TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 372 di Giovedì 5 febbraio 2015

 
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INTERROGAZIONI

A) Interrogazioni

   TERZONI, MANNINO, DE ROSA, ZOLEZZI, DAGA, SEGONI, MICILLO, BUSTO e VIGNAROLI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   all'articolo 14, comma 2, del decreto-legge n. 91 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 116 del 2014, è stata inserita una norma con la quale viene prolungata la durata del contratto che lega il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e Selex fino al 31 dicembre 2015;
   il 21 luglio 2014 proprio Selex Service Management, società controllata di Finmeccanica Selex Es, ha comunicato al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare l'intenzione di non proseguire la propria attività nell'ambito del programma Sistri oltre la scadenza contrattuale del 30 novembre 2014;
   stante questa volontà espressa dalla società c’è il forte rischio di vedere sospeso il servizio di tracciabilità dei rifiuti pericolosi nonostante le ditte obbligate ad aderirvi abbiano già versato la quota annuale –:
   quali iniziative il Ministro interrogato intenda assumere al fine di scongiurare l'interruzione del servizio di tracciabilità dei rifiuti pericolosi.
(3-00990)
(6 agosto 2014)

   TERZONI, ZOLEZZI, MANNINO, BUSTO, MICILLO, DAGA, DE ROSA e SEGONI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   il decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91, cosiddetto «decreto competitività», convertito, con modificazioni, dalla legge 20 agosto 2014, n. 116, pubblicata nel supplemento ordinario n. 72 alla Gazzetta Ufficiale n. 192 del 20 agosto 2014, ha prorogato l'entrata in vigore del Sistri (sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti di cui agli articoli 188 e 188-bis del decreto 3 aprile 2006, n. 152, e successive modifiche), al 31 dicembre 2015 e a partire dal 30 novembre 2014 Selex Service Management, società del gruppo Finmeccanica, incaricata nel 2009 di realizzare il sistema di tracciabilità dei rifiuti, ha interrotto la gestione del Sistri in coincidenza con la scadenza contrattuale;
   nello stesso «decreto competitività» il Governo aveva già previsto di sostituire la gestione Selex avviando una gara per l'affidamento della concessione del servizio entro il 30 giugno 2015, rispettando i principi di «economicità, semplificazione, interoperabilità tra sistemi informatici e costante aggiornamento tecnologico»;
   ulteriori proroghe sono state disposte da successive recenti iniziative normative;
   attraverso l'ordine del giorno presentato dal deputato Mirko Busto n. 9/01682-A/077 e accolto dal Governo pro tempore nella seduta 24 ottobre 2013, n. 104, il Governo medesimo si è impegnato «ad adottare un piano di intervento che preveda che ogni onere versato a titolo di contributi di iscrizione al SISTRI per le annualità 2010, 2011 e 2012 dai soggetti di cui all'articolo 3 del 17 dicembre 2009 sia restituito o compensato secondo le modalità previste ai sensi dell'articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241»;
   l'inserimento di continue modifiche in così tanti provvedimenti crea non poca confusione e insicurezza in quelle aziende chiamate ad aderire obbligatoriamente al sistema –:
   quale soggetto e con quali modalità stia gestendo e gestirà il sistema Sistri nella fase di transizione fino a nuovo affidamento e, quindi, con chi si dovranno interfacciare le aziende chiamate ad aderire in maniera obbligata al sistema;
   se i nuovi gestori avranno accesso ai dati raccolti negli anni di gestione da parte di Selex Service Management;
   se il Ministro interrogato non ritenga necessario fare ordine in questa materia mettendo a disposizione delle imprese un cronoprogramma completo, ufficiale e attendibile sulle prossime scadenze per poter programmare al meglio le proprie attività;
   se il Ministro interrogato non ritenga di riportare i punti essenziali che dovranno essere la base del nuovo contratto di affidamento e del nuovo regolamento del sistema di tracciabilità dei rifiuti;
   se e come si intenda dare attuazione e con quali tempistiche a quanto previsto nell'ordine del giorno di cui in premessa per la restituzione dei contributi di iscrizione al Sistri per le annualità 2010, 2011 e 2012.
(3-01265)
(Presentata il 4 febbraio 2015)
(ex 5-04437 del 13 gennaio 2015)

B) Interrogazione

   COZZOLINO e DA VILLA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   in data 8 aprile 2014, presso gli uffici della questura di Marghera nella città di Venezia, 25 profughi di nazionalità straniera si sono resi irreperibili dopo essere fuggiti dal pullman che, dalla Sicilia, ha trasportato a Venezia un totale di 40 migranti. Fuga avvenuta nel momento in cui stavano per entrare nella questura di Marghera;
   i 40 profughi erano stati trasferiti dalla Sicilia per essere ospitati in parte a Mestre e in parte nel comune di Mira. Il trasferimento, a quanto dichiarato dai rappresentanti delle amministrazioni comunali di Venezia e di Mira, è stato contrassegnato da gravi carenze di natura organizzativa e comunicativa da parte degli uffici preposti del Ministero dell'interno. L'arrivo dei profughi da ospitare è stato comunicato ufficialmente ai comuni di Venezia e Mira solo a poche ore dall'arrivo del pullman che li trasportava;
   in particolare, per quanto riguarda il comune di Mira, la prefettura nei mesi precedenti aveva chiesto ai comuni della Riviera del Brenta chi fosse disponibile ad ospitare i migranti da trasferire. Poiché nessuna delle amministrazioni comunali ha dato la propria disponibilità, la prefettura ha scavalcato le amministrazioni stesse rivolgendosi direttamente alle cooperative che si occupano di accoglienza, tra le quali ha dato la propria disponibilità la cooperativa Città Solare che gestisce l'ostello in località Giare;
   oltre che nel rapporto con le amministrazioni interessate, le carenze organizzative relative al trasferimento dei 40 profughi sembrano emergere anche dal fatto che soli due agenti di polizia erano stati destinati alla scorta e al controllo dei migranti trasportati, senza che fosse stato organizzato alcun dispositivo coordinato di tutela in grado di far fronte ad eventuali emergenze, come è poi stato dimostrato dalla fuga e dall'irreperibilità di ben 25 persone;
   per quanto riguarda il comune di Mira, in serata non era ancora stata comunicata la provenienza precisa dei profughi in modo tale da poter richiedere un mediatore, ne si sapeva se erano presenti donne e bambini;
   l'episodio, oltre che preoccupante per le lacune che sembrano emergere sul fronte organizzativo da parte delle strutture preposte del Ministero dell'interno, rischia fortemente di mettere a rischio la sicurezza della popolazione residente dal momento che sono a piede libero ben venticinque persone non identificate e senza alcun permesso di soggiorno –:
   quali misure intenda adottare il Ministro interrogato al fine di chiarire la dinamica della sconcertante vicenda ed accertare le eventuali responsabilità al fine di adottare adeguati provvedimenti.
(3-00758)
(9 aprile 2014)

C) Interrogazione

   LOSACCO. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   in queste ore la città di Taranto sta affrontando con generosità, soprattutto da parte del suo tessuto associativo, l'accoglienza dei profughi sbarcati presso il porto dalle navi della Marina militare che stanno svolgendo l'operazione «Mare Nostrum»;
   l'assessore regionale alla cittadinanza sociale e protezione civile della Puglia, Guglielmo Minervini, ha richiamato il Governo alle proprie responsabilità in quanto lo straordinario afflusso di profughi sta determinando il collasso del sistema di accoglienza e il territorio non è in grado di gestire un'emergenza così complessa;
   al momento tutto il peso dell'accoglienza grava sulle istituzioni locali, sulle strutture del volontariato, sul sistema della protezione civile regionale e anche in particolare sul servizio sanitario regionale;
   individuare Taranto quale unico porto hub per l'accoglienza e lo smistamento dei migranti salvati dalle navi militari rischia di rivelarsi una scelta non efficace, anche perché gli arrivi non diminuiscono e la situazione potrebbe divenire presto ingestibile;
   l'assoluta generosità della comunità tarantina necessita di adeguati supporti che consentano una gestione sostenibile della situazione eccezionale venutasi a creare;
   occorrono risorse umane e finanziari congrue per sostenere gli arrivi –:
   se e quali iniziative il Governo intenda porre in essere per evitare che Taranto rimanga l'unico porto hub per gli arrivi di profughi e quali iniziative intenda adottare per supportare il territorio con il potenziamento delle risorse umane e lo stanziamento di risorse finanziarie finalizzate a gestire l'emergenza sbarchi.
(3-00882)
(17 giugno 2014)

