate o mancate a quesiti in materie civico-culturale, oppure ponga in essere condotte manifestamente incompatibili con l'integrazione nel tessuto sociale ed istituzionale della Repubblica, disponga con provvedimento motivato la sospensione dell'iter di acquisto o di concessione della cittadinanza e della somministrazione del giuramento, trasmettendo immediata copia del verbale al Prefetto e al Ministero dell'interno per il successivo riesame ai fini della revoca, decadenza o rigetto;

   a sostenere i sindaci e gli ufficiali dello Stato Civile nell'esercizio delle funzioni di verifica e di sospensione dell'iter di cittadinanza, fornendo supporto tecnico e linee guida operative per la corretta valutazione delle condotte incompatibili con l'integrazione sociale.
9/2124-A/6. Davide Bergamini, Ziello, Bof, Calderone, Furgiuele, Pierro, Pozzolo, Ravetto, Sasso.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge in esame introduce una riforma della legge 5 febbraio 1992, n. 91, focalizzando l'attenzione anche sulla sospensione del procedimento di acquisto della cittadinanza;

    un pilastro fondamentale di un efficiente impianto normativo, in materia di acquisto e revoca della cittadinanza, dovrebbe essere rappresentato dal regime di sospensione obbligatoria e immediata del procedimento di acquisto o di concessione della cittadinanza nel caso in cui pendano procedimenti penali, sia stata promossa l'azione penale o siano in corso indagini per uno dei delitti o reati ostativi previsti dalla legge;

    si rileva come le disposizioni contenute nell'articolo 1 della proposta di legge prevedano la sospensione dell'acquisto della cittadinanza fino alla comunicazione della sentenza definitiva o del decreto di archiviazione in presenza di azione penale; tuttavia, si ritiene necessario estendere e rafforzare tale regime di sospensione obbligatoria secondo criteri più rigorosi;

    in particolare, le disposizioni contenute nella proposta di legge non stabiliscono, in modo sistematico, che la pendenza di un procedimento penale per i reati indicati determinino l'arresto immediato dell'iter amministrativo fino alla pronuncia di una sentenza definitiva di proscioglimento o all'emissione di un decreto di archiviazione irrevocabile;

    tale meccanismo di cautela amministrativa risponderebbe all'esigenza ineludibile di impedire che lo Stato possa conferire la cittadinanza italiana a un soggetto che si trovi sotto accusa o sottoposto ad indagini per fatti delittuosi di grave allarme sociale, evitando cortocircuiti istituzionali e il rischio di conferire uno status permanente a persone la cui affidabilità penale sia seriamente compromessa;

    la sospensione non determinerebbe una violazione del principio, di matrice costituzionale, di non colpevolezza, in quanto non costituisce una sanzione penale anticipata né una pronuncia di responsabilità, bensì una misura di autotutela amministrativa e di cautela discrezionale dello Stato, il quale legittimamente decide di ibernare l'istanza concessoria fino al definitivo accertamento della verità giudiziaria;

    il protrarsi del procedimento amministrativo in presenza di carichi pendenti esaurisce la funzione di garanzia dello Stato e frusta le finalità di ordine e sicurezza pubblica che la proposta di legge dovrebbe perseguire con fermezza;

    la previsione secondo cui la sospensione opera fino alla sentenza definitiva di proscioglimento o all'archiviazione irrevocabile sarebbe in grado di garantire che, qualora il procedimento penale si concludesse favorevolmente per l'interessato con la piena affermazione della sua estraneità ai fatti, l'iter di cittadinanza riprenderebbe il suo corso senza pregiudizi permanenti,

impegna il Governo:

   ad integrare il quadro delle misure recate dal provvedimento in esame con ulteriori iniziative normative, anche nel prosieguo dell'iter di approvazione del provvedimento presso l'altro ramo del Parlamento volte a prevedere che la pendenza di un procedimento penale per un delitto per il quale sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a sei mesi, ovvero, a prescindere dalla pena edittale, per i reati di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, per i reati in materia di armi, munizioni ed esplosivi, nonché di immigrazione clandestina di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e per i reati di frode o indebita percezione di erogazioni, contributi o sussidi pubblici, determini la sospensione immediata ed obbligatoria del procedimento di acquisto della cittadinanza fino alla sentenza definitiva di proscioglimento o al decreto di archiviazione irrevocabile;

   ad adottare urgenti misure organizzative e protocolli d'intesa operativi tra il Ministero della giustizia e il Ministero dell'interno, finalizzati a garantire la comunicazione telematica immediata e automatica alle prefetture, alle questure e agli altri uffici competenti dell'esercizio dell'azione penale nei confronti dei soggetti richiedenti la cittadinanza italiana;

   a vigilare affinché il regime di sospensione obbligatoria e immediata del procedimento venga rigorosamente applicato in presenza di pendenze penali per reati ostativi, escludendo qualsiasi margine di discrezionalità amministrativa che possa eludere la ratio cautelare della norma.
9/2124-A/7. Pierro, Bof, Calderone, Ziello, Davide Bergamini, Furgiuele, Pozzolo, Ravetto, Sasso.

   La Camera,

   premesso che:

    nell'ambito delle disposizioni della proposta di legge in esame, recante modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e revoca della cittadinanza, un particolare rilievo assumono le disposizioni volte a ridefinire e ampliare il catalogo delle cause ostative di carattere penale;

    la concessione o l'acquisto della cittadinanza italiana costituisce un atto di alta sovranità dello Stato, il quale ha il dovere primario di tutelare la sicurezza pubblica, l'ordine democratico e la legalità costituzionale, precludendo l'accesso allo status di cittadino a soggetti che si siano resi responsabili di condotte criminose;

    in particolare, la proposta di legge introduce sì alcuni sbarramenti per una serie di settori criminogeni di eccezionale gravità e pericolosità per la sicurezza nazionale e la salute pubblica, quali i reati in materia di stupefacenti e sostanze psicotrope di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, i reati concernenti le armi, le munizioni e gli esplosivi, tuttavia non interviene puntualmente valorizzando l'imprescindibile necessità che il richiedente possegga i più elementari requisiti di moralità e affidabilità, mancando di stabilire che non possano accedere alla cittadinanza coloro nei cui confronti siano state pronunciate sentenze irrevocabili di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale per delitti puniti con pena detentiva non inferiore nel massimo a sei mesi;

    peraltro, non risulta che la proposta di legge contenga alcuna rigorosa preclusione estesa ai reati di frode e di indebita percezione di erogazioni, contributi o sussidi pubblici, preclusione destinata a sanzionare quelle condotte illecite che erodono le risorse finanziarie dello Stato e danneggiano il principio di solidarietà sociale;

    la previsione di siffatte barriere risponderebbe a un elementare principio di giustizia sostanziale e di protezione della comunità nazionale: chi aspira a fare integralmente parte della collettività italiana deve dimostrare un legame incondizionato con il rispetto delle leggi e dei beni giuridici tutelati dall'ordinamento, rifuggendo da ogni forma di illegalità o devianza criminale;

    l'equiparazione della sentenza di condanna definitiva a quella di applicazione della pena su richiesta delle parti sarebbe poi in grado sbarrare la strada a strategie processuali volte a eludere gli sbarramenti di ordine morale, equiparando l'accertamento di responsabilità racchiuso nel patteggiamento alla pronuncia dibattimentale ai fini della valutazione di affidabilità del soggetto,

impegna il Governo:

   ad integrare il quadro delle misure recate dal provvedimento in esame con ulteriori iniziative normative, anche nel prosieguo dell'iter di approvazione del provvedimento presso l'altro ramo del Parlamento volte a introdurre e consolidare l'impedimento all'acquisto della cittadinanza nei confronti dei soggetti nei cui confronti pendano procedimenti penali e non siano state pronunciate sentenze irrevocabili di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale per un delitto per il quale sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a sei mesi, ovvero, a prescindere dalla pena edittale, per i reati di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, per i reati in materia di armi, munizioni ed esplosivi, nonché di immigrazione clandestina di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e per i reati di frode o indebita percezione di erogazioni, contributi o sussidi pubblici;

   a potenziare l'interscambio informativo tra cancellerie, procure e prefetture per garantire che ogni condanna definitiva o patteggiamento sia verificato puntualmente nei procedimenti di cittadinanza sfugga alla verifica istruttoria nei procedimenti di cittadinanza;

   a promuovere, nell'ambito delle sedi europee e internazionali, accordi di cooperazione giudiziaria rafforzata volti a garantire la tracciabilità e la tempestiva comunicazione dei precedenti penali maturati all'estero dai cittadini stranieri richiedenti la cittadinanza italiana.
9/2124-A/8. Bof, Calderone, Ziello, Davide Bergamini, Furgiuele, Pierro, Pozzolo, Ravetto, Sasso.

   La Camera,

   premesso che:

    la legge n. 91 del 1992 disciplina diverse modalità di acquisto della cittadinanza, fondate su presupposti differenti, tra cui l'acquisto da parte dello straniero nato in Italia e legalmente residente ininterrottamente fino alla maggiore età, l'acquisto per matrimonio e la concessione per naturalizzazione;

    tali procedure si distinguono per natura giuridica, requisiti e margini di discrezionalità amministrativa: in particolare, la concessione per naturalizzazione comporta una valutazione amministrativa di opportunità, mentre altre modalità di acquisto sono legate alla sussistenza di specifici presupposti normativi;

    l'estensione generalizzata di requisiti e cause ostative tra procedure differenti rischia di determinare disparità irragionevoli, soprattutto quando non tenga conto del radicamento personale, familiare, scolastico e sociale maturato in Italia da chi vi è nato o cresciuto;

    particolarmente irragionevole sarebbe l'applicazione di criteri indistinti a persone nate e cresciute in Italia, il cui percorso di integrazione e radicamento nel Paese presenta caratteristiche differenti rispetto a quelle di chi richiede la cittadinanza attraverso procedimenti fondati su altri presupposti;

    il principio di uguaglianza di cui all'articolo 3 della Costituzione richiede che le differenze di trattamento siano giustificate dalla diversità delle situazioni e che i criteri adottati siano pertinenti rispetto alle finalità perseguite;

    preme ai firmatari rappresentare che dalla relazione introduttiva che accompagna la proposta di legge in titolo, ancor prima che dal testo, si rileva l'assenza di nesso logico, causale nonché giuridico tra il dato ivi riportato: «l'incremento dei reati commessi da minorenni stranieri», «il disagio e la mancata integrazione nella comunità che questi giovani vivono» e la risposta politica: la preclusione dall'accesso alla cittadinanza italiana in chiave punitiva, in particolare per coloro che sono nati e cresciuti nel nostro Paese;

    in proposito, i firmatari rilevano, altresì, che nei primi sei mesi dell'anno in corso risultano 23.932 minori in carico alla giustizia minorile, di cui il 77 per cento italiani e il 23 per cento stranieri, che i delitti più gravi contro la persona (tra cui omicidi e violenze sessuali) sono compiuti per l'80 per cento da minorenni italiani, mentre tra i minori stranieri prevalgono i reati predatori legati a contesti di marginalità economico-sociale;

    la prevenzione della criminalità, soprattutto giovanile, costituisce una componente essenziale della tutela della collettività, della sicurezza pubblica e della sicurezza della Repubblica e non può essere efficacemente perseguita attraverso il solo inasprimento delle conseguenze giuridiche successive alla commissione di un reato;

    il contrasto alla devianza giovanile richiede interventi tempestivi sulle condizioni di vulnerabilità economica e sociale, sulla dispersione scolastica, sulle dipendenze e sul rischio di coinvolgimento dei giovani da parte delle organizzazioni criminali, attraverso una collaborazione stabile tra istituzioni scolastiche, enti locali, servizi sociali, servizi sanitari e autorità competenti;

    la sicurezza collettiva non si tutela soltanto attraverso la repressione delle condotte illecite, ma anche rimuovendo le condizioni che favoriscono l'esclusione, la recidiva e l'assoggettamento dei giovani a contesti criminali;

    risulta pertanto necessario affiancare alle misure sanzionatorie un insieme organico di politiche pubbliche che intervengano prima della commissione dei reati e sostengano il recupero e il reinserimento delle persone coinvolte, in particolare dei minorenni e dei giovani adulti,

impegna il Governo:

ferme restando le prerogative parlamentari, anche in termini di funzioni di indirizzo e controllo, a rivedere le disposizioni concernenti le cause ostative all'acquisto della cittadinanza collegate a condanne penali e, anche alla luce delle considerazioni svolte in premessa, ad assumere le iniziative necessarie, sotto il profilo legislativo e amministrativo, anche nell'ambito dell'esame del provvedimento in titolo presso l'altro ramo del Parlamento, volte a:

  verificare la coerenza dei requisiti e delle cause ostative previsti per le diverse modalità di acquisto della cittadinanza con i principi di uguaglianza, ragionevolezza e proporzionalità, evitando equiparazioni automatiche tra situazioni giuridicamente differenti e assicurando che la disciplina tenga adeguatamente conto del diverso grado di radicamento nel territorio nazionale, dei percorsi di vita e di integrazione e della natura dei singoli procedimenti, senza determinare svantaggi ingiustificati per le persone nate e cresciute in Italia;

  salvaguardare la specificità della condizione delle persone nate e cresciute in Italia, evitando l'estensione indiscriminata di requisiti e preclusioni elaborati per modalità di acquisto della cittadinanza fondate su presupposti differenti;

  perseguire prevenzione della criminalità e tutela della sicurezza collettiva con strumenti efficaci, proporzionati e rispettosi dei principi costituzionali, senza fare della preclusione all'acquisto o della revoca della cittadinanza un sostituto delle politiche di prevenzione, educazione e inclusione;

  rafforzare le opportunità educative, culturali, sportive e lavorative e la presenza continuativa dei servizi pubblici nei contesti maggiormente esposti alla vulnerabilità e marginalità sociali ed economiche, predisponendo e finanziando un programma nazionale integrato di prevenzione della criminalità giovanile ed educazione alla legalità, in raccordo con le istituzioni e le organizzazioni di settore territoriali;

  monitorare l'impatto delle disposizioni introdotte dal provvedimento in titolo, in particolare in ordine alla commissione dei reati da parte dei minori stranieri e alla loro tipologia, al numero di preclusioni e revoche comminate nonché in ordine alla riduzione del numero di minori stranieri in carico alla giustizia minorile e a trasmettere alle Camere la relativa documentazione con cadenza semestrale.
9/2124-A/9. Alfonso Colucci, Auriemma, Baldino, Penza.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame interviene sulla disciplina dell'acquisto della cittadinanza, aumentando e ampliando le cause ostative connesse alla commissione di reati e rafforzando il rilievo dei precedenti penali, con il rischio di introdurre preclusioni automatiche non adeguatamente commisurate alla gravità dei fatti e alla situazione individuale;

    la legittima esigenza di verificare il rispetto della legge e di tutelare la sicurezza della collettività non può tradursi nell'attribuzione alla mera esistenza di una condanna di conseguenze ulteriori e automatiche, senza un'adeguata considerazione della natura del reato, delle circostanze del fatto, del tempo trascorso e della condotta successiva dell'interessato, anche alla luce dei principi di ragionevolezza e proporzionalità e della finalità rieducativa della pena sancita dall'articolo 27 della Costituzione;

    una politica efficace di sicurezza pubblica non può esaurirsi nell'inasprimento delle conseguenze giuridiche successive alla commissione di un reato, ma deve investire anche nella prevenzione, nella capacità operativa delle istituzioni e nella rimozione delle condizioni che favoriscono la criminalità e la recidiva;

    le donne e gli uomini delle forze di polizia svolgono un ruolo essenziale nella tutela della collettività e nel contrasto ai fenomeni criminali, ma l'efficacia del loro intervento richiede organici adeguati, strumenti operativi aggiornati, formazione continua e una presenza capillare sul territorio, in particolare nei contesti maggiormente esposti a fenomeni di criminalità e vulnerabilità sociale;

    il rafforzamento della sicurezza di prossimità, fondato sulla collaborazione tra forze di polizia, enti locali, istituzioni scolastiche e servizi territoriali, può contribuire alla prevenzione dei reati, all'emersione tempestiva delle situazioni di rischio e al consolidamento della fiducia tra cittadini e istituzioni, coniugando la tutela della sicurezza pubblica con il rispetto dei diritti fondamentali;

    la relazione introduttiva che accompagna la proposta di legge, stilata dal presentatore, menziona il grave problema della delinquenza minorile, in particolare dei minori stranieri, e il disagio che essi vivono, dovuto nella gran parte dei casi alle condizioni di marginalità socio-economica familiari e di contesto,

impegna il Governo:

a rivedere le disposizioni concernenti le cause ostative all'acquisto della cittadinanza collegate a condanne penali e, anche alla luce delle considerazioni svolte in premessa, ad assumere le iniziative necessarie, sotto il profilo legislativo e amministrativo, volte a:

  sulla base dei criteri di ragionevolezza e proporzionalità, evitare automatismi fondati sulla sola esistenza della condanna e assicurare un'adeguata valutazione della gravità del fatto, della definitività dell'accertamento, del tempo trascorso e della condotta successiva dell'interessato;

  potenziare i presidi territoriali delle forze di polizia, con particolare riguardo alle aree maggiormente esposte a fenomeni criminali, a promuovere forme strutturate di collaborazione tra forze di polizia, enti locali e servizi territoriali per rafforzare la sicurezza di prossimità, migliorare la capacità di individuazione e prevenzione delle situazioni di rischio dei giovani e dei minori stranieri e consolidare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, nel rispetto dei principi costituzionali e dei diritti fondamentali.
9/2124-A/10. Penza, Alfonso Colucci, Auriemma, Baldino.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame interviene sulla disciplina dell'acquisto della cittadinanza italiana, introducendo nuove cause ostative e ampliando le fattispecie di condanna rilevanti ai fini dell'accesso allo status di cittadino;

    la definizione dei requisiti per l'acquisto della cittadinanza rientra nella discrezionalità del legislatore, che deve tuttavia esercitarla nel rispetto dei principi di uguaglianza e ragionevolezza, evitando automatismi che producano conseguenze sproporzionate rispetto alle finalità perseguite;

    l'individuazione di una causa ostativa sulla base della sola condanna, senza un'adeguata considerazione della natura e della gravità del reato, delle circostanze concrete, del tempo trascorso e della condotta successiva, rischia di attribuire alla disciplina della cittadinanza una funzione impropriamente punitiva, ulteriore rispetto alle conseguenze previste dall'ordinamento penale;

    il sistema penale italiano, ai sensi degli articoli 25 e 27 della Costituzione, si fonda sulla responsabilità personale e sulla finalità rieducativa della pena, rendendo necessario che le conseguenze amministrative connesse a una condanna siano definite secondo criteri ragionevoli e proporzionati,

