Allegato B
Seduta n. 611 del 26/3/2012
TESTO AGGIORNATO AL 12 GIUGNO 2012
ATTI DI INDIRIZZO
Mozioni:
La Camera,
premesso che:
il piano sanitario nazionale 2011-2013 affronta la questione riguardante l'imminente calo del numero dei medici del servizio sanitario nazionale;
dall'attuale distribuzione per età dei medici impiegati nel servizio sanitario nazionale (fonte Inpdap, dati sugli iscritti alla cassa pensione sanitari, anno 2006), si evince una forte concentrazione di personale nella fascia di età superiore o uguale a 60 anni. Presumibilmente è possibile stimare che circa 17.000 medici lasceranno il servizio sanitario nazionale entro il 2015;
considerando il numero medio di laureati in medicina e chirurgia per anno accademico e la quota di questi che viene immessa annualmente nel servizio sanitario nazionale, ci si aspetta, a partire dal 2012, un saldo negativo tra pensionamenti e nuove assunzioni. Si stima che la forbice tra uscite ed entrate nel servizio sanitario nazionale tenderà ad allargarsi negli anni a seguire, data la struttura per età e tenuto conto del numero di immatricolazioni al corso di laurea in medicina e chirurgia. Verosimilmente, tale scenario risulterà ancora più marcato nelle regioni impegnate con i piani di rientro a causa del blocco delle assunzioni;
le previsioni contenute nel piano sanitario nazionale hanno fatto sì che il Ministero della salute abbia richiesto un ampliamento dell'offerta formativa, ossia del numero delle immatricolazioni al corso di laurea in medicina e chirurgia, a 10.566 unità già a partire dall'anno accademico 2011/2012. Con questa richiesta il Ministero della salute ha tenuto conto del fatto che il percorso formativo di un medico si completa in circa 10 anni; quindi bisognerà attendere il 2019, affinché il maggior numero di laureati/specializzati sia disponibile sul mercato del lavoro;
il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca ha, invece, determinato per il 2011/2012 un aumento pari a 9.501 posti: praticamente mille in meno rispetto al fabbisogno dei prossimi anni previsto dal Ministero della salute;
è prevedibile una carenza dal 2012 al 2018 di 18.000 unità di personale medico nel servizio sanitario nazionale e di circa 22.000 medici dal 2014 al 2018 in totale;
nonostante i dati sopra riportati, il 27 settembre 2011 il Ministro della salute pro tempore Ferruccio Fazio, nel rispondere ad un'interrogazione a risposta immediata (n. 3-01849) presentata dal gruppo Misto-Movimento per la Autonomie-Alleati per il Sud, ha sostenuto che, nonostante il numero di medici che andrà in pensione, il fenomeno possa essere in equilibrio con un numero di immatricolati compreso tra le 9.000 e le 10.000 unità;
a breve si dovrà necessariamente, comunque, aumentare l'offerta formativa per compensare nel medio periodo i pensionamenti ed impedire una forte carenza di personale medico;
risulta, peraltro, non ragionevole affidare gli accessi alle immatricolazioni esclusivamente a quiz con domande a risposta multipla, determinando differenziazioni a parità di punteggio tra diverse università;
oltre ad un aumento dell'offerta formativa, sarà necessario sempre di più garantire ai neolaureati la possibilità di frequentare una scuola di specializzazione, aumentando i posti disponibili;
un neolaureato in medicina e chirurgia rischia, peraltro, a causa della normativa attuale, di ritardare dopo la laurea il proprio accesso alla professione di un altro anno per accedere alla scuola di specializzazione;
il regolamento per il concorso per l'accesso alle scuole di specializzazione prevede, infatti, quale requisito necessario per l'ammissione alla prova, il conseguimento dell'abilitazione alla professione prima del termine per la presentazione delle domande di partecipazione allo stesso concorso,
impegna il Governo:
ad assumere iniziative volte a un concreto incremento dell'offerta formativa dei corsi di laurea in medicina e chirurgia;
a rivedere i criteri di selezione, evitando di affidarli esclusivamente a quiz con domande a risposta multipla;
a far sì che vengano aumentati significativamente i posti disponibili nelle scuole di specializzazione;
ad assumere ogni iniziativa per ridurre i tempi di attesa tra la laurea e gli esami di abilitazione e tra questi e l'accesso alle scuole di specializzazione.
(1-00964)
«Lo Monte, Commercio, Lombardo, Oliveri, Brugger».
La Camera,
premesso che:
il Consiglio europeo, nella riunione del 9-10 dicembre 1994 a Essen, esaminò e condivise un elenco di 14 progetti prioritari nel settore dei trasporti, i cui lavori erano già iniziati o avrebbero dovuto iniziare entro la fine del 1996. Tra gli stessi, al n. 6 dell'allegato I al documento conclusivo della riunione, figura il «6. Treno ad alta velocità/trasporto combinato Francia-Italia F/I Lione-Torino - Torino - Milano - Venezia - Trieste». Nel 2005, poi, la Commissione europea ha compilato un ulteriore elenco di 30 progetti prioritari e il cui varo veniva fissato entro il 2010. Tra gli assi o progetti prioritari figura: «6 - Asse ferroviario Lione-Trieste-Divaca/Kope-Divac-Lubiana-Budapest-confine ucraino», quale rete transeuropea;
con decisione n. 884/2004/CE del Parlamento europeo e del Consiglio dell'Unione europea del 29 aprile 2004, con riguardo alla politica Trans european network-trasport (TEN-T), fu deciso, tra l'altro, lo spostamento alla fine del 2020 del termine, inizialmente individuato nel 2010, per l'attuazione dei progetti prioritari e la presentazione di un nuovo elenco di 30 progetti prioritari, anche tenendo conto dell'allargamento dell'Unione europea, che includeva i 14 assi o progetti prioritari già precedentemente individuati, tra i quali l'asse ferroviario «Lione-frontiera ucraina», TEN-T n. 6, all'interno del cui progetto sono collocate le tratte Lione-Torino e Torino-Trieste;
il progetto TEN-T n. 6 è una declinazione dell'arteria a rete multimodale rappresentata dal corridoio europeo n. 5, che collegherà Lisbona a Kiev, rispetto alla quale il ruolo dell'Italia è strategico. L'allargamento a oriente dell'Unione europea rende fondamentale per l'Italia svolgere quel ruolo, scongiurando l'alternativa, restando ai margini del corridoio 5, di collocarsi ai bordi dell'Europa stessa. Con il corridoio 5, in effetti, l'area mediterranea dell'Europa acquisisce una centralità rilevante nei processi di sviluppo, ponendosi, oltretutto, anche come alternativa alle direttrici nordiche, quale quella Rotterdam-Kiev, lungo l'asse ovest-est. La direttrice ferroviaria transpadana costituisce il fulcro dell'attraversamento meridionale del territorio dell'Unione europea;
il tratto transpadano del progetto prioritario recherà il beneficio del drastico abbattimento dei tempi di percorrenza complessivi, tra distanze che oggi richiedono tempi per la loro copertura di circa il doppio rispetto a quelli che, mediamente, residueranno dopo la realizzazione delle opere del TEN-T n. 6. Soprattutto, recherà il beneficio, riguardato con favore unanime, dell'implementazione della modalità di trasporto ferroviario, decisiva per abbattere i volumi di traffico stradale per il trasporto delle merci, in particolare, e anche per conseguire l'ulteriore beneficio ambientale, con la riduzione, conseguente
alla variazione dei volumi trasportati in mutata modalità, degli inquinamenti, atmosferico e acustico. In proposito, è opportuno soggiungere che il progetto non vulnera l'ambiente nel quale è collocato, anche perché la sua realizzazione si sviluppa quasi interamente in galleria, dunque sotto terra, per oltre il 90 per cento del tracciato, circa 8 chilometri in superficie sui complessi circa 80 in territorio italiano. La sicurezza è l'altro aspetto in positivo rilievo con la realizzazione del progetto. Anche la competitività delle imprese è un tema in stretta connessione con i profili economici rivenienti dalla realizzazione delle tratte della dorsale padana del progetto prioritario n. 6, per il miglioramento sensibile dei fattori, in termini di tempo e di costi, che incidono sui trasporti delle merci;
il 29 gennaio 2001, sulla base della proposta della Commissione intergovernativa italo-francese, istituita a Parigi il 15 gennaio 1996 per la preparazione della realizzazione della linea ferroviaria fra Torino e Lione, è stato firmato a Torino un «Accordo tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica francese per la realizzazione di una nuova linea ferroviaria Torino-Lione», ratificato successivamente dal Parlamento francese con legge 28 febbraio 2002, n. 2002-91, e dal Parlamento italiano con legge 27 settembre 2002, n. 228, ed entrato in vigore il 1o maggio 2003;
la Commissione europea, con la decisione C(2008) 7733 del 5 dicembre 2008, ha approvato la concessione di un contributo finanziario a favore del progetto «Nuovo collegamento ferroviario Torino-Lione, sezione internazionale, parte comune italo-francese»;
il collegamento Lione-Torino è compreso nell'intesa generale quadro tra Governo e regione Piemonte, sottoscritta l'11 aprile 2003, tra le «infrastrutture di preminente interesse nazionale» che interessano il territorio regionale e che rivestono carattere strategico per la medesima regione Piemonte e nella rimodulazione dell'intesa generale quadro tra Governo e regione Piemonte, approvata con deliberazione della giunta regionale in data 7 giugno 2011, ed è, altresì, incluso nell'aggiornamento 2009 del contratto di programma 2007-2011 tra Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e Rete ferroviaria italiana s.p.a.;
al fine di assicurare l'opportuno coinvolgimento del territorio nella fasi di progettazione e realizzazione dell'opera, venne istituito, nel 2006, con le comunità locali, un Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione;
il 28 giugno 2008, nell'ambito delle attività dell'Osservatorio, venne raggiunto l'accordo cosiddetto di Pracatinat, nel quale hanno preso corpo le istanze e gli impegni dei soggetti coinvolti nel processo di intese, di confronto, di partecipazione e di osservazioni, di ascolti, in primo luogo di tutti i comuni interessati, a cominciare da quelli di Susa e Chiomonte, direttamente coinvolti da cantieri o da attività esecutive, di prospettazioni e di condivisione; l'attività volta alla concertazione e condivisione della soluzione progettuale è stata contrassegnata da circostanze, iniziative e momenti significativi. Nel 2007, per esempio, il Governo, proprio sulla scorta dell'impulso del territorio e dell'esito di lavori dell'Osservatorio, decise l'abbandono del progetto che prevedeva il tracciato dell'opera in sinistra Dora; sono stati pubblicati sette quaderni che affrontano e analizzano profili e questioni rilevanti dell'opera, illustrano le posizioni dell'Osservatorio e i punti con contrasto di opinioni; centinaia sono state le riunioni e le audizioni svolte. Conclusivamente, sul punto, si richiama il dato dei 112 comuni, di entrambi i Paesi, 87 quelli francesi, i cui territori sono interessati ai lavori della Nuova linea Torino-Lione (NlTL). Tra i comuni italiani, una dozzina avversano l'opera, ma tra quelli interessati dalla realizzazione di tratte in superficie e/o da cantieri, solo due, Chiusa San Michele e Sant'Ambrogio di Torino, per un totale di circa 6.500 abitanti, hanno manifestato contrarietà per i lavori. Si può, comunque,
con tutta evidenza, anche alla stregua delle reiterate riprogettazioni del tracciato, sostenere che le scelte siano state partecipate, discusse, vagliate e condivise con la popolazione e con gli enti locali interessati e con ogni altro soggetto istituzionale, civile e sociale coinvolto; dunque, con un attento ascolto del territorio;
il Cipe, nella seduta del 3 agosto 2011, ha approvato il progetto preliminare del «Nuovo collegamento ferroviario Torino-Lione, sezione internazionale, parte comune italo-francese, tratta in territorio italiano»;
il 28 settembre 2011, a Parigi, Italia e Francia hanno siglato un accordo per la ripartizione della spesa che prevede un accollo per l'Italia pari al 57,9 per cento dei costi e per la Francia al 42,1 per cento; la ripartizione, considerando l'intera parte comune del tracciato, è sostanzialmente equilibrata in parti eguali; la ripartizione dei costi è stata confermata dal nuovo accordo Torino-Lione del 30 gennaio 2012, firmato dalle autorità politiche italiana e francese, nel quale si è anche stabilito di procedere, come già disposto in sede Cipe, per fasi funzionali di esecuzione del progetto. Il costo complessivo della fase 1, pari a oltre 8 miliardi di euro, dovrebbe comportare un finanziamento per l'Italia di meno di 3 miliardi di euro e ottenere un finanziamento comunitario del 40 per cento,
impegna il Governo:
a porre in essere ogni opportuna iniziativa e ogni verifica, promuovendo in particolare l'acquisizione, in sede comunitaria, di riscontri e garanzie volte a ottenere la definitiva conferma della disponibilità dell'Unione europea al sostegno finanziario preventivato per la realizzazione dell'opera transfrontaliera e l'indicazione delle risorse dedicate;
ad assicurare i mezzi economici necessari per dare attuazione alla parte del progetto attinente al cosiddetto nodo di Torino previsti nell'accordo di Pracatinat e nell'atto aggiuntivo del 23 gennaio 2009.