INTERROGAZIONI A RISPOSTA IMMEDIATA

   CAON, FEDRIGA, ALLASIA, ATTAGUILE, BORGHESI, BOSSI, MATTEO BRAGANTINI, BUSIN, CAPARINI, GIANCARLO GIORGETTI, GRIMOLDI, GUIDESI, INVERNIZZI, MARCOLIN, MOLTENI, GIANLUCA PINI, PRATAVIERA, RONDINI e SIMONETTI. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   il Programma di sviluppo rurale 2014/2020, redatto dalle regioni, è il principale strumento di programmazione e finanziamento per gli interventi nel settore agricolo, forestale e dello sviluppo rurale e rappresenta una politica di sviluppo di lungo periodo e, pertanto, consente l'attuazione degli interventi necessari a sostenere il potenziamento del settore agricolo, alimentare e forestale, nonché la conservazione e valorizzazione dell'ambiente e la crescita sostenibile dei territori rurali della regione;
   il programma favorisce interventi finalizzati a rendere competitiva l'agricoltura, con un particolare riferimento alla sostenibilità ambientale, punta a promuovere i processi di ricambio generazionale, l'adeguamento e l'ammodernamento delle aziende agricole, la multifunzionalità, tende a sostenere le strategie di filiera orientate alla valorizzazione delle produzioni agricole e forestali di qualità e ad operare sul territorio attraverso un nuovo approccio progettuale di tipo territoriale ed integrato;
   le imprese agricole e agroindustriali, nonché tutti i rappresentanti del mondo agricolo, pressoché giornalmente, sollecitano l'operatività di questo importante strumento di politica agricola ancora più necessario in una situazione di crisi economica acclarata;
   secondo il regolamento europeo (UE) n. 1303/2013, «la Commissione formula osservazioni entro tre mesi dalla data di presentazione del programma (...) e approva ciascun programma entro sei mesi dalla presentazione dello Stato membro (...) tale termine non comprende il periodo che ha inizio il giorno successivo alla data in cui la Commissione trasmette le osservazioni allo Stato membro e si estende fin quando lo Stato membro non risponde alle osservazioni»;
   il testo del Programma di sviluppo rurale 2014-2020 della regione Lombardia è in attesa di approvazione ufficiale da parte della Commissione europea. Il testo del Programma, precedentemente approvato con delibera regionale dell'11 luglio 2014, è stato infatti rivisto sulla base delle osservazioni pervenute da Bruxelles (e delle osservazioni pervenute dalla consultazione pubblica), e in seguito notificato nuovamente alla Commissione europea il 5 dicembre 2014;
   il nuovo Programma di sviluppo rurale metterà a disposizione, complessivamente, 1.157 milioni di euro, 133 milioni di euro in più rispetto alla precedente programmazione 2007-2013 (+14,5 per cento), cifra che compensa parzialmente le perdite sul primo pilastro della Politica agricola comune;
   i destinatari del Programma di sviluppo rurale sono, in termini generali, le imprese agricole, agroindustriali e forestali, gli enti pubblici, le piccole e medie imprese, i distretti agricoli, gli organismi di formazione e consulenza e i gruppi d'azione locale;
   la regione Lombardia è una delle tre regioni ad aver già esaurito le risorse della programmazione 2007/2013. È riuscita a spendere oltre il 90 per cento dei fondi a disposizione;
   anche la regione Veneto ha inviato il 22 luglio 2014 alla Commissione europea il testo di proposta del Programma di sviluppo rurale 2014-2020. La Commissione europea ha trasmesso, il 16 dicembre 2014, le osservazioni ufficiali. Si tratta di 346 punti tra osservazioni di carattere generale e osservazioni specifiche e puntuali, rispetto alle quali la regione ha elaborato le necessarie informazioni di risposta, anche attraverso la verifica delle conseguenti modifiche da apportare al testo del programma;
   il Programma di sviluppo rurale della regione Veneto 2014-2020 gestirà 1 miliardo e 184 milioni di euro, pari al 6,36 per cento delle risorse nazionali. Il 43 per cento dei fondi proverranno dall'Unione europea, il 40 per cento dallo Stato italiano e il 17 per cento dalla regione;
   secondo indiscrezioni provenienti da Bruxelles i Programmi di sviluppo rurale 2014-2020 delle regioni italiane corrono il rischio di essere approvati non prima del via libera al bilancio comunitario 2015, previsto per primavera 2015. Il rischio è quello di perdere un intero anno di operatività. Questo slittamento dei tempi di approvazione per motivi di contabilità europea si aggiunge al ritardo già accumulato in Italia a seguito della tardiva sottoscrizione dell'accordo di partenariato con l'Unione europea per l'utilizzo dei fondi europei, avvenuto alla fine di ottobre 2014;
   sembra, inoltre, che Bruxelles abbia ricevuto da parte del Governo italiano una richiesta per concedere una delibera definitiva in un'unica circostanza a tutti i Programmi di sviluppo rurale di tutte le regioni il prossimo giugno 2015. Questa indiscrezione è, secondo gli interroganti, molto preoccupante in quanto andrebbe ad azzerare tutto il percorso virtuoso che alcune regioni, soprattutto del Nord, hanno avviato altresì presentando per primi la bozza del Programma di sviluppo rurale alla Commissione europea;
   il Ministro interrogato su questa rivelazione ricevuta da Bruxelles, durante il convegno sul «Futuro dell'agricoltura da oggi al 2020» sembra aver affermato che «un'omologazione sui tempi di accettazione dei vari programmi di sviluppo rurale non ha senso». Inoltre, ha precisato, che «i ritardi nell'approvazione dei programmi di sviluppo rurale 2014-2020 sono imputabili alla complessità delle procedure previste dalla nuova regolamentazione comunitaria, ai tempi impiegati dalla Commissione europea per inviare le osservazioni ai Programmi notificati il 22 luglio 2014 e ai tempi impiegati dalle singole autorità di gestione per fornire gli elementi richiesti dalla Commissione europea.» Durante un incontro con i rappresentanti della Commissione europea, del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali e di tutte le regioni, tra le varie soluzioni ipotizzate via era quella di garantire l'avvio delle principali misure previste dai Programmi di sviluppo rurale già a partire dalla prossima scadenza del 15 maggio 2015 anche in assenza di approvazione da parte dell'Unione europea. Ma non si può far perdere agli agricoltori tutti questi mesi;
   se lo strumento di programmazione settennale non sarà approvato il più velocemente possibile si realizzerebbe una situazione paradossale con regioni che, avendo tempestivamente e totalmente esaurito la propria disponibilità di risorsa a valere sulla passata programmazione 2007-2013, si troverebbero senza alcun margine di manovra o intervento, contrariamente ad altre che, meno efficienti, residuano risorse da poter utilizzare;
   il 31 dicembre 2014 si è concluso il semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell'Unione europea che poteva essere l'occasione giusta per spingere la Commissione europea ad un'approvazione in via tecnica dei Programmi di sviluppo rurale prima della formale approvazione del bilancio europeo –:
   quali iniziative intenda assumere affinché la Commissione europea approvi il prima possibile i singoli Programmi di sviluppo rurale delle regioni che hanno già completato l’iter, senza attendere l'approvazione in un'unica delibera, così da poter disporre i bandi della nuova Politica agricola comune in quanto gli agricoltori non possono attendere un via libera del Programma di sviluppo rurale a giugno 2015 ed è necessario avviare velocemente i primi atti concreti a beneficio delle imprese agricole.
(3-01267)
(Presentata il 4 febbraio 2015)

