Consiglio europeo Bruxelles, 28-29 giugno 2018 - Le conclusioni 4 luglio 2018 |
Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministriIl 27 giugno 2018 si sono svolte in Aula le Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in vista del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno 2018. Al termine del dibattito, nel quale sono intervenuti i rappresentanti dei Gruppi, sono state presentate le risoluzioni D'Uva e Molinari n. 6-00006, Fusacchia ed altri n. 6-00007, Fornaro ed altri n. 6-00008, Magi ed altri n. 6-00009, Gelmini ed altri n. 6-00010, Delrio ed altri n. 6-00011, Rampelli ed altri n. 6-00012. Infine, la Camera, con votazione nominale elettronica, ha approvato la risoluzione D'Uva e Molinari n. 6–00006 sulla quale il Governo aveva espresso parere favorevole, e respinto le altre. Nel pomeriggio si sono svolte le Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri nell'Aula del Senato, seguite dagli interventi dei Gruppi. Infine, il Senato, con votazione nominale a scrutinio simultaneo, ha approvato la risoluzione n. 3 (6-00008) Romeo e Patuanelli, sulla quale il Governo aveva espresso parere favorevole e la n. 1 (6-00006) Gasparri ed altri, con le integrazioni proposte dal Ministro per gli affari europei. Tutte le altre risoluzioni sono state respinte. |
Migrazione
Ultimi sviluppi della discussione a livello europeo su migrazione e asilo: il dibattito relativo alla revisione del regolamento di Dublino La crisi relativa alla gestione dei flussi irregolari è stata oggetto di recenti incontri bilaterali e multilaterali tra Stati membri, in particolare, a seguito dello stallo che si è verificato in sede di negoziato in seno al Consiglio dell'UE sulla riforma del regolamento di Dublino, e delle decisioni assunte dal Governo italiano in materia di sorveglianza delle frontiere marittime. A seguito degli incontri bilaterali Francia – Italia del 15 giugno 2018 e Germania - Francia del 19 giugno 2018, il 24 giugno 2018 si è svolto a Bruxelles un vertice informale a 16 (più la Commissione europea) al quale hanno partecipato, oltre al Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, i leader di Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Grecia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Slovenia, Spagna e Svezia. Nel corso di tale vertice - che non è tuttavia pervenuto all'adozione di un'intesa – il Governo italiano aveva presentato un piano articolato in dieci punti volto a superare la crisi migratoria, secondo un approccio integrato multilivello che aveva posto quale obiettivo prioritario la regolazione dei flussi primari (ingressi) in Europa. In sintesi, l'Italia aveva proposto di intensificare accordi e rapporti tra Unione europea e Paesi terzi da cui partono o transitano i migranti, prevedendo la realizzazione di centri di protezione internazionale nei Paesi di transito (in cooperazione con UNHCR e OIM), per valutare richieste di asilo e offrire assistenza giuridica ai migranti, anche al fine di rimpatri volontari, e rifinanziando il Trust Fund for Africa. Il piano prevedeva altresì il rafforzamento delle frontiere esterne, sia potenziando le missioni UE (quali EUNAVFOR MED Sophia e Themis), sia sostenendo la Guardia costiera libica. Inoltre, una serie di punti del piano prevedevano il superamento del regolamento di Dublino, ed in particolare il criterio dello Stato di primo approdo, affermando il principio della responsabilità comune tra Stati membri sui naufraghi in mare. In tale ambito, l'Italia ha altresì chiesto il superamento del concetto di ‘attraversamento illegale' per le persone soccorse in mare e portate a terra a seguito di operazioni di ricerca e soccorso (SAR), nonché la scissione tra concetto di porto sicuro di sbarco e quello di Stato competente ad esaminare le richieste di asilo. Infine, secondo la proposta italiana, era necessario, da un lato, realizzare centri di accoglienza in più Paesi europei per salvaguardare i diritti di chi arriva e evitare problemi di ordine pubblico e sovraffollamento, dall'altro, che ogni Stato membro stabilisca quote di ingresso dei migranti economici; vanno altresì previste adeguate contromisure finanziarie rispetto agli Stati che non si offrono di accogliere i rifugiati.
Nell'ambito di un pacchetto di riforma concernente tutti gli aspetti del sistema comune europeo di asilo (il complesso di norme UE che regolano il trattamento dei richiedenti protezione internazionale e delle rispettive domande), è tuttora all'esame delle Istituzioni legislative europee una proposta di revisione del regolamento di Dublino[1], per l'individuazione dello Stato membro competente per l'esame di una domanda di asilo. La disciplina proposta dalla Commissione è ispirata al bilanciamento dei principi di solidarietà e responsabilità. Sotto il primo profilo si inquadra il tentativo di circoscrivere la portata del principio vigente dello Stato di primo approdo, predisponendo un meccanismo automatico di redistribuzione per quote obbligatorie delle domande dei richiedenti asilo che gravano su sistemi nazionali in situazione di particolare crisi. Sotto il profilo cosiddetto della responsabilità devono ricomprendersi una serie di disposizioni volte a scoraggiare gli abusi e impedire i movimenti secondari dei richiedenti all'interno dell'UE, in particolare stabilendo chiaramente che questi ultimi devono presentare domanda nello Stato membro di primo ingresso e rimanere nello Stato membro designato come competente. Il Parlamento europeo, con l'approvazione, nel novembre 2017, di un mandato negoziale sulla riforma del regolamento Dublino, ha sostanzialmente aderito all'approccio seguito dalla Commissione europea, peraltro prefigurando un significativo rafforzamento delle disposizioni che intendono tradurre concretamente il principio di solidarietà, prevedendo: la sostanziale abolizione del principio di Stato di primo approdo, la ripartizione automatica dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati membri e la riduzione dell'accesso ai fondi UE per gli Stati membri che non accolgono la propria quota. In sede di Consiglio dell'UE, la proposta della Commissione europea hanno sin da subito registrato forti riserve da parte di taluni Stati membri (in particolare gli Stati appartenenti al gruppo Visegrad, Polonia, Ungheria Repubblica Ceca e Slovacchia) sul citato meccanismo di solidarietà per quote obbligatorie di richiedenti asilo, mentre l'Italia e altri Paesi del Mediterraneo hanno criticato le disposizioni riconducibili al tema della responsabilità gravante sugli Stati membri di primo approdo. Il negoziato tra Stati membri ha registrato un'accelerazione grazie all'iniziativa della Presidenza bulgara del Consiglio dell'UE (gennaio-giugno 2018), la quale ha tentato di raccogliere il consenso attorno ad un testo di compromesso che prevede: un nuovo meccanismo di solidarietà, graduato in funzione del livello di crisi di un sistema nazionale di asilo, secondo il quale la misura della ricollocazione si attiva principalmente su base volontaria con forti incentivi e, come extrema ratio, sulla base di una decisione di esecuzione del Consiglio quale garanzia efficace per l'attivazione dell'assegnazione; il rafforzamento delle disposizioni relative alla responsabilità degli Stati membri, con particolare riguardo alla clausola di responsabilità stabile di uno Stato membro per otto anni a partire dalla registrazione della domanda; l'abbreviazione dei termini per le fasi delle procedure previste dal regolamento di Dublino; l'introduzione delle notifiche per la procedura di ripresa in carico. La bozza di compromesso avanzata dalla Presidenza bulgara è stata approfondita, in sede di discussione informale, dallo scorso Consiglio dell'UE giustizia e affari interni svoltosi a Lussemburgo il 4-5 giugno 2018. In tale occasione, la delegazione italiana ha confermato le proprie riserve, con particolare riferimento alla clausola che aggrava la responsabilità dello Stato membro di primo ingresso, ed ha sottolineato come gli sforzi profusi dagli Stati membri alla frontiera esterna, in particolare nelle attività SAR poste in essere nell'adempimento di obblighi internazionali, non siano stati riconosciuti. Il Governo italiano ha altresì posto l'accento sulla necessità di un approccio complessivo, che eviti l'approvazione separata di specifiche proposte del pacchetto di riforma del sistema comune europeo di asilo al di fuori di un accordo complessivo. A sostegno del compromesso prospettato dalla Presidenza, seppur indicando una serie di miglioramenti da apportare al testo, si sono espressi