(1-00965)
«Toto, Proietti Cosimi, Della Vedova».
La Camera,
premesso che:
nel quadro di sviluppo infrastrutturale delle reti di trasporto merci e passeggeri transeuropea TEN-T, il corridoio est-ovest costituisce uno degli assi principali di tutto il progetto e il segmento Torino-Lione ne rappresenta il cuore strategico ed essenziale;
l'Unione europea ha recentemente deciso di riconfermare la Torino-Lione fra le opere strategiche prioritarie per lo sviluppo infrastrutturale, economico e sociale dell'Europa occidentale, auspicandone il completamento dell'iter realizzativo nel tempo più spedito possibile;
l'opera è stata concertata con il territorio, attraverso una lunghissima anche se difficilissima (considerate le note e tristi vicende che ruotano da sempre attorno al tracciato) campagna di sensibilizzazione, ascolto e coinvolgimento di tutti gli attori istituzionali e civici interessati, che nella stragrande maggioranza dei casi hanno considerato come la realizzazione dell'opera costituisca un investimento strategico per il futuro dell'Italia in termini di maggiore competitività, di abbattimento delle distanze e di prospettive di sviluppo;
il progetto preliminare approvato dal Cipe prevede una realizzazione per fasi funzionali dell'infrastruttura, con l'importo suddiviso per quote di competenza tra lo Stato italiano e quello francese;
nonostante le manovre di disturbo operate da sparute ma aggressive frange di movimenti No Tav, protagoniste di attacchi violenti e quasi eversivi contro la realizzazione dell'opera (il cui iter, comunque, rimane costantemente garantito dall'esemplare lavoro del presidio delle forze
dell'ordine dislocate nel territorio interessato), i lavori sono iniziati nel mese di giugno 2011 e si attende la conclusione dell'iter di approvazione del progetto definitivo, con un'ulteriore valutazione di impatto ambientale, così da consentire l'apertura del cantiere entro il mese di novembre 2013;
ad ottobre 2010 la Camera dei deputati ha approvato all'unanimità quattro mozioni che impegnavano il Governo:
a) a confermare la valenza strategica della realizzazione della Nuova linea Torino-Lione (NlTL) come asse decisivo per i collegamenti europei, attraverso l'adozione di tutte le misure e gli atti necessari anche sulla base del lavoro condotto dall'osservatorio;
b) a garantire un adeguato piano finanziario con programmazione pluriennale che copra l'intero ammontare dell'opera;
c) a confermare i fondi - circa 200 milioni di euro - previsti nel primo atto aggiuntivo all'intesa generale quadro dell'11 aprile 2009, necessari a realizzare gli interventi prioritari di prima fase, avviando, al contempo, iniziative per l'assegnazione di risorse immediate per incentivare il trasporto modale e combinato;
d) ad assumere iniziative per garantire un primo stanziamento per la realizzazione delle opere previste dal piano strategico approvato dalla provincia di Torino e dalla regione Piemonte parallelamente all'avanzamento dell'opera;
il 3 agosto 2011 il Cipe ha approvato il progetto preliminare della nuova linea ferroviaria Torino-Lione, progetto che prevede il cosiddetto fasaggio, ovvero la realizzazione per fasi dell'infrastruttura, con un rilevante risparmio sui costi. Si prevede, infatti, la realizzazione del tunnel di base, della stazione internazionale di Susa e l'interconnessione con la linea storica da Bussoleno ad Avigliana, rinviando in questo modo per alcuni anni i lavori di realizzazione del tunnel dell'Orsiera, nonché tutti gli interventi relativi al «nodo» di Torino (interconnessione con l'interporto di Orbassano, la gronda merci di Corso Marche, il sistema ferroviario metropolitano);
è notizia di questi giorni l'ipotesi di una nuova convocazione del Cipe per sbloccare una parte dei fondi non ancora elargiti da destinare alla realizzazione delle opere accessorie necessarie previste dal piano strategico per la direttrice in questione e di misure per le compensazioni ambientali per i territori coinvolti, nonché per il potenziamento dei servizi e dei trasporti pubblici collegati all'opera;
il Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministro dello sviluppo economico e delle infrastrutture e dei trasporti Passera hanno indicato, tra le priorità dell'azione del Governo, lo sviluppo infrastrutturale del Paese, annunciando con chiarezza il sostegno prioritario, chiaro e incondizionato del Governo alla realizzazione del corridoio Tav Torino-Lione e promettendo l'impegno massimo per mettere a disposizione tutte le risorse e i mezzi necessari per il completamento dell'opera in tempi certi,
impegna il Governo:
ad assumere iniziative volte a sbloccare i fondi necessari per finanziare le opere e gli interventi previsti dal piano strategico per il territorio interessato dalla direttrice Torino-Lione;
a definire un quadro complessivo chiaro della destinazione delle risorse sulle opere cofinanziate dagli altri organi istituzionali coinvolti nella realizzazione del progetto;
ad impegnarsi sul piano della comunicazione per diffondere e far crescere tra le popolazioni interessate la consapevolezza dei vantaggi e le ricadute in termini occupazionali ed economici che la realizzazione dell'opera comporterà inevitabilmente;
a prevedere misure e provvedimenti che tutelino le aziende locali, nel senso di favorirne maggiormente la partecipazione
alla realizzazione dell'opera, garantendo l'affidamento dei lavori a chi opera sul territorio;
ad adottare iniziative al fine di evitare strumentalizzazioni della protesta dei cittadini, adottando fermamente ogni forma di repressione consentita nei confronti di quei gruppi di facinorosi che disturbano con atti violenti e dimostrativi l'azione quotidiana di avanzamento dell'iter realizzativo dell'opera.
(1-00966)
«Delfino, Calgaro, Galletti, Mereu, Compagnon, Libè, Occhiuto, Naro, Ciccanti, Volontè, Tassone».
La Camera,
premesso che:
per l'anno accademico 2011/2012 la programmazione dei corsi di laurea della facoltà di medicina e chirurgia risulta inferiore all'effettivo fabbisogno formativo;
ai sensi dell'articolo 3, comma l, lettera a) della legge n. 264 del 1999, il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca stabilisce il numero dei posti «sulla base della valutazione dell'offerta potenziale del sistema universitario, tenendo anche conto del fabbisogno di professionalità del sistema sociale e produttivo»;
dalle tabelle predisposte dal Ministero della salute il 27 aprile 2011, il fabbisogno formativo di medici chirurghi, suddiviso per regioni e province autonome, risultava di 10.566 unità, superiore alle previsioni del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca che avrebbe autorizzato la disponibilità di 9.501 posti per l'accesso al corso di laurea magistrale in medicina e chirurgia;
il piano sanitario nazionale ha evidenziato, tra le criticità del sistema attuale, la distribuzione per età dei medici impiegati nel servizio sanitario nazionale, da cui si evince una forte concentrazione di personale nella fascia di età superiore o uguale a 60 anni;
a decorrere dal 2012, si registrerà un saldo negativo tra pensionamenti e nuove assunzioni;
tale divario risulta ancora più marcato nelle regioni impegnate con il piano di rientro, a causa del blocco delle assunzioni;
il 16 marzo 2012, in sede di conferenza Stato-regioni, sarebbe stato sancito l'accordo tra il Governo, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, concernente la determinazione del «fabbisogno di medici specialisti» da formare nelle scuole di specializzazione di area sanitaria per il triennio accademico 2011/2012, 2012/2013 e 2013/2014 e la ripartizione dei contratti di formazione specialistica a carico dello Stato per l'anno accademico 2011/2012;
stante l'evidente insufficienza del numero dei posti assegnati dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca rispetto al reale fabbisogno formativo, è opportuno prevedere un ampliamento dell'attuale ripartizione, obiettivamente insufficiente, anche in considerazione della necessità di far coincidere il numero dei laureati con il numero dei potenziali specialisti;
con apposito decreto, il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca ha previsto l'istituzione di una commissione di esperti che, oltre ad aggiornare e monitorare le aggregazioni delle scuole di specializzazione di area sanitaria, ai fini di una corretta razionalizzazione, dovrà esprimere un parere sull'attribuzione su base nazionale della dotazione di contratti ministeriali alle scuole di specializzazione di area sanitaria da mettere a concorso per il corrente anno accademico 2011/2012;
il concorso per l'accesso alle scuole di specializzazione è disciplinato dal nuovo «Regolamento concernente le modalità per l'ammissione dei medici alle
scuole di specializzazione in medicina», del Ministro dell'istruzione dell'università e della ricerca del 6 marzo 2006, n. 172;
dette modalità, penalizzano sia coloro che si laureano a luglio 2012 (che attendono almeno 9 mesi) sia quelli che si laureano nell'ultima sessione in corso (costretti ad attendere almeno 12 mesi prima di poter sostenere l'esame di accesso alla scuola di specializzazione);
il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca ha evidenziato l'impossibilità di armonizzare in maniera omogenea le tre sessioni di laurea di ciascun anno accademico con le due sessioni annuali dell'esame di Stato per l'abilitazione all'esercizio della professione medica e con il concorso per l'ammissione alle scuole di specializzazione mediche (che si tiene appunto una volta l'anno),
impegna il Governo:
ad adottare iniziative che attenuino la carenza strutturale di personale medico, anche al fine di evitare il ricorso a personale proveniente da altri Stati per coprire i posti in organico vacanti nelle aziende sanitarie ed ospedaliere presenti sul territorio nazionale, sia pubbliche che private, prevedendo a tale fine un aumento almeno del 15 per cento, per l'anno accademico 2012/2013, delle immatricolazioni al corso di laurea in medicina e chirurgia;
anche sulla base delle numerosissime proposte di legge d'iniziativa parlamentare, a valutare l'opportunità di rivedere il sistema dell'accesso programmato alla facoltà di medicina e chirurgia, rivedendo i criteri di selezione, alla luce del convincimento che l'appartenenza all'Unione europea non impone l'adozione di sistemi di contingentamento quanto, piuttosto, una qualità della formazione di tali medici da raggiungersi anche attraverso una riorganizzazione dei percorsi di specializzazione, tenendo anzitutto conto che vi sono ambiti in cui si registra un eccesso di percorsi formativi ed aree fondamentali caratterizzate da croniche carenze (ad esempio, anestesia e rianimazione);
a valutare la possibilità di inserire una graduatoria regionale tra coloro che affrontano gli esami di ammissione per evitare che vengano esclusi in una sede e quanti, a parità di punteggio, sono ammessi in altra sede, anche al fine di ridurre i costi di tipo logistico a carico delle famiglie;
a riprendere l'iter di riforma del percorso formativo pre e post laurea in medicina, iniziato dal precedente Governo, valutando la necessità di attuare in tempi rapidi la riforma del percorso di studi riguardante: la formazione degli specializzandi; il dottorato di ricerca; la laurea magistrale, attraverso:
a) la riduzione dell'eccessiva durata del percorso che porta uno studente a diventare medico professionista (attualmente 12 o 13 anni: 6 di università, uno di attesa per l'esame di Stato per entrare nella scuola di specializzazione, 5 o 6 di scuola di specializzazione);
b) l'assunzione di iniziative volte a valorizzare il ruolo dei giovani medici in formazione all'interno del sistema sanitario nazionale, al fine di allineare i tempi di accesso alla professione e di acquisizione della piena maturità professionale a quelli degli altri Paesi dell'Unione europea, equiparando la durata della specializzazione a quella prevista dal modello europeo con la direttiva 2005/36/CE, consentendo allo specializzando all'ultimo anno di poter svolgere contemporaneamente anche il dottorato di ricerca, accorciando così di un ulteriore anno l'ingresso dello studente nel mondo del lavoro;
c) la previsione del ruolo abilitante della laurea, conglobando all'interno del percorso di studi il tirocinio di tre mesi (indispensabile per poter partecipare all'esame di Stato), ma che attualmente viene svolto dopo il conseguimento del titolo;
a valutare, altresì, l'opportunità di effettuare una reale implementazione delle reti formative delle facoltà di medicina e delle scuole di specializzazione di area sanitaria, allargandole al sistema ospedale-territorio ed alle eccellenze del servizio sanitario pubblico, anche al fine di superare le difficoltà organizzative e di budget, ma anche per qualificare al meglio le attività delle scuole di specializzazione, nel rispetto della centralità dell'università, che detiene il primato della metodologia della ricerca e della didattica.