   OLIVERIO, SANI, FIORIO, MONGIELLO, LUCIANO AGOSTINI, ANTEZZA, ANZALDI, CAPONE, CARRA, CASATI, COMINELLI, COVA, DAL MORO, GALPERTI, IACONO, LAVAGNO, LODOLINI, MARROCU, PALMA, PRINA, RIGONI, ROMANINI, SGAMBATO, TARICCO, TENTORI, VENITTELLI, VERINI, ZANIN, MARTELLA, CINZIA MARIA FONTANA e BINI. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   il settore lattiero-caseario, in un contesto caratterizzato da una situazione finanziaria grave e diffusa, è ulteriormente in crisi per le anomalie del mercato che fanno registrare, su base annua, una diminuzione del prezzo del latte alla stalla del 19 per cento, mentre il prezzo del latte fresco di alta qualità al consumo è aumentato nell'ultimo trimestre dell'1,2 per cento per cento;
   nel quarto trimestre del 2014 è proseguito a ritmo sostenuto il declino del mercato lattiero-caseario nazionale soprattutto a causa del persistente calo dei prezzi dei formaggi grana e del latte alla stalla;
   i prezzi degli input per l'allevamento dei bovini, prevalentemente mangimi, hanno continuato a flettere e si registrano segni negativi sui consumi domestici dei prodotti lattiero-caseari, soprattutto di latte fresco;
   la mancanza di informazioni ai consumatori sull'origine del prodotto consente di importare latte dall'estero e trasformarlo in prodotto «italiano», rendendo indistinto anche il 40 per cento della produzione nazionale; in particolare, a fronte di 1.550.000 di tonnellate di latte UHT (a lunga conservazione) «prodotto» in Italia, cui si aggiungono 500.000 tonnellate importate già confezionate, solo 500.000 tonnellate provengono da allevamenti italiani;
   la situazione è altrettanto grave anche per i formaggi, poiché vengono importati prodotti semi-lavorati, quali cagliate, caseine e caseinati, utilizzati per produrre «formaggi senza latte» ma con mere sostanze derivate, traendo in inganno i consumatori;
   ulteriore fenomeno di crisi deriva dalla concentrazione nelle multinazionali delle attività di lavorazione e trasformazione del latte, con sostituzione del latte locale, proveniente dai territori prossimi al consumo, con prodotto importato, non fresco, fenomeno che accentua la tendenza all'abbandono degli allevamenti zootecnici nelle zone maggiormente vocate del nostro Paese, con il conseguente venir meno del presidio idrogeologico e ambientale che gli agricoltori forniscono;
   l'articolo 62 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, recante la disciplina delle relazioni commerciali in materia di cessione di prodotti agricoli e alimentari, impone la forma scritta per i relativi contratti, stabilendo che essi «devono essere informati a principi di trasparenza, correttezza, proporzionalità e reciproca corrispettività delle prestazioni, con riferimento ai beni forniti»;
   il decreto interministeriale n. 199 del 2012, di attuazione del citato articolo 62, nel ribadire il divieto di qualsiasi comportamento del contraente che, abusando della propria maggior forza commerciale, imponga condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose, indica alcune fattispecie «tipiche» di pratiche abusive, che rientrano di diritto nella definizione di «condotta commerciale sleale»;
   particolarmente rilevante risulta la previsione del predetto decreto che all'articolo 4, lettera c), vieta le pratiche che determinino, in contrasto con il principio della buona fede e della correttezza, prezzi palesemente al di sotto dei costi di produzione medi dei prodotti oggetto delle relazioni commerciali e delle cessioni da parte degli imprenditori agricoli, previsione su cui il parere del Consiglio di Stato del 27 settembre 2012 ha condiviso il riferimento al concetto di «costi di produzione medi», rilevato da fonti oggettive e imparziali;
   tale previsione non intacca l'autonomia delle parti, come libertà di determinare il prezzo, ma intende realizzare una tutela sostanziale del contraente debole a fronte della consolidata concentrazione del valore aggiunto nella filiera nei settori a valle –:
   come intenda affrontare il problema della trasmissione del prezzo dei prodotti lattiero-caseari lungo la filiera, garantendo la stabilità del mercato anche attraverso l'effettiva applicazione del principio previsto dal decreto interministeriale n. 199 del 2012, attuativo del citato articolo 62 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, in materia di contratti di cessione dei prodotti agricoli e alimentari, in base al quale il prezzo di cessione non può essere al di sotto dei costi di produzione medi dei prodotti oggetto delle relazioni commerciali e delle cessioni da parte degli imprenditori agricoli.
(3-01268)
(Presentata il 4 febbraio 2015)

   SQUERI e PALESE. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   si sono manifestate criticità nell'indotto dell'Ilva, dovute ai mancati pagamenti da parte della medesima azienda, con particolare riferimento alle imprese di autotrasporto che hanno eseguito dei servizi per l'Ilva;
   finora queste imprese hanno evitato, con grande senso di responsabilità, di effettuare proteste eclatanti che avrebbero potuto impedire la prosecuzione dell'attività dell'Ilva;
   il malcontento delle imprese di autotrasporto però ora cresce e si diffonde, al punto da costringere la Federazione autotrasportatori italiani – l'associazione maggiormente rappresentativa del settore – a redigere, in data 30 dicembre 2014, un comunicato stampa attraverso il quale il suo presidente ha affermato che la categoria si attende che «qualcosa venga fatto anche per le moltissime imprese di autotrasporto che lavorano per le diverse sedi del gruppo siderurgico e che da mesi non vengono pagate»;
   sempre nello stesso comunicato, si fa accenno a ripetuti appelli, purtroppo inascoltati, lanciati al Ministro dello sviluppo economico, Federica Guidi, e al Ministro interrogato, per conoscere quando sarebbero state pagate le imprese di autotrasporto, le quali, nonostante tutto, hanno continuato a fornire i loro servizi all'Ilva, permettendone la continuità aziendale –:
   per quale motivo gli appelli rivolti al Ministro interrogato siano rimasti finora inascoltati e quali iniziative urgenti intenda adottare affinché sia garantito il pagamento dei servizi prestati dalle imprese di autotrasporto a favore dell'Ilva.
(3-01269)
(Presentata il 4 febbraio 2015)