impegna il Governo

ferme restando le prerogative parlamentari, anche in termini di funzioni di indirizzo e controllo, a rivedere le disposizioni della proposta di legge in esame e, anche alla luce delle considerazioni svolte in premessa, ad assumere le iniziative necessarie, sotto il profilo legislativo e amministrativo, anche in occasione dell'esame del provvedimento presso l'altro ramo del Parlamento, volte a garantire che le cause ostative all'acquisto della cittadinanza siano fondate su criteri proporzionati alla gravità dei fatti e alle finalità di tutela perseguite, ad escludere automatismi indiscriminati, a prevedere valutazioni individuali che tengano conto, in particolare, della definitività della condanna, della natura e della gravità del reato, delle circostanze concrete, del tempo trascorso, della condotta successiva dell'interessato, assicurando altresì che gli esiti del procedimento penale favorevoli all'interessato non producano preclusioni ingiustificate.
9/2124-A/11. Auriemma, Alfonso Colucci, Baldino, Penza.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame reca «Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e di revoca della cittadinanza»;

    l'istituto dell'acquisto della cittadinanza da parte dello straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente e senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, disciplinato dall'articolo 4, comma 2, della legge n. 91 del 1992, rappresenta una delle principali modalità attraverso cui le persone nate e cresciute nel nostro Paese possono acquisire la cittadinanza italiana;

    nonostante questa rilevanza, la cittadinanza al raggiungimento dei diciotto anni è rimasta negli ultimi anni sostanzialmente ai margini del dibattito pubblico. Il confronto politico si è prevalentemente concentrato sulle proposte di riforma fondate sullo ius soli, sullo ius culturae o sullo ius scholae, mentre l'attenzione verso il funzionamento concreto dell'articolo 4, comma 2, è progressivamente diminuita;

    le disposizioni contenute nel provvedimento all'esame dell'Assemblea intervengono su diversi profili della disciplina della cittadinanza: introducono nuove cause ostative all'acquisto della cittadinanza da parte delle persone nate in Italia, estendono alcuni requisiti già previsti per altri istituti, ampliano le ipotesi di revoca della cittadinanza e modificano ulteriori aspetti della disciplina vigente;

    l'articolo 1, comma 1, lettere a) e b), introduce nella legge n. 91 del 1992 un nuovo articolo 4-bis, che preclude l'acquisto della cittadinanza italiana allo straniero nato in Italia e che vi abbia risieduto legalmente e senza interruzioni fino alla maggiore età, qualora abbia riportato condanne per determinate categorie di delitti;

    la disposizione stabilisce, in particolare, una causa ostativa per i delitti di cui al libro secondo, titolo I, capi I, II e III, del codice penale, puniti con la reclusione, nonché per i delitti richiamati dall'articolo 10-bis della legge n. 91 del 1992, senza introdurre, per tali fattispecie, una valutazione individualizzata della gravità della condotta;

    ne consegue che la disposizione attribuisce il medesimo effetto preclusivo a condotte che possono presentare livelli sensibilmente differenti di gravità e offensività, senza consentire di valorizzare adeguatamente le circostanze del fatto, l'età dell'interessato al momento della commissione del reato, il tempo trascorso e il successivo percorso di integrazione sociale;

    tali interventi appaiono accomunati da una medesima impostazione: rendere progressivamente più restrittivo l'accesso alla cittadinanza, avvicinando l'istituto disciplinato dall'articolo 4, comma 2, della legge n. 91 del 1992 ai modelli previsti per la cd. naturalizzazione e per l'acquisto della cittadinanza per matrimonio;

    tra gli aspetti maggiormente rilevanti vi è l'introduzione di nuove cause ostative all'acquisto della cittadinanza da parte dei neomaggiorenni nati in Italia: la categoria dei delitti richiamati è infatti estremamente ampia e comprende fattispecie tra loro profondamente eterogenee per natura, offensività e trattamento sanzionatorio. L'effetto della disposizione è quello di introdurre una preclusione automatica all'acquisto della cittadinanza per una pluralità di situazioni molto differenti, con il rischio di compromettere il principio di proporzionalità che dovrebbe orientare qualsiasi limitazione all'accesso a uno status giuridico così rilevante;

    la proposta amplia, infine, le ipotesi di revoca della cittadinanza, estendendole a ulteriori fattispecie di reato rispetto a quelle attualmente previste dall'articolo 10-bis della legge n. 91 del 1992. Anche questo intervento si inserisce all'interno di una potenziale e preoccupante tendenza progressiva all'espansione di un istituto che, nell'ordinamento italiano, ha avuto carattere eccezionale e residuale. L'ampliamento delle fattispecie suscettibili di determinarla rischia di consolidare una dinamica di progressiva estensione di uno strumento originariamente concepito per situazioni del tutto straordinarie;

    l'introduzione di nuove cause ostative, l'ampliamento dei requisiti e l'estensione delle ipotesi di revoca della cittadinanza sembrano rispondere a una logica di progressiva restrizione dell'accesso allo status di cittadino, senza che emerga una dimostrazione della loro effettiva capacità di perseguire gli obiettivi dichiarati di integrazione e sicurezza,

impegna il Governo

nel prosieguo dell'iter legislativo della proposta di legge in esame, ferme restando le prerogative parlamentari, a verificare gli effetti applicativi della disciplina dalla stessa recata allo scopo di adottare le opportune iniziative normative volte a dare seguito alle indicazioni contenute nelle numerose audizioni al fine di dare il giusto peso sia ai reati commessi dai minorenni in assenza di recidive, sia a una corretta valutazione della gravità della condotta se commessa con dolo o colpa.
9/2124-A/12. Zaratti, Zanella, Bonelli, Borrelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento reca «Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e di revoca della cittadinanza»;

    l'istituto dell'acquisto della cittadinanza da parte dello straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente e senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, disciplinato dall'articolo 4, comma 2, della legge n. 91 del 1992, rappresenta una delle principali modalità attraverso cui le persone nate e cresciute nel nostro Paese possono acquisire la cittadinanza italiana;

    la disciplina della cittadinanza produce effetti che vanno ben oltre la definizione formale di uno status giuridico. Essa incide sulle opportunità educative e lavorative, sulla partecipazione alla vita democratica, sulla stabilità delle persone e, più in generale, sulla capacità del Paese di valorizzare chi è nato, cresciuto e si è formato nel territorio nazionale. Per questa ragione, qualsiasi modifica legislativa dovrebbe essere valutata anche alla luce delle conseguenze che produce sul piano della coesione sociale, delle politiche demografiche, del mercato del lavoro e dell'interesse pubblico complessivamente inteso;

    l'istituto della cittadinanza all'interno dell'ordinamento deve essere concepito come uno degli strumenti attraverso cui favorire percorsi di inclusione, partecipazione e piena appartenenza alla comunità nazionale;

    in una società caratterizzata da profondi cambiamenti demografici, economici e sociali, appare necessario rafforzare gli strumenti che favoriscono la partecipazione e la piena inclusione delle persone che vivono stabilmente nel nostro Paese anche attraverso la riformulazione, in chiave estensiva e semplificatoria, degli istituti che informano il funzionamento della cittadinanza, piuttosto che introdurre ulteriori elementi di restrizione su un istituto che già oggi presenta rilevanti criticità applicative;

    il provvedimento all'esame dell'Assemblea interviene su due assi principali: a) introduce nuove cause ostative all'acquisto della cittadinanza per chi è nato in Italia e vi ha vissuto legalmente fino ai diciotto anni; b) amplia i reati che comportano la revoca della cittadinanza già acquisita;

    il nuovo articolo 4-bis della legge n. 91 del 1992 (dal comma 1, lettera b)) introduce cause ostative fondate sulla condanna per uno dei delitti di cui al libro secondo, titolo I, capi I, II e III del codice penale, puniti con la pena della reclusione costituiscono un catalogo eccessivamente ampio, profondamente eterogeneo e totalmente privo di graduazione;

    il problema non è la scelta di prevedere cause ostative: è legittimo farlo, e altri ordinamenti europei lo fanno. Il problema è la tecnica normativa: così non si costruisce un sistema che valuta la concreta incompatibilità del precedente penale con l'acquisto dello status, ma costruisce uno sbarramento automatico fondato sul semplice titolo del reato, senza distinzione di gravità, senza soglie di pena minima, senza considerazione della risalenza del fatto, della recidiva, del percorso di vita successivo del soggetto,

impegna il Governo

nel prosieguo dell'iter legislativo della proposta di legge in esame, ferme restando le prerogative parlamentari, a verificare gli effetti applicativi della disciplina dalla stessa recata allo scopo di adottare le opportune iniziative normative volte a dare seguito alle indicazioni contenute nelle numerose audizioni affinché la sospensione per il rilascio della cittadinanza cessi con un provvedimento d'archiviazione, di proscioglimento, di sentenza a non luogo a procedere, declaratoria di estinzione del reato a qualunque titolo e comunque decorsi ventiquattro mesi.
9/2124-A/13. Dori, Zaratti, Zanella, Bonelli, Borrelli, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge all'esame dell'Assemblea A.C. 2124-A interviene sulla disciplina dell'acquisto e della revoca della cittadinanza italiana, introducendo ulteriori condizioni ostative al suo conseguimento ampliando le fattispecie di reato che possono determinarne la revoca;

    l'istituto dell'acquisto della cittadinanza da parte dello straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente e senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, disciplinato dall'articolo 4, comma 2, della legge n. 91 del 1992, rappresenta una delle principali modalità attraverso cui le persone nate e cresciute nel nostro Paese possono acquisire la cittadinanza italiana;

    analoghe criticità emergono dall'articolo 1, comma 1, lettera c), che introduce nell'articolo 9.1 della legge n. 91 del 1992 i nuovi commi 1-bis e 1-ter, prevedendo ulteriori preclusioni e la sospensione della concessione della cittadinanza in relazione a procedimenti penali in corso;

    l'espressa previsione, nel comma 1-bis, di una preclusione collegata anche alla pendenza di procedimenti penali, accanto alla distinta disciplina della sospensione contenuta nel successivo comma 1-ter, determina inoltre un'incertezza circa gli effetti giuridici attribuiti alla mera sottoposizione a procedimento penale;

    tali disposizioni presentano profili di possibile contrasto con gli articoli 3 e 27, secondo comma, della Costituzione, nella misura in cui collegano alla pendenza del procedimento penale effetti sfavorevoli potenzialmente prolungati, senza un adeguato bilanciamento tra l'interesse pubblico e il principio di presunzione di non colpevolezza;

    il provvedimento all'esame dell'Assemblea, all'articolo 1, comma 1, lettera c), nel caso di procedimenti penali pendenti, dispone la sospensione automatica della concessione della cittadinanza fino alla comunicazione del decreto di archiviazione o della sentenza definitiva di assoluzione. La norma, così come formulata, menziona soltanto l'archiviazione e la sentenza definitiva di assoluzione, omettendo il proscioglimento e il non luogo a procedere;

    collegare la sospensione del procedimento di concessione della cittadinanza alla sola pendenza di un processo penale significa attribuire alla mera imputazione – a un atto che non costituisce accertamento di colpevolezza – un effetto fortemente pregiudizievole e potenzialmente lunghissimo sulla posizione soggettiva del richiedente;

    questo si pone in evidente tensione con il principio di non colpevolezza, che è un principio fondamentale del nostro ordinamento costituzionale;

    pertanto, un ragazzo o una ragazza nato/a in Italia che compia diciott'anni mentre è sottoposto a un processo penale – anche per uno dei reati minori prima citati – può vedere il suo procedimento di concessione della cittadinanza sospeso per tutta la durata del processo, senza che sia mai stato condannato in via definitiva, senza che la sua colpevolezza sia mai stata accertata. Il risultato è che la sospensione si trasforma, nei fatti, in un diniego differito, in una esclusione protratta, in una sanzione amministrativa anticipata mascherata da misura cautelare,

impegna il Governo

nel prosieguo dell'iter legislativo della proposta di legge in esame, ferme restando le prerogative parlamentari, a verificare gli effetti applicativi della disciplina dalla stessa recata allo scopo di adottare le opportune iniziative normative volte ad ottemperare alle disposizioni della Convenzione europea sulla nazionalità.
9/2124-A/14. Zanella, Zaratti, Bonelli, Borrelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge in esame interviene sulla disciplina dell'acquisto e della revoca della cittadinanza italiana, introducendo ulteriori condizioni ostative al suo conseguimento ampliando le fattispecie di reato che possono determinarne la revoca;

    l'istituto dell'acquisto della cittadinanza da parte dello straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente e senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, disciplinato dall'articolo 4, comma 2, della legge n. 91 del 1992, rappresenta una delle principali modalità attraverso cui le persone nate e cresciute nel nostro Paese possono acquisire la cittadinanza italiana;

    la proposta di legge in esame inserisce nella legge n. 91 del 1992 il nuovo articolo 4-bis che, in generale, introduce un catalogo eccessivamente ampio, profondamente eterogeneo e totalmente privo di graduazione;

    nel corso delle audizioni si è osservato che la proposta di legge non chiarisce, tra l'altro, neppure «quali indici rilevino» per la valutazione di ogni elemento utile a verificare l'effettiva integrazione sociale del richiedente di cui al comma 1, lettera c). Questa indeterminatezza produce un sistema in cui la discrezionalità amministrativa è molto ampia e la prevedibilità della decisione è molto bassa;

    per chi è nato in Italia, questa è una situazione è oggettivamente inaccettabile perché il diritto alla cittadinanza non può dipendere da clausole generiche che l'amministrazione può applicare in modo non uniforme;

    l'articolo 1, comma 1, lettera f), amplia ulteriormente l'ambito applicativo dell'articolo 10-bis della legge n. 91 del 1992, estendendo le ipotesi di revoca della cittadinanza a ulteriori fattispecie delittuose, mediante il richiamo all'articolo 407, comma 2, lettera a), numeri 3), 4) e 7-ter), del codice di procedura penale, agli articoli 270-ter, 270-quinquies.2, 583-bis e 601 del codice penale, nonché all'articolo 12-bis del decreto legislativo n. 286 del 1998;

    la revoca della cittadinanza costituisce una misura di eccezionale gravità, suscettibile di incidere in maniera radicale e duratura sullo status personale dell'individuo, sui suoi rapporti familiari, sulla sua vita privata e sull'esercizio dei diritti derivanti dall'appartenenza alla comunità nazionale;

    la disciplina della revoca continua a operare nei confronti dei cittadini che abbiano acquisito la cittadinanza secondo le modalità indicate dall'articolo 10-bis, determinando una differenziazione rispetto ai cittadini italiani per nascita, ai quali non è applicabile la medesima conseguenza per la commissione degli stessi reati;

    tale distinzione, pur muovendo da condizioni giuridiche originariamente differenti, necessita di una rigorosa giustificazione sul piano della ragionevolezza costituzionale, considerato che, una volta acquisita, la cittadinanza attribuisce uno status comune ai suoi titolari;

    inoltre, al comma 1, lettera c) il nuovo comma 1-ter introdotto all'articolo 9.1 della legge n. 91 del 1992 disciplina invece l'ipotesi in cui, al momento della dichiarazione di volontà di acquistare la cittadinanza, sia pendente un procedimento penale per uno dei reati indicati. In tal caso, il procedimento di acquisto non viene rigettato, ma sospeso fino alla definizione del procedimento penale con archiviazione o sentenza definitiva di assoluzione;

    in proposito si osserva che la disposizione non fa riferimento ad altre tipologie di esaurimento dell'azione penale a favore dell'imputato quali le sentenze di non luogo a procedere e di proscioglimento,

impegna il Governo

nel prosieguo dell'iter legislativo della proposta di legge in esame, ferme restando le prerogative parlamentari, a verificare gli effetti applicativi della disciplina dalla stessa recata allo scopo di adottare le opportune iniziative normative volte ad ottemperare alle norme dell'Unione europea e alle disposizioni contenute nei trattati internazionali.
9/2124-A/15. Borrelli, Zaratti, Zanella, Bonelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge A.C. 2124-A interviene sulla disciplina dell'acquisto e della revoca della cittadinanza italiana, introducendo ulteriori condizioni ostative al suo conseguimento ampliando le fattispecie di reato che possono determinarne la revoca;

    il provvedimento in esame contiene profonde e insuperabili criticità di merito, stigmatizzate sia da tutti gli auditi ascoltati in audizione che dal dibattito nella Commissione referente poiché esso incide su uno status giuridico fondamentale per la partecipazione dell'individuo alla comunità nazionale, dal quale discendono diritti e doveri costituzionalmente rilevanti;

    nonostante tali evidenti criticità l'iter legislativo è proseguito;

    la disposizione accomuna, introducendo un sostanziale automatismo, sotto un'identica conseguenza preclusiva, fattispecie criminose tra loro profondamente diverse per gravità, offensività e concreto allarme sociale, senza prevedere una valutazione individualizzata della condotta, dell'entità della pena, del tempo trascorso e del successivo percorso di integrazione sociale, introducendo un sostanziale automatismo;

    la disposizione in concreto appare diretta a trasformare la revoca della cittadinanza ad una sorta di pena accessoria;

    appare, quindi, coerente con le finalità del provvedimento e della deroga ai principi generali sulla revoca della cittadinanza, estendere a reati di particolare allarme sociale la misura della perdita della cittadinanza prevista dall'articolo 10-bis della legge 5 febbraio 1992, n. 91, prevedendola anche qualora ricorrano alcune condizioni nei confronti di chi abbia acquisito la cittadinanza per nascita;

    tra reati di particolare allarme sociale rientra la sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, la cui commissione non solo costituisce grave reato, ma viola l'articolo 53 della Costituzione;

    in alcuni casi tale reato viene posto in essere con una acquisizione di cittadinanza di altro Stato, esclusivamente diretta a sottrarsi agli obblighi tributari previsti in Italia,

impegna il Governo

ad accompagnare le disposizioni previste dal provvedimento in esame con l'adozione, per quanto di competenza, di ulteriori interventi normativi che prevedano, nei casi di condanna passata in giudicato per sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, la revoca della cittadinanza acquisita nei casi in cui la condotta criminosa sia consistita nella richiesta e nell'ottenimento di cittadinanza di altro Stato al fine di sottrarsi agli obblighi tributari italiani, a condizione che tale revoca non determini lo stato di apolide.
9/2124-A/16. Grimaldi, Zaratti, Zanella, Bonelli, Borrelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Mari, Piccolotti.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge in esame interviene sulla disciplina dell'acquisto e della revoca della cittadinanza italiana, introducendo ulteriori condizioni ostative al suo conseguimento ampliando le fattispecie di reato che possono determinarne la revoca;