(1-00967)
«Laura Molteni, Rondini, Martini, Fabi, Goisis, Rivolta, Cavallotto, Grimoldi, Fugatti, Fedriga, Fogliato, Lussana, Montagnoli, Bitonci».
La Camera,
premesso che:
nel comparto agricoltura l'occupazione relativa a dipendenti a tempo determinato e a tempo indeterminato, risulta, sulla base di dati Inps e Enpaia, essere composta da 1.085.000 persone, di queste circa 35.000 sono gli impiegati, i quadri e i dirigenti; 117.000 gli operai a tempo indeterminato e 933.000 gli operai a tempo indeterminato (ovvero sostanzialmente gli stagionali), in agricoltura risultano occupati l'8,5 per cento del totale degli occupati in Italia, nell'agroalimentare è occupato il 12,3 per cento del totale degli occupati;
gli operai extracomunitari sono 90.000 quelli occupati a tempo indeterminato sono 17.000 e gli operai a tempo determinato 73.000;
i lavoratori extracomunitari sono utilizzati in una quota del 42 per cento in produzione di colture arboree e nella raccolta della frutta; nel 32 per cento nella raccolta di ortaggi e pomodori; il 13 per cento nella zootecnia e nel 13 per cento in agriturismo e vendita di prodotti;
gli occupati nel settore agricolo suddivisi per fascia di età risultano essere: fino a 29 anni il 22 per cento, dai 30 ai 49 anni il 52 per cento; dai 50 anni in su il 26 per cento;
in Italia i datori di lavoro agricoli sono in totale circa 211.000, di questi circa 132.500 sono imprese in economia; circa 68.700 coltivatori diretti; circa 9.500 cooperative e consorzi; 262 sono le pubbliche amministrazioni e forestali. I datori di lavoro agricoli sono, per circa 176.000, imprese individuali e, per circa 34.800 società;
nel 2000 i coltivatori diretti erano circa 635.000 mentre nel 2008 questi si sono ridotti a circa 478.000 registrando una riduzione del 25 per cento. Gli imprenditori agricoli professionali nel 2000 erano circa 9.000, nel 2008 questi sono aumentati raggiungendo un numero pari a circa 19.700 registrando un aumento pari al 120 per cento;
gli operai occupati in agricoltura nel 2000 erano circa 840.000, nel 2008 sono aumentati del 10,8 per cento, raggiungendo il numero di oltre 930.000 occupati;
nel 2000 gli impiegati erano 27.900 mentre nel 2008 risultavano essere oltre 33.500 con un aumento di oltre il 20 per cento;
i dirigenti sono passati dai 1.333 del 2000 ai 1.370 del 2008 registrando un aumento del 2,8 per cento;
nel 2009 i primi segnali di crisi nell'occupazione agricola infatti tra il primo trimestre del 2008 e il primo trimestre del 2009 risulta una diminuzione del 1,8 per cento degli occupati a tempo determinato e una riduzione del 4,5 per cento degli occupati a tempo indeterminato;
il confronto del peso dei contributi previdenziali pagati in Italia rispetto al resto dell'Unione europea, relativamente agli occupati a tempo determinato, è impietoso: in Italia questo sono pari a oltre il 35 per cento mentre in Francia è pari al
13 per cento, in Spagna del 18 per cento, nel Regno Unito del 12 per cento e in Germania del solo 0,02 per cento;
gli occupati in agricoltura in Europa risultano essere pari a: 1.400.000 in Francia, 800.000 in Germania, 725.000 in Spagna. In totale nell'Unione europea gli occupati sono pari a 6.000.000;
in Francia il Presidente della Repubblica Sarkozy ha proposto l'esonero contributivo per i lavoratori agricoli stagionali fino al limite di 110 giornate annue, per un costo di 220 milioni di euro;
in Germania, dove i contributi sono prossimi al costo zero, la cancelliera Angela Merkel ha proposto la riduzione dei contributi per l'assicurazione contro gli infortuni in agricoltura nel limite di 200 milioni di euro;
l'elevato costo dei contributi per occupati a tempo determinato se rapportato ai contributi applicati nell'Unione europea rappresenta un onere impossibile da sostenere per i datori agricoli, che impedisce di contenere il costo del lavoro nel comparto agricolo e che si riverbera sul costo dei prodotti agricoli esportati,
impegna il Governo
ad assumere le iniziative di competenza dirette a sostenere l'occupazione nel comparto della produzione agricola e agroalimentare, che vive una gravissima crisi economica e occupazionale, attraverso una riduzione sostanziale, o l'esonero, del versamento dei contributi per i lavoratori agricoli a tempo determinato, in linea con quanto applicato nell'Unione europea.
(1-00968)
«Ruvolo, Taddei, Moffa, Calearo Ciman, Catone, Cesario, D'Anna, Grassano, Gianni, Guzzanti, Lehner, Marmo, Milo, Mottola, Orsini, Pionati, Pisacane, Polidori, Razzi, Romano, Scilipoti, Siliquini, Stasi».