   ZARATTI, SCOTTO, AIRAUDO, PLACIDO, PIRAS, FRATOIANNI, RICCIATTI, FERRARA, PELLEGRINO, ZACCAGNINI, PANNARALE, MELILLA, FRANCO BORDO, PAGLIA, MARCON, DURANTI, GIANCARLO GIORDANO, COSTANTINO, DANIELE FARINA, KRONBICHLER, MATARRELLI, NICCHI, PALAZZOTTO, QUARANTA e SANNICANDRO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   come riportato dalla stampa nazionale e locale, poco prima della notte di Capodanno 2015, Groundcare, la principale società di handling aeroportuale di Fiumicino, ha avviato le procedure di licenziamento di ben 450 persone;
   peraltro, nonostante le rassicurazioni profuse solo lo scorso 10 dicembre 2014 dal Ministro interrogato in occasione dello svolgimento dell'interrogazione a risposta immediata n. 3-01214 sulla vertenza Groundcare e sull'obiettivo di favorirne la tutela occupazionale, l'evoluzione della situazione in questione ha avuto purtroppo un epilogo agghiacciante;
   nelle giornate tra il 30 e il 31 dicembre 2014, infatti, sono stati chiamati in massa a firmare la propria lettera di licenziamento circa 450 lavoratori su poco più di 850 lavoratori complessivi in forza presso la società;
   questi lavoratori si sono recati in una sala della Palazzina Epua di Fiumicino per ritirare la lettera di licenziamento, ma, oltre alla firma di quella lettera, è stata pure richiesta, per quanto risulta agli interroganti, anche la sottoscrizione di una liberatoria al fine di rinunciare sia al pagamento del mancato preavviso, sia all'esperimento di qualsiasi azione legale rispetto alla mancata selezione del personale da espellere;
   inoltre, la firma sulla liberatoria sembrerebbe stata sollecitata con l'esplicito riferimento in forza del quale, in caso di rifiuto della sottoscrizione, oltre al mancato inserimento nel bacino di ricollocazione, il licenziamento sarebbe stato recapitato successivamente al 1o gennaio 2015, in modo da penalizzare il lavoratore nell'accesso alla mobilità che, come noto, dal 1o gennaio 2015 ha subito una drastica riduzione per effetto dell'entrata in vigore della cosiddetta «legge Fornero»;
   per quanto risulta agli interroganti, fortunatamente, qualcuno ha anche chiamato la polizia e la liberatoria a quel punto è diventata facoltativa, mentre prima risultava associata di fatto al rilascio della lettera di licenziamento;
   oltre a quella di Groundcare, moltissime altre sarebbero le vertenze da raccontare per descrivere il soffocamento occupazionale che caratterizza il comparto aereo-aeroportuale;
   tutte, peraltro, evidenziano l'enorme contraddizione esistente tra lo sviluppo del mercato del trasporto aereo e le ricadute che sul piano della tutela e della protezione sociale si stanno riflettendo sul mondo del lavoro;
   emblematico a tale proposito appare il comportamento di una consistente pletora di aziende del comparto aereo-aeroportuale che, nel passaggio delle attività da un'impresa all'altra nel liberalizzato mercato del settore in questione, si rifiutano di applicare la clausola sociale, ovvero l'unico istituto contrattuale di tutela occupazionale che prevede la «riprotezione» dei dipendenti e che, qualora fosse rispettata, eviterebbe l'espulsione di centinaia e centinaia di lavoratori;
   nella vertenza Groundcare, ad esempio, come anche è stato evidenziato dallo stesso curatore fallimentare, se fosse stata applicata la clausola sociale, decine e decine di lavoratori non sarebbero stati inclusi nei 450 licenziamenti effettuati recentemente, in quanto sarebbero restati in servizio, alle dipendenze delle società che hanno rilevato, anche negli ultimi tempi, le attività dalla stessa Groundcare, peraltro contribuendo ad affossarla e ad accelerarne il definitivo fallimento;
   paradossale appare pure che, in tale contesto, la spesa pubblica sia concentrata al solo fine di assicurare un sistema di ammortizzatori sociali al personale espulso dalla produzione: un investimento pubblico a perdere, sperperato anche per finanziare la ristrutturazione delle imprese del comparto che espellono forza lavoro, precedentemente più garantita, al fine di sostituirla con personale precario e a basso costo, quasi a voler investire denaro pubblico per evitare l'esplosione di un dissenso sociale la cui deflagrazione, senza i dovuti interventi, potrà essere solo rinviata;
   ad avviso degli interroganti non appare possibile che il traffico aeroportuale continui a crescere a dismisura e, al contempo, si continui a licenziare personale indiscriminatamente e non risulti, di fatto applicata, alcuna clausola sociale per garantire la protezione sociale dei lavoratori;
   alcuni lavoratori licenziati di Groundcare, per quanto risulta agli interroganti, hanno iniziato da alcuni giorni anche lo sciopero della fame –:
   quali iniziative urgenti il Governo intenda adottare alla luce di quanto descritto dalla presente interrogazione, considerata l'enorme contraddizione tra lo sviluppo del mercato del trasporto aereo italiano e la gravissima situazione occupazionale che sta interessando l'intero comparto aereo-aeroportuale, di cui il caso Groundcare rappresenta purtroppo un esempio eclatante, e quali provvedimenti di competenza intenda assumere per garantire il riassorbimento dei lavoratori di Groundcare, anche in considerazione della mancata applicazione della clausola sociale da parte delle società, ivi compresa Alitalia, che negli ultimi anni hanno rilevato le attività precedentemente svolte dalla stessa Groundcare, rifiutandosi tuttavia di assumere la quota di personale addetto a tale attività transitata per effetto del libero mercato dell’handling e della concorrenza esistente negli aeroporti.
(3-01270)
(Presentata il 4 febbraio 2015)

   PAGANO, BOSCO e MINARDO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   con interrogazione n. 3-01066 del 2 ottobre 2014 si chiedeva al Ministro interrogato se fosse a conoscenza di un progetto per il collegamento ferroviario Catania-Palermo, escludente dal servizio le province e città di Caltanissetta ed Enna;
   si chiedeva, in particolare, quali fossero gli orientamenti del Ministro interrogato su questa materia, se fosse vero che Rete ferroviaria italiana avesse individuato, per il collegamento Catania-Palermo, un tracciato di alta capacità ferroviaria non coinvolgente le città di Caltanissetta ed Enna e buona parte delle rispettive province, ed in tal caso, cosa intendesse fare il Ministro interrogato allo scopo di tutelare i legittimi interessi delle popolazioni coinvolte e danneggiate dal nuovo tracciato ferroviario;
   si chiedeva, infine, se il Ministro interrogato concordasse con la valutazione secondo la quale l'ipotesi di bypassare la Sicilia centrale, prevista nelle alternative soluzioni progettuali predisposte da Rete ferroviaria italiana alla riqualificazione del tracciato tradizionale, potesse condannare i territori interessati all'irrilevanza e ad un gravissimo isolamento con conseguente penalizzazione in modo irreversibile del futuro non solo in termini economici, ma anche e soprattutto sociali, e in virtù di ciò se intendesse riconsiderare il progetto secondo le indicazioni alternative al progetto di Rete ferroviaria italiana o sulla base delle soluzioni dagli interroganti enunciate, scaturenti da uno studio a suo tempo effettuato dall'architetto Andrea Milazzo, nella sua qualità di assessore comunale alla pianificazione della precedente amministrazione, in modo da non escludere le città di Caltanissetta ed Enna dal tracciato ferroviario;
   successivamente, il 10 novembre 2014, i contenuti della predetta interrogazione e lo studio nella stessa contenuto furono condivisi dal consiglio comunale di Caltanissetta, in una seduta straordinaria avente per oggetto le tematiche della mobilità e dello sviluppo delle aree interne, dove il civico consesso diede atto di indirizzo all'amministrazione:
    «1) affinché sostenga, nelle opportune sedi competenti nazionali e regionali, la realizzazione del progetto che prevede la conservazione e adeguamento del tracciato attuale della linea Palermo Catania, che passi dalla Stazione di Caltanissetta Xirbi, indicata nello studio di fattibilità del Comune di Caltanissetta effettuato nell'ambito del progetto di riqualificazione del nodo ferroviario di Caltanissetta Xirbi, parte integrante dell'interrogazione parlamentare a risposta orale n. 3-01066 del 2 ottobre 2014, presentata presso la Camera dei Deputati, al Ministero delle Infrastrutture, che valorizzerebbe i territori interni e garantirebbe una interconnessione con la rete che serve ad oggi il territorio Agrigentino, inquadrata in un più ampio progetto di recupero ed infrastrutturazione del nodo Xirbi;
    2) affinché riferisca in un Consiglio Comunale monotematico da convocarsi entro un termine non superiore di giorni 30 sulle attività svolte in ordine agli indirizzi infra impartiti, invito il quale dovrà essere eventualmente esteso alla Deputazione Regionale e Nazionale, agli Amministratori del territorio ennese ed agrigentino ed ai vertici R.F.I.»;