    l'istituto dell'acquisto della cittadinanza da parte dello straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente e senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, disciplinato dall'articolo 4, comma 2, della legge n. 91 del 1992, rappresenta una delle principali modalità attraverso cui le persone nate e cresciute nel nostro Paese possono acquisire la cittadinanza italiana;

    l'acquisto della cittadinanza al compimento della maggiore età incide profondamente sulle traiettorie di vita delle persone interessate, determinando opportunità, diritti e condizioni di partecipazione alla vita sociale, economica e politica del Paese e non produce esclusivamente effetti giuridici poiché incide, in maniera profonda, sulle opportunità educative, lavorative, relazionali e personali delle persone direttamente interessate, contribuendo a determinare percorsi di inclusione oppure, al contrario, condizioni di precarietà che possono protrarsi per molti anni;

    il provvedimento all'esame dell'Assemblea contiene profonde e insuperabili criticità di merito, stigmatizzate sia da tutti gli auditi ascoltati in audizione che dal dibattito nella commissione redigente poiché esso incide su uno status giuridico fondamentale per la partecipazione dell'individuo alla comunità nazionale, dal quale discendono diritti e doveri costituzionalmente rilevanti;

    criticità emergono dal comma 3 del nuovo articolo 4-bis e dal nuovo comma 1-ter dell'articolo 9.1, che prevedono la sospensione dell'acquisto o della concessione della cittadinanza in presenza di procedimenti penali in corso;

    la sospensione, non accompagnata da un termine massimo né da una valutazione della gravità delle contestazioni e delle specifiche circostanze individuali, rischia di subordinare per un periodo indeterminato l'accesso alla cittadinanza alla durata del procedimento giudiziario;

    pertanto, tale la disciplina presenta rilevanti profili di tensione con il principio di presunzione di non colpevolezza sancito dall'articolo 27, secondo comma, della Costituzione, letto congiuntamente ai principi di ragionevolezza e proporzionalità di cui all'articolo 3, nella misura in cui attribuisce alla mera pendenza del procedimento penale un effetto preclusivo prolungato e generalizzato;

    l'articolo 1, comma 1, lettera g), introduce nell'articolo 13 della legge n. 91 del 1992 una nuova ipotesi di riacquisto della cittadinanza successivamente alla revoca, subordinandola, tra l'altro, al decorso di dieci anni dalla definitività del provvedimento adottato a seguito della cessazione della pericolosità sociale e all'assenza di nuove condanne definitive o dichiarazioni di pericolosità sociale per i fatti previsti dall'articolo 10-bis, comma 1;

    la disposizione collega il decorso del termine decennale a un provvedimento relativo alla cessazione della pericolosità sociale, senza disciplinare espressamente la posizione di coloro nei cui confronti non sia mai intervenuta una dichiarazione di pericolosità sociale;

    tale formulazione appare idonea a determinare incertezze applicative e possibili disparità di trattamento tra soggetti sottoposti alla medesima misura di revoca, rendendo non chiaramente individuabile, in alcune ipotesi, il momento dal quale decorre il termine per il riacquisto della cittadinanza;

    come evidenziato la proposta di legge incide in modo particolarmente significativo sulla condizione degli stranieri nati e cresciuti nel territorio italiano, che abbiano maturato un legame stabile, personale, familiare, sociale e culturale con la comunità nazionale e pertanto si pone in netta violazione degli articoli 2 e 3 della Costituzione;

    inoltre, l'introduzione di cause ostative automatiche, indipendenti da una valutazione complessiva del percorso individuale, rischia di compromettere il principio di ragionevolezza nella regolazione dell'accesso alla cittadinanza;

    la medesima condanna penale può infatti produrre conseguenze sostanzialmente differenti a seconda della posizione giuridica dell'interessato, incidendo esclusivamente sulla possibilità di conseguire la cittadinanza di chi non ne sia già titolare;

    pur essendo ammissibile una disciplina differenziata dell'acquisto della cittadinanza, le limitazioni introdotte devono conservare un ragionevole rapporto con le finalità perseguite, evitando automatismi non adeguatamente proporzionati,

impegna il Governo

nel prosieguo dell'iter legislativo di approvazione della presente proposta di legge, anche presso l'altro ramo del Parlamento, ad apportare le necessarie modificazioni affinché nei provvedimenti di revoca della cittadinanza sia di fatto reso nullo qualsiasi automatismo non adeguatamente proporzionato al reato effettivamente commesso e alla accertata volontarietà dello stesso.
9/2124-A/17. Piccolotti, Zaratti, Zanella, Bonelli, Borrelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge in esame interviene sulla disciplina dell'acquisto e della revoca della cittadinanza italiana, introducendo ulteriori condizioni ostative al suo conseguimento ampliando le fattispecie di reato che possono determinarne la revoca;

    l'istituto dell'acquisto della cittadinanza da parte dello straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente e senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, disciplinato dall'articolo 4, comma 2, della legge n. 91 del 1992, rappresenta una delle principali modalità attraverso cui le persone nate e cresciute nel nostro Paese possono acquisire la cittadinanza italiana;

    l'acquisto della cittadinanza al compimento della maggiore età incide profondamente sulle traiettorie di vita delle persone interessate, determinando opportunità, diritti e condizioni di partecipazione alla vita sociale, economica e politica del Paese e non produce esclusivamente effetti giuridici poiché incide, in maniera profonda, sulle opportunità educative, lavorative, relazionali e personali delle persone direttamente interessate, contribuendo a determinare percorsi di inclusione oppure, al contrario, condizioni di precarietà che possono protrarsi per molti anni;

    il provvedimento all'esame dell'Assemblea contiene profonde e insuperabili criticità di merito, stigmatizzate sia da tutti gli auditi ascoltati in audizione che dal dibattito nella commissione redigente poiché esso incide su uno status giuridico fondamentale per la partecipazione dell'individuo alla comunità nazionale, dal quale discendono diritti e doveri costituzionalmente rilevanti;

    l'articolo 1, comma 1, lettera f), amplia le ipotesi di revoca della cittadinanza previste dall'articolo 10-bis della legge n. 91 del 1992, ricomprendendovi ulteriori fattispecie delittuose;

    la previsione di una misura di tale gravità, collegata alla condanna per determinate fattispecie di reato, impone una rigorosa verifica della proporzionalità tra le finalità di sicurezza pubblica perseguite dal legislatore e le conseguenze prodotte sulla posizione personale e familiare dell'interessato;

    la disciplina vigente della revoca opera, inoltre, nei confronti di coloro che abbiano acquisito la cittadinanza secondo determinate modalità, introducendo una differenziazione rispetto ai cittadini italiani per nascita che, pur responsabili dei medesimi reati, non sono soggetti alla perdita del proprio status;

    la perdita della cittadinanza italiana comporta altresì, ove non sussista la cittadinanza di un altro Stato membro, la perdita della cittadinanza dell'Unione europea e dei diritti ad essa connessi;

    ne deriva l'esigenza di assicurare il rispetto dei principi di proporzionalità elaborati nell'ordinamento dell'Unione europea, rilevanti nell'ordinamento interno ai sensi dell'articolo 117, primo comma, della Costituzione, con particolare attenzione alla valutazione individuale delle conseguenze della revoca;

    l'impianto complessivo della proposta di legge tende ad attribuire alle pregresse condotte penalmente rilevanti e alle vicende processuali dell'interessato una funzione determinante nella valutazione della sua integrazione nella comunità nazionale;

    pur essendo pienamente legittimo perseguire esigenze di sicurezza pubblica e tutela della collettività, il legislatore è tenuto a individuare strumenti coerenti, necessari e proporzionati rispetto agli obiettivi dichiarati;

    l'introduzione di preclusioni automatiche, sospensioni potenzialmente indeterminate ed ulteriori ipotesi di revoca della cittadinanza, senza un'adeguata valorizzazione delle specifiche circostanze individuali, rischia di alterare il necessario equilibrio tra interesse pubblico e tutela dei diritti della persona;

    la cittadinanza, in quanto status giuridico da cui derivano fondamentali situazioni soggettive, non può essere regolata prescindendo dal rispetto dei principi costituzionali che presiedono alla ragionevolezza delle scelte legislative,

impegna il Governo

nel prosieguo dell'iter legislativo di approvazione del provvedimento, anche presso l'altro ramo del Parlamento, a dar seguito alle preoccupazioni espresse dagli auditi affinché l'introduzione di preclusioni automatiche, sospensioni potenzialmente indeterminate ed ulteriori ipotesi di revoca della cittadinanza, siano adeguatamente valutate da specifiche circostanze individuali, con particolare riguardo per i reati minorili e di lieve entità al fine di non alterare il necessario equilibrio tra interesse pubblico e tutela dei diritti della persona anche in ottemperanza alle disposizioni della Convenzione europea sulla nazionalità.
9/2124-A/18. Ghirra, Zaratti, Zanella, Bonelli, Borrelli, Dori, Fratoianni, Grimaldi, Mari, Piccolotti.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge in esame interviene sulla disciplina dell'acquisto della cittadinanza rafforzando le cause ostative connesse alla condotta penale, adottando un'impostazione prevalentemente sanzionatoria, senza attribuire adeguato rilievo agli strumenti educativi e di integrazione capaci di prevenire l'esclusione sociale e i fenomeni di devianza;

    tuttavia, preme ai firmatari rappresentare che dalla relazione introduttiva che accompagna la proposta di legge in titolo, ancor prima che dal testo, si evince la volontà del presentatore-legislatore, di affrontare le criticità relative alla condizione dei giovani stranieri e il contrasto alla criminalità giovanile, ma si rileva, al contempo, l'assenza di nesso logico, causale nonché giuridico tra il dato ivi riportato: «l'incremento dei reati commessi da minorenni stranieri», «il disagio e la mancata integrazione nella comunità che questi giovani vivono» e la risposta politica: la preclusione dall'accesso alla cittadinanza italiana in chiave punitiva, in particolare per coloro che sono nati e cresciuti nel nostro Paese;

    in proposito, i firmatari rilevano, altresì, che nei primi sei mesi dell'anno in corso risultano 23.932 minori in carico alla giustizia minorile, di cui il 77 per cento italiani e il 23 per cento stranieri, che i delitti più gravi contro la persona (tra cui omicidi e violenze sessuali) sono compiuti per l'80 per cento da minorenni italiani, mentre tra i minori stranieri prevalgono i reati predatori legati a contesti di marginalità economico-sociale;

    la prevenzione della criminalità, soprattutto giovanile, costituisce una componente essenziale della tutela della collettività, della sicurezza pubblica e della sicurezza della Repubblica, ma non potrà mai essere efficacemente perseguita attraverso il solo inasprimento delle conseguenze giuridiche successive alla commissione di un reato, perché richiede politiche capaci di intervenire sulle cause della marginalità, di prevenire il coinvolgimento dei giovani nei circuiti criminali e di rafforzare il senso di appartenenza alla comunità;

    la scuola rappresenta uno dei più importanti presìdi costituzionali della Repubblica, luogo di istruzione, formazione integrale della persona, educazione alla convivenza democratica e promozione delle pari opportunità, nel quale si costruiscono relazioni, si apprendono i principi della legalità e si sviluppa la consapevolezza dei diritti e dei doveri;

    la frequenza regolare e pluriennale del sistema nazionale di istruzione o di percorsi di istruzione e formazione professionale costituisce un indice concreto del percorso di crescita, di apprendimento della lingua italiana, di partecipazione alla vita collettiva e di radicamento nel Paese dei minori stranieri che vi sono nati o vi sono giunti in tenera età;

    il riconoscimento della cittadinanza a chi abbia compiuto un significativo percorso scolastico in Italia, in presenza di requisiti chiari e verificabili, costituisce una misura di integrazione coerente con la realtà sociale del Paese e consente di riconoscere un legame con la comunità nazionale già maturato attraverso l'istruzione, la formazione e la condivisione delle regole della convivenza;

    subordinare l'acquisto della cittadinanza alla residenza legale e continuativa e alla regolare e proficua frequenza di percorsi di istruzione o di formazione professionale realizzerebbe e valorizzerebbe un percorso effettivo di integrazione, configurando la cittadinanza non come un automatismo svincolato da requisiti verificabili, ma come «tappa ultima di un percorso che evidenzi la volontà effettiva e consapevole di integrarsi nella società in cui si vive e di cui si chiede di fare parte» come ben spiegato, anche questo punto, nella relazione della proposta in titolo;

    a loro volta, l'inclusione scolastica, l'orientamento formativo e l'accesso alle opportunità educative e professionali possono concorrere alla prevenzione della marginalità, giustamente considerata, anche nella predetta relazione,

impegna il Governo

ferme restando le prerogative parlamentari, anche in termini di funzioni di indirizzo e controllo, alla luce delle considerazioni svolte in premessa, a orientare le politiche in materia di cittadinanza e sicurezza verso un approccio integrato che affianchi al contrasto dei reati la prevenzione e l'inclusione sociale, che riconosca nell'istruzione e nella valorizzazione dei percorsi scolastici e formativi degli stranieri nati in Italia uno strumento di coesione nazionale, di promozione della legalità e di tutela duratura della sicurezza della Repubblica, meritevole di essere considerato propedeutico al pieno riconoscimento giuridico dello status di cittadino.
9/2124-A/19. Baldino, Alfonso Colucci, Auriemma, Penza.

   La Camera,

   premesso che:

    nell'ambito dell'iter di esame della proposta di legge A.C. 2124, recante modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e revoca della cittadinanza, non hanno assunto un particolare rilievo le disposizioni volte a prevenire e reprimere l'integralismo teocratico e confessionale quale gravissima minaccia all'ordine pubblico e all'integrità delle istituzioni democratiche;

    la difesa della sovranità nazionale e dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione impone di colpire con la massima severità ablativa le condotte di quei soggetti che, avendo ottenuto la cittadinanza per naturalizzazione o concessione, scelgano di aderire, promuovere, finanziare o partecipare ad associazioni, movimenti o centri culturali aventi finalità eversive fondate sull'integralismo teocratico o confessionale;

    l'ordinamento repubblicano si fonda sul principio supremo della laicità dello Stato, sulla sovranità popolare e sul primato inderogabile della legge italiana, elementi che risultano radicalmente incompatibili con qualsiasi progetto politico teso a subordinare le istituzioni democratiche a fonti, codici o giurisdizioni confessionali parallele o sovrapposte;

    costituiscono manifestazioni evidenti di tale deriva eversiva la costituzione di organi giurisdizionali o sistemi sanzionatori confessionali alternativi, la soppressione della parità di diritti tra uomo e donna, nonché il ricorso all'istigazione alla violenza, all'ostracismo sociale e alla privazione dei diritti nei confronti di chi eserciti la libertà di coscienza o intenda modificare la propria appartenenza confessionale;

    si rende altresì necessario estendere la sanzione della revoca nei confronti di chiunque manifesti, con condotte pubbliche, scritti, ostentazione di simboli o propaganda, la volontà di sovvertire l'ordinamento democratico o ponga in essere atti di grave ostilità morale o materiale nei confronti degli interessi strategici, diplomatici o di sicurezza nazionale, pur restando fermamente garantito il rispetto della libertà di culto, della devozione e della pratica religiosa individuale tutelate dall'articolo 19 della Costituzione;

    è altresì indispensabile sottolineare che l'ordinamento giuridico italiano si regge su un equilibrio costituzionale in cui i diritti fondamentali della persona sono valori assoluti e non negoziabili ed ogni tentativo di sostituire le leggi dello stato con regole teocratiche, ovvero di applicare forme di giustizia parallela basate su dogmi religiosi, rappresenta un'aperta e gravissima sfida alla sovranità nazionale;

    la revoca della cittadinanza costituisce quindi la fisiologica reazione di un ordinamento democratico che intende difendere le proprie istituzioni da chi utilizza lo status civico come schermo per perseguire il sovvertimento della Costituzione;

    in conseguenza, appare certamente inaccettabile che il riconoscimento della cittadinanza possa trasformarsi in un vettore di indebolimento dei principi di eguaglianza e di laicità che caratterizzano la nostra civiltà giuridica,

impegna il Governo

ad assumere le ulteriori e opportune iniziative normative volte a prevedere la revoca di diritto della cittadinanza nei confronti dei cittadini che abbiano acquistato la cittadinanza per naturalizzazione o concessione che aderiscano o promuovano gruppi, associazioni o centri culturali di stampo integralista teocratico o confessionale, colpendo con rigore ogni condotta volta a sostituire le leggi della Repubblica con ordinamenti confessionali e a negare i diritti fondamentali della persona.
9/2124-A/20. Pozzolo, Ziello, Davide Bergamini, Bof, Calderone, Furgiuele, Pierro, Ravetto, Sasso.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame reca modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di acquisto e di revoca della cittadinanza: in particolare, introduce nuove cause ostative all'acquisto della cittadinanza da parte dello straniero nato in Italia, sottopone anche la relativa dichiarazione di acquisto al termine di ventiquattro mesi, prorogabili fino a trentasei, già previsto dall'articolo 9-ter per i procedimenti di concessione per matrimonio e per residenza, modifica la disciplina del giuramento, amplia il catalogo dei reati che comportano la revoca e disciplina il riacquisto della cittadinanza revocata;

    per effetto del provvedimento in esame, un giovane nato e cresciuto in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino alla maggiore età, rischia di attendere fino a tre anni dalla presentazione della dichiarazione per vedere definita la propria posizione;

    si tratta del secondo intervento restrittivo sulla materia nell'arco di poco più di un anno e mezzo, dopo il decreto-legge 28 marzo 2025, n. 36, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 maggio 2025, n. 74, che ha limitato l'acquisto della cittadinanza per discendenza; nessuno dei due interventi ha affrontato una revisione complessiva di una disciplina risalente a oltre trent'anni fa né la condizione dei minori stranieri che nascono, crescono e si formano in Italia;

    in base alla legislazione vigente, lo straniero nato in Italia può diventare cittadino soltanto se vi ha risieduto legalmente senza interruzioni fino alla maggiore età e se dichiara di voler acquistare la cittadinanza entro un anno dal compimento della stessa; per la concessione della cittadinanza per residenza, l'articolo 9, comma 1, lettera f), della citata legge n. 91 del 1992 richiede almeno dieci anni di residenza legale nel territorio della Repubblica;

    lo stesso provvedimento in esame richiama, a fini preclusivi, la valutazione dell'effettiva integrazione sociale del richiedente: appare contraddittorio pretendere integrazione e, al tempo stesso, negare qualsiasi rilievo al percorso scolastico compiuto in Italia, che di quella integrazione è la prova più concreta,

impegna il Governo

ad abbandonare l'approccio legislativo frammentario e intermittente che sta caratterizzando l'azione del Governo sulla legge 5 febbraio 1992, n. 91, adottando tempestivamente un'iniziativa normativa per una riforma organica della disciplina della cittadinanza, che ne preservi la coerenza tra le diverse modalità di acquisto, perdita e riacquisto.
9/2124-A/21. Boschi.