La Camera,
premesso che:
la complessità degli attuali rapporti politici, sociali, economici ed istituzionali richiede una riflessione sulla rappresentanza, alla luce delle nuove realtà istituzionali nazionali e sopranazionali;
l'attività di relazione tra soggetti esterni alle pubbliche amministrazioni e componenti delle amministrazioni stesse è un carattere tipico delle grandi democrazie, direttamente connesso alla loro complessità;
l'attività di relazione costituisce una forma di rappresentanza, che ha assunto una forte rilevanza nei paesi occidentali, ad esempio si pensi agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e, recentemente, all'Unione europea, dove una varietà di interlocutori agisce per sostenere interessi sovra-nazionali, nazionali e sub-nazionali;
in Italia, il ruolo monopolistico svolto dai partiti politici, insieme alla particolare struttura della economia, caratterizzata da imprese medio-piccole, nonché ad una certa riluttanza verso l'associazionismo, hanno costituito un forte ostacolo alla evidenziazione del ruolo svolto dai gruppi d'interesse;
come dimostra l'esperienza di sistemi democratici di lunga e consolidata tradizione, si pensi ad esempio a quello statunitense, lo svolgimento entro regole predefinite dell'attività di rappresentanza di interessi può essere utile allo stesso funzionamento delle istituzioni;
dalle decisioni assunte in sede rappresentativa o amministrativa dipendono spesso interessi di grande rilievo, che, tuttavia, non possono iscriversi tra quelli generali; d'altro canto, in sede rappresentativa, talora, si devono assumere decisioni ad alto contenuto tecnico delle quali rischia di non essere ben considerata tutta la portata;
le attività di relazione, occasionali o sistematiche, sono, dunque, finalizzate a perseguire fini leciti ma non di interesse
generale, ed è utile alla stessa democrazia che sia conosciuto ogni aspetto del problema oggetto di valutazione e di decisione: si tratta quindi non di reprimere, ma di regolamentare un fenomeno, che pur gravato spesso da pesanti sospetti, in realtà si configura come elemento idoneo a raggiungere soluzioni più funzionali e maggiormente aderenti alla realtà complessa del mondo politico, amministrativo ed economico;
per l'unione europea, a Bruxelles, i gruppi di pressione sono visti come una risorsa: l'approccio delle istituzioni verso i gruppi d'interesse è funzionale e sostanziale e mira a disciplinare un interscambio che si vuole mantenere vivo e attivo; il processo decisionale comunitario è fondamentalmente caratterizzato proprio da un rapporto costante e di compartecipazione dei gruppi di interesse;
le leggi regionali 18 gennaio 2002, n. 5 («Norme per la trasparenza dell'attività politica e amministrativa del Consiglio regionale della Toscana»), e 22 ottobre 2004, n. 4 («Norme per la trasparenza dell'attività politica e amministrativa del Consiglio regionale del Molise»), hanno pienamente riconosciuto i gruppi di interesse presenti nella società e hanno valorizzato il loro ruolo ai fini della trasparenza dell'attività politica ed amministrativa, garantendo l'accesso e la partecipazione a un numero sempre maggiore di soggetti; tali regioni hanno posto le basi per la realizzazione di pluralismo economico, sociale e culturale, ma risultano prive del presupposto giuridico del riconoscimento generale della categoria degli operatori dell'attività di relazione (lobbisti) e di un quadro normativo specifico di riferimento;
il vuoto di norme certe e di regole del gioco trasparenti per le lobby è una forma di arretratezza che incide sul sistema politico istituzionale e sull'adeguatezza delle decisioni pubbliche. Se il lobbismo è costretto ad operare nell'ombra, finiranno per prevalere le lobby forti che hanno mezzi e risorse per poter condizionare pesantemente partiti e istituzioni che ne risulteranno indeboliti e che adotteranno decisioni senza mai dare il giusto peso all'ascolto di altre esigenze di gruppi meno potenti; inoltre la mancata trasparenza continuerà a legittimare, di fatto, comportamenti al limite del codice penale e a far prosperare forme di clientelismo;
dal 1976 ad oggi, si sono susseguite iniziative e proposte di legge volte a regolamentare l'attività di relazione nei confronti dei componenti delle Assemblee legislative e dei titolari di pubbliche funzioni; si ricorda tra l'altro, nella XIII legislatura, quanto prodotto dalla Commissione speciale per l'esame dei progetti di legge recante misure per la prevenzione e la repressione dei fenomeni di corruzione, che approvò il testo unificato sulle «Misure per la prevenzione dei fenomeni di corruzione»; nella XIV legislatura sono state presentate le proposte di legge A.C. 1567, presentata il 13 settembre 2001, d'iniziativa dell'onorevole Pisicchio, A.C. 3485, presentata il 16 dicembre 2002, d'iniziativa dell'onorevole Daniele Galli, A.C. 5567, presentata il 27 gennaio 2005, d'iniziativa dell'onorevole Colucci, a cui si deve aggiungere la n. 3530 presentata al Senato, il 6 luglio 2005, d'iniziativa del senatore Curto: tali proposte di legge ritengono che il principio fondamentale a cui l'attività di relazione istituzionale si deve ispirare sia quello della pubblicità e della trasparenza;
va sottolineato come anche il titolare del dicastero delle politiche agricole, alimentari e forestali abbia recentemente adottato un protocollo interno a cui devono adeguarsi le attività di relazione dei gruppi portatori di interessi, raccomandandone l'adozione anche da parte di altri Ministeri;
è ormai necessario inquadrare e radicare tale attività nell'ambito dei principi costituzionali dettati dall'articolo 3 (eguaglianza delle opportunità), dall'articolo 4 (diritto a svolgere attività o funzione che concorra al progresso materiale della collettività), dall'articolo 18 (diritto di associazione)
e dall'articolo 21 (diritto alla libera manifestazione del pensiero); tuttavia, tali diritti dovrebbero essere armonizzati con i princìpi dell'articolo 67 (nessun vincolo di mandato per i parlamentari), dell'articolo 97 (imparzialità della pubblica amministrazione) e dell'articolo 98 (i pubblici ufficiali sono al servizio esclusivo della Nazione), di modo da uniformare sul territorio nazionale ed in ogni istituzione governativa, parlamentare o della pubblica amministrazione l'attività di relazione,
impegna il Governo:
ad adottare iniziative normative per regolamentare l'attività di relazione svolta nei confronti dei componenti delle Assemblee legislative, nel rispetto della relativa autonomia e dei titolari di pubbliche funzioni, anche sulla base dei contenuti delle proposte di legge depositate nel dorso della presente legislatura, in modo da garantire la massima trasparenza e liceità a tale attività.
(1-00969)
«Lehner, Galli, Marmo, Rosso, Mario Pepe (Misto-R-A), Fabbri, Palmieri, Bernardo, Lainati, Barbieri, Lazzari, Polledri, Oliveri, Crosetto».
La Camera,
premesso che:
sebbene sia stata innescata dai crack finanziari di soggetti privati internazionali prima e dai rischi di insolvenza dei debiti sovrani in seguito, la crisi che sta attraversando l'Italia ha origini più antiche ed interne poiché l'Italia registrava bassi tassi di sviluppo già dall'inizio degli anni 2000;
le piccole e medie imprese rappresentano un patrimonio di fondamentale importanza per l'economia italiana e uno dei principali elementi di vitalità del nostro Paese, ma rappresentano altresì il settore che sta maggiormente soffrendo dell'attuale contingenza economica;
nell'attuale scenario, oltre al calo della domanda interna ed estera, le difficoltà incontrate dalle piccole e medie imprese sono di ordine finanziario e possono essere principalmente ricondotte a due ordini di problemi: le difficoltà di accesso al credito e di rientro dei prestiti ricevuti dalle banche; i ritardi dei pagamenti dei crediti vantati nei confronti sia della pubblica amministrazione, sia dei clienti privati;
in tema di credito non ha certo giovato l'introduzione dei nuovi requisiti patrimoniali per gli istituti bancari, previsti dall'accordo «Basilea3» per garantire la stabilità del sistema che ha determinato effetti restrittivi nell'erogazione del credito alle piccole e medie imprese;
oltre agli effetti derivanti dall'accordo «Basilea3» le banche italiane devono scontare anche le conseguenze derivanti dalla richiesta dell'Autorità bancaria europea alle banche europee di aumentare la propria capitalizzazione, al fine di rafforzare la fiducia dei mercati nella capacità degli istituti di credito di fronteggiare gli shock provenienti dal fronte dei debiti sovrani;
la seconda long term refinancing operation (Ltro) della Banca centrale europea ha assegnato 529,53 miliardi di euro in asta a 36 mesi al tasso dell'1 per cento e segue quella di 489 miliardi di euro collocati a dicembre 2011, entrambe finalizzate a stimolare la concessione di prestiti da parte delle banche;
in questa delicata fase, i consorzi di garanzia collettiva dei fidi hanno continuato a svolgere un'importante funzione e a rappresentare uno strumento efficace nel migliorare le condizioni di accesso ai prestiti e nell'aumentare la qualità del credito bancario alle imprese, soprattutto di minore dimensione, consentendo, in particolare, a quelle associate a consorzi di garanzia di ottenere linee di credito a tassi d'interesse più bassi rispetto a quelle non associate;
in tal senso, infatti, l'Italia rappresenta un caso di successo in termini di penetrazione della garanzia sul totale dei finanziamenti concessi alle imprese;
tuttavia, mentre i Paesi esteri si caratterizzano per la presenza di schemi di filiera della garanzia semplici e strettamente correlati alle politiche economiche e industriali «centrali», nonché per l'assenza di capillarità distributiva e contribuzione privata alla formazione delle risorse a sostegno della filiera stessa, l'Italia, al contrario, presenta un modello distributivo molto sviluppato e con forti legami sul territorio, basato essenzialmente sul soggetto confidi quale attore principale della garanzia diretta e di primo livello, ma, al contempo, la filiera è lunga e complessa, con molte sovrapposizioni tra i diversi attori, istituzionali e non, e una minore focalizzazione di politica economica;
i diversi accordi denominati «moratoria», concordati tra le organizzazioni di impresa, l'Abi e i Ministeri dell'economia e delle finanze e dello sviluppo economico hanno consentito a tutte le piccole e medie imprese di attenuare gli effetti della carenza di liquidità attraverso la sospensione delle rate di mutui e di leasing;
la nuova «moratoria», resa possibile anche grazie alla liquidità messa a disposizione dalla Banca centrale europea, riguarda un'ampia gamma di linee di credito aperte dalle imprese, così da consentire ad un gran numero di piccole e medie imprese di beneficiare della sospensione delle rate di mutui e di leasing o dell'allungamento delle anticipazioni bancarie;
in tema di ritardo nei pagamenti dalla pubblica amministrazione in Italia (che costano alle piccole e medie imprese 3,7 miliardi di euro di oneri finanziari), è stato stimato che, al termine contrattuale di 90 giorni, si somma un ritardo medio di altri 90 giorni, per un totale di 180 giorni, il che rende la pubblica amministrazione italiana il peggiore pagatore d'Europa. Tuttavia, sebbene nel Mezzogiorno il cliente prevalente delle imprese è la pubblica amministrazione, nel Nord e nel Centro, invece, i clienti sono soprattutto privati e anche qui la situazione è difficilissima, anche perché le azioni legali sono costose per la lunghezza dei tempi della giustizia e spesso inefficaci;
su questo tema sono stati emanati recentemente appositi decreti attuativi da parte del Governo per agevolare la certificazione dei crediti vantati dalle imprese nei confronti della pubblica amministrazione, nonché per rendere possibile la compensazione tra posizioni creditorie e debitorie delle stesse imprese nei confronti dello Stato. Inoltre, è stato sottoscritto un nuovo accordo tra l'Abi e le rappresentanze delle imprese, che mira ad agevolare e rendere più conveniente per le imprese le operazioni di «smobilizzo», dei crediti che queste ultime vantano nei confronti della pubblica amministrazione, in linea con quanto previsto dagli stessi decreti attuativi;
la scarsa liquidità e l'insolvibilità non spiegano da sole la crisi che sta attraversando il mondo delle piccole e medie imprese;
esistono anche altri fattori che hanno determinato questa situazione legati alla redditività e alla capacità delle imprese di restare competitive,
impegna il Governo:
ad assumere iniziative presso le competenti sedi europee al fine di mitigare gli effetti, in particolare con riferimento all'accesso al credito delle piccole e medie imprese, derivanti dall'applicazione delle nuove regole stabilite dall'Unione europea in materia di coefficienti patrimoniali e di capitalizzazione delle banche italiane (come, ad esempio, il supporto all'iniziativa promosso dall'Abi e dalle altre rappresentanze di impresa per l'applicazione di uno specifico coefficiente che sterilizzi gli effetti avversi di «Basilea 3», sui prestiti alle piccole e medie imprese);
ad adottare iniziative volte a rafforzare il ruolo e l'operatività dei consorzi di garanzia collettiva fidi;
a ridefinire e semplificare la filiera italiana delle garanzie oggetto di finanziamento ai privati (retail), preservandone la natura fortemente sussidiaria e basata sullo strumento dei confidi;
a vigilare, per quanto di competenza, affinché la nuova normativa in tema di compensazione tra i crediti commerciali verso la pubblica amministrazione e i debiti tributari venga applicata correttamente, producendo così i risultati sperati;
a recepire tempestivamente, nell'ambito della delega contenuta nell'articolo 10 della legge n. 180 del 2011, cosiddetto statuto delle imprese, la direttiva comunitaria sui ritardi di pagamento, anche per ridurre il rischio di far accumulare nuovi debiti da parte della pubblica amministrazione e dei clienti privati.
(1-00970)
«Ciccanti, Galletti, Anna Teresa Formisano, Ruggeri, Pezzotta, Occhiuto, Compagnon, Naro, Volontè, Poli, Libè».