   da notizie successive si è saputo ai primi di dicembre del 2014, in seguito all'intervento del Ministro interrogato, che il comitato di pilotaggio presso l'assessorato alle infrastrutture alla regione siciliana, deputato al controllo su contratti istituzionali di sviluppo siglato tra regione siciliana e Rete ferroviaria italiana il 28 febbraio 2013, si sarebbe pronunciato per una soluzione progettuale che avrebbe prescelto il tracciato tradizionale;
   nel frattempo, con decreto legge 12 settembre 2014, n. 133, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 12 settembre 2014, n. 212, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 164 del 2014, recante «Misure urgenti per l'apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l'emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive», con le disposizioni di cui all'articolo 1, comma 1, («Disposizioni urgenti per sbloccare gli interventi sugli assi ferroviari Napoli-Bari e Palermo-Catania-Messina ed altre misure urgenti per sbloccare interventi sugli aeroporti di interesse nazionale»), l'amministratore delegato di Ferrovie dello Stato italiane è stato nominato, per la durata di due anni dall'entrata in vigore del presente decreto-legge, commissario per la realizzazione delle opere relative alla tratta ferroviaria Messina, Catania e Palermo;
   i poteri del commissario si estrinsecano nella facilitazione degli iter burocratici per gli atti di assenso degli interventi, ed in particolare:
    a) il commissario provvede ad approvare i progetti (comma 2);
    b) il commissario può bandire la gara d'appalto anche sulla base di progetti preliminari e deve prevedere che la consegna dei lavori avvenga tassativamente entro 120 giorni dalla chiusura della conferenza dei servizi (comma 2);
    c) per raggiungere gli obiettivi il commissario può adottare provvedimenti di urgenza (comma 2);
    d) le decisioni assunte dal commissario possono derogare gli impegni previsti nei contratti istituzionali di sviluppo;

   dette disposizioni, unitamente alla presenza in carica del Ministro interrogato, che ha dimostrato di voler cogliere le sollecitazioni provenienti dalla collettività locale, costituiscono un'occasione imperdibile per poter finalmente conseguire la realizzazione di importanti infrastrutture per il territorio;
   ciò non di meno, nella giornata del 23 gennaio 2015, presso la Kore di Enna è stato presentato su iniziativa di Rete ferroviaria italiana, il progetto dell'infrastruttura ferroviaria Messina, Catania, Palermo, cui erano ospiti il sindaco del comune di Caltanissetta, dottore Giovanni Ruvolo, e l'architetto Andrea Milazzo, che già in qualità di assessore comunale era stato redattore della proposta di recupero del tracciato tradizionale recepita dal civico consesso nisseno e del «supporto tecnico» della precedente interrogazione parlamentare;
   in seguito all'incontro, al quale interveniva anche il Ministro interrogato, con un proprio documento, diffuso dal commissario ingegnere Elia, ed al quale presenziava senza intervenire nella relazione e nel dibattito l'assessore regionale alle infrastrutture Giovanni Pizzo, è stata diffusa una nota dall'ufficio stampa del comune di Caltanissetta su iniziativa del sindaco di Caltanissetta, e un'altra, dall'architetto Andrea Milazzo, con la quale si sono condivisi i contenuti tecnici, seguita nei giorni successivi da altre comunicazioni confermative da parte degli organi tecnici delle professioni ingegneristiche presenti all'incontro;
   i contenuti delle esposizioni dei relatori, il presidente di Rete ferroviaria italiana, l'ingegnere Dario Lo Bosco, l'ingegnere Mario Elia, il commissario del Governo per l'attuazione del programma di cui al decreto-legge «Sblocca Italia», l'ingegnere Triglia, amministratore delegato di Italfer, ed il dottore Giovanni Arnone, dirigente generale del dipartimento regionale delle infrastrutture, illustravano i seguenti fatti in seguito meglio specificati, verificabili anche sul sito istituzionale di recente attivazione www.palermocataniamessina.it;
   si è data notizia che il comitato di pilotaggio istituito presso il dipartimento delle infrastrutture della regione Siciliana, titolare del contratto istituzionale di servizio tra regione siciliana e Rete ferroviaria italiana, su indirizzo del Ministro interrogato, ha reso il 3 dicembre 2014 parere favorevole allo studio di fattibilità sulla velocizzazione del tracciato tradizionale Palermo-Catania che passa per Enna e Caltanissetta Xirbi, con un tempo di percorrenza con collegamento diretto di 1:45 minuti e con velocità di progetto a 200 chilometri all'ora;
   si è appreso, per altro verso, che i modi e i tempi di cantierizzazione dell'infrastruttura che dovrebbe essere realizzata nel territorio provinciale di Caltanissetta, indipendentemente dalla soluzione adottata, non sono certi, ed ad oggi non programmabili in termini di copertura finanziaria, se non con riferimento ad alcuni tratti della linea che difficilmente potranno portare vantaggi diretti in termini di mobilità per la collettività nissena;
   allo stato attuale, infatti, si trovano alla fase di progettazione preliminare ed in via di approvazione, esclusivamente i tratti tra Bicocca, Motta e Catenanuova, e Catenanuova, Raddusa-Agira, di circa 63 chilometri complessivi, che saranno interessati al raddoppio della linea, per le quali è necessaria una dotazione finanziaria di 415 milioni e 324 milioni di euro, rispettivamente assistita da copertura finanziaria dalla Cassa depositi e prestiti, ed un ulteriore dotazione nell'ambito del Programma operativo nazionale-Fondo europeo di sviluppo regionale 2014-2020, rispettivamente di 191 milioni e 48 milioni di euro;
   detti tratti, che il decreto-legge «Sblocca Italia» prevede di attivare entro il dicembre 2018, con l'apertura dei cantieri nell'ottobre 2015, permetteranno il collegamento tra l'area metropolitana di Catania con l'indotto industriale della Valle del Dittaino, avvantaggiando in maniera incisiva i pertinenti territori;
   nessun vantaggio invece se ne potrà avere nei collegamenti tra Caltanissetta e Palermo, e solo impercettibili vantaggi potrebbero aversi nella relazione tra Caltanissetta e Catania, se non saranno realizzati gli ulteriori e necessari interventi nella tratta tra Raddusa-Agira-Enna-Caltanissetta Xirbi, e tra Xirbi-Roccapalumba-Fiumetorto per Palermo, che nelle attuali condizioni farebbe da «tappo» impedendo l'utilizzo di rotabili veloci nell'intero percorso, dove la velocità di percorrenza scende anche a 80 chilometri all'ora;
   detta tratta non è oggi interessata da alcuna previsione progettuale e la dotazione finanziaria, a fronte di 136 chilometri di tracciato, è di soli due milioni di euro disponibili tra il 2014 ed il 2016 a carico della Cassa depositi e prestiti. Nessuna programmazione finanziaria è prevista nell'ambito del Programma operativo nazionale-Fondo europeo di sviluppo regionale 2014-2020 a cura della regione siciliana, interventi che il Ministro interrogato, nell'incontro tenutosi presso la Kore, per mezzo del commissario, ingegnere Elia, ha opportunamente sollecitato;
   per altro, dagli studi effettuati e riportati nella sopracitata interrogazione parlamentare, si evidenzia che le priorità di finanziamento, senza alcuna correlazione con le effettive esigenze di intervento nell'infrastruttura, hanno esclusivamente interessato il tratto ferroviario dell'ennese e del catanese, già di per se connotato per una parte significativa di una velocità di percorrenza tra le più elevate dell'intero tragitto tra Palermo e Catania, con punte di 135 chilometri all'ora, rispetto alle tratte più lente dell'entroterra che riguardano soprattutto il territorio nisseno, bisognevoli di interventi più urgenti per evitare di disperdere la già residuale utenza scoraggiata dalla qualità del servizio;
   ad ulteriore prova delle decisioni già poste in essere da Rete ferroviaria italiana, si riassumono di seguito le azioni sintetizzate in una slide proiettata all'incontro tenutosi alla Kore di Enna, relative alle prime azioni del commissario, ingegnere Mario Elia:
    a) Bicocca-Motta-Catenanuova;
    b) avviata la progettazione definitiva – avviate le attività propedeutiche ai lavori preliminari;
    c) Catenanuova-Raddusa-Agira;
    d) avviata la progettazione definitiva – avviate le attività propedeutiche ai lavori preliminari;
    e) Raddusa-Enna-Fiumetorto (tracciato passante per Caltanissetta Xirbi);
    f) avviata progettazione preliminare – intraprese le interlocuzioni con i Ministeri competenti al fine di verificare eventuali disponibilità finanziarie necessarie alla realizzazione della tratta anche per fasi funzionali e costruttive;