Francia, Svezia, Portogallo, Lussemburgo, Irlanda, e Finlandia. Grecia, Malta e Cipro hanno assicurato il proprio impegno per un possibile compromesso entro giugno, ritenendo comunque il testo della Presidenza bulgara una buona base per il dibattito. Hanno invece confermato la posizione di contrarietà alla proposta della Presidenza bulgara (per lo più con particolare riguardo agli aspetti relativi al meccanismo di ricollocazione obbligatoria), la Repubblica ceca, la Slovacchia, l'Ungheria, la Lituania, la Slovenia e l'Austria. Anche secondo la Germania, pur trattandosi di una buona base, il compromesso deve considerarsi non ancora accettabile, né i tempi sono ancora maturi per concordare un mandato negoziale per la Presidenza, mentre la Spagna ha criticato l'eccessiva attenzione della proposta all'obiettivo di evitare i movimenti secondari di migranti economici, laddove il regolamento di Dublino dovrebbe concentrarsi piuttosto sul diritto d'asilo. [1]Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l'esame di una domanda d'asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide (rifusione)" (COM (2016)270). Il sostegno finanziario e operativo all'Italia Si ricorda che il sostegno finanziario dell'UE, stanziato finora per l'Italia a titolo di assistenza d'emergenza, ammonta a circa 190 milioni di euro, che si aggiungono ai fondi del bilancio UE (Fondo asilo, migrazione e integrazione - AMIF e Fondo sicurezza interna - ISF per i programmi nazionali nei settori della migrazione e degli affari interni, che superano i 650 milioni di euro. Per quanto riguarda il sostegno operativo nel controllo delle frontiere esterne e nel contrasto all'attività di traffico di migranti deve ricordarsi l'operazione navale EUNAVFOR MED Sophia, avviata nel giugno 2015, volta ad individuare, fermare ed eliminare imbarcazioni e mezzi usati o sospettati di essere usati dai trafficanti di migranti nel Mediterraneo. La missione ha progressivamente assunto nuove funzioni tra le quali la formazione della guardia costiera libica nelle attività di sorveglianza del mare. È, inoltre, in corso, in ambito Frontex l'operazione congiunta Themis, volta a sostenere l'Italia nella lotta all'immigrazione irregolare nel Mediterraneo centrale, nel salvataggio di vite umane in mare e nella prevenzione e rilevamento della criminalità transfrontaliera. Si ricorda che la Commissione europea, con la proposta in materia di bilancio a lungo termine dell'UE (2021-2027), ha recentemente prefigurato un rafforzamento dell'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera europea, tra l'altro, mediante l'istituzione di un nuovo corpo permanente di guardie di frontiera di circa 10.000 elementi. Profili di azione esterna di politica migratoria dell'UE Dal 2015, l'approccio dell'UE circa la dimensione di azione esterna della politica di migrazione è stato orientato alla ricerca di un maggior livello di cooperazione con gli Stati terzi di origine e di transito rispetto all'obiettivo di ridurre i flussi irregolari. Tale politica si è tradotta, da un lato, nel sostegno agli Stati africani interessati alle rotte migratorie per quanto riguarda l'eliminazione dei principali fattori di instabilità economica, sociale, e politica; dall'altro, nella richiesta agli stessi Stati terzi di collaborare in maniera significativa con riferimento al contrasto alle reti dei trafficanti di migranti e al rispetto degli obblighi di riammissione e di rimpatrio dei migranti irregolari in Europa. Viene in considerazione il Fondo fiduciario di emergenza UE per l'Africa, che - al 4 giugno 2018 - consiste in un volume di risorse per circa 3,4 miliardi di euro. Il Fondo, strumento finanziario flessibile al di fuori del bilancio UE sostenuto da risorse dell'Unione europea per l'88 per cento e da contributi degli Stati membri per il 12 per cento (i donatori principali restano la Germania con 157,5 milioni di euro e l'Italia con 104 milioni di euro), è stato istituito in occasione del Vertice UE - Africa di La Valletta nel novembre 2015. L'assegnazione delle risorse del Fondo si articola in tre macroregioni: Sahel e Lago Ciad (Burkina Faso, Camerun, Ciad, Costa d'Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria and Senegal), Corno d'Africa (Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenia, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Tanzania e Uganda), e Nord Africa; Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Egitto. Grazie al Trust emergency fund for Africa trovano finanziamenti programmi dedicati a:
Nell'ambito del Fondo fiduciario di emergenza dell'UE per l'Africa, al mese di febbraio 2018, la Libia ha ricevuto aiuti per 158 milioni di euro, risorse che hanno sostenuto, tra l'altro, programmi volti a migliorare le capacità dei comuni libici di erogare servizi di base, come sanità, istruzione, igiene e acqua. A seguito dei risultati del Vertice UE Africa del novembre 2017, ulteriori iniziative sono state intraprese con l'obiettivo di migliorare la situazione umanitaria dei migranti in Libia, con il coinvolgimento dei principali organismi internazionali (l'UNHCR e l'OIM), e di potenziare i reinsediamenti e i rimpatri volontari assistiti e la reintegrazione nei Paesi di origine.
Per quanto riguarda la rotta del Mediterraneo orientale è tuttora in vigore la Dichiarazione UE Turchia del marzo 2016, che - in estrema sintesi - prevede, da un lato, una maggiore collaborazione delle autorità turche nel contrasto al traffico dei migranti e un programma di rimpatrio dei migranti irregolari in Turchia, dall'altro, il reinsediamento di una parte dei richiedenti asilo siriani nell'Unione europea e un sostegno economico per complessivi 6 miliardi di euro a supporto dei rifugiati in Turchia e delle comunità locali turche che li hanno accolti (cosiddetto Strumento per i rifugiati in Turchia). Per quanto concerne i flussi provenienti dall'Africa devono invece ricordarsi le iniziative nell'ambito del Nuovo quadro di partenariato UE (che si è tradotto in accordi - migration compact - con Paesi terzi prioritari: Niger, Mali, Nigeria, Senegal ed Etiopia), ed in particolare il Piano di investimenti esterni, un nuovo strumento finanziario volto a stimolare gli investimenti in Africa e nel vicinato dell'UE con l'obiettivo di rimuovere gli ostacoli alla crescita nei paesi partner e le cause profonde della migrazione irregolare. Le risorse previste nel nuovo bilancio a lungo termine dell'UE Per il prossimo bilancio a lungo termine dell'UE (2021-2027) la Commissione europea propone quasi di triplicare i finanziamenti per la migrazione e la gestione delle frontiere portandoli a 34,9 miliardi di euro, rispetto ai 13 miliardi del periodo precedente. In particolare, la Commissione propone di assegnare 21,3 miliardi di euro per la gestione delle frontiere in generale, e di creare un nuovo Fondo per la gestione integrata delle frontiere (Integrated Border Management Fund - IBMF) per un valore di oltre 9,3 miliardi di euro. La Commissione propone, inoltre, di aumentare i finanziamenti per la migrazione del 51 per cento fino a raggiungere 10,4 miliardi di euro nel quadro del rinnovato Fondo Asilo e migrazione (Asylum and Migration Fund - AMF), al fine di sostenere gli sforzi degli Stati membri in tre settori chiave: asilo, migrazione legale e integrazione, lotta alla migrazione illegale e rimpatrio. La Commissione europea ha precisato che il Fondo Asilo e migrazione sarà integrato da specifici fondi aggiuntivi nell'ambito degli strumenti di politica esterna dell'UE, per rafforzare la cooperazione in materia di migrazione con i paesi partner, compresi gli sforzi per affrontare l'immigrazione irregolare, migliorare le opportunità nei paesi di origine, nonché rafforzare la cooperazione in materia di rimpatrio, di riammissione e di migrazione regolare. Dati quantitativi Secondo l'UNHCR, dall'inizio del 2018 ad oggi sono sbarcate sulle coste meridionali dell'Unione europea circa 43 mila migranti. Al 25 giugno 2018, la rotta del Mediterraneo centrale (in linea di massima dalla Libia e, in minor quota, dalla Tunisia verso l'Italia) ha registrato oltre 16.300 sbarchi; la rotta del Mediterraneo orientale (dalla Turchia alla Grecia) si è attestata a circa 13 mila sbarchi, mentre quella del Mediterraneo occidentale (che riguarda per lo più il flusso dal Marocco alla Spagna) ha registrato circa 13.500 sbarchi.
Di seguito un grafico relativo agli attraversamenti irregolari delle frontiere UE lungo le principali rotte migratorie nel periodo 2014-2017 (i flussi verso l'Italia sono indicati dalle colonne più chiare): fonte Commissione europea.