La Camera,
premesso che:
il rischio della proliferazione nucleare e di un uso di armi nucleari, anche su scala regionale, rappresenta a tutt'oggi una minaccia ancora presente nel contesto
internazionale, non solo in considerazione della condotta di alcuni Stati che minacciano di mettere a repentaglio il regime di progressivo disarmo, non proliferazione ed uso pacifico del nucleare codificato dal trattato di non proliferazione nucleare, ma anche alla luce di nuove minacce di natura asimmetrica come quella rappresentata dal terrorismo internazionale;
nel corso degli ultimi anni, proprio la consapevolezza di tale scenario ha prodotto numerose iniziative assunte per incoraggiare la comunità internazionale a procedere concretamente verso l'obiettivo di un mondo libero da armi nucleari, superando progressivamente la logica della deterrenza, attraverso trattati internazionali per la riduzione degli armamenti, dichiarazioni di principio, revisioni delle concezioni strategiche e delle dottrine nucleari di singoli paesi e di alleanze militari internazionali;
in questo ambito, di grande rilievo ed impulso per l'intera comunità internazionale è stata la nuova politica adottata dall'Amministrazione USA, inaugurata col discorso pronunciato dal Presidente Obama il 5 aprile 2009 a Praga, nel quale è stato indicato alla comunità internazionale l'obiettivo di «un mondo senza armi nucleari», da conseguire attraverso la riduzione degli arsenali nucleari, la messa al bando globale dei test nucleari - anche attraverso una ratifica del CTBT da parte statunitense, la moratoria della produzione dei materiali fissili utilizzati per la costruzione di armi nucleari, il rafforzamento dell'autorità preposta alle ispezioni internazionali, il ripensamento della cooperazione nucleare a scopi civili;
il 23 giugno 2009 la Camera dei deputati e il 17 dicembre 2009 il Senato della Repubblica hanno approvato mozioni parlamentari sostenute da larghissimo consenso, che incoraggiano il Governo italiano a lavorare, in ogni sede internazionale multilaterale, per raggiungere l'obiettivo di un mondo libero da armi nucleari;
il 26 febbraio 2010 i Ministri degli affari esteri di Germania, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e Norvegia hanno inviato una lettera al Segretario generale della NATO per richiedere l'apertura di un ampio dibattito in seno all'Alleanza Atlantica, con particolare riferimento alla prospettiva di una riduzione e di un ritiro delle armi nucleari tattiche statunitensi presenti sul territorio europeo;
il Parlamento europeo ha approvato con voto bipartisan il 10 marzo 2010 una risoluzione che «richiama l'attenzione sull'anacronismo strategico delle armi tattiche nucleari e sulla necessità che l'Europa contribuisca alla loro riduzione ed eliminazione dal proprio territorio nel contesto di un dialogo di più ampio respiro con la Russia; prende atto in tale contesto della decisione adottata il 24 ottobre 2009 dal Governo di coalizione tedesco di adoperarsi per il ritiro delle armi nucleari dalla Germania nell'ambito del processo globale di conseguimento di un mondo denuclearizzato; si compiace della lettera inviata il 26 febbraio 2010 dai Ministri degli affari esteri di Germania, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e Norvegia al Segretario generale della Nato, in cui si chiede l'avvio di un ampio dibattito in seno all'Alleanza sulle modalità di conseguimento dell'obiettivo politico generale di un mondo senza armi nucleari». Nella stessa risoluzione si ribadisce come «nell'ambito degli accordi di condivisione nucleare o degli accordi bilaterali in ambito Nato sono a tutt'oggi schierate in cinque Paesi membri non nucleari dell'Alleanza 150-200 armi tattiche nucleari (Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Turchia)»;
il Consiglio dell'Unione europea nella decisione 2010/212/CFSP del 29 marzo 2010 relativa alla posizione dell'Unione europea nella Conferenza di revisione del TNP del 2010, con esplicito riferimento alle armi nucleari non-strategiche ha esortato «tutti gli Stati che posseggono tali armi ad includerle nei rispettivi processi generali di controllo degli armamenti e di disarmo, in vista della loro riduzione ed eliminazione secondo modalità verificabili e irreversibili»;
nella Nuclear Posture Review pubblicata dal Dipartimento della Difesa USA il 6 aprile 2010, l'Amministrazione statunitense ridefinisce la sua dottrina strategica, a partire da una riduzione del ruolo e del numero delle armi nucleari nella politica di sicurezza nazionale e afferma che: «sebbene le armi nucleari abbiano dimostrato di essere una componente chiave delle assicurazioni americane agli alleati e partner, gli Stati Uniti hanno fatto sempre più affidamento su elementi non-nucleari per rafforzare le architetture di sicurezza regionali, tra cui una presenza avanzata di forze convenzionali americane ed efficaci difese di teatro contro i missili balistici. Con la progressiva riduzione del ruolo delle armi nucleari nella strategia di sicurezza nazionale statunitense, questi elementi non nucleari assumeranno una quota maggiore degli oneri di deterrenza. Inoltre, un elemento indispensabile di un'efficace deterrenza regionale è non solo di tipo non-nucleare, ma anche non militare - i solidi legami politici di fiducia tra gli Stati Uniti e i loro alleati e partner»;
l'8 aprile 2010 a Praga è stato sottoscritto dal Presidente americano Obama e da quello russo Medvedev il nuovo Trattato sulla riduzione degli arsenali nucleari (New Strategic Arms Reductm-Treaty - New START), ratificato il 22 dicembre 2010 dal Senato USA e il 25 e 26 gennaio 2011 dalla Duma e dal Consiglio federale della Federazione Russa;
il 28 maggio 2010 si è conclusa a New York la Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione (TNP) con l'approvazione di un documento finale consensuale che contiene un piano d'azione in 64 punti. Dopo il fallimento della Conferenza di riesame del 2005, si è così raggiunto un accordo unanime su misure concrete: rilancio delle «garanzie negative di sicurezza»; invito a ratificare il Trattato per il bando totale delle esplosioni nucleari (Comprehensive Test Ban Treaty - CTBT); sollecitazione a concludere un trattato per il bando della produzione di materiali fissili e la riduzione di quelli esistenti (Fissile Majerial Cutoff Treaty - FMCT) sotto il controllo dell'Agenzia atomica internazionale di Vienna (IAEA); convocazione di una conferenza internazionale nel 2012 per realizzare una zona priva di armi di distruzione di massa e dei rispettivi vettori in Medio Oriente;
il 3 giugno 2010 la Camera dei deputati ha approvato una nuova mozione parlamentare, con consenso unanime, che impegna, tra le altre cose, il Governo italiano «ad approfondire con gli alleati, nel quadro del nuovo concetto strategico della Nato di prossima approvazione, il ruolo delle armi nucleari sub-strategiche, e a sostenere l'opportunità di addivenire - tramite passi misurati, concreti e comunque concertati tra gli alleati - ad una loro progressiva ulteriore riduzione, nella prospettiva della loro eliminazione»;
il 19 novembre 2010 è stato adottato a Lisbona il nuovo «Concetto Strategico per la Difesa e Sicurezza dei Membri della NATO» dal titolo «Active Engagement, Modem Defence», che assume l'impegno «a realizzare un mondo più sicuro per tutti e a creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari, conformemente agli obiettivi del Trattato di non proliferazione nucleare, in modo da promuovere la stabilità internazionale sulla base del principio di una sicurezza immutata per tutti»;
nel nuovo Concetto Strategico della NATO i Paesi Alleati affermano inoltre che «con i cambiamenti nel contesto della sicurezza dopo la fine della Guerra fredda, abbiamo ridotto drasticamente il numero di armi nucleari presenti in Europa e la nostra dipendenza dalle armi nucleari nell'ambito della strategia della NATO. Ci adopereremo per creare le condizioni per ulteriori riduzioni in futuro», sulla base del principio che «il controllo degli armamenti, il disarmo e la non proliferazione contribuiscono alla pace, alla sicurezza e alla stabilità internazionale, garantendo una sicurezza immutata per tutti i membri dell'Alleanza»;
nell'ambito della stessa revisione strategica che si è compiuta in sede NATO, il molo delle armi nucleari tattiche è stato derubricato, in relazione al fatto che «la garanzia suprema della sicurezza degli Alleati è assicurata dalle forze nucleari strategiche, in particolare quelle degli USA; le forze nucleari strategiche indipendenti di Gran Bretagna e Francia, che hanno un loro proprio ruolo deterrente, contribuiscono alla complessiva deterrenza e sicurezza degli Alleati»;
così come stabilito dalla Dichiarazione del summit di Lisbona del 20 novembre 2010, l'adozione del nuovo Concetto Strategico della NATO ha dato avvio alla «Nato's Defence & Deterrence Posture Review», un processo di revisione dell'intera posizione dell'Alleanza in materia nucleare, convenzionale e missilistica, che si concluderà nel vertice previsto nel maggio 2012 negli USA a Chicago;
il 14 aprile 2011 è stato sottoscritto al vertice dei ministri degli esteri NATO a Berlino da parte di Polonia, Norvegia, Germania e Paesi Bassi un «non-paper sul rafforzamento della trasparenza e della fiducia in relazione alle armi nucleari tattiche in Europa» indirizzato al Segretario Generale della NATO. Il documento ha ricevuto il sostegno di Belgio, Repubblica Ceca, Ungheria, Islanda, Lussemburgo e Slovenia. Tale iniziativa ha inteso sollecitare un più sistematico dialogo tra NATO e Federazione Russa, con l'adozione di una serie di misure di trasparenza reciproca tra USA e Russia che possano favorire una progressiva riduzione e una successiva definitiva eliminazione delle armi nucleari tattiche dal territorio europeo;
il 27 maggio 2011 è stata approvata la «Dichiarazione sulla non proliferazione e sul disarmo» al vertice G8 di Deauville, in Francia. In essa, è stato riaffermato il sostegno incondizionato al trattato di non proliferazione (TNP) come pietra angolare del regime internazionale di non proliferazione; è stato rivolto un appello «a tutti gli Stati non ancora parti del trattato di non proliferazione (TNP), della Convenzione sulle armi chimiche (CWC) e della Convenzione sulle armi biologiche e tossiche (BTWC), ad aderire senza indugio»; è stato riaffermato l'impegno a dare attuazione alle decisioni della Conferenza di revisione del TNP del 2010 per quanto riguarda la «costituzione in Medio Oriente di una zona libera dalle armi nucleari e dalle altre armi di distruzione di massa», facendo tutti gli sforzi necessari alla preparazione della Conferenza che si terrà nel 2012; è stato confermato l'impegno per la «cessazione definitiva di tutti i test sulle armi nucleari, attraverso una rapida entrata in vigore del «Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty» (CTBT) e una sua universalizzazione» e ribadito il «sostegno per il lavoro svolto dal "Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty Organization" (CTBTO), nella costruzione di tutti gli elementi del regime di verifica, in particolare il Sistema di monitoraggio internazionale (IMS) e le ispezioni in loco»; è stato rivolto un invito a tutti gli Stati partecipanti alla Conferenza sul disarmo affinché avviino immediatamente negoziati internazionali per giungere alla conclusione di un trattato sulla messa al bando della produzione di materiale fissile;