   dall'esame della documentazione si è per altro evidenziato un evidente paradosso. Rete ferroviaria italiana assume infatti come motivazione per la «messa da parte» di un progetto di velocizzazione del tratto tra Roccapalumba e Marianopoli, già individuato nelle prossime azioni con un importo di 64 milioni di euro, proprio l'avvenuta scelta del tracciato tradizionale che passa per la stazione di Caltanissetta Xirbi. Detto progetto, opportunamente adeguato, potrebbe invece essere immediatamente organico alla nuova infrastruttura prevista e contribuirebbe a rendere attuale in tempi brevi un tratto tra i più accidentati, con un notevole ed immediato miglioramento dei tempi di percorrenza tra Caltanissetta e Palermo e Catania e Palermo, che serve per altro i comuni di Vallelunga, Villalba, Santa Caterina Villarmosa, San Cataldo e Marianopoli;
   si è appreso per altro che la dotazione finanziaria necessaria per la velocizzazione dell'intero tracciato Catania-Palermo è di cinque miliardi e duecentosettantasette milioni di euro a fronte di una cifra disponibile di circa un miliardo di euro di risorse tra Cassa depositi e prestiti e risorse comunitarie Programma operativo nazionale-Fondo europeo di sviluppo regionale 2014-2020, motivo per il quale la cittadinanza nissena, in assenza di interventi finanziari nel suo territorio, non potrà concretamente vedere iniziare i lavori della predetta tratta ferroviaria interessante la stazione di Caltanissetta Xirbi in tempi brevi, ma cosa più importante non godrebbe di alcuna misura agevolativa di «sblocco» delle procedure che solo la gestione commissariale può assicurare avvalendosi di quanto previsto dal decreto-legge «Sblocca Italia», fino al 2018, delle quali godranno contesti territoriali diversi dal nisseno. Per tale motivo, in difetto di previsioni che possano trovare attuazione esecutiva proprio durante la gestione commissariale, la scelta «sulla carta» ricaduta sul tracciato tradizionale si configurerebbe solo come una prospettiva di lungo periodo «di non essere tagliati fuori», che non si può considerare soddisfacente, proprio per la sua neutralità, rispetto alle alternative previsioni progettuali che illustrano la soluzione, che proprio nella stazione di Agira individuano il «nodo» per il percorso che trafora i monti Nebrodi approdando a Castelbuono, che escluderebbe quello tradizionale che passa da Caltanissetta Xirbi;
   per tutti questi motivi gli interroganti, danno atto al Ministro interrogato dell'importante ruolo di indirizzo nell'avere indotto Rete ferroviaria italiana all'avere prescelto il tracciato tradizionale che passa da Caltanissetta Xirbi;
   si ritiene però che sia altrettanto importante non perdere l'occasione offerta dalla gestione commissariale del decreto-legge «Sblocca Italia» ed avviare nell'immediato la realizzazione di uno stralcio funzionale della tratta in territorio nisseno, che permetta di dare a questi territori, che per l'occasione hanno consumato uno straordinario momento di mobilitazione, un concreto segnale dell'attenzione dello Stato, da una parte, e, dall'altra, l'opportunità di «cristallizzare» la scelta adottata, con l'impiego effettivo di risorse per realizzare un tratto nel territorio interessato, fatto che scongiurerebbe, una volta per tutte, la possibilità che in futuro, in contesti avulsi dall'eccezionale coesione raggiunta tra le varie istituzioni e la collettività, possano assumersi scelte diverse, che in atto nessuno degli attori istituzionali oggi coinvolti può escludere –:
   cosa il Ministro interrogato, di concerto con il commissario straordinario, intenda fare al fine di ultimare al più presto il progetto preliminare dell'intera tratta «Agira, Caltanissetta Xirbi, Roccapalumba e Fiumetorto», oltre che le opere finalizzate alla velocizzazione del tratto Roccapalumba-Marianopoli, utilizzando le risorse già stanziate o liberando ulteriori stanziamenti nell'ambito del Programma operativo nazionale-Fondo europeo di sviluppo regionale 2014-2020, così fugando ogni dubbio sulla reale volontà del Governo e delle Ferrovie dello Stato italiane di raddoppiare il tratto verso Palermo passando attraverso le province interne di Enna e Caltanissetta.
(3-01271)
(Presentata il 4 febbraio 2015)

   FAUTTILLI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   secondo il cronoprogramma del progetto del Corridoio tirrenico meridionale, ad aprile 2015 dovrebbero veder la luce i primi cantieri dell'autostrada Roma-Latina mentre l'apertura al traffico sarebbe prevista per il marzo 2021;
   l'infrastruttura, in verità, ha avuto un iter burocratico complicato conclusosi solo in data 2 agosto 2013 con l'approvazione definitiva del Cipe e con la registrazione presso la Corte dei conti del «Sistema Intermodale Integrato Pontino: Roma-Latina e Cisterna-Valmontone»;
   oltre alle difficoltà procedurali il progetto è stato osteggiato da coloro che, temendone l'impatto sul territorio, hanno sempre puntato, piuttosto, alla messa in sicurezza dell'attuale tracciato dalla strada regionale 148 Pontina;
   la sola messa in sicurezza della Pontina non risolverebbe, tuttavia, le criticità che esistono da anni, non porterà ad una riduzione del traffico sul Gra di Roma, mentre l'attuale progetto, grazie ad una serie di svincoli tra la nuova autostrada e l'Ostiense, la Cristoforo Colombo e la Roma Fiumicino, permetterà di fluidificare il traffico in entrata a Roma, oggi penalizzata dal fatto che l'unica via dall'accesso è l'attuale Pontina;
   la realizzazione del collegamento con la Capitale è di fondamentale importanza per dare nuovo impulso all'economia e allo sviluppo e migliorare la viabilità non solo del territorio pontino ma di tutta la regione Lazio, unitamente alla realizzazione di un'altra importante infrastruttura per il territorio quale la variante stradale Pedemontana di Formia;
   si rileva, infine, il ritardo dei lavori riguardanti l'adeguamento della strada statale 156 dei Monti Lepini, che rappresenta uno dei segmenti secondari del corridoio plurimodale tirrenico-nord Europa, in quanto assicura il collegamento dell'asse pontino, in prosecuzione verso sud della direttrice Civitavecchia-Roma, all'autostrada A1 e quindi all'asse Napoli-Salerno-Reggio Calabria, bloccati da anni a causa di approfondimenti geologici necessari in relazione alla presenza di fenomeni carsici –:
   se non intenda fornire indicazioni precise volte a confermare il cronoprogramma annunciato del progetto del Corridoio tirrenico meridionale e della variante stradale Pedemontana di Formia, nonché sollecitare, nell'ambito delle sue competenze, la definizione della vicenda che interessa la citata strada statale 156 dei Monti Lepini, in quanto sono tutte infrastrutture strategiche necessarie per il rilancio e la crescita della provincia di Latina e di tutto il Lazio.
(3-01272)
(Presentata il 4 febbraio 2015)