Di seguito un grafico relativo al trend annuale del flusso migratorio in Italia: fonte Ministero dell'interno
Di seguito la situazione relativa al numero di migranti sbarcati in Italia dall'inizio dell'anno al 22 giugno 2018, comparati con i dati riferiti allo stesso periodo di tempo degli anni 2016 e 2017: fonte Ministero dell'interno
Secondo Eurostat nei primi tre mesi del 2018 sono state registrate negli Stati membri 131.000 domande di asilo di prima istanza (domande registrate per la prima volta), con una riduzione del 15 per cento rispetto all'ultimo trimestre del 2017 (periodo in cui sono state depositate 154 mila domande). Di seguito un grafico recante il trend delle domande di asilo di prima istanza nell'UE: Fonte Eurostat
In tale lasso di tempo, il maggior numero di richieste sono state registrate in Germania (34.400 domande, il 26 per cento di tutte le domande nell'UE), in Francia (25.300, 19 per cento), in Italia (17.800, 14 per cento) e in Grecia (13.000, 10 per cento). Infine, la Commissione europea ha recentemente confermato il tasso di effettivo rimpatrio dei migranti irregolari nell'UE: tale indicatore si è attestato nel 2017 al 36,6 per cento, registrando un trend in diminuzione di oltre il 9 per cento rispetto all'anno precedente. Da ultimo, secondo la Commissione europea, in attuazione delle due decisioni del Consiglio dell'UE del settembre 2015 (al 7 maggio 2018) gli Stati membri hanno ricollocato circa 35 mila richiedenti asilo, di cui 22 mila dalla Grecia e 12.691 dall'Italia. Si tratta di poco più di un terzo degli impegni complessivamente assunti dagli Stati membri nei confronti di Grecia e Italia. La Commissione europea valuta, in ogni caso, positivamente il risultato in quanto riguarderebbe tutti i richiedenti ammissibili ai programmi di relocation in Grecia, e il 96 per cento di quelli ammissibili in Italia[1]. Il Ministero dell'interno ha aggiornato i dati al 18 giugno 2018: le ricollocazioni effettive dall'Italia si attestano a 12.722. Di seguito una tabella recante gli Stati membri che hanno ricollocato il maggior numero di richiedenti asilo dall'Italia.
[1] La platea ammissibile ai programmi di relocation è stata limitata ai richiedenti protezione internazionale appartenenti a nazionalità per le quali il tasso di riconoscimento della protezione internazionale è pari o superiore al 75% - sulla base dei dati Eurostat dell'ultimo quadrimestre precedente le decisioni del Consiglio.
Si ricorda, infine, che la Commissione europea ha avviato procedure di infrazione, per il mancato rispetto dei programmi temporanei di ricollocazione, nei confronti di Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia. |
Sicurezza e difesa
La cooperazione strutturata permanente (PESCO) Il Consiglio dell'UE dell'11 dicembre 2017 - sulla base di una proposta presentata da Francia, Germania, Italia e Spagna - ha adottato una decisione con la quale è stata istituita la cooperazione strutturata permanente (PESCO) in materia di difesa, alla quale partecipano tutti gli Stati membri UE tranne Gran Bretagna, Danimarca e Malta. Nella decisione del Consiglio dell'UE, istitutiva della PESCO, si stabiliscono una serie di impegni vincolanti:
Ogni Stato membro partecipante dovrà sottoporre un Piano nazionale di attuazione nel quale delineare le capacità su come soddisfare gli impegni vincolanti in ambito PESCO. L'Italia ha presentato il piano nazionale di attuazione il 14 dicembre 2017 al segretariato della PESCO (il documento al momento non è pubblico). Contestualmente alla decisione istitutiva della PESCO, sono stati indentificati una prima serie di 17 progetti di cooperazione, approvati dal Consiglio dell'UE il 6 marzo 2018. L'Italia è capofila in 4 progetti (come la Germania) e partecipa ad 11 progetti. I progetti di cui l'Italia è capofila riguardano: centro europeo di formazione e certificazione per eserciti; sostegno militare in caso di catastrofi, emergenze civili e pandemie; sorveglianza marittima e protezione dei porti; sviluppo di veicoli militari di combattimento. Mobilità militare La Commissione e l'Alta rappresentante hanno presentato il 10 novembre 2017 una comunicazione congiunta sul miglioramento della mobilità militare e il 28 marzo 2018 un piano d'azione per la mobilità militare all'interno e all'esterno dell'Unione europea. Il piano d'azione è volto in particolare ad individuare i requisiti militari, gli eventuali potenziamenti delle infrastrutture di trasporto e le opzioni di semplificazione delle formalità doganali ed allineamento della normativa sul trasporto di merci pericolose atti a garantire la mobilità militare.
Programma di sviluppo del settore industriale della difesa e Fond europeo per la difesa Il 7 giugno 2017, la Commissione ha presentato la proposta di regolamento relativa al programma europeo di sviluppo del settore industriale della difesa per il quale propone una dotazione complessiva pari a 500 milioni di euro per il 2019 e il 2020. Parlamento europeo e Consiglio dell'UE hanno raggiunto il 22 maggio 2018 un'intesa preliminare sul progetto di regolamento, che una volta definitivamente approvato dovrebbe entrare in vigore il 1° gennaio 2019. Contestualmente alla proposta relativa al programma europeo di sviluppo del settore industriale della difesa, la Commissione europea, nell'aprile 2017, ha avviato un'azione preparatoria sulla ricerca in materia di difesa per il periodo 2018-2020 con uno stanziamento di 90 milioni di euro per l'intero periodo. La Commissione europea il 19 giugno 2018 ha presentato una proposta di regolamento relativa all'istituzione del Fondo europeo per la difesa nell'ambito del prossimo quadro finanziario pluriennale 2021-2027. La proposta – che una volta approvata sostituirà il regolamento relativo al programma europeo di sviluppo del settore industriale della difesa in corso di approvazione (v. supra) - ha l'obiettivo di sostenere la competitività e l'innovazione dell'industria della difesa finanziando progetti collaborativi a livello europeo che coinvolgano almeno 3 imprese o enti cooperanti stabiliti in almeno tre diversi paesi membri e/o associati. La dotazione di bilancio per la proposta per il Fondo europeo per la difesa per il periodo 2021-2027 è di 13 miliardi di euro, di cui 8,9 miliardi di euro per le azioni di sviluppo e 4,1 miliardi di euro per le azioni di ricerca.
Minacce ibride e chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari La Commissione europea e l'Alta rappresentante hanno presentato il 13 giugno 2018 una comunicazione congiunta sul rafforzamento della resilienza e potenziamento delle capacità di affrontare minacce ibride nella quale si propongono una serie di misure volte, in particolare ad ampliare la cellula per l'analisi delle minacce ibride, presso il Servizio europeo per l'azione esterna con competenze specialistiche in campo chimico, biologico, radiologico e nucleare (CBRN) e controspionaggio; sviluppare le capacità di comunicazione strategica dell'UE; rafforzare la sicurezza informatica; promuovere il coordinamento tra gli Stati membri e altre organizzazioni internazionali, in particolare la NATO. Risposta dell'UE al problema della disinformazione L'UE si è dotata nel 2015 di un Piano d'azione sulla comunicazione strategica che ha tre obiettivi: efficace comunicazione e promozione delle politiche dell'UE nei confronti del vicinato orientale; rafforzamento dell'ambiente dei media nel vicinato orientale e negli Stati membri dell'UE, incluso il supporto alla libertà dei media e il rafforzamento dei media indipendenti; miglioramento delle capacità dell'UE di prevedere, affrontare e rispondere alle attività di disinformazione da parte di attori esterni. Sempre a partire dal 2015 è stata istituita una Task Force con il compito di sviluppare prodotti e campagne di comunicazione incentrate sulla spiegazione delle politiche dell'UE nella regione del partenariato orientale.
Cybersecurity La Commissione europea e l'Alta rappresentante hanno presentato il 13 settembre 2017 un pacchetto di misure volte a rafforzare la cibersicurezza nell'UE. Tra le misure proposte si segnalano: il rafforzamento dell'Agenzia dell'Unione europea per la sicurezza delle reti e dell'informazione (ENISA); la procedura di certificazione della cibersicurezza di prodotti, servizi e/o sistemi; un Fondo di risposta alle emergenze di cibersicurezza; una direttiva relativa alla lotta contro le frodi e le falsificazioni di mezzi di pagamento diversi dai contanti; il rafforzamento della cooperazione UE-NATO in tale settore.