nel dicembre 2011, la «Nuclear Threat initiative» ha pubblicato il rapporto «Reducing Nuclear Risks in Europe: A Framework for Action», accompagnato da 10 obiettivi concreti (10 per il 2012») indicati dall'ex senatore americano Sam Nunn in vista del vertice NATO di maggio 2012 a Chicago, che mirano a sottolineare tra l'altro la necessità di cambiare lo status delle armi nucleari tattiche in Europa, assumendo l'obiettivo di completarne il rientro in territorio statunitense nell'arco dei prossimi cinque anni, definendo i passaggi intermedi e la tempistica definitiva dell'implementazione di questo obiettivo in base agli sviluppi del più ampio contesto politico e di sicurezza nelle relazioni tra NATO e Federazione Russa,
impegna il Governo:
a svolgere un ruolo attivo a sostegno delle misure di disarmo e di non proliferazione
nucleare in tutte le sedi internazionali proprie, e in particolare, in vista del prossimo vertice NATO di maggio 2012 a Chicago, a sostenere nell'ambito della «Defence & Deterrence Posture Review» l'assunzione di una «declaratory policy» della NATO che indichi come scopo fondamentale delle sue armi nucleari la deterrenza dell'uso di armi nucleari da parte di altri, in linea con le «declaratory policies» di USA e Gran Bretagna, e che incoraggi contestualmente la riduzione del valore e della centralità attribuita agli arsenali tattici per la deterrenza nucleare;
a sostenere, nell'ambito della «Defence & Deterrence Posture Review» e in vista del prossimo vertice NATO di maggio 2012 a Chicago, l'opportunità di misure di trasparenza da parte della NATO, superando in particolare la «secrecy policy» («neither-confirm-nor-deny») e giungendo quindi ad annunciare il numero esatto delle armi nucleari tattiche presenti in Europa e i paesi che le ospitano, in coerenza con la politica più trasparente in materia di arsenali nucleari adottata con la recente «Nuclear Posture Review» degli USA e approvata dal nuovo Concetto Strategico della NATO;
a sostenere, nell'ambito della «Defence & Deterrence Posture Review» e in vista del prossimo vertice NATO di maggio 2012 a Chicago, in linea con gli orientamenti già assunti dalle istituzioni italiane, l'opportunità di ridurre ulteriormente il numero di armi nucleari tattiche in Europa, nella prospettiva della loro eliminazione, anche tramite il sostegno alla proposta di annunciare l'obiettivo di completarne il rientro in territorio statunitense nell'arco dei prossimi cinque anni, definendo i passaggi intermedi e la tempistica definitiva dell'implementazione di questo obiettivo in base agli sviluppi del più ampio contesto politico e di sicurezza nelle relazioni tra NATO e Federazione Russa;
a sostenere in occasione del vertice NATO del maggio 2012, l'obiettivo di approfondire le consultazioni e di rafforzare il dialogo tra la NATO e la Federazione Russa, a partire dal rilancio delle attività del Consiglio NATO-Russia (NRC), sull'insieme delle questioni relative alla sicurezza Euro-Atlantica - dalla difesa missilistica alle armi convenzionali e nucleari, includendo misure per aumentare i tempi di allarme e di decisione di natura politica e militare e per limitare il timore della prospettiva di uno «short warning» rispetto ad un attacco convenzionale - per consolidare la fiducia reciproca e per favorire l'adozione, su base volontaria, di misure di trasparenza, di sicurezza, di monitoraggio e di progressiva riduzione delle armi nucleari tattiche in Europa, nella prospettiva della loro eliminazione;
a contribuire nelle sedi internazionali proprie, in coerenza con gli obiettivi già indicati dal vertice G8 dell'Aquila, alla piena realizzazione degli impegni assunti a conclusione della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione del maggio 2010, operando per il rafforzamento del regime internazionale di non proliferazione, per l'attuazione del sistema delle «garanzie negative di sicurezza», per l'entrata in vigore del Trattato per la messa al bando delle sperimentazioni, per l'avvio di negoziati per la messa al bando della produzione di materiale fissile (FMCT), per la realizzazione di una Zona priva di armi di distruzione di massa e dei rispettivi vettori in Medio Oriente e per l'adozione universale del protocollo aggiuntivo dell'AIEA, con l'obiettivo di consolidare le capacità ispettive dell'agenzia;
a promuovere l'educazione al disarmo nel quadro delle Nazioni Unite, dell'Unione Europea e sul piano nazionale con particolare riferimento, in quest'ultimo caso, alla formazione professionale dei funzionari diplomatici e degli ufficiali delle Forze Armate.
(1-00971)
«Mogherini Rebesani, La Malfa, Boniver, Pezzotta, Mosella, Commercio, Baccini, Boccuzzi, Bossa, Brandolini, Cambursano, Marco Carra, Coscia, De Biasi, D'Incecco, Farinone, Grassi, Marchi, Mattesini, Melandri, Menia, Moles, Motta, Nicco, Peluffo, Pistelli, Porta, Rosato, Rubinato, Rugghia, Sbrollini, Servodio, Siragusa, Codurelli».
NUOVA FORMULAZIONE
La Camera,
premesso che:
il rischio della proliferazione nucleare e di un uso di armi nucleari, anche su scala regionale, rappresenta a tutt'oggi una minaccia ancora presente nel contesto internazionale, non solo in considerazione della condotta di alcuni Stati che minacciano di mettere a repentaglio il regime di progressivo disarmo, non proliferazione ed uso pacifico del nucleare codificato dal trattato di non proliferazione nucleare, ma anche alla luce di nuove minacce di natura asimmetrica come quella rappresentata dal terrorismo internazionale;
nel corso degli ultimi anni, proprio la consapevolezza di tale scenario ha prodotto numerose iniziative assunte per incoraggiare la comunità internazionale a procedere concretamente verso l'obiettivo di un mondo libero da armi nucleari, superando progressivamente la logica della deterrenza, attraverso trattati internazionali per la riduzione degli armamenti, dichiarazioni di principio, revisioni delle concezioni strategiche e delle dottrine nucleari di singoli Paesi e di alleanze militari internazionali;
in questo ambito di grande rilievo ed impulso per l'intera comunità internazionale è stata la nuova politica adottata dall'amministrazione Usa, inaugurata con il discorso pronunciato dal Presidente Obama il 5 aprile 2009 a Praga, nel quale è stato indicato alla comunità internazionale l'obiettivo di «un mondo senza armi nucleari», da conseguire attraverso la riduzione degli arsenali nucleari, la messa al bando globale dei test nucleari - anche attraverso una ratifica del Trattato per il bando totale delle esplosioni nucleari (Comprehensive Test Ban Treaty - Ctbt) da parte statunitense, la moratoria della produzione dei materiali fissili utilizzati per la costruzione di armi nucleari, il rafforzamento dell'autorità preposta alle ispezioni internazionali, il ripensamento della cooperazione nucleare a scopi civili;
il 23 giugno 2009, la Camera dei deputati e il 17 dicembre 2009 il Senato della Repubblica hanno approvato mozioni parlamentari sostenute da larghissimo consenso, che incoraggiano il Governo italiano a lavorare, in ogni sede internazionale multilaterale, per raggiungere l'obiettivo di un mondo libero da armi nucleari;
il 26 febbraio 2010 i Ministri degli affari esteri di Germania, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e Norvegia hanno inviato una lettera al Segretario generale della Nato per richiedere l'apertura di un ampio dibattito in seno all'Alleanza atlantica, con particolare riferimento alla prospettiva di una riduzione e di un ritiro delle armi nucleari tattiche statunitensi presenti sul territorio europeo;
il Parlamento europeo ha approvato con voto bipartisan il 10 marzo 2010 una risoluzione che «richiama l'attenzione sull'anacronismo strategico delle armi tattiche nucleari e sulla necessità che l'Europa contribuisca alla loro riduzione ed eliminazione dal proprio territorio nel contesto di un dialogo di più ampio respiro con la Russia; prende atto in tale contesto della decisione adottata il 24 ottobre 2009 dal Governo di coalizione tedesco di adoperarsi per il ritiro delle armi nucleari dalla Germania nell'ambito del processo globale di conseguimento di un mondo denuclearizzato; si compiace della lettera inviata il 26 febbraio 2010 dai Ministri degli affari esteri di Germania, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e Norvegia al Segretario generale della Nato, in cui si chiede l'avvio di un ampio dibattito in seno all'Alleanza sulle modalità di conseguimento dell'obiettivo politico generale di un mondo senza armi nucleari». Nella stessa risoluzione si ribadisce come «nell'ambito degli accordi di condivisione nucleare o degli accordi bilaterali in ambito Nato sono a tutt'oggi schierate in cinque Paesi membri non nucleari dell'Alleanza 150-200 armi tattiche nucleari (Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Turchia)»;
il Consiglio dell'Unione europea nella decisione 2010/212/CFSP del 29 marzo 2010, relativa alla posizione dell'Unione europea nella Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare, del 2010, con esplicito riferimento alle armi nucleari non-strategiche ha esortato «tutti gli Stati che posseggono tali armi ad includerle nei rispettivi processi generali di controllo degli armamenti e di disarmo, in vista della loro riduzione ed eliminazione secondo modalità verificabili e irreversibili»;
nella nuclear posture Review pubblicata dal Dipartimento della difesa degli Usa il 6 aprile 2010, l'amministrazione statunitense ridefinisce la sua dottrina strategica, a partire da una riduzione del ruolo e del numero delle armi nucleari nella politica di sicurezza nazionale e afferma che: «sebbene le armi nucleari abbiano dimostrato di essere una componente chiave delle assicurazioni americane agli alleati e partner, gli Stati Uniti hanno fatto sempre più affidamento su elementi non-nucleari per rafforzare le architetture di sicurezza regionali, tra cui una presenza avanzata di forze convenzionali americane ed efficaci difese di teatro contro i missili balistici. Con la progressiva riduzione del ruolo delle armi nucleari nella strategia di sicurezza nazionale statunitense, questi elementi non nucleari assumeranno una quota maggiore degli oneri di deterrenza. Inoltre, un elemento indispensabile di un'efficace deterrenza regionale è non solo di tipo non-nucleare, ma anche non militare - i solidi legami politici di fiducia tra gli Stati Uniti e i loro alleati e partner»;
l'8 aprile 2010 a Praga è stato sottoscritto dal Presidente americano Obama e da quello russo Medvedev il nuovo Trattato sulla riduzione degli arsenali nucleari (New Strategie Arms Reduction - Treaty - New Start), ratificato il 22 dicembre 2010 dal Senato Usa e il 25 e 26 gennaio 2011 dalla Duma e dal Consiglio federale della Federazione russa;