   DI GIOIA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   l'aeroporto «Gino Lisa» di Foggia, è incluso nella rete TEN-T comprehensive network approvata da Parlamento europeo e Consiglio europeo in via definitiva nel dicembre del 2013 (Regolamento 11 dicembre 2013, n. 1315/2013/UE – Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea 20 dicembre 2013, n. L 348);
   la provincia di Foggia è la seconda più estesa d'Italia e comprende nel proprio territorio aree interne, remote, periferiche, geograficamente ed economicamente svantaggiate, (ad esempio, Gargano e Monti Dauni), che distano oltre 220 chilometri e circa tre ore dall'aeroporto di Bari Palese;
   la provincia di Foggia non è dotata di collegamenti con treni ad alta velocità;
   con decreto ministeriale 20 novembre 2013, n. 414, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 16 dicembre 2013, n. 294, riguardante i collegamenti aerei da e per Crotone con Roma Fiumicino e Milano Linate, è stato individuato l'aeroporto di Crotone come scalo nazionale, prevedendo per esso che i servizi aerei di linea sulle rotte Crotone-Milano Linate e Crotone-Roma Fiumicino e viceversa costituiscano servizi di interesse economico generale;
   tali servizi aerei di linea sulle rotte predette sono stati sottoposti ad oneri di servizio pubblico che sono diventati obbligatori dal 30 giugno 2014;
   pur non mettendo in discussione quanto previsto per la provincia di Crotone, non si comprende perché tale opportunità non si voglia concedere alla provincia di Foggia che, oltre agli elementi sopra esposti e che sono un elemento distintivo e particolare, ha anche le seguenti caratteristiche particolari:
    a) la provincia di Foggia ha circa 650.000 abitanti e la popolazione residente nella catchment area dello scalo di Foggia (abitanti che risiedono in aree più vicine al «Gino Lisa» rispetto agli aeroporti alternativi di Bari, Napoli e Pescara) è di 1.333.325 abitanti, inclusi i residenti in porzioni di province limitrofe (Campobasso, Potenza, Avellino, Benevento, Barletta-Andria-Trani) da poter beneficiare di un bacino d'utenza specifico e non sovrapposto ad altri scali, così come previsto in merito dalla comunicazione della Commissione europea 2014C «Orientamenti sugli aiuti di Stato agli aeroporti e alle compagnie aeree pubblicato» nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea 4 aprile 2014, n. 99/03;
    b) garantisce la continuità territoriale verso le isole Tremiti;
    c) dista oltre cento chilometri dall'aeroporto più vicino ed è incluso, come già ricordato, nella rete TEN-T dell'Unione europea;

   da notizie di stampa si apprende che vi sarebbe la volontà, finalmente, di inserire, dopo un periodo di verifica, gli aeroporti di Foggia e Forlì tra quelli compresi negli scali nazionali;
   allo stesso tempo, risulta all'interrogante che la Commissione europea avrebbe bloccato i 14 milioni di euro, necessari all'allungamento della pista dell'aeroporto «Gino Lisa», sembrerebbe per un ritardo di comunicazioni da parte delle autorità italiane;
   sul riconoscimento dell'aeroporto «Gino Lisa» come scalo nazionale l'interrogante ha presentato numerosi atti di sindacato ispettivo affinché, attraverso la valorizzazione di questa infrastruttura, si avviasse un progetto di ripresa economica di un'intera provincia che vive una profonda crisi economica e, come giusto che sia, i sindaci dell'intero territorio hanno presentato un'istanza collettiva affinché di arrivi a tale riconoscimento;
   ancora oggi, si è in attesa del rilascio della valutazione di impatto ambientale da parte del Ministero competente che era stata annunciata, per ultimo, nelle prime settimane di gennaio 2015;
   il susseguirsi di notizie, spesso contrarie a questo giusto riconoscimento, ha creato giustificatamente un sentimento di profonda sfiducia da parte dei cittadini della provincia di Foggia che non riescono a comprendere per quali motivo si continuino ad ignorare le giuste istanze e il desiderio di questa provincia di avere un sistema di infrastrutture efficiente in grado di contribuire al rilancio economico del territorio –:
   se si intenda, finalmente, procedere, con la necessaria rapidità, a riconoscere all'aeroporto «Gino Lisa» di Foggia, la qualifica di scalo nazionale, tenuto conto, oltretutto, che le caratteristiche della provincia di Foggia sono maggiormente corrispondenti a quelle richieste per accedere a tale prerogativa di quelle presenti in altri aeroporti a cui è stata riconosciuta tale qualifica e, conseguentemente, se non si ritenga opportuno, nel frattempo, attivarsi per istituire almeno tre collegamenti per garantire la continuità territoriale dall'aeroporto «Gino Lisa» alle città di Milano e Torino.
(3-01273)
(Presentata il 4 febbraio 2015)

   DAMBRUOSO e MAZZIOTTI DI CELSO. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   il personale dell'amministrazione della giustizia, unitamente alla magistratura e alla polizia giudiziaria, riveste un ruolo fondamentale per il buon funzionamento del sistema giustizia nel nostro Paese: cancellieri, ufficiali giudiziari, informatici, archivisti, operatori giudiziari e autisti lavorano da decenni con carichi di lavoro in costante aumento, a fronte non solo di una carenza di organico sempre maggiore (mai sopperita dal Ministero della giustizia, benché prevista nell'ambito del parziale turnover), ma soprattutto di una mancata riqualificazione giuridica del personale e di una progressiva perdita del potere di acquisto del relativo stipendio;
   in particolare, come segnalato dalle organizzazioni sindacali, a partire dal 2001 il personale del Ministero della giustizia, appartenente ai ruoli del dipartimento dell'organizzazione giudiziaria, è stato ingiustamente penalizzato, non avendo ottenuto una legittima progressione di carriera, riconosciuta invece a tutte le altre amministrazioni ministeriali;
   parallelamente, a detta delle rappresentanze sindacali, la parte economica stipendiale del personale dell'organizzazione giudiziaria non ha avuto alcuna progressione dal 2005 – a causa dei concordati meccanismi di perequazione contrattuale che hanno bloccato l'indennità di amministrazione – a differenza di quanto accaduto in altre amministrazioni pubbliche, dove tale indennità è aumentata in maniera corrispondente al tasso di inflazione programmato, come prescritto dalla normativa di settore;
   in questo contesto di difficoltà, i sindacati di categoria lamentano altresì la diminuzione delle risorse allocate al Ministero della giustizia per il premio di produttività e la mancata corresponsione delle quote del fondo unico di amministrazione (impiegato per retribuire i trattamenti salariali accessori) spettanti dal 2012, a causa della mancata convocazione del tavolo concertativo sull'istituzione del fondo che finanzia la parte accessoria – di natura premiale – della retribuzione del personale per gli anni 2013 e 2014;
   tali criticità del personale appartenente ai ruoli del dipartimento dell'organizzazione giudiziaria si inseriscono nella più ampia cornice del blocco del rinnovo contrattuale che ha colpito tutto il pubblico impiego a far data dal 2010 e che, in assenza di appositi provvedimenti normativi, dovrebbe proseguire fino a tutto il 2017, rendendo ancora più pesante e discriminatoria la situazione retributiva del personale giudiziario;
   per reperire adeguate coperture finanziarie per lo sblocco dei contratti degli appartenenti ai comparti sicurezza e giustizia si potrebbe fare ricorso al Fondo unico di giustizia, istituito ex articolo 61, commi 23 e 24, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e con l'articolo 2 del decreto-legge 16 settembre 2008 n. 143, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 181 del 2008;
   in tale contesto, un segnale favorevole è stato dato dal Ministro interrogato che, illustrando le linee guida sulla riforma del sistema giudiziario, ha posto al dodicesimo punto l'obiettivo di riqualificare e valorizzare il personale dell'amministrazione della giustizia (come si apprende dall'informativa pubblicata sul sito istituzionale del Ministero della giustizia in data 18 agosto 2014);
   lo stesso Ministro interrogato, il 19 gennaio 2015, in occasione delle comunicazioni al Parlamento sulla amministrazione della giustizia, ha affermato: «Credo che ora tutto il nostro impegno debba essere rivolto al reperimento delle risorse necessarie per il riconoscimento delle competenze maturate, ed è fondamentale il ruolo svolto dal personale di ruolo del servizio giustizia, per il quale è mio rammarico non essere riuscito ancora a costruire una risposta compiuta» –:
   quali siano le modalità con cui l'amministrazione della giustizia intende svolgere, articolare e sviluppare le annunciate procedure di riqualificazione del personale giudiziario.
(3-01274)
(Presentata il 4 febbraio 2015)