A.C. 1254
EMENDAMENTI
Riduzione dei termini per la liquidazione del trattamento di fine servizio dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche e rivalutazione dei limiti di importo per l'erogazione rateale del medesimo trattamento.

N. 1.

Seduta del 20 ottobre 2026

ART. 1.

  Al comma 1, sostituire le parole da: primo periodo fino alla fine del comma, con le seguenti: del decreto legge 28 marzo 1997, n. 79, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 maggio 1997, n. 140, sono apportate le seguenti modificazioni:

   a) al primo periodo, dopo le parole: «decorsi nove mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro», sono aggiunte le seguenti: «; sette mesi, se la cessazione avviene nell'anno 2028; cinque mesi, se la cessazione avviene nell'anno 2029; tre mesi se la cessazione avviene nell'anno 2030. Per le cessazioni a decorrere dal 1° gennaio 2031 non si applicano termini di differimento.»;

   b) è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «A decorrere dal 2031 il termine di cui al periodo precedente si applica esclusivamente per la prima rata.».

  Conseguentemente:

   sostituire il comma 2 con il seguente:

  2. A decorre dal 1° gennaio 2027, all'articolo 12, comma 7, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, sono apportate le seguenti modificazioni:

   a) alla lettera a), le parole: «50.000 euro» sono sostituite dalle seguenti: «60.000 euro»;

   b) alla lettera b), le parole: «50.000 euro», ovunque ricorrano, sono sostituite dalle seguenti: «60.000 euro» e le parole: «100.000 euro» sono sostituite dalle seguenti: «120.000 euro»;

   c) alla lettera c), le parole: «50.000 euro», ovunque ricorrano, sono sostituite dalle seguenti: «60.000 euro» e le parole: «100.000 euro» sono sostituite dalle seguenti: «120.000 euro»;

   dopo il comma 2 aggiungere i seguenti:

  3. Restano ferme le modalità di corresponsione rateale dei trattamenti di fine servizio previste dall'articolo 12, comma 7, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122.
  4. Agli oneri derivanti dai commi 1 e 2 del presente articolo pari a 520,15 milioni di euro per l'anno 2027, a 824,57 milioni di euro per l'anno 2028, a 427,49 milioni di euro per l'anno 2029, a 589,68 milioni di euro per l'anno 2030, a 697,01 milioni di euro per l'anno 2031, a 206,76 milioni di euro per l'anno 2032 e a 30,44 milioni di euro a decorrere dall'anno 2036 si provvede:

   a) quanto a 432,22 milioni di euro per l'anno 2027 mediante corrispondente riduzione del Fondo di cui all'articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307;

   b) quanto a 685,17 milioni di euro per l'anno 2028 mediante corrispondente riduzione del Fondo di cui all'articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307;

   c) quanto a 355,22 milioni di euro per l'anno 2029 mediante corrispondente riduzione del Fondo di cui all'articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190;

   d) quanto a 489,99 milioni di euro per l'anno 2030 mediante corrispondente riduzione del Fondo di cui all'articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190;

   e) quanto a 579,18 milioni di euro per l'anno 2031 mediante corrispondente riduzione del Fondo di cui all'articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307;

   f) quanto a 171,81 milioni di euro per l'anno 2032 mediante corrispondente riduzione del Fondo di cui all'articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190;

   g) quanto a 25,30 milioni di euro a decorrere dall'anno 2036 mediante corrispondente riduzione del Fondo di cui all'articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307;

   h) quanto a 87,93 milioni di euro per l'anno 2027, a 139,4 milioni di euro per l'anno 2028, a 72,27 milioni di euro per l'anno 2029, a 99,69 milioni di euro per l'anno 2030, a 117,83 milioni di euro per l'anno 2031, a 34,95 milioni di euro per l'anno 2032 e quanto a 5,14 milioni euro a decorrere dall'anno 2036 mediante le maggiori entrate derivanti dal presente articolo.
1.1. Alfonso Colucci, Amato, Dell'Olio, Carotenuto.

A.C. 2715-A
EMENDAMENTI
Istituzione del Registro nazionale degli orfani per crimini domestici.
Relatrice: CARFAGNA.

N. 2.

Seduta del 28 ottobre 2026

ART. 1.
(Finalità)

(Votazione dell'articolo 1)

ART. 2.
(Istituzione del Registro nazionale
degli orfani per crimini domestici)

  Al comma 4, secondo periodo, sostituire le parole da: le campagne di informazione fino alla fine del comma, con le seguenti: le amministrazioni competenti provvedono alla realizzazione delle campagne di informazione di cui al comma 3 nei limiti delle risorse finanziarie destinate a tale finalità nei propri bilanci.
2.300. (da votare ai sensi dell'articolo 86, comma 4-bis, del Regolamento)

(Votazione dell'articolo 2)

ART. 3.
(Comunicazione dei dati)

  Dopo il comma 3, aggiungere il seguente:

  3-bis. Per tutti gli operatori non appartenenti alla magistratura coinvolti nelle procedure di segnalazione di casi relativi agli orfani di crimini domestici e di femminicidio di cui all'articolo 1 e per la loro gestione e presa in carico, i percorsi di formazione obbligatoria per le finalità della presente legge sono promossi ed organizzati in applicazione dell'articolo 6, comma 2, della legge 24 novembre 2023, n. 168, come modificato dall'articolo 8 della legge 2 dicembre 2025, n. 181.
3.1000. Malavasi, Ghio, Ferrari, Forattini, Di Biase.

(Votazione dell'articolo 3)

ART. 4.
(Informazione immediata
alle vittime e ai tutori)

(Votazione dell'articolo 4)

ART. 5.
(Presa in carico da parte dei servizi sociali)

  Sopprimere il comma 4.
5.300. (da votare ai sensi dell'articolo 86, comma 4-bis, del Regolamento)

(Votazione dell'articolo 5)

ART. 6.
(Protezione dei dati personali)

(Votazione dell'articolo 6)

  Dopo l'articolo 6, aggiungere il seguente:

Art. 6-bis.
(Relazione alle Camere)

  1. All'articolo 2, della legge 2 dicembre 2025, n. 181, sono apportate le seguenti modificazioni:

   a) dopo il comma 1, è aggiunto il seguente:

   «1-bis. La relazione di cui al presente articolo deve contenere anche lo stato di applicazione del Registro nazionale degli orfani per crimini domestici con particolare riguardo al numero dei soggetti presi in carico, alle misure di assistenza e sostegno attivate, al grado di integrazione tra le amministrazioni coinvolte e alle eventuali criticità applicative riscontrate anche al fine di proposte di aggiornamento normativo. La relazione deve essere redatta con dati aggregati e in forma tale da non consentire l'identificazione, neppure indiretta, degli interessati, nel rispetto della normativa vigente in materia di protezione dei dati personali.»;

   b) la rubrica è sostituita dalla seguente: «Relazione annuale sullo stato di applicazione delle norme in materia di femminicidio e di contrasto alla violenza nei confronti delle donne e sull'attuazione del registro nazionale degli orfani per crimini domestici».
6.01000. Malavasi, Forattini, Ghio, Ferrari, Di Biase, Furfaro, Girelli, Filippin, Ciani.

ART. 7.
(Disposizioni finanziarie)

(Votazione dell'articolo 7)

A.C. 2715-A
ORDINI DEL GIORNO
Istituzione del Registro nazionale degli orfani per crimini domestici.

N. 1.

Seduta del 21 ottobre 2026

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge A.C. 2715-A, nel testo modificato in sede referente, istituisce presso il Ministero della giustizia il Registro nazionale degli orfani per crimini domestici, con la finalità di favorire il coordinamento delle misure di tutela, assistenza e sostegno economico destinate ai minori e ai maggiorenni non economicamente autosufficienti rimasti orfani a seguito di crimini commessi in ambito domestico;

    l'articolo 4 prevede l'obbligo, in capo al procuratore della Repubblica, di trasmettere entro quattro giorni dall'iscrizione della notizia di reato un documento informativo unificato, in linguaggio accessibile e in formato cartaceo e digitale, recante indicazioni sulle misure di sostegno disponibili, comprese quelle relative al patrocinio a spese dello Stato;

    il testo approvato in sede referente rinvia, per il patrocinio a spese dello Stato, alla disciplina generale contenuta nel testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, sopprimendo la disciplina specifica prevista nel testo originario;

    più in particolare, il testo originario disponeva che per ogni orfano venisse disposta d'ufficio la nomina di un difensore, iscritto in un apposito elenco tenuto dal Consiglio nazionale forense, e che le prestazioni del difensore fossero a carico dello Stato anche in deroga ai limiti reddituali previsti dal testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia;

    i figli delle vittime di crimini domestici possono trovarsi, immediatamente dopo il delitto, in una condizione di estrema vulnerabilità economica, psicologica e relazionale, spesso aggravata dalla perdita del genitore, dall'interruzione delle ordinarie relazioni familiari e dalla necessità di affrontare procedimenti giudiziari complessi;

    l'effettività del diritto di difesa, tutelato dall'articolo 24 della Costituzione, non può dipendere esclusivamente dalla capacità del minore, del tutore o dell'affidatario di orientarsi autonomamente tra procedure, requisiti reddituali, adempimenti documentali e uffici competenti;

    il rinvio alla disciplina generale del patrocinio a spese dello Stato rende particolarmente importante garantire un'informazione tempestiva, comprensibile e accompagnata da un sostegno concreto nella predisposizione delle istanze, evitando che ostacoli burocratici o carenze informative ritardino l'accesso alla giustizia,

impegna il Governo:

   ad adottare, per quanto di competenza e nel rispetto della disciplina vigente in materia di patrocinio a spese dello Stato, iniziative volte a garantire agli orfani per crimini domestici un accesso effettivo e tempestivo all'assistenza legale, assicurando che il documento informativo previsto dall'articolo 4 della legge sia accompagnato da indicazioni operative chiare sui requisiti, sulle modalità di presentazione delle istanze e sugli uffici competenti;

   a promuovere, in raccordo con i Consigli dell'ordine degli avvocati, gli uffici giudiziari e i servizi sociali, percorsi di orientamento e accompagnamento per i tutori, gli affidatari e gli altri soggetti legittimati, affinché nessun beneficiario rinunci alla tutela dei propri diritti per ragioni economiche, informative o procedurali;

   a valutare l'adeguatezza della disciplina vigente rispetto alle specifiche condizioni di vulnerabilità dei beneficiari, anche ai fini di eventuali interventi normativi diretti a rafforzarne la protezione e ad ampliare il gratuito patrocinio.
9/2715-A/1. Di Lauro.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge A.C. 2715-A, nel testo modificato in sede referente, prevede l'istituzione del Registro nazionale degli orfani per crimini domestici e disciplina le modalità di comunicazione delle informazioni, di presa in carico da parte dei servizi sociali e di predisposizione di un progetto individuale di assistenza e tutela;

    l'articolo 2 contempla campagne di informazione rivolte, tra gli altri, alle Forze di polizia, alla magistratura, ai servizi sociali, agli enti locali, ai centri antiviolenza e agli ordini professionali coinvolti;

    l'articolo 3, comma 3, attribuisce alla Scuola superiore della magistratura un ruolo nella promozione e nell'organizzazione delle attività formative specificamente rivolte al personale della magistratura coinvolto nelle procedure di comunicazione dei dati;

    l'articolo 5 prevede che la presa in carico degli orfani avvenga attraverso un progetto individuale di assistenza e tutela, elaborato secondo un approccio multidisciplinare e in coordinamento con le istituzioni scolastiche, le aziende sanitarie locali, il tribunale per i minorenni e gli enti del Terzo settore;

    la corretta individuazione dei beneficiari e l'attivazione tempestiva degli interventi dipendono in misura determinante dalle competenze degli operatori che entrano in contatto con gli orfani e con i familiari affidatari;

    la perdita di un genitore a seguito di un omicidio commesso nell'ambito domestico può determinare conseguenze traumatiche profonde, che richiedono competenze specifiche in materia di trauma, lutto traumatico, tutela minorile, violenza di genere e prevenzione della vittimizzazione secondaria;

    un intervento frammentato, tardivo o non adeguatamente preparato può esporre il minore a ripetute narrazioni dell'accaduto, valutazioni incoerenti, interruzioni della continuità assistenziale e ulteriori forme di sofferenza;

    la formazione non dovrebbe limitarsi agli adempimenti amministrativi connessi al Registro, ma comprendere anche la capacità di riconoscere i bisogni individuali, coordinare i servizi e garantire un approccio rispettoso dell'età, della storia personale e delle condizioni psicologiche del beneficiario,

impegna il Governo:

   ad adottare iniziative di competenza, anche mediante accordi in sede di Conferenza unificata e in collaborazione con le amministrazioni competenti, le università, gli ordini professionali, i centri antiviolenza e gli enti del Terzo settore qualificati, volte a promuovere percorsi permanenti e multidisciplinari di formazione e aggiornamento per il personale giudiziario, le Forze di polizia, gli assistenti sociali, gli psicologi, gli operatori sanitari, il personale scolastico e gli altri professionisti coinvolti nella presa in carico degli orfani per crimini domestici;

   a prevedere che i suddetti percorsi affrontino specificamente il trauma e il lutto traumatico, la violenza domestica e di genere, la tutela dei minori, la riservatezza dei dati personali, il riconoscimento dei segnali di disagio e la prevenzione della vittimizzazione secondaria, promuovendo protocolli operativi condivisi e strumenti di supervisione professionale, al fine di assicurare interventi coordinati, tempestivi e continuativi.
9/2715-A/2. Sportiello.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge A.C. 2715-A, nel testo modificato in sede referente, istituisce presso il Ministero della giustizia il Registro nazionale degli orfani per crimini domestici, al fine di assicurare il censimento dei beneficiari, il monitoraggio dei loro bisogni sociali e assistenziali e il coordinamento delle misure di tutela previste dall'ordinamento;

    il testo modificato rafforza le garanzie relative al trattamento dei dati personali, stabilendo che l'accesso al Registro sia consentito ai soggetti istituzionali incaricati di realizzare misure di protezione e assistenza nei confronti dell'orfano e limitatamente alle informazioni strettamente necessarie, mentre l'accesso per finalità statistiche è circoscritto a dati aggregati o comunque inidonei a consentire l'identificazione dell'interessato;

    l'articolo 3 demanda a decreti ministeriali la definizione delle modalità e delle procedure di trasmissione, alimentazione e aggiornamento del Registro, prevedendo il coinvolgimento del Garante per la protezione dei dati personali;

    il Registro può contenere informazioni particolarmente delicate relative all'identità dei minori e dei maggiorenni non economicamente autosufficienti, alla loro situazione familiare, ai procedimenti giudiziari e ai percorsi di protezione, assistenza sociale e sostegno psicologico;

    la disponibilità di tali informazioni deve essere strettamente funzionale alla tutela dei beneficiari e non può tradursi in una diffusione incontrollata di dati capaci di esporli a stigmatizzazione, discriminazione, interferenze nella vita privata o ulteriori conseguenze traumatiche;

    la riservatezza costituisce una componente essenziale della protezione delle vittime e dei loro familiari e deve essere garantita anche nei rapporti tra le diverse amministrazioni coinvolte, evitando accessi indiscriminati e trattamenti eccedenti rispetto alle finalità perseguite;

    i principi di finalità, minimizzazione, limitazione della conservazione e integrità e riservatezza, sanciti dall'articolo 5 del regolamento (UE) 2016/679, richiedono garanzie concrete, verificabili e adeguate alla particolare vulnerabilità degli interessati,

impegna il Governo:

   ad assicurare, nell'attuazione della legge e nell'adozione dei relativi decreti, la piena operatività di un sistema di accesso selettivo al Registro, differenziato in relazione alle funzioni e alle effettive necessità dei soggetti autorizzati, prevedendo misure di autenticazione, tracciabilità degli accessi, verifica periodica delle autorizzazioni e procedure di gestione degli eventuali incidenti di sicurezza;

   a garantire che siano definiti con precisione le categorie di dati trattati, i tempi di conservazione distinti in funzione delle finalità, le modalità di aggiornamento e cancellazione e le misure di sicurezza tecniche e organizzative, assicurando il coinvolgimento del Garante per la protezione dei dati personali nei casi previsti dalla legge;

   a promuovere la formazione obbligatoria del personale autorizzato sul corretto trattamento dei dati e sui rischi di divulgazione indebita nonché a prevedere verifiche periodiche sull'effettivo rispetto delle limitazioni di accesso e sull'adeguatezza delle garanzie adottate, in modo da impedire che il Registro, concepito come strumento di protezione, diventi esso stesso una fonte di esposizione o vittimizzazione secondaria degli orfani e delle persone coinvolte.
9/2715-A/3. Marianna Ricciardi.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge in esame istituisce il Registro nazionale degli orfani per crimini domestici e mira a garantire un sistema coordinato di tutela, assistenza e sostegno economico in favore dei minori e dei maggiorenni non economicamente autosufficienti rimasti orfani a seguito di crimini commessi nell'ambito domestico;

    la legge 11 gennaio 2018, n. 4, ha introdotto misure di protezione e sostegno in favore degli orfani per crimini domestici, prevedendo, tra l'altro, interventi in ambito economico, scolastico, formativo, lavorativo e di accesso al patrocinio a spese dello Stato;

    appare necessario estendere espressamente l'ambito delle tutele anche agli orfani e ai figli delle vittime che abbiano riportato lesioni gravissime a seguito di tentato femminicidio o tentato omicidio in ambito domestico, intervenendo conseguentemente sulla legge n. 4 del 2018;

    la sopravvivenza della vittima a un tentato femminicidio o a un tentato omicidio commesso in ambito domestico non esclude che i figli subiscano conseguenze profonde e durature, sotto il profilo psicologico, relazionale, economico, abitativo ed educativo;

    i figli possono aver assistito direttamente alla violenza, averne subito le conseguenze o trovarsi improvvisamente privati della possibilità di ricevere cure e sostegno dal genitore gravemente ferito, con la conseguente necessità di modificare radicalmente le proprie condizioni di vita;

    le lesioni gravissime possono determinare lunghi periodi di ospedalizzazione, disabilità permanenti, perdita dell'autonomia personale e impossibilità, temporanea o definitiva, per la vittima di provvedere alle esigenze dei figli, con un conseguente aumento del carico assistenziale ed economico a carico dell'altro genitore, dei familiari o degli affidatari;

    escludere tali nuclei familiari da misure di sostegno specificamente concepite per le conseguenze della violenza domestica rischia di determinare una disparità di trattamento fondata esclusivamente sull'esito del delitto, senza considerare l'effettiva gravità delle conseguenze sulla vita dei figli;