il 28 maggio 2010 si è conclusa a New York la Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare con l'approvazione di un documento finale consensuale che contiene un piano d'azione in 64 punti. Dopo il fallimento della Conferenza di riesame del 2005, si è così raggiunto un accordo unanime su misure concrete: rilancio delle «garanzie negative di sicurezza»; invito a ratificare il Trattato per il bando totale delle esplosioni nucleari (Comprehensive Test Ban Treaty - Ctbt); sollecitazione a concludere un trattato per il bando della produzione di materiali fissili e la riduzione di quelli esistenti (Fissile Material Cutoff Treaty - Fmct) sotto il controllo dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Iaea); convocazione di una conferenza internazionale nel 2012 per realizzare una zona priva di armi di distruzione di massa e dei rispettivi vettori in Medio Oriente;
il 3 giugno 2010 la Camera dei deputati ha approvato una nuova mozione parlamentare, con consenso unanime, che impegna, tra le altre cose, il Governo italiano «ad approfondire con gli alleati, nel quadro del nuovo concetto strategico della Nato di prossima approvazione, il ruolo delle armi nucleari sub-strategiche, e a sostenere l'opportunità di addivenire - tramite passi misurati, concreti e comunque concertati tra gli alleati - ad una loro progressiva ulteriore riduzione, nella prospettiva della loro eliminazione»;
il 19 novembre 2010 è stato adottato a Lisbona il nuovo «Concetto strategico per la difesa e sicurezza dei membri della Nato» dal titolo «Active Engagement, Modern Defence», che - pur ribadendo che finché esisteranno armi nucleari, la Nato resterà un'«alleanza nucleare» - assume l'impegno «a realizzare un mondo più sicuro per tutti e a creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari, conformemente agli obiettivi del Trattato di non proliferazione nucleare, in modo da promuovere la stabilità internazionale sulla base del principio di una sicurezza immutata per tutti»;
nel nuovo concetto strategico della Nato, i Paesi Alleati affermano inoltre che «con i cambiamenti nel contesto della sicurezza dopo la fine della Guerra fredda, abbiamo ridotto drasticamente il numero di armi nucleari presenti in Europa e la nostra dipendenza dalle armi nucleari nell'ambito della strategia della Nato. Ci adopereremo per creare le condizioni per ulteriori riduzioni in futuro», sulla base del principio che «il controllo degli armamenti, il disarmo e la non proliferazione contribuiscono alla pace, alla sicurezza e alla stabilità internazionale, garantendo una sicurezza immutata per tutti i membri dell'Alleanza»;
nell'ambito della stessa revisione strategica che si è compiuta in sede Nato si è riconosciuto che l'alleanza ha drasticamente ridotto il numero di armi nucleari di stanza in Europa, oltre che l'affidamento sulle armi nucleari nella strategia Nato. L'alleanza ha ribadito, del resto, che «la garanzia suprema della sicurezza degli Alleati è assicurata dalle forze nucleari strategiche, in particolare quelle degli Usa; le forze nucleari strategiche indipendenti di Gran Bretagna e Francia, che hanno un loro proprio ruolo deterrente, contribuiscono alla complessiva deterrenza e sicurezza degli Alleati»;
così come stabilito dalla dichiarazione del summit di Lisbona del 20 novembre 2010, l'adozione del nuovo concetto strategico della Nato ha dato avvio alla «Nato's Defence and Deterrence Posture Review», un processo di revisione dell'intera posizione dell'Alleanza in materia nucleare, convenzionale e missilistica, che si concluderà nel vertice previsto nel maggio 2012 negli Usa a Chicago;
il 14 aprile 2011 è stato sottoscritto al vertice dei ministri degli esteri Nato a Berlino, da parte di Polonia, Norvegia, Germania e Paesi Bassi, un «non-paper sul rafforzamento della trasparenza e della fiducia in relazione alle armi nucleari tattiche in Europa» indirizzato al Segretario generale della Nato. Il documento ha ricevuto il sostegno di Belgio, Repubblica Ceca, Ungheria, Islanda, Lussemburgo e Slovenia. Tale iniziativa ha inteso sollecitare un più sistematico dialogo tra Nato e Federazione russa, con l'adozione di una serie di misure di trasparenza reciproca tra Usa e Russia che possano favorire una progressiva riduzione e una successiva definitiva eliminazione delle armi nucleari tattiche dal territorio europeo;
il 27 maggio 2011 è stata approvata la «Dichiarazione sulla non proliferazione e sul disarmo» al vertice G8 di Deauville, in Francia. In essa, è stato riaffermato il sostegno incondizionato al Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) come pietra angolare del regime internazionale di non proliferazione; è stato rivolto un appello «a tutti gli Stati non ancora parti del trattato di non proliferazione (Tnp), della Convenzione sulle armi chimiche (Cwc) e della Convenzione sulle armi biologiche e tossiche (Btwc), ad aderire senza indugio»; è stato riaffermato l'impegno a dare attuazione alle decisioni della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare del 2010 per quanto riguarda la «costituzione in Medio Oriente di una zona libera dalle armi nucleari e dalle altre armi di distruzione di massa», facendo tutti gli sforzi necessari alla preparazione della conferenza che si terrà nel 2012; è stato confermato l'impegno per la «cessazione definitiva di tutti i test sulle armi nucleari, attraverso una rapida entrata in vigore del «Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty» (Ctbt) e una sua universalizzazione» e ribadito il «sostegno per il lavoro svolto dal "Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty Organization", (Ctbto), nella costruzione di tutti gli elementi del regime di verifica, in particolare il Sistema di monitoraggio internazionale (Ims) e le ispezioni in loco»; è stato rivolto un invito a tutti gli Stati partecipanti alla Conferenza sul disarmo affinché avviino immediatamente negoziati internazionali per giungere alla conclusione di un trattato sulla messa al bando della produzione di materiale fissile;
nel dicembre 2011, la «Nuclear Threat Initiative» ha pubblicato il rapporto «Reducing Nuclear Risks in Europe: A Framework for Action», accompagnato da 10 obiettivi concreti (10 per il 2012) indicati dall'ex senatore americano Sam Nunn in vista del vertice Nato di maggio 2012 a Chicago, che mirano a sottolineare tra l'altro la necessità di cambiare lo status delle armi nucleari tattiche in Europa, assumendo l'obiettivo di completarne il rientro in territorio statunitense nell'arco dei prossimi cinque anni, definendo i passaggi intermedi e la tempistica definitiva dell'implementazione di questo obiettivo in base agli sviluppi del più ampio contesto politico e di sicurezza nelle relazioni tra Nato e Federazione russa,
impegna il Governo:
a svolgere un ruolo attivo a sostegno delle misure di disarmo e di non proliferazione nucleare in tutte le sedi internazionali proprie e, in particolare, in vista del prossimo vertice Nato di maggio 2012 a Chicago, a sostenere nell'ambito della «Defence and Deterrence Posture Review» l'assunzione di una «declaratory policy» della Nato che indichi come scopo fondamentale delle sue armi nucleari la deterrenza dell'uso di armi nucleari da parte di altri, in linea con le «declaratory policies» di Usa e Gran Bretagna in materia di impiego dell'arma nucleare e di garanzie negative di sicurezza, e che incoraggi contestualmente la riduzione del ruolo degli arsenali tattici per la deterrenza nucleare;
a sostenere, nell'ambito della «Defence and Deterrence Posture Review» e in vista del prossimo vertice Nato di maggio 2012 a Chicago, l'opportunità di rafforzare le misure di trasparenza da parte dell'Alleanza atlantica, in coerenza con la politica in materia di arsenali nucleari adottata con la recente «Nuclear Posture Review» degli Usa e coerente con il nuovo concetto strategico della Nato;
a sostenere, nell'ambito della «Defence and Deterrence Posture Review» e in vista del prossimo vertice Nato di maggio 2012 a Chicago, l'opportunità di ridurre ulteriormente il numero di armi nucleari tattiche in Europa, nella prospettiva della loro eliminazione, anche tramite il sostegno a proposte concrete che consentano di definire, in via consensuale nell'ambito dell'Alleanza atlantica, passaggi intermedi ed una tempistica definitiva per l'implementazione di questo obiettivo, anche in base agli sviluppi del più ampio contesto politico e di sicurezza nelle relazioni tra Nato e Federazione russa e in un quadro di reciprocità;
a sostenere in occasione del vertice Nato del maggio 2012, l'obiettivo di approfondire le consultazioni e di rafforzare il dialogo tra la Nato e la Federazione russa, a partire dal rilancio delle attività del Consiglio Nato-Russia (NRC), sull'insieme delle questioni relative alla sicurezza euro-atlantica, dalla difesa missilistica alle armi convenzionali e nucleari, per consolidare la fiducia reciproca e per favorire l'adozione, su base volontaria, di misure di trasparenza, di sicurezza, di monitoraggio, di riduzione ulteriore dello stato di operatività dei sistemi di arma nucleare in modo da promuovere la stabilità e la sicurezza internazionale (conclusioni della conferenza sul riesame del Trattato di non proliferazione nucleare del 2010, azione 5e) e di progressiva riduzione delle armi nucleari tattiche in Europa, nella prospettiva della loro eliminazione;
a contribuire nelle sedi internazionali proprie, in coerenza con gli obiettivi già indicati dal vertice G8 dell'Aquila, alla piena realizzazione degli impegni assunti a conclusione della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare del maggio 2010, operando per il rafforzamento del regime internazionale di non proliferazione, per l'attuazione del sistema delle «garanzie negative di sicurezza», per l'entrata in vigore del Trattato per la messa al bando delle sperimentazioni, per l'avvio di negoziati per la messa al bando della produzione di materiale fissile (Fmct), per la realizzazione di una zona priva di armi di distruzione di massa e dei rispettivi vettori in Medio Oriente e per l'adozione universale del protocollo aggiuntivo dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, con l'obiettivo di consolidare le capacità ispettive dell'agenzia;
a promuovere la formazione relativa alla materia del disarmo, della non proliferazione e del controllo degli armamenti, nel quadro delle Nazioni Unite, dell'Unione europea e sul piano nazionale, con particolare riferimento, in quest'ultimo caso, alla formazione professionale dei funzionari diplomatici e degli ufficiali delle Forze armate.
(1-00971) (Nuova formulazione) «Mogherini Rebesani, La Malfa, Boniver, Pezzotta, Paglia, Mosella, Commercio, Baccini, Boccuzzi, Bossa, Brandolini, Cambursano, Marco Carra, Coscia, De Biasi, D'Incecco, Farinone, Grassi, Marchi, Mattesini, Melandri, Menia, Moles, Motta, Nicco, Peluffo, Pistelli, Porta, Rosato, Rubinato, Rugghia, Sbrollini, Servodio, Siragusa, Codurelli».