Cooperazione UE-NATO A margine del Vertice NATO dell'8 e 9 luglio 2016 in Polonia, l'UE e la NATO hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta sull'intensificazione della cooperazione pratica attraverso 42 iniziative nei seguenti settori: contrasto alle minacce ibride, anche mediante l'elaborazione di procedure coordinate; cooperazione operativa in mare e in materia di migrazione; coordinamento nella cibersicurezza e difesa; sviluppo di capacità di difesa coerenti, complementari e interoperabili; agevolazione di un'industria della difesa più forte e di una maggiore ricerca nel campo della difesa; potenziamento del coordinamento relativo alle esercitazioni; creazione di capacità di difesa e sicurezza dei partner a est e a sud. Il Consiglio dell'UE ha adottato il 5 dicembre 2017 delle conclusioni nelle quali ha approvato nuove iniziative di cooperazione con la NATO (aggiuntive rispetto a quelle indicate nella dichiarazione congiunta del 2016), comprendenti aspetti quali l'antiterrorismo, la cooperazione donne, pace e sicurezza e la mobilità militare. |
Occupazione, crescita e competitività |
Raccomandazioni specifiche per Paese
In particolare, per quanto riguarda l'Italia, per il 2019 (in considerazione del rapporto debito pubblico/PIL al di sopra del 60% del PIL e del previsto divario tra prodotto effettivo e prodotto potenziale dello 0,5%), il tasso di crescita nominale della spesa pubblica primaria netta non dovrebbe essere superiore allo 0,1% del PIL. A politiche invariate, secondo la raccomandazione, vi è un rischio di deviazione significativa dal suddetto requisito nel 2019 e nel biennio 2018-2019. Ad una prima analisi della Commissione, si prevede che l'Italia non soddisferà la regola del debito nel 2018 e nel 2019. Secondo la Commissione, inoltre, l'impiego di eventuali entrate straordinarie per ridurre ulteriormente il rapporto debito pubblico/PIL rappresenterebbe una risposta prudente. Inoltre, secondo la raccomandazione: si potrebbero conseguire risparmi intervenendo su pensioni di importo elevato non corrispondenti ai contributi versati; vi sarebbero margini per ridurre la pressione fiscale senza gravare sul bilancio dello Stato, trasferendo il carico fiscale verso imposte meno penalizzanti per la crescita, come quelle sul patrimonio e sui consumi; sarebbe opportuno creare una strategia di lungo periodo a sostegno degli investimenti a favore della ricerca e dell'innovazione; si potrebbe rendere più efficiente il funzionamento del sistema giudiziario riducendo l'uso improprio dei ricorsi. |
Lotta all'elusione, all'evasione e alla frode fiscale (Tassazione dell'economia digitale e riscossione dell'IVA)
Nell'OCSE si concentrano, a livello internazionale, gli sforzi per migliorare la cooperazione fiscale tra i Governi per contrastare l'elusione e l'evasione fiscale internazionale. A sostegno di tali obiettivi, l'OCSE ha cercato di affrontare le sopra accennate problematiche con l'adozione del cosiddetto "pacchetto BEPS", che consiste nell'adozione di standard internazionali e modalità di approccio comuni nei seguenti ambiti:
L'UE partecipa attivamente alle discussioni globali in materia di evasione ed elusione fiscale. Insieme all'OCSE, l'UE lavora per l'applicazione di standard minimi in tutto il mondo e partecipa al suddetto Forum globale sulla trasparenza e lo scambio di informazioni a fini fiscali. Per la lotta all'evasione fiscale la Commissione europea nel 2013 ha creato una nuova piattaforma per la buona governance fiscale, che riunisce esperti degli Stati membri e gruppi di interesse, per assistere la Commissione nel monitoraggio dell'applicazione del piano d'azione per rafforzare la lotta alla frode fiscale e all'evasione fiscale. In particolare, il piano comprende due raccomandazioni recanti misure per proteggere le entrate fiscali degli Stati membri contro il tax planning aggressivo e garantire la buona governance in materia fiscale, per contrastare il fenomeno dei paradisi fiscali e la concorrenza sleale. In questo ambito si inseriscono anche le recenti proposte della Commissione in materia di tassazione dell'economia digitale e di creazione di un'area unica dell'IVA. Tassazione dell'economia digitale Il 21 marzo 2018 la Commissione europea ha presentato un pacchetto di proposte[1] in materia di tassazione dell'economia digitale, che perseguono l'obiettivo di adeguare le norme fiscali europee ai nuovi modelli imprenditoriali della realtà digitale, al fine di assicurare che le imprese che operano nell'UE paghino le tasse nel luogo in cui sono generati gli utili e il valore. La Commissione auspica, in prima istanza, una soluzione del problema a livello globale in ambito OCSE, tuttavia, in mancanza di progressi a livello internazionale, la Commissione ha deciso di presentare una propria iniziativa con l'intento di imprimere uno slancio alla discussione internazionale e attenuare i rischi immediati, oltre che di evitare una frammentazione nella regolamentazione qualora gli Stati membri decidessero di adottare soluzioni a livello nazionale. Ad avviso della Commissione, si pongono in particolare tre questioni:
In particolare, le proposte prevedono:
In base ai dati della Commissione europea, negli ultimi sette anni la crescita media annua dei ricavi delle principali imprese digitali è stata del 14% circa, contro il 3% per le società del settore informatico e delle telecomunicazioni e lo 0,2% per le altre multinazionali. La diffusione delle tecnologie digitali è responsabile di quasi un terzo dell'aumento della produzione industriale complessiva in Europa. Mediamente i modelli d'impresa digitali nazionali sono soggetti a un tasso d'imposizione effettiva dell'8,5%, due volte inferiore a quello applicato ai modelli d'impresa tradizionali. Questa differenza è dovuta principalmente alle caratteristiche dei modelli d'impresa digitali, che dipendono in larga misura dai beni immateriali e beneficiano di sgravi fiscali. Le imprese digitali transfrontaliere possono beneficiare, inoltre, di oneri fiscali ridotti, senza tenere conto dei casi di pianificazione fiscale transfrontaliera aggressiva, che può arrivare anche ad azzerare l'onere fiscale. La normativa italiana In attesa di un'azione a livello internazionale, l'Italia con la legge di bilancio 2018[2], ha istituito un'imposta del 3% sui ricavi derivanti da transazioni digitali e introdotto una nuova ipotesi di stabile organizzazione nella forma di "una significativa e continuativa presenza economica nel territorio dello Stato costruita in modo tale da non fare risultare una sua consistenza fisica nel territorio stesso"[3], ampliando così il novero dei casi di stabile organizzazione. Tuttavia, la nuova disposizione, come sottolinea il Governo nella relazione trasmessa ai sensi della legge n. 234 del 2012, articolo 6, è stata introdotta unilateralmente dal legislatore italiano e, pertanto, non è applicabile in presenza di un trattato sottoscritto dall'Italia contro la doppia imposizione, a meno che lo stesso non venga rinegoziato per renderlo conforme alle nuove disposizioni. Alla luce delle proposte della Commissione, nella stessa relazione, il Governo fa presente che occorrerà verificare l'opportunità di abrogare o meno tale norma. Piano d'azione sull'IVA Il 7 aprile 2016 la Commissione europea ha presentato il piano d'azione sull'IVA[4] che costituisce il primo passo verso uno spazio unico europeo dell'IVA in grado di contrastare le frodi. In attuazione del suddetto piano la Commissione europea il 4 ottobre 2017 ha presentato un pacchetto[5] di misure (cd. "quick fixes") che si basa su quattro principi fondamentali:
Su tali proposte non è stato raggiunto un accordo in sede di Consiglio economia e finanza del 22 giugno, in particolare per l'indisponibilità della Commissione ad accettare un emendamento, inserito nel testo di compromesso dalla Presidenza su iniziativa congiunta di Austria, Francia, Irlanda, Italia, Lettonia e Lussemburgo, in materia di suddivisione dei costi (cost sharing). In occasione dello stesso Consiglio, invece, i Ministri hanno raggiunto un accordo sulle misure volte a rafforzare la cooperazione amministrativa al fine di migliorare la prevenzione della frode in materia di IVA. La proposta di regolamento[6], presentata dalla Commissione europea nel novembre 2017, tratta le più diffuse forme di frodi transfrontaliere, stimola lo scambio di informazioni, rafforza la rete fiscale Eurofisc e introduce nuovi strumenti per la cooperazione tra gli Stati membri. Infine, sempre allo scopo di contrastare l'evasione fiscale, il 21 dicembre 2016, la Commissione ha presentato una proposta di direttiva che prevede l'applicazione temporanea di un meccanismo generalizzato di inversione contabile alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi al di sopra di una determinata soglia[7]. Su tale proposta, fortemente voluta dalla Repubblica Ceca, non è stato possibile raggiungere un accordo in sede di Consiglio economia e finanza del 25 maggio 2018, in particolare per l'opposizione della Francia. [1] Il pacchetto si articola nelle seguenti proposte: una comunicazione introduttiva, che definisce le linee di intervento COM(2018)146; una proposta di direttiva, che stabilisce norme per la tassazione delle società che hanno una presenza digitale significativa COM(2018)147; una proposta di direttiva relativa al sistema comune d'imposta sui servizi digitali applicabile ai ricavi derivanti dalla fornitura di taluni servizi digitali COM(2018)148; una raccomandazione, che invita gli Stati membri ad adattare le convenzioni in materia di doppia imposizione concluse con Paesi terzi alle norme sulla tassazione delle società che hanno una presenza digitale significativa C(2018)1650. [2] legge n. 205 del 2017, articolo 1, comma 1010. [3] articolo 162, comma 2, lettera f-bis), del TUIR – D.P.R. n. 917 del 1986. [4] COM(2016)148 - Verso uno spazio unico europeo dell'IVA. [5] COM(2017)566: comunicazione relativa al seguito del piano d'azione sull'IVA Verso uno spazio unico europeo dell'IVA; COM(2017)567: proposta di regolamento che modifica il regolamento (UE) n. 904/2010 per quanto riguarda i soggetti passivi certificati; COM(2017)568: proposta di regolamento che modifica il regolamento (UE) n. 282/2011 per quanto riguarda talune esenzioni connesse alle operazioni intracomunitarie; COM(2017)569: proposta di direttiva che modifica la direttiva 2006/112/CE per quanto concerne l'armonizzazione e la semplificazione di determinate norme nel sistema d'imposta sul valore aggiunto e l'introduzione del sistema definitivo di imposizione degli scambi tra Stati membri. [6] COM(2017)706: proposta modificata di regolamento del consiglio che modifica il regolamento (UE) n. 904/2010 per quanto riguarda misure di rafforzamento della cooperazione amministrativa in materia di imposta sul valore aggiunto. [7] (COM(2016)811): proposta di direttiva che modifica la direttiva 2006/112/CE relativa al sistema comune d'imposta sul valore aggiunto con riguardo all'applicazione temporanea di un meccanismo generalizzato di inversione contabile alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi al di sopra di una determinata soglia. |
Commercio
Dazi USA su importazioni di acciaio e alluminio L'amministrazione statunitense ha introdotto dazi aggiuntivi sulle importazioni di acciaio e alluminio. In particolare, dal 1° giugno 2018 i dazi addizionali statunitensi sulle importazioni di acciaio e alluminio, fissati al 25% per l'acciaio e al 10% per l'alluminio, si applicano anche ai prodotti provenienti dall'Unione europea. Anche l'UE, in un contesto contrassegnato da un'accentuata competizione commerciale da parte di alcune economie emergenti, in particolare della Cina, è intervenuta modernizzando i propri strumenti di difesa commerciale con l'adozione del regolamento (UE) 2017/2321 e del regolamento (UE) 2018/825. L'UE, provvisoriamente esentata da dette misure, dapprima fino al 1° maggio e in seguito fino al 1° giugno 2018, aveva ufficialmente chiesto che l'esenzione fosse resa permanente. Secondo la Commissione europea, le misure statunitensi dovrebbero avere ripercussioni sulle esportazioni dell'UE per un valore di 6,4 miliardi di euro. Inoltre, un impatto sensibilmente superiore (anche fino a 50 miliardi di euro) potrebbe essere provocato dall'applicazione di ulteriori dazi statunitensi del 25% sulle importazioni di automobili e componentistica, misure che sembrerebbero attualmente al vaglio degli Stati Uniti nello stesso quadro di riferimento alla sicurezza nazionale. In risposta all'iniziativa di difesa commerciale statunitense, la Commissione europea ha delineato una reazione articolata lungo tre direttrici:
Il 22 giugno è entrato in vigore il regolamento con cui la Commissione europea istituisce dazi supplementari su un elenco di prodotti di provenienza statunitense (tra cui, burro d'arachidi, capi di abbigliamento in cotone, whiskey, tabacco, cosmetici) che era già stato notificato al WTO il 18 maggio 2018 (decorsi trenta giorni dalla notifica al WTO, può, infatti, iniziare la procedura per la loro applicazione, prevista per luglio). Si tratta di un primo ribilanciamento che potrebbe consentire, secondo la Commissione europea, di recuperare fino a 2,8 miliardi di euro. Ulteriori misure di ribilanciamento, per 3,6 miliardi di euro, potrebbero essere attivate nei prossimi tre anni, se la controversia in sede WTO dovesse concludersi positivamente;
Il 1° giugno 2018 l'UE e il Canada hanno depositato due richieste separate di consultazione precontenziosa presso il WTO sui dazi USA, dichiarandoli in contrasto con le norme del WTO stesso;
In merito, la Commissione europea ha avviato un'inchiesta il 26 marzo 2018 e ha nove mesi da quella data per adottare una decisione definitiva. Per quanto riguarda l'alluminio, la Commissione europea ha comunicato di aver posto in essere un sistema di vigilanza sulle importazioni. Controllo degli investimenti esteri diretti Il 14 settembre 2017 la Commissione europea ha presentato la proposta di regolamento COM(2017)487, che istituisce un quadro di controllo degli investimenti esteri diretti (IED) nell'UE per motivi di sicurezza o di ordine pubblico. L'UE è la principale fonte e destinazione mondiale di IED. Gli Stati Uniti restano il maggiore investitore estero nell'UE, ma negli ultimi venti anni la loro quota di investimenti è diminuita di circa il 20%, mentre sono cresciuti in modo significativo, secondo i dati della Commissione, gli investimenti provenienti da altri Paesi, in particolare la Cina (+ 600%). Ad avviso della Commissione europea, l'intervento legislativo è necessario in ragione del notevole incremento di casi in cui gli investitori stranieri, in particolare i cosiddetti fondi sovrani, cercano di acquisire partecipazioni rilevanti in settori strategici. |
Innovazione digitale |
Strategia per il mercato unico digitale
La Strategia per il mercato unico digitale intende garantire che l'economia, l'industria e la società europee traggano il massimo vantaggio dalla nuova era digitale. Secondo la Commissione europea, un mercato digitale pienamente funzionante potrebbe apportare fino a 415 miliardi di euro annui all'economia dell'UE e permettere, altresì, all'UE di diventare un leader digitale a livello globale. Il 15 maggio 2018 la Commissione europea ha pubblicato la comunicazione "Completare un mercato digitale sicuro per tutti" (COM(2018)320) nella quale valuta i progressi compiuti e invita il Parlamento europeo e il Consiglio ad approvare in tempi rapidi le proposte ancora in corso di esame. La Commissione europea ricorda che dal lancio della Strategia, nel maggio 2015, ha formulato proposte per tutte le 29 iniziative legislative che sono state individuate come essenziali per un mercato digitale operativo. Tra queste, sono tuttora in corso i negoziati in particolare su:
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Economia dei dati europea
Come specificato dalla comunicazione della Commissione europea "Costruire un'economia dei dati europea" (COM(2017)9), presentata il 10 gennaio 2017, l'economia dei dati[1] è caratterizzata da un ecosistema di diversi tipi di operatori del mercato, quali produttori, ricercatori e fornitori di infrastrutture, che collaborano fra loro per rendere i dati accessibili e utilizzabili. Ciò consente agli operatori del mercato di estrarre valore dai dati, creando una varietà di applicazioni con un notevole potenziale in vari campi: sanità, sicurezza alimentare, clima, uso efficiente delle risorse, energia, sistemi di trasporto e città intelligenti. Secondo la Commissione europea, nel 2016, il valore dell'economia europea dei dati ammontava a 300 miliardi di euro - in crescita costante rispetto al 2015 (272 miliardi di euro) e al 2014 (257 miliardi di euro) - corrispondenti all'1,99% del PIL dell'UE. Tuttavia, soltanto il 4% dei dati globali è archiviato in Europa. A giudizio della Commissione europea, attuando le misure legislative e politiche proposte, tale valore potrebbe aumentare entro il 2020 fino a 739 miliardi di euro, vale a dire il 4% del PIL dell'UE. Inoltre, nel 2016 vi erano 254.850 imprese operanti nel settore dei dati[2], per un totale di circa 6,1 milioni di lavoratori; il numero di tali imprese potrebbe salire a circa 360 mila entro il 2020 e dare lavoro a circa 10,4 milioni di persone. La Commissione europea ha presentato diverse misure volte a realizzare un'economia dei dati a livello di UE con l'obiettivo di creare un quadro programmatico e giuridico chiaro e specifico volto in particolare ad affermare il principio della libera circolazione dei dati all'interno dell'UE. Misure per uno spazio comune europeo dei dati Il 25 aprile 2018 la Commissione ha presentato un pacchetto di misure, legislative e non, volte ad accrescere la disponibilità dei dati nell'UE. Il pacchetto, introdotto dalla comunicazione "Verso uno spazio comune europeo dei dati" (COM(2018)232), mira a conseguire:
Contestualmente al suddetto pacchetto di misure, la Commissione europea ha adottato anche un piano d'azione (COM(2018)233) concernente il potenziale valore dei dati come fattore chiave per la trasformazione digitale in campo sanitario. Il piano d'azione intende in particolare:
Il regolamento generale sulla protezione dei dati personali Dal 25 maggio 2018 è, inoltre, direttamente applicabile nell'UE il regolamento generale (UE) 2016/679 sulla protezione dei dati personali (GDPR). Tra le novità del regolamento:
Inoltre, nel gennaio 2017 la Commissione europea ha presentato la proposta di regolamento sulla protezione dei dati personali da parte delle istituzioni e degli organismi europei che mira a garantire standard di protezione più elevati e la proposta di regolamento sulla riservatezza e le comunicazioni elettroniche (e-privacy) che garantirà una maggiore tutela della vita privata delle persone. Le due proposte sono ancora all'esame delle Istituzioni europee. La libera circolazione dei dati non personali Il 13 settembre 2017 la Commissione europea ha presentato anche una proposta di regolamento (COM(2017)495) sulla libera circolazione dei dati non personali nell'UE. In particolare, la proposta:
La Commissione europea ha identificato 2 ostacoli principali alla mobilità dei dati all'interno dell'UE, la cui rimozione potrebbe aumentare fino a 8 miliardi di euro all'anno il PIL dell'UE:
Intelligenza artificiale Il 25 aprile 2018 la Commissione europea ha pubblicato la comunicazione "L'intelligenza artificiale (IA) per l'Europa" (COM(2018)237) finalizzata in particolare ad incrementare gli investimenti pubblici e privati dell'UE in ricerca e sviluppo per l'IA. Secondo i dati della Commissione europea, in Europa gli investimenti privati in IA hanno raggiunto circa 2,4-3,2 miliardi di euro nel 2016, rispetto ai 6,5-9,7 miliardi di euro in Asia e 12,1-18,6 miliardi di euro in America del Nord. Per quanto concerne, invece, gli investimenti dell'UE, durante il periodo 2014-2017 circa 1,1 miliardi di euro sono stati investiti in ricerca e innovazione per l'IA nel quadro del programma per la ricerca e l'innovazione Horizon 2020, anche nel campo dei big data, della sanità, dei trasporti e della ricerca orientata allo spazio, mentre nella robotica gli investimenti sono arrivati fino a 700 milioni di euro per il periodo 2014-2020, sempre sotto Horizon 2020, a cui si aggiungono 2,1 miliardi di euro di investimenti privati di un partenariato pubblico-privato sulla robotica. Secondo la strategia delineata dalla Commissione europea, l'UE (settore pubblico e privato) dovrebbe porsi l'obiettivo di aumentare gli investimenti nella ricerca e nell'innovazione per l'IA di almeno 20 miliardi di euro entro la fine del 2020 e, in seguito, mirare a superare i 20 miliardi di euro all'anno nel decennio successivo. Per conseguire i suddetti obiettivi, la Commissione europea annuncia:
[1]L'economia dei dati misura l'impatto complessivo del mercato dei dati - vale a dire il mercato in cui i dati digitali sono scambiati in forma di prodotti o servizi derivati dai dati grezzi - sull'economia nel suo insieme. Comprende la produzione, la raccolta, la conservazione, il trattamento, la distribuzione, l'analisi, l'elaborazione, la consegna e l'utilizzo dei dati ottenuti mediante tecnologie digitali. [2]Organizzazioni la cui attività principale è la realizzazione di prodotti, servizi e tecnologie correlati ai dati. |
Ricerca e sviluppo
L'UE si è prefissa l'obiettivo di portare la spesa interna lorda per la ricerca e lo sviluppo al 3% del PIL entro il 2020 (1% di finanziamenti pubblici, 2% di investimenti privati), con la finalità di creare 3,7 milioni di posti di lavoro e realizzare un aumento annuo del PIL di circa 800 miliardi di euro. Dopo un periodo di crescita parzialmente continua tra il 2007 e il 2014, nel 2015 e nel 2016 la spesa per la ricerca e lo sviluppo nell'UE ha registrato una riduzione attestandosi al 2,03% del PIL.
Fonte: Commissione europea
Quanto agli investimenti privati nell'UE, occorre registrare come, secondo i dati della Commissione europea, essi si attestino su livelli più bassi rispetto a quelli dei principali Paesi concorrenti: l'1,3% del PIL rispetto all'1,6% della Cina, al 2% degli Stati Uniti, al 2,6% del Giappone e al 3,3% della Corea del Sud. Il capitale di rischio, stando ai dati della Commissione, è ancora poco sviluppato in Europa. Nel 2016 gli investitori di capitale di rischio hanno investito circa 6,5 miliardi di euro nell'UE, a fronte di 39,4 miliardi di euro investiti negli Stati Uniti. Inoltre, a giudizio della Commissione europea, i fondi di capitale di rischio in Europa sono eccessivamente scarsi: 56 milioni di euro in media rispetto ai 156 milioni di euro degli Stati Uniti, con conseguenti fenomeni di delocalizzazione. Una nuova agenda europea per la ricerca e l'innovazione La Commissione ha presentato, il 15 maggio 2018, una Comunicazione recante una nuova Agenda europea per la ricerca e l'innovazione (COM(2018)306) che propone in particolare:
Si tratta di sei fondi che investiranno nel mercato europeo dei capitali di rischio, sostenuti da finanziamenti UE per 410 milioni di euro (200 milioni dovrebbero provenire da Horizon 2020, strumento Innovfin per il capitale, 105 milioni da COSME, il programma europeo per le piccole e medie imprese, e 105 milioni dal Fondo europeo per gli investimenti - FEIS), che dovrebbero raccogliere fino a 2,1 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati che a loro volta dovrebbero portare a circa 6,5 miliardi di euro di nuovi investimenti nelle start-up e scale-up innovative in tutta Europa.
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Quadro finanziario pluriennale
Il richiamato pacchetto di proposte della Commissione tiene conto dell'uscita del Regno Unito dall'UE e intende apportare alcune innovazioni nel riparto delle risorse. Inoltre, la Commissione prefigura parziali modifiche per quanto concerne le fonti attraverso le quali alimentare il bilancio. Per i complessivi sette anni, la Commissione prevede stanziamenti pari a 1.135 miliardi di euro in termini di impegni (1.279 miliardi espressi in prezzi correnti, tenendo conto dell'inflazione), pari all'1,11% del Reddito nazionale lordo dell'UE-27 (RNL). Questo livello di impegni si traduce in 1.105 miliardi di euro (ovvero l'1,08% dell'RNL) in termini di pagamenti (1.246 miliardi espressi in prezzi correnti, tenendo conto dell'inflazione). Si tratta di un aumento di oltre 100 miliardi rispetto al bilancio settennale attualmente in corso (959,9 miliardi di impegni e 908 miliardi di pagamenti per il ciclo 2014-2020), con la differenza che, con l'uscita del Regno Unito, saranno richiesti maggiori sforzi ai Governi dei restanti 27 Stati membri. Secondo le stime della Commissione, tendendo conto dell'inflazione e dell'integrazione nel bilancio UE del Fondo europeo di sviluppo[1] (0,03% del RNL), l'ordine di grandezza (1,14% del RNL) sarebbe analogo a quello dell'attuale bilancio a lungo termine 2014-2020 (1,13% del RNL). Il Regno Unito (nonostante l'applicazione del meccanismo di correzione volto a ridurne il contributo al bilancio UE), al pari e ancor più dell'Italia, è un contributore netto, per cui riceve meno di quanto versa al bilancio dell'Unione. Il contributo complessivo del Regno Unito al bilancio europeo per il 2016 (ultimo dato disponibile) è stato di 12,7 miliardi di euro, pari allo 0,55% del suo RNL. Secondo stime della Commissione europea, l'uscita del Regno Unito dall'UE potrebbe produrre una riduzione nel bilancio annuale dell'UE tra i 10 e i 12 miliardi di euro annui, corrispondente a circa il 10% del medesimo. I contributi dei principali contributori netti nel 2016 sono stati i seguenti: Germania 23,2 miliardi; Francia 19,4 e Italia 13,9. Il nuovo riparto Le maggiori novità riguardano la diversa ripartizione degli stanziamenti tra le diverse finalità. In particolare, la Commissione propone di innalzare gli attuali livelli di finanziamento in settori considerati prioritari e ad alto valore aggiunto europeo, quali: ricerca; innovazione e digitale; giovani; clima e ambiente; migrazione e gestione delle frontiere; sicurezza e azione esterna. [1] La Commissione propone anche l'integrazione nel bilancio dell'UE del Fondo europeo di sviluppo, principale strumento con cui l'UE finanzia la cooperazione allo sviluppo con i paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico, che attualmente non rientra nel bilancio generale dell'UE, ma è finanziato dagli Stati membri. Il FES nel quadro finanziario 2014-2020 ha una dotazione finanziaria di 30,5 miliardi di euro, finanziati dagli Stati membri (il contributo dell'Italia è pari a 3,8 miliardi). In particolare, si evidenzia che le risorse complessive per la gestione delle frontiere sono pari a 21,3 miliardi, al di sotto di quanto richiesto dal Commissario per l'immigrazione, Dimitris Avramopoulos, secondo il quale sarebbero stati necessari 150 miliardi in sette anni, pari a circa il 14% del budget, per garantire un controllo "europeo" delle frontiere. Parallelamente, si prefigurano, a titolo compensativo, alcuni risparmi. Secondo quanto dichiarato dalla Commissione europea, i finanziamenti a favore della politica agricola comune (PAC) e della politica di coesione subirebbero una riduzione rispettivamente del 5 e del 7% (secondo il Parlamento europeo i tagli sarebbero sottostimati e ammonterebbero, nel complesso, rispettivamente al 15 e al 10%). In dettaglio, per quanto riguarda la PAC, appaiono ridotti sia i pagamenti diretti (da 303 miliardi a 286 miliardi) sia le dotazioni del Fondo agricolo europeo per lo sviluppo rurale (Feasr) (da 95,5 a 78,8 miliardi). Lo scorso 18 giugno, in sede di Consiglio agricoltura, i ministri hanno espresso preoccupazione in merito ai tagli proposti dalla Commissione per il bilancio della PAC in generale e dello sviluppo rurale in particolare. Nel corso del dibattito i ministri sono stati inoltre informati in merito ad una dichiarazione congiunta siglata da Francia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia in favore del mantenimento dell'attuale budget per l'agricoltura anche per il periodo 2021-2027. Nella stessa sede, anche l'Italia si è espressa contro il taglio alla spesa per la politica agricola (secondo Confagricoltura i tagli per l'Italia ammonterebbero a circa 3 miliardi e colpirebbero soprattutto le aziende di maggiore dimensione). Per quanto concerne i cd. fondi strutturali, la riduzione sarebbe in larga parte a carico del Fondo di coesione (CF), che finanzia i progetti nel settore dei trasporti e dell'ambiente nei Paesi in cui il reddito nazionale lordo (RNL) pro capite è inferiore al 90% della media dell'UE, quindi con un impatto non immediato sulle regioni italiane meno sviluppate[1]. In dettaglio, a prezzi correnti, la dotazione del Fondo di coesione si ridurrebbe da 63 a 46 miliardi mentre quella del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) passerebbe da 199 a 226 miliardi. Diversa, invece, è la situazione del Fondo sociale europeo (FSE), che in particolare promuove l'occupazione e l'inclusione sociale, in quanto la Commissione intende istituire un nuovo Fondo sociale europeo plus, che riunirà in sé una serie di fondi e di programmi esistenti, con uno stanziamento di 101 miliardi di euro. La presentazione del pacchetto di proposte relative alla politica di coesione ha visto emergere nette divisioni tra gli Stati membri soprattutto per quanto riguarda il metodo di allocazione dei fondi. Al criterio del PIL pro capite per l'allocazione dei fondi, infatti, vengono aggiunti nuovi indicatori (emissioni, presenza di migranti, disoccupazione). Tuttavia si evidenzia che tali criteri hanno una scarsa incidenza sull'allocazione dei fondi (ad esempio la presenza di migranti conta solo per il 3%, a fronte dell'81% del criterio del PIL). Il nuovo metodo di allocazione comporterebbe una redistribuzione delle risorse dai Paesi dell'Est Europa (il cui PIL è cresciuto considerevolmente negli ultimi anni) ai Paesi del Sud (Italia, Grecia e Spagna). Peraltro, l'aumento delle risorse a favore di questi ultimi sarebbe mitigato da meccanismi di correzione (safety nets e capping) volti a contenere sia i guadagni (ad esempio, per Italia) che le perdite (ad esempio per Francia e Germania).
Alla luce delle misure proposte, il nuovo quadro finanziario pluriennale risulta così strutturato. Nuove fonti di finanziamento del bilancio dell'UE La Commissione propone di semplificare l'attuale risorsa propria basata sull'imposta sul valore aggiunto (IVA) e di introdurre nuove risorse proprie:
La Commissione europea afferma che le nuove risorse proprie rappresenteranno il 12% circa del bilancio totale dell'UE e potrebbero apportare fino a 22 miliardi di euro l'anno per il finanziamento delle nuove priorità. Il Governo, nella relazione trasmessa il 6 giugno 2018, ai sensi della legge n. 234 del 2012, esprime riserve sulla tassazione ambientale, in particolare su quella basata sul sistema di scambio di quote di emissioni, che penalizzerebbe i Paesi con un sistema produttivo a maggiore vocazione industriale e assicurerebbe un gettito modesto e variabile nel tempo.
Correzioni e meccanismi di riscossione dei tributi doganali Anche alla luce dell'uscita del Regno Unito dall'UE, la Commissione propone di eliminare progressivamente nell'arco di cinque anni tutti gli attuali rebates, ossia le attuali correzioni di bilancio volte a ridurre l'onere eccessivo per gli Stati membri con un'elevata prosperità relativa (Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca e Austria). Le correzioni si applicano al prelievo della risorsa propria basata sull'IVA e ai contributi basati sul RNL. Inoltre, la Commissione propone di ridurre dal 20% al 10% gli importi che gli Stati membri trattengono all'atto della riscossione dei tributi doganali (una delle "risorse proprie") a favore del bilancio dell'UE. Il Governo, nella relazione trasmessa il 6 giugno 2018, ai sensi della legge n. 234 del 2012, è a favore dell'abolizione completa e fin dal 2021, anziché progressiva, delle suddette correzioni.
Nuovo meccanismo a tutela dello Stato di diritto Un'innovazione importante è prevista dalla Commissione sul rafforzamento del legame tra i finanziamenti UE e lo Stato di diritto. La Commissione europea prefigura, in particolare, l'adozione di una serie di sanzioni (ad es. la sospensione dei pagamenti o dell'esecuzione di impegni o la loro risoluzione) nei confronti degli Stati membri nei quali siano riscontrate carenze generalizzate del principio dello Stato di diritto, che incidano o rischino di incidere sul principio di sana gestione finanziaria o sulla protezione degli interessi finanziari dell'Unione. Il Governo, nella relazione trasmessa il 29 maggio 2018, ai sensi della legge n. 234 del 2012, esprime perplessità sullo spostamento della questione dal piano politico a quello tecnico, che restringerebbe il campo d'azione alla sola tutela degli interessi finanziari dell'Unione e non consentirebbe di sanzionare eventuali gravi scostamenti dagli altri principi fondamentali di cui all'art. 2 TUE (rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dei diritti umani) e soprattutto dagli obblighi di leale collaborazione e solidarietà tra Stati membri (in particolare in tema di migrazione).
Programma di sostegno alle riforme e funzione di stabilizzazione degli investimenti Nel QFP 2021-2027 sono inclusi in un'apposita rubrica anche: il Programma di sostegno alle riforme, con uno stanziamento complessivo di 25 miliardi di euro e la Funzione europea di stabilizzazione degli investimenti (che prevede la possibilità per l'Unione di concedere crediti per un massimo di 30 miliardi a favore degli Stati membri della zona euro o membri dell'Exchange Rate Mechanism (ERM II), in presenza di gravi shock asimmetrici. La Commissione propone anche di creare un apposito Fondo di stabilizzazione, finanziato dagli Stati membri, per coprire i costi legati ai tassi di interesse dei prestiti concessi dall'Unione. In sede di gruppo di lavoro sul quadro finanziario pluriennale, l'Italia, oltre a criticare le ridotte dotazioni prospettate per entrambe le proposte, ha segnalato i rischi collegati ai criteri previsti per il ricorso alla funzione di stabilizzazione, che - nel comprendere il pieno rispetto delle regole in materia di finanza pubblica - rischierebbero di rendere lo strumento di fatto inutilizzabile proprio per quei Paesi che ne avrebbero maggiore bisogno.
Fasi successive Sulla base delle suddette proposte, la Commissione tra il 29 maggio e il 12 giugno 2018 ha presentato proposte dettagliate relative ai futuri programmi di spesa settoriali. La decisione sul futuro bilancio a lungo termine dell'UE spetterà al Consiglio, che dovrà deliberare all'unanimità, previa approvazione del Parlamento europeo.
[1] Gli Stati membri ammissibili al Fondo di coesione nel periodo 2014-2020 sono: Bulgaria, Cipro, Croazia, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria.
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Relazioni esterne
Il Consiglio europeo ha, altresì, concordato sulla necessità di prolungare al 31 gennaio 2019 le sanzioni economiche alla Federazione russa relative all'accesso ai mercati dei capitali, della difesa, dei beni a duplice uso e tecnologie sensibili in scadenza il 31 luglio 2018. Il rinnovo delle sanzioni sarà formalmente deciso in una prossima riunione del Consiglio dell'UE. A partire dal marzo 2014, l'UE ha introdotto misure restrittive volte al congelamento dei beni ed a restrizioni per la concessione di visti per alcune persone individuate come responsabili di violazioni dei diritti umani e dell'integrità territoriale dell'Ucraina. Il Consiglio ha indicato che tali misure potranno essere modificate, sospese o revocate completamente o parzialmente in base alla valutazione dell'attuazione del piano di pace in Ucraina. Si ricorda che per il rinnovo di tutte le misure restrittive dell'UE, che hanno sempre una durata limitata, è richiesta l'unanimità in seno al Consiglio dell'UE. Attualmente sono in vigore le seguenti misure restrittive: blocco dei beni e divieto di viaggio nei confronti di 150 persone e 38 entità giuridiche (fino al 15 settembre 2018); congelamento di beni di persone responsabili dell'appropriazione indebita di fondi statali ucraini (fino al 6 marzo 2019); accesso ai mercati dei capitali, della difesa, dei beni a duplice uso e tecnologie sensibili (31 luglio 2018); misure restrittive in risposta all'annessione illegale della Crimea e di Sebastopoli da parte della Federazione russa (fino al 23 giugno 2019). Per quanto riguarda gli effetti delle sanzioni sull'economia dell'UE, la Commissione, secondo dati forniti nel marzo 2018, rileva che l'impatto ha determinato nel 2016 una riduzione del PIL nell'ordine di 0,1%, mentre non ha avuto alcun impatto nel 2017. Gli scambi commerciali tra UE e Russia si sono fortemente contratti rispetto al 2013 (-28% l'export UE verso la Russia e -30% l'import UE dalla Russia) ma facendo registrare una tendenza alla ripresa nel 2017, con una crescita delle esportazioni UE verso la Russia del 19% rispetto al 2016 e delle importazioni dalla Russia del 22%. A beneficiare di tale tendenza sono anche le esportazioni di prodotti agroalimentari le quali, pur in calo del 45% rispetto al 2013, fanno registrare una crescita nel 2017 rispetto al 2016 del 15.9%. Per quanto riguarda l'Italia, secondo gli stessi dati, le esportazioni si sono contratte del 26% rispetto al periodo pre-crisi (il 2013), un dato in linea con la contrazione fatta registrare in media a livello europeo. Rispetto al 2016, le esportazioni italiane in Russia sono cresciute nel 2017 del 19%, un dato in linea con quello medio europeo. Per quanto attiene al settore agroalimentare, le esportazioni italiane si sono contratte del 25.3% rispetto al periodo pre-crisi (il 2013), un dato migliore rispetto a quello medio europeo (-45%). Rispetto al 2016, le esportazioni italiane di prodotti agroalimentari sono cresciute del 25.3%, meglio della media europea (+15.9%). |
Composizione del Parlamento europeo
L'articolo 14, par. 2, del TUE prevede che spetti al Consiglio europeo, con delibera unanime, adottare, "su iniziativa del Parlamento europeo e con l'approvazione di quest'ultimo, una decisione che stabilisce la composizione del Parlamento europeo", nel rispetto dei principi stabiliti dal primo comma del medesimo articolo (rappresentanza dei cittadini garantita in modo degressivamente proporzionale, soglia minima di sei membri per Stato membro e tetto massimo di novantasei seggi per Stato membro). L'articolo 4 della decisione del Consiglio europeo del 28 giugno 2013 sulla composizione del Parlamento europeo stabiliva altresì l'obbligo di rivedere la decisione stessa "con sufficiente anticipo prima dell'inizio della legislatura 2019-2024", al fine di istituire "un sistema che consenta di assegnare i seggi in modo duraturo e trasparente". Il numero di parlamentari assegnati all'Italia passa da 73 a 76, ferma restando la possibilità, nel caso in cui il Regno Unito rimanga membro dell'Unione, di tornare alla ripartizione già fissata dalla citata decisione del 2013. La ratio della decisione è così sintetizzabile:
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Brexit
Si ricorda che, ai sensi dell'art. 50 del Trattato sull'Unione europea (TUE), il processo di uscita del Regno Unito dall'UE dovrebbe concludersi entro il 29 marzo 2019 (salvo una proroga decisa all'unanimità dal Consiglio europeo). Secondo quanto definito dal Consiglio europeo straordinario a 27, del 29 aprile 2017, i negoziati avvengono in due fasi:
L'accordo di recesso del Regno Unito dall'UE è concluso dal Consiglio, a maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento europeo e non necessita di essere ratificato dagli Stati membri. L'accordo che disciplinerà le future relazioni tra l'UE e il Regno Unito avrà natura mista e dovrà invece essere ratificato da tutti gli Stati membri. Secondo quanto indicato in più occasioni dal capo negoziatore dell'UE, Michel Barnier, i negoziati sulla Brexit dovranno concludersi entro ottobre 2018, al fine di consentire il completamento della procedura di adozione dell'accordo di recesso da parte delle istituzioni dell'UE entro il 29 marzo del 2019, data limite di due anni prevista dall'art. 50 del TUE. Al momento i negoziati hanno registrato progressi in vari ambiti, ma sono bloccati sulle modalità con le quali garantire una soluzione al confine tra Irlanda ed Irlanda del nord, che eviti la creazione di una frontiera fisica tra le due parti e allo stesso tempo eviti, come richiesto dal Regno Unito, la creazione di una frontiera tra l'Irlanda del nord e il resto del Regno Unito. |
Euro summit
Dopo il precedente vertice, che risale allo scorso dicembre e nel quale si era svolta una prima discussione di carattere generale sul pacchetto di proposte appena presentate dalla Commissione (tra l'altro, integrazione del Fiscal Compact nel diritto dell'Unione, istituzione di un Ministro delle finanze dell'Unione e trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità in un Fondo monetario europeo), l'azione dei Ministri delle finanze degli Stati membri si è concentrata in particolare su due temi prioritari:
Il vertice è stato preparato e incardinato da una riunione a 27 dell'Eurogruppo, svoltasi il 21 giugno 2018, che, nel corso dei suoi lavori:
Il dibattito dell'Eurogruppo ha tenuto ampiamente conto delle rilevanti novità politiche contenute nella Dichiarazione adottata al termine del vertice franco-tedesco a Mesenberg, che si sofferma lungamente sul tema del completamento dell'UEM, formulando, tra l'altro, le seguenti proposte:
L'integrazione del MES nell'ordinamento dell'Unione e la sua trasformazione in Fondo Monetario europeo è oggetto di una proposta di regolamento presentata dalla Commissione europea nel dicembre del 2017 COM(2017)827. Proposta sulla quale la 5a Commissione del Senato si è espressa il 24 gennaio 2018 e le Commissione riunite V e XIV della Camera il 7 febbraio 2018 (vedi Nota Senato su Atti dell'Unione europea n. 5 e Bollettino Camera n. 104). Si tratta di una proposta di Regolamento che, ai sensi dell'art. 352 del TFUE, richiede un voto unanime degli Stati in Consiglio. Essa, nel prevedere la possibilità per il nuovo Fondo di fornire il sostegno comune per il Fondo di risoluzione unico (il cosiddetto backstop), include anche una parziale semplificazione del processo decisionale. Tutte le decisioni dovranno essere prese o all'unanimità (come avviene oggi) o con una maggioranza qualificata che, in base all'attuale ponderazione dei voti, attribuisce comunque un potere di veto ai principali Paesi dell'Eurozona (Germania, Francia e Italia). In alcuni Paesi (in particolare in Germania) le decisioni degli organi direttivi del MES (ed anche del futuro Fondo) devono essere oggetto di una preventiva autorizzazione del Parlamento nazionale. In questo senso parrebbe dover essere interpretata la dichiarazione di Mesenberg laddove, come già accennato, prevede la necessità di preservare gli "elementi chiave" della governance dell'attuale MES nel futuro Fondo Monetario europeo.
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