    l'estensione delle tutele deve essere accompagnata da criteri chiari, procedure accessibili e un coordinamento effettivo tra servizi sociali, servizi sanitari, autorità giudiziaria e soggetti competenti all'erogazione delle prestazioni,

impegna il Governo:

   ad assumere iniziative normative volte a estendere, secondo criteri oggettivi e con modalità coerenti con la disciplina vigente, le misure di assistenza, protezione e sostegno previste per gli orfani per crimini domestici anche ai figli delle vittime sopravvissute a tentato femminicidio o tentato omicidio in ambito domestico che abbiano riportato lesioni gravissime, valutando a tal fine la modifica della legge 11 gennaio 2018, n. 4, e delle disposizioni connesse, individuando criteri per l'accertamento della condizione di accesso alle misure, tenendo conto della gravità delle lesioni, della compromissione dell'autonomia della vittima e delle conseguenze sulla capacità di cura e mantenimento dei figli;

   a promuovere percorsi integrati di presa in carico analoghi ai percorsi previsti per gli orfani per crimini domestici anche a favore dei figli delle vittime sopravvissute a tentato femminicidio o tentato omicidio in ambito domestico che abbiano riportato lesioni gravissime, comprendenti sostegno psicologico, assistenza sociale e sanitaria, continuità scolastica, supporto economico e, ove necessario, sostegno abitativo.
9/2715-A/4. Ascari.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge A.C. 2715-A istituisce il Registro nazionale degli orfani per crimini domestici, con la finalità di assicurare il censimento, il monitoraggio e il coordinamento delle misure di tutela, assistenza e sostegno economico in favore dei minori e dei maggiorenni economicamente non autosufficienti rimasti orfani a seguito di crimini commessi in ambito domestico;

    l'articolo 10 della legge 11 gennaio 2018, n. 4, ha introdotto disposizioni volte a privilegiare, previo accertamento dell'idoneità e nei casi previsti dalla legge, la continuità delle relazioni affettive consolidate tra i minori rimasti orfani per crimini domestici e i parenti fino al terzo grado

    in tali circostanze, i nonni, gli zii e gli altri familiari possono assumere un ruolo determinante nell'assicurare ai minori un ambiente di vita stabile, preservando i legami affettivi e familiari e contribuendo al superamento delle conseguenze traumatiche della perdita del genitore;

    l'accoglienza di un minore rimasto orfano a seguito di un crimine domestico comporta per i familiari l'assunzione di nuove responsabilità educative e di cura, alle quali possono aggiungersi difficoltà di carattere amministrativo nell'accesso alle misure di tutela e sostegno previste dalla legislazione vigente

    sebbene l'articolo 43 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445 preveda l'acquisizione d'ufficio dei dati e dei documenti già in possesso delle pubbliche amministrazioni, le procedure di accesso alle misure di sostegno per gli orfani di crimini domestici possono comportare adempimenti documentali suscettibili di semplificazione, anche attraverso un più efficace raccordo tra le amministrazioni competenti,

impegna il Governo

a valutare l'opportunità di promuovere iniziative volte a semplificare le procedure di accesso alle misure di tutela e sostegno previste in favore degli orfani per crimini domestici e delle famiglie che li accolgono, con particolare attenzione ai nonni, agli zii e agli altri parenti affidatari, favorendo il coordinamento tra le amministrazioni competenti e l'effettiva applicazione dei principi di acquisizione d'ufficio della documentazione già disponibile, al fine di evitare adempimenti ripetitivi e agevolare l'esercizio delle responsabilità familiari, nel rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali.
9/2715-A/5. Gardini, Morgante.

A.C. 2187
EMENDAMENTI
Norme per la tutela degli equidi e loro riconoscimento come animali di affezione.

N. 1.

Seduta del 27 ottobre 2026

ART. 1.
(Princìpi generali e finalità)

  Sopprimerlo.

  Conseguentemente sopprimere gli articoli 3, 4, 5 e 6.
1.100. Cavandoli, Cerreto.

(Votazione dell'articolo 1)

ART. 2.
(Identificazione degli equidi)

  Sopprimerlo.
2.100. Cavandoli, Cerreto.

(Si vota il mantenimento
dell'articolo 2)

ART. 3.
(Misure per la riconversione degli allevamenti)

(Votazione dell'articolo 3)

ART. 4.
(Disposizioni in materia di reinserimento o utilizzo degli equidi)

(Votazione dell'articolo 4)

ART. 5.
(Fondo per la riconversione degli allevamenti)

(Votazione dell'articolo 5)

ART. 6.
(Sanzioni)

(Votazione dell'articolo 6)

  Dopo l'articolo 6, aggiungere il seguente:

Art. 7.
(Disposizioni per l'abolizione del servizio di piazza con veicoli a trazione animale)

  1. L'articolo 70 del codice della strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, è sostituito dal seguente:

   «Art. 70. – (Divieto del servizio di piazza con veicoli a trazione animale) – 1. Al fine di garantire la sicurezza della circolazione stradale, nell'intero territorio nazionale è vietato l'utilizzo di animali per la trazione di veicoli e di mezzi di ogni specie adibiti al servizio di piazza e ai servizi pubblici non di linea finalizzati al trasporto di persone a fini turistici. 2. Chiunque viola le disposizioni del comma 1 è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 40.000 a euro 250.000 in caso di recidiva. Si applica la sanzione accessoria della confisca obbligatoria del mezzo e dell'animale».

  2. Gli animali dismessi dai servizi ai sensi al comma 1 non possono essere destinati alla macellazione e restano in carico ai rispettivi proprietari. Qualora i proprietari siano impossibilitati a garantire il mantenimento degli animali, possono cederli in affidamento provvisorio alle associazioni o alle strutture individuate con il decreto di cui al comma 3 del presente articolo.
  3. Con decreto del Ministro della salute, da adottare entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definiti i criteri e le modalità per l'affidamento provvisorio degli animali, ai sensi del comma 2, alle associazioni o agli enti per la protezione degli animali riconosciuti dal Ministero della salute ai sensi dell'articolo 19-quater delle disposizioni di coordinamento e transitorie per il codice penale, di cui al regio decreto 28 maggio 1931, n. 601, o presso altre strutture idonee. Decorsi ventiquattro mesi dalla data di affidamento provvisorio degli animali senza che i rispettivi proprietari ne abbiano chiesto la restituzione, cessa ogni loro diritto di proprietà sugli stessi. Gli animali possono essere dati in adozione o ceduti gratuitamente alle associazioni o alle strutture ospitanti riconosciute ai sensi dell'articolo 19-quater delle disposizioni di coordinamento e transitorie per il codice penale, di cui al regio decreto 28 maggio 1931, n. 601, o presso altre strutture idonee.
  4. I comuni, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, convertono le licenze per il servizio di piazza con veicoli a trazione animale rilasciate ai sensi dell'articolo 70 del codice di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, in licenze per l'esercizio del servizio di taxi o in autorizzazioni per l'esercizio del servizio di noleggio con conducente o in licenze per l'esercizio del servizio di piazza con veicoli a propulsione elettrica, anche realizzati mediante la trasformazione di veicoli storici.
  5. Nello stato di previsione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti è istituito un fondo, con una dotazione di 5 milioni di euro per l'anno 2027, destinato all'erogazione di contributi a fondo perduto, in favore dei titolari di licenze per il servizio di piazza con veicoli a trazione animale soggette alla conversione di cui al comma 4, per l'acquisto di veicoli elettrici idonei ai sensi del medesimo comma 4.
6.0100. Cherchi, Sergio Costa, Caramiello.

A.C. 218-A
EMENDAMENTI
Interventi per la prevenzione e la lotta contro il virus dell'immunodeficienza umana (HIV), la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), il papilloma virus umano (HPV) e le infezioni a trasmissione sessuale.

Relatore: D'ATTIS.

N. 1.

Seduta del 27 ottobre 2026

ART. 1.
(Piano di interventi contro l'HIV, l'AIDS e le infezioni a trasmissione sessuale)

  All'articolo 1, premettere il seguente:

Art. 01.
(Finalità)

  1. In considerazione della evoluzione epidemiologica del virus dell'immunodeficienza umana (HIV) e della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) e della trasformazione delle strutture sociali e sanitarie di riferimento, la presente legge ha le seguenti finalità:

   a) definire e promuovere modelli di intervento per ridurre il numero delle nuove infezioni;

   b) facilitare l'accesso all'esame diagnostico rapido di screening;

   c) garantire a tutti l'accesso alle cure;

   d) favorire il mantenimento in cura dei pazienti che hanno ricevuto una diagnosi e di quelli in trattamento;

   e) migliorare lo stato di salute e di benessere delle persone affette da HIV e AIDS;

   f) coordinare i piani di intervento nel territorio nazionale;

   g) tutelare i diritti sociali e lavorativi delle persone affette da HIV e AIDS;

   h) contrastare ogni forma di discriminazione e di stigma nei confronti delle persone affette da HIV e AIDS;

   i) promuovere la presa di coscienza del proprio ruolo e il coinvolgimento attivo delle popolazioni chiave.
01.01. Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro.

  Al comma 1, alinea, sostituire le parole: idonea assistenza alle con le seguenti: una globale e idonea presa in carico delle.
1.1. Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro.

  Al comma 1, alinea, dopo le parole: tali patologie aggiungere le seguenti: nonché di modificare i comportamenti che costituiscono causa di rischio.
1.2. Marianna Ricciardi, Di Lauro, Sportiello, Quartini.

  Al comma 1, lettera a), sostituire le parole: , l'AIDS e le infezioni a trasmissione sessuale con le seguenti: e l'AIDS.

  Conseguentemente:

   al comma 2, sostituire le parole: Piano nazionale di interventi contro l'HIV, l'AIDS e le infezioni a trasmissione sessuale con le seguenti: Piano nazionale di interventi contro l'HIV e l'AIDS (PNAIDS);

   sostituire la rubrica, con la seguente: Piano nazionale di interventi contro l'HIV e l'AIDS (PNAIDS);

   all'articolo 2:

    al comma 1, premettere il seguente:

  01. Al fine di ridurre l'incidenza e la prevalenza di HIV tra le persone con infezioni sessualmente trasmissibili, il Ministero della salute, unitamente al PNAIDS, elabora un piano specifico e pluriennale di interventi per la prevenzione, la diagnosi e il trattamento delle infezioni sessualmente trasmissibili, finalizzato a:

   a) ottimizzare il percorso diagnostico assistenziale, ampliando la gratuità degli interventi assistenziali e di cura e aumentando il numero dei centri di riferimento;

   b) promuovere e incentivare, attraverso un servizio di informazione e orientamento mirato, l'effettuazione dell'esame diagnostico per l'HIV tra le persone con un'infezione sessualmente trasmissibile diagnosticata;

   c) migliorare la formazione e l'aggiornamento del personale sanitario sulle infezioni sessualmente trasmissibili;

   d) migliorare le informazioni sulla presentazione clinica, le modalità di trasmissione e le complicanze delle infezioni sessualmente trasmissibili nella popolazione generale;

   e) incrementare le attività di educazione alla salute sessuale, in particolare tra i giovani;

   f) promuovere e favorire le vaccinazioni e gli esami diagnostici disponibili per le infezioni sessualmente trasmissibili;

   g) attivare programmi di sorveglianza dei comportamenti per i segmenti di popolazione soggetti a rischio;

   alla rubrica, sostituire le parole: di screening e prevenzione contro l'HPV – Human Papilloma Virus con le seguenti: in tema di infezioni sessualmente trasmissibili.
1.4. Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro.

  Al comma 1, lettera b), dopo le parole: a tutela aggiungere le seguenti: e promozione.
1.6. Zanella, Zaratti, Bonelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.

  Al comma 1, lettera b), sostituire le parole da: per il conseguimento fino a: del Servizio sanitario nazionale con le seguenti: finalizzate al conseguimento della diagnosi precoce dell'HIV, delle altre infezioni e delle altre malattie a trasmissione sessuale, realizzate su tutto il territorio nazionale, in ambito ospedaliero e territoriale, anche mediante attività di screening secondo il modello community-based, svolte in collaborazione con le strutture del Servizio sanitario nazionale. In tale ambito, gli enti del Terzo settore possono essere coinvolti nell'attuazione delle iniziative esclusivamente per attività di supporto organizzativo, informativo e di facilitazione dell'accesso ai servizi, nonché attraverso il contributo di operatori non appartenenti alle professioni sanitarie (community health workers) adeguatamente formati. Resta in ogni caso espressamente escluso che il personale non sanitario degli enti del Terzo settore svolga attività di esecuzione dei test o di comunicazione degli esiti degli stessi, che rimangono di esclusiva competenza del personale sanitario adeguatamente formato e autorizzato, operante nell'ambito.
1.7. Girelli, Malavasi, Furfaro, Ciani, Stumpo.

  Al comma 1, lettera b), dopo le parole: in ambito ospedaliero e territoriale, aggiungere le seguenti: nonché nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, nei luoghi ricreativi e di incontro e in tutti i contesti atti a raggiungere le popolazioni più vulnerabili,.
1.8. Zanella, Zaratti, Bonelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.

  Al comma 1, lettera c), dopo le parole: al tema aggiungere le seguenti: delle infezioni asintomatiche a trasmissione sessuale,.

  Conseguentemente:

   dopo l'articolo 2, aggiungere il seguente:

Art. 2-bis.
(Interventi di screening contro la Clamidia – Chlamydia trachomatis e Gonorrea – Neisseria gonorrhoeae)

  1. Al fine di rafforzare le misure di prevenzione e contrasto della diffusione delle infezioni da Clamidia – Chlamydia trachomatis e Gonorrea – Neisseria gonorrhoeae, nelle more dell'adozione e attuazione del Piano nazionale di interventi contro l'HIV, l'AIDS e le infezioni a trasmissione sessuale, di cui all'articolo 1, comma 2, sono garantiti programmi di screening gratuiti rivolti alle popolazioni a rischio.
  2. Con decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definiti i criteri e le modalità per l'attuazione dello screening di cui al comma 1.
  3. Il Ministero della salute, di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze, predispone sistemi di premialità in favore delle regioni che attuano programmi di screening per l'HIV e le infezioni sessualmente trasmesse e che adottano sistemi adeguati di monitoraggio dei dati epidemiologici. I criteri e le modalità di attribuzione delle premialità sono definiti con decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano;

   all'articolo 5, comma 1, dopo le parole: test HIV aggiungere le seguenti: e per le infezioni a trasmissione sessuale;

   all'articolo 7, comma 2, dopo le parole: da HIV aggiungere le seguenti: e delle infezioni a trasmissione sessuale.
1.11. Girelli, Malavasi, Furfaro, Ciani, Stumpo.

  Al comma 1, lettera c), dopo le parole: svolgimento di attività di formazione e di aggiornamento aggiungere le seguenti: per le Forze dell'ordine,.

  Conseguentemente al medesimo comma, medesima lettera, aggiungere, in fine, le parole: e per i leader religiosi e di comunità straniere.
1.13. Marianna Ricciardi, Di Lauro, Sportiello, Quartini.

  Al comma 1, lettera c), dopo la parola: operatori aggiungere le seguenti: delle Forze dell'ordine e.
1.12. Di Lauro, Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi.

  Al comma 1, lettera d), sostituire le parole: attività di razionalizzazione con le seguenti: potenziamento dell'organico sanitario e sociosanitario.
1.14. Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro, Sportiello.

  Al comma 1, dopo la lettera d), aggiungere la seguente:

   d-bis) potenziamento dell'attività di assistenza domiciliare, al fine di favorire percorsi di integrazione con l'assistenza extra-ospedaliera, di garantire la continuità di cura delle persone e di gestire la comorbosità.
1.16. Di Lauro, Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi.

  Al comma 1, dopo la lettera d), aggiungere la seguente:

   d-bis) potenziamento dei consultori familiari e dei servizi territoriali, attraverso un approccio integrato e personalizzato e con l'ausilio di équipe multidisciplinari.
1.17. Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro.

  Al comma 1, lettera e), dopo le parole: della medicina territoriale aggiungere le seguenti: e dei possibili servizi attivabili presso le Case della comunità.

  Conseguentemente, al medesimo comma, medesima lettera:

   dopo le parole: attraverso un percorso aggiungere la seguente: preventivo,;

   dopo le parole: nell'accesso dei servizi, aggiungere le seguenti: dei bisogni odierni della patologia quali la garanzia di aderenza alle terapie e la tutela dalle numerose forme di stigma dei pazienti,.
1.18. Girelli, Malavasi, Furfaro, Ciani, Stumpo.

  Al comma 1, dopo la lettera e), aggiungere la seguente:

   e-bis) adozione di protocolli diagnostico-terapeutici omogenei nel territorio nazionale associati all'invecchiamento della popolazione assistita, alla disabilità, all'infezione congiunta da HIV e da hepatitis C virus (HCV), alla gestione delle persone affette da HIV o AIDS in età pediatrica e alla prevenzione delle comorbilità, introducendo strategie assistenziali polispecialistiche che consentano di porre in essere percorsi assistenziali integrati e coordinati, anche attraverso la ricognizione di modelli già esistenti;.
1.19. Marianna Ricciardi, Di Lauro, Sportiello, Quartini.

  Al comma 1, lettera f), sostituire le parole: a contratto o con le seguenti: convenzionati,.

  Conseguentemente:

   al medesimo comma, medesima lettera:

    sostituire la parola: svolti con la seguente: operanti;

    sostituire le parole da: favorendo la realizzazione fino a: e che garantisca con le seguenti: mediante la realizzazione di un sistema nazionale unificato di sorveglianza HIV-AIDS. Tale sistema prevede l'utilizzo di una scheda nazionale informatizzata unica per la raccolta dei dati, idonea a garantire l'integrazione della segnalazione delle nuove diagnosi di HIV con quelle di AIDS, nonché l'adozione di un'unica piattaforma nazionale per l'inserimento telematico dei dati, che assicuri la sicurezza delle informazioni, la protezione dei dati personali e.
1.20. Girelli, Malavasi, Furfaro, Ciani, Stumpo.

  Al comma 1, dopo la lettera f), aggiungere la seguente:

   f-bis) interventi direttamente volti alla riduzione dei contagi nelle popolazioni chiave e la distribuzione gratuita di profilattici maschili e femminili nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, i programmi di offerta attiva dell'esame diagnostico per l'HIV, gli interventi di sostegno alle persone con infezioni sessualmente trasmesse, tra cui quelli diretti a garantire l'accesso facilitato e gratuito ai servizi sanitari di diagnosi e cura.
1.21. Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro.

  Al comma 1, dopo la lettera f), aggiungere la seguente:

   f-bis) interventi indirizzati a contrastare i comportamenti che costituiscono causa di rischio, quali quelli volti ad incentivare l'esercizio consapevole della sessualità, il corretto uso del profilattico maschile e femminile, quelli volti a migliorare l'adesione alla terapia e quelli concernenti la prestazione di attività di informazione e orientamento;.
1.22. Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro, Sportiello.

  Al comma 1, lettera g), sostituire le parole: , anche gratuita, con la seguente: gratuita.
1.23. Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro.

  Al comma 1, lettera g), dopo le parole: popolazioni maggiormente esposte all'HIV, aggiungere le seguenti: inclusi preservativi e farmaci per la profilassi pre-esposizione (PrEP) la cui assunzione deve avvenire sotto la sorveglianza di centri esperti e secondo protocolli nazionali,.
1.24. Girelli, Malavasi, Furfaro, Ciani, Stumpo.

  Al comma 1, lettera g), dopo le parole: delle farmacie di comunità aggiungere le seguenti: e degli enti del Terzo settore.
1.25. Zanella, Zaratti, Bonelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.

  Al comma 1, dopo la lettera g), aggiungere la seguente:

   g-bis) interventi farmacologici, in attuazione di una strategia di prevenzione basata sull'utilizzo dei farmaci antiretrovirali indispensabili per raggiungere e mantenere stabilmente la carica virale sotto il limite di rilevabilità e per rafforzare la profilassi antecedente e successiva all'esposizione;.
1.26. Sportiello, Di Lauro, Quartini, Marianna Ricciardi.

  Al comma 1, aggiungere, in fine, la seguente lettera:

   i) interventi strutturali finalizzati a ridurre la vulnerabilità all'infezione da HIV derivante da condizioni quali la povertà, la disparità di genere e la discriminazione e l'emarginazione sociale, con particolare riferimento a quelle nei riguardi delle persone omosessuali e transessuali, delle persone che esercitano la prostituzione, della popolazione immigrata e delle persone che fanno uso di sostanze psicotrope.
1.27. Marianna Ricciardi, Di Lauro, Sportiello, Quartini.

  Dopo il comma 1, aggiungere il seguente:

  1-bis. Nell'ambito degli interventi di cui al comma 1 è assicurato l'aggiornamento delle politiche di offerta e delle modalità di esecuzione dell'esame diagnostico per l'HIV, tenendo conto dell'evoluzione delle conoscenze e degli esami diagnostici di ultima generazione che siano in grado di accelerare la diagnosi, dei contesti anche non sanitari dove svolgere la diagnosi e delle nuove tecnologie, prevedendo le seguenti azioni:

   a) realizzazione di programmi mirati alla promozione degli esami diagnostici e della consulenza, che comprendano anche la riduzione dello stigma sulla patologia e le informazioni sui benefìci di una diagnosi precoce, anche con approcci proattivi;

   b) verifica delle esperienze territoriali e regionali più virtuose, per favorirne il potenziamento;

   c) potenziamento, a livello territoriale, dei consultori familiari, dei centri sanitari specializzati, degli ambulatori, dei punti di prelievo che contemplino l'offerta dell'esame diagnostico gratuito e dei servizi di informazione e orientamento, senza necessità di prescrizione medica;

   d) incremento e incentivazione delle risorse e delle strategie che promuovano l'esecuzione dell'esame diagnostico e dell'attività di informazione e orientamento nella popolazione più esposta a rischio, anche in contesti non sanitari ad opera di operatori sanitari o non sanitari adeguatamente formati, con il coinvolgimento dei rappresentati delle popolazioni target e degli enti del Terzo settore, opportunamente finanziati;

   e) valutazione dell'impatto e della diffusione dell'esame diagnostico in autosomministrazione reperibile in farmacia, prevedendo che sia consegnato all'acquirente con un'informativa multilingue adeguata e con l'indicazione del numero telefonico del Servizio sanitario nazionale destinato all'erogazione di informazioni, orientamento, supporto e assistenza anche in relazione all'utilizzo dell'esame diagnostico e all'interpretazione del risultato, con particolare riguardo ai limiti temporali di affidabilità dell'esame stesso;

   f) garanzia della possibilità di esecuzione dell'esame diagnostico gratuito e in forma anonima;

   g) incentivazione dell'utilizzo delle nuove tecnologie al fine di collegare con facilità l'utente ai servizi esistenti e promuovere strumenti divulgativi di autovalutazione del rischio.
1.28. Sportiello, Marianna Ricciardi, Di Lauro, Quartini.

  Dopo il comma 1, aggiungere il seguente:

  1-bis. Per l'individuazione degli interventi di cui al comma 1, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, è istituito un gruppo tecnico, con il coinvolgimento dei rappresentanti delle organizzazioni di settore maggiormente rappresentative, per la redazione di linee di indirizzo che contemplino anche interventi differenziati su popolazioni target e contro lo stigma e la discriminazione.
1.29. Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro, Sportiello.

  Al comma 4, terzo periodo, sopprimere le parole: , quando possibile e in via residuale,.
1.30. Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro.

  Al comma 5, sostituire le parole da: , ivi compresa l'attività di prevenzione fino alla fine del comma, con le seguenti: . Gli enti del Terzo settore sono coinvolti nell'attuazione delle iniziative di screening dell'HIV, delle infezioni e delle malattie a trasmissione sessuale esclusivamente per attività di supporto organizzativo, informativo e di facilitazione dell'accesso ai servizi. Resta in ogni caso espressamente escluso che il personale non sanitario degli enti del Terzo settore svolga attività di esecuzione dei test o di comunicazione degli esiti degli stessi, che rimangono di esclusiva competenza di personale sanitario adeguatamente formato e autorizzato.
1.32. Girelli, Malavasi, Furfaro, Ciani, Stumpo.

(Votazione dell'articolo 1)

  Dopo l'articolo 1, aggiungere il seguente:

Art. 1-bis.
(Interventi per le popolazioni più vulnerabili)

  1. È istituito, presso l'Istituto superiore di sanità, l'Osservatorio nazionale sulla salute in carcere, con il compito di rilevare i dati epidemiologici più accreditati e aggiornati, a livello sia locale sia nazionale, relativi alla salute della popolazione detenuta negli istituti di pena e di attivare programmi di formazione specifici riguardanti il personale sanitario e di polizia penitenziaria. Entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, con decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro della giustizia, sentito il Garante per la protezione dei dati personali, sono definiti la composizione, i compiti e le funzioni dell'Osservatorio di cui al primo periodo.
  2. Il Ministro della salute trasmette annualmente alle Camere una relazione sull'attività svolta dall'Osservatorio di cui al comma 1. Ai componenti dell'Osservatorio non sono corrisposti gettoni, compensi, rimborsi di spese o altri emolumenti comunque denominati.
  3. L'Osservatorio di cui al comma 1, entro dodici mesi dalla sua istituzione, definisce delle linee di indirizzo per la presa in carico del detenuto-paziente, prevedendo l'obbligo per i servizi sanitari di offrire periodicamente un servizio di informazione e orientamento adeguato e un accesso volontario e libero ai test di screening d'ingresso nonché un programma di educazione sanitaria della popolazione detenuta e di prevenzione, che preveda la distribuzione di preservativi, siringhe e aghi sterili al fine di ridurre il danno e di fornire assistenza alle persone affette da HIV.
  4. In riferimento alla popolazione migrante, nell'ambito del Piano nazionale, sono definiti programmi di azione per facilitare la diagnosi precoce, progettati con le comunità di riferimento e attraverso competenze linguistiche e di mediazione adeguate, e attuati tramite la costituzione di reti territoriali tra servizi, Terzo settore e migranti, adeguando i messaggi volti a modificare i comportamenti che costituiscono causa di rischio e a contrastare lo stigma e la discriminazione, nel rispetto delle diverse culture di appartenenza, e attivando servizi specifici che garantiscano l'accesso diretto alla diagnosi, anche senza documenti e con orari flessibili.
1.01. Quartini, Sportiello, Marianna Ricciardi, Di Lauro.

ART. 2.
(Interventi di screening e prevenzione contro il papilloma virus umano – HPV)

(Votazione dell'articolo 2)

ART. 3.
(Campagne di informazione)

  Al comma 1, dopo le parole: Al fine di promuovere aggiungere le seguenti: la prevenzione mediante.
3.2. Zanella, Zaratti, Bonelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.

(Votazione dell'articolo 3)

  Dopo l'articolo 3, aggiungere il seguente:

Art. 3-bis.
(Interventi in ambito scolastico)

  1. Entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell'istruzione e del merito, definisce e aggiorna il programma complessivo di prevenzione ed educazione alla salute da integrare nel curriculum scolastico, tenendo conto dell'evoluzione dell'infezione da HIV o AIDS e delle altre infezioni sessualmente trasmissibili. Il programma, che include anche l'educazione alla salute e alla responsabilità verso sé stessi e gli altri, deve essere adeguato alle fasi evolutive delle diverse età e deve essere rivolto agli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado.
  2. Nell'ambito della definizione del programma di cui al comma 1 è altresì definito, anche con la collaborazione delle università, il programma di formazione e aggiornamento indirizzato agli insegnanti nonché un programma di educazione tra pari rivolto agli studenti degli istituti secondari di secondo grado, al fine di favorire la partecipazione attiva e il protagonismo giovanile e di rendere più efficaci gli interventi di prevenzione.
  3. Per un più efficace intervento in ambito scolastico e al fine di valorizzare le esperienze più significative nelle attività di prevenzione, gli istituti scolastici, per la realizzazione di specifici progetti educativi, possono avvalersi della collaborazione delle associazioni di volontariato e degli esperti della comunicazione digitale al fine di rilevare le conoscenze e le attitudini del mondo giovanile nei confronti della tematica dell'infezione da HIV o AIDS e delle altre infezioni sessualmente trasmissibili.
3.01. Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro.

ART. 4.
(Presa in carico di minorenni affetti da infezioni da HIV o da sindrome da AIDS e delle loro famiglie)

  Al comma 1, sostituire le parole: tra i minorenni e le loro famiglie con le seguenti: nei minorenni.
4.1. Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro.

  Al comma 1, sopprimere le parole: 2020-2025.

  Conseguentemente, al medesimo comma 1, sopprimere le parole: il 6 agosto 2020.
*4.2. Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro.
*4.3. Malavasi, Girelli, Furfaro, Ciani, Stumpo.

(Votazione dell'articolo 4)

ART. 5.
(Accertamento dell'infezione da HIV)

  Al comma 1 sostituire le parole: in ogni capoluogo di provincia sia garantito almeno con le seguenti: presso ogni presidio ospedaliero e ogni azienda sanitaria locale sia garantito.
5.1. Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro.

  Al comma 4, sopprimere il primo periodo.
5.2. Marianna Ricciardi.

  Al comma 4, sostituire il primo periodo con il seguente: Il consenso informato all'esecuzione delle analisi volte ad accertare l'infezione da HIV è acquisito, ai sensi dell'articolo 1 della legge 22 dicembre 2017, n. 219, secondo le medesime modalità previste per la generalità degli accertamenti diagnostici.
5.3. Marianna Ricciardi.

  Al comma 4, aggiungere, in fine, le parole: previo consenso informato e documentato, anche verbale.
5.5. Zanella, Zaratti, Bonelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.

  Al comma 5, primo periodo, sostituire le parole: , per la cura delle malattie infettive, sono autorizzate con le seguenti: e gli enti del Terzo settore community-based riconosciuti, per la diagnosi e la cura delle malattie infettive, sono autorizzati.
5.6. Zanella, Zaratti, Bonelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.

  Al comma 5, primo periodo, sostituire le parole: sono autorizzate a effettuare le analisi con le seguenti: nonché i centri di screening operanti secondo il modello community-based, realizzati da enti del Terzo settore ai sensi dell'articolo 1, comma 1, lettera b), sono autorizzati a effettuare test di screening;.

  Conseguentemente:

   al secondo periodo, sostituire le parole: dello stato di sieropositività o della necessità di ulteriori accertamenti deve essere effettuata con la presenza di un medico infettivologo e con le seguenti: dell'esito dei test di screening deve essere effettuata con la presenza;

   dopo il secondo periodo, aggiungere il seguente: In caso di esito reattivo o positivo al test di screening effettuati dai centri di cui al primo periodo, il minorenne è tempestivamente indirizzato a una struttura sanitaria del Servizio sanitario nazionale per gli accertamenti diagnostici di conferma e la presa in carico clinica da parte di un medico infettivologo.
*5.7. Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro.
*5.8. Malavasi, Girelli, Furfaro, Ciani, Stumpo.

  Aggiungere, in fine, il seguente comma:

  8. Alle violazioni delle disposizioni di cui al precedente comma 7, si applica quanto previsto dall'articolo 28 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150.
5.9. Zanella, Zaratti, Bonelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.

(Votazione dell'articolo 5)

  Dopo l'articolo 5, aggiungere il seguente:

Art. 5-bis.
(Aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza sanitaria)

  1. Nell'ambito del primo aggiornamento utile dei livelli essenziali di assistenza, da effettuare con le procedure di cui all'articolo 1, comma 554, o, alternativamente, comma 559, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, il Ministero della salute provvede ad inserirvi gli interventi di cui alla presente legge, anche al fine di garantire l'accesso gratuito ai farmaci antiretrovirali indispensabili per raggiungere e mantenere stabilmente la carica virale sotto il limite di rilevabilità e per rafforzare la profilassi antecedente e successiva all'esposizione.
5.01. Sportiello, Marianna Ricciardi, Di Lauro, Quartini.

ART. 6.
(Divieti a carico dei datori di lavoro)

(Votazione dell'articolo 6)

ART. 7.
(Istituzione della sezione per la lotta contro l'HIV, l'AIDS e le infezioni a trasmissione sessuale del Comitato tecnico sanitario)

  Al comma 3 sostituire le parole: , costituite in modo analogo alla sezione del Comitato tecnico sanitario istituita ai sensi del comma 1 con le seguenti: . La composizione, il numero dei componenti e i criteri di funzionamento delle commissioni regionali sono definiti con decreto del Ministro della salute, previa intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, al fine di assicurare uniformità sul territorio nazionale.
7.1. Girelli, Malavasi, Furfaro, Ciani, Stumpo.

(Votazione dell'articolo 7)

ART. 8.
(Clausola di salvaguardia)

(Votazione dell'articolo 8)

ART. 9.
(Disposizioni finanziarie)

  Dopo il comma 1, aggiungere il seguente:

  1-bis. A decorrere dall'anno 2026, le risorse di cui al comma 1 confluiscono in una quota vincolata del fabbisogno sanitario nazionale standard di cui all'articolo 26 del decreto legislativo 6 maggio 2011, n. 68.
9.1. Sportiello, Quartini, Marianna Ricciardi, Di Lauro.

(Votazione dell'articolo 9)

ART. 10.
(Abrogazione della legge 5 giugno 1990, n. 135, in materia di prevenzione e lotta contro l'AIDS)

(Votazione dell'articolo 10)

A.C. 218-A
ORDINI DEL GIORNO
Interventi per la prevenzione e la lotta contro il virus dell'immunodeficienza umana (HIV), la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), il papilloma virus umano (HPV) e le infezioni a trasmissione sessuale.

N. 2.

Seduta del 24 febbraio 2026

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento all'esame è finalizzato a prevenire e contrastare HIV, AIDS, HPV e le altre infezioni sessualmente trasmissibili, intervenendo su prevenzione, informazione, screening, presa in carico e sorveglianza;

    durante l'esame in sede referente è stata soppressa, rispetto alla sua originaria formulazione, la previsione relativa alla «creazione e inclusione nei curricula scolastici» di corsi di informazione e prevenzione rivolti agli studenti delle scuole secondarie, relativamente a HIV, IST e salute sessuale;

    l'età adolescenziale rappresenta una fase particolarmente sensibile in cui si consolidano comportamenti e abitudini che possono incidere direttamente sul rischio di infezioni sessualmente trasmesse;

    la prevenzione primaria (informazione corretta, accesso a strumenti di prevenzione, consapevolezza) è considerata uno dei principali fattori di efficacia nelle strategie di sanità pubblica e consente, nel medio periodo, una riduzione di costi sanitari, ricoveri e complicanze;

    il provvedimento all'esame prevede campagne di informazione rivolte anche agli studenti, ma senza assicurare un impianto didattico continuativo e strutturato;

    prevede altresì che nella predisposizione del Piano triennale si tenga conto del programma di prevenzione dell'HIV finalizzato ad ampliare l'accesso alla Pre-Exposure Prophylaxis (PrEP);

    la PrEP costituisce uno strumento di prevenzione altamente efficace e riconosciuto, che deve tuttavia essere inserito in una strategia più ampia di prevenzione e accompagnamento sanitario;

    tra gli strumenti di prevenzione riconosciuti, il preservativo (profilattico) rappresenta tuttora un presidio essenziale e insostituibile, in particolare ai fini della prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili diverse dall'HIV;

    in numerosi contesti di sanità pubblica, anche in ambito europeo, l'accesso facilitato o gratuito ai profilattici è considerato misura efficace, soprattutto nei confronti delle fasce più giovani e dei soggetti più vulnerabili, riducendo barriere economiche e favorendo comportamenti preventivi;

    l'assenza di un intervento sistematico e continuativo in ambito scolastico rischia di rendere frammentarie e disomogenee le azioni di prevenzione sul territorio nazionale;

    la mancata previsione di un percorso formativo strutturato può indebolire gli obiettivi del Piano triennale e ridurre l'efficacia delle campagne informative, soprattutto in termini di capillarità;

    attualmente l'accesso alla PrEP sul territorio nazionale risulta spesso disomogeneo tra regioni, sia in termini di percorsi assistenziali, sia per la presenza/assenza di servizi territoriali dedicati;

    la mancata uniformità di accesso può determinare disparità di trattamento e ridurre l'efficacia complessiva delle politiche di prevenzione, ostacolando il raggiungimento degli obiettivi di sanità pubblica;

    l'ampliamento dell'accesso alla PrEP è coerente con l'impostazione complessiva della proposta in esame, che punta a rafforzare prevenzione, screening e strategie community-based;

    la disponibilità di profilattici gratuiti o a basso costo, se accompagnata da informazione corretta e da percorsi educativi, rappresenta uno strumento di prevenzione complementare e coerente con la logica della prevenzione combinata, rafforzando gli obiettivi complessivi della proposta di legge,

impegna il Governo:

   a valutare l'opportunità, ferme restando le prerogative parlamentari, di adottare, nel prosieguo dell'iter di esame del provvedimento presso l'altro ramo del Parlamento, ulteriori iniziative di carattere normativo volte a inserire, in sede di attuazione del Piano nazionale di interventi contro HIV, AIDS e IST, misure specifiche e continuative di educazione alla prevenzione rivolte agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado;

   ad accompagnare le misure recate dal provvedimento in esame con l'adozione di ulteriori misure, anche di carattere normativo, volte a:

    promuovere, d'intesa con il Ministero dell'istruzione e del merito, linee di indirizzo nazionali per attività formative scolastiche in materia di salute sessuale, prevenzione delle IST, HIV e HPV, nel rispetto dell'autonomia scolastica;

    prevedere strumenti di monitoraggio nazionale sull'effettiva realizzazione delle attività informative nelle scuole, con indicatori minimi uniformi, da inserire nella relazione annuale alle Camere prevista dalla proposta in esame;

    garantire, nell'ambito del Piano nazionale previsto dalla proposta di legge, l'inserimento di misure specifiche per rendere effettivo e uniforme su tutto il territorio nazionale l'accesso alla PrEP, assicurando percorsi chiari e omogenei di presa in carico;

    promuovere, per quanto di competenza, d'intesa con le regioni e le province autonome, l'attivazione di servizi dedicati alla PrEP presso strutture infettivologiche, consultori e servizi territoriali, anche valorizzando modelli integrati e community-based;

    valutare l'adozione di strumenti di monitoraggio annuale sull'implementazione della PrEP, con dati disaggregati per regione (accessi, follow-up, copertura stimata), da includere nella relazione annuale alle Camere prevista dalla proposta di legge;

    valutare l'opportunità di inserire, nel Piano nazionale e nelle azioni di prevenzione previste dal provvedimento, misure finalizzate a favorire l'accesso ai profilattici, anche mediante forme di distribuzione gratuita o agevolata, in particolare nei confronti dei giovani, delle persone a maggiore vulnerabilità e nei contesti territoriali a più elevata incidenza di infezioni sessualmente trasmissibili;

    promuovere, per quanto di competenza, in raccordo con le regioni e con gli enti del terzo settore coinvolti nelle attività di prevenzione, campagne e programmi che integrino PrEP, educazione alla prevenzione e accesso agli strumenti di barriera, secondo un approccio di prevenzione combinata.
9/218-A/1. Sportiello, Di Lauro, Marianna Ricciardi, Quartini.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge A.C. 218, nella sua formulazione originaria, prevedeva iniziative di contrasto alle discriminazioni nei confronti delle persone affette da HIV o AIDS, anche mediante campagne di sensibilizzazione;

    nel testo all'esame tali iniziative risultano eliminate, o comunque attenuate, tra gli interventi espressamente previsti dal Piano;

    il testo mantiene disposizioni sul divieto di discriminazione, anche in ambito scolastico, sportivo e lavorativo, ma senza un apparato operativo dedicato a contrastare stigma e pregiudizi;

    lo stigma è riconosciuto come uno dei principali ostacoli all'accesso precoce ai test, alla diagnosi tempestiva e alla continuità terapeutica;

    la presenza di stigma e discriminazioni può generare esclusione sociale, rinuncia alle cure, ritardi diagnostici e peggioramento delle condizioni cliniche, con ricadute sanitarie e sociali;

    l'efficacia delle politiche sanitarie in materia di HIV e infezioni a trasmissione sessuale (IST) dipende anche dalla fiducia dei cittadini nei servizi, dalla riservatezza e dal clima sociale di non discriminazione,

impegna il Governo:

   ferme le prerogative parlamentari, ad adottare ulteriori iniziative, anche nel prosieguo dell'iter parlamentare di approvazione del provvedimento, volte a reinserire, nell'ambito del Piano triennale di interventi contro HIV, AIDS e IST di cui all'articolo 1, comma 2, del provvedimento in esame, misure specifiche finanziate e dedicate al contrasto dello stigma e delle discriminazioni;

   nell'ambito delle campagne di informazione di cui all'articolo 3 del provvedimento in esame, a promuovere specifiche iniziative di comunicazione istituzionale periodiche, coordinate a livello nazionale, con focus su non discriminazione, test precoce, terapia come prevenzione e corrette informazioni su HIV e IST;

   a prevedere, in raccordo con le regioni e gli enti del Terzo settore, strumenti di segnalazione e monitoraggio delle discriminazioni in ambito scolastico, sportivo e lavorativo, con restituzione dei dati nella relazione annuale alle Camere.
9/218-A/2. Di Lauro, Sportiello, Marianna Ricciardi, Quartini.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge prevede che al finanziamento degli interventi si provveda con quote del Fondo sanitario nazionale di parte corrente;

    dal 2015 le quote per il «Programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l'AIDS» sono confluite nella quota indistinta del fabbisogno sanitario standard nazionale, con conseguente perdita del vincolo di destinazione;

    la legge di bilancio 2025 ha previsto l'istituzione di un fondo con una dotazione pari a 5 milioni di euro annui al quale è poi stato aggiunto l'ulteriore stanziamento di 1 milione di euro annuo per il contrasto all'HIV con particolare riferimento alla prevenzione;

    la mancata previsione di un vincolo chiaro e nazionale di spesa sanitaria può determinare forti disomogeneità regionali nell'accesso a prevenzione, test, screening e presa in carico;

    l'assenza di risorse vincolate comporta il rischio che le misure previste dal Piano triennale restino prive di effettiva attuazione, soprattutto nei territori con maggiore pressione su bilanci sanitari;

    l'uniformità dei livelli di prevenzione e accesso alle cure è un obiettivo essenziale per la tutela del diritto alla salute sul territorio nazionale,

impegna il Governo:

   a valutare, in sede di attuazione della legge e nei successivi provvedimenti di finanza pubblica, il ripristino della quota vincolata del Fondo sanitario nazionale destinata agli interventi per HIV, AIDS, HPV e IST;

   a definire criteri trasparenti di riparto delle risorse vincolate tra le regioni, basati su indicatori epidemiologici e su obiettivi misurabili del Piano triennale;

   a prevedere meccanismi di rendicontazione annuale dell'impiego delle risorse, anche per regione, e trasmissione alle Camere, anche al fine di prevenire disomogeneità territoriali.
9/218-A/3. Quartini, Di Lauro, Sportiello, Marianna Ricciardi.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame reca disposizioni in materia di accertamento dell'infezione da HIV, ribadendo l'obbligo di riservatezza, l'anonimizzazione nelle rilevazioni epidemiologiche e il divieto di discriminazione;

    l'articolo 5 del provvedimento prevede, nel testo attualmente in esame, la disposizione secondo cui: «Nessuno può essere sottoposto, senza il suo consenso consapevole, ad analisi tendenti ad accertare l'infezione da HIV, salvo che per motivi di necessità clinica nell'interesse di un soggetto impossibilitato a prestare il consenso»;

    tale formulazione, pur ispirata alla tutela della persona, rischia di configurare il test HIV come un accertamento sottoposto a un regime «speciale» e potenzialmente più oneroso rispetto alla generalità degli accertamenti diagnostici;

    l'acquisizione del consenso informato è già disciplinata in via generale dalla legge 22 dicembre 2017, n. 219, la quale stabilisce che il consenso informato è documentato con modalità adeguate alle condizioni del paziente ed è inserito nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico;

    nel mutato contesto epidemiologico, il mantenere il test HIV impropriamente sottoposto a un regime differenziato, con conseguenze operative che potrebbero limitare la diffusione dell'offerta del test e ritardare la diagnosi, rischia di non essere più adeguato;

    l'accesso precoce al test HIV è uno dei principali strumenti di prevenzione e sanità pubblica, in quanto consente diagnosi tempestiva, presa in carico immediata e riduzione della trasmissione;

    la previsione di procedure percepite come più complesse (ad esempio consenso scritto «speciale») può generare effetti indiretti di stigma e scoraggiare la richiesta del test, soprattutto nelle fasce più vulnerabili o esposte;

    una disciplina non uniforme può produrre disomogeneità applicative tra regioni e strutture sanitarie, con conseguenti disparità territoriali nell'accesso ai servizi,

impegna il Governo:

   a garantire, nell'attuazione della legge e nelle linee di indirizzo applicative, che il consenso informato relativo al test HIV sia acquisito ai sensi della legge 22 dicembre 2017, n. 219, secondo modalità analoghe a quelle previste per la generalità degli accertamenti diagnostici, evitando prassi difformi e burocratizzazioni non necessarie;

   a promuovere, in raccordo con le regioni, procedure uniformi e semplificate per l'offerta del test HIV, nel rispetto della riservatezza e dell'autodeterminazione della persona, anche al fine di aumentare l'accesso al test e favorire diagnosi precoci;

   a prevedere, nell'ambito della relazione annuale alle Camere, un monitoraggio specifico sull'andamento del numero di test HIV eseguiti e sulle eventuali disomogeneità regionali nell'accesso, così da individuare tempestivamente criticità e correttivi.
9/218-A/4. Marianna Ricciardi, Quartini, Di Lauro, Sportiello.

   La Camera,

   premesso che:

    la tutela della salute costituisce diritto fondamentale dell'individuo e interesse della collettività ai sensi dell'articolo 32 della Costituzione e che, nell'ambito delle strategie di sanità pubblica volte al contrasto dell'infezione da HIV, rivestono particolare rilievo la prevenzione, la diagnosi precoce e l'accesso tempestivo ai percorsi di cura, nel rispetto della riservatezza, della non discriminazione e del superiore interesse del minorenne;

    l'articolo 5 del provvedimento in esame disciplina l'accertamento dell'infezione da HIV, garantendo l'accesso gratuito e anonimo al test, la tutela della riservatezza dei dati personali, il consenso informato e il divieto di ogni forma di discriminazione;

    il comma 5 prevede la possibilità di effettuare test di screening per l'accertamento dell'infezione da HIV, su richiesta del minorenne che abbia compiuto il quattordicesimo anno di età e senza necessità di autorizzazione dell'esercente la responsabilità genitoriale;

    tale possibilità è importante che venga estesa anche ai centri di screening operanti secondo il modello community-based, realizzati da enti del Terzo settore ai sensi dell'articolo 1, comma 1, lettera b);

    tale estensione è finalizzata a rimuovere ostacoli di natura organizzativa, relazionale e sociale che possono limitare l'accesso degli adolescenti ai servizi sanitari tradizionali, favorendo l'emersione precoce delle infezioni e il raggiungimento degli obiettivi di sanità pubblica;

    resta ferma la necessità di garantire, in caso di esito reattivo o positivo al test di screening effettuato dai centri community-based, il tempestivo invio del minorenne a una struttura del Servizio sanitario nazionale per gli accertamenti diagnostici di conferma e la presa in carico clinica da parte di un medico infettivologo, assicurando continuità assistenziale e adeguato supporto psicologico,

impegna il Governo:

   a valutare l'opportunità, ferme restando le prerogative parlamentari, di adottare ulteriori iniziative normative volte a estendere, nel prosieguo dell'iter di esame della proposta di legge presso l'altro ramo del Parlamento, la possibilità di effettuare test di screening per l'accertamento dell'infezione da HIV, su richiesta del minorenne che abbia compiuto il quattordicesimo anno di età e senza necessità di autorizzazione dell'esercente la responsabilità genitoriale, anche ai centri di screening operanti secondo il modello community-based, realizzati da enti del Terzo settore ai sensi dell'articolo 1, comma 1, lettera b), nel rispetto di adeguati standard di qualità, sicurezza e supporto psicologico;

   a garantire, anche attraverso specifici atti di indirizzo e in raccordo con le regioni e le province autonome, la piena integrazione tra i centri di screening community-based e le strutture del Servizio sanitario nazionale, assicurando percorsi tempestivi e strutturati di invio per la conferma diagnostica e la presa in carico clinica da parte di medici infettivologi, nonché il monitoraggio degli effetti della misura in termini di accesso al test e diagnosi precoce.
9/218-A/5. Malavasi.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge in esame reca «Interventi per la prevenzione e la lotta contro il virus dell'immunodeficienza umana (HIV), la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), il papilloma virus umano (HPV) e le infezioni a trasmissione sessuale», delineando un quadro organico di azioni in materia di prevenzione, screening, informazione, presa in carico e contrasto alle discriminazioni;

    l'articolo 1 prevede interventi di prevenzione, informazione e promozione della salute, anche attraverso attività di screening su modello community-based e il coinvolgimento degli enti del Terzo settore, nonché interventi volti all'incentivazione della distribuzione, anche gratuita, degli strumenti di prevenzione riconosciuti efficaci e indicati dalle linee guida nazionali e internazionali;

    l'uso corretto e costante del profilattico rappresenta, secondo le evidenze scientifiche consolidate e le raccomandazioni delle principali autorità sanitarie, uno degli strumenti più efficaci per la prevenzione della trasmissione dell'HIV e delle altre infezioni sessualmente trasmesse, nonché per la riduzione delle gravidanze indesiderate;

    nonostante l'efficacia preventiva del profilattico, persistono ostacoli di natura economica, culturale e sociale che ne limitano l'accesso e l'utilizzo, in particolare tra i giovani, le persone in condizione di vulnerabilità e le cosiddette popolazioni chiave maggiormente esposte al rischio di infezione;

    la distribuzione gratuita di profilattici, accompagnata da adeguate campagne di informazione e di educazione alla salute sessuale, costituisce una misura di prevenzione primaria ad alto impatto e a basso costo, coerente con gli obiettivi del Piano nazionale di interventi contro l'HIV, l'AIDS e le infezioni a trasmissione sessuale;

    il rafforzamento delle politiche di prevenzione primaria è fondamentale per ridurre l'incidenza delle nuove infezioni, contenere i costi sanitari a medio-lungo termine e promuovere una cultura della responsabilità e della salute sessuale consapevole;

    risulta opportuno assicurare modalità uniformi e coordinate di distribuzione gratuita dei profilattici sul territorio nazionale, anche attraverso il coinvolgimento delle aziende sanitarie locali, delle farmacie di comunità, dei consultori, delle strutture universitarie, degli istituti scolastici secondari di secondo grado e degli enti del Terzo settore attivi nella prevenzione,

impegna il Governo:

   a promuovere, nell'ambito dell'attuazione del Piano nazionale di interventi contro l'HIV, l'AIDS e le infezioni a trasmissione sessuale, programmi strutturati di distribuzione gratuita di profilattici, con priorità per i giovani, le persone in condizioni di vulnerabilità e le popolazioni maggiormente esposte al rischio, garantendo il coinvolgimento delle aziende sanitarie locali, delle farmacie di comunità, dei consultori e degli enti del Terzo settore;

   ad accompagnare tali programmi con campagne di informazione ed educazione alla salute sessuale, anche in collaborazione con il Ministero dell'istruzione e del merito e con le università, al fine di promuovere l'uso consapevole degli strumenti di prevenzione e contribuire in modo strutturale alla riduzione della diffusione dell'HIV e delle altre infezioni e malattie a trasmissione sessuale.
9/218-A/6. Furfaro.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento è volto ad aggiornare il quadro normativo nazionale attraverso l'attuazione di interventi strutturali in materia di prevenzione, informazione, screening, sorveglianza epidemiologica, formazione degli operatori sanitari e rafforzamento della rete territoriale dei servizi. In particolare, l'articolo 2 introduce la realizzazione di programmi di screening oncologici gratuiti al fine di contrastare la diffusione dell'HPV, ma non è fatta menzione alcuna delle altre malattie sessualmente trasmesse, tra cui rientrano anche quelle asintomatiche;

    l'articolo 1, al comma 1, lettera c), stabilisce che devono essere organizzate attività di formazione e aggiornamento professionale obbligatorio riguardante la gestione dei pazienti affetti da HIV, ma non vi è alcun riferimento ai pazienti affetti da altre infezioni sessualmente trasmesse. Parimenti, l'articolo 5 al comma 1 sancisce che il Ministero della salute e le regioni assicurino che in ogni capoluogo di provincia sia garantito almeno un punto di accesso gratuito e anonimo al test HIV, senza prevedere però analoghe disposizioni per i test per le IST. Inoltre, il comma 2 dell'articolo 7 prevede, con riferimento all'istituzione presso il Ministero della salute della sezione del Comitato tecnico sanitario per la lotta contro HIV, AIDS e le IST, che tale sezione indichi le misure necessarie per adeguare interventi e risorse finanziarie all'evoluzione dell'epidemia da HIV, senza includere disposizioni specifiche per le altre IST;

    il Piano nazionale d'azione per porre fine all'HIV, alle epatiti virali e alle infezioni sessualmente trasmesse (Piano HIV-EP-IST), redatto dal Ministero della salute e trasmesso ad aprile alla Conferenza Stato-regioni ai fini dell'approvazione tramite intesa, che mira a ridurre la diffusione delle IST, a promuovere una maggiore consapevolezza riguardo alla salute sessuale e a garantire l'accesso ai servizi sanitari, prevede esplicitamente tra i suoi obiettivi l'attivazione di screening per Neisseria gonorrea (Gonorrea) e Chlamydia trachomatis (Clamidia) rivolti a specifiche popolazioni vulnerabili, ovvero più facilmente esposte alla trasmissione dei citati batteri e il rafforzamento del Sistema di sorveglianza sentinella delle IST – un sistema di monitoraggio epidemiologico che serve a raccogliere dati continuativi e standardizzati;

    a livello globale, secondo i dati del fact sheet sulle «Sexually transmitted infections (STIs)» – aggiornato regolarmente sul sito dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), l'incidenza delle infezioni sessualmente trasmissibili è in costante aumento e ogni giorno oltre 1,1 milioni di persone tra i 15 e i 49 anni contraggono una IST curabile, per un totale stimato di circa 374 milioni di nuove infezioni annue, tra cui rientrano clamidia, gonorrea, sifilide e tricomoniasi;

    in Europa, secondo i dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), nel 2023 si è osservato un aumento del 31 per cento dei casi di gonorrea e del 13 per cento di sifilide e clamidia rispetto all'anno precedente;

    in Italia, i dati riportati nel Volume numero 38 di luglio 2025 del Notiziario dell'Istituto superiore di sanità, riferiti al 2023, mostrano che il numero totale di segnalazioni di IST è continuato ad aumentare, con un incremento del 16,1 per cento rispetto al 2021. I casi di gonorrea sono aumentati dell'83,2 per cento, raggiungendo 1.548 nuovi casi con una prevalenza del 93,5 per cento negli uomini e le infezioni da clamidia sono aumentate del 21,4 per cento, con 1.116 nuove diagnosi nel solo 2023, soprattutto nella fascia di età 15-24 anni, dove la prevalenza risulta tripla rispetto agli adulti più anziani. Questo tipo di infezioni, se non trattate tempestivamente, possono evolvere in complicazioni gravi, come infertilità, malattie infiammatorie pelviche o problematiche durante la gravidanza;

    secondo quanto riportato dal report «Le infezioni sessualmente trasmesse: barriere e soluzioni per una diagnosi precoce» (Report IST) presentato nel luglio nel 2025 presso la Camera dei deputati ed elaborato grazie a un percorso di lavoro condiviso tra esperti del mondo scientifico, accademico e delle associazioni civiche, quali la Società Interdisciplinare per lo Studio delle Malattie Sessualmente Trasmissibili (SIMAST), l'Associazione Microbiologi Clinici Italiani (AMCLI), Fondazione Onda – Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere ETS e Altems Advisory, permangono criticità strutturali nell'accesso ai test diagnostici, connesse a fattori economici, organizzativi e informativi e all'assenza di programmi sistematici di screening e si registra ancora una bassa adesione ai test, nonostante la disponibilità delle tecnologie diagnostiche e la capacità laboratoristica del Servizio sanitario nazionale;

    tenuto conto che, secondo quanto emerge dallo stesso Report IST, le attuali misure di prevenzione risultano ancora parziali per far fronte all'insieme delle infezioni sessualmente trasmesse, con particolare riferimento alle infezioni batteriche emergenti e che è stimato un sommerso pari a circa il 25 per cento delle infezioni batteriche sessualmente trasmesse, in quanto spesso asintomatiche e diagnosticate solo incidentalmente;

    come riconosciuto dalle stesse società scientifiche AMCLI e SIMAST, lo screening tempestivo, se esteso a tutte le fasce di popolazione vulnerabili ridurrebbe notevolmente i tassi di trasmissione e di complicazioni a lungo termine, garantendo inoltre una maggiore uniformità nell'accesso ai test e alle cure in tutto il Paese, superando le attuali disparità regionali;

    l'inclusione di clamidia e gonorrea nei programmi di screening nazionale risponderebbe concretamente all'urgenza sanitaria sopra descritta, garantendo che una parte consistente della popolazione, soprattutto tra i più giovani, possa essere consapevole della propria condizione,

impegna il Governo

ad integrare il quadro delle misure recate dal provvedimento in esame con l'adozione di ulteriori misure, anche di carattere normativo, volte a:

   implementare un sistema nazionale di screening equo e accessibile con chiari criteri e modalità di attuazione in particolare per clamidia e gonorrea, rivolto alle popolazioni a rischio così come definite dal Piano nazionale di interventi contro l'HIV, l'AIDS e le infezioni a trasmissione sessuale;

   garantire, in relazione a tutte le malattie sessualmente trasmissibili, senza distinzioni basate sulla tipologia di infezione: le attività di formazione e aggiornamento obbligatorie per la gestione dei pazienti; la predisposizione in ogni capoluogo di provincia di un punto di accesso gratuito e anonimo per i test per le infezioni sessualmente trasmesse; che la sezione del Comitato tecnico sanitario presso il Ministero della salute, di cui all'articolo 7, adegui interventi e risorse finanziarie all'evoluzione di tutte le infezioni sessualmente trasmesse;

   mettere in atto ogni azione di propria competenza per assicurare il monitoraggio costante dell'andamento epidemiologico delle infezioni a trasmissione sessuale, con particolare attenzione a clamidia e gonorrea, attraverso il rafforzamento dei sistemi di sorveglianza sentinella coordinati dall'Istituto superiore di sanità, al fine di orientare tempestivamente le politiche di prevenzione e contrasto, nonché per facilitare l'applicazione di sistemi di premialità in favore delle regioni virtuose.
9/218-A/7. Girelli.

   La Camera,

   premesso che:

    il testo unificato A.C. 218 e abbinate, «Interventi per la prevenzione e la lotta contro il virus dell'immunodeficienza umana (HIV), la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), il papilloma virus umano (HPV) e le infezioni e malattie a trasmissione sessuale», prevede l'attuazione di un Piano nazionale di interventi volto a rafforzare le attività di prevenzione, screening, diagnosi precoce, cura, assistenza territoriale e domiciliare, informazione e sensibilizzazione della popolazione;

    la diffusione delle infezioni sessualmente trasmissibili, dell'HIV e dell'HPV rappresenta un problema di salute pubblica di rilevanza nazionale, con impatti significativi sulla qualità della vita dei cittadini, sull'organizzazione dei servizi sanitari e sul sistema socio-sanitario complessivo;

    la tempestiva diagnosi, l'accesso ai test e ai percorsi di cura, nonché il sostegno psicologico e sociale alle persone affette e alle comunità vulnerabili, costituiscono strumenti essenziali per ridurre la trasmissione delle infezioni, contenere le complicanze, promuovere la salute sessuale e combattere lo stigma e la discriminazione;

    i programmi di screening e prevenzione, compresi quelli basati su modelli community-based e realizzati dagli enti del Terzo settore, hanno dimostrato di essere efficaci nel raggiungere persone che incontrano maggiori ostacoli nell'accesso ai servizi sanitari tradizionali e nel migliorare l'aderenza ai percorsi di cura;

    le attività di formazione, aggiornamento professionale e ricerca scientifica sulle infezioni a trasmissione sessuale e sulle malattie correlate all'HIV e all'HPV richiedono risorse adeguate, personale specializzato e strumenti innovativi, senza i quali non è possibile garantire un'efficace prevenzione, diagnosi precoce e assistenza integrata;

    una dotazione finanziaria insufficiente e la carenza di risorse umane, materiali e organizzative rischiano di compromettere la piena attuazione del Piano nazionale e l'efficacia dei programmi di prevenzione, screening e cura, con possibili ricadute negative sulla salute pubblica, sul controllo epidemiologico e sulla tutela dei diritti delle persone coinvolte,

impegna il Governo:

ad implementare il quadro delle misure recate dal provvedimento in esame con l'adozione di ulteriori misure, anche di carattere normativo, volte a:

   prevedere l'assegnazione di maggiori risorse finanziarie, umane e strumentali alle strutture sanitarie pubbliche, private accreditate e agli enti del Terzo settore, al fine di garantire la piena realizzazione dei programmi di prevenzione, screening, diagnosi precoce, trattamento e supporto psicologico per le persone affette da HIV, AIDS, HPV e altre infezioni sessualmente trasmissibili;

   destinare fondi specifici per la formazione continua e l'aggiornamento professionale del personale sanitario e non sanitario coinvolto nei programmi di prevenzione e screening, assicurando uniformità, qualità ed efficacia degli interventi su tutto il territorio nazionale.
9/218-A/8. Ciani.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge in esame allo scopo di contrastare la diffusione delle infezioni da virus dell'immunodeficienza umana (HIV) e delle altre infezioni a trasmissione sessuale mediante le attività di prevenzione e cura definisce un Piano pluriennale di interventi che dovranno riguardare:

     a) la prevenzione, l'informazione, la ricerca, la sorveglianza epidemiologica e il sostegno dell'attività degli enti del Terzo settore, incluse le imprese sociali;

     b) attività di screening per il conseguimento di diagnosi precoce su tutto il territorio nazionale, in ambito ospedaliero e territoriali;

     c) svolgimento di attività di formazione e di aggiornamento professionale obbligatoria, nell'ambito delle attività ECM (Educazione continua in medicina);

     d) attività di razionalizzazione dei servizi territoriali delle aziende sanitarie locali, anche presso gli istituti penitenziari, per la prevenzione, il trattamento e la riduzione del danno, delle infezioni a trasmissione sessuale;

     e) interventi di assistenza, nell'ambito della riorganizzazione della medicina territoriale, dei pazienti affetti da HIV o AIDS, attraverso un percorso diagnostico terapeutico assistenziale che preveda la personalizzazione delle terapie con risorse adeguate nonché un modello di presa in carico del paziente;

     f) interventi di rafforzamento delle funzioni dell'Istituto superiore di sanità in materia di sorveglianza, raccolta di dati epidemiologici;

     g) interventi volti all'incentivazione della distribuzione, anche gratuita, degli strumenti di prevenzione anche attraverso la distribuzione, da parte delle farmacie di comunità, dei farmaci innovativi e in distribuzione diretta;

     h) misure volte al potenziamento della ricerca di base, clinica e farmacologica sulle infezioni da HIV e a trasmissione sessuale, anche attraverso l'individuazione di specifiche linee di indirizzo e di risorse;

    l'articolo 5 dispone che il Ministero della salute e le regioni assicurino che in ogni capoluogo di provincia sia garantito almeno un punto di accesso gratuito e anonimo al test HIV;

    l'articolo 9 prevede che per il finanziamento delle misure previste dalla presente legge si provveda con le risorse rinvenienti dalle disposizioni di cui all'articolo 10, comma 1, e a decorrere dall'anno 2026, a valere sulle risorse del Fondo di cui all'articolo 1, comma 380, della legge 30 dicembre 2024, n. 207, che hanno una dotazione di 5 milioni di euro;

    con tutta evidenza si tratta di risorse insufficienti e che rischiano di mettere a terra tutti gli interventi recati dalla legge in esame,

impegna il Governo

ad individuare, nel prosieguo dell'iter di esame della presente proposta di legge o in un successivo provvedimento, le risorse necessarie ed indispensabili per attuare integralmente e con cadenza pluriennale gli interventi recati dal provvedimento in esame.
9/218-A/9. Grimaldi, Zanella, Zaratti, Bonelli, Borrelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Mari, Piccolotti.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge in esame allo scopo di contrastare la diffusione delle infezioni da virus dell'immunodeficienza umana (HIV) e delle altre infezioni a trasmissione sessuale mediante le attività di prevenzione e cura definisce un Piano pluriennale di interventi;

    tra gli interventi all'articolo 5 si dispone che il Ministero della salute e le regioni assicurino che in ogni capoluogo di provincia sia garantito almeno un punto di accesso gratuito e anonimo al test HIV;

    l'articolo 5 non reca nessun termine entro cui il Ministero della salute e le regioni debbano assicurare che in ogni capoluogo di provincia vi sia almeno un punto di accesso al test HIV;

    appare del tutto evidente che uno degli elementi centrali per l'attuazione degli interventi previsti in materia di prevenzione dell'HIV, dell'AIDS e delle infezioni e malattie trasmissibili sessualmente sia quello di dotare il nostro Paese ed in maniera uniforme, con almeno in ogni capoluogo di provincia di un punto di accesso gratuito per il test HIV,

impegna il Governo

a garantire, per la parte di propria competenza e previo il necessario coinvolgimento delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano, che entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, sia presente almeno in ogni capoluogo di provincia, e in maniera uniforme sul territorio nazionale, un punto di accesso gratuito per il test HIV.
9/218-A/10. Zanella, Zaratti, Bonelli, Borrelli, Dori, Fratoianni, Grimaldi, Ghirra, Mari, Piccolotti.

   La Camera,

   premesso che:

    l'articolo 5 al comma 7 reca un principio molto importante e afferma che l'accertata infezione da HIV non può mai costituire motivo di discriminazione, in particolare per lo svolgimento di attività scolastiche, formative e sportive, per l'accesso e per il mantenimento di posti di lavoro, per l'accesso al credito e alle coperture assicurative;

    il citato comma 7 come è evidente pur affermando che l'accertata infezione HIV non può essere motivo di discriminazione non reca alcuna sanzione diretta, connessione o richiamo a quanto previsto dall'articolo 28 decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150;

    l'articolo 28 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150, disciplina le controversie in materia di discriminazione, con un rito semplificato per garantire una tutela rapida ed efficace. La norma si applica alle controversie relative a discriminazioni per motivi di razza, origine etnica, religione, convinzioni personali, disabilità, età, orientamento sessuale e nazionalità, con un rito semplificato di cognizione, finalizzato a una trattazione più snella rispetto al rito ordinario;

    il giudice, in applicazione dell'articolo 28 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150, con l'ordinanza che definisce il giudizio, può: a) ordinare la cessazione del comportamento discriminatorio e la rimozione degli effetti; b) condannare il convenuto al risarcimento del danno, anche non patrimoniale; c) adottare ogni altro provvedimento idoneo, inclusi piani di rimozione delle discriminazioni accertate;

    si rende necessario un richiamo esplicito in riferimento al principio di cui al comma 7 dell'articolo 5 del provvedimento in esame, all'applicazione di quanto previsto dall'articolo 28 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150, nel caso di violazioni,

impegna il Governo

ad adottare ogni iniziativa legislativa utile ad integrare quanto previsto dal comma 7 dell'articolo 5 del provvedimento in esame, al fine di fornire – in analogia a quanto previsto dall'articolo 28 del decreto legislativo n. 150 del 2011 – specifici strumenti di tutela semplificata e specifiche sanzioni nel caso di discriminazioni a causa di accertata infezione HIV.
9/218-A/11. Mari, Zanella, Bonelli, Borrelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Piccolotti.

   La Camera,

   premesso che:

    la proposta di legge in esame recante «Interventi per la prevenzione e la lotta contro il virus dell'immunodeficienza umana (HIV), la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), il papilloma virus umano (HPV) e le infezioni a trasmissione sessuale», prevede all'articolo 5 l'accesso ai test per l'accertamento dell'infezione da HIV, garantendo il consenso informato per l'esecuzione delle analisi;

    evidenze scientifiche e l'esperienza dei programmi di screening community-based mostrano che la possibilità di esprimere il consenso in forma orale, adeguatamente documentata dagli operatori sanitari o dagli operatori non sanitari formati, può facilitare l'accesso ai test e ridurre barriere organizzative o relazionali, aumentando l'efficacia della diagnosi precoce;

    la tutela della riservatezza, l'appropriatezza clinica e il supporto psicologico rimangono requisiti imprescindibili per l'esecuzione dei test, anche in caso di consenso orale;

    estendere la possibilità del consenso orale non comporta riduzione dei diritti della persona sottoposta al test né delle garanzie di sicurezza e riservatezza, ma consente di rendere più effettivo l'accesso ai test HIV e ad altri screening per infezioni sessualmente trasmesse, soprattutto in contesti difficili o tra le popolazioni più a rischio,

impegna il Governo:

   a prevedere, nell'ambito delle linee guida e dei protocolli operativi per l'esecuzione dei test di screening per HIV e altre infezioni a trasmissione sessuale, la possibilità che il consenso possa essere espresso in forma orale, purché adeguatamente registrato dagli operatori sanitari o dagli operatori non sanitari formati, garantendo al contempo riservatezza, supporto psicologico e corretto percorso di presa in carico;

   a promuovere la diffusione di linee guida nazionali e strumenti di formazione per operatori sanitari e non sanitari coinvolti negli screening, al fine di assicurare uniformità, sicurezza e tutela della persona nell'ambito dell'accesso ai test e della diagnosi precoce.
9/218-A/12. Filippin, Girelli.

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento rappresenta un importante passo avanti nell'aggiornamento del quadro normativo nazionale in materia di prevenzione, informazione, screening e rafforzamento della rete territoriale dei servizi sanitari, con particolare riferimento alla lotta contro l'HIV, l'AIDS, l'HPV e le infezioni sessualmente trasmissibili. In particolare, il nuovo impulso dato all'esame del provvedimento evidenzia la convergenza tra Governo e Parlamento nel dare priorità a questo importante ambito di salute pubblica e prevenzione;

    il Governo ha dimostrato un significativo impegno sul tema anche attraverso la predisposizione del Piano Nazionale d'Azione per porre fine all'HIV, alle epatiti virali e alle infezioni sessualmente trasmesse (Piano HIV-EP-IST) il quale rappresenta un documento strategico ambizioso, volto a: ridurre la diffusione delle IST, prevedendo, ad esempio, esplicitamente tra i suoi obiettivi l'attivazione di screening per clamidia e gonorrea; a promuovere una maggiore consapevolezza riguardo alla salute sessuale e a garantire agevole accesso ai test diagnostici e ai servizi sanitari. Il Piano, redatto dall'ex ufficio cinque della Direzione generale della prevenzione sanitaria del Ministero della salute e trasmesso ad aprile 2025 alla Conferenza Stato-regioni ai fini dell'intesa, non risulta ancora calendarizzato;

    secondo quanto riportato in un'intervista alla Capo Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie, i dati epidemiologici più recenti evidenziano un incremento significativo delle IST e che «la prevenzione e la diagnosi precoce [...] consentono di contenere la diffusione delle infezioni, riducendo il rischio di trasmissione soprattutto tra i più giovani [...] e permettono di evitare complicazioni gravi e conseguenze a lungo termine come infertilità, problemi riproduttivi e maggior vulnerabilità ad altre infezioni»;

    i dati epidemiologici riportati nel Volume 38 di luglio 2025 del Notiziario dell'Istituto Superiore di Sanità, riferiti all'anno 2023, mostrano che il numero totale di segnalazioni di IST è aumentato, con un incremento del 16,1 per cento rispetto al 2021, evidenziando la necessità di un'azione immediata per prevenire ulteriori trasmissioni e mitigare l'impatto delle IST sulla salute pubblica;

    la Società interdisciplinare per lo studio delle malattie sessualmente trasmissibili (SIMAST) e l'Associazione microbiologi clinici italiani (AMCLI) hanno evidenziato in varie occasioni quanto permangano criticità strutturali nell'accesso ai test diagnostici, connesse a fattori economici, organizzativi e informativi, evidenziando, per esempio, che i centri per le Malattie sessualmente trasmissibili (Centri MST) sono istituti soltanto in due terzi delle Regioni italiane;

    nonostante l'elevato livello generale di capacità di laboratorio del Servizio sanitario nazionale e la disponibilità dei test diagnostici per le IST, sono ancora poche le persone che si sottopongono ai test, con una bassa adesione dovuta a mancanza di consapevolezza, scarsa formazione degli operatori sanitari e stigma diffuso;

    la maggior parte delle IST, se non diagnosticate tempestivamente, possono evolvere in complicazioni gravi, come infertilità, malattie infiammatorie pelviche o problematiche durante la gravidanza, rendendo prioritaria l'implementazione di strategie preventive efficaci. Con riferimento alle infezioni batteriche emergenti, è stimato un sommerso pari a circa il 25 per cento delle IST, in quanto spesso asintomatiche e diagnosticate solo incidentalmente,

impegna il Governo:

   a valutare l'opportunità di implementare, nell'ambito del primo provvedimento utile e in coerenza con gli obiettivi del Piano HIV-EP-IST, un sistema nazionale di screening gratuito e accessibile per le infezioni sessualmente trasmissibili, anche asintomatiche, rivolto alle popolazioni vulnerabili, evitando le disparità regionali, potenziando e uniformando i Centri MST su tutto il territorio, garantendo percorsi di prevenzione, diagnostica e consulenza gratuiti e accessibili e garantendo equità di accesso ai test su tutto il territorio nazionale;

   a mettere in atto qualsiasi azione di competenza per promuovere una celere calendarizzazione del Piano HIV-EP-IST presso la Conferenza Stato-regioni, al fine di consentire l'effettiva attuazione delle misure previste e di garantire che le strategie di prevenzione, screening e assistenza sanitaria ivi contenute possano essere implementate su tutto il territorio nazionale.
9/218-A/13. Ciocchetti.