Risoluzioni in Commissione:
La XIII Commissione,
premesso che:
Buonitalia nasce quale società per azioni a capitale interamente pubblico il 4 luglio 2003 dalla preesistente società «Naturalmenteitaliano Unipersonale s.r.l.», costituita dall'istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare - ISMEA - il 24 luglio 2002;
l'articolo 17, comma 1, del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99, ha individuato la società citata quale strumento operativo-funzionale ed organico del Ministero delle politiche agricole e forestali, con le finalità di promuovere e diffondere nel mondo la conoscenza del patrimonio agricolo e agroalimentare italiano; erogare servizi al sistema delle imprese agroalimentari al fine di favorirne l'internazionalizzazione; tutelare le produzioni italiane attraverso la registrazione e la difesa giuridica internazionale dei marchi associati alle produzioni nazionali di origine;
l'articolo 10, comma 10, del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, come convertito dalla legge 14 maggio 2005, n. 80, ha disposto che «allo scopo di favorire l'internazionalizzazione dei prodotti agricoli ed agroalimentari italiani, il Ministero delle politiche agricole e forestali, promuove un programma di azioni al fine di assicurarne un migliore accesso ai mercati internazionali con particolare riferimento a quelli extra comunitari». Per l'attuazione del programma individuato dalla norma citata, il medesimo articolo 10, comma 10 ha destinato la somma di euro 50.000.000,00, disponendo che le modalità e le procedure per l'attuazione del programma e l'individuazione delle risorse effettivamente disponibili allo scopo fossero individuate con decreto del Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del predetto decreto-legge n. 35 del 2005;
con il decreto n. 8 del 20 giugno 2006, il Ministro delle politiche agricole e forestali, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, ha approvato il «Programma delle azioni per favorire l'internazionalizzazione dei prodotti agricoli ed agroalimentari italiani» presentato da Buonitalia spa il 27 marzo 2006 (articolo 1), e ha trasferito da ISA spa su un conto vincolato intestato a Buonitalia spa (articolo 2) le risorse pari ad euro 50.000.000,00 per la sua realizzazione, stabilendo ai successivi comma e articoli le modalità di erogazione in favore di Buonitalia spa delle predette risorse;
nel corso del quinquennio 2005-2010, oltre alle risorse rese disponibili per la realizzazione delle attività progettuali contenute nel citato Programma di internazionalizzazione, sono stati concessi alla società in parola anche altri contributi per la realizzazione di singoli progetti di promozione e valorizzazione dell'agroalimentare italiano e dell'agricoltura biologica per circa 45.000.000,00 di euro;
nella fase di rendicontazione delle spese sostenute relative ad ogni singolo progetto approvato, sono state registrate una serie di irregolarità, afferenti principalmente alla fase di scelta ed individuazione dei soggetti attuatori delle diverse attività progettuali;
tali irregolarità hanno condizionato il meccanismo di erogazione dei finanziamenti a Buonitalia spa (anticipazione fino al 50 per cento del finanziamento all'atto dell'approvazione del progetto esecutivo; acconti fino al 90 per cento) del finanziamento concesso con recupero graduale dell'anticipazione, previa presentazione della relazione tecnico-amministrativa relativa allo stato di avanzamento; prospetto di raffronto tra costi approvati e costi sostenuti; saldo del residuo 10 per cento di finanziamento concesso a conclusione delle iniziative previste, su presentazione della relazione tecnico-amministrativa relativa allo stato finale delle iniziative realizzate), con il conseguente determinarsi di una situazione di scarto temporale fra il
conferimento a terzi dell'incarico di eseguire le singole prestazioni, l'esecuzione ed il pagamento delle medesime. Quest'ultimo, infatti, è stato differito (almeno in parte) dalla società citata al momento (successivo all'esecuzione delle prestazioni) della effettiva acquisizione delle relative disponibilità e, quindi, al momento della erogazione ministeriale del saldo dell'importo finanziato. Erogazione, appunto, subordinata all'approvazione della rendicontazione;
tale situazione è stata esaminata nel corso del consiglio di amministrazione di Buonitalia spa del 28 luglio 2011, che ha proposto lo scioglimento e la messa in liquidazione della società ai sensi dell'articolo 2484 del codice civile;
nel corso dell'Assemblea straordinaria dei soci del 13 settembre 2011, preso atto della riduzione del capitale sociale al disotto del minimo legale, sono stati deliberati lo scioglimento e la messa in liquidazione di Buonitalia spa ai sensi dell'articolo 2484 del codice civile, comma 1, punto 4, e dell'articolo 30, comma 1, dello statuto della società. Contestualmente, la medesima assemblea, ai sensi dell'articolo 2487 del codice civile ha nominato il professore avvocato Alberto Stagno D'Alcontres, liquidatore della società;
allo stato attuale, a fronte di attività progettuali approvate per complessivi euro 49.835.767,79, il Ministero ha effettivamente erogato in favore di Buonitalia S.p.A. con vari decreti relativi ad ogni singolo progetto euro 27.405.342,92;
alla data odierna, la situazione debitoria di Buonitalia spa ammonta a complessivi 21.060.035,61 di euro e che tra i creditori di Buonitalia spa vi è anche il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali per l'importo di euro 3.586.847,19, quale differenza tra anticipazioni erogate dal Ministero per alcune attività progettuali approvate e gli importi rendicontati da Buonitalia spa la realizzazione delle stesse,
impegna il Governo:
a promuovere una rapida definizione del procedimento di messa in liquidazione della società Buonitalia spa, assicurando, per quanto possibile, la tutela del legittimo affidamento dei terzi in buona fede;
a dare esecuzione ad una adeguata ipotesi di piano concordatario in coerenza con le disposizioni normative vigenti;
ad acconsentire a che il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, socio di maggioranza, provveda al trasferimento delle somme necessarie perché il liquidatore della società citata possa definire l'insolvenza della stessa, mediante ricorso alla procedura di concordato preventivo, di cui agli articoli 160 e seguenti della legge fallimentare.
(7-00823) «Paolo Russo».
La XIII Commissione,
premesso che:
il comparto primario è una componente fondamentale della crescita economica nazionale e settore strategico di estrema rilevanza per il nostro Paese, leader mondiale nelle produzioni di eccellenza, e qualità;
la crisi economica colpisce fortemente il settore agricolo, già in difficoltà per l'aumento dei costi di produzione, l'instabilità dei mercati, la fluttuazione dei prezzi, la speculazione sulle materie prime e la restituzione del credito a favore delle piccole e medie imprese, molte delle quali sono aziende agricole;
il sostegno economico erogato dalla politica agricola comune rappresenta per molte aziende un contributo indispensabile a poter competere, in un mercato globalizzato, con produttori di Paesi terzi che hanno costi di produzioni molto inferiori rispetto a quelli sostenuti in Europa;
la riforma della politica agricola comune presentata lo scorso ottobre dalla Commissione europea, e ora all'esame del Parlamento europeo e del Consiglio per la
sua adozione definitiva, presenta molti elementi di criticità che vanno dal sistema di redistribuzione dei fondi tra Stati membri al pagamento «verde»; dalle condizionalità alla riserva di performance; dalle possibili sovrapposizioni fra gli interventi strutturali e ambientali delle Organizzazioni comuni di mercato (di vino, olio e ortofrutta) alle analoghe misure stabilite dai programmi di sviluppo rurale;
la convergenza verso un sistema più equilibrato del valore dei titoli a livello comunitario, articolato in base al parametro fisico della superficie agricola e volto a redistribuire i massimali per Paese al fine di innalzate la dotazione di quelli che attualmente si trovano sotto il 90 per cento della media comunitaria, penalizza fortemente l'Italia che, trovandosi sopra la media, risulta uno dei maggiori finanziatori della redistribuzione;
la componente «verde» dei pagamenti diretti, elemento indispensabile per l'accesso al contributo supplementare, stimabile tra gli 80 e i 100 euro a ettaro, per un totale di circa 1,2 miliardi di euro l'anno, aumenta la complessità del sistema dei pagamenti diretti e gli oneri legati ai controlli e gli obiettivi stabiliti, benché assolutamente condivisibili in linea di principio, vengono perseguiti con modalità molto discutibili;
la diversificazione delle colture, che non garantisce la virtuosità sotto il profilo ambientale che consegua invece alla pratica della rotazione, appare infatti particolarmente svantaggiosa per le aree monoculturali ad agricoltura intensiva, diffuse soprattutto nella pianura padana e quelle con particolari condizioni climatiche, mentre la misura delle superfici a valenza ecologica, ai fini del miglioramento degli ecosistemi agricoli, mal si adegua alla realtà agricola italiana;
assicurare inoltre il «greening» esclusivamente a pascoli permanenti e ad aree di interesse ecologico, senza considerare le specificità territoriali quali l'olivicoltura, la frutticoltura, la viticoltura, l'agrumicoltura e più in generale gli arboreti in quanto coltivazioni che naturalmente catturano carbonio, è una decisione estremamente penalizzante per l'intero sistema agricolo mediterraneo;
sebbene sia indispensabile migliorare l'attuazione delle politiche di coesione mediante la predisposizione di condizioni necessarie a garantire l'uso efficace del sostegno dell'Unione, il sistema delle prescrizioni definito dalla proposta di regolamento sui fondi del Quadro strategico comune, e quindi anche del FEASR, appare estremamente rigido e privo di un meccanismo premiante per le realtà più virtuose;
la condizionalità macroeconomica sfavorisce oltremodo le regioni penalizzandole per una responsabilità imputabile esclusivamente al Governo centrale che non abbia rispettato le regole in materia di deficit, mentre la riserva di efficacia, obbligando gli Stati membri ad accantonare il 5 per cento del FEASR in una dotazione da ripartire una volta conseguiti determinati obiettivi, potrebbe favorire una programmazione regionale mediocre ma più facilmente realizzabile;
al fine di evitare distorsioni e duplicazioni delle misure di ciascun pilastro è auspicabile una maggior demarcazione e complementarietà tra interventi strutturali dello sviluppo rurale e organizzazioni comune di mercato, posto che sia il FEAGA che il FEASR, possono erogare diversi livelli di contribuzione per la medesima tipologia di spesa: gli investimenti previsti dall'organizzazione comune di mercato ortofrutta, nell'ambito del primo pilastro, sono ammessi ad un finanziamento comunitario fino al 50 per cento mentre nello sviluppo rurale, la stessa spesa, in considerazione della tipologia di beneficiario, in caso di adesione ad un progetto di filiera o dell'ubicazione dell'azienda, è ammessa ad un sostegno che varia tra il 35 e il 55 per cento,
impegna il Governo:
ad intervenire presso le competenti sedi comunitarie impegnate nel negoziato
sulla riforma della politica agricola comune al fine di superare le criticità più rilevanti per l'agricoltura italiana ed evitare ulteriori effetti depressivi per il comparto agricolo, in particolare:
a) rivedere il sistema della convergenza tramite l'introduzione, accanto al criterio della superficie, di parametri economici al fine di procedere ad una redistribuzione che non penalizzi i Paesi, come l'Italia, con una agricoltura di qualità e ad alto valore aggiunto, anche in considerazione di un valore di superficie agricola assunto a calcolo della media dei pagamenti diretti sottostimato rispetto a quello reale, perché riferito alla superficie agricola ammessa ai premi PAC 2009;
b) a intervenire sulle condizionalità del greening e a proporre la riduzione della percentuale di superficie aziendale da riservare ad area ecologica al fine di non rendere eccessivamente antieconomico il pagamento verde, la limitazione a due delle colture da praticare per la diversificazione e la possibilità da praticare la monocoltura in caso di specie miglioratrici della fertilità dei suoli;
c) a riconsiderare il sistema delle condizionalità generali previste per il FEASR, in particolare la condizionalità macroeconomica che, legando l'attuazione della politica di sviluppo rurale al rispetto del Patto di stabilità e crescita, penalizza in modo generalizzato le regioni anche quelle che conseguono i migliori risultati in termini di efficiente distribuzione della spesa tra aziende e territori alle quali potrebbe essere assegnata una parte dei contributi a carico della riserva di rendimento;
d) a proporre una più netta demarcazione tra le misure del primo e secondo pilastro al fine di potenziare le sinergie tra le modalità di funzionamento dei fondi e conseguire una migliore articolazione e complementarietà degli ambiti di intervento.
(7-00824)
«Callegari, Fogliato, Negro, Rainieri, Bitonci».