   GIORGIA MELONI e RAMPELLI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   la legge 28 aprile 2014, n. 67, recante «Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili», attribuisce al Governo la facoltà, tra le altre, di operare un'articolata depenalizzazione;
   in base alla legge delega, con l'emanazione dei decreti delegati, previsti entro diciotto mesi dall'entrata in vigore della legge medesima, il Governo dovrà procedere all'abrogazione di specifici articoli del codice penale, sostituendo le pene detentive attualmente previste con sanzioni pecuniarie civili;
   tra gli articoli del codice penale da abrogare figura anche quello previsto dall'articolo 633, primo comma, che disciplina l'invasione di terreni o edifici altrui, «pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto»;
   la successiva esclusione delle ipotesi di cui all'articolo 639-bis del codice penale, lascia intendere che non dovrebbero essere depenalizzati i casi di occupazione per i quali si procede d'ufficio, vale a dire i casi in cui si tratti di «acque, terreni, fondi o edifici pubblici o destinati ad uso pubblico»;
   in alcuni casi, tuttavia, le case popolari sono gestite in base a norme privatistiche, tanto che, come nel caso della Aler (azienda lombarda di edilizia residenziale), per la tutela dei relativi interessi si procede a querela di parte perché tali fattispecie non rientrano nei casi per i quali vige la procedibilità d'ufficio di cui al citato articolo 639-bis;
   dopo anni di crisi economica l'Italia sta affrontando una vera e propria emergenza sociale nella quale la mancanza di alloggi sta diventando un ulteriore fattore di crisi;
   negli ultimi mesi si è assistito, infatti, al vertiginoso aumento del fenomeno delle occupazioni abusive di immobili e la depenalizzazione del relativo reato, seppur circoscritta ai soli immobili di proprietà privata, appare suscettibile di creare ulteriore allarme sociale e conseguenze drammatiche;
   la legge n. 67 del 2014 prevede anche la depenalizzazione del reato di deviazione di acque, di cui all'articolo 632 del codice penale, elemento che appare fortemente in contrasto con lo sforzo che, invece, andrebbe fatto a tutela dei territori e dei corsi d'acqua nell'attuale periodo di grave dissesto idrogeologico –:
   se il Ministro interrogato non ritenga di assumere iniziative normative per rivedere le fattispecie di reato rispetto alle quali intervenire nel senso di una depenalizzazione, con particolare riferimento al tema delle occupazioni abusive di beni altrui.
(3-01275)
(Presentata il 4 febbraio 2015)

   SPADONI, SARTI, PAOLO BERNINI, DALL'OSSO, DELL'ORCO e FERRARESI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   l'operazione Aemilia effettuata dall'Arma dei carabinieri coordinata dalle direzione distrettuale antimafia di Bologna e Catanzaro dimostra che in questi anni l'amministrazione politica emiliano romagnola nella lotta alla ’ndrangheta a giudizio degli interroganti ha completamente fallito;
   dalle intercettazioni agli atti emerge che vi sono stati presunti tentativi di influenzare le tornate elettorali dei comuni reggiani e parmigiani in diversi modi, appalti presumibilmente pilotati, presunte tangenti alle cooperative, presunte iniziative nei confronti di prefetti che emettevano interdittive antimafia verso ditte colluse;
   a gennaio 2015 il giornalista Giovanni Tizian su L'Espresso scriveva che l'ex sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio, di cui è stata richiesta dagli interroganti la rimozione dal ruolo di Sottosegretario di Stato, veniva fortemente incalzato dalla procura che lo sentiva come persona informata sui fatti in merito alle circostanze relative alla campagna elettorale 2009 e alla sua presenza nel comune di Cutro, notoriamente sotto il controllo della cosca Grande Aracri, nel periodo precedente alle elezioni in Emilia;
   Tizian ricordava, inoltre, che la vicinanza al mondo politico di detta cosca si evince anche da un'altra circostanza riguardante il sindaco di Verona, Flavio Tosi, il quale sembrerebbe aver partecipato ad una cena con Antonio Gualtieri, ad oggi agli arresti, mente economica della cosca Grande Aracri;
   il 13 ottobre 2014 è stato emanato il decreto legislativo n. 153 entrato in vigore il 26 novembre 2014. Nel testo sono state recepite alcune osservazioni del parere approvato in Commissione giustizia alla Camera dei deputati il 2 ottobre 2014. Nonostante ciò, la materia disciplinata non ha subito sostanziali cambiamenti se non per l'introduzione di alcune garanzie quali la previsione della prestazione di una garanzia fideiussoria da parte di quelle aziende che presentino l'autocertificazione in luogo della certificazione antimafia;
   tale ultima previsione risulta essere un rimedio esperibile ex post, al verificarsi di una situazione giuridicamente già «patologica» e quindi del tutto inappropriata sotto il profilo della prevenzione. Ciò è dimostrato dal fatto che l'attuale disciplina, ancorché riformata, non distaccandosi troppo da quella precedente, sembra essere inefficace considerati i dati relativi ai fenomeni di infiltrazione della criminalità organizzata nel settore degli appalti pubblici e delle pubbliche forniture ad oggi verificatisi in tutto il Paese. Inoltre, una siffatta disciplina causa naturalmente un sovraccarico di lavoro nei confronti dei tribunali amministrativi per via dell'eccessivo numero di ricorsi che in questo modo vengono naturalmente generati;
   l'intenzione del Governo sembra essere quella di rendere preminente la tutela dell'impresa e della continuità dei lavori (principi di rango costituzionale) a scapito di altri principi altrettanto preminenti quali la tutela dell'ordine pubblico, il pubblico affidamento e la pubblica fede;
   inoltre, con riguardo all'articolo 1, non è stata recepita l'osservazione contenuta nel parere approvato in Commissione giustizia al Senato della Repubblica, in merito alla soppressione della parte finale dell'articolo 1, comma 1, lettera a), relativa alla limitazione dei controlli nei confronti dei soli soggetti residenti nel territorio dello Stato;
   dal 22 gennaio 2014 è entrato in vigore il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 193 del 2014, come previsto dalla legge delega n.136 del 2010, che disciplina il funzionamento della banca dati nazionale unica della documentazione antimafia. Al suo interno sono individuati (articolo 15) i soggetti legittimati all'aggiornamento dei dati. Nulla si dice però in merito alla tempistica degli stessi aggiornamenti e all'obbligatorietà e puntualità degli stessi –:
   se il Ministro interrogato non ritenga che il decreto legislativo n. 153 del 2014, in combinato disposto con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 193 del 2014, lasci ancora troppo margine di impiego alla dichiarazione sostitutiva antimafia con cui si dichiara che nei propri confronti non sussistono le cause di divieto, di decadenza o di sospensione previste dall'articolo 67 del decreto-legge n. 159 del 2011, e se ritenga opportuno assumere iniziative per limitarne l'utilizzo.
(3-01276)
(Presentata il 4 febbraio